A caccia di passeri

Ho letto un interessante articolo su Internazionale a firma di Emma Holten, una giornalista ed attivista danese, il cui titolo era: “L’enorme spreco dell’intelligenza artificiale”. Rimando a quel testo per gli approfondimenti del caso (è stato pubblicato sul numero 1682 dell’11 settembre scorso e per gli abbonati questo è il link), ma c’è un concetto che mi ha colpito e mi ha dato un ulteriore spunto di riflessione.

La Holten disserta sul costo di ogni richiesta fatta all’intelligenza artificiale. Per noi, che la usiamo gratuitamente, tale costo è trasparente, ma per far funzionare i modelli linguistici AI (quelli che usiamo principalmente) è necessaria una grande potenza di calcolo, quindi grandi computer che consumano elettricità e che vengono raffreddati ad acqua.

La giornalista teorizza il fatto che l’IA non è efficiente, se si intende per efficienza (come da definizione) il raggiungimento di un risultato con la minor quantità di risorse possibili.

E di conseguenza, facendo leva sull’ambientalista che si nasconde in ciascuno di noi, spezza una lancia contro l’uso (e soprattutto l’abuso) dell’IA. Dice che, considerando che Google sarebbe in grado di rispondere alla maggior parte delle domande che la gente sottopone all’intelligenza artificiale, chiedere a Gemini come si cambia una ruota ad una bicicletta è come usare una gru per spostare un chilo di sabbia.

Partendo da questa analisi che, fondamentalmente condivido, mi sono interrogato su quante cose facciamo in modo non efficiente, cioè sprecando un sacco di risorse.

Dobbiamo andare a prendere il pane, 10 minuti a piedi, 3 in bicicletta, invece andiamo in auto. [Non è un esempio mio, viene dall’articolo che ho citato prima NdA]. Quindi per muovere 500gr di pane, invece che muovere solo i 90 kg del nostro corpo muoviamo i 1500 kg dell’auto con noi dentro. Non ci fa cambiare idea il costo astronomico del carburante, perché non lo percepiamo come un costo o, ancor più ridicolo, giustifichiamo l’uso dell’auto per “risparmiare tempo”.

E gli sprechi di risorse sono tantissimi. Alcuni evidenti come i termosifoni accesi, case a 24 gradi e abitanti in maglietta o auto in coda con un solo passeggero a bordo; altri lo sono di meno, come la ricerca fatta con Gemini invece che con Google.

Mi sono chiesto il motivo di questo comportamento dissennato, e sono giunto alla conclusione che, in molti casi, non sappiamo valutare il costo effettivo di una scelta.

Al supermercato è tutto semplice: compro il tonno A invece che il B perché la confezione costa meno.. anzi no, compro il tonno C perché confrontando il prezzo al chilo è quello più conveniente.

Qui andrebbe aperta una parentesi sul rapporto prezzo/qualità ma ne parleremo (eventualmente) in un altro post.

Dicevo, al supermercato tutto sembra chiaro. Ma nella vita?

Compro su Amazon, perché costa meno. È vero, il prezzo è più basso e risparmi pure il carburante per andare dalla signora Maria al negozietto. Ma qual è il costo di non trovare più una signora Maria a consigliarti?

Voto per il rinnovo della funivia della località sciistica, costerà un po’ di più ma viaggerà più veloce e riuscirò a fare più corse nella giornata. Ma qual è il costo di una montagna con meno foresta di prima?

O, ancor più diabolico, non compro il biglietto dell’autobus perché le probabilità che il controllore mi dia la multa sono poche e la somma dei biglietti non pagati prima di essere “pizzicato” coprirà il costo della sanzione. E qui ci sono molti costi occulti: l’aver svenduto la propria coscienza, l’aver abusato di un mezzo il cui costo salirà per i viaggiatori paganti e via dicendo.

C’è il tema della differenza tra prezzo e valore (ne ho già scritto qui e qui) ma non spiega ancora la leggerezza con la quale prendiamo certe decisioni.

C’è l’egoismo che permea la nostra società, ma di nuovo, non spiega alcune scelte che pagherò in prima persona anche se in modo non diretto.

Insomma, a tutti sembra assurdo andare a caccia di passeri con un lancia missili, ma sembra normale acquistare automobili sempre più potenti per stare in coda in centro o viaggiare a 130 km/h in autostrada…

Credo che, alla fine, il problema sia la disabitudine a valutare quello che si sta facendo. Si decide basandosi non sulla colpevolezza, ma su quello che è il trend più diffuso, non sui dati ma sulle emozioni che altri ci hanno instillato.

