I buoni maestri

Nella vita incontriamo persone che sono buoni maestri, persone che ci stimolano a diventare migliori e verso i quali abbiamo un debito immenso.

Oggi, e si capirà meglio in seguito il motivo, mi interrogo su cosa ci ha portato ad essere come siamo.
Ogni uomo è plasmato dal suo bagaglio di esperienze e soprattutto da come si è comportato di fronte ad esse. Ma cos’è che ci ha spinto a reagire in un modo piuttosto che in un altro? Sono convinto che ognuno di noi ha un debito enorme con coloro che ci hanno aiutato a formare la nostra personalità.

Io li chiamo i maestri.

Non è facile riunire sotto una sola categoria persone così diverse.

Ci sono, ovviamente, gli educatori e tutto il complesso sistema di conoscenze che va sotto il nome di scuola. Ma i “maestri” nell’accezione di cui ho appena parlato sono una cosa diversa. Sono persone che con le loro idee e con il loro esempio, hanno dato forma a come sono adesso.

Provo ad uscire dalla teoria ed entrare negli esempi concreti.

Avevo una dozzina d’anni quando la mia strada si incrociò con quella di un vero e proprio mito dello sport triestino: l’allenatore Francesco (ma per tutti, anche per noi suoi giovani atleti, Cesco) Dapiran.
Facevo canottaggio e mi ha insegnato praticamente tutto, dai fondamentali alla preparazione fisica. Ma quello che mi ha passato, insieme alla tecnica è stata una serie di regole che ancora oggi applico.
L’importanza della costanza e del rigore nell’allenarsi.
Il rapporto con i compagni di squadra.
Il rispetto di me stesso.
Per un ragazzo che era ancora un foglio bianco, ogni sua parola diventava una rivelazione.
Ricordo con un sorriso di aver iniziato a mangiare verdura ad ogni pasto perché Cesco, durante una trasferta, aveva detto casualmente che ogni atleta che si rispetti mangia verdura regolarmente.

Pochi anni più tardi ho incontrato un’altra maestra, una professoressa di italiano di cui, come spesso accade con i professori, ricordo solo il cognome: Van Der Heim.
Da lei non ho imparato solo le declinazioni latine o le regole della nostra lingua, ho imparato soprattutto l’amore per le parole, il fascino di un paragrafo ben costruito, il ritmo di un verso, gli universi che si celano in un libro.
Era una professoressa di quelle dure, non regalava voti, era alta e segaligna, ma ti trasferiva tutto il suo amore per la sua materia.

Chiaramente, più si è giovani, più è facile trovare uomini da cui imparare.
Per chi ha fame, ogni cibo è una delizia.

Ma i miei incontri con maestri hanno continuato negli anni successivi.

A volte erano persone che incontravo e che mi narravano della loro vita.
Più spesso persone di cui leggevo e che mi ispiravano.

Fabrizio De Andrè, ad esempio, con la sua poetica e il suo stile di vita, mi ha aiutato a creare un sistema di valori a cui ancora adesso mi ispiro.
Gino Strada, con il suo esempio e la sua lucida testardaggine, è stato ed è un esempio che cerco di emulare.
Per entrambi, non si tratta solo delle cose in cui credevano, ma anche del modo in cui vivevano aderendo ai loro ideali.

Nella maggior parte dei casi si trattava di uomini e donne più grandi di me, ma qualche volta erano anche giovani talenti ad impressionarmi. Campioni dello sport, artisti, scienziati. Ricordo ad esempio le notti dei mondiali di calcio del 1982, quando un giovanissimo Giuseppe Bergomi scese in campo, era nato pochi giorni prima di me, lui indossava la maglia della Nazionale, io lo tifavo dal divano di casa: quel giorno capii che era ormai troppo tardi per diventare un campione mondiale!

Tutte le persone che ho citato erano accese di un sacro fuoco, avevano una passione immensa e percepibile, che non nascondevano ne’ esibivano. Era la loro ragione di vita…

Tra i maestri che mi hanno reso quello che sono, un posto importante è occupato dai miei genitori.

tramonto a Emarese

Ieri mio padre avrebbe compiuto 88 anni, ma il 15 ottobre è morto seguendo a pochi mesi di distanza mia madre che era morta il 10 febbraio.
Ho molto riflettuto in questi giorni sul loro ruolo nella mia vita.
Come tutti i genitori mi hanno cresciuto, mantenuto e curato fino a quando, 24enne, me ne andai di casa per intraprendere il mio cammino.
Ma fino a quest’anno ci sono sempre stati.

Erano un team affiatato che si divideva i compiti dell’educazione: mio padre rappresentava il mondo delle idee, mia madre quello del fare. Mio padre ci guidava marciando avanti a noi, mia madre ci spingeva amorevolmente da dietro.

Ho un debito immenso con loro. Di amore, di insegnamenti, di esempi. Un debito che spesso temo di non riuscire a saldare con i miei figli.
Ma in questi ultimi giorni, mentre mio padre si spegneva, e lo rivedevo chino al mattino a leggere i suoi libri e a riflettere su quello che leggeva, ho capito che in fondo io devo solo cercare di essere il più trasparente possibile, permettere che quello che ho imparato passi attraverso me verso gli altri, e – soprattutto – che il mondo è pieno di maestri e che non si finisce mai di imparare.

