Alla salute…

Non ho mai fatto mistero che ho un ottimo rapporto con la birra. Ne bevo spesso e volentieri, per placare la sete e per sollevare lo spirito. Ma se voglio gustarmi un piatto particolare, se cerco una gratificazione sensoriale, allora scelgo il calice di vino. Preferisco i rossi fermi, ma come ho scoperto già in giovane età, non si finisce mai di imparare.
La storia di oggi, parla proprio di questo…

Un amico mi ha coinvolto in un sabato diverso.
Si trattava di far parte di una squadra che avrebbe preparato un vigneto.
Lui mi raccontava di barbatelle e di metri quadri, io – incosciente come al solito – ho accettato senza riserve.
C’erano 1300 piante da mettere a dimora, eravamo circa una ventina, quindi il mio pensiero da statistico è stato “Sessanta piante a testa, non sarà poi così difficile”.

Il seguito prova che avevo torto (cit. Il Gorilla, Fabrizio De André)

grappolo d'uva


Creare una vigna dal nulla è un atto di fede, un progetto per chi ha un sogno.

Individuato il terreno, bisogna prepararlo.
Togliere la vegetazione, dissodarlo, piantare i pali su cui verranno posti i tiranti per le piante, far arrivare l’acqua per l’irrigazione.

Poi inizia la fase di creazione dei filari.
Da palo a palo vanno tesi dei cavi su cui montare un tubo per l’irrigazione (la cosiddetta ala gocciolante) che a monte deve essere collegata all’impianto generale.

E a questo punto inizia la posa delle piante.
Bisogna effettuare dei buchi nel terreno a 70 cm uno dall’altro lungo i filari. Mettere nel terreno le barbatelle. Proteggerle con una specie di scatola in materiale plastico che funge da nursery, garantendo il caldo e la protezione dal vento. Per ogni scatola bisogna piantare nel terreno un tondino di metallo che andrà legato con apposita molletta al cavo dove è stata montata l’ala gocciolante.

1300 barbatelle significa quindi 1300 buchi, 1300 scatole, 1300 paletti e via dicendo.

Con la schiena indolenzita (tutto si svolge a circa 30 cm di altezza), rubavo le spiegazioni che l’agronomo stava dando ai capisquadra. Ogni dettaglio era stato pianificato per tempo. Dal numero di filari alle ore di acqua che dovevano essere garantite.

Quando mi sono trovato a fianco dell’amico che mi aveva invitato gli ho chiesto: “ma tra quanto potremo bere?” Lui ha frainteso e ha detto che alle 10 e mezza sarebbero arrivati panini e birre per lo spuntino di metà mattina. Allora ho precisato la domanda: “No, intendevo tra quanto questo vitigno darà frutto e noi potremo bere un calice di vino”.
Ridendo mi ha risposto che sarei morto di sete! Prima di tre anni era escluso si potesse vinificare.

A mezzogiorno avevamo finito (metà del lavoro era stato fatto precedentemente).
Sono sceso a bordo strada e ho guardato il campo.
Dove prima c’era solo terra grigia, adesso si alzavano centinaia di piccoli contenitori verde chiaro che creavano una forma geometrica regolare che mi ricordava le tele di Mondriaan.
Mentre giravi attorno al vigneto vedevi linee che apparivano e scomparivano al variare dell’angolo di visuale. E ancora una volta erano i dettagli a creare la bellezza. Pali, tiranti, tubi e tondini, avevano lo stesso colore, erano tutti alla stessa distanza e angolazione. Insomma c’era un ordine dove prima non c’era nulla.

La giornata di lavoro si è conclusa con una tavolata all’aperto, un piatto di pasta e i calici alzati a brindare ad un sogno.

E io pensavo che questi sono i ritmi giusti della vita.
Viviamo in una società che ci spinge a fare tutto in fretta, ad arrivare il prima possibile, ma tutto ciò è contro natura.
Contro la nostra natura.

Prendiamoci il tempo che occorre per far bene le cose.
In fondo, che cosa mai faremo del tempo risparmiato facendo tutto in fretta?