Combattere il brusio

Percepisco molto di ciò che accade intorno a me come un soffuso brusio di sottofondo. Le chiacchiere, le notizie alla radio, le junk news dei social. Ed è un male, perché io vivo di stimoli esterni. Grazie a quello che capita a me o intorno a me partono le riflessioni o le ispirazioni per scrivere una storia.

Ma è più forte di me. Mi astraggo, il mio pensiero se ne va non appena si alza il livello di noia (se non di insofferenza) all’ennesimo “questo devo proprio raccontartelo”.  Mia moglie ha coniato un neologismo e dice che mi sto “orsizzando”; non ha tutti i torti, ma io le rispondo che è una forma di difesa… senza il silenzio non posso creare.

Succedeva anche in passato: da ragazzino ascoltavo musica (una mia grande passione) solo quando stavo ascoltando musica. Se studiavo o leggevo non volevo altre forme di intrusione nel mio spazio. Non guardo mai la televisione mentre sto mangiando o se ci sono persone. La televisione cattura completamente la mia attenzione e finisce che non ascolto quello che dicono gli altri. Persino se in tv passa una serie che ho già visto o un programma che non mi piace.

Il tema generale è che in un mondo che ci sovra-stimola, che ci bombarda di emozioni forti, riuscire a ritagliarsi uno spazio per elaborare un pensiero è diventato un lusso (ne parlo anche qui).

Oggi sono uscito a fare un’escursione. Attraversata una piana ho iniziato a salire attraverso il bosco che vibrava di vita. Scricchiolii di rami, richiami di uccelli, ronzare di insetti, un falco alto lanciava il suo fischio. Ho raggiunto l’anticima e mi sono fermato a guardare la valle sottostante, dove lontane scorrevano mute delle auto di vacanzieri. Ho ripreso la salita e ho incontrato delle persone e poi altre sulla cima. Qualche domanda, qualche commento sul luogo e sulla meteo. Chiacchiere. Ho girato e sono tornato indietro.

Bene, in quasi tre ore di giro non mi sono mai sentito asfissiato dagli stimoli esterni, anzi mi sono venute delle nuove idee per delle attività che devo fare.

E allora la domanda: come mai se sono stimolato dagli umani mi annoio e se sono stimolato dalla natura mi rigenero?

Credo che nella domanda si celi già la risposta. Ciò che fa l’uomo è spesso un costrutto artificiale dettato dalla necessità di lasciare un segno. Ciò che fa la Natura è una conseguenza naturale (appunto) dello scorrere della vita.

Ho letto che esiste un udito selettivo (detto anche effetto cocktail party), cioè la capacità del cervello di concentrarsi su un singolo suono in un ambiente numeroso. O di attivare la persona in presenza di certi suoni e non di altri. L’esempio tipico è quello di una coppia che dorme: la donna si sveglia se il bambino piange e l’uomo si sveglia se sente una finestra rompersi.

Beh, vorrei riuscire a sviluppare qualcosa del genere anche per tutto quello che mi circonda. Attenzione massima ad alcune cose, sordità completa per tutte le altre.

La teoria è stimolante, ma ci riuscirò mai?

Questione di prospettiva

Dal particolare al generale, come se fosse una zoomata al contrario, come in quei finali di film americani da quattro soldi in cui vedi il personaggio inquadrato dall’alto e la camera alzarsi sempre di più verso lo spazio, tanto per stupirci, come se Google Earth non ci avesse abituato allo stesso effetto.

Credo che questa zoomata potrebbe essere la soluzione a molte tensioni interpersonali.

Viviamo in un mondo in cui, sembra, che le persone vadano in giro con il coltello tra i denti. Certe volte con esiti drammatici, come nel caso dell’automobilista nel torinese che, sabato scorso, supera suonando il clacson un gruppo di sei ciclisti e quando uno di questi gli risponde con un gesto (credo abbia allargato le braccia, nulla di più) decide che la misura è colma, ingrana la retro e li investe e, non ancora soddisfatto, rimetta la prima e li investe di nuovo. Altre volte semplicemente creando tensioni e frustrazione.

