Non esistono posti lontani

Finalmente posso parlare di questo libro che ho letto un paio di settimane fa e che da domani sarà in tutte le librerie

Ho avuto la fortuna di leggerlo un paio di settimane fa, quando l’ho ricevuto in anteprima per poterlo presentare durante la rassegna Saint-Vincent Livres, ma dal 9 luglio sarà in tutte le librerie.

non esistono posti lontani

Tutti i libri di Franco Faggiani scorrono veloci come l’acqua di un torrente: la storia si svela pagina dopo pagina, i personaggi appaiono e scompaiono mentre i protagonisti crescono e si fanno amare.

Ogni storia che Franco Faggiani racconta, diventa un viaggio, e alla fine chiudi il libro e già hai nostalgia di quella voce che ti ha tenuto compagnia.

“Non esistono posti lontani” è il terzo romanzo che questo prolifico autore pubblica con Fazi.
Non si tratta di una serie, ma dopo le montagne del Piemonte de “La manutenzione dei sensi” e quelle giapponesi de “Il guardiano della collina dei ciliegi” ero curioso di scoprire su quali montagne l’avrebbe portato la fantasia. E non sono stato deluso…

Al centro della storia c’è di nuovo una coppia improbabile: Filippo Cavalcanti, un professore ed archeologo romano avanti negli anni e Quintino Aragonese, un giovane meccanico trafficone di origini campane. Impareranno a fidarsi l’uno dell’altro e il rispetto diverrà presto amicizia.

Siamo nei mesi finali della seconda guerra mondiale. I tedeschi stanno abbandonando l’Italia spinti dagli Alleati che sono sbarcati ad Anzio, ma vogliono portare con loro in Germania alcune opere d’arte che il regime fascista compiacente ha loro concesso.

All’archeologo, declassato a factotum del Ministero dell’Educazione Nazionale per non aver aderito al Partito, viene dato il compito di lasciare Roma e di andare a Bressanone per controllare che i capolavori fossero imballati con cura.

In lui scatta qualcosa e decide, aiutato dall’improbabile compagno di avventura napoletano, di rubare a sua volta i tesori ai tedeschi e di restituirli all’Italia.

A bordo di un vecchio camion, amorevolmente riparato e manutenuto dal napoletano, scenderanno la penisola lungo la dorsale degli Appennini. Il viaggio sarà denso di emozioni ed incontri e il finale, per nulla scontato, saprà sorprendervi.

Sono molte le sfaccettature appassionanti di “Non esistono posti lontani”.

In primis la figura del protagonista. Filippo Cavalcanti è austero, quasi ingessato, con i piedi ben piantati in un sistema di valori tradizionale e una solida cultura classica. Eppure saprà adattarsi ad un mondo che sta cambiando.

Il rapporto tra Filippo e Quintino nasce sotto un pessimo presupposto, ma si sviluppa rapidamente. Potrebbero essere padre e figlio, ma – pur non comprendendosi a pieno – si rispettano ed imparano l’uno dall’altro.

Infine il bellissimo sfondo a tutta la storia, quei panorami dell’Appennino, i piccoli paesi della Toscana e del Lazio, le figure evocate dall’autore, il pastore, il vecchio abate, il mercante… insomma un mondo antico riportato alla luce per fare da coprotagonista nella storia.

Mi mordo la lingua e mi fermo qui per non rubarvi il piacere di scoprire di più.

Non esistono posti lontani
Franco Faggiani
Fazi Editore, Le strade
285 pagg. / 18,00 euro

Una coperta di neve

Il nuovo libro di Enrico Camanni e un avvincente giallo ambientato intorno al Monte Bianco. Protagonista la guida Nanni Settembrini e un’alpinista…

Una coperta di Neve

Mi è oggettivamente difficile non avere un pregiudizio. Enrico Camanni, l’autore di questo giallo, è uno dei miei punti di riferimento per quanto riguarda la storia della montagna e dell’alpinismo. Giornalista e scrittore, è una di quelle voci che seguo regolarmente, sia attraverso la carta stampata che nelle conferenze pubbliche.

