Arcipelago Altitudini

Una recensione del nuovo libro rivista Arcipelago Altitudini, edito da Mulatero Editore e disponibile in tutte le librerie

Arcipelago Altitudini

Grazie alla segnalazione dell’amico Franco Faggiani (che appare anche in questa prima selezione di autori) ho passato un paio di giorni immerso in un Arcipelago particolare…

Io chiaramente sono di parte.
Sfogliando questo libro-rivista ho ripensato alla splendida avventura di Xrun (la rivista di cui sono stato editore per alcuni anni) e non potevo non notare le tantissime analogie: a partire dal sottotitolo (Xrun – storie di corsa / Arcipelago Altitudini – storie di montagna), fino al formato più vicino al libro che alla rivista, alla scelta di dare spazio importante alle immagini.

Questo progetto, lanciato da Teddy Soppelsa grazie al coraggio di un editore che stimo sempre di più (Mulatero), si pone come obbiettivo quello di raccontare le Terre Alte.

Lo fa senza cadere in quella retorica di genere che è un po’ il cancro della letteratura di montagna. Bando alla dimensione epica, bando al racconto in prima persona sulla conquista della vetta, bando al romanticismo radical chic di chi si trasferisce in montagna. E spazio invece alle voci di chi magari vive in montagna e di montagna, ma che lo fa come scelta di vita, alla ricerca di un suo equilibrio o per storia familiare.

Esperienze diverse. Racconti reali o di fantasia. Zero tecnica, zero informazioni pratiche, 100% umanità.

Arcipelago Altitudini è dunque un libro (chiamarlo rivista sarebbe fuorviante) che raccoglie racconti di autori più o meno conosciuti e che cerca il proprio spazio tra le pubblicazioni legate alla montagna. Una sfida vera, considerando quanto sia difficile il mercato per la parola scritta.

E nel farlo si pone già un’ulteriore sfida: usare modalità narrative diverse. C’è la parola scritta, ovviamente, ma ci sono anche le immagini e le graphic novel fino ad arrivare all’affascinante voce narrante (una sezione rimanda attraverso Qr Code a dei file audio).

Ho letto, gustandomeli uno ad uno, questi primi racconti.
Tutti relativamente brevi, tutti relativamente diversi, tutti diversamente sorprendenti.

Alla fine delle oltre 200 pagine, avevo già la voglia di tornare in libreria per acquistare il nuovo numero… ma so che dovrò aspettare. Come per le stagioni, anche per questo prodotto ci vuole la pazienza di attendere.

Arcipelago Altitudini, storie di montagna
a cura di Teddy Soppelsa, Autori Vari
Mulatero Editore
222 pagg. – 19 euro

La montagna vivente

Recensione de La montagna vivente, un libro che è un atto d’amore per la montagna, scritto nel 1945 da Nan Sheperd

la montagna vivente

La verità è che non so se suggerire o meno la lettura de La montagna vivente, che sicuramente non è l’opera più nota di Nan Sheperd ma che per gli appassionati di montagna è diventata un classico.

Sono arrivato a questo libro su “raccomandazione” di Robert Macfarlane che nel suo splendido “Montagne della mente” ne intesse le lodi. Ho dovuto attendere per averlo, perché non era facile reperirlo e, una volta iniziato, mi ha respinto ed è rimasto a lungo sulla pila di libri accanto al mio letto.

Poi però l’ho ripreso e, magari perché è cambiato il mio atteggiamento, l’ho divorato in poche ore.

E’ un libro strano, scritto da una poetessa scozzese, nata nel 1893 e laureatasi nel 1915. Una donna d’altri tempi (anche se è morta nel 1981) la cui vita è girata tutta attorno al massiccio dei Monti Cairngorm in Scozia.

Montagne austere e dure, ben più di quanto la loro altezza potrebbe far pensare a noi abituati alle Alpi. Spazzate dai venti, conservano ancor oggi il loro lato selvaggio.

Nan Sheperd si innamora perdutamente di quei posti e passa l’intera vita a percorrerne ogni metro innumerevoli volte.

