Si va in onda…

Si chiama Passaggi a Nord Ovest il nuovo podcast su cui stiamo lavorando con Denis Falconieri. Oggi l’annuncio del go live il 1 gennaio

Anno nuovo, vita nuova… va beh, ho buttato lì una banalità qualunque per rendere l’idea di quella voglia di cambiamento, di novità, che ciascuno di noi prova in questo periodo dell’anno.
Entrando a passo di marcia nel primo gennaio, con la colonna sonora dei fuochi d’artificio e la samba dei trenini, stiliamo coscienziosi una lista di buoni propositi.

Faccio tanto l’ironico, ma io non mi differenzio dal modello che ho appena descritto. Anzi, considerando che sono nato proprio il primo giorno dell’anno, per me ogni 1 gennaio rappresenta un nuovo inizio.

Vogliamo parlare del 2020?
Meglio di no. Lasciamolo andare, archiviamolo tra le esperienze difficili e guardiamo piuttosto in avanti, con animo aperto alle nuove opportunità.

Tutto questo bel discorso per raccontarvi di una nuova avventura in cui mi sono gettato a capofitto: Passaggi a Nord Ovest.

Immagino sappiate cosa sono i podcast?
Quando l’ho spiegato a mia madre, le ho detto “una specie di programmi radiofonici che invece di essere trasmessi nell’etere sono archiviati sul web a disposizione di chiunque li voglia ascoltare”.

Io ci ronzavo attorno da un po’, ma la spinta finale mi è stata data da un amico giornalista, Denis Falconieri, che mi ha telefonato un mattino e mi ha dato la sveglia proponendomi di lanciare il prossimo primo gennaio il nostro podcast.

Dopo innumerevoli telefonate, qualche pizza, qualche birra, il progetto era stato definito. Mancava solo risolvere i problemi tecnici.

zoom podtrack p4

Entrambi siamo più abituati alla parola scritta che a quella pronunciata, ma la vera sfida sta proprio nel cambiare il tipo di linguaggio, adattare i nostri stili al nuovo media.

E’ stato un periodo di sperimentazione “matta e disperatissima” – per citare il Leopardi dello Zibaldone – che ci ha portato ai primi risultati che da qui a qualche giorno potrete iniziare a seguire.

Una sperimentazione che continuerà nei prossimi mesi. Vogliamo trovare il nostro stile personale anche nel raccontare la vita delle Terre Alte. Ma devo stare attento a non anticipare più del dovuto.

A partire dal prossimo primo gennaio 2021, ci potete trovare su tutte le principali piattaforme di podcasting (Spotify, Google Podcast, Apple Podcast ecc).
Quel giorno pubblicherò il link anche qui sul mio blog (anzi troverete una sezione dedicata agli episodi che via via pubblicheremo) in modo da rendere più facile l’accesso.

Nella prima fase, ci siamo posti come obbiettivo di pubblicare un episodio alla settimana. E di fare “puntate” brevi, tra i cinque e i dieci minuti, poi correggeremo via via il tiro.

Nel primo episodio raccontiamo chi siamo, cosa facciamo e quale senso abbia il nostro podcast.

Buon ascolto!

Ascolta “Nasce Passaggi a Nord Ovest” su Spreaker.

Opinel

Oggetti che trascendono il loro uso e diventano un simbolo. Tra tutti il coltellino chiamato opinel è quello che amo di più

Ci sono prodotti di marca che hanno una così larga diffusione che il loro nome diventa sinonimo dell’oggetto. Alcuni esempi eccellenti: la moka per definire la caffettiera, il walkman per il registratore portatile, il kleenex per il fazzoletto di carta o il borotalco per la polvere di talco.
Erano tutti marchi che sono diventati nomi comuni di cosa.

Tra essi c’è un oggetto in particolare che mi è molto caro: l’opinel.

E’ un compagno di viaggio indispensabile. C’è chi ama il coltellino svizzero e i suoi molteplici strumenti.
Io preferisco l’opinel tradizionale.