Paradossalmente ne ho apprezzato le capacità di romanziere in tutti i molti saggi che ho letto (cito a campione La guerra di Joseph e lo stesso Alpi ribelli), la sua scrittura – senza scivolare nell’epico – riesce a trasformare la Storia in un racconto.

Avevo letto, molto tempo fa, il primo romanzo in cui appariva lo stesso protagonista (La sciatrice, Vivalda Editore, 2006) mi era piaciuto ma non mi aveva lasciato un ricordo profondo, anche perché in quel periodo cercavo storie vere di montagna e non storie di fantasia.

Invece sono incappato in questo giallo nel momento perfetto: stavo leggendo parecchi saggi e avevo voglia di una lettura che mi distraesse.

In breve la storia: Nanni Settembrini è una guida alpina che vive in Valle d’Aosta ed è capo del locale Soccorso Alpino. In questo suo ruolo, viene coinvolto in un intervento a seguito di una valanga che travolge un’alpinista.

I soccorritori riescono ad estrarla ancora viva (seppur incosciente) e la caricano sull’elicottero in direzione dell’ospedale. Ma quando continuano le ricerche seguendo la corda cui era legata, arrivano ad un capo libero senza trovare il compagno.

L’alpinista si sveglia dal coma ma non ricorda più nulla, lasciando il dubbio se fosse sola o meno sul ghiacciaio.

Toccherà a Settembrini, insieme ad una psichiatra incontrata sul luogo dell’incidente (lei e il compagno avevano allertato i soccorsi) ricostruire l’intera vicenda.

Non aggiungo altri particolari del plot per non togliere la suspance alla storia. Ma mi piace segnalare che il romanzo è ambientato intorno al Monte Bianco, si parla di montagna con una proprietà ed una conoscenza davvero rara (e non potevo aspettarmi nulla di diverso da uno scrittore/alpinista come Camanni) ma soprattutto che non si parla di sola montagna.

C’è molta vita in questo “Una coperta di neve”. La storia di Settembrini e il suo passato che torna prepotentemente alla luce. I suoi problemi di uomo divorziato con due figlie molto diverse.

A ben pensarci è un libro tutto al femminile: due figlie, una ex moglie ed una compagna, una madre, un’alpinista vittima dell’incidente, una psichiatra che lo aiuta, un’infermiera burbera che svela il suo lato più umano.

Sembra che Camanni si sia avventurato in esplorazione di una nuova via: quella dell’universo delle donne.

Leggetelo e mi saprete dire…

Una coperta di neve
Enrico Camanni
Mondadori, I gialli
293 pagg. / 16,00 euro

La storia siamo noi?

Un saggio storico che si legge quasi come un romanzo. Harari fa centro di nuovo e ci offre una visione (terrorizzante) del futuro dell’umanità

Homo Deus Harari

Ci ho messo un bel po’ ad iniziarlo, ma sono arrivato in fondo quasi si trattasse di un romanzo più che di un saggio. D’altronde già il precedente Sapiens, Da uomini a dei dello stesso autore, mi aveva stregato.

Yuval Noah Harari è uno storico con una certa predisposizione alla divulgazione. In questo suo saggio, Homo Deus prosegue l’analisi del precedente e, come si evince dal sottotitolo (Breve storia del futuro) tenta di capire cosa ci aspetta.

Ho sempre invidiato lo sguardo dello storico.
Si pongono ad una distanza di sicurezza dai fatti, quasi non ne fossero coinvolti in prima persona.

Harari parte da un presupposto: l’umanità, dopo essersi garantita il predominio assoluto del mondo, ha sconfitto le tre grandi cause di morte che la minacciava di estinguersi nel passato: le guerre, le carestie, le epidemie.

Partiamo dalle epidemie (visto il Corona Virus). L’autore ha scritto il libro nel 2016 e sosteneva che ormai le grandi malattie del passato (vaiolo, peste, influenza spagnola) sono state debellate o sono controllabili. Attualmente si muore più per ragioni legate alla scarsa attenzione del paziente che per una pandemia. E i numeri del covid19, in effetti, gli danno ragione. Anche se ha stravolto la nostra vita, sicuramente non mette a repentaglio la razza umana.
[Qui trovate un articolo dello stesso autore sul Corona Virus]

Anche le carestie sono scomparse: muoiono più esseri umani di diabete che di fame. Similmente per le guerre: pur continuando ad esistere dei conflitti nel mondo, il numero dei suicidi batte il numero delle vittime di guerra.