Ognuno si sente defraudato di qualche sorta di diritto. Ognuno saprebbe fare meglio e più velocemente il lavoro degli altri (del Comune, della cassiera, dell’impiegato dietro il bancone). Ognuno ha pronta la soluzione (ovvia e semplicissima) per risolvere il problema del momento.

Eppure, se ci fermassimo un momento e osservassimo non il caso specifico ma il quadro generale (la zoomata, appunto) ci renderemmo conto che le cose non sono così semplici come ci appaiono. Forse capiremmo che quello che sembra una piccola infrazione ad una regola potrebbe diventare un problema per chi viene dopo.

Ricordo una volta in treno. Avevano da poco introdotto la prenotazione obbligatoria sui Freccia Rossa, così ognuno saliva e aveva il suo posto assegnato.

Sale un uomo e, incontrato un conoscente, gli si siede vicino. Arriva una signora straniera con una grossa valigia e gli dice che quello è il suo posto.

È iniziata una discussione tra lui che le proponeva di fare cambio con un posto due vetture avanti e lei che insisteva per avere il suo posto e non doversi spostare. Di certo la signora era un po’ rigida (non le sarebbe costato nulla cambiare di posto) ma dalla sua aveva la grossa valigia e la paura di dover discutere con il capotreno. Ma lui ha iniziato ad alzare la voce come se lei gli negasse un diritto.

È arrivata la mia fermata e sono sceso… ma immagino che entrambi abbiano avuto la giornata rovinata.

Dicono che per evitare di arrabbiarsi bisogna sempre contare fino a dieci. Un trucco da bambini per invitare a riflettere e non farsi travolgere dall’istinto. Personalmente ho sempre trovato utile provare a mettermi nelle scarpe di chi mi sta di fronte.

Ma l’idea della zoomata ha un valore più generale. Serve nella lite, ma serve anche ogni volta che siamo frustrati perché sentiamo leso un nostro diritto (come sarebbe a dire che non avete più posto? Sono le 15 e io voglio solo un tavolo a cena!). Serve anche quando non capiamo perché non adottino un provvedimento ovvio (queste code in autostrada! Possibile che nessuno lavori di domenica?).

E serve anche per provare a capire il motivo di certe regole e di certe leggi dello Stato.

Io cerco di perseguire la mia serenità personale. A volte è necessario anche accettare delle situazioni fastidiose o negative. Allora cambio prospettiva, lascio che il mio pensiero prenda le distanze dal contesto.

Magari non risolvo il problema, ma di certo mi aiuta a rimanere sereno.

La Torre di Babele

Un vecchio paradosso postulato da George Berkeley, padre dell’immaterialismo, parte da una semplice domanda: “Un albero che cade in mezzo alla foresta fa rumore?” Sembra una domanda sciocca, ma ci sono due risposte, una scientifica e una filosofica/poetica che coincidono solo in parte.

Un suono è una somma di vibrazioni che attraverso l’aria (o un altro media come l’acqua o il cemento) raggiunge il nostro orecchio dove, attraverso l’elaborazione del cervello, viene interpretato e trasformato nel suono vero e proprio.

Quindi, l’albero che cade dove non c’è alcun orecchio non produrrà rumore.

Il filosofo trae da questo esempio la sua celebre massima: “essere significa essere percepito”. Se non ci sono testimoni, il fatto non accade.

Non mi infilo nel ginepraio della discussione filosofica (pensate che Berkeley considerava questa la base per dimostrare l’esistenza di dio). Ma la uso come trampolino di lancio per una riflessione sul nostro mondo.

L’uomo moderno vive in presenza di tre condizioni che, messe assieme, hanno peggiorato le nostre esistenze. Un accessorio potentissimo, lo smartphone; una platea infinita, il web; l’abbassamento del senso di consapevolezza dei propri limiti (e del senso del ridicolo). E forse quest’ultima condizione è figlia delle prime due.

Siamo convinti che abbiamo cose fondamentali da dire.

Un proverbio arabo recitava “Parla soltanto se ciò che dirai è più bello del silenzio”. Ma gli arabi vivevano nel deserto e apprezzavano l’assenza di suoni. Noi abbiamo deciso di riempire il web con ogni cosa ci passa per la testa.

50 anni fa non c’era internet. C’erano radio, televisione, giornali e libri. Lo sforzo per pubblicare qualcosa era sostanziale. E questo sforzo faceva da barriera d’ingresso al proliferare di contenuti inutili.

