Sensazioni

Non occorre il calendario per capire le stagioni: qui bastano le sensazioni, gli odori, le esperienze che si vivono con il corpo

Me lo dice
l’odore dell’aria
quando apro la finestra
al mattino

Me lo racconta
la luce che entra diretta
sulla scrivania polverosa
quando smetto di lavorare

Me lo suggerisce
il ciarliero affaccendarsi
delle cince sui rami spogli
dell’ulivo in giardino

Me lo svela
l’affondare del piede
nella terra bruna
dell’orto

Me lo annuncia
il gocciolìo ritmico
del ghiaccio che fonde
nel torrente dietro casa

Ma più di tutto
è il corpo che si sveglia
e mi urla che
la primavera sta arrivando

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La filosofia del randagio

Preferisco muovermi che restare fermo; preferisco creare qualcosa che accettare quello che trovo pronto. E’ la mia filosofia randagia

Domenica, mentre attendevamo gli altri amici che stavano ancora sciando, parlavamo di compleanni tondi (i 20, i 30, i 40, i 50…) e dei dubbi che ci vengono quando affontiamo queste “boe” dell’esistenza.
Ciò mi ha fatto riflettere, ed è diventata l’occasione per fare un punto rotta sulla mia vita.

Tutti i nodi vengono al pettine.
Una per una le difficoltà, alcune previste, altre inattese, si frappongono tra me e quella serenità che cerco e perseguo con costanza da oramai quasi dieci anni.
Come tutti faccio fatica, ma – come tanti – vedo i progressi e sono premiato quando qualche nodo viene sciolto.

Ho sempre pensato di essere un randagio, un ramingo, un vagabondo, una persona che ha bisogno di essere in movimento, sia in senso figurato che letterale.

Il panta rhei – tutto scorre – di Eraclito, nella mia personale concezione della vita, è la più calzante descrizione della realtà in cui viviamo.
E’ la teoria del divenire contrapposta a quella dell’essere. Ed è la mia filosofia guida.

dune di neve
Dune di neve @ph Roberto Bellini (fotorobertobellini.it)

Così sono sempre in movimento.
Forse non ho radici. O forse le radici me le vado a cercare. Scelgo io dove piantarle.
Di strada ne ho fatta e ne faccio tanta, ma onestamente non posso dire di essere arrivato da qualche parte.
Qualcuno mi ha anche detto che sono volubile, ma credo che non sia vero. Credo che abbia confuso la coerenza con l’immobilismo. La curiosità con la scarsa tenacia.

Nulla è per sempre.
Alcuni possono trovare questa affermazione preoccupante o pessimistica, invece io la considero la vera fonte di speranza. La mia luce in fondo al tunnel.
Cambiare, sbagliare, cadere e rialzarsi. Accantonare un bagaglio di esperienze. Questi sono i pilastri sui quali ho costruito la mia vita.

Ecco un’altra parola chiave, l’ago della mia bussola esistenziale: costruire.

Ho sempre cercato di creare qualcosa. Nella mia vita professionale, nelle attività ricreative e sportive, nei rapporti con gli altri e, soprattutto, lavorando su me stesso.

Ho pagato un prezzo in macerie disseminate lungo la mia vita, in esperimenti falliti. Ma ho la presunzione di dire che il bilancio tra ruderi e costruzioni, fino ad oggi, è positivo.

Questo mi fa dire che ne vale la pena.
Vale la pena fare più fatica per costruire qualcosa, rispetto a scegliere la strada più facile dell’accettare lo status quo.
Vale la pena impegnarsi per creare una propria strada, una propria storia, rispetto ad accettare il sentiero battuto.

E se ti accorgi che quello che stai creando viene su storto, non aver timore di abbatterlo e di ricominciare.
E’ meglio disfare e rifare che star lì a pensare su come sarebbe potuto essere.

