Elogio dell’errore

L’errore non è un male, imparare a riconoscerlo ed evitarlo ci porta verso la perfezione. E ammettere i propri errori ci trasforma in persone migliori.

Una delle doti che più ho imparato ad apprezzare nelle persone è la capacità di ammettere i propri errori. Magari perché è una di quelle virtù che si incontrano davvero raramente.

L’errore è insito nell’agire umano, mi verrebbe quasi da dire che lo caratterizza. Tutti sbagliano. Guccini, nella divertentissima Genesi, cantava “chi non fa, non falla”: l’unico metodo per non sbagliare è quello di non fare nulla, di rifuggire decisioni, scelte, azioni. Ma nella mia personale classifica di cose da abborrire, l’inazione è sicuramente nella top five.

L’errore è sintomo di progresso.
A meno che non ci si incaponisca a fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi (che Albert Einstein considerava sintomo di follia), lo sbaglio coincide con l’opportunità di trovare la strada giusta.

Sbagliare è anche una palestra fenomenale per lavorare sulla nostra forza di volontà. Immagino le centinaia se non le migliaia di ore passate da un musicista professionista per provare un brano o da un campione dello sport per acquisire un movimento tecnico: l’errore è la boa che segna il percorso verso la perfezione.

L’errore è anche un fondamentale memento della nostra fallacia: ci sbatte in faccia che non siamo dio, ci obbliga ad un salutare bagno di umiltà.

Insomma, tutto possiamo dire dell’errore salvo che è un male.

cappello asino

Allora tornando al mio punto di partenza, il modo in cui si reagisce ad un errore è il termometro del valore di una persona.

Gli uomini con più esperienza, quelli saggi, imparano a riconoscere i propri errori e quelli degli altri. Cercano di comprenderne la causa e, lavorando su essa, ripetono l’azione evitando di ripetere l’errore. È la virtuosa (seppur faticosa) salita verso il successo di cui parlavo prima.

Ammettere un proprio errore è il secondo passo (dopo averlo riconosciuto) verso l’elevazione.

Assumersi la responsabilità di un errore è pratica poco comune ma necessaria al miglioramento. Chi non riesce a farlo dimostra a tutti la propria insicurezza, la paura di affrontare il giudizio altrui.
La cosa curiosa è che la predisposizione a negare la propria responsabilità viaggia di pari passo con la tendenza a giudicare (e condannare proterviamente) gli errori altrui.

Ma queste persone hanno un problema maggiore: devono vivere (e atteggiarsi) all’altezza di questa loro supposta infallibilità. Scoprirete dunque che danno giudizi ad ogni pié sospinto, consigli anche quando non gli vengono richiesti, che si inalberano se una loro affermazione o presa di posizione viene discussa o, non sia mai, confutata.

La loro apparente sicurezza è così fragile da non poter accettare critiche, valutazioni, consigli.

Sono i classici giganti con i piedi di argilla, una razza completamente diversa dai giganti veri che non temono di mettere in discussione le loro idee e di ammettere – qualora fosse il caso – i loro errori.

I primi vivono una vita tesa, sempre sul chi va là, con una perenne necessità di conferme e una spasmodica ricerca di approvazione. I secondi vivono sereni, accettando la loro fallacità, crescendo e migliorando di errore in errore.

Personalmente cerco di seguire questa via, ben conscio non solo della mia fallibilità ma anche dei numerosi limiti che i miei errori evidenziano. E sono grato a tutti coloro che mi segnalano (a prescindere dal motivo per cui lo fanno) un mio errore, nella speranza di comprenderlo e di imparare come non ripeterlo.

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Fare musica

Per alcuni anni la musica era sparita dalla mia vita, adesso è tornata e mi ha riempito di gioia. E sono tornato a suonare…

Ciclicamente sono colpito dai sensi di colpa perché trascuro questo spazio. Non mi obbliga il dottore – come si dice – in fondo è una mia scelta, ma un po’ per pigrizia, un po’ per cronica mancanza di tempo, anche quando avrei qualcosa da dire, finisce che taccio.
Ma ieri mattina ho notato una cosa che mi ha folgorato: nella mia vita è tornata la musica!

Non so come sia successo, forse ero distratto a seguire altre vie, ma un po’ alla volta la musica era sparita.

Da ragazzo suonavo per ore la chitarra (me la portavo anche in bagno), e quando non suonavo ascoltavo la radio, le cassette, i vinili. Poi erano arrivati i cd e i file audio, ma io non li cercavo più. Persino in auto, preferivo ascoltare i programmi di intrattenimento basati sulle parole e intervallati da brani commerciali. E le serate con gli amici giravano attorno alle chiacchierate più che alle chitarre.

chitarra classica

Per più di dieci anni c’era questa assenza come uno sfondo: un’ombra scura che assorbiva i colori.

Poi è successo qualcosa. Ho avuto bisogno di dare una svolta (un’altra) alla mia vita. Prima c’è stata Alexa (lo racconto qui) e ho iniziato a cercare le canzoni che amavo. Poi, per caso, ho preso parte ad uno spettacolo in piazza e lei era lì ad aspettarmi. Appena ho sfiorato una chitarra, la musica è tornata prepotentemente nella mia vita.

Ogni viaggio in auto è occasione di ascoltare e cantare (sovente a squarciagola), la chitarra è tornata a farmi compagnia la sera sostituendo la televisione, insieme ai vecchi cantautori che già avevano contribuito alla mia formazione. E un paio di sere orsono, due amici sono venuti a cena da me, e siamo finiti a strimpellare cercando di rammentare accordi e vecchi testi.

Con la musica sta tornando anche la gioia nel mio cuore, ed in fondo era questo che volevo raccontare. Ho di nuovo energia da profondere in nuovi progetti, ho voglia di lanciarmi in nuove sfide che si presentano all’orizzonte.

E un po’ mi chiedo: ma sono felice perché è tornata la musica oppure la musica è tornata perché sono di nuovo felice?

Lascio a Marzullo il compito di risolvere l’enigma, io preferisco crcare di ricordarmi come faceva quel giro di accordi che mi piaceva tanto…

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