Il falò

Il fascino antico della danza delle fiamme in un falò e la passione che, quando arde, ci rende uomini più determinati, migliori

Abbattere un albero, anche quando necessario, è un’operazione che mi fa sempre stare un po’ male.
Qualche settimana fa, abbiamo dovuto tagliare ben cinque piante – un pino, un ciliego e tre castagni – che pendevano sopra la casa. Un’operazione complicata e lunga.
Una volta eliminati il tronco e i rami grossi che verranno utilizzati come combustibile o per fare assi, sul suolo era rimasta una quantità enorme di “materiale organico”, ramaglie e foglie, che abbiamo raccolto in alcuni grossi mucchi per lasciarli seccare.

Così sabato ho passato la giornata a bruciare tutto.

Il fuoco doveva essere tenuto basso, e circoscritto in un’area sicura.
E visto che avrei dovuto sorvegliarlo, ho scelto di alimentarlo un po’ alla volta, variando rami secchi e frasche appena tagliate.
Il risultato finale sono state cinque ore e mezza di lavoro e un odore di affumicato su pelle e vestiti che ho durato fatica a far scomparire.

falò

Osservare il fuoco ha un fascino antico.
Il danzare delle fiamme è ipnotico e le volute di fumo bianco che si alzano come preghiere verso il cielo hanno un che di sacro.

Seduto su un tronco, mi perdevo in elucubrazioni mentre il falò continuava ad ardere, ravvivato dal crepitio degli aghi di pino che si incendiavano con una fretta rabbiosa e dai botti delle castagne che saltavano fuori dal fuoco.

In natura nulla si crea e nulla si distrugge

La celebre legge della conservazione della massa di Lavoisier trova un esempio evidente nel fuoco.
La materia si scompone in materia differente ed energia.
Brace, cenere e calore prendono il posto di rami e foglie.

Vale lo stesso anche per noi?
Come dobbiamo fare per trasformare quello che siamo in quello che vogliamo?

Mi piace pensare che, anche per gli uomini, siano necessarie le fiamme.
Non quelle fisiche, ovviamente, ma il fuoco della passione.

Una passione ardente da mettere in tutto quello che facciamo.
In quello in cui crediamo e per quello per cui lottiamo.

Non è facile. Dobbiamo combattere.
Contro la nostra pigrizia che ci fa scegliere la strada più facile.
Contro la paura di osare e di sbagliare.
Contro lo status quo e il cosiddetto pensiero main stream.

E soprattutto contro una domanda che ci assilla: “perché dovrei farlo? perché impegnarmi e giocarmi tutto?”

Spesso finisce che la nostra passione si spegne.
Per mancanza di nuovi stimoli, di nuovo materiale da bruciare.

Con il calar del sole, ho smesso di alimentare il mio falò per lasciarlo spegnere.
Mi sono messo a pulire il terreno attorno, a sistemare delle cose in attesa di potermi allontanare.

Dopo cena sono tornato a controllare cosa restasse.
Nel buio della notte un cerchio chiaro di cenere si stagliava sul terreno.
Mi sono seduto su un tronco, godendo ancora del tepore che quel braciere emanava.
E, quasi per gioco, ho raccolto una manciata di foglie secche e le ho lasciate cadere al centro.
Subito si è levato un filo di fumo bianco; i bordi delle foglie a contatto con la cenere si sono bordati di rosso e con una vampata improvvisa hanno acceso la notte di un bagliore, subito scomparso.

Così è la nostra passione.
Dorme sepolta nell’ordinario delle nostre vite, ma basta un alito di vento, una manciate di foglie, per ravvivarsi e tornare a bruciare.

Il mio augurio è che il vento non cessi mai di soffiare e di incontrare nel mio percorso persone che alimentino la mia fiamma assopita.

Ozio e malinconia

In questo periodo di lockdown ci è stata tolta la sensazione di poter modellare il nostro futuro e questo ci rende malinconici

Il buon vecchio Arthur Bloch, autore del fortunato libretto Le leggi di Murphy, probabilmente esprimerebbe il concetto con una formula del tipo: “La sensazione di felicità è direttamente proporzionale alle attività in cui sei coinvolto”.

In questo periodo di lockdown colorato, o a macchia di leopardo che dir si voglia, mi capita sovente di oziare.