Puoi ascoltarmi leggere questo post nel mio podcast Composteria:
Ascolta “I buoni maestri” su Spreaker.

Le montagne dentro

Il mare e la montagna sono entrambi potenti espressioni della Natura, e con entrambi l’uomo deve confrontarsi per capire il suo posto nell’universo

Vicessitudini familiari mi hanno portato a passare alcuni giorni a Trieste, e una sera mi sono trovato a passeggiare lungo il mare, a Barcola.
La temperatura era mite, il sole era calato e restavano solo i riflessi rosso-dorati sulla superficie dell’acqua, lo sciabordio lento delle onde che si rompevano sugli scogli sembrava aggiungere pace a quello scenario.

Sono nato al mare, ho vissuto per 25 anni a Trieste, mi sento e sono un figlio dell’acqua salata.
Allora, come mai anelo a tornare alla mia casa tra i monti?

Spesso in questi anni mi sono chiesto cosa significhino per me le montagne.
Ho pronta una lista lunghissima di ragioni per le quali amo vivere nelle Terre Alte.

Alcune sono molto pratiche: l’aria più sottile che vi si respira, le temperature frizzanti, l’assenza di zanzare e umidità.

Altre sono più legate alle mie passioni: camminare, correre, arrampicare, sciare.

Altre ancora sono più filosofiche: vivere a contatto con la natura per ristabilire un rapporto più vero tra ciò che siamo e il mondo in cui viviamo, lontano dai mondi artificiali delle città. Salire una vetta per imparare a conoscere i propri limiti.

Altre, infine, rasentano la spiritualità: cercare una dimensione sovrannaturale attraverso la bellezza pura dei paesaggi montani.

Sono tutti concetti che condivido e che mi affascinano, però hanno il retrogusto artificiale del pensiero fine a se stesso. Quando realizzi che la teoria che stai esponendo, seppur bella e credibile, ha perso il contatto con la realtà dei fatti.

Ebbene, passeggiando lungo il mare, cercavo di trovare la calma dopo una giornata che era stata difficile emotivamente.
Lasciavo che la brezza mi soffiasse sul viso come per cancellare i pensieri tumultuosi. Lasciavo che il mio cuore si sincronizzasse con le onde ed emulasse il lento respiro del mare.
Così ho ritrovato la quiete. In quegli spazi ampi che si confondono con l’infinito, nel moto regolare e soporifero dell’acqua, nelle tonalità di colore che spaziano tra l’azzurro e il blu.

Ed ho capito.
Nella mia vita non ho mai perseguito la quiete, ma il movimento.
Ho sempre amato le sfide, le scoperte, i nuovi traguardi.
Amo i numeri dispari perché non li puoi rappresentare in forma statica, sono “naturalmente” dinamici.

Il panorama montano è così. Una vetta che indica al tuo occhio il cielo. Un colle che ti invita a scavallarlo per scoprire nuovi mondi. Una tavolozza di colori che copre l’intero spettro del visibile e che muta a seconda delle stagioni e del meteo.

Io le montagne le ho dentro.

E a chi mi dice che, in fondo, chi ama le montagne ha una visione limitata, mentre chi ama il mare ama l’infinito degli spazi, ricordo la poesia di Giacomo Leopardi intitolata L’infinto appunto. Il poeta nei primi versi spiega come la siepe del giardino gli sia cara proprio perché evoca in lui tutto ciò che c’è oltre ad essa:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Leopardi esalta la sua natura umana nel desiderio di scoprire, di conoscere l’infinito.

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.

La sera, dal terrazzo della mia casa, scorgo le diverse dorsali montuose che separano le valli laterali della Valle d’Aosta. E mi perdo a pensare di percorrerle in un movimento continuo ed appagante.

Il mio amico Denis dice che a noi montanari fa bene andare al mare “per riposare gli occhi”.
Ha ragione.

Qui sul mare cerco il riposo.
Inseguendo le guglie alpine, cerco la vita.

Ascolta “Le montagne dentro” su Spreaker.

Le ultime novità

A prescindere da tutto quello che può accadere, la vita continua, e noi dobbiamo cavalcarla

Eccomi di ritorno. Dopo un lunghissimo periodo di silenzio, torno ad imbrattare i bianchi fogli di questo contenitore digitale di pensieri. È stato un periodo operoso. Molte cose sono cambiate nella mia vita. E tutte in meglio.

Una delle frasi che mi amavo ripetere è che se una persona si volta indietro e osserva la propria vita, vedrà una linea retta: tutti gli eventi sembrano portare a dove si trova adesso.

Dicevo così pensando che, in fondo, siamo noi ad indirizzare la nostra vita. Ma in realtà mi sbagliavo.

Credo che le cose ci accadano: le nostre vite sono caratterizzate da una serie di eventi casuali e la nostra abilità sta nel trovar loro un senso. O per lo meno, è quello che cerco di fare io.