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C’è tutto un mondo

Il mondo del pensiero non è alternativo al mondo reale, ma a questo dona una vividezza tutta particolare: prendete del tempo per la speculazione

Le mie giornate, come quelle di tutti, sono piene di cose da fare.
Doveri e piaceri.
E poi quel giusto mix di doveri che però ti riempie di soddisfazione portare a termine.

Fare, fare, fare. Viviamo soffocati da compiti pratici, da cose concrete. E ci dimentichiamo che dietro al mondo materiale c’è quello del pensiero, della speculazione.

Speculazione. Parola bellissima se applicata alle scienze umanistiche e non a quelle economiche.
Viene dal latino “speculari”, osservare. La stessa radice di “speculum”, specchio. Ma mentre lo specchio rimanda all’osservazione della propria immagine, la speculazione umanistica volge lo sguardo al mondo esterno.
Per speculazione si intende il processo intellettivo che dal particolare cerca di dedurre il generale; dai fatti, la regola; dalle azioni, le motivazioni.

speculazione

Agire senza riflettere funziona molto bene in situazioni di emergenza, ma nel restante 99% della nostra vita è una scelta miope.

Fare qualcosa perché si è scelto di farla dopo attenta valutazione, regala all’azione una profondità ed una prospettiva.

Profondità perché ogni azione compiuta consapevolmente sarà fatta meglio, più efficacemente e con maggiori riscontri e ricadute pratiche.

Prospettiva perché un’azione deliberata punta in una direzione precisa, fa parte di un progetto, ed ha effetti che durano nel tempo.

Osservare e comprendere il mondo che ci circonda richiede occhi curiosi e mente aperta, obbiettività intellettuale. E – come per ogni altro campo umano – tanto allenamento.
Se poi si inserisce se stessi nel quadro che si osserva, presupposto fondamentale per prendere una decisione, diventa ancor più difficile essere obbiettivi.

Ma sono convinto che sia importante per continuare a crescere.

Personalmente trovo molto utile un esercizio che ho iniziato a fare quasi per caso. Tanto tempo fa, ero ancora un ragazzino, mi era stato chiesto il motivo di una mia azione e la domanda mi aveva spiazzato lasciandomi nel cuore un profondo senso di disagio e facendomi promettere che non sarebbe più capitato.

Da allora sono sempre pronto ad argomentare ad alta voce, punto per punto, ogni mio comportamento. E questa abitudine mi obbliga a porre attenzione su quello che faccio e a ragionare su esso.

Ma non è ancora questo il beneficio maggiore della speculazione.
Il vero premio che deriva dalla costante tensione verso la comprensione di ciò che accade intorno a noi è la maggior vividezza che assume il mondo.

Quindi prendetevi del tempo per questo esercizio.
Seduti sul divano, con la televisione spenta e magari un libro abbandonato in grembo.
Oppure rallentando il passo nel bosco e seguendo le spire del volo di un falco.

Rallentate e lasciate la mente vagare…

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Vivere di montagna

Trasferirsi a vivere in montagna è stato un passaggio importante nella ricerca di un equilibrio che questa fase della mia vita richiedeva

Odio le mode.
Sono una di quelle persone che sceglie ostinatamente di allontanarsi dal pensiero comune (il mainstream come dicono gli inglesi); uno di quelli che cerca la propria strada, che evita i best seller, che non compera l’abito alla moda, non ascolta le hit.

Eppure mi trovo coinvolto in questa tendenza che sta diventanto moda.
Nel 2018, dopo che per anni ho fatto il pendolare – settimana a Milano, weekend in montagna – mi sono trasferito in Valle d’Aosta.

A dirlo così sembra un colpo di testa, invece era un progetto a lungo cullato.
Ho cercato ed acquistato una casa; mentre aspettavo che i miei figli abbandonassero il nido ho sistemato la casa, trasformandola da alloggio vacanza in abitazione; e finalmente ho compiuto il grande passo e spostato il mio baricentro nelle Terre Alte.