Per fortuna c’è il lavoro scaltro (lo smart working) che mi impegna per buona parte delle giornate, e poi la manutenzione della casa, la manutenzione del corpo (!), i libri, la musica, la scrittura…

Però, nonostante tutto, mi manca quella spinta propulsiva dell’agenda sempre piena di appuntamenti, di corse in macchina per trovarsi e parlare, di progetti di ampio respiro che si staccano dalla quotidianità.

nebbia mattutina

E’ vero. Potrei comunque lavorare su un viaggio a cui sto pensando da molto tempo, o iniziare a concretizzare quel libro su cui ho a lungo vagheggiato. Ma il senso di precarietà mi spegne la voglia di fare.

Quello che il Covid mi ha tolto, ci ha tolto, è la sensazione di poter modellare il nostro futuro.

E purtroppo l’inattività si accompagna sempre ad un elevato livello di insoddisfazione che, a differenza del dolore o dell’infelicità, non si manifesta in picchi di sofferenza ma è come una nebbia mattutina che si diffonde e tutto avvolge, impedendoti di trovare l’energia necessaria per scuoterti dall’apatia.

La mia ricetta è semplice.
Preparare una lista di cose da fare e tenermi impegnato.

Nulla di trasecendentale, piccole cose quotidiane mescolate a compiti che da tempo avevo “parcheggiato” nel comodo dimenticatoio.

Per ogni spunta della lista, anche delle cose piccole, c’è la soddisfazione di poter dire “e anche questa è fatta”, c’è la sensazione di un progetto portato a termine.

I grandi sogni restano relegati nel futuro.
Adesso meglio praticare la politica dei piccoli passi.

In equilibrio lungo il filo

Non ricordo più come mi sia capitato tra le mani, ma fu amore a prima vista. Uno di quei libercoli che inizi a sfogliare annoiato e che poi ti cattura.
Perfettamente inutile: senza trama e senza nozioni da acquisire (nonostante si atteggi a manuale). Poesia sotto forma di prosa.

Mi riferisco a Trattato di Funambolismo, del francese Philippe Petit.

L’autore è un artista celebre soprattutto per aver camminato su una fune tesa tra le due Torri Gemelle a New York, passeggiata che, oltre a qualche grana con la polizia, gli ha regalato imperitura fama attraverso il documentario High Wire e il film The wire. Ma era anche un giocoliere, un mago, uno street performer (come sono chiamati oggi gli artisti di strada). E, da bravo francese, è orgoglioso di questa sua anima circense.

Trattato di Funambolismo

Tendo a divagare, come sempre…

Nel suo Trattato di Funambolismo, parlando della paura, dice: “Questo vuoto atterrisce. [omissis] Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura”. Il vuoto è il motivo per cui è lì, sulla fune.
Ma teme la paura stessa. Sa che un giorno si impossesserà del suo cuore e gli impedirà di tornare a danzare sul filo.

Pensavo a tutto ciò mentre scorrevo i titoli dei giornali.

I deliri isterici dell’ex presidente Trump che arrivano dagli USA, la triste matematica dei contagi che è diventata un appuntamento fisso nelle nostre vite, le notizie dei morti (illustri e meno noti), la cronaca nera.

La nostra vita è un filo sul quale camminiamo. Amiamo farlo, pur con tutte le ansie e gli scossoni. E abbiamo trovato un nostro equilibrio, che ci permette di andare avanti. Nonostante queste notizie che ci destabilizzano.

La paura tende a prendere il sopravvento.
E come insegna Philippe Petit, una volta che ghermisce il nostro cuore, non rusciremo più a vivere.

Certo i media dovrebbero avere un maggior senso di responsabilità e dare le notizie per quello che sono, senza disegnarci attorno scenari apocalittici per guadagnare l’attenzione del pubblico. Il gusto per il macabro e per la tragedia vende più giornali dell’analisi pacata.

Ma noi dovremmo concentrarci sul nostro respiro, sul prossimo passo, sulla realtà che conosciamo e non su quella che ci viene raccontata.

Sarebbe triste smettere di vivere per la paura non di ciò che accade ma di quello che potrebbe accadere.

Mal comune…

Questo nuovo lockdown ci pone di fronte ad una scelta: rinchiuderci in noi stessi o guardare avanti?

Il rischio più grande connesso a questa pandemia (e a tutte le misure necessarie per contenerla) è che perderemo di vista il quadro generale e ci fisseremo su quello iperlocale.
Mi spiego meglio.