Oggi, non solo il numero di radio e canali tv è aumentato in modo sproporzionato, e persino quello dei libri (88mila nuovi titoli all’anno solo in Italia), ma pubblicare un libro o fare una trasmissione radio (podcast) o fare un film (reel) è alla portata di tutti.

L’effetto finale è un proliferare di contenuti e un abbassamento medio della qualità di questi. In pratica un bailamme continuo, una sorta di torre di babele moderna, in cui tutti – per catturare l’attenzione – o alzano il volume o fanno cose sempre più strampalate.

50 anni fa era importante l’idea o il talento nello svilupparla. Oggi non è più così. Se i Beatles si fossero formati nel 2020 invece che nel 1960 avrebbero avuto lo stesso dirompente effetto nel mondo della musica pop? Se Battisti e De André avessero debuttato su Spotify sarebbero sopravvissuti?

E torniamo al nostro buon Berkeley.

L’albero che cade lontano dall’orecchio non fa rumore, quindi non esiste.

Noi che cerchiamo di esistere facendo rumore non abbiamo capito che, prima, dobbiamo imparare ad ascoltare, poi ritornare a pensare e solo alla fine, se proprio è il caso, provare a dire qualcosa.

L’arte di arrangiarsi

Lo spunto me lo ha dato un piccolo episodio insignificante: stavo accompagnando delle persone che, per motivi di sicurezza, ad un certo punto della gita hanno dovuto indossare un caschetto da alpinismo. In più d’uno ha chiesto come fare per indossarlo o se potevamo dare una mano a stringerlo.

Ovviamente, la maggior parte delle persone non ha mai indossato un caschetto, quindi era naturale chiedere una mano a chi era lì proprio a quello scopo.

Però, mi sono ricordato della mia prima volta. Avevo indossato il caschetto e non riuscivo a regolarlo. Quindi l’ho sfilato ed osservato meglio per capire come funzionava. Poi l’ho rindossato e mi sono arrangiato.

Ad onor del vero, ancora oggi quando vado a sciare e metto il casco, bisticcio sempre per toglierlo perché ha una chiusura strana… però non chiedo aiuto. Mi arrangio.

Questo credo sia il punto critico. Noto sempre più spesso persone che chiedono aiuto senza provare a risolvere da soli. Succede continuamente: l’auto non funziona, chiamo il meccanico; bisogna programmare l’accensione della caldaia, chiamo l’idraulico; bisogna fare una richiesta ad un ufficio pubblico, pago un commercialista.

La cosa è così diffusa che stanno nascendo nuovi lavori: il personal shopper, l’armocromista, il Curatore del Caos Familiare, l’Allenatore del sonno, il plant sitter.

Non mi metto qui a spiegare una per una queste nuove professioni, ma sono tutte caratterizzate da una cosa: pagare un professionista perché ti tolga un problema. Anche un problema personalissimo o magari banale.

Il tempo è denaro. Ha senso pagare qualcuno quando ti libera del tempo prezioso. Però qui la cosa ci è scappata di mano e, soprattutto, non consideriamo i danni collaterali.

La prima conseguenza di dimenticare l’Arte di Arrangiarsi, è che perdo fiducia nella mia capacità di risolvere i problemi (in psicologia lo chiamano senso di autoefficacia). Una volta che demando all’esperto di turno, innesco una spirale. Chiedere aiuto crea dipendenza, e continuerò a farlo per compiti sempre più facili.

La seconda conseguenza è che, spesso, rinunciare a fare significa rinunciare a capire. Quindi si apre la porta ai sedicenti esperti, ai consulenti impreparati, ai truffatori smaliziati.

La terza conseguenza è che mi affiderò sempre di più alla tecnologia. Non è un male usare Google map per trovare un indirizzo, usare un’app che mi faccia da agenda, un’app che mi aiuti a conoscere un partner, chiedere all’Intelligenza Artificiale di scrivere il testo di un messaggio di auguri. Ma c’è il rischio che, affidandoci alla tecnologia, perdiamo la capacità di farlo da soli.

La quarta conseguenza è che accetto il concetto che, pagando, posso trovare qualcuno che risolve il mio problema. Ed è la bugia più grossa, il rischio maggiore.

Vi sembra che esagero? Non avete mai sentito una persona lamentarsi in un hotel della pioggia “con tutto quello che pago”? O del fatto che il vicino tiene male il prato nonostante io pago l’IMU al Comune?