Negli ultimi anni, un po’ per la pandemia, un po’ per le vicende personali, avevo deciso di rinchiudermi nella mia bolla privata. Facevo il mio lavoro, riempivo le mie giornate di passeggiate nei posti che amo, non uscivo mai dalla mia comfort zone e vivevo pacifico, senza scossoni. Davo anche una precisa connotazione morale a questa mia apatia: una forma di resistenza passiva al modo in cui il mondo cambiava.

tramonto sulla valle centrale

Ma poi una serie di eventi mi ha sbattuto in faccia la realtà.

Ho ricevuto l’annuncio che sarei diventato nonno e solo alcuni giorni prima che morisse mia madre, ricordandomi come tutto debba continuare, nonostante quello che capita a me.

Ho incontrato una donna, che mi ha permesso di tagliare con i rimpianti per il passato e di guardare avanti con entusiasmo.

Ho avuto l’occasione di rispolverare la passione per la musica, rimettendomi in gioco come autore e come cantante oltre che come semplice appassionato.

E adesso ho deciso di dedicarmi con tutto me stesso al lavoro che più mi piace: creare con le parole. Il podcast, i libri, le storie…

Come spesso accade, uso questo spazio anche per creare uno stimolo esterno, darmi una motivazione in più. Un po’ quello che succede quando si inizia una dieta e lo si dice a tutti per non avere scuse. O si annuncia la partecipazione ad una gara per sfuggire alla tentazione di fare un passo indietro a metà della preparazione. Trucchetti per chi, come me, ha una volontà debole.

Quindi, abbiate pazienza, accettate i miei sproloqui quotidiani, e continuate a seguirmi. Di certo, da oggi in poi, sarò molto più visibile.

Ascolta “Ultime news” su Spreaker.

La lepre di periferia

Gli uomini hanno modificato l’ambiente per renderlo più aderente alle loro esigenze. Ma per questo abbiamo pagato un prezzo

Fermo ad una rotonda che permette di immettersi in Milano da una strada laterale (se conosci le stradine ti risparmi decine di minuti) vedo che la donna a fianco del guidatore nell’auto che scorre parallela alla mia sta indicando il prato a bordo carreggiata.
Definirlo un prato, in realtà, è una pietosa bugia. Un pezzo di terreno su cui troneggiano i residui di un vecchio cantiere è stato piano piano colonizzato da delle piante. L’erba gialla e quasi secca dove sono passati a tagliarla è impolverata e richiama alla mente il deserto. Solo delle chiazze di vegetazione un po’ più in là danno un vago senso di vita.
Ad attirare l’attenzione della donna è stato un leprottino spelacchiato che sta correndo come un pazzo lungo il bordo della strada. Ancora pochi balzi e poi scarta secco a destra e si infila nell’erba più alta. La ragione di questa fuga è un grosso corvo nero che lo sorvola dall’alto ma deve abbandonare la caccia quando l’animaletto si mimetizza tra i cespugli. Intanto l’automobile che mi precede si muove e io la seguo.
Però quel leprotto mi è rimasto fisso in testa.

lepri a Milano

Ogni città, perfino Milano, è piena di questi clandestini. Animali e piante che dovrebbero vivere in campagna ma che si ricavano un loro spazio tra muri e cemento. Non sono belli, sembrano un po’ più magri, più spelacchiati, dei loro fratelli che incrocio intorno a casa mia. Sembrano quasi più opachi, come se una patina li avesse ricoperti.

L’altra sera, mentre percorrevo la sterrata dietro casa poco prima di cena, ho visto due piccoli tassi che giocavano. Si rincorrevano, sembravano quasi rotolarsi con quella loro forma tozza e quell’andatura strana che ricorda un po’ i panda, in quel punto la strada era asfaltata, ma loro sembravano non accorgersene. Anche quei loro balzi goffi e quello scappare da noi solo quando eravamo a meno di cinque metri di distanza, li avevano impressi nella mia mente.

Poi ho ripensato al leprotto di Milano e ho capito cosa mi avesse disturbato.
Lì era lui ad essere fuori posto. Qui è l’asfalto che sembra una forzatura.

Una cosa simile succede per gli esseri umani.
Se paragono i miei amici di città e quelli che vivono in montagna, sembra appartenere a due diverse speci di uomo.
I primi sono circondati da una brillante immagine di sè che sembrano proiettare continuamente. Cosa faccio, chi sono, cosa mi piace, cosa aborrisco, il mio lavoro, l’ultimo libro letto, la musica che amo e via dicendo. L’ambiente intorno a loro è uno schermo che li riflette ed amplifica.
Sia chiaro che questa non è una cosa che mi infastidisce, anzi penso di fare esattamente lo stesso, serve ad interagire tra persone. Il posto dove siamo è totalmente indifferente.
Quando esco con gli amici di qui, la situazione si rovescia. E’ l’ambiente ad avere la priorità, i luoghi, i panorami, i colori e gli odori, noi siamo, esistiamo, solamente nella misura in cui interagiamo con esso.
Lo ribadisco di nuovo, non si tratta di giudizi morali. Lo spaccone o il viscido esistono sia in città che qui. Ma le persone di fronte alla Natura sono più quello che sono non quello che dicono di essere.

