Flora

Alessandro Robecchi ci regala un altro giallo con Monterossi e soci impegnati questa volta nel rapimento di Flora De Pisis

Lo so di aver trascurato questo spazio. A mia parziale discolpa, vi invito a “prestare orecchio” al podcast Passaggi a Nord Ovest che dal 1 gennaio di quest’anno stiamo portando avanti con Denis Falconieri.
Sono cose diverse, ma assorbono entrambe tempo, e in queste ultime settimane ho prediletto il podcast a questo blog.
Comunque…

Non dirò nulla di nuovo quando vi racconto che amo i libri (e soprattutto i personaggi) di Alessandro Robecchi.

La settimana scorsa è uscito il suo ultimo giallo, Flora, l’ho acquistato, ho messo in pausa il mondo per qualche ora, e l’ho divorato.

Flora

Definirlo giallo, un po’ come per la maggior parte dei romanzi di Robecchi, è riduttivo. Si tratta di un’analisi della società contemporanea vestita da poliziesco.

La trama è presto detta.
Flora De Pisis, la conduttrice di Crazy Love un programma che Monterossi ha ideato diventando ricco e, al contempo, affondando nei sensi di colpa, viene rapita. La rete televisiva privata, amichevolmente definita dal protagonista “la fabbrica della merda”, produttrice del programma viene contattata per il riscatto, ma qui iniziano le sorprese.

E’ un giallo, non vi svelerò di più.
Al massimo potrei rimandarvi all’intervista con l’autore (che posto più sotto) in cui regala alcune indiscrezioni.

Vi dico però che per 365 pagine, Robecchi e la sua banda di investigatori, ci portano a spasso per una Milano estiva, con tutte le sue bellezze e i suoi controsensi.

E mentre, un po’ alla volta, scopriamo il folle progetto dei rapitori, veniamo coinvolti in una storia parallela, di altri tempi. Una storia tanto poetica quanto quelle proposte dalla televisione nazional popolare (che Flora De Pisis incorpora) sono invece grevi e senza spessore.

Robecchi offre una riflessione profonda che è un attacco alla televisione, mancato strumento di cultura e generatore di spazzatura mediatica.

Lo fa con garbo e con grande senso dell’umorismo. Non aspettatevi un saggio, ma una storia divertente che fa riflettere.


Flora
Alessandro Robecchi
Sellerio Editore
365 pp / 15,00 euro

Ascolta “Flora, un giallo di Alessandro Robecchi” su Spreaker.

La voglia di correre

Dopo alcuni anni, stimolato dalla bilancia, sono tornato a correre e questa volta è scattata di nuovo la magia…

Ai tempi del liceo, nonostante fosse uno scientifico, ricordo che si diceva che la matematica era una scienza ancillare, serviva a dimostrare gli assunti delle altre scienze.
Similmente, quando al pomeriggio mi recavo all’allenamento di canottaggio, il coach ci diceva che correre serviva a potenziare fiato, cuore e resistenza. La corsa era ancillare alla voga.

Invece io, bastian contrario, amavo la matematica per la sua eleganza formale e la corsa per la musicalità del suo ritmo. Insomma, erano ancillari per gli altri, ma regine per me.

Pensavo a tutto ciò mentre correvo sulla sterrata sotto casa.

Negli ultimi tre anni avevo abbandonato la corsa.
Prima c’era stata la decisione di non gareggiare più e di correre non per allenarmi ma per il piacere di farlo.
Poi, con la mancanza della continuità, anche il piacere era andato calando.
Poi c’è stato il primo lockdown, l’aumento del peso, un piccolo infortunio, i tentativi (peraltro subito abortiti) di ricominciare, la scusa della neve, del freddo, e tutte quelle migliaia di “ottime ragioni” che ciascuno di noi è maestro nell’inventare per rimandare l’uscita di corsa.

All’inizio della stagione invernale, uscendo con le pelli, mi ero reso conto che – rispetto all’anno precedente – ero migliorato come tecnica e drammaticamente peggiorato come forma fisica. A fine febbraio, sul quadrante della bilancia, il numero 93 mi ricordava impietoso che ero almeno 10 chili più pesante non del peso forma, ma di una condizione accettabile.

Ho reagito nell’unico modo che conosco: ho infilato le scarpette e sono uscito a correre, pur con la paura che sarebbe stato l’ennesimo fuoco di paglia.

Invece sono passate le settimane, le corse – pur brevi, pur lente – hanno preso una certa regolarità (tre volte a settimana), ho notato che fatico meno con gli sci e, soprattutto, mi è ritornata la voglia di correre.

panorami montani

Dico subito che il peso non è poi calato tanto. Mangio e bevo come al solito, sicuramente troppo, e così la bilancia non mi regala grandi soddisfazioni.