Attenzione, però. Non etichettate pregiudiziamente la Sheperd come un’insegnante di provincia. Amava viaggiare, e viaggiò moltissimo. Ma tornava sempre al suo vilaggio scozzese e trascorreva ogni minuto libero ad esplorare i monti intorno a casa.

Così il Cairngorm assurge ad archetipo della Montagna. Ed il libro, scritto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (la prima bozza fu inviata ad un amico nel 1945), è un’unica grande dichiarazione d’amore verso questo ambiente.

Dicevo all’inizio che non so se raccomandarlo o meno.

E’ scritto in una prosa forbita e datata che io personalmente apprezzo, ma che è lontana dai ritmi frenetici della scrittura di oggi.

Non ha una trama e, forse, neppure un vero filo logico.

E’ un flusso continuo di sensazioni dettata dal rapporto con la montagna che la scrittrice fissa nero su bianco. E’ la summa di una vita di esperienze da escursionista, predominata dalla passione incrollabile per le terre alte.

Alla fine mi è piaciuto.

Probabilmente perché mi sono riconosciuto in quell’amore cieco e irrazionale, in quelle emozioni suscitate dal profumo del muschio o dal fischio del falco.

Probabilmente perché ho apprezzato questa dedizione durata una vita intera e raccontata con più poesia che prosa. Senza capo ne’ coda. Senza uno scopo ultimo.

La montagna vivente
Nan Sheperd
Ponte alle Grazie, Passi
178 pagg. / 14,00 euro

Questioni di cuore

Un romanzo affascinante che, con il pretesto di narrare la vita di Ligabue, indaga sull’animo umano. Splendida prova di Novita Amedei

Sono le piccole storie che accadono ogni giorno a rendere preziosa la nostra vita.

Come nel caso di questo libro che non sarebbe mai finito nel mio radar se non avessi dato vita alla rassegna Saint-Vincent Livres, se al primo appuntamento di quest’anno non avessero partecipato per puro caso i genitori dell’autrice, se l’autrice stessa non fosse stata in vacanza in Valle d’Aosta, se Maria Teresa (la libraia di cui parlo sempre) non avesse l’occhio lungo e la mente allenata all’acchiappare libri.

Tanti “se”, tanti piccoli meccanismi che sono scattati nel momento giusto e mi hanno fatto trovare sul comodino questo romanzo.

Possiamo semplificare al massimo la storia e dire che si tratta della biografia romanzata di Antonio Ligabue, il grande pittore. Ma sarebbe davvero riduttivo.

Il cuore è una selva è un vero e proprio viaggio nella campagna emiliana della fine della Seconda Guerra, e ancora di più un viaggio nella micro società di un piccolo paese.

Tutti i personaggi, dall’oste al parroco, dal prefetto al medico, sono disegnati con amore da Novita Amedei e resi vividi nel racconto per la profondità dei caratteri.

E’ – a ben pensarci – un viaggio nei mille sentimenti dello spirito umano: amore, odio, simpatia, paura, vergogna, coraggio, codardia…

La storia scorre fluida, dall’arrivo del “matto” fino alla rivelazione delle sue doti artistiche. La vita di Ligabue (mai indicato per nome) si intreccia a quelle degli altri paesani e la storia del paese si intreccia con la Storia con la esse maiuscola che vede l’Italia in guerra.

Non voglio svelare di più di questa trama delicata ed intensa, lascio a voi il piacere di scoprire e gustare ogni intreccio.

Ma voglio ancora spendere due parole sulla scrittura di Novita Amedei.
E’ una voce estremamente personale e caratteristica. Nelle prime pagine mi ha colpito e – a tratti – persino respinto, obbligandomi a rallentare la lettura e tornare sui miei passi. Ma un po’ alla volta mi sono lasciato cullare dal suo ritmo e mi ha conquistato.

E’ un libro da leggere con calma, assaporando ogni pagina.

Il compagno ideale per questo periodo di vacanza.