L’idea di Harari, insomma, è che l’umanità – a meno che non decida di farsi del male da sola – non è più a rischio di estinzione. E può ora puntare ai tre nuovi grandi obbiettivi: l’immortalità, la felicità, diventare dio.

E qui mi fermo, non voglio anticipare altro.

Il bello di questo libro è che ogni teoria è accompagnata da esempi concreti che toccano la quotidianità della nostra esistenza. Si parla delle macchine a guida autonoma di Google piuttosto che dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’economia.

Ovviamente gli impatti a livello globale, non quelli del nostro piccolo mondo individuale.

Eppure, mentre scorrevo le pagine e, francamente, venivo terrorizzato dalle teorie di Harari, venivo stimolato a pensare come tutto ciò si riverberava nella mia vita di ogni giorno.
In più di un’occasione sono stato tentato di dire, mutuando un vecchio slogan pubblicitario del Cynar, “fermate il mondo, voglio scendere!” e subito dopo mi ritrovavo a pensare come sfuggire alle implacabili regole della storia.

Harari immagina un futuro in mano agli algoritmi, dove l’uomo è stato sostituito dalla macchina in tutti i lavori dove si richiede velocità di calcolo o un’enorme capacità di analisi dati.

Nella seconda metà del libro ho iniziato a trovarmi sempre meno d’accordo con lo scrittore che, anche per dare enfasi alla sua teoria, parlava per iperboli ardite (almeno a mio giudizio)… ma nel finale Harari torna a dubitare e questo, oltre a farmelo sentire più vicino, ha rimesso nella giusta prospettiva l’intero volume.

Da leggere. Sicuramente.

Homo Deus
Yuval Noah Harari
Bompiani, Tascabili
547 pagg. / 16,00 euro

Più di un libro, una saga

7 thriller disseminati di piccoli pezzi di un’unica storia. Da leggere assolutamente nell’ordine…

Oggi vorrei raccontarvi di un autore che ho conosciuto tramite il mio amico Geo che spesso mi consiglia dei libri (e non solo).
Si tratta di Lars Kepler, svedese, giallista, decisamente di successo.
La prima anomalia è che non è un autore, ma una coppia di autori (trovate qualche notizia in più qui su Wikipedia).
La seconda cosa che mi ha affascinato è che nei sette libri finora scritti, tutti con lo stesso cast, le idee si sviluppano non solo dal primo capitolo all’ultimo ma anche, almeno parzialmente, da un libro all’altro.
A ben vedere si tratta di un progetto unico che racconta dell’investigatore finlandese Joona Linna e di tutto il mondo che ruota intorno a lui.
Anche per questo è fondamentale leggerli nell’ordine.

Ipnotista

Come dicevo ci sono sette libri.

L’Ipnotista (2009), un uomo viene trovato morto in una palestra.
Quando i poliziotti vanno a casa sua per comunicare la notizia ai familiari scoprono che la moglie e i due figli sono stati barbaramente aggrediti.
Solo il ragazzo più grande è ancora in vita, seppure in gravi condizioni. Per interrogarlo chiamano un ipnotista…

L’esecutore (2010), un assassino spietato e infallibile miete delle vittime apparentemente a caso. Sarà Joona Linna a comprendere, pezzo per pezzo, la trama dietro alle esecuzioni fino a risalire ad un uomo in grado di trasformare i tuoi peggiori incubi in realtà.