Ma ho ritrovato la bellissima sensazione di accorgermi del miglioramento da uscita a uscita. Non tanto sul crono (che ancora trascuro) ma proprio sulla facilità con cui corro e sul piacere nel farlo.

Certo è complice anche la stagione.
La Natura si sta lentamente svegliando, in pausa pranzo il sole batte caldo sulle spalle e compensa l’aria fredda che ti entra nei polmoni.
Tra gli alberi e nei prati che sono ancora gialli (qui ha nevicato anche ieri) si percepisce l’immensa energia che trasformerà tutto tra poche settimane.

C’è un pezzo del percorso che amo più di ogni altro.
Esco dal bosco in salita, compio ancora 500 metri su una poderale e sbuco su un altipiano dove, alzando lo sguardo, vedo le montagne stagliarsi candide contro il cielo azzurro.

E’ il mio premio.

Anche perché da lì inizia una discesa che “precipita” tra gli alberi fino al cancello di casa.

Negli ultimi anni, considerata l’età che aumenta, mi ero rassegnato a non poter più fare certe cose, a non poter più provare certe emozioni. Avevo in testa una lista di “piaceri che ormai era tardi per rivivere” e questa lista includeva anche il piacere della corsa.

La grande scoperta di oggi è che non è vero.
E vi dirò di più, se posso divertirmi ancora a correre su un sentiero, allora probabilmente devo rivedere la mia lista e darmi un’altra chance anche sugli altri fronti.

Ascolta “Il piacere di correre” su Spreaker.

In nomen omen

Nella vita siamo stati e saremo tante cose: ma sono le parole che ci definiscono o noi che diamo forma alle parole?

Probabilmente la maggior parte di voi che mi leggete avrete sentito questa locuzione latina, che significa letteralmente “nel nome c’è un presagio”, citata quando qualcuno porta scritto nel cognome il suo destino.
Ricordo quanto ci faceva sorridere che il capo della polizia si chiamasse Antonio Manganelli (lo cito pur sapendo che è mancato qualche anno fa, perché è stato au contraire uno dei più amati personaggi a ricoprire quel ruolo).

Non penso che il nome che ci assegnano i nostri genitori o il cognome che ereditiamo dalla famiglia ci definiscano.

Però, stimolato da un tweet in cui, in occasione dell’8 marzo, una ragazza elencava una serie di “cose” che era stata, ho provato a rifare lo stesso giochino.

[Permettetemi una breve digressione. L’8 marzo non è la festa della donna. Ma la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne. Non sfugga la differenza. Non si paragoni l’8 marzo alla festa del papà. E’ una cosa seria, non una trovata commerciale. Fine digressione.]

nomen omen

Quindi, scimiottando il tweet di cui vi ho raccontato, ho provato a fare un elenco di sostantivi che mi hanno rappresentato. In ordine temporale, non di importanza.

Figlio: avete mai pensato che dal primo istante della vostra vita siete figli di qualcuno? Credo che il debito di riconoscenza verso i nostri genitori non si esaurisca mai. Noi siamo perché loro sono stati.

Studente: un’altra situazione perenne. Inizi quando hai poco meno di sei anni (nel mio caso) e non smetti più. O perlomeno non dovresti smettere più. Studiare per apprendere, all’inizio. Poi studiare per capire. Studiare per fare.

Canottiere: lo dico con un sorriso, la parola canottiere evoca in me più Fantozzi che i fratelli Abbagnale, ma con grande affetto. Il canottaggio è stato il primo sport che ho praticato e da allora non ho più smesso. Praticare una vita attiva mi definisce come persona.

Sagrestano: di nuovo farà sorridere, ma da quando avevo 14 anni ho iniziato a fare tutta una serie di lavoretti che mi permettevano di comperare dei dischi che volevo, di avere due soldi in tasca per sentirmi indipendente. Così sono stato badante, bidello, magazziniere di una latteria e sagrestano.

Cantautore: lo dico sottovoce, ma mi serve ad esprimere un concetto. Erano gli anni in cui tutti sapevano suonare la chitarra e in Italia impazzavano i cantautori. Io, come tutti i miei coetanei, strimpellavo il piano e pizzicavo la chitarra. Ed un bel giorno ho iniziato a scrivere canzoni. E’ stata un’epifania. Ho scoperto che c’erano linguaggi per esprimere quello che avevo dentro. Oggi non scrivo più canzoni, ma continuo a far parlare il mio cuore.