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Lo stigma

L’uomo è un animale sociale, e a volte lo stigma sociale che tanto ci infastidisce è l’ultima barriera prima della barbarie

Una delle grandi capacità della razza umana è quella di adattarsi. Se ci pensate bene, siamo una delle speci più infestanti del pianeta.
Abbiamo invaso tutta la superficie emersa, dai deserti africani alle calotte polari. Per il momento non abbiamo colonizzato gli oceani e lo spazio, ma non è ancora detta l’ultima parola.

Oggi però vorrei attirare la vostra attenzione su una micro-derivazione di questa adattabilità. Non penso a quella dei popoli, ma a quella dei singoli individui.

La capacità di una persona di reagire all’ambiente che la circonda.

Credo che tutto parta da un meccanismo legato alla mimesi, cioè l’arte di dissimularsi sullo sfondo.

La nostra necessità di essere accettati dalla comunità (stavo per scrivere dal branco) ha radici profonde. L’uomo da solo non sopravvive. Ha bisogno di vivere integrato in una comunità per riprodursi, per trovare cibo e difesa, per un sostegno nelle fasi finali della vita.

E se sei antipatico a tutti, hai pochissime chances di vivere in un gruppo.

Valeva per gli uomini primitivi, ma il meccanismo è simile nella moderna tribù: i compagni di classe, i colleghi di lavoro, i vicini di casa… fino alla comunità virtuale sui social.

Per essere accettato, l’uomo individua in breve gli standard qualitativi del gruppo e li imita.

Appena trasferitomi a Milano, mi aveva colpito la differenza tra i milanesi che frequentavo e i miei concittadini di Trieste. I milanesi erano tutti in forma (pochissimi obesi), tutti vestiti bene, tutti iperattivi. Mentre i triestini vestivano casual, non prestavano grande attenzione alla forma fisica e amavano l’attività tanto quanto il riposo.

Fateci caso e noterete cosa la vostra comunità si aspetta da voi. E magari scoprirete il motivo di alcune vostre scelte.

Quattro Amici al bar

Per contro ho notato che adesso che vivo da solo, in un piccolo paese, e per di più in un periodo in cui il distanziamento sociale ha rarefatto le occasioni di incontro con altre persone, sto prendendo una deriva personalissima.

Come tutti, ho le mie piccole passioni, manie, vizi, stravaganze.

Senza la verifica giornaliera del resto del gruppo, le mie “stranezze” iniziano a prendere il sopravvento.

Niente di che, intendiamoci, ma ogni tanto mi accorgo di usare le magliette da casa anche quando esco (immagino che anche voi avrete delle vecchie t-shirt che usate solo per dormire o per fare i lavori domestici); oppure che non misuro più le parole prima di pronunciarle (ammetto di avere la fissa sul linguaggio); o magari mi capita di emettere giudizi su qualcuno senza aver avuto il modo di effettuare una valutazione ponderata.

C’è poco da fare: siamo animali sociali e abbiamo bisogno del gruppo anche per non perdere la rotta. Lo “stigma sociale” che tanto ci infastidisce, funziona perfettamente da pungolo per non scivolare nella barbarie della barba incolta o del mangiare direttamente dalle pentole.

In tempo di smart working è quindi necessario prestare attenzione ai dettagli e ristabilire delle piccole regole pratiche che ci tengano allenati per quando torneremo tutti assieme.

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Permettiti di essere felice

Non ci sono ricette segrete per raggiungere la felicità. Certe volte basta soltanto permettersi di essere felici

Burian impazza.
Ore 6:30 di sabato, la sveglia suona e il cellulare si premura di informarmi che fuori ci sono sette gradi sottozero.
Con gli occhi ancora chiusi, mi sfilo da sotto il piumone e vado in sala. Fuori una nuvola bassa circonda la casa, ma la nevicata di ieri sera, probabilmente grazie al calo di temperatura, ha lasciato solo un paio di centimetri di neve sulla strada.