I problemi legati al Corona Virus sono sotto gli occhi di tutti.
E’ una malattia che ha colpito l’intero globo e che si è tentato di contenere con strategie diverse.
Al momento la situazione è ancora grave: l’Europa conta un numero di malati e di morti impressionante, ma soprattutto continua ad esserci una velocità di propagazione elevata che – se non si interviene – metterà in crisi (nuovamente) le strutture sanitarie.

Il virus passa da persona a persona, se le persone non si incontrano (o si incontrano meno) la velocità di propagazione cala o si ferma.
Quindi, in attesa di vaccino e cure, gli Stati hanno bloccato più possibile le persone.
Naturalmente queste misure hanno tutta una serie di controindicazioni: economiche (moltissime aziende sono in crisi e di conseguenza le persone perdono il lavoro o lavorano meno) e psicologiche (la tensione sociale è alle stelle e le persone soffrono di questo isolamento forzato).

Chi governa (in Italia e in ogni altro paese) è costretto a prendere decisioni impopolari e si alza potente il coro dei dissensi e delle proteste.
Gli scontri che abbiamo visto accadere (e torno a ripetere che ciò succede sia in Italia che all’estero) ci hanno riportato alla mente le rivolte del passato. Sono comprensibili anche se insensate. Per protestare contro la chiusura dei negozi se ne distruggono le vetrine?

Da domani saremo di nuovo in stato di blocco.
Le regole variano a seconda della gravità della situazione (regione per regione), ma sostanzialmente prevedono una ridotta mobilità (spaziale e temporale) e la forzatura del distanziamento sociale.
Non critico la scelta (e sono felice di non dover essere io quello che l’ha dovuta fare), ma vorrei sottolineare un potenziale rischio.

Ognuno si arroccherà nel proprio comune, nel proprio paese, nella propria casa.
Si ridurranno le occasioni per vedere altre persone dal vivo mentre salirà la preoccupazione per il nostro futuro immediato.
Inizieremo a rinchiuderci in noi stessi, a guardare il nostro ombelico, a fare comunità con chi ci è vicino.

monte bianco

E’ una reazione naturale e, tutto sommato, sana.
Immagino aumenteranno i gesti di piccola solidarietà quotidiana tra vicini di casa (almeno nelle comunità piccole come in quella dove vivo io) così come aumenterà l’ostilità verso chi viene da fuori (e non mi riferisco solo agli extra comunitari, ma anche ai nostri compatrioti che vengono da altre regioni).

Ripeto, credo sia una reazione naturale e, tutto sommato, sana. Ci permetterà di fare fronte comune verso un nemico esterno ed invisibile. Sarà d’aiuto per non scivolare nella solitudine e nella depressione. Aiuterà chi è più debole e più solo.

Ma si correrà il rischio di perdere di vista cosa sta succedendo in Europa e nel mondo.
Invece la dimensione globale di questa pandemia è un elemento fondamentale per avere un corretto senso delle proporzioni su quello che ci accade.

Non siamo oggetto di un attacco mirato.
Siamo in balia di qualcosa di incredibilmente grande.

Non ce l’hanno con me, o con i miei vicini, la mia regione o il mio paese.
E’ un problema dell’intero pianeta.

Non è l’Italia o i nostri governanti che stanno sbagliando.
Tutto il mondo naviga a vista.

Un vecchio detto recita: “Mal comune mezzo gaudio”.
L’ho sempre trovato insopportabile.
Se io sto male e mi consolo pensando che altri sono nella mia situazione sono un piccolo uomo.

Preferisco chi dice: “Un peso portato in due è più leggero”.
Dobbiamo tutti portare il nostro fardello, contribuire con un atteggiamento responsabile.

E per comportamente responsabile non mi riferisco tanto all’indossare una mascherina (spero che ormai tutti abbiano capito quanto sia importante), ma a continuare ad essere positivi.
Dobbiamo giocare questa partita con le carte che abbiamo in mano.
Inutile recriminare, dobbiamo vivere al meglio.

Cerchiamo di avere cura di noi stessi e di chi ci sta vicino.
Continuiamo a fare progetti e portare avanti le cose che possiamo fare.
Non seppelliamoci prima del tempo.

Guardiamo avanti.
Viviamo.

Vivere in una serie tv

Chissà se è meglio vivere nella vita reale o dentro una serie tv? A volte sono tentato da questi surrogati dove i dubbi non esistono.