L’ultima, estrema, conseguenza è che stiamo creando uno iato, una separazione, tra quello che so fare e quello che posso fare. Una volta, le mie capacità erano il limite alle mie possibilità.
Tanto per fare una metafora alpina, salivo una montagna se avevo l’allenamento sufficiente e padroneggiavo la tecnica necessaria. Oggi mi aspetto di trovare chi porta il mio zaino, chi mi porta fino a metà salita con la jeep o con la funivia, una marca di scarponi che non fa scivolare, le calze a compressione che non fanno sentire la fatica, l’integratore che mi rimette in forma e, magari, chi mi posiziona i piedi in modo che io non inciampi tra le rocce. E se poi costruissero una scalinata in cemento… beh forse sarebbe meglio.

Mi manca un lieto fine. Non vorrei che questa riflessione fosse l’ennesimo sfogo contro i tempi moderni. L’unica nota positiva è che credo ci sia un insegnamento in questa deriva.

Quindi io adesso scendo in cantina e mi esercito a mettere e togliere il casco da sci, voi pensate bene prima di chiamare l’elettricista per cambiare la lampadina.

Teoria vs Pratica

Sono un fautore della teoria. Mi piace pianificare le cose che faccio, magari senza scrivere tutto, ma almeno tracciando un piano nella testa e poi attenendomici.
Sono un fautore della teoria anche nel senso che mi piace capire perché le cose funzionano in un determinato modo. Mi piace smontare gli oggetti (o le situazioni, o i film) per capire perché certi vanno bene e certi no.
Insomma, mi piace risalire dall’esperienza empirica alla regola generale.

Tutto ciò detto, mi sento di affermare che la teoria senza la pratica sia un mero esercizio onanistico.

Tanti anni fa, a Trieste, ho conosciuto un professore del Centro Internazionale di Fisica teorica Abdus Salam. Io avevo intorno ai 20 anni, lui probabilmente 7-8 più di me. Veniva da un paese remoto (credo fosse pakistano, ma all’epoca per me tutto quello che non era Europa o USA era “paese strano”) e si chiamava Dash (o perlomeno questo è quello che avevo capito quando si era presentato).

Era una promessa della fisica teorica del suo paese ed era venuto in questo grande Istituto che si trovava a Trieste per condividere i suoi studi con altri geniali colleghi.

La sera, esausto dopo una giornata passata a pensare e a fare calcoli, cercava un po’ di quiete passeggiando lungo il mare. E lì lo aveva incontrato mio fratello prima e io poi.

Gli avevo provato a chiedere di cosa si occupasse e la risposta era stata “cerco di prevedere, attraverso modelli matematici, cose che i miei colleghi fisici sperimentali proveranno a dimostrare tra qualche anno”.

Io stavo muovendo i primi passi tra codici e manuali di diritto, e un ragazzo in grado di scoprire cose solo con la forza del pensiero, mi sembrava davvero un mito.
Ecco, Dash non era un onanista. Era un figo.

Ma oggi la situazione è diversa e io non ne posso davvero più di persone che teorizzano e non realizzano.

Sono reduce da una serie di incontri in cui persone ex cathedra spiegano la vita ad altre persone che vivono tutti i giorni. Conferenze di artisti vari che creano un ponteggio concettuale per giustificare (a volte anche solo spiegare) la loro opera. Esperti che sono in grado di pontificare su un argomento e poi sono impossibilitati ad appendere un quadro, cambiare una lampadina, montare le catene dell’auto. Manager che definiscono gli obbiettivi, pianificano le azioni, valutano rischi e opportunità… e poi mandano avanti gli altri ad agire.

E poi c’è un altro problema: specializzazione vs versatilità.

Da ragazzino lessi un’intervista ad un famosissimo scrittore (ho sempre avuto il sogno di scrivere e mi ispiravo ai grandi nomi) che diceva come a scuola non capisse nulla di matematica. Mi stupì il fatto che, invece di vergognarsi di questo suo limite, quasi se ne vantava.

Io penso che una persona dimostri la sua intelligenza, la sua capacità, in tutte le cose che fa. Certo, si può essere geni in musica e non altrettanto bravi a scrivere o dipingere. Ma l’ecletticità è un segno del genio.

Per raggiungere l’eccellenza bisogna essere quasi monomaniaci. Però senza chiudere la testa a tutte le altre cose. Altrimenti alla fine diventi, che so, un grande scrittore, ma non hai nulla da raccontare.