E’ un oggetto essenziale, nella forma e nella funzionalità.

due opinel

Un manico di legno di faggio. Una lama in acciaio. E un collarino in metallo che funge da blocco di sicurezza.
Tutto qui…

Mi piace, giunto in vetta, trarre dallo zaino il pane e il pezzo di formaggio e con il mio coltellino tagliare fette dalla pagnotta ed eliminare la crosta al formaggio. Oppure usare la lama per tagliare a spicchi la mela e dividerla con il compagno di salita.

Sono gesti semplici. Primitivi.
Con un grande valore simbolico.
E l’opinel è parte integrante del rituale.

Dicono che i padri regalavano un opinel ai figli quando volevano spingerli fuori dal nido. Io non lo so, non mi è capitato.
Però ha un senso.
Il coltello è uno strumento. Buono o cattivo a seconda dell’uso che noi ne facciamo. Ed un ragazzo diventa uomo il giorno in cui gli viene riconosciuta la responsabilità di pilotare, con il proprio comportamento, con le scelte che fa, la bontà o la malvagità dei suoi strumenti.

Ne posseggo diversi. Con fogge e dimensioni specifiche.
Spesso li trovo in una tasca dello zaino mentre lo svuoto prima di metterlo a lavare.

Quello che mi è più caro, però, l’ho ricevuto un natale.
Era avvolto frettolosamente in un piccolo pezzo di carta da regalo.
Mi è stato donato da Pi e Patrizia, che sono poi diventati i miei consuoceri, un giorno che, per la prima volta, ero andato a trovarli.

Mancavano pochi giorni a natale ed ero passato per conoscerli.
Portavo con me una bottiglia di vino e una copia del libro che il mio editore aveva appena mandato in stampa.

Pi mi sorprese con questo piccolo oggetto aggiungendo, a mo’ di spiegazione, una frase “so che anche a te, come a noi, piace andare in montagna”.

Mentre scrivo queste poche righe, quell’opinel giace sul tavolo a fianco al mio computer.
Natale, quest’anno, è passato senza che incontrassi Pi (purtroppo Patrizia è mancata un gennaio di un paio d’anni dopo), ma in qualche modo lo sento vicino lo stesso, anche attraverso questo semplice oggetto che simboleggia il nostro modo di interpretare la vita.

Il coraggio di chi resta

Il natale 2020 sarà molto più triste, funestato dalla lontananza dalle persone che amiamo, ci aiuterà la tecnologia e un pizzico di speranza

In questi giorni, per vicende personali, ho molto riflettuto sui distacchi.
Sia su quelli drammatici, come quando qualcuno muore, sia quelli meno definitivi ma pur sempre dolorosi, come una partenza o un “distanziamento sociale” imposto da una pandemia.

Quando muore una persona, il nostro pensiero corre subito a chi resta.
La compagna o il compagno, i figli, i genitori, gli amici. Persone che soffriranno molto più di chi se n’è andato.

Il dolore è provocato dall’impossibilità di avere accanto la persona che ti è cara. Da non poter ridere con lei, da non poter condividere emozioni e pensieri, da non poterle parlare, stringere, o anche solo osservare.

Questa sensazione è descritta dalla frase “quando muore qualcuno che ami, un po’ muori anche tu”.

gente che saluta

Facendo le dovute proporzioni, un dolore dello stesso tipo lo si prova quando una persona parte per un viaggio per un luogo lontano o per trasferirsi in una città diversa.
Certamente è mitigato dal fatto che non è per sempre, e – ovviamente – dalle meraviglie tecnologiche che ci permettono di fare videochiamate e scambiare messaggi continuamente.

Ma il senso di vuoto che lascia la distanza da una persona che si ama è lo stesso.

Stiamo per affrontare il natale più strano (e più triste) della storia dell’Uomo.

Tradizionalmente durante queste festività le famiglie si riuniscono (“Natale con i tuoi, pasqua con chi vuoi”), la gioia dello scambio dei doni o anche solo le chiacchiere con una fetta di panettone in mano in cui si rivivono vecchi ricordi o ci si aggiorna su quella zia che vive in Brasile e di cui non si hanno notizie dal natale precedente.