Noi uomini abbiamo creato le città a nostra immagine e somiglianza, ma forse adesso ci siamo ubriacati di noi stessi e abbiamo bisogno di scendere con i piedi per terra e imparare a misurarci con la realtà vera, non con quella addomesticata che abbiamo creato a nostro uso e consumo.

La maggior parte delle persone ha voglia di questo cambiamento. Sente come innaturali le situazioni create artificialmente ed anela ad un ritorno alla naturalezza. Lo capisci quando li vedi perdersi nel bosco ad osservare il verde cangiante delle fronde, o quando apprezzano la puzza del letame nei pascoli. Sono strani. Sono goffi. Sono come adulti che tornano a giocare a pallone dopo 30 anni: sanno che è divertente ma sono impacciati, non hanno la stessa ingenuità dei ragazzini che giocano sul prato accanto.

Il leprotto di Milano non ha scelto di vivere lì. E similmente molte persone non hanno la possibilità di scegliere dove vivere. Ma già rendersi conto, attraverso un po’ di esperienze nel fine settimana o durante le vacanze, di cosa abbiamo lasciato fuori dalle nostre città, sarebbe un primo passo per spogliarsi dall’artificialità e riguadagnare un po’ di naturalezza.

Ascolta “La lepre di periferia” su Spreaker.

Fare musica

Per alcuni anni la musica era sparita dalla mia vita, adesso è tornata e mi ha riempito di gioia. E sono tornato a suonare…

Ciclicamente sono colpito dai sensi di colpa perché trascuro questo spazio. Non mi obbliga il dottore – come si dice – in fondo è una mia scelta, ma un po’ per pigrizia, un po’ per cronica mancanza di tempo, anche quando avrei qualcosa da dire, finisce che taccio.
Ma ieri mattina ho notato una cosa che mi ha folgorato: nella mia vita è tornata la musica!

Non so come sia successo, forse ero distratto a seguire altre vie, ma un po’ alla volta la musica era sparita.

Da ragazzo suonavo per ore la chitarra (me la portavo anche in bagno), e quando non suonavo ascoltavo la radio, le cassette, i vinili. Poi erano arrivati i cd e i file audio, ma io non li cercavo più. Persino in auto, preferivo ascoltare i programmi di intrattenimento basati sulle parole e intervallati da brani commerciali. E le serate con gli amici giravano attorno alle chiacchierate più che alle chitarre.

chitarra classica

Per più di dieci anni c’era questa assenza come uno sfondo: un’ombra scura che assorbiva i colori.

Poi è successo qualcosa. Ho avuto bisogno di dare una svolta (un’altra) alla mia vita. Prima c’è stata Alexa (lo racconto qui) e ho iniziato a cercare le canzoni che amavo. Poi, per caso, ho preso parte ad uno spettacolo in piazza e lei era lì ad aspettarmi. Appena ho sfiorato una chitarra, la musica è tornata prepotentemente nella mia vita.

Ogni viaggio in auto è occasione di ascoltare e cantare (sovente a squarciagola), la chitarra è tornata a farmi compagnia la sera sostituendo la televisione, insieme ai vecchi cantautori che già avevano contribuito alla mia formazione. E un paio di sere orsono, due amici sono venuti a cena da me, e siamo finiti a strimpellare cercando di rammentare accordi e vecchi testi.

Con la musica sta tornando anche la gioia nel mio cuore, ed in fondo era questo che volevo raccontare. Ho di nuovo energia da profondere in nuovi progetti, ho voglia di lanciarmi in nuove sfide che si presentano all’orizzonte.

E un po’ mi chiedo: ma sono felice perché è tornata la musica oppure la musica è tornata perché sono di nuovo felice?

Lascio a Marzullo il compito di risolvere l’enigma, io preferisco crcare di ricordarmi come faceva quel giro di accordi che mi piaceva tanto…

Ascolta “Fare musica” su Spreaker.

La parola giusta

Nel giorno del compleanno di Lucio Dalla partiamo da una sua canzone per riflettere sull’arte e su come sia immune al perbenismo

Abbiamo da poco celebrato il decennale della morte di Lucio Dalla.
Tra le tante canzoni che ha scritto, ce n’è una che è uscita nel 1979 e che io, allora quindicenne, mandai a memoria al primo o secondo ascolto e nella quale ritrovai un manifesto della condizione giovanile dell’epoca.
Mi riferisco ad “Anna e Marco”, prima traccia del lato B del long playing intitolato semplicemente Lucio Dalla. Un disco che conteneva, tra le altre, “Cosa sarà” in cui duettava con De Gregori, “L’ultima luna”, “Stella di Mare” e la suonatissima “L’anno che verrà” con quelle pennate strascinate sulla chitarra che ti facevano sentire un musicista vero quando la intonavi con gli amici.