Come mi piacerebbe vivere in una serie tv, o in uno di quei bei film gialli americani, dove tutto è chiaro: il cattivo è cattivo e lo si capisce fin dalla prima inquadratura, mentre il buono è buono e vince sempre…

C’è qualcosa di affascinante in queste trame senza dubbi.
L’amore trionfa, l’eroe soffre ma persevera e alla fine riesce a conquistare l’amata.

E poi nulla è ordinario o scontato. Se ci si ammala, la malattia è mortale; a scuola ci sono solo bulli e professori geniali; il lavoro è una grande opportunità o, al contrario, una forma di schiavitù. Esistono solo le tinte forti, niente sfumature o chiaroscuri.

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Seduto sul divano, mentre osservi gli sviluppi della storia, sai sempre cosa sia meglio per il protagonista. Un po’ come quando rispondi ai quiz dei giochi in onda prima di cena, o quando guardi la partita e sei certo di cosa dovrebbe fare l’allenatore.

Ma il mattino dopo, arrivando in ufficio sei travolto dalla routine, oppure da problemi senza soluzione. Idem con i guai in famiglia o nei colloqui a scuola con i professori dei tuoi figli.

E’ come se la vita di ogni giorno raccontata alla tivù diventasse un’avventura, mentre quando la vivi perdesse profondità. Non ci fossero più gli effetti speciali, il dolby surround, la musica di sottofondo e il colpo di scena finale.

Magari non riuscirei a passare un’intera esistenza in quella maniera, ma mi piacerebbe provare a passare una giornata immerso in quella “realtà” creata dalla fantasia.
Mi piacerebbe – che sò – vivere un giorno dentro Suburra dove i cattivi non pensano alle conseguenze dei loro atti. O in una serie di fantascienza dove per ogni problema del mondo c’è una soluzione semplice e geniale in attesa di essere trovata.

A ben pensarci, i social media sono un po’ l’anello di congiunzione tra vita reale e vita nel piccolo schermo.
Viviamo le nostre vite ma ne estraiamo piccoli frammenti che mostriamo agli altri. Un particolare per descrivere il totale… anche a costo di dare un’immagine distorta di noi.

Non pecchiamo di menzogna, ma di omessa (o incompleta) verità.

E’ un gioco che sembra farci stare bene, a cavallo tra vita e serie tv. Sempre che non perdiamo i contatti con il terreno e che ci dimentichiamo chi siamo veramente. Allora il rischio è di scegliere di non vivere più nella realtà ma di perderci nell’illusione.

Adesso smetto di scrivere.
C’è l’ultima stagione da guardare.

Un autunno asintomatico

La seconda ondata mi ha messo in crisi, ho paura di non saper fronteggiare un nuovo lockdown. Ma la risposta è nella nostra umanità

Vigliacca.
Questa seconda ondata mi ha preso alle spalle.
Sì, lo so che se n’era parlato. Ma io sono un ottimista e pensavo, dopo un’estate serena, che ci saremmo avviati verso un autunno controllato ma altrettanto sereno. Un autunno asintomatico.

Mi sono svegliato con un nodo allo stomaco.

Non mi pesa il fatto di fare smart working; intorno a casa ho un sacco di bei posti dove perdermi in compagnia dei miei pensieri. Certo, mi mancheranno le pizze e gli aperitivi, ma anche a questi posso rinunciare.

Però dover nuovamente passare del tempo senza la libertà di vedere chi voglio, di andare a trovare o farmi venire a trovare, mi spaventa.

Rileggo quanto ho scritto e mi rendo conto che sono parole dettate dall’egoismo.

Forse uno dei sintomi del CoronaVirus è proprio questo abbassamento del nostro livello di umanità.

Come faccio a pensare al poco a cui devo rinunciare io, quando ci sono persone che vedono venir meno l’unica fonte di guadagno?

Ho amici ristoratori, ho amici baristi, ho amici che lavorano a teatro, ho amici che gestiscono centri sportivi, ho amici albergatori, ho amici che lavorano sulle piste da sci…

Sfoglio i giornali, faccio zapping tra i canali della tivu, scorro le pagine di FaceBook e Twitter, e trovo solo livore. Commenti sguaiati e incazzature insensate.
E riconosco lo stesso nodo allo stomaco che mi ha accompagnato in questa mattinata.

Ognuno di noi guarda il proprio orticello.
E’ naturale, ma non è umano.