Ecco, questo 25 dicembre sarà orfano di tutto ciò.
Sarà più freddo e più triste.

Allora penso al coraggio delle madri che piangono i figli morti, delle mogli i cui mariti sono emigrati dall’Africa alla ricca Europa, alle coppie divise dalle esigenze di lavoro, ai fratelli separati.

E mi dico che se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.
Che il lockdown non durerà per sempre.

E faccio una proposta: scegliamo (uno per famiglia) una nuova data in cui festeggiare il natale.
Potrebbe essere il compleanno della nonna a febbraio, l’equinozio di primavera, o la ricorrenza del trasloco nella casa nuova.

Il natale quest’anno è solo rimandato.

La neve

Solo con la neve si può conoscere il vero spirito della montagna. La neve che tutto cambia e tutto rende magico.

Solo quando c’è la neve, la montagna è davvero montagna.
E’ bella sempre. Ma se vuoi conoscerla nella sua vera essenza, allora devi frequentarla quando c’è la neve.

Dicono che il popolo degli inuit abbia decine di nomi per la neve, perché non si può imprigionarla in un solo termine.

La neve cambia l’atmosfera.
Nel momento in cui scende attutisce i suoni, modifica gli odori, sovverte il mondo che conosciamo.

Fatichiamo a riconoscere i passaggi usuali, i profili delle cose, i panorami soliti.

E una volta caduta, a seconda della quota e della temperatura, è compagna di giochi, avversaria nella progressione, aiutante nel districarsi nei labirinti dei sentieri.

camoscio nella neve
Un camoscio cerca il cibo in uno splendido scatto di Massimo Arcaro

A me piace la prima neve d’autunno che anticipa l’inverno.
E’ come l’avamposto di un esercito colonizzatore. La Natura le si ribella furiosa, cerca di scrollarsela dalle spalle, ma già sa che la battaglia è persa.
Da nord arrivano nuvole che copriranno con il loro bianco carico le pendici e inviteranno così il bosco al letargo.

E mi piace la neve tardiva di primavera. Quella che scende quando ormai i fiori sono apparsi nei prati e le gemme impreziosiscono i rami.
E’ una neve timida, gonfia di acqua, pronta a sparire nel volgere del mezzo giorno.

Amo la neve al suolo tra gli alberi, percorsa dalle tracce degli animali che scendono verso valle a cercare cibo.
E’ una mappa precisa delle loro abitudini. Ecco lo zampettare del corvo; i balzi a piè pari delle lepri; il trotterellare delle volpi e dei tassi. L’elegante incedere del camoscio che cerca le prime foglie sui rami bassi degli alberi.

La neve ignora noi uomini che pure così tanto la veneriamo.
Scende copiosa e tutto copre. Scalda le piante addormentate e le protegge dagli artigli del gelo ma se non la temi e non ti proteggi, diventa un sudario.

Così effimera.
Così volatile.
Così inesorabile.


Post Scriptum: ne avevo già scritto qui

Fare un regalo

Il senso di scambiarsi dei doni a natale è molto più profondo che un mero esercizio di shopping compulsivo. E quest’anno ancora di più

Ha colto nel segno la pubblicità olandese di DocMorris (una casa farmaceutica) che in un bel video (che potete vedere qui) ha spostato l’attenzione dal regalo al gesto di donare.

Nello spot un signore anziano sembra concentrarsi su se stesso e prepararsi ad una qualche impresa sportiva o, ancor peggio, ad allenarsi ai fini estetici.

E’ buffo, per non dire ridicolo.
Veste in modo antiquato e si allena senza criterio: ripete alla noia un gesto senza costrutto.
Un po’ alla volta i vicini, che prima lo osservavano con una punta di sufficienza se non fastidio, inizano a preoccuparsi e chiamano la figlia che però non riesce a farlo desistere.