Sono due le domande che mi vengono poste più frequentemente: perché lo hai fatto? E adesso lo rifaresti?

scialpinismo

Partiamo dalla seconda. Lo rifarei? Adesso sì.
Milano è una città che ho amato e amo ancora. E’ viva, è energizzante, ricca di opportunità e stimoli, culturalmente all’avanguardia. Ci ho vissuto per quasi vent’anni e mi ha dato tantissimo. Professionalmente certo, ma anche umanamente.

Il passaggio dalla metropoli al paese di poche decine di abitanti, paradossalmente non è stato un trauma. Forse perché non è stato un abbandono ma un allontanamento.
Oggi so che Milano è là. Ci torno sovente per lavoro e per amicizia, ma sto bene qui.

Ogni vita ha le sue fasi e, nella mia esperienza personale, ogni fase ha un suo luogo.
Milano è stato quello dell’agire. Emarése, il paese dove vivo, è quello del riflettere.

Arriviamo così alla prima domanda: perché?

Credo che sia tutta una questione di equilibrio.
Avevo bisogno di ritrovare un contatto onesto con la Natura, con il mondo, con la materia da cui veniamo.
Volevo recuperare quella semplicità delle cose essenziali, dei gesti minimi.

Sia chiaro, non dipende dagli altri o dal luogo dove abiti. Il processo di semplificazione (il downsampling per usare un altro termine inglese) dipende esclusivamente da noi, dalla nostra mente.
Ma per me significava molto allontanarmi fisicamente dal mondo artificiale e complesso della grande metropoli.

Oggi sono sereno.
Vivo in montagna. Vivo di montagna.
Non tanto per il sostentamento economico, ma per l’orientamento esistenziale.

Andar per monti ti insegna uno stile che poi applichi naturalmente anche nel sentiero della vita.

Contare sulle tue forze; accettare la fatica; tenere il passo; appoggiare bene un piede prima di muovere l’altro; confrontarti con i tuoi limiti. Ed ancora, continuare ad esplorare; accettare le condizioni metereologiche su cui non hai controllo; adattarti alle stagioni.

E’ uno stile di vita che diventa parte della tua natura.
E’ quello che cercavo quando mi sono trasferito.
E’ quello che intendo quando dico che vivo di montagna.

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Il valore delle cose

E’ difficile misurare il valore che di un oggetto, non ci aiuta il prezzo che riflette il desiderio, ma quello che siamo pronti a sacrificare

Spesso mi interrogo su temi astratti. Parto con i miei ragionamenti astrusi e alla fine mi ritrovo, se considero solo gli aspetti pratici, con un pugno di mosche in mano. Ma a guardare il quadro generale con una maggior comprensione, consapevolezza, di chi io sia veramente.
Mmmm, un bell’incipit incasinato. Se fossi un lettore forse mollerei qui il post…
D’altronde confesso che questo blog lo scrivo e non lo rileggo. Quindi sovente segue tortuosi giri di ragionamento invece della buona regola dell’esposizione lineare.

La domanda da cui sono partito è: come si fa ad attribuire il valore ad un oggetto? (Il tema mi è caro e ne ho parlato anche qui).

Accettiamo come dimostrato il principio per cui il valore non è universale: un libro per me sarà prezioso (a causa dei ricordi, dell’autore, del tema) e per altri magari varrà poco o niente.

crepaccio

L’unico oggetto che per definizione ha un valore identico per tutti è il denaro. Ha un valore reale (il costo della carta) vicino a zero e un valore nominale deciso dall’autorità monetaria (e in parte dal mercato). Nasce proprio con questa funzione, fungere da moneta di scambio nel baratto di beni e servizi.

Ma oggi mi interrogo sul valore reale delle cose, non su quello nominale.

Quindi tralasciamo anche di parlare di prezzo, se non come indicatore di desiderio.
Un paio di jeans Levis 501 costano molto di più di un paio di jeans Carrera che a loro volta costano molto di più di un paio di marca “blu gins” (ok, gli esempi di marche denunciano chiaramente la mia età e la mia scarsa dimestichezza con il mondo della moda).
Il prezzo è fissato dall’incontro di domanda e offerta: più un prodotto è desiderato, più salirà il suo prezzo.