Ma torniamo ad Anna e Marco.
In poche strofe tratteggia la storia d’amore di una giovane coppia che vive in periferia. Parla dei loro sogni e del confronto con la realtà.
In una frase racconta disillusione e voglia di evasione, così come, in una sola riga, racconta una giovinezza fatta di domeniche pomeriggio al bar e serate in discoteca, prima di rientrare in una realtà che aliena.

Lucio Dalla

Dalla, come tutti i grandi artisti, era in grado di usare le parole per dipingere immagini.
E le parole erano scelte con cura: costrette nella metrica di una canzone, eppure così forti e così libere.
L’altra mattina ascoltavo quell’album e sono stato colpito da una strofa.

La canzone inizia descrivendo i due personaggi in modo simmetrico.
Entrambi hanno voglia di evadere, “andar via” come canta Dalla.
Trovano una moto e fuggono in città dove entrano in un bar e lì…

Anna bello sguardo, non perde un ballo
Marco che a ballare sembra un cavallo
In un locale che è uno schifo
Poca gente che li guarda, c’è una checca che fa il tifo

Così loro scappano via, innamorati e pieni di vita, per un giro sotto la luna e gli sguardi dei cani randagi, per poi tornare mestamente alle loro vite a fine serata.

La cosa che mi ha colpito è il particolare dell’omosessuale che nel bar li guarda ballare.
Possiamo pensare che si tratti dello stesso Dalla che si mette comodo in quella postazione di osservatore e da dentro la storia ce la racconta.

Quello che mi ha colpito è la scelta del termine “checca” per autodefinirsi.
Appena meno offensivo del termine “frocio”.
Ma in quella strofa non solo è perfetto come metrica, ma è anche perfetto come descrizione.
La parola “checca” non offende, anzi ha un che di bonario, di affettuoso.
È un tocco di colore in un quadro equilibrato.

Nel mondo di oggi si cerca una correttezza di facciata (è di questi giorni la notizia che Apple cambierà la voce di Siri, il suo assistente vocale, per renderla “gender free”) invece che un rispetto culturale.
Si purgano le parole invece che le idee, come se fossero queste il bene e il male.

La lirica di Lucio Dalla è equilibrata e perfetta. E sfido chiunque a sentirsi offeso dall’aver definito “checca” l’omosessuale nel bar.
Quando si parla si deve andare oltre al singolo termine, ed analizzare il contesto della frase.
Il messaggio arriva forte e chiaro, e solo un esegeta miope potrebbe criticare la scelta del poeta.

Eppure…
eppure è di questi giorni la polemica sull’iniziativa (fortunatamente subito rientrata) dell’università Milano Bicocca di sospendere un corso di Paolo Nori su Dostoevskij. Per opportunismo politico, non volendo suscitare polemiche antirusse in questi giorni delicati del conflitto con l’Ucraina.
C’è la famosa massima che viene attribuita a decine di diversi autori che recita: “Quando il saggio indica la luna, l’imbecille guarda il dito”.
Beh devo confessare che da un po’ ho la sensazione che siano gli imbecilli a gestire il mondo.

E adesso torno ad ascoltare Dalla…

Ascolta “La parola giusta” su Spreaker.

L’elogio della normalità

Vorrei spendere questo spazio oggi per condividere una riflessione che mi ha rasserenato.
Come spesso avviene, a darmi lo stimolo a pensare è stato un libro. Sto rileggendo “Uomini, boschi ed api”, un librettino pubblicato da Einaudi nella collana ET Scrittori (10 euro e 50), in cui Mario Rigoni Stern racconta alcuni aneddoti sul suo rapporto con la natura.

Mario Rigoni Stern è uno degli autori che amo. Mi piace il ritmo che riesce a dare alla sua scrittura ed è stato anche un punto di riferimento nelle mie scelte personali.
Il brano a cui mi riferisco è “Segnali di primavera” e adesso ve ne trascrivo un breve passo.

Dicono i meteorologi che questa primavera è pazza [omissis], che sempre meno distinguibili saranno tra di loro le stagioni, e che la temperatura media stagionale ogni anno si abbassa di qualche decimo di grado. Forse tutto questo è vero perché ricordo di quand’ero ragazzo che due macchie di neve ai fianchi di una nostra montagna a settembre non si notavano più e ora, invece, queste due macchie non solo resistono tutto l’anno ma lentamente aumentano nel trascorrere del tempo.

Non sono riuscito a trovare l’anno in cui questo testo è stato scritto. La prima edizione del libro risale al 1980, ma magari il pezzo è precedente.

Comunque, quello che mi ha fatto riflettere è che 40 anni fa la situazione del clima era il contrario di quella che ci troviamo adesso. Temperature in discesa negli anni e maggior innevamento.

Questo corrisponde a quanto ho già sentito dire da vari esperti di climatologia e meteorologia. Il nostro pianeta è naturalmente soggetto a dei macrocicli in cui la temperatura si innalza per anni e poi si riabbassa.

Prima che nascano equivoci, voglio fare una precisazione.
Viviamo in un pianeta piccolo e con risorse limitate. La popolazione mondiale continua ad aumentare (in questi giorni abbiamo toccato gli 8 miliardi e le stime di crescita dicono che saremo in 10 miliardi nel 2050).