Informatico: di nuovo un titolo per definire un insieme. Avevo fatto un corso per capire come funzionavano i computer (all’epoca erano delle diavolerie di cui nessuno comprendeva ancora le potenzialità). Il corso serviva a trasformarmi in un venditore IBM, io lo usai per infilarmi in un’azienda che faceva la cosa che più mi attirava a quei tempi: un editore di giornali. Inizia così, occupandomi dei computer, a frequentare l’ambiente. Poi mi spostai sulla parte di impaginazione, poi sulla progettazione grafica, infine inizia a scrivere articoli. Un mestierante più che un professionista. Ma scoprii che la gavetta ti insegna più della scuola.

Imprenditore: nei gloriosi anni degli yuppies (anche se la mia anima era più da hippy), influenzato dal fatto che ero abituato a mettere in pratica quello che mi passava per la testa, creai la mia prima società che forniva servizi agli editori dei giornali. E non ho mai smesso di cercare di mettere insieme opportunità ed idee.

Padre: ecco un’altra cosa che, una volta iniziata, non smetti più di fare. A differenza di marito, che sono stato solo per un lungo periodo, la mia vita da padre continua a regalarmi tensioni e gioie. Adesso che i miei due figli sono grandi e sistemati, ricevo solo gioie (e qualche mini preoccupazione auto indotta). Essere padre ti cambia. Soprattutto quando, dopo aver giurato e spergiurato che non avresti fatto gli errori dei tuoi genitori, ti ritrovi a ripetere le loro frasi. E capisci che siamo tutti espressione dello stesso ceppo.

Manager: è una parola che amo e che, spero, sia quella che mi rappresenta meglio. L’effetto Dunning-Kruger è un rischio che ho ben presente, ma direi che negli anni ho imparato a gestire le situazioni lavorative (e non solo). Credo che sia questo il compito di un vero manager.

Maratoneta: mentre approcciavo la boa dei 40anni e iniziavo a fare bilanci, non soddisfatto di come mi ero trasformato, ho cercato rifugio nello sport e, in particolare, nella corsa. Mi sono messo l’obbiettivo romantico di tagliare il traguardo di una maratona prima del compleanno e l’ho fatto. Poi però non sono più riuscito a smettere e la corsa è entrata prepotentemente nella mia vita, modellandola. Ho corso ovunque, poi ho scelto di correre sui sentieri e sono diventato un trailer ed un ultratrailer.

Scrittore: grazie alla corsa ho incontrato Giovanni e siamo diventati amici. E grazie a lui, siamo stati contattati da Mondadori per scrivere il nostro primo libro. Anche in questo caso è stata una specie di rivelazione. Una volta iniziato non sono più riuscito a smettere e ho scritto di tutto e dapperttutto. Scrivere mi aiuta ad interpretare la realtà in cui vivo. Sono diventato blogger per fissare per iscritto i pensieri che attraversano il mio cervello.

Sono stato tante altre cose per periodi più o meno lunghi, un conduttore televisivo, un presentatore di eventi, un volontario in cause in cui credevo, e penso che diventerò ancora molte cose.

L’ultima riflessione per oggi è la seguente.
Marzullo chiederebbe: “Le cose che siamo modellano la nostra esistenza o siamo noi a scegliere cosa diventare?”

Non tutti e non sempre abbiamo la fortuna di poter decidere, ma, qualsiasi sia il ruolo che il destino ci impone, è il modo in cui noi lo rivestiamo e, soprattutto, quello che impariamo facendolo, che definisce il tipo di persona che stiamo diventando.

Ascolta “In nomen omen” su Spreaker.

C’è tutto un mondo

Il mondo del pensiero non è alternativo al mondo reale, ma a questo dona una vividezza tutta particolare: prendete del tempo per la speculazione

Le mie giornate, come quelle di tutti, sono piene di cose da fare.
Doveri e piaceri.
E poi quel giusto mix di doveri che però ti riempie di soddisfazione portare a termine.

Fare, fare, fare. Viviamo soffocati da compiti pratici, da cose concrete. E ci dimentichiamo che dietro al mondo materiale c’è quello del pensiero, della speculazione.

Speculazione. Parola bellissima se applicata alle scienze umanistiche e non a quelle economiche.
Viene dal latino “speculari”, osservare. La stessa radice di “speculum”, specchio. Ma mentre lo specchio rimanda all’osservazione della propria immagine, la speculazione umanistica volge lo sguardo al mondo esterno.
Per speculazione si intende il processo intellettivo che dal particolare cerca di dedurre il generale; dai fatti, la regola; dalle azioni, le motivazioni.

speculazione

Agire senza riflettere funziona molto bene in situazioni di emergenza, ma nel restante 99% della nostra vita è una scelta miope.