Il cuore è una selva
Novita Amedei
Neri Pozza, Bloom
272 pagg. / 18,00 euro

Non esistono posti lontani

Finalmente posso parlare di questo libro che ho letto un paio di settimane fa e che da domani sarà in tutte le librerie

Ho avuto la fortuna di leggerlo un paio di settimane fa, quando l’ho ricevuto in anteprima per poterlo presentare durante la rassegna Saint-Vincent Livres, ma dal 9 luglio sarà in tutte le librerie.

non esistono posti lontani

Tutti i libri di Franco Faggiani scorrono veloci come l’acqua di un torrente: la storia si svela pagina dopo pagina, i personaggi appaiono e scompaiono mentre i protagonisti crescono e si fanno amare.

Ogni storia che Franco Faggiani racconta, diventa un viaggio, e alla fine chiudi il libro e già hai nostalgia di quella voce che ti ha tenuto compagnia.

“Non esistono posti lontani” è il terzo romanzo che questo prolifico autore pubblica con Fazi.
Non si tratta di una serie, ma dopo le montagne del Piemonte de “La manutenzione dei sensi” e quelle giapponesi de “Il guardiano della collina dei ciliegi” ero curioso di scoprire su quali montagne l’avrebbe portato la fantasia. E non sono stato deluso…

Al centro della storia c’è di nuovo una coppia improbabile: Filippo Cavalcanti, un professore ed archeologo romano avanti negli anni e Quintino Aragonese, un giovane meccanico trafficone di origini campane. Impareranno a fidarsi l’uno dell’altro e il rispetto diverrà presto amicizia.

Siamo nei mesi finali della seconda guerra mondiale. I tedeschi stanno abbandonando l’Italia spinti dagli Alleati che sono sbarcati ad Anzio, ma vogliono portare con loro in Germania alcune opere d’arte che il regime fascista compiacente ha loro concesso.

All’archeologo, declassato a factotum del Ministero dell’Educazione Nazionale per non aver aderito al Partito, viene dato il compito di lasciare Roma e di andare a Bressanone per controllare che i capolavori fossero imballati con cura.

In lui scatta qualcosa e decide, aiutato dall’improbabile compagno di avventura napoletano, di rubare a sua volta i tesori ai tedeschi e di restituirli all’Italia.

A bordo di un vecchio camion, amorevolmente riparato e manutenuto dal napoletano, scenderanno la penisola lungo la dorsale degli Appennini. Il viaggio sarà denso di emozioni ed incontri e il finale, per nulla scontato, saprà sorprendervi.

Sono molte le sfaccettature appassionanti di “Non esistono posti lontani”.

In primis la figura del protagonista. Filippo Cavalcanti è austero, quasi ingessato, con i piedi ben piantati in un sistema di valori tradizionale e una solida cultura classica. Eppure saprà adattarsi ad un mondo che sta cambiando.

Il rapporto tra Filippo e Quintino nasce sotto un pessimo presupposto, ma si sviluppa rapidamente. Potrebbero essere padre e figlio, ma – pur non comprendendosi a pieno – si rispettano ed imparano l’uno dall’altro.

Infine il bellissimo sfondo a tutta la storia, quei panorami dell’Appennino, i piccoli paesi della Toscana e del Lazio, le figure evocate dall’autore, il pastore, il vecchio abate, il mercante… insomma un mondo antico riportato alla luce per fare da coprotagonista nella storia.

Mi mordo la lingua e mi fermo qui per non rubarvi il piacere di scoprire di più.

Non esistono posti lontani
Franco Faggiani
Fazi Editore, Le strade
285 pagg. / 18,00 euro

Una coperta di neve

Il nuovo libro di Enrico Camanni e un avvincente giallo ambientato intorno al Monte Bianco. Protagonista la guida Nanni Settembrini e un’alpinista…

Una coperta di Neve

Mi è oggettivamente difficile non avere un pregiudizio. Enrico Camanni, l’autore di questo giallo, è uno dei miei punti di riferimento per quanto riguarda la storia della montagna e dell’alpinismo. Giornalista e scrittore, è una di quelle voci che seguo regolarmente, sia attraverso la carta stampata che nelle conferenze pubbliche.