E’ una reazione naturale, perché risponde alla paura. Vediamo il virus come un nemico invisibile e imbattibile. Quindi attacchiamo. Non potendo combattere la malattia ce la prendiamo con chi governa, con chi non è toccato come noi, con chi sembra non capire…

Ma non è una reazione umana.
L’Uomo ha saputo sopravvivere ed impadronirsi del mondo grazie al controllo delle reazioni “naturali”. Ha saputo lavorare come tribù prima e come comunità poi. E’ riuscito a guardare al di là del proprio interesse personale e immaginare un bene comune, superiore al bene del singolo.

Questa foto l’ho scattata sabato, durante una passeggiata.
Questo è l’autunno. Non una stanza in cui devo restare chiuso, ma una valle che devo percorrere.

C’è la salita e poi c’è il premio del colle.
Come è sempre stato e come sempre sarà.

L’ombra del padre

Quanto influisce nel rapporto padre figlio la nostra educazione? E dipende dai nostri genitori o dal figlio che siamo stati?

Sono più che altro sensazioni confuse, quelle che mi restano dentro dopo aver passato qualche giorno con i miei figli.

Ci vediamo raramente, complice la distanza e gli impegni di lavoro di entrambi, ma quando capita che riusciamo a passare del tempo assieme, sono sempre felice.

Eppure c’è un retro pensiero che era sempre presente in questi ultimi giorni di vacanza con mio figlio. Ogni cosa che facevo o dicevo, ogni mio atteggiamento nei suoi confronti veniva immediatamente paragonato a come mio padre si comportava con me.

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“Padre e figlio”, di Fausto Pirandello

Alla fin fine penso che sia piuttosto normale.
Esistono solo un padre ed una madre. Il nostro rapporto con loro è l’unico metro di paragone.
Però credevo di essermi riuscito ad allontanare dall’ombra ingombrante del rapporto con mio padre, invece eccolo presente in ogni istante.

Per mia madre è diverso. Forse se fossi una donna proverei sensazioni simili a quelle che provo ora. O forse la figura di mio padre, reso un gigante dal racconto di mia madre, occupava un ruolo di spicco.

Comunque, nonostante abbia da tempo raggiunto l’età adulta ed abbia percorso diversi lustri lontano dall’influenza dei genitori, mi scopro ancora adesso a misurarmi su di loro.

E a valutare se sono un buon padre non da quello che i miei figli dicono di me, ma da come io-bambino avrei reagito ai comportamenti di me-adulto.

Un nuovo Rinascimento

La formula per ripartire è tornare alle piccole realtà. E, specialmente nel territorio, i politici locali avranno un ruolo chiave

Ogni giorno incontro una gran voglia di ripartire.
L’amico barista, nonostante non abbia percepito reddito per 4 mesi e ancor oggi veda il numero di clienti ridotto ad un terzo rispetto al pre-Covid, mi accoglie con un sorriso. Ha sfruttato il tempo del lockdown per rinfrescare il suo locale, per renderlo più arioso, più allegro.
Un negoziante mi parla dei suoi progetti di organizzare un evento sportivo per offrire ai runners la possibilità di tornare a gareggiare. Lui vuole sponsorizzare, essere d’aiuto, imprimere una spinta positiva al movimento. Perché sa che solo quando ripartiranno le gare anche il suo negozio tornerà a rivivere.
Un altro locale si ingegna ad organizzare degustazioni, serate letterarie, iniziative per i bambini.
Un bed & breakfast ha ampliato la sua offerta agli ospiti, ha creato una mini biblioteca ad hoc e sta lavorando a delle video guide sulle attività da fare nei dintorni della sua struttura.

Insomma, quella che respiro è un’aria positiva di rinnovamento, di proattività, di voglia di fare.
Chiaramente i privati sono motivati dalla necessità: se non si riparte dovranno chiudere ed andare ad ingrossare le fila dei disoccupati. Ma nessuno si tira indietro, anzi – come ho detto – affronta questo tempo difficile con il sorriso sulle labbra e la rinnovata voglia di fare.

Sembrerebbe quasi un nuovo Rinascimento.

E come nel passato, saranno gli individui a fare la differenza.
E’ necessario cambiare passo.
Dobbiamo passare dalla difesa (contro il coronavirus) all’attacco (contro i nefandi strascichi economici del lockdown).

Ma l’iniziativa deve passare dai grandi ai piccoli.