Fare qualcosa perché si è scelto di farla dopo attenta valutazione, regala all’azione una profondità ed una prospettiva.

Profondità perché ogni azione compiuta consapevolmente sarà fatta meglio, più efficacemente e con maggiori riscontri e ricadute pratiche.

Prospettiva perché un’azione deliberata punta in una direzione precisa, fa parte di un progetto, ed ha effetti che durano nel tempo.

Osservare e comprendere il mondo che ci circonda richiede occhi curiosi e mente aperta, obbiettività intellettuale. E – come per ogni altro campo umano – tanto allenamento.
Se poi si inserisce se stessi nel quadro che si osserva, presupposto fondamentale per prendere una decisione, diventa ancor più difficile essere obbiettivi.

Ma sono convinto che sia importante per continuare a crescere.

Personalmente trovo molto utile un esercizio che ho iniziato a fare quasi per caso. Tanto tempo fa, ero ancora un ragazzino, mi era stato chiesto il motivo di una mia azione e la domanda mi aveva spiazzato lasciandomi nel cuore un profondo senso di disagio e facendomi promettere che non sarebbe più capitato.

Da allora sono sempre pronto ad argomentare ad alta voce, punto per punto, ogni mio comportamento. E questa abitudine mi obbliga a porre attenzione su quello che faccio e a ragionare su esso.

Ma non è ancora questo il beneficio maggiore della speculazione.
Il vero premio che deriva dalla costante tensione verso la comprensione di ciò che accade intorno a noi è la maggior vividezza che assume il mondo.

Quindi prendetevi del tempo per questo esercizio.
Seduti sul divano, con la televisione spenta e magari un libro abbandonato in grembo.
Oppure rallentando il passo nel bosco e seguendo le spire del volo di un falco.

Rallentate e lasciate la mente vagare…

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Vivere di montagna

Trasferirsi a vivere in montagna è stato un passaggio importante nella ricerca di un equilibrio che questa fase della mia vita richiedeva

Odio le mode.
Sono una di quelle persone che sceglie ostinatamente di allontanarsi dal pensiero comune (il mainstream come dicono gli inglesi); uno di quelli che cerca la propria strada, che evita i best seller, che non compera l’abito alla moda, non ascolta le hit.

Eppure mi trovo coinvolto in questa tendenza che sta diventanto moda.
Nel 2018, dopo che per anni ho fatto il pendolare – settimana a Milano, weekend in montagna – mi sono trasferito in Valle d’Aosta.

A dirlo così sembra un colpo di testa, invece era un progetto a lungo cullato.
Ho cercato ed acquistato una casa; mentre aspettavo che i miei figli abbandonassero il nido ho sistemato la casa, trasformandola da alloggio vacanza in abitazione; e finalmente ho compiuto il grande passo e spostato il mio baricentro nelle Terre Alte.

Sono due le domande che mi vengono poste più frequentemente: perché lo hai fatto? E adesso lo rifaresti?

scialpinismo

Partiamo dalla seconda. Lo rifarei? Adesso sì.
Milano è una città che ho amato e amo ancora. E’ viva, è energizzante, ricca di opportunità e stimoli, culturalmente all’avanguardia. Ci ho vissuto per quasi vent’anni e mi ha dato tantissimo. Professionalmente certo, ma anche umanamente.

Il passaggio dalla metropoli al paese di poche decine di abitanti, paradossalmente non è stato un trauma. Forse perché non è stato un abbandono ma un allontanamento.
Oggi so che Milano è là. Ci torno sovente per lavoro e per amicizia, ma sto bene qui.

Ogni vita ha le sue fasi e, nella mia esperienza personale, ogni fase ha un suo luogo.
Milano è stato quello dell’agire. Emarése, il paese dove vivo, è quello del riflettere.

Arriviamo così alla prima domanda: perché?

Credo che sia tutta una questione di equilibrio.
Avevo bisogno di ritrovare un contatto onesto con la Natura, con il mondo, con la materia da cui veniamo.
Volevo recuperare quella semplicità delle cose essenziali, dei gesti minimi.

Sia chiaro, non dipende dagli altri o dal luogo dove abiti. Il processo di semplificazione (il downsampling per usare un altro termine inglese) dipende esclusivamente da noi, dalla nostra mente.
Ma per me significava molto allontanarmi fisicamente dal mondo artificiale e complesso della grande metropoli.

Oggi sono sereno.
Vivo in montagna. Vivo di montagna.
Non tanto per il sostentamento economico, ma per l’orientamento esistenziale.

Andar per monti ti insegna uno stile che poi applichi naturalmente anche nel sentiero della vita.