Permettiti di essere felice.
Ho tanta voglia di tornare a letto, ma ho appuntamento con gli amici. Vado in bagno, indosso controvoglia gli abiti che ho preparato la sera prima. Calzo berretto e guanti, metto lo zaino, prendo gli scarponi e finalmente esco.

Non fa poi così freddo!
Gli sci sono già in auto, in modo che le pelli siano fredde.
L’appuntamento con William è alle 7:50 a Quart. Poi insieme raggiungeremo Denis e Benoit a Gignod per un altro caffè e alle 8:30 saremo al parcheggio per incrociare gli altri e finalmente partire. Il termometro dell’auto segna cinque sottozero, fuori il mondo è di ghiaccio. Un cielo coperto di nubi sembra smentire le previsioni meteo.

Permettiti di essere felice.
Abbiamo indossato scarponi e sci e abbiamo fatto il test dell’ARTVA. Adesso ci incamminiamo lungo lo stradino che porta all’attacco.
L’aria entra gelida nei polmoni, meglio respirare con il naso e risparmiare le parole.
In fila indiana entriamo nel bosco ed iniziamo a salire. Sembra di essere in una foresta del Nord America.
Finalmente le mie mani iniziano a scaldarsi e io a sudare. E’ giunto il momento di togliere uno strato. Approfittiamo di una sosta al limitare superiore del bosco, mentre le guide ci indicano la meta di oggi – Costa Serena – un crinale immacolato che si staglia contro l’azzurro, 7-800 metri più in alto.
Il cielo si è aperto. Le nuvole sembrano essersi impigliate tra le cime degli alberi.

Riprendiamo a salire.
Sono proprio dietro il Guru. Lui traccia e io lo seguo.
Ha un passo tranquillo e costante, proprio come piace a me. Non amo le corse. Preferisco salire di conserva, preoccupandomi della discesa.

Permettiti di essere felice.
I pensieri della settimana, gli impegni al lavoro, la solitudine che si fa sentire di più in questi giorni, le cose da terminare. Tutto il caotico turbinio dentro al mio cervello, un po’ alla volta, si sfuoca. Si stempera. Si cheta.
Un passo dopo l’altro stiamo salendo.

Facciamo un’altra sosta, per bere e mangiare qualcosa, sulla sommità di un panettone nevoso.
Le nuvole dal fondo valle ci hanno raggiunto e coperto. Siamo avvolti da una coltre bianca che nasconde il panorama.
Sembra di essere fuori dal Tempo e dallo Spazio.
Le guide ci stanno illustrando i vari tipi di neve che abbiamo incontrato, spiegandoci come si sono formate e le insidie che nascondono.
Poi alzano lo sguardo ed indicano, agitando il bastoncino nell’aria, la direzione che seguiremo.

Permettiti di essere felice.
Continuiamo a salire. Quando ci siamo rimessi in moto, mi sono trovato in mezzo al gruppo. Chiacchiero un po’ mentre davanti aprono la traccia.
Siamo al sole ora. E tutto cambia. La luce; i riflessi brillanti; l’energia che si sprigiona dalle persone attorno. Ed il mio umore.

In molti fotografano il panorama alle mie spalle. Mi giro e scopro il motivo: abbiamo lasciato le nuvole a fondo valle, e stiamo salendo verso un paradiso fatto di neve fresca, immacolata e mai calpestata.

skialp
Salendo verso Costa Serena (@photo di Benoit Girod)

Permettiti di essere felice.
Come ad ogni uscita, temo di più la discesa che la salita.
Salire significa solo mettere un piede davanti all’altro. Sudare un po’. Gestire la fatica.
Scendere, date le mie scarse capacità, significa accettare di perdere il controllo. Accettare la possibilità di cadere. Di sprecare fatica in movimenti inutili e goffi.