La testimone del fuoco (2011), una storia davvero angosciante. Un duplice omicidio in una casa di recupero per ragazze con problemi mentali. Una delle pazienti è in fuga e rapisce un ragazzino. La polizia si concentra su di essa, ma Linna intravede delle discrepanze nella storia. Persino una medium si mette in contatto con lui…

L’uomo della sabbia (2012), per la prima volta le tracce disseminate nei precedenti libri, i flashback dell’ispettore Linna, diventano protagonisti. La storia inizia con un giovane trovato a passeggiare su una linea ferroviaria. Pronuncia frasi disconesse e viene direttamente dal passato del detective, un passato da cui ha disperatamente cercato di fuggire pagando un prezzo elevatissimo.

Nella mente dell’ipnotista (2014), un serial killer invia alla polizia un video delle donne che sta per uccidere. Il marito di una di esse, l’unico che potrebbe dare dei dati utili per individuare l’assassino è sotto shock. Per interrogarlo viene chiamato dalla polizia il dottor Bark, l’ipnotista coinvolto nel primo romanzo della saga. La storia si sviluppa ed inviluppa fino ad un imprevedibile finale.

Il cacciatore silenzioso (2016), l’omicidio del ministro degli esteri svedese è messo a tacere per non dare adito a sospetti di terrorismo, ma la polizia segreta indaga. L’affascinante ispettrice Saga, che avevamo conosciuto negli altri romanzi, è in prima linea. Il suo buon amico Linna, coinvolto quasi per caso, le darà una mano a scoprire che sotto c’è qualcosa di diverso. Intanto i morti continuano ad aumentare.

Lazarus (2018), è il romanzo che chiude la saga. Quando Joona Linna crede finalmente di aver fatto pace con il passato, scopre che il passato può ritornare. In una rocambolesca avventura contro un assassino spietato ed apparentemente invincibile, si rinnova l’epica sfida tra il bene e il male.

Un gran bel viaggio.
Tutti i romanzi sono thriller inquietanti ed angosciosi. Sono tutti ambientati nei paesi nordici (Svezia e Finlandia) e risentono della cultura di quelle zone.
Per nulla scontati, ti tengono con il fiato sospeso fino all’ultima improvvisa svolta nelle indagini.

Ben scritti e scorrevolissimi, mi hanno aiutato a passare qualche settimana di isolamento da Corona Virus.

Maratona Narcos

Cosa c’è di meglio di un bel libro di 900 pagine a farti compagnia?

Il confine - Don Winslow

Sono un drogato, anzi un doppio drogato, di libri e della fortunata serie Narcos che ho guardato dal primo all’ultimo episodio più di una volta.
Non so perché, ma mi affascinano la lingua (lo spagnolo messicano e il gergo), l’assurdo codice d’onore che esiste e scompare a seconda delle necessità, la strabiliante distanza tra gli estremamente poveri ed estremamente ricchi, e non ultimo il fatto che siano storie che attingono alla realtà.

A metà di questo isolamento da corona virus, mentre leggevo le novità appena arrivate in libreria, ho trovato un libro che ha colpito la mia attenzione. Si tratta de Il confine di Don Winslow.

Grazie ad un incontro carbonaro con Maria Teresa, la mia amica libraia, (sembravamo davvero un drogato che incontra in piazza il pusher) mi sono procurato un po’ di libri per rimpolpare la mia scorta e non ho mancato di mettere in elenco anche questo.

Il romanzo fa parte della saga di Art Keller, segue Il potere del cane e Il cartello, e racconta della guerra tra le bande di trafficanti di droga, guerra tra loro e guerra dei governi per stroncarle.

Questo terzo volume vede Keller, che nel frattempo è diventato capo della DEA, provare a combattere i narcos colpendo il lato americano del loro commercio.

I legami di interessi e denaro tra Wall Street e il cartello messicano sono i veri protagonisti della storia: un commercio che muove milioni di dollari, e il potere che quel denaro garantisce, diventano l’obbiettivo della nuova avventura di questo eroe americano che, pur con fini eticamente ineccepibili, accetta di giocare sporco.

La scrittura di Don Winslow è assolutamente fluida. Leggi e ti sembra di assistere ad una serie tv. I capitoli scorrono veloci e fatichi a metter giù il libro alla sera, ansioso di seguire le storie dei vari personaggi. Così le 900 e passa pagine volano in poche ore.