Paradossalmente ne ho apprezzato le capacità di romanziere in tutti i molti saggi che ho letto (cito a campione La guerra di Joseph e lo stesso Alpi ribelli), la sua scrittura – senza scivolare nell’epico – riesce a trasformare la Storia in un racconto.

Avevo letto, molto tempo fa, il primo romanzo in cui appariva lo stesso protagonista (La sciatrice, Vivalda Editore, 2006) mi era piaciuto ma non mi aveva lasciato un ricordo profondo, anche perché in quel periodo cercavo storie vere di montagna e non storie di fantasia.

Invece sono incappato in questo giallo nel momento perfetto: stavo leggendo parecchi saggi e avevo voglia di una lettura che mi distraesse.

In breve la storia: Nanni Settembrini è una guida alpina che vive in Valle d’Aosta ed è capo del locale Soccorso Alpino. In questo suo ruolo, viene coinvolto in un intervento a seguito di una valanga che travolge un’alpinista.

I soccorritori riescono ad estrarla ancora viva (seppur incosciente) e la caricano sull’elicottero in direzione dell’ospedale. Ma quando continuano le ricerche seguendo la corda cui era legata, arrivano ad un capo libero senza trovare il compagno.

L’alpinista si sveglia dal coma ma non ricorda più nulla, lasciando il dubbio se fosse sola o meno sul ghiacciaio.

Toccherà a Settembrini, insieme ad una psichiatra incontrata sul luogo dell’incidente (lei e il compagno avevano allertato i soccorsi) ricostruire l’intera vicenda.

Non aggiungo altri particolari del plot per non togliere la suspance alla storia. Ma mi piace segnalare che il romanzo è ambientato intorno al Monte Bianco, si parla di montagna con una proprietà ed una conoscenza davvero rara (e non potevo aspettarmi nulla di diverso da uno scrittore/alpinista come Camanni) ma soprattutto che non si parla di sola montagna.

C’è molta vita in questo “Una coperta di neve”. La storia di Settembrini e il suo passato che torna prepotentemente alla luce. I suoi problemi di uomo divorziato con due figlie molto diverse.

A ben pensarci è un libro tutto al femminile: due figlie, una ex moglie ed una compagna, una madre, un’alpinista vittima dell’incidente, una psichiatra che lo aiuta, un’infermiera burbera che svela il suo lato più umano.

Sembra che Camanni si sia avventurato in esplorazione di una nuova via: quella dell’universo delle donne.

Leggetelo e mi saprete dire…

Una coperta di neve
Enrico Camanni
Mondadori, I gialli
293 pagg. / 16,00 euro

La storia siamo noi?

Un saggio storico che si legge quasi come un romanzo. Harari fa centro di nuovo e ci offre una visione (terrorizzante) del futuro dell’umanità

Homo Deus Harari

Ci ho messo un bel po’ ad iniziarlo, ma sono arrivato in fondo quasi si trattasse di un romanzo più che di un saggio. D’altronde già il precedente Sapiens, Da uomini a dei dello stesso autore, mi aveva stregato.

Yuval Noah Harari è uno storico con una certa predisposizione alla divulgazione. In questo suo saggio, Homo Deus prosegue l’analisi del precedente e, come si evince dal sottotitolo (Breve storia del futuro) tenta di capire cosa ci aspetta.

Ho sempre invidiato lo sguardo dello storico.
Si pongono ad una distanza di sicurezza dai fatti, quasi non ne fossero coinvolti in prima persona.

Harari parte da un presupposto: l’umanità, dopo essersi garantita il predominio assoluto del mondo, ha sconfitto le tre grandi cause di morte che la minacciava di estinguersi nel passato: le guerre, le carestie, le epidemie.