Sono convinto che consumare responsabilmente, evitare di sprecare energia, evitare di inquinare, debbano essere linee guida delle nostre vite. Altrimenti la razza umana non sopravviverà e, soprattutto, trascinerà con se anche tutte le altre incolpevoli forme di vita che abitano la Terra.

Ma detto che l’uomo deve fare attenzione a come si comporta, rimane il fatto che l’assenza della neve a gennaio fa il pari con la troppa neve di settembre citata da Rigoni Stern.

In questo mondo in cui si premiano gli eccessi, i media hanno la necessità di trovare storie eccezionali, grandi tragedie, amori impossibili, stragi annunciate, catastrofi imminenti.
Invece, come testimonia il brano che ho citato, la normalità è lo stato più diffuso.
Le cose osservate da una certa distanza appaiono molto meno strane.
La lente d’ingrandimento a cui sottoponiamo qualsiasi cosa, deforma la nostra percezione della realtà.

Mentre scrivo queste righe, in parlamento stanno eleggendo il 13esimo presidente della Repubblica.
C’è un can can mediatico intorno a questo evento che va ben oltre alla necessaria informazione.
Inviati dei talk show si rubano la scena ogni minuto tentando di dare interpretazioni iperboliche, il più curiose possibile per ogni minimo dettaglio.

La lente d’ingrandimento di cui parlavo prima, accentua e distorce, evidenzia e catalizza.

L’effetto pratico è che sui social la gente ha iniziato a parlare del “teatrino scandaloso della politica” e alcuni commentatori eccellenti si fanno trascinare e commentano come sia vergognoso votare per Amadeus o puntano il dito contro “il colpevole ritardo in questo momento di emergenza nazionale”.
Come se fare le cose in fretta fosse una cosa buona.

I vecchi dicevano “La gatta frettolosa fa i gattini ciechi” e noi potremmo trasformarlo in un “i parlamentari frettolosi eleggono un presidente a tempo”.

Osservando le precedenti elezioni, scopriamo che raramente è stato impiegato meno di 6 votazioni. Quindi perché le cose dovrebbero cambiare ora?
Ciò detto, sono felice di avere un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella, che già nei passati sette anni di mandato si è messo in luce per pacatezza e rigore.

Questo comportamento bipolare dei media che cercano lo scoop a tutti i costi invece di narrare lo scorrimento normale degli eventi ha accompagnato anche tutte le fasi della pandemia. Accentuando la polarizzazione delle posizioni sui temi caldi: pro e contro i vaccini, pro e contro il Green Pass e le regole del lockdown, pro e contro la gestione degli ospedali.

Facciamo un passo indietro.
Rilassiamoci.

Non abbiamo il controllo totale della nostra vita, figuriamoci se lo abbiamo di eventi come il riscaldamento globale, l’elezione del Presidente, l’eliminazione del Covid.

L’unica cosa che possiamo fare è guardare il nostro piccolo mondo, cercare di fare la nostra parte e non perder tempo a fomentare le discussioni globali.

Ascolta “L'elogio della normalità” su Spreaker.

La boccia e il pesce rosso

La stragrande maggioranza delle persone vive la propria esistenza al di fuori del mondo dell’informazione. E se questa vi sembra un’esagerazione, vi invito a fare un piccolo test con le persone che vi stanno attorno.

In pochissimi leggono il giornale ogni giorno. E, tra chi si informa, solo una parte accetta come vero quanto trova sui media.

[Qui ci sarebbe da fare una digressione su come l’aver usato e, a volte, abusato dei social come strumento di diffusione dei media tradizionali abbia fatto crollare la credibilità di questi ultimi. Ma ve la risparmio.]

Anche su temi che, volenti o nolenti, toccano tutti (ad esempio le regole della pandemia), provate a parlare con le persone e scoprirete che la maggioranza ignora anche le regole base.
E non parlo solo di quelli che consideriamo gli ignoranti per definizione, chi non ha studiato, quelli che chiamiamo “animi semplici”.
Chiedete al figlio della vicina che va al liceo classico, o al collega laureato che gestisce budget da milioni di euro, o – persino – a chi queste regole dovrebbe conoscerle per lavoro.

Le risposte saranno vaghe, se non, più onestamente, del tutto assenti.

pesce rosso

Ciò mi porta a due conclusioni.

La prima è che non ci interessa più essere informati, sapere le cose. Un po’ perché crediamo che l’oracolo di Google ci risolverà ogni problema, ma soprattutto perché abbiamo scelto la scorciatoia. Una volta si combatteva l’ignoranza perché era un ostacolo al successo personale. Oggi l’ignorante si arroga il diritto di stare sullo stesso piano di chi sa. Ed è sbagliato.