Occhio, sale il suo prezzo non il suo valore.
Quindi una regola chiara, che non mi aiuta però a comprendere il valore oggettivo di un bene. Ma che mi permette di chiarire che un oggetto molto desiderato avrà un prezzo alto, non un valore alto.

Io sono alla ricerca di un metro per misurare quanto qualcosa davvero valga.

Un altro principio generalmente riconosciuto è che condizioni particolari determinano variazioni di valore. Un pezzo di pane vale molto di più se non mangi da giorni. Una coperta calda sul letto vale molto d’inverno e poco d’estate. Una medicina vale solo se sei malato. E via dicendo…

Ultima premessa, ovvia ma necessaria.
Rigetto in modo pregiudiziale che ogni cosa possa avere un prezzo. Non si può attribuire un valore economico ad un sorriso, all’amicizia, alla bellezza di un paesaggio, alla gioia di un obbiettivo raggiunto.

Quindi come faccio a capire quando valga per me una cosa?

Credo che l’unico metodo per capirlo sia domandarsi a cosa sia pronto a rinunciare per essa.
A quanto sia pronto a lottare per ottenerla.

Se tengo a raggiungere una cosa (materiale o immateriale che sia) sarò pronto a farmi in quattro, a sacrificare molto sulla strada per arrivare al mio obbiettivo.

Voglio correre una maratona? O scalare un monte? O scrivere un libro?
Per ognuno di questi risultati dovrò dedicare ore e ore di allenamento e duro lavoro.

Voglio comperare una baita? Voglio diventare il proprietario di un cavallo? Voglio acquistare un quadro di un certo pittore?
Anche in questo caso dovrò lavorare, e risparmiare, e magari cambiare il mio stile di vita.

C’è un ultimo campo dove credo che funzioni questo metodo, ed è il rapporto interpersonale.
La dimostrazione di quanto io tenga ad una persona, un amico, un compagno, un fratello, un genitore, la posso misurare in quanto del mio tempo e del mio orgoglio sono pronto a mettere in gioco.

E spesso è proprio la disparità tra quello che uno e l’altro sono disposti a fare che scava crepacci difficili da superare.

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La filosofia del randagio

Preferisco muovermi che restare fermo; preferisco creare qualcosa che accettare quello che trovo pronto. E’ la mia filosofia randagia

Domenica, mentre attendevamo gli altri amici che stavano ancora sciando, parlavamo di compleanni tondi (i 20, i 30, i 40, i 50…) e dei dubbi che ci vengono quando affontiamo queste “boe” dell’esistenza.
Ciò mi ha fatto riflettere, ed è diventata l’occasione per fare un punto rotta sulla mia vita.

Tutti i nodi vengono al pettine.
Una per una le difficoltà, alcune previste, altre inattese, si frappongono tra me e quella serenità che cerco e perseguo con costanza da oramai quasi dieci anni.
Come tutti faccio fatica, ma – come tanti – vedo i progressi e sono premiato quando qualche nodo viene sciolto.

Ho sempre pensato di essere un randagio, un ramingo, un vagabondo, una persona che ha bisogno di essere in movimento, sia in senso figurato che letterale.

Il panta rhei – tutto scorre – di Eraclito, nella mia personale concezione della vita, è la più calzante descrizione della realtà in cui viviamo.
E’ la teoria del divenire contrapposta a quella dell’essere. Ed è la mia filosofia guida.

dune di neve
Dune di neve @ph Roberto Bellini (fotorobertobellini.it)

Così sono sempre in movimento.
Forse non ho radici. O forse le radici me le vado a cercare. Scelgo io dove piantarle.
Di strada ne ho fatta e ne faccio tanta, ma onestamente non posso dire di essere arrivato da qualche parte.
Qualcuno mi ha anche detto che sono volubile, ma credo che non sia vero. Credo che abbia confuso la coerenza con l’immobilismo. La curiosità con la scarsa tenacia.