Credo che progettare sia importante, ma realizzare lo sia di più. Credo che per far bene la seconda cosa sia necessario fare bene anche la prima. Ma fare solo la prima sia uno sforzo inutile.

Credo che mantenere la mente aperta costi fatica, ma sia fatica spesa bene.

Poi, se volete diventare Agassi dovete palleggiare contro il muro un milione di volte (leggete la sua bellissima biografia Open). E il mio amico Dash eccelleva nella teoria a prescindere dalla pratica.

Ma noi, persone normali, proviamo ad arrivare fino in fondo.

Un vecchio modo di dire afferma che “il mondo è pieno di idee fantastiche, ma scarseggiano le idee realizzate”.

Usciamo dalla teoria e iniziamo ad agire. Magari il mondo un pochino migliora.

Effetto osservatore

Il mondo si divide in due categorie (alla fine di questo post vi racconto da dove viene questa frase che ci siamo sentiti ripetere mille volte*): quelli che vedono il bicchiere mezzo vuoto e quelli che lo vedono mezzo pieno.
Ed io appartengo alla seconda categoria.

Ogni cosa, e non dico certo una novità, è buona e cattiva a seconda di chi la guarda. L’osservatore fa la differenza.

[Anche qui si potrebbe fare una digressione sull’effetto osservatore o Effetto Hawthorne nella meccanica quantistica, ma mi limito a segnalarvi questo link].

Appare evidente che un certo evento, ad esempio l’arrivo della polizia, genera sensazioni diverse nei presenti coinvolti (nel nostro esempio tra l’aggressore e l’aggredito).
Ma l’effetto osservatore va oltre. Essere ottimisti o pessimisti cambia il modo in cui ci approcciamo ad un evento.

Il mondo è discretamente pieno di pessimisti, di “bicchierevuotisti” per coniare un nuovo vocabolo, di persone che vedono sempre le dinamiche negative collegate ad un fenomeno.

“Piove” “Finirà che le verdure nell’orto marciranno”

“Abbiamo finito presto oggi” “E anche oggi niente straordinari in busta paga”

Insomma, avete capito il genere.

Uno direbbe che questo atteggiamento negativo può solo far sorridere gli altri, invece è profondamente dannoso. L’essere negativi si propaga rapidamente. Una persona negativa, quando racconta un evento ad un amico, ne dà la versione peggiore.

“Insomma, a fine giornata ha iniziato a piovere e, sinceramente, non so come andrà a finire. Io, per non sbagliare, sono andato al supermercato e ho fatto scorta di surgelati”

Le notizie negative si propagano rapidamente, molto più rapidamente di quelle positive, ed ottengono reazioni negative.

“Hai visto che il Comune ha fatto pulire la strada” “Beh, era ora. Sono anni che viviamo nella sporcizia, e comunque non hanno ancora pulito nella strada vicina, e poi vedrai quanto poco durerà e dovremo di nuovo aspettare decenni”

Credo abbiate capito il meccanismo.

Essere positivi, invece, rende più facile la vita a te (se non altro riduci la quantità di stress autoprodotta) e non generi l’effetto catastrofe.

C’è un’altra famosa frase, che dice “preferisco essere pessimista e venir sorpreso che essere ottimista e venir deluso”.

È vero. L’ottimista rischia di veder trasformare le sue idee in illusioni, mentre il pessimista non si illude e di conseguenza non viene deluso (è la teoria del pessimismo difensivo).

Ma, di nuovo, parliamo di percezioni non di fatti.

Il numero di volte in cui si prenderà una fregatura è lo stesso, sia che tu sia ottimista sia che tu sia pessimista.

Quello che cambia è come tu vivi il tempo dell’attesa.

Io preferisco vivere serenamente, aspettandomi il meglio dalla vita. Quando (eventualmente) dovrò ricredermi avrò le batterie cariche per affrontare i problemi.

E tutto sommato sono stanco delle persone che si lamentano sempre e, se succede qualcosa di buono lo sminuiscono, se succede qualcosa di cattivo quasi gongolano nell’aver avuto ragione.

Credo che siamo persone tossiche, che inquinano il mondo attorno a loro.

E in questa fase della mia vita, preferisco allontanarmene.