Le grandi aziende ragionano con i grandi numeri e le statistiche, sono le piccole imprese che oggi possono far rinascere l’Italia. Rischiando ovviamente, come tutti gli imprenditori (degni di tal nome) sono abituati a fare.
Nelle piccole aziende, lo sforzo dei singoli crea valore aggiunto.
Nelle grandi aziende, lo sforzo dei singoli non diventa mai corale.

leadership

La vera sfida, però, è di tipo politico.
Mai come oggi manca è la spinta dallo Stato, del Governo centrale e di quelli locali.
I politici sono più preoccupati a piantare paletti che a spianare le strade.

Capisco, ovviamente, che la prima responsabilità di un politico sia di salvaguardare la salute pubblica.
E’ stato fatto e, grazie alle indicazioni dall’alto e al corale sforzo dal basso, stiamo venendo fuori dalla pandemia.
C’è ancora bisogno di cautela, ed infatti indossiamo le mascherine in prossimità di sconosciuti e, ancor più importante, monitoriamo la nostra salute ed evitiamo di esporci (ed esporre gli altri) a possibili contagi.

Ma non possiamo più pensare a “sopravvivere” dobbiamo tornare a vivere.

Quindi anche qui dev’esserci una presa di coscienza dei politici locali.
Il governo centrale ha dettato le norme e guida prudentemente il Paese, ma i governi locali che sono a conoscenza delle loro micro-realtà possono adattare quelle norme di prudenza, allargando le maglie e spingendo per un pronto ritorno alla normalità.
L’assurdo meccanismo delle responsabilità (politiche ma anche penali) fa sì che chi ci guida sia più attento ad evitare i problemi che a procurare opportunità.
Ci voglio uomini coraggiosi che si mettano a capo dei volonterosi imprenditori e negozianti, offrendo un contributo (economico ma anche logistico e legislativo) per lanciare nuove opportunità, iniziative che riportino le persone per strada, i turisti sulle spiagge e sulle montagne, gli ospiti negli alberghi e nei ristoranti.

Mi appello a tutti i politici di buona volontà.

Cavalcate l’ondata di entusiasmo e di voglia di fare, non frenatela.
Così sarete a capo di una comunità viva e rinnovata che vi riconosce come leader.
In caso contrario sarete ricordati come i guardiani di un cimitero.

Poesia vs prosa

Mi capita spesso di incappare in un verso di qualche poesia citato all’interno di un testo che sto leggendo.
Di solito resto perplesso…

Butto giù alcuni pensieri sparsi e un po’ inconcludenti.
Come ho avuto modo di dire moltissime volte, sono un appassionato di linguaggi e, più in particolare, di quella sottocategoria dei linguaggi che è la scrittura.

Mi sono spesso interrogato sulla differenza tra prosa e poesia.
Mi sono persino cimentato in qualche timido tentativo di scrivere in versi.

Scrivere per me è soprattutto comunicare.
Comunicare significati o comunicare emozioni.

scrittura

Il raccontare storie è una delle forme preferite del mio modo di comunicare.
La prosa è lo strumento che più mi si confà per raggiungere questi obbiettivi.

La poesia, però, è un flusso non filtrato che sgorga dall’anima.
E’ un unicum tra contenuto e contenitore, tra forma e significato.
In poesia si comunica non solo attraverso le parole ma anche attraverso il loro ritmo, il suono che generano.

La poesia è fortemente evocativa.
La prosa è più didascalica.

Ho trovato alcuni autori che scrivono in prosa con la stessa potenza evocativa della poesia (mi viene in mente il primo Erri De Luca, ad esempio o il primo Richard Bach).

E naturalmente ci sono dei campioni di racconti in versi (Dante e Shakespeare sono i primi due che mi vengono in mente).

Ma nella maggior parte dei casi trovo la poesia più interpretabile, meno oggettiva. E questo mi spaventa e mi frena nell’usarla.

Probabilmente c’è la consapevolezza di una mia incapacità nell’esprimermi in versi, temo di essere frainteso. Al contempo quando lo faccio mi sento incredibilmente più libero.

La poesia è una preghiera buttata al vento.
Esprimo un’emozione per condividerla, ma non so se le mie parole susciteranno la stessa emozione nelle altre persone.
E non me ne interesso… ho solo voglia di farlo.