Nulla è per sempre.
Alcuni possono trovare questa affermazione preoccupante o pessimistica, invece io la considero la vera fonte di speranza. La mia luce in fondo al tunnel.
Cambiare, sbagliare, cadere e rialzarsi. Accantonare un bagaglio di esperienze. Questi sono i pilastri sui quali ho costruito la mia vita.

Ecco un’altra parola chiave, l’ago della mia bussola esistenziale: costruire.

Ho sempre cercato di creare qualcosa. Nella mia vita professionale, nelle attività ricreative e sportive, nei rapporti con gli altri e, soprattutto, lavorando su me stesso.

Ho pagato un prezzo in macerie disseminate lungo la mia vita, in esperimenti falliti. Ma ho la presunzione di dire che il bilancio tra ruderi e costruzioni, fino ad oggi, è positivo.

Questo mi fa dire che ne vale la pena.
Vale la pena fare più fatica per costruire qualcosa, rispetto a scegliere la strada più facile dell’accettare lo status quo.
Vale la pena impegnarsi per creare una propria strada, una propria storia, rispetto ad accettare il sentiero battuto.

E se ti accorgi che quello che stai creando viene su storto, non aver timore di abbatterlo e di ricominciare.
E’ meglio disfare e rifare che star lì a pensare su come sarebbe potuto essere.

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Lo stigma

L’uomo è un animale sociale, e a volte lo stigma sociale che tanto ci infastidisce è l’ultima barriera prima della barbarie

Una delle grandi capacità della razza umana è quella di adattarsi. Se ci pensate bene, siamo una delle speci più infestanti del pianeta.
Abbiamo invaso tutta la superficie emersa, dai deserti africani alle calotte polari. Per il momento non abbiamo colonizzato gli oceani e lo spazio, ma non è ancora detta l’ultima parola.

Oggi però vorrei attirare la vostra attenzione su una micro-derivazione di questa adattabilità. Non penso a quella dei popoli, ma a quella dei singoli individui.

La capacità di una persona di reagire all’ambiente che la circonda.

Credo che tutto parta da un meccanismo legato alla mimesi, cioè l’arte di dissimularsi sullo sfondo.

La nostra necessità di essere accettati dalla comunità (stavo per scrivere dal branco) ha radici profonde. L’uomo da solo non sopravvive. Ha bisogno di vivere integrato in una comunità per riprodursi, per trovare cibo e difesa, per un sostegno nelle fasi finali della vita.

E se sei antipatico a tutti, hai pochissime chances di vivere in un gruppo.

Valeva per gli uomini primitivi, ma il meccanismo è simile nella moderna tribù: i compagni di classe, i colleghi di lavoro, i vicini di casa… fino alla comunità virtuale sui social.

Per essere accettato, l’uomo individua in breve gli standard qualitativi del gruppo e li imita.

Appena trasferitomi a Milano, mi aveva colpito la differenza tra i milanesi che frequentavo e i miei concittadini di Trieste. I milanesi erano tutti in forma (pochissimi obesi), tutti vestiti bene, tutti iperattivi. Mentre i triestini vestivano casual, non prestavano grande attenzione alla forma fisica e amavano l’attività tanto quanto il riposo.

Fateci caso e noterete cosa la vostra comunità si aspetta da voi. E magari scoprirete il motivo di alcune vostre scelte.

Quattro Amici al bar

Per contro ho notato che adesso che vivo da solo, in un piccolo paese, e per di più in un periodo in cui il distanziamento sociale ha rarefatto le occasioni di incontro con altre persone, sto prendendo una deriva personalissima.

Come tutti, ho le mie piccole passioni, manie, vizi, stravaganze.

Senza la verifica giornaliera del resto del gruppo, le mie “stranezze” iniziano a prendere il sopravvento.

Niente di che, intendiamoci, ma ogni tanto mi accorgo di usare le magliette da casa anche quando esco (immagino che anche voi avrete delle vecchie t-shirt che usate solo per dormire o per fare i lavori domestici); oppure che non misuro più le parole prima di pronunciarle (ammetto di avere la fissa sul linguaggio); o magari mi capita di emettere giudizi su qualcuno senza aver avuto il modo di effettuare una valutazione ponderata.