Ma ad ogni uscita imparo qualcosa di più.
E la fatica della salita è un prezzo ben piccolo da pagare, per acquisire conoscenze ed esperienza.
Così, in un momento di illuminazione, decido di lasciare a fondovalle anche le mie preoccupazioni, i miei brutti pensieri della settimana, le mie ansie.
Decido semplicemente di godermi la giornata… di permettermi di essere felice.

Come è finito il nostro sabato?
Una sciata bellissima. Siamo scesi, divertendoci come bambini.
Poi, abbiamo recuperato le macchine e festeggiato l’ennesima uscita al foyer du fond con pasta, polenta, e birra.
Tornato a casa, fatta la doccia e sistemata l’attrezzatura, ho acceso il fuoco e, seduto sul divano mi sono goduto la partita dell’Armani.

A volte per essere felici, basta solo permettersi di esserlo.

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De-responsabilizzazione

La via della deresponsabilizzazione è un male endemico della nostra società, ma assumersi le proprie responsabilità migliora la vita

La mattina avevo letto un bell’articolo di Nicola Pech in cui parlava di sicurezza in montagna.
La sera sono uscito per una “pellata” con gli amici nel comprensorio di Pila.
E due cose, apparentemente non collegate, hanno fatto click e mi hanno aperto gli occhi su un tema di cui oggi vi voglio parlare.

Analizzando l’etimologia della parola responsabilità, scopriamo che viene dal termine latino respònsus, participio passato dal verbo respòndere che traduciamo in italiano con rispondere. Quindi la responsabilità è la qualità per cui siamo chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Sempre in etimologia, il prefisso de (anch’esso derivante dalla particella latina) indica allontanamento.

Ed ecco la parola chiave, quella che mi aveva fatto sobbalzare leggendo l’articolo di Pech: de-responsabilizzazione. Cioè allontanare da sè la necessità di rispondere delle proprie azioni.

Nicola Pech racconta come gli incidenti in montagna hanno sempre portato con loro un’aura negativa e una vocazione dell’autorità pubblica a reagire a questi vietando la pratica “pericolosa”.

Dall’Ottocento (periodo in cui nasce l’alpinismo) fino a metà del secolo scorso, la tendenza era stata quella di considerare l’andar per monti un’attività elitaria. Chi lo faceva era orgoglioso di assumersene il rischio (lo considerava parte essenziale del guadagnarsi la libertà); le autorità erano felici di considerare quel manipolo di aspiranti suicidi come un male necessario.

Però, a partire dagli anni ’60/’70 del 1900, la montagna ha iniziato ad essere meta turistica. Non solo alpinisti e sciatori che, proprio perché parte di quell’elite autoreferente di cui sopra, consideravano fondamentale essere preparati ad affrontare la sfida dei monti, ma anche famiglie in gita e, di conseguenza, persone sprovvedute, non pronte all’ambiente alpino.

Parallelamente a questo incremento del flusso turistico è avvenuto uno spostamento della responsabilità dal turista al “custode” dei territori, cioè l’autorità che governa il demanio: sindaci e prefetti.

Non aggiungo altro, lascio che le conclusioni le traiate leggendo direttamente il bell’articolo di Nicola Pech (qui il link). Ma cito la frase che mi ha colpito: “La deresponsabilizzazione dell’individuo e la ricerca del colpevole non sono certo prerogative della montagna e dei suoi frequentatori ma sono ormai endemiche in società complesse e rigidamente organizzate come quelle in cui viviamo.”

uscita scialpinismo

La deresponsabilizzazione dell’individuo e la ricerca del colpevole.

I mali della nostra società.

Pensate a quante volte assistiamo allo scarica-barile (sinonimo meno elegante e più colorito di deresponsabilizzazione) nella nostra vita quotidiana.

Parliamo della scuola, ad esempio, la colpa è dei professori che pretendono troppo o non hanno voglia di far niente.

Un altro capro espiatorio per eccellenza è il Governo, preso di mira per qualsiasi cosa succeda: la pandemia, i treni in ritardo, la difficoltà a trovare lavoro.