Il finale (che non vi svelo) offre una spiegazione non solo logica ma anche poetica di tutto quell’allenamento.

regali-di-natale

Il regalo a natale dev’essere questo.

Non un dono acquistato in fretta e abbandonato sotto un abete posticcio, ma un allenamento a pensare agli altri. Uno sforzo costante ad aver a cuore la felicità altrui.

Quest’anno il natale sarà molto diverso dal solito. Specialmente per chi, come me, vive lontano dalle persone che ama di più.

Sarà un natale di lontananza fisica e di vicinanza emotiva.

I regali, come nella pubblicità olandese, non saranno importanti: sarà importante sapere che qualcuno ha pensato a me per tempo. Che si è prodigato per cercare la cosa giusta e farmela avere, senza scoprire le sue carte.

Questo è il vero segno dell’amore.
Questo è il vero dono che riceverò e che spero di saper ricambiare.

L’istinto

È una forza potente e mutevole.
Potente perché radicata in noi. Si attiva, rispondendo a stimoli esterni, molto prima che il cervello, il pensiero senziente, comprenda cosa stia accadendo.

La scienza dice che è situato nel cervello rettile, la parte più antica e profonda del nostro encefalo. Ma a me sembra che si posizioni più tra lo stomaco e l’intestino. Oppure nel profondo dei muscoli.

Ci permette di re-agire automaticamente. Scappando o lottando. Scegliendo, senza ragione apparente, la via migliore. Trovando la via di casa o la soluzione ad un problema.

baruffa di gatti

Mutevole perché si nutre e si accresce di ogni esperienza che facciamo. E più sono accadimenti forti, più diventano parte del nostro istinto.

In realtà confina con l’esperienza. Con essa condivide il meccanismo atavico del richiamo nel momento del bisogno.

Ed è forse per questo motivo che contrapponiamo istinto e ragione.
Che, a ben pensarci, sono entrambi strumenti a nostra disposizione.
La ragione tende a bloccarci, a rallentarci, di fronte ad un evento; ci vuole tempo per analizzare i pro e i contro, per ponderare la decisione migliore.
L’istinto tende a farci agire, a staccare la parte razionale.

La saggezza si trova dove istinto e ragione si incontrano.

Bisogna imparare a fidarsi del proprio istinto. Ad accettare che le soluzioni che “saltano in mente” spesso siano quelle giuste. E magari usare il raziocinio per elaborare ulteriormente sulla prima reazione istintuale.

Siamo esseri complessi, fatti di pulsioni e sentimenti, di istinto e ragione, cuore e cervello, passione ed intelligenza. Ma non c’è dualismo, solo un’unica splendida complessità.

Accettare quello che siamo. Usare fino in fondo i nostri talenti.
Magari rigettando quegli strumenti che abbiamo realizzato per aiutarci e che invece atrofizzano le nostre capacità.

È la sfida dell’Uomo contro la tecnologia paralizzante.

L’istinto ci salverà…

Fight Club, il libro

Per una volta, leggere il libro dopo aver visto il film ti fa gustare l’abilità di Palahniuk nell’accompagnarti nello schizofrenico mondo di Fight Club

fight club

Mai come per questo libro, è difficile – se avete visto l’omonimo capolavoro cinematografico firmato da David Fincher e con degli attori giganteschi come Brad Pitt ed Edward Norton – tenere separate nella lettura le scene immaginate capitolo dopo capitolo da quelle viste al cinema.

Ho deciso di ordinare il libro dopo aver letto un commento sui social in cui si diceva che il film era bellissimo ma il libro non era da meno.

Conoscevo l’autore, Chuck Palahniuk, che mi aveva letteralmente stregato con il suo Soffocare (anch’esso edito da Mondadori), ma avevo ritenuto superfluo leggere Fight Club (che tra l’altro è opera prima di Palahniuk) perché pensavo che davvero poco si potesse dare oltre a quanto espresso su pellicola.

Invece…

Dopo aver litigato con le prime pagine, che sembravano ostiche, e dopo aver accettato di usare le facce di Pitt, Norton e degli altri protagonisti del film, come controfigure alla mia immaginazione, ho finalmente iniziato a gustare il libro. E ne sono stato letteralmente risucchiato.