C’è poco da fare: siamo animali sociali e abbiamo bisogno del gruppo anche per non perdere la rotta. Lo “stigma sociale” che tanto ci infastidisce, funziona perfettamente da pungolo per non scivolare nella barbarie della barba incolta o del mangiare direttamente dalle pentole.

In tempo di smart working è quindi necessario prestare attenzione ai dettagli e ristabilire delle piccole regole pratiche che ci tengano allenati per quando torneremo tutti assieme.

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De-responsabilizzazione

La via della deresponsabilizzazione è un male endemico della nostra società, ma assumersi le proprie responsabilità migliora la vita

La mattina avevo letto un bell’articolo di Nicola Pech in cui parlava di sicurezza in montagna.
La sera sono uscito per una “pellata” con gli amici nel comprensorio di Pila.
E due cose, apparentemente non collegate, hanno fatto click e mi hanno aperto gli occhi su un tema di cui oggi vi voglio parlare.

Analizzando l’etimologia della parola responsabilità, scopriamo che viene dal termine latino respònsus, participio passato dal verbo respòndere che traduciamo in italiano con rispondere. Quindi la responsabilità è la qualità per cui siamo chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Sempre in etimologia, il prefisso de (anch’esso derivante dalla particella latina) indica allontanamento.

Ed ecco la parola chiave, quella che mi aveva fatto sobbalzare leggendo l’articolo di Pech: de-responsabilizzazione. Cioè allontanare da sè la necessità di rispondere delle proprie azioni.

Nicola Pech racconta come gli incidenti in montagna hanno sempre portato con loro un’aura negativa e una vocazione dell’autorità pubblica a reagire a questi vietando la pratica “pericolosa”.

Dall’Ottocento (periodo in cui nasce l’alpinismo) fino a metà del secolo scorso, la tendenza era stata quella di considerare l’andar per monti un’attività elitaria. Chi lo faceva era orgoglioso di assumersene il rischio (lo considerava parte essenziale del guadagnarsi la libertà); le autorità erano felici di considerare quel manipolo di aspiranti suicidi come un male necessario.

Però, a partire dagli anni ’60/’70 del 1900, la montagna ha iniziato ad essere meta turistica. Non solo alpinisti e sciatori che, proprio perché parte di quell’elite autoreferente di cui sopra, consideravano fondamentale essere preparati ad affrontare la sfida dei monti, ma anche famiglie in gita e, di conseguenza, persone sprovvedute, non pronte all’ambiente alpino.

Parallelamente a questo incremento del flusso turistico è avvenuto uno spostamento della responsabilità dal turista al “custode” dei territori, cioè l’autorità che governa il demanio: sindaci e prefetti.

Non aggiungo altro, lascio che le conclusioni le traiate leggendo direttamente il bell’articolo di Nicola Pech (qui il link). Ma cito la frase che mi ha colpito: “La deresponsabilizzazione dell’individuo e la ricerca del colpevole non sono certo prerogative della montagna e dei suoi frequentatori ma sono ormai endemiche in società complesse e rigidamente organizzate come quelle in cui viviamo.”

uscita scialpinismo

La deresponsabilizzazione dell’individuo e la ricerca del colpevole.

I mali della nostra società.

Pensate a quante volte assistiamo allo scarica-barile (sinonimo meno elegante e più colorito di deresponsabilizzazione) nella nostra vita quotidiana.

Parliamo della scuola, ad esempio, la colpa è dei professori che pretendono troppo o non hanno voglia di far niente.

Un altro capro espiatorio per eccellenza è il Governo, preso di mira per qualsiasi cosa succeda: la pandemia, i treni in ritardo, la difficoltà a trovare lavoro.

I politici, proni a questa tendenza, fanno sfoggio retorico nel colpevolizzare il governo precedente, l’avversario politico, l’Europa, gli immigrati, la destra becera, la sinistra radical chic e via dicendo.

Ma l’unica cosa evidente è che tutti cercano di allontanare da sè la responsabilità. Hanno (abbiamo) timore di esser chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Invece la soluzione è proprio quella.
Farsi carico in prima persona delle cose che non vanno.
Trovare soluzioni invece di lamentare problemi.