Partiamo dalle epidemie (visto il Corona Virus). L’autore ha scritto il libro nel 2016 e sosteneva che ormai le grandi malattie del passato (vaiolo, peste, influenza spagnola) sono state debellate o sono controllabili. Attualmente si muore più per ragioni legate alla scarsa attenzione del paziente che per una pandemia. E i numeri del covid19, in effetti, gli danno ragione. Anche se ha stravolto la nostra vita, sicuramente non mette a repentaglio la razza umana.
[Qui trovate un articolo dello stesso autore sul Corona Virus]

Anche le carestie sono scomparse: muoiono più esseri umani di diabete che di fame. Similmente per le guerre: pur continuando ad esistere dei conflitti nel mondo, il numero dei suicidi batte il numero delle vittime di guerra.

L’idea di Harari, insomma, è che l’umanità – a meno che non decida di farsi del male da sola – non è più a rischio di estinzione. E può ora puntare ai tre nuovi grandi obbiettivi: l’immortalità, la felicità, diventare dio.

E qui mi fermo, non voglio anticipare altro.

Il bello di questo libro è che ogni teoria è accompagnata da esempi concreti che toccano la quotidianità della nostra esistenza. Si parla delle macchine a guida autonoma di Google piuttosto che dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’economia.

Ovviamente gli impatti a livello globale, non quelli del nostro piccolo mondo individuale.

Eppure, mentre scorrevo le pagine e, francamente, venivo terrorizzato dalle teorie di Harari, venivo stimolato a pensare come tutto ciò si riverberava nella mia vita di ogni giorno.
In più di un’occasione sono stato tentato di dire, mutuando un vecchio slogan pubblicitario del Cynar, “fermate il mondo, voglio scendere!” e subito dopo mi ritrovavo a pensare come sfuggire alle implacabili regole della storia.

Harari immagina un futuro in mano agli algoritmi, dove l’uomo è stato sostituito dalla macchina in tutti i lavori dove si richiede velocità di calcolo o un’enorme capacità di analisi dati.

Nella seconda metà del libro ho iniziato a trovarmi sempre meno d’accordo con lo scrittore che, anche per dare enfasi alla sua teoria, parlava per iperboli ardite (almeno a mio giudizio)… ma nel finale Harari torna a dubitare e questo, oltre a farmelo sentire più vicino, ha rimesso nella giusta prospettiva l’intero volume.

Da leggere. Sicuramente.

Homo Deus
Yuval Noah Harari
Bompiani, Tascabili
547 pagg. / 16,00 euro

Più di un libro, una saga

7 thriller disseminati di piccoli pezzi di un’unica storia. Da leggere assolutamente nell’ordine…

Oggi vorrei raccontarvi di un autore che ho conosciuto tramite il mio amico Geo che spesso mi consiglia dei libri (e non solo).
Si tratta di Lars Kepler, svedese, giallista, decisamente di successo.
La prima anomalia è che non è un autore, ma una coppia di autori (trovate qualche notizia in più qui su Wikipedia).
La seconda cosa che mi ha affascinato è che nei sette libri finora scritti, tutti con lo stesso cast, le idee si sviluppano non solo dal primo capitolo all’ultimo ma anche, almeno parzialmente, da un libro all’altro.
A ben vedere si tratta di un progetto unico che racconta dell’investigatore finlandese Joona Linna e di tutto il mondo che ruota intorno a lui.
Anche per questo è fondamentale leggerli nell’ordine.

Ipnotista

Come dicevo ci sono sette libri.

L’Ipnotista (2009), un uomo viene trovato morto in una palestra.
Quando i poliziotti vanno a casa sua per comunicare la notizia ai familiari scoprono che la moglie e i due figli sono stati barbaramente aggrediti.
Solo il ragazzo più grande è ancora in vita, seppure in gravi condizioni. Per interrogarlo chiamano un ipnotista…

L’esecutore (2010), un assassino spietato e infallibile miete delle vittime apparentemente a caso. Sarà Joona Linna a comprendere, pezzo per pezzo, la trama dietro alle esecuzioni fino a risalire ad un uomo in grado di trasformare i tuoi peggiori incubi in realtà.