Ma l’aspetto che mi ha colpito di più è che l’autore descrive un ipotetico presidente degli Stati Uniti con particolari che rimandano a Donald Trump. Gli ha cambiato nome, ma tutto il resto (compreso il senso di scoramento e il crollo della fiducia nelle istituzioni post elezione) è ripreso pari pari dalla realtà.
Mi sono stupito che Winslow non sia stato attaccato frontalmente da Trump, e ho iniziato a seguirlo su Twitter (questo il profilo) scoprendo un uomo attento alla quotidianità e che ama dire la sua senza peli sulla lingua.

Che in giorni come questi, è sempre un piacere…

Il confine
Don Winslow
Einaudi, Stile Libero BIG
922 pagg. / 22,00 euro

La misura del tempo

Ecco l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio

La misura del tempo

Torna in libreria Gianrico Carofiglio con il suo personaggio più amato, l’avvocato Guido Guerrieri con tutti i suoi dubbi, le sue divagazioni, le sue preziose imperfezioni che ce lo fanno sentire vicino ed umano.

La storia è semplice: un ragazzo è stato condannato per un omicidio. A coinvolgere Guerrieri è la madre del condannato, vecchia fiamma dell’avvocato barese, che dovrà quindi difenderlo in appello provando ad instillare nei giudici il celeberrimo ragionevole dubbio.

Per Carofiglio è l’occasione per affrontare in parallelo due temi che lo appassionano.

Il primo, che è anche il motivo del titolo, è il Tempo e il suo scorrere.
Nelle parole di Guerrieri si riconosce anche la voce dell’autore che si interroga sull’invecchiare.

Il Tempo sembra eterno quando si è giovani ed è invece un’unità ben definita e veloce via via che si invecchia. La formula per ingannare il Tempo è continuare a cambiare, uscire dalla routine, ma così facendo si tendono ad anestetizzare le emozioni…

Il secondo tema è il rapporto tra la giustizia (intesa come insieme di apparato giuridico e apparato legislativo) e l’etica.
Carofiglio esplora ripetutamente questo tema, prima attraverso una lectio magistralis che fa pronunciare a Guerrieri di fronte ad aspiranti magistrati (un capitolo che da solo vale il libro) e poi spiegando fin nei dettagli come funziona il sistema giudiziario italiano (senza mai diventare professorale o noioso).

A contorno di questi temi scorre la storia e i soliti personaggi estremamente ben caratterizzati, dalla collega/amante di turno al gestore di un’improbabile libreria aperta solo di notte.

Gianrico Carofiglio è davvero bravo.
La sua prosa chiara ed avvincente evidenzia la lucidità del pensiero e la passione per l’approfondimento filosofico (in parte trattato esplicitamente attraverso il professore che cura la mente con la filosofia).

Peccato duri poco… avrei voluto ci fossero almeno altre dieci capitoli…

La misura del tempo
Gianrico Carofiglio
Einaudi, Stile Libero
288 pagg. / 18,00 euro

Il figlio della montagna

Tom Ballard il figlio della montagna

Non dev’essere stato facile per Marco Berti scrivere questo libro.
Arrivato in libreria pochi mesi dopo la morte di Tom Ballard, il giovane alpinista inglese scomparso insieme a Daniele Nardi mentre tentavano la prima invernale sul Nanga Parbat.

La vicenda è stata vivisezionata nel mondo della montagna ed è stata oggetto di attenzione mediatica.

Un breve riassunto dei fatti.
A fine febbraio 2019 (il giorno 24) si perdono i contatti con la cordata formata da Nardi e Ballard mentre tentavano l’ascesa alla vetta del Nanga Parbat lungo lo Sperone Mummery.
Scattano i soccorsi, ma sono rallentati dal cattivo tempo. Solo dopo il 2 marzo alcuni soccoritori raggiungono il campo base ed iniziano le esplorazioni per cercare di individuare i due alpinisti (pur sapendo che le probabilità di trovarli vivi fossero molto remote).
Il 9 marzo viene ufficializzata la notizia che i due corpi sono stati individuati con un telescopio e che non si può più fare nulla.