La prosa è più precisa, più misurabile, più prevedibile.
Come dicevo, la preferisco o forse mi ci trovo più a mio agio.
E’ anche più prona a diventare noiosa, eccessiva, strabordante. Per evitarlo è necessario che vi sia un pensiero lucido da cui partire.

Forse la differenza principale alla fine è questa: la poesia distilla emozioni, la prosa descrive pensieri.

Alla fine non credo di essere giunto ad alcuna conclusione, di certo continuerò a sperimentare. Quindi…

…to be continued

La condizione minima e necessaria

Ho reagito all’isolamento da corona virus facendo manutenzione delle mie emozioni e di tutte le piccole cose che ho scelto di portare con me nella mia vita

Farò outing.
Lo so che di solito questa parola è usata per un tipo specifico di ammissione. Ma in questo caso toglietevi dalla testa ogni tipo di pruderie e lasciate che io apra il mio cuore e vi confessi alcuni aspetti intimi e personali di questo periodo.

Probabilmente a causa della sovraesposizione alle notizie drammatiche provenienti da tutto il mondo, la mia corazza di cinismo si è andata vieppiù assottigliando e, dopo solo un paio di settimane di isolamento, ho notato che molte delle mie abitudini e dei miei gusti sono cambiati.

Ho smesso di guardare i telegiornali.
Le notizie le cerco per conto mio e sui siti che ritengo più affidabili, sia qui in Italia che all’estero.
Ho abbandonato tutti i talk show dove lo stesso fatto viene analizzato da ogni lato con un quasi lussurioso piacere per il macabro, per il dolore esposto, per la ricerca della tragedia.

La televisione, che – vivendo da solo – è l’unica voce che sento, la tengo accesa solo la sera per un’ora o poco più.
Ho iniziato a cercare i film comici o romantici, quelli stupidi e a lieto fine che a malapena sopportavo solo un paio di mesi fa.
Sono diventato dipendente dai telefilm. Non le serie, proprio i telefilm. Tra tutti, resto incantato a guardare i vecchi episodi di Big Bang Theory.
Non credo abbia bisogno di presentazioni. Quella comune di amici strani, con i personaggi caricaturizzati, dove i sentimenti sono semplici e la vita vera scorre lontana, non mi stanca mai.

chitarra

Ho ripreso a suonare la chitarra.
Sono andato a ricercare le vecchie canzoni che suonavo da ragazzo.
Tutto De André, moltissimo Bennato, e ancora Guccini, De Gregori, Dalla.
E poi ho cercato su Google e ho trovato un po’ dei grandi classici in inglese che 40 anni fa avevo ignorato per scarsa o nulla conoscenza dell’idioma.
Confesso che ho rispolverato anche alcune vecchie hit pop da spiaggia: Mare nero (che è il nome con cui conoscevamo la Canzone del sole di Battisti) o Il ragazzo della via Gluck e Azzurro di Celentano o persino Un mondo d’amore di Morandi.

Leggo tanto.
Molti gialli che filano veloci e ti distraggono dal resto.
Alcuni saggi, tutti inerenti al rapporto Uomo Moderno / Natura.
Alcuni volumi sulla montagna: storie eroiche dell’alpinismo classico o testi che trasmettono la passione per le Terre Alte.

Passo parecchio tempo al telefono.
Con gli amici, con i miei genitori, con persone che non sentivo da tempo.
La distanza fisica è un potente incentivo a creare ponti. Anche solo via cavo.

Ho iniziato a ricercare il piacere dei lavori manuali.
Il gusto di scrivere con la penna, di provare a fare qualche schizzo con matita e bloc notes.
Il bricolage, che poi significa semplicemente fare la manutenzione delle proprie cose, averne cura.
Quasi che ritornare ad usare le mani, a fare cose reali, mi offrisse una dimensione diversa della creatività.

Ecco, rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto che tutto si riduce semplicemente a manutenere il mio mondo messo a repentaglio dal Covid19.
Non ho paura della malattia (forse scioccamente, penso che la supererei abbastanza facilmente) ma sono turbato dalla svolta cui mi ha obbligato.
Per la prima volta non sono io che decido cosa fare. Ci sono steccati a limitarmi, distanze da mantenere, viaggi proibiti.
La mia reazione naturale è di aver cura delle mie emozioni, dei miei pensieri, delle persone a cui tengo, delle cose che ho scelto di portare con me.

Una cosa semplice, in fondo.
La condizione minima e necessaria per continuare a vivere la mia vita.