Contare sulle tue forze; accettare la fatica; tenere il passo; appoggiare bene un piede prima di muovere l’altro; confrontarti con i tuoi limiti. Ed ancora, continuare ad esplorare; accettare le condizioni metereologiche su cui non hai controllo; adattarti alle stagioni.

E’ uno stile di vita che diventa parte della tua natura.
E’ quello che cercavo quando mi sono trasferito.
E’ quello che intendo quando dico che vivo di montagna.

Ascolta “Vivere di montagna” su Spreaker.

Il valore delle cose

E’ difficile misurare il valore che di un oggetto, non ci aiuta il prezzo che riflette il desiderio, ma quello che siamo pronti a sacrificare

Spesso mi interrogo su temi astratti. Parto con i miei ragionamenti astrusi e alla fine mi ritrovo, se considero solo gli aspetti pratici, con un pugno di mosche in mano. Ma a guardare il quadro generale con una maggior comprensione, consapevolezza, di chi io sia veramente.
Mmmm, un bell’incipit incasinato. Se fossi un lettore forse mollerei qui il post…
D’altronde confesso che questo blog lo scrivo e non lo rileggo. Quindi sovente segue tortuosi giri di ragionamento invece della buona regola dell’esposizione lineare.

La domanda da cui sono partito è: come si fa ad attribuire il valore ad un oggetto? (Il tema mi è caro e ne ho parlato anche qui).

Accettiamo come dimostrato il principio per cui il valore non è universale: un libro per me sarà prezioso (a causa dei ricordi, dell’autore, del tema) e per altri magari varrà poco o niente.

crepaccio

L’unico oggetto che per definizione ha un valore identico per tutti è il denaro. Ha un valore reale (il costo della carta) vicino a zero e un valore nominale deciso dall’autorità monetaria (e in parte dal mercato). Nasce proprio con questa funzione, fungere da moneta di scambio nel baratto di beni e servizi.

Ma oggi mi interrogo sul valore reale delle cose, non su quello nominale.

Quindi tralasciamo anche di parlare di prezzo, se non come indicatore di desiderio.
Un paio di jeans Levis 501 costano molto di più di un paio di jeans Carrera che a loro volta costano molto di più di un paio di marca “blu gins” (ok, gli esempi di marche denunciano chiaramente la mia età e la mia scarsa dimestichezza con il mondo della moda).
Il prezzo è fissato dall’incontro di domanda e offerta: più un prodotto è desiderato, più salirà il suo prezzo.

Occhio, sale il suo prezzo non il suo valore.
Quindi una regola chiara, che non mi aiuta però a comprendere il valore oggettivo di un bene. Ma che mi permette di chiarire che un oggetto molto desiderato avrà un prezzo alto, non un valore alto.

Io sono alla ricerca di un metro per misurare quanto qualcosa davvero valga.

Un altro principio generalmente riconosciuto è che condizioni particolari determinano variazioni di valore. Un pezzo di pane vale molto di più se non mangi da giorni. Una coperta calda sul letto vale molto d’inverno e poco d’estate. Una medicina vale solo se sei malato. E via dicendo…

Ultima premessa, ovvia ma necessaria.
Rigetto in modo pregiudiziale che ogni cosa possa avere un prezzo. Non si può attribuire un valore economico ad un sorriso, all’amicizia, alla bellezza di un paesaggio, alla gioia di un obbiettivo raggiunto.

Quindi come faccio a capire quando valga per me una cosa?

Credo che l’unico metodo per capirlo sia domandarsi a cosa sia pronto a rinunciare per essa.
A quanto sia pronto a lottare per ottenerla.

Se tengo a raggiungere una cosa (materiale o immateriale che sia) sarò pronto a farmi in quattro, a sacrificare molto sulla strada per arrivare al mio obbiettivo.

Voglio correre una maratona? O scalare un monte? O scrivere un libro?
Per ognuno di questi risultati dovrò dedicare ore e ore di allenamento e duro lavoro.

Voglio comperare una baita? Voglio diventare il proprietario di un cavallo? Voglio acquistare un quadro di un certo pittore?
Anche in questo caso dovrò lavorare, e risparmiare, e magari cambiare il mio stile di vita.

C’è un ultimo campo dove credo che funzioni questo metodo, ed è il rapporto interpersonale.
La dimostrazione di quanto io tenga ad una persona, un amico, un compagno, un fratello, un genitore, la posso misurare in quanto del mio tempo e del mio orgoglio sono pronto a mettere in gioco.

E spesso è proprio la disparità tra quello che uno e l’altro sono disposti a fare che scava crepacci difficili da superare.

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