Come dicevo all’interno del mondo dell’alpinismo si discute molto (e si era già discusso in precedenza) su quanto accaduto. Anche polemicamente.
Daniele Nardi e Tom Ballard sono una “strana coppia”, tanto il primo era un personaggio quanto il secondo preferiva restare in ombra.

I media non specialistici si impossessano delle polemiche e, nei giorni delle ricerche, anche con poco senso di correttezza, ne danno ampio risalto.
E come al solito, trovati i corpi e finita l’enfasi dell’attenzione nazionale ed internazionale, se ne dimenticano.

Non così Marco Berti, che è quanto di più vicino ad un amico di Tom Ballard si possa immaginare.
A lui propongono di scrivere una biografia del giovane alpinista. A lui che avrebbe voluto più volte celebrare le grandi imprese dell’amico ma che mai si sarebbe aspettato (anche per motivi anagrafici) di doverne scrivere dopo la morte.

Alla fine accetta e ne esce un libro strano, Tom Ballard il figlio della montagna.

La prima sezione è firmata da Messner che spiega cosa sia lo Sperone Mummery sul Nanga, la seconda sezione è opera di Alessandro Filippini che inquadra la spedizione, la terza sezione è formata dal rapporto scritto da Alex Txicon l’alpinista basco che ha guidato i soccorsi.

Poi inizia il corpo centrale che racconta, attraverso le sue scalate, la vita di Tom Ballard. E’ la parte più viva e vivida, scritta da Marco Berti e nella quale traspare sia l’affetto che unisce i due sia, soprattutto, il dolore per la perdita.

A chiudere il libro una corposa serie di appendici che offrono informazioni utili a chi vuole approfondire meglio.

Come dicevo un libro formalmente strano, ma che si legge tutto d’un fiato; con tante sezioni che, all’inizio spiazzano ma che alla fine sono le parti di un calco in gesso, di un’immagine in negativo, che fa intuire quello che è stato Tom Ballard.

Un personaggio descritto dai suoi silenzi e dalle sue assenze, che ha lasciato traccia di se soprattutto nell’incredibile lista di ascensioni di qualità altissima che ha compiuto.

La storia di Tom Ballard è tragica fin dall’inizio.
La madre è una famosa alpinista, Alison Hargreaves, morta sul K2 all’apice della fama, lasciando Tom (che aveva sei anni) e la sorella Kate.
Il padre, Jim, porta i due figli al campo base della spedizione a rendere l’ultimo saluto alla mamma. E negli anni a venire, rispettando una promessa fatta alla moglie, fa vivere ai figli una vita avventurosa.

Se cerco di immaginarmi Tom Ballard mi viene in mente Christopher McCandless, il giovane reso celebre dal libro Into the Wild di Krakauer, idealista fino all’estremo, amante della natura nella sua forma più selvaggia.

Tom Ballard è tutto questo e molto di più.
Ha un approccio poetico alla montagna cui si avvicina seguendo lo stile etico dei primi alpinisti, concentrato nella ricerca di un suo piacere estetico per la vetta e totalmente immune al risvolto pubblico di essa.

Non gli interessa apparire. Anche a costo di rinunciare a sponsorizzazioni che gli permetterebbero di compiere più “comodamente” le sue imprese.
Non so se fosse timido o se, semplicemente, preferisse la solitudine.

Di certo è l’ultimo dei romantici, anche se spero per il bene dell’Umanità, che continuino ad esistere persone come lui.

Tom Ballard il figlio della montagna
Marco Berti
Edizioni Solferino
267 pagg. / 18,00 euro

Niente è impossibile

Niente è impossibile

Non avevo molti dubbi, l’ho comperato praticamente a scatola chiusa, senza sapere quello che avrei trovato, ma ne sono rimasto assolutamente soddisfatto.

Sarà che mi piace il genere delle autobiografie, quando puoi comprendere i meccanismi mentali che hanno portato una persona a comportarsi in un certo modo. Ma sentir raccontare da un Kilian estremamente schietto i retroscena degli ultimi due/tre anni della sua incredibile carriera, vale assolutamente l’acquisto del libro.