Ed arriviamo alla gita di sci alpinismo.

Frequento un gruppo di appassionati. Ci siamo conosciuti ad un corso ed abbiamo continuato a praticare assieme questa bellissima attività a contatto con la Natura.

Negli scorsi mesi abbiamo dovuto fare slalom (mi si perdoni il gioco di parole) tra divieti e regolamenti. Ma non abbiamo mollato.
Siamo usciti (quando era permesso), seguendo le regole, limitando il numero di persone, limitando gli obbiettivi.
Abbiamo coinvolto i nostri amici guide alpine per garantire una maggior sicurezza.

Abbiamo continuato a sciare.

Sia chiaro, non c’è nulla di eroico in tutto questo.
Lo abbiamo fatto per soddisfare la nostra egoistica voglia di andare per monti.

Però ci siamo presi la responsabilità di metterci del nostro: pagare qualcosa in più, viaggiare un po’ più lontano, accettare alcuni compromessi sulle mete.
E il risultato è stato un rinnovato interesse che ha ulteriormente cementato il gruppo.

Non è sfuggendo alle responsabilità che miglioreremo la nostra vita.
Anzi… è proprio accettando di rispondere per le nostre idee ed azioni che renderemo la nostra esistenza degna di essere vissuta.

Ascolta “Parola d’ordine: de-responsabilizzare” su Spreaker.

La matrioska del Tempo

Una breve riflessione sul Tempo e su come lo utilizziamo, quello che conta è l’intensità con cui viviamo più della lunghezza della nostra vita

Avete presente quelle bambole russe che contengono un’altra bambola che, a sua volta, ne contiene un’altra e così via?
Ecco, a volte succede la stessa cosa con il Tempo.

matrioska

Facciamo un esempio pratico.
Ieri, giorno dell’epifania, avevo un appuntamento telefonico alle 9 e 30.
Mi sono alzato, ho fatto colazione, rassettato la camera, mi sono lavato ed essendo ancora presto, mi sono seduto con il mio tè sul divano a leggere.
Finito il capitolo ho guardato l’ora. Erano le 9:01…

Allora ho deciso di pulire la stufa. Ho preso tutte le cose che mi servivano, l’ho pulita, riaccesa, mi sono goduto il fuoco fiammeggiante e, già che c’ero, ho caricato un altro sacco di pellets. Erano le 9:13…

Perfetto. Giusto il tempo per rifare il tè. Ho riempito il bollitore d’acqua e l’ho acceso. Mentre aspettavo che l’acqua bollisse, ho deciso di rinforzare le scorte di semi che durante l’inverno, quando la neve rende più complicato nutrirsi, metto nella casetta degli uccelli in terrazza.
Torno in casa, controllo e l’acqua non bolle ancora. Così svuoto la lavastoviglie e finalmente verso l’acqua calda nella tazza. Sono le 9:19 ed ho ancora una decina di minuti prima della telefonata.

Avete capito cosa intendo.
Il Tempo è una materia elastica, si amplia e si contrae a seconda di quello che ci mettiamo dentro. Avere una vita piena di “cose da fare” ne aumenta il peso specifico.

Non conta quanto tempo è passato, ma quanto intensamente è stato vissuto.
O come ha detto meglio di me la poetessa Maya Angelou, “La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza respiro”.

Quindi, tornando alla matrioska, non accontentiamoci del Tempo che abbiamo, ma apriamolo, scardiniamolo, per poterne sfruttare ogni interstizio.

Una vita non è fatta di anni, mesi e giorni, ma di una lunga fila di attimi, ed è nostra responsabilità dare un senso a ciascuno di essi.


Potete ascoltare questo post qui:
Ascolta “La matrioska del Tempo” su Spreaker.

Il coraggio di chi resta

Il natale 2020 sarà molto più triste, funestato dalla lontananza dalle persone che amiamo, ci aiuterà la tecnologia e un pizzico di speranza

In questi giorni, per vicende personali, ho molto riflettuto sui distacchi.
Sia su quelli drammatici, come quando qualcuno muore, sia quelli meno definitivi ma pur sempre dolorosi, come una partenza o un “distanziamento sociale” imposto da una pandemia.