La storia è geniale. Non la racconto perché credo che il mondo si divida tra chi la conosce e chi, non conoscendola, mi odierebbe se la anticipassi qui.

Ma quello che Palahniuk riesce a fare, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è di creare un vortice frenetico di parole che rende perfettamente la sensazione dell’universo schizofrenico del protagonista/narratore.

Paragonandolo alla scrittura dei grandi classici, è stridente la differenza: nei primi, le parole sono usate per il loro significato. Ogni sfumatura di senso serve a dettagliare; le sensazioni sono descritte come lo sono i personaggi e le ambientazioni. In questo romanzo, invece, il suono e il ritmo delle parole travalica il significato e trasmette esso stesso le sensazioni che l’autore vuole ricreare.

Ne risulta un racconto avvolgente, con ripetizioni che – lungi da diventare pesanti – servono a condurre in quella spirale che lentamente ci porta al gran finale.

Finale che (allarme spoiler) si differenzia in parte dalla storia del film.

La realizzazione cinematografica del romanzo è un capolavoro essa stessa. Impossibile leggere il libro e non restare affascinati dalla maestria con cui il regista, David Fincher, ha creato il mondo di Tyler e ha diretto gli attori.

Quindi, riassumendo.
Avete visto il film? Leggete il libro.
Non avete visto il film, ma avete letto il libro? Guardate subito il film.
Non avete visto il film e non avete letto il libro? Per una volta date la precedenza al film, leggere il libro sarà ancor più piacevole conoscendo dove l’autore va a parare.

Fight Club
Chuck Palahniuk
Mondadori, Oscar
190 pagg, euro 13,00

La velocità

In montagna dobbiamo scoprire quanto veloci possiamo andare, per poi rallentare il passo e scegliere di progredire lentamente

Mai come in montagna è importante essere veloci per poter scegliere di andare lenti.
Questo apparente paradosso ci mette di fronte alla necessità di abituarci ad avere il controllo di noi stessi.

Imparate a conoscere i vostri limiti.
Spingete al massimo per scoprire quanto veloci potreste andare, e poi dimenticate la velocità per scegliere il passo giusto.

lupo nel bosco

Siate come i lupi, che possono trottare per decine di chilometri senza apparente fatica. Sempre pronti a raddoppiare la velocità per scappare da un pericolo o per raggiungere una preda.

Non accantonate tutte le energie a riserva.
Usate con generosità delle vostre risorse, ma lasciate sempre una piccola scorta da bruciare in emergenza.

Adoperiamo la nostra forza vitale in modo produttivo.
Che senso ha raggiungere la meta un’ora prima del tramonto? E’ così bella la sera! Se quello che amiamo davvero è andar per monti, allora perché accelerare il rientro a casa?

Impariamo a distinguere tra velocità e fretta.

La velocità può essere la nostra miglior difesa dagli imprevisti, ma va usata con consapevolezza.
Esser veloci, muoversi in sicurezza ma rapidamente nel territorio, ci permette di allargare gli orizzonti, ampliare l’esplorazione.
Però guai se per andar veloci non ci gustiamo il presente e quello che ci circonda.

La velocità è un’arma a doppio taglio.
Come ogni arma è uno strumento utile se usato dall’uomo saggio.

Il Magoo mascherato

Ritroviamo il vecchio Mr.Magoo e scopriamo le sue idiosincrasie da mascherina durante l’isolamento da Corona Virus

Forse ricorderete che avevo già parlato di Mr.Magoo quando avevo raccontato il suo difficile rapporto con il cibo ed il controllo del peso (altrimenti cliccate qui e trovate la storia), ma oggi voglio parlare di come l’adorabile vecchietto vive questo periodo di lockdown.