In teoria, di Kilian Jornet Bourgada sappiamo tutto.

E’ una star del web. E’ l’influencer per eccellenza nel mondo del running e del trail running (probabilmente anche nello scialpinismo). La Salomon, suo sponsor storico, ha pescato un jolly quando ha iniziato a raccontare di questo ragazzino catalano che vinceva le gare con una semplicità disarmante.

Nel suo primo libro, Correre o morire, avevo già apprezzato la schiettezza della scrittura del giovane Kilian. Nel secondo, La frontiera invisibile, aveva affrontato i suoi demoni in una chiave introspettiva che andava di pari passo con il suo spostare l’attenzione dalle gare alle imprese in montagna.

In Niente è impossibile fa un ulteriore passo: raccontando la sua vita si apre e ci lascia intravvedere cosa lo spinge a fare quello che fa. Ci fa capire cosa lo stimoli e da dove attinga la sua (apparentemente) inesauribile energia.

Kilian Jornet è un personaggio.
Nel libro lui riesce finalmente a far uscire l’uomo.

Alcuni dei capitoli sono delle chicche: gli anni dell’università e i suoi esperimenti sul corpo umano (il suo); il suo rapporto con Ueli Steck e la loro salita sulla nord dell’Eiger; l’esperienza del terremoto.

E poi, la parte finale del libro, che è anche quello che più di tutto aspettavo, il racconto della doppia salita all’Everest.
Era stato criticato moltissimo la scorsa estate. C’era persino chi aveva affermato che non l’avesse compiuta.

Kilian racconta la sua versione dei fatti. Senza pretendere riconoscimenti. Senza falsi trionfalismi. Con la trasparenza e la semplicità che lo caratterizzano.

Mi è sempre piaciuto. E, se possible, dopo aver letto (in poche ore) questo libro, mi piace ancora di più.

Niente è impossibile
Kilian Jornet Bourgada
Edizioni Solferino
250 pagg, 17 euro

La filosofia del Running

La filosofia del running

Il titolo del libro mi aveva colpito fin dal primo momento; il fatto che l’autore, Luca Grion, scrivesse su Repubblica dei Runner e che avessi già apprezzato alcuni suoi aritcoli aggiungeva interesse; ma ci è voluta una presentazione a Milano, quando ho avuto modo di passare alcune ore con Luca, prima ad assistere alla conferenza e poi a correre insieme e a mangiare una pizza con alcuni amici, per darmi la spinta finale alla lettura.

Luca Grion è un giovane docente di filosofia morale.
L’età, ai miei occhi, non è mai una questione importante, ma oggi la cito perché sembra in antitesi con la materia che studia ed insegna.
Quasi che gioventù e pensiero non possano andare a braccetto.

La filosofia morale, cioè l’elaborazione del pensiero intorno alla morale, è uno dei temi che più mi appassiona. E confrontarmi sulla corsa con chi è abituato ad approfondire gli aspetti etici, è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Ma lasciatemi fare un passo indietro autobiografico. Io ho il problema di essere troppo razionale.
Fin da piccolo ho sempre ragionato sui pro e i contro di ogni azione. Ho sempre visto il torto e la ragione in ogni disputa (anche quelle in cui ero – ahimé – coinvolto).
La componente razionale mi ha messo in gabbia. O per lo meno io mi sono sempre sentito legato ad essa. Anche nelle scelte che, per antonomasia, dovrebbero essere guidate dal cuore, dalle emozioni, dall’istinto, dalle passioni.

La corsa è stato il mio modo di liberarmi di quella prigione.

Di restituire il controllo al corpo, alla mia fisicità rispetto alla mia razionalità.

La corsa era il mio approccio empirico al mondo.
Conoscevo i miei limiti non ragionandoci sopra, ma sperimentandoli.
Facevo le cose e poi le analizzavo, invece che progettare e poi realizzare.

Luca Grion, invece, grazie alla sua formazione, applica le “regole” del pensiero alla corsa e ne deriva una serie di principi che si adattano perfettamente al runner.

Il libro è distinto in tre parti.