Quando muore una persona, il nostro pensiero corre subito a chi resta.
La compagna o il compagno, i figli, i genitori, gli amici. Persone che soffriranno molto più di chi se n’è andato.

Il dolore è provocato dall’impossibilità di avere accanto la persona che ti è cara. Da non poter ridere con lei, da non poter condividere emozioni e pensieri, da non poterle parlare, stringere, o anche solo osservare.

Questa sensazione è descritta dalla frase “quando muore qualcuno che ami, un po’ muori anche tu”.

gente che saluta

Facendo le dovute proporzioni, un dolore dello stesso tipo lo si prova quando una persona parte per un viaggio per un luogo lontano o per trasferirsi in una città diversa.
Certamente è mitigato dal fatto che non è per sempre, e – ovviamente – dalle meraviglie tecnologiche che ci permettono di fare videochiamate e scambiare messaggi continuamente.

Ma il senso di vuoto che lascia la distanza da una persona che si ama è lo stesso.

Stiamo per affrontare il natale più strano (e più triste) della storia dell’Uomo.

Tradizionalmente durante queste festività le famiglie si riuniscono (“Natale con i tuoi, pasqua con chi vuoi”), la gioia dello scambio dei doni o anche solo le chiacchiere con una fetta di panettone in mano in cui si rivivono vecchi ricordi o ci si aggiorna su quella zia che vive in Brasile e di cui non si hanno notizie dal natale precedente.

Ecco, questo 25 dicembre sarà orfano di tutto ciò.
Sarà più freddo e più triste.

Allora penso al coraggio delle madri che piangono i figli morti, delle mogli i cui mariti sono emigrati dall’Africa alla ricca Europa, alle coppie divise dalle esigenze di lavoro, ai fratelli separati.

E mi dico che se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.
Che il lockdown non durerà per sempre.

E faccio una proposta: scegliamo (uno per famiglia) una nuova data in cui festeggiare il natale.
Potrebbe essere il compleanno della nonna a febbraio, l’equinozio di primavera, o la ricorrenza del trasloco nella casa nuova.

Il natale quest’anno è solo rimandato.

Fare un regalo

Il senso di scambiarsi dei doni a natale è molto più profondo che un mero esercizio di shopping compulsivo. E quest’anno ancora di più

Ha colto nel segno la pubblicità olandese di DocMorris (una casa farmaceutica) che in un bel video (che potete vedere qui) ha spostato l’attenzione dal regalo al gesto di donare.

Nello spot un signore anziano sembra concentrarsi su se stesso e prepararsi ad una qualche impresa sportiva o, ancor peggio, ad allenarsi ai fini estetici.

E’ buffo, per non dire ridicolo.
Veste in modo antiquato e si allena senza criterio: ripete alla noia un gesto senza costrutto.
Un po’ alla volta i vicini, che prima lo osservavano con una punta di sufficienza se non fastidio, inizano a preoccuparsi e chiamano la figlia che però non riesce a farlo desistere.

Il finale (che non vi svelo) offre una spiegazione non solo logica ma anche poetica di tutto quell’allenamento.

regali-di-natale

Il regalo a natale dev’essere questo.

Non un dono acquistato in fretta e abbandonato sotto un abete posticcio, ma un allenamento a pensare agli altri. Uno sforzo costante ad aver a cuore la felicità altrui.

Quest’anno il natale sarà molto diverso dal solito. Specialmente per chi, come me, vive lontano dalle persone che ama di più.

Sarà un natale di lontananza fisica e di vicinanza emotiva.

I regali, come nella pubblicità olandese, non saranno importanti: sarà importante sapere che qualcuno ha pensato a me per tempo. Che si è prodigato per cercare la cosa giusta e farmela avere, senza scoprire le sue carte.

Questo è il vero segno dell’amore.
Questo è il vero dono che riceverò e che spero di saper ricambiare.