La testimone del fuoco (2011), una storia davvero angosciante. Un duplice omicidio in una casa di recupero per ragazze con problemi mentali. Una delle pazienti è in fuga e rapisce un ragazzino. La polizia si concentra su di essa, ma Linna intravede delle discrepanze nella storia. Persino una medium si mette in contatto con lui…

L’uomo della sabbia (2012), per la prima volta le tracce disseminate nei precedenti libri, i flashback dell’ispettore Linna, diventano protagonisti. La storia inizia con un giovane trovato a passeggiare su una linea ferroviaria. Pronuncia frasi disconesse e viene direttamente dal passato del detective, un passato da cui ha disperatamente cercato di fuggire pagando un prezzo elevatissimo.

Nella mente dell’ipnotista (2014), un serial killer invia alla polizia un video delle donne che sta per uccidere. Il marito di una di esse, l’unico che potrebbe dare dei dati utili per individuare l’assassino è sotto shock. Per interrogarlo viene chiamato dalla polizia il dottor Bark, l’ipnotista coinvolto nel primo romanzo della saga. La storia si sviluppa ed inviluppa fino ad un imprevedibile finale.

Il cacciatore silenzioso (2016), l’omicidio del ministro degli esteri svedese è messo a tacere per non dare adito a sospetti di terrorismo, ma la polizia segreta indaga. L’affascinante ispettrice Saga, che avevamo conosciuto negli altri romanzi, è in prima linea. Il suo buon amico Linna, coinvolto quasi per caso, le darà una mano a scoprire che sotto c’è qualcosa di diverso. Intanto i morti continuano ad aumentare.

Lazarus (2018), è il romanzo che chiude la saga. Quando Joona Linna crede finalmente di aver fatto pace con il passato, scopre che il passato può ritornare. In una rocambolesca avventura contro un assassino spietato ed apparentemente invincibile, si rinnova l’epica sfida tra il bene e il male.

Un gran bel viaggio.
Tutti i romanzi sono thriller inquietanti ed angosciosi. Sono tutti ambientati nei paesi nordici (Svezia e Finlandia) e risentono della cultura di quelle zone.
Per nulla scontati, ti tengono con il fiato sospeso fino all’ultima improvvisa svolta nelle indagini.

Ben scritti e scorrevolissimi, mi hanno aiutato a passare qualche settimana di isolamento da Corona Virus.

Maratona Narcos

Cosa c’è di meglio di un bel libro di 900 pagine a farti compagnia?

Il confine - Don Winslow

Sono un drogato, anzi un doppio drogato, di libri e della fortunata serie Narcos che ho guardato dal primo all’ultimo episodio più di una volta.
Non so perché, ma mi affascinano la lingua (lo spagnolo messicano e il gergo), l’assurdo codice d’onore che esiste e scompare a seconda delle necessità, la strabiliante distanza tra gli estremamente poveri ed estremamente ricchi, e non ultimo il fatto che siano storie che attingono alla realtà.

A metà di questo isolamento da corona virus, mentre leggevo le novità appena arrivate in libreria, ho trovato un libro che ha colpito la mia attenzione. Si tratta de Il confine di Don Winslow.

Grazie ad un incontro carbonaro con Maria Teresa, la mia amica libraia, (sembravamo davvero un drogato che incontra in piazza il pusher) mi sono procurato un po’ di libri per rimpolpare la mia scorta e non ho mancato di mettere in elenco anche questo.

Il romanzo fa parte della saga di Art Keller, segue Il potere del cane e Il cartello, e racconta della guerra tra le bande di trafficanti di droga, guerra tra loro e guerra dei governi per stroncarle.

Questo terzo volume vede Keller, che nel frattempo è diventato capo della DEA, provare a combattere i narcos colpendo il lato americano del loro commercio.

I legami di interessi e denaro tra Wall Street e il cartello messicano sono i veri protagonisti della storia: un commercio che muove milioni di dollari, e il potere che quel denaro garantisce, diventano l’obbiettivo della nuova avventura di questo eroe americano che, pur con fini eticamente ineccepibili, accetta di giocare sporco.