La seconda considerazione è relativa al mondo dei media.
Gli operatori dei mezzi di informazione riempiono i giornali di opinioni. Spesso discutono di articoli precedentemente scritti da colleghi e letti solo da colleghi. E’ un circolo autoreferenziale deprimente. Se sei dentro ti sembra di far parte dell’intellighenzia, di contare qualcosa.
A me ricorda il pesce rosso che è convinto che la sua boccia sia l’universo. O, se preferite la citazione di una vecchia barzelletta, il pazzo che da dietro le sbarre del manicomio chiede ai passanti “Ma siete in tanti lì dentro?”.

Credo che una dote fondamentale per fare bene il giornalista sia l’onestà intellettuale. La mente non deve avere preconcetti per osservare e descrivere la realtà.

Credo che sia giunto il momento di fare una seria autoanalisi e offrire degli strumenti che possano non solo essere validi ma anche interessanti. Per farlo bisogna rompere la boccia di vetro, pensare fuori dagli schemi, ascoltare di più il mondo e osare.

Ci sono esempi di questa nuova informazione.
L’Essenziale (la nuova testata settimanale di Internazionale) è forse il più fulgido tra questi esempi. Ma ci sono anche alcuni podcast informativi, qualche trasmissione televisiva di nicchia.

Dev’essere una costante tensione al cambiamento, all’innovazione.

D’altronde, se i giovani hanno dovuto accettare la precarietà del lavoro come stile di vita, forse anche i media dovrebbero considerare l’impermanenza come linea guida.

Ascolta “La boccia e il pesce rosso” su Spreaker.

Il mondo ha sete

L’acqua opera miracoli, nel mio giardino e nel mio spirito. Eppure si tende sempre a darla per scontata, come se fosse garantita.

Nel mio giardino c’è una pianta di rose gialle. E’ il lascito di una ragazza che prima abitava nella casa e che qualche anno fa se n’è andata. Aveva piantato questa rosa e, da allora, io l’ho curata. In realtà è una pianta forte, e le mie cure si sono limitate a crearle una struttura sulla quale arrampicarsi e a qualche potatura di tanto in tanto. Il resto lo fa tutto da sola.

La temperatura sta scendendo rapidamente. La sera fa decisamente freddo e l’angolo di giardino dove la rosa cresce non è particolarmente esposto al sole. Così, quando qualche settimana fa il roseto aveva perso tutti i suoi petali, avevo dato una bella spuntata ai fiori secchi e avevo pensato che li avrei rivisti a primavera.

Invece, ieri mattina, quando mi sono alzato, ho avuto la bella sorpresa di vedere una nuova fioritura.

Non finirò mai di stupirmi della forza della Natura che si manifesta, in particolare, in quei campioni di robustezza e resilienza che sono le piante.

Passo il mio tempo combattendo contro le ricrescite di alberi abbattuti, di piante di rovi che cerco di estirpare, di piante di edera che ricompaiono dal nulla.

E’ una battaglia impari. Alla fine lo so che vinceranno loro. Ma dopo l’ennesimo taglio, è con ammirazione che noto i germogli spuntare di nuovo dal ceppo tagliato…

Tornando alle mie rose, riflettevo su cosa potesse aver dato loro la spinta per fiorire di nuovo. Come dicevo non è certo la temperatura o il sole, quindi, considerando che negli ultimi tre giorni c’è stata una pioggia torrenziale, immagino sia un miracolo operato dall’acqua.

Scomodando le memorie del liceo (e del catechismo) mi sono tornate in mente le parole di Francesco d’Assisi e del suo Cantico delle creature…

Laudato sii, o mio Signore, per sora Acqua,
la quale è molto utile, umile, preziosa e casta.

Il poeta ha scelto con cura quattro aggettivi: utile, umile, preziosa e casta. E vorrei soffermarmi sul secondo.

Tra i tanti elementi che ci circondano, l’acqua è uno di quelli che tendo a dare per scontato.

Sento un torrente gorgogliare dietro casa praticamente tutto l’anno: rumoroso e potente in primavera e dopo la pioggia, chioccolo e tenace nei periodi di magra invernale, fa parte del mio paesaggio sonoro.

Viziato dal posto dove vivo, fatico ad immaginare un mondo senza acqua. Sarebbe diverso, probabilmente, se abitassi nel Sud del mondo.

Ma la bellezza dell’acqua è proprio in questa sua umiltà: la diamo per scontata eppure è preziosa e potente. Riporta in vita le rose del giardino, trasforma una pietraia in un prato, cambia il colore dell’erba.

Opera miracoli anche nel nostro spirito.

Dissetarsi affondando le mani in un torrente, percorrere un sentiero lungo un fiume, abbandonarsi all’abbraccio cullante delle onde marine… sono tutti balsami per le nostre anime, momenti in cui ti viene restituita la pace.

L’importanza dell’acqua è evidente quando manca. La sete è un tormento peggiore della mancanza di cibo o di sonno. Tanto che si parla di sete anche quando manca qualcosa di metafisico: sete di conoscenza, sete di pace, e persino – come recita il salmo – sete di dio (di nuovo reminescenze del catechismo).

Ed è soprattutto di queste cose che il mondo ha sete.
Ma a quale fonte potremo andarci a dissetare?