Nella prima, il Lessico del runner consapevole, analizza alcuni dei concetti che sono propri a tutti quelli che corrono, dalla dieta alle ripetute, offrendo un punto di vista più ragionato su quello che facciamo (o dovremmo fare).

Nella seconda, l’Intermezzo, parla di filosofia, svela il mondo dietro ad alcuni dei concetti che noi prendiamo per assodati. Spiega perché l’etica nello sport è fondante quanto la prestazione. E ci introduce al pensiero di Tommaso D’Aquino, un frate domenicano il cui pensiero è alla base della Teologia delle Virtù.

Nella terza, Le virtù del Maratoneta, vengono studiate le virtù che sono proprie di chi pratica la corsa di lunga distanza. Non vi spaventate dei nomi, prudenza, trasgressione, temperanza (tanto per citarne alcuni) che fanno pensare al catechismo: nel libro di Luca sono ben applicate agli allenamenti, alle gare, alla corsa.

Questa è la parte che mi ha stimolato di più.
L’applicare virtù morali alla nostra vita, e la corsa per noi runners è una parte importante di essa, in alcuni casi è ciò che ci definisce, è una pratica che sta diventando fuori moda. E ringrazio Luca per averle presentate in modo moderno ed interessante.

Non è certamente un manuale tecnico.
Chi ha amato Perché corriamo di Roberto Weber, o ancora di più Lungo lento di Paolo Maccagno, non può perdersi l’opera di Luca Grion.

Ho centellinato questo La filosofia del running, spendendo in sua compagnia diverse serate, godendone solo alcune pagine alla volta.

Ho trovato alcune conferme a principi che, pur non essendone consapevole, ho applicato nella corsa.
Non ho trovato risposte, ma non è questo, in fondo, il compito di un buon libro? Stimolare il pensiero, e offrire qualche indicazione per un nuovo percorso di ricerca.

La filosofia del Running
Luca Grion
Mimesis, collana Il Caffè dei Filosofi
140 pagg. / 12,00 euro

La fine è nota

La fine è nota

Un romanzo che deve la sua fama a Leonardo Sciascia il quale, come faceva sempre, durante un viaggio in treno acquistò un paio di gialli per fargli compagnia. Tra essi questo La fine è nota di uno sconosciuto Geoffrey Holiday Hall.
L’aneddoto (riportato nella nota finale al libro) termina con uno Sciascia ammaliato dalla scrittura di Hall che ne cerca – invano – altre opere.
La signora Sellerio è più abile, e recupera anche “Qualcuno alla porta” (del 1952) che è pubblicato nella stessa collana.

E’ molto più di un giallo.
Inizia con il suicidio inspiegabile di un uomo che ha attraversato l’America per venire a morire in un lussuoso palazzo di New York.

Rimane da scoprire chi fosse quell’uomo e il motivo del suo gesto.

A questo si dedica Bayard Paulton, l’inquilino dell’appartamento da cui l’uomo si è gettato. E’ la voce narrante del libro ed il testimone di una storia che attraversa un’epoca e la provincia americana.

Capitolo dopo capitolo, i frammenti di vita di Roy Kearney si svelano, raccontando la storia di un uomo segnato, fin dalla nascita, dal destino della sua famiglia.

Hall è davvero bravo a rendere, come in un dipinto di Hopper, le immagini di quell’America e le vite dei personaggi che si alternano nel racconto. Personaggi tutti estremamente vividi e reali, tanto da mettere in crisi le certezze di Bayard Paulton, un uomo che ha raggiunto il successo: dirigente di un importante negozio, felicemente sposato con una donna perfetta (almeno per i party), con un appartamento lussuoso e finemente arredato.

Eppure anche Paulton, pagina dopo pagina, si trova coinvolto in questa storia, fino all’ultimo capitolo dove la storia giunge al suo – peraltro un po’ prevedibile – finale.

Ma perdono volentieri a Geoffrey Hall la mancanza di suspance.
In fondo, come ho detto fin dall’inizio, è un grande romanzo, non un giallo.

La fine è nota
Geoffrey Holiday Hall
Sellerio Editore
12,00 euro
4 stelle su 5