A marzo, la cosa che più infastidiva il buon Magoo era la mascherina.
Non la sopportava proprio!
Vivendo da solo in una casa isolata, non la indossava praticamente mai. Era costretto a mascherarsi solamente quando, una volta alla settimana, andava al supermercato per comperare le poche cose di cui abbisognava.
Anche in quel caso, però, parcheggiava vicino all’entrata, la indossava e poi si catapultava nel negozio, passava per tutte le corsie spingendo come un pazzo il carrello e raccattando generi alimentari e prodotti per la pulizia a caso, per poi frenare bruscamente alla prima cassa libera, pagare di tutta fretta e tornare in auto per potersi togliere l’odioso paramento.

Se incrociava un’altra macchina il cui conducente indossava la protezione, immediatamente scoppiava in una risata sgangherata e lo perculava dicendo “Ma guarda quell’imbecille: cosa te ne fai della mascherina se sei da solo? La indossi anche al gabinetto?” e felice di aver avuto la controprova della sua superiorità intellettiva, sgommava via seminando il panico tra i passerotti e i passanti.

Mr.Magoo sosteneva che la mascherina non gli permetteva di respirare. Aveva la netta sensazione che la gola si irritasse subito e così iniziava a tossire (attirando tra l’altro le occhiate malevole di chi gli stava attorno che lo considerava un untore).
Odiava a tal punto quell’oggetto di stoffa che tendeva a dimenticarlo dappertutto e aveva dovuto comperare un pacchetto da dieci pezzi per lasciarlo in automobile.

Magoo in auto

In questa seconda ondata, invece, l’amabile anzianotto ha invertito il senso di marcia.
Usa ancora la mascherina solo nei negozi o nei pochi metri di strada che deve fare per andare al bancomat o in libreria, però adesso la indossa felice.

“Signora, ma ha notato come tiene al caldo il viso?” dice ad un lampione che nella sua miopia ha scambiato per una passante.

Al supermarket, adesso, non corre più tra gli scaffali ma si dilunga nella scelta delle marmellate senza zucchero o dei cereali per la colazione.
Chiacchiera con le cassiere e ripone con calma la spesa nel bagagliaio.
Si è talmente abituato ad indossare la protezione che, anche salito in auto si dimentica di toglierla e, quando se ne rende conto magari dopo qualche chilometro, arrossisce, memore dei suoi sfottò primaverili, al pensiero che chi lo osserva da fuori lo prenderà per pazzo.

E un po’ pazzo, in questa seconda ondata, lo è diventato.
Gli manca la compagnia del nipote Waldo e così supplisce come può, parlando da solo, commentando ad alta voce le notizie del tiggì, ridendo alle battute trite e ritrite delle vecchie sitcom della tele o commuovendosi per le sdolcinate commedie romantiche di Hollywood.
Si è iscritto a tutti i seminari on line, a tutte le webzine, e sta meditando di comperarsi qualche attrezzo ginnico per rimettersi in forma prima della primavera.

Il nipote Waldo, che lo chiama di tanto in tanto per sincerarsi di come stia, pensa che il vecchio sopravviverà al CoronaVirus, ma non alla prossima maratona di Will & Grace su Mediaset.

La salute nella corsa

Ecco la mia recensione al manuale “La salute nella corsa” che ci introduce ad un metodo scientifico per conoscere meglio la nostra passione

La salute nella corsa

Negli ultimi tre anni il mio rapporto con la corsa ha trovato un nuovo equilibrio.
Ho smesso di gareggiare e di correre con quella regolarità che solo quando ti alleni riesci a mantenere.
La corsa non è più il fine, ma solo un mezzo per stare meglio con il mio corpo e per avere un rapporto più intenso con l’ambiente che mi circonda.

Dopo il primo periodo di lockdown mi ero fermato completamente (i 200 metri da casa non mi permettevano nessuna uscita vera e propria).
Poi durante l’estate ho camminato tanto e corso poco, così a settembre e nel secondo lockdown ho pensato fosse meglio ridare una certa regolarità alle mie uscite.

Più o meno nello stesso periodo mi è capitato tra le mani un libro particolare.
Si tratta de La salute nella corsa, scritto da Blaise Dubuois e Frèdèric Berg (Mulatero Editore).
Il primo è una sorta di running guru, il secondo un giornalista e runner appassionato.