I politici, proni a questa tendenza, fanno sfoggio retorico nel colpevolizzare il governo precedente, l’avversario politico, l’Europa, gli immigrati, la destra becera, la sinistra radical chic e via dicendo.

Ma l’unica cosa evidente è che tutti cercano di allontanare da sè la responsabilità. Hanno (abbiamo) timore di esser chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Invece la soluzione è proprio quella.
Farsi carico in prima persona delle cose che non vanno.
Trovare soluzioni invece di lamentare problemi.

Ed arriviamo alla gita di sci alpinismo.

Frequento un gruppo di appassionati. Ci siamo conosciuti ad un corso ed abbiamo continuato a praticare assieme questa bellissima attività a contatto con la Natura.

Negli scorsi mesi abbiamo dovuto fare slalom (mi si perdoni il gioco di parole) tra divieti e regolamenti. Ma non abbiamo mollato.
Siamo usciti (quando era permesso), seguendo le regole, limitando il numero di persone, limitando gli obbiettivi.
Abbiamo coinvolto i nostri amici guide alpine per garantire una maggior sicurezza.

Abbiamo continuato a sciare.

Sia chiaro, non c’è nulla di eroico in tutto questo.
Lo abbiamo fatto per soddisfare la nostra egoistica voglia di andare per monti.

Però ci siamo presi la responsabilità di metterci del nostro: pagare qualcosa in più, viaggiare un po’ più lontano, accettare alcuni compromessi sulle mete.
E il risultato è stato un rinnovato interesse che ha ulteriormente cementato il gruppo.

Non è sfuggendo alle responsabilità che miglioreremo la nostra vita.
Anzi… è proprio accettando di rispondere per le nostre idee ed azioni che renderemo la nostra esistenza degna di essere vissuta.

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Della gentilezza…

Un libro che è un manuale di sopravvivenza civile: ecco la mia recensione a “Della gentilezza e del coraggio” di Gianrico Carofiglio

Della gentilezza e del coraggio - Gianrico Carofiglio

Un libro strano di un autore che amo tantissimo.
Ho apprezzato Gianrico Carofiglio nella sua veste di scrittore, quando ho letto Ad occhi chiusi, seconda apparizione dell’avvocato Guerrieri. Un giallo particolare in cui è evidente la totale competenza con cui Carofiglio, ex magistrato, si muove nell’ambiente giudiziario.

Il libro mi era piaciuto così tanto che ho letto rapidamente gli altri gialli che aveva scritto, restando sempre più affascinato dalla lucidità di alcune riflessioni e dalla pulizia della scrittura. Entrambe doti che denotavano una grande chiarezza di idee.

Ma il vero colpo di fulmine è scattato nel 2010, quando ho acquistato, quasi per caso, La manomissione delle parole, opera curata da Margherita Losacco. In questo saggio Carofiglio, partendo dal presupposto che le parole sono importanti e che di esse bisogna aver cura e non manometterle a proprio uso e consumo, spiega il significato originale di cinque termini: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta.

Era il Carofiglio politico a parlare (era stato eletto nel 2008 al Senato della Repubblica) ma con la capacità di analisi del giurista. Per ogni parola spiegava l’uso e l’abuso che se ne faceva nei discorsi pubblici dei politici. Un grido di allarme, una richiesta di tornare ad un concetto alto di politica.

Lo leggevo e mi sembrava di leggere i miei stessi pensieri.

E quindi, quando è uscito questo “breviario di politica ed altre cose”, per usare il sottotitolo, l’ho iniziato e finito senza mai alzarmi dalla poltrona.

Si parla ancora di politica, ma questa volta da un punto di vista nuovo: è un manuale su come si dovrebbero affrontare le discussioni. Sia quando si è coinvolti, sia quando si è spettatori.