La scrittura di Don Winslow è assolutamente fluida. Leggi e ti sembra di assistere ad una serie tv. I capitoli scorrono veloci e fatichi a metter giù il libro alla sera, ansioso di seguire le storie dei vari personaggi. Così le 900 e passa pagine volano in poche ore.

Ma l’aspetto che mi ha colpito di più è che l’autore descrive un ipotetico presidente degli Stati Uniti con particolari che rimandano a Donald Trump. Gli ha cambiato nome, ma tutto il resto (compreso il senso di scoramento e il crollo della fiducia nelle istituzioni post elezione) è ripreso pari pari dalla realtà.
Mi sono stupito che Winslow non sia stato attaccato frontalmente da Trump, e ho iniziato a seguirlo su Twitter (questo il profilo) scoprendo un uomo attento alla quotidianità e che ama dire la sua senza peli sulla lingua.

Che in giorni come questi, è sempre un piacere…

Il confine
Don Winslow
Einaudi, Stile Libero BIG
922 pagg. / 22,00 euro

La misura del tempo

Ecco l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio

La misura del tempo

Torna in libreria Gianrico Carofiglio con il suo personaggio più amato, l’avvocato Guido Guerrieri con tutti i suoi dubbi, le sue divagazioni, le sue preziose imperfezioni che ce lo fanno sentire vicino ed umano.

La storia è semplice: un ragazzo è stato condannato per un omicidio. A coinvolgere Guerrieri è la madre del condannato, vecchia fiamma dell’avvocato barese, che dovrà quindi difenderlo in appello provando ad instillare nei giudici il celeberrimo ragionevole dubbio.

Per Carofiglio è l’occasione per affrontare in parallelo due temi che lo appassionano.

Il primo, che è anche il motivo del titolo, è il Tempo e il suo scorrere.
Nelle parole di Guerrieri si riconosce anche la voce dell’autore che si interroga sull’invecchiare.

Il Tempo sembra eterno quando si è giovani ed è invece un’unità ben definita e veloce via via che si invecchia. La formula per ingannare il Tempo è continuare a cambiare, uscire dalla routine, ma così facendo si tendono ad anestetizzare le emozioni…

Il secondo tema è il rapporto tra la giustizia (intesa come insieme di apparato giuridico e apparato legislativo) e l’etica.
Carofiglio esplora ripetutamente questo tema, prima attraverso una lectio magistralis che fa pronunciare a Guerrieri di fronte ad aspiranti magistrati (un capitolo che da solo vale il libro) e poi spiegando fin nei dettagli come funziona il sistema giudiziario italiano (senza mai diventare professorale o noioso).

A contorno di questi temi scorre la storia e i soliti personaggi estremamente ben caratterizzati, dalla collega/amante di turno al gestore di un’improbabile libreria aperta solo di notte.

Gianrico Carofiglio è davvero bravo.
La sua prosa chiara ed avvincente evidenzia la lucidità del pensiero e la passione per l’approfondimento filosofico (in parte trattato esplicitamente attraverso il professore che cura la mente con la filosofia).

Peccato duri poco… avrei voluto ci fossero almeno altre dieci capitoli…

La misura del tempo
Gianrico Carofiglio
Einaudi, Stile Libero
288 pagg. / 18,00 euro

Il figlio della montagna

Tom Ballard il figlio della montagna

Non dev’essere stato facile per Marco Berti scrivere questo libro.
Arrivato in libreria pochi mesi dopo la morte di Tom Ballard, il giovane alpinista inglese scomparso insieme a Daniele Nardi mentre tentavano la prima invernale sul Nanga Parbat.

La vicenda è stata vivisezionata nel mondo della montagna ed è stata oggetto di attenzione mediatica.