Non si tratta di un manuale nell’accezione classica del termine.
Non hanno come scopo quello di insegnarti un metodo o di farti raggiungere un risultato.
Si tratta piuttosto di un compendio di informazioni che coprono tutti gli aspetti della pratica della corsa.

Non a caso Dubois è il fondatore della Clinica del Running, un’organizzazione che ha lo scopo di creare una rete di professionisti della corsa (preparatori e terapisti) che possano poi supportare atleti professionisti ed amatori.
Un progetto ad ampio respiro, nato per essere internazionale e basato sull’approccio scientifico sperimentale.

Blaise Dubois è anche il coproprietario delle cliniche PCN (cliniche fisioterapiche e di medicina dello sport in Quebec), non solo teoria dunque, ma tanta pratica.
La Clinica del Running è arrivata in Italia nel 2015 e potete scoprire molto di più direttamente sul loro sito.

Ma torniamo al libro.
Da buon bibliofilo sono partito da pagina uno e ne sono rimasto un po’ confuso.
Si inizia con una prefazione di Emelie Forsberg, seguita subito da un capitolo scritto da Frédéric Berg in cui si spiega il senso del libro e chi sia Dubois.
“Bene, ma adesso passiamo al sodo” ho pensato e ho continuato a leggere arrivando alla prima sezione che parla dei vantaggi della corsa e ospita l’intervento di Karim Khan e subito dopo di Ian Adamson… insomma mi sono chiesto “ma questo libro chi lo ha scritto veramente?”

In realtà il senso dell’opera è proprio questo. Una raccolta di testi e di testimonianze di 50 esperti (scienziati, professori universitari, atleti professionisti, allenatori, nutrizionisti e via dicendo) che coprono tutti i più importanti aspetti del running.

Ho smesso di leggere in sequenza e ho iniziato a saltare avanti ed indietro tra le pagine, prendendo spunto dall’indice ed esplorando un po’ alla volta i vari capitoli.
Si parla di alimentazione (ad esempio, cosa sapete del digiuno ad intermittenza?) e di scarpe (sapevate che la scarpa più antica risale a 5.500 anni fa?); si parla di trail (l’esperto è Guillaume Millet, un professore universitario che ho conosciuto quando è arrivato terzo al Tor des Geants) e di cicli di allenamento; quando si dice che la corsa è per tutti non si parla di anziani (anche se c’è un capitolo dedicato) ma di atleti con le protesi.

Mi ha incuriosito una parte stampata su pagine con una cornice rossa (!) ed è scoperto che è quella relativa alla prevenzione degli infortuni (chi corre sa che questa è la parte più importante in assoluto). Più avanti c’è anche un capitolo sulle ultradistanze e uno sul benessere e uno sul doping.

Alla fine posso tranquillamente affermare (senza averlo letto completamente) che nelle quasi 500 pagine di libro sono coperti davvero tutti gli argomenti associati al running.

Ho messo via il volume, ma non tra i manuali della corsa (che sono nello scaffale più alto della mia libreria) ma a portata di mano.
So che tornerò a consultarlo nuovamente nelle prossime settimane, via via che qualche curiosità o nuova esigenza affiorerà alla mia mente.

Un giudizio finale?
Come ho scritto, più che una guida o un manuale, è un approccio scientifico (e parzialmente filosofico) al mondo del running.
La salute nella corsa, oltre ad essere il titolo, è anche un manifestazione di intenti, un principio guida.
Sicuramente un volume interessante che non deve mancare nella libreria del runner esigente.

Mentre scrivo queste righe fuori dalla mia finestra nevica.
Mi sa che per qualche giorno non correrò, ma dovrò integrare l’allenamento con un esercizio diverso: spalare neve.
Fammi un po’ controllare cosa dice il libro sul cross training?

La salute nella corsa
Blaise Dubois, Frédéric Berg
Mulatero Editore, Specialist
496 pagg. / 35,00 euro