In un’epoca in cui vince chi urla più forte, Carofiglio propone di usare la gentilezza, il coraggio e il discernimento.

La gentilezza perché disarma e usa la violenza altrui come metodo di difesa.
Il coraggio come principale virtù per apportare i cambiamenti.
Il discernimento, cioè la capacità di porsi domande per capire se quello che ci viene detto è vero, verosimile o falso.

Un libretto di poco più di 100 pagine, ma denso di significato, da leggere e rileggere (e io non rileggo quasi mai un libro!).

Preziosa anche la bibliografia finale, che permette – se qualcuno ne avesse voglia – di approfondire il tema.

Un’ultima considerazione prima di lasciarvi alla lettura.
Non inganni il fatto che sia considerato un saggio: questo Della gentilezza e del coraggio è prima di tutto un manuale.

Un libretto d’istruzioni per il cittadino consapevole.

Della gentilezza e del coraggio
Gianrico Carofiglio
Edizioni Feltrinelli
119 pagg. / 14,00 euro

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La papera di gomma

Tra programmatori si usa fare il test della papera di gomma per trovare i problemi del software, ma anche nella vita può essere utile

La cosa non suonerà nuova agli sviluppatori di software, ma magari al resto del mondo sì: una paperella di gomma potrebbe essere il più fidato aiutante nel risolvere i nostri problemi.
Una sorta di maestro zen o di psicoterapeuta da tasca.

Quando un programmatore deve procedere al debugging del suo codice, secondo uno dei testi universitari fondamentali (mi riferisco a The Pragmatic Programmer di Andrew Hunt e David Thomas) uno dei sistemi più efficaci è quello di commentare passaggio per passaggio quello che dovrebbe fare il software spiegandolo ad una paperella di plastica: la chiamano Rubber Duck Theory.
[Per in non addetti ai lavori, i problemi di un software vengono chiamati bug e l’operazione di cercarli e risolverli viene chiamata debugging, NdA]

rubber duck

A ben pensarci è una pratica solidissima.
Obbligarsi a ripercorrere passo passo tutto il flusso, tutta la sequenza di comandi, aiuta da un lato a verificare se ci sono falle logiche, dall’altro a controllare che ogni passo faccia quello che avrebbe dovuto fare.

Magari qualcuno si chiederà perché parlarne con una papera di gomma e non con un essere umano. Ma lo scopo del test è chiarirsi le idee non chiarirle ad un’altra persona. Quindi avere un collega o un giocattolo inanimato è esattamente uguale.

Spesso ripenso alla Rubber Duck Theory quando scrivo questi miei post.
Esporre i miei pensieri ad un pubblico silenzioso (e non ad un amico durante una conversazione) mi obbliga a trasformare idee ed intuizioni in pensieri espressi, in frasi di senso compiuto.
Mi permette di mettere a fuoco quello che sto provando, quello che sto pensando, quello che mi è capitato.

Facciamo un salto di lato e pensiamo alla psicoterapia.
E’ prassi comune suggerire ai clienti di esprimere per iscritto il loro disagio.
Faccio qualche esempio. In un rapporto di coppia conflittuale spesso lo psicologo consiglia ai partners di scambiarsi una lettera in cui ognuno spiega le proprie ragioni, i motivi del contendere, le aspettative deluse.
Sempre in psicologia, viene sovente consigliato di tenere un diario nel quale annotare sensazioni, paure, gioie, accadimenti.

E’ il potere catartico della parola.
Quando trasformiamo un’emozione in una frase, riusciamo a renderla terza rispetto a noi. Possiamo osservarla da fuori e comprenderla meglio. Possiamo trasferirla ad altri.

In questo ultimo anno mi è capitato spesso di parlare da solo.
Magari chi mi vedeva da fuori pensava fosse pazzo.
Ma il motivo è che non vedeva la paperella di gomma gialla che tenevo in mano.
Stavo facendo il debugging della mia vita…

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