Un breve riassunto dei fatti.
A fine febbraio 2019 (il giorno 24) si perdono i contatti con la cordata formata da Nardi e Ballard mentre tentavano l’ascesa alla vetta del Nanga Parbat lungo lo Sperone Mummery.
Scattano i soccorsi, ma sono rallentati dal cattivo tempo. Solo dopo il 2 marzo alcuni soccoritori raggiungono il campo base ed iniziano le esplorazioni per cercare di individuare i due alpinisti (pur sapendo che le probabilità di trovarli vivi fossero molto remote).
Il 9 marzo viene ufficializzata la notizia che i due corpi sono stati individuati con un telescopio e che non si può più fare nulla.

Come dicevo all’interno del mondo dell’alpinismo si discute molto (e si era già discusso in precedenza) su quanto accaduto. Anche polemicamente.
Daniele Nardi e Tom Ballard sono una “strana coppia”, tanto il primo era un personaggio quanto il secondo preferiva restare in ombra.

I media non specialistici si impossessano delle polemiche e, nei giorni delle ricerche, anche con poco senso di correttezza, ne danno ampio risalto.
E come al solito, trovati i corpi e finita l’enfasi dell’attenzione nazionale ed internazionale, se ne dimenticano.

Non così Marco Berti, che è quanto di più vicino ad un amico di Tom Ballard si possa immaginare.
A lui propongono di scrivere una biografia del giovane alpinista. A lui che avrebbe voluto più volte celebrare le grandi imprese dell’amico ma che mai si sarebbe aspettato (anche per motivi anagrafici) di doverne scrivere dopo la morte.

Alla fine accetta e ne esce un libro strano, Tom Ballard il figlio della montagna.

La prima sezione è firmata da Messner che spiega cosa sia lo Sperone Mummery sul Nanga, la seconda sezione è opera di Alessandro Filippini che inquadra la spedizione, la terza sezione è formata dal rapporto scritto da Alex Txicon l’alpinista basco che ha guidato i soccorsi.

Poi inizia il corpo centrale che racconta, attraverso le sue scalate, la vita di Tom Ballard. E’ la parte più viva e vivida, scritta da Marco Berti e nella quale traspare sia l’affetto che unisce i due sia, soprattutto, il dolore per la perdita.

A chiudere il libro una corposa serie di appendici che offrono informazioni utili a chi vuole approfondire meglio.

Come dicevo un libro formalmente strano, ma che si legge tutto d’un fiato; con tante sezioni che, all’inizio spiazzano ma che alla fine sono le parti di un calco in gesso, di un’immagine in negativo, che fa intuire quello che è stato Tom Ballard.

Un personaggio descritto dai suoi silenzi e dalle sue assenze, che ha lasciato traccia di se soprattutto nell’incredibile lista di ascensioni di qualità altissima che ha compiuto.

La storia di Tom Ballard è tragica fin dall’inizio.
La madre è una famosa alpinista, Alison Hargreaves, morta sul K2 all’apice della fama, lasciando Tom (che aveva sei anni) e la sorella Kate.
Il padre, Jim, porta i due figli al campo base della spedizione a rendere l’ultimo saluto alla mamma. E negli anni a venire, rispettando una promessa fatta alla moglie, fa vivere ai figli una vita avventurosa.

Se cerco di immaginarmi Tom Ballard mi viene in mente Christopher McCandless, il giovane reso celebre dal libro Into the Wild di Krakauer, idealista fino all’estremo, amante della natura nella sua forma più selvaggia.

Tom Ballard è tutto questo e molto di più.
Ha un approccio poetico alla montagna cui si avvicina seguendo lo stile etico dei primi alpinisti, concentrato nella ricerca di un suo piacere estetico per la vetta e totalmente immune al risvolto pubblico di essa.

Non gli interessa apparire. Anche a costo di rinunciare a sponsorizzazioni che gli permetterebbero di compiere più “comodamente” le sue imprese.
Non so se fosse timido o se, semplicemente, preferisse la solitudine.

Di certo è l’ultimo dei romantici, anche se spero per il bene dell’Umanità, che continuino ad esistere persone come lui.

Tom Ballard il figlio della montagna
Marco Berti
Edizioni Solferino
267 pagg. / 18,00 euro