Forse, come per l’acqua, diamo scontate anche le altre cose (la conoscenza, la pace, dio) fino a quando non iniziamo a provarne la mancanza. E poi, basta guardarsi attorno, e scopriamo che sono lì ad aspettarci.



Post Scriptum: Come sempre, di seguito, trovate la versione “letta” di questo episodio, ma oggi ho fatto qualche esperimento con i commenti sonori, per i quali ho attinto alle mie preferenze musicali.
PSDevo molto quindi a L’Orage, la cui canzone Dedans un jardin tratto dall’LP Medioevo Digitale, sottolinea e potenzia la prima parte.
E poi a Francesco Guccini, la cui canzone Acque tratta dall’album Parnasius Guccinii, chiude l’episodio.
Buon ascolto…

Ascolta “Il mondo ha sete” su Spreaker.

L’arte di decidere

Decidere è un’arte difficile che si impara con l’esperienza. I concetti di pericolo e di rischio possono aiutarci ad esitare un po’ meno

Ho fondato la mia prima società che avevo da poco passato i 20 anni. Non lo dico per vanagloria, ma per introdurre l’argomento di oggi.
Essere un imprenditore, o semplicemente gestire un’azienda o un gruppo di persone, ti obbliga a prendere continuamente delle decisioni.
La maggior parte sono banali: dove mettere la stampante, acquistare un computer piuttosto che un altro, pagare o meno il pernottamento di un cliente importante, fare o non fare pubblicità… insomma cose semplici da decidere.

Ma alle volte sei posto di fronte a scelte davvero complicate.
Quale persona licenziare. Irrigidirsi in una trattativa per difendere un prezzo a costo di perdere un cliente, in modo da tutelare il valore di un prodotto. Chiudere un ramo dell’attività che è in perdita, anche se ci avevi dedicato anni.
Dopo un po’ ci fai l’abitudine, ma le prime volte non dormi la notte prima della decisione (temendo di sbagliare) e non dormi le notti successive (temendo le conseguenze della tua scelta).

Io non ho mai avuto grossi problemi nelle scelte strategiche. Sono uno che razionalizza, così alla fine una decisione si riduce ad una lista di pro e di contro e la conseguenza è quasi automatica.
Ma patisco le scelte morali. Forse perché sono un inguaribile idealista, ho sempre cercato di tutelare i principi rispetto alle opportunità economiche. E forse per questo oggi vivo in pace con me stesso ma sono lontano dall’essere ricco.

In quasi 40 anni di giornaliera frequentazione con l’arte del decidere ho imparato che l’unica decisione davvero sbagliata è quella non presa.

Conosco bene quell’esitazione di fronte ad un bivio.
So cosa significa trovarsi davanti ad una scelta e sapere che entrambe le opzioni provocano danni.
Ho provato spesso la tentazione del non scegliere, di aspettare che la vita decida per me.

Però sono convinto che, anche di fronte a due mali, optare per uno dei due (possibilmente il minore) sia meglio che lasciar perdere.
Ho visto i danni provocati da decisioni ritardate o non prese.
Quindi io decido sempre.
Ragiono e scelgo, se c’è la possibilità di analizzare.
Semplicemente mi butto, quando non ho sufficienti elementi per ponderare.

bivio

Tutto questo lungo ragionamento ha qualche risvolto pratico?
Per il momento direi proprio di no.

Ma un paio di sere fa, durante un corso di igiene e prevenzione, mi è stata ricordata la differenza tra pericolo e rischio.
Ai sensi della legge sulla sicurezza, il pericolo è “la proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni” mentre il rischio è “la probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno”.
Quindi, in parole povere, il pericolo è l’oggettiva caratteristica di un oggetto o di una situazione di provocare danni. Mentre il rischio è la probabilità che ciò accada.

Salire in cima ad una montagna è potenzialmente pericoloso. Quanto sia pericoloso dipende dalle condizioni della montagna. Ma quale sia il rischio per me, dipende invece da una serie di fattori su cui io ho il controllo: la preparazione tecnica, l’attrezzatura, il coinvolgimento di una guida e così via.
Il pericolo di salire una vetta non può essere evitato (a meno di rinunciare) ma il rischio può essere minimizzato.

E tornando quindi alle decisioni, ogni scelta comporta un pericolo.
Anche semplicemente il pericolo di perdere l’opzione B se si sceglie l’opzione A.
Quello che spetta a noi è di controllare tutti i fattori che abbassano il rischio che il pericolo ci crei danni.

Uscendo dalla teoria e passando alla pratica.
Di fronte ad un bivio dobbiamo prima di tutto scegliere quale sia la miglior opzione per noi. Ma subito dopo, dobbiamo valutare quali pericoli siano insiti nella scelta e quali azioni dobbiamo compiere per minimizzare il rischio che quel pericolo ci danneggi.

Lavorare per ridurre il rischio potrebbe aiutarci ad accettare il pericolo insito nella decisione.

Le scelte ci fanno paura, ma la risposta non è non scegliere.
La risposta è quella di scegliere ed esser pronti ad affrontare con intelligenza le conseguenze della nostra scelta.

Ascolta “L'arte di decidere” su Spreaker.