Post Scriptum * vi avevo promesso una spiegazione e la citazione con cui inizio il pezzo è tratta da un grande classico del cinema, Il buono, il brutto e il cattivo, un capolavoro firmato da Sergio Leone con protagonisti eccezionali (tra tutti Clint Eastwood) uscito nel 1966.
Ad un certo punto Joe, il buono, interpretato da Clint Eastwood, dice: “Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava”. E fa parte di una delle tante frasi che passeranno alla storia tratte da quel film. 

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.

Vado, l’ammazzo e torno.

Guardare oltre

Non ne sono certo, ma credo che sia un ricordo che risalga alle elementari, quando la maestra Degrassi che insegnava tutte le materie, tra cui storia e geografia, spiegandoci i confini dell’Italia, diceva: “Il nostro Paese è circondato per tre quarti dal mare che ne segna il confine naturale, mentre a nord sono le Alpi a dividerci dal resto dell’Europa”.

Questo concetto delle montagne come limite, come cesura, come barriera tra noi e l’ignoto o addirittura tra noi e “gli altri”, me lo sono portato dentro per decenni. Ed era rinforzato dalle gite domenicali con la famiglia, in cui si percorrevano i sentieri ma non si salivano le vette.

Poi ho iniziato a frequentare la montagna da solo. E ho iniziato ad allungare i miei giri, a fare le gare trail, ad inventarmi dei percorsi che mi portavano oltre i colli. A quel punto ho realizzato che le catene montuose non sono delle cesure ma delle cerniere. Che, per chi vive in montagna, il colle è un punto di contatto non una barriera.

Questa idea di montagna trova delle conferme in mille piccoli fatti concreti.

Chi è più simile al pastore che porta le mucche al pascolo negli alpeggi ai piedi del Monte Rosa? Il suo omologo svizzero o il pescatore di Chioggia?

Nei due versanti di una montagna crescono le stesse piante e vivono gli stessi animali, piante ed animali che diventano cibo con ricette simili.

Ci si veste in modo simile per proteggersi dallo stesso freddo o dall’esposizione diretta del sole.

Persino le lingue si assomigliano di più. Non parlo, ovviamente delle lingue ufficiai, ma dei dialetti: abbiamo termini che definiscono in modo simile gli stessi oggetti e sono figlie di contatti tra popoli.

Vivere in montagna ed avere la montagna come maestra, ti fa crescere in un modo simile. Così è più facile capirsi con gli Svizzeri di là dal colle che con gli Italiani di pianura.

E questo “guardare oltre”, spingere lo sguardo al di là del colle, essere incuriositi di cosa ci sia dall’altra parte, aiuta ad aprire la mente, a spingerci ad esplorare. Che, come avevo già scritto altrove, è il motivo per cui io sono arrivato qui lasciando il mare…

Sono ben conscio che siamo lontanissimi da una fratellanza tra i popoli delle Terre Alte, ma mi piace riaffermare che c’è una trasversalità che trascende le catene montuose e che unisce le persone.

Forse non è immediato per chi vive lontano, come la mia vecchia maestra Degrassi, ma che appare evidente a chi vive ai piedi della montagna.

Per un’ecologia delle idee

La montagna, oggi, si trova al centro di una tempesta mediatica.
È diventata un polo di attrazione per le persone che sono alla ricerca di recuperare un rapporto diretto con la natura e, attraverso questo rapporto, un contatto più vero, più sano con loro stessi, con il loro spirito.

Li comprendo benissimo, io sono stato tra loro, vivevo in una città, Milano, che rappresenta la quintessenza dell’essere una città. Veloce; fertile di idee ed iniziative; prodiga di stimoli ed opportunità. E naturalmente, caratterizzata anche da tutti i lati negativi che essere una città porta con sé.

L’uomo ha creato un mondo a sua misura e nel farlo ha sovvertito le regole naturali cui il nostro corpo soggiace.

C’è un concetto bellissimo che mi aveva affascinato quando ero un giovane studente di giurisprudenza: il concetto di “diritto naturale”, cioè quell’insieme di norme che gli uomini sentono dentro di loro senza bisogno che siano codificate. Il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza.

Ebbene, penso che esistano anche delle leggi fisiche che l’uomo dovrebbe riconoscere ed accettare, senza tentare di sovvertirle. Leggi che potrei riassumere in un unico concetto: “non tutto è sotto il nostro controllo”.

La pioggia, il caldo, le malattie, la vita e la morte (che poi sono due modi di chiamare la stessa cosa), la spinta alla riproduzione, la spinta a proteggere la propria vita e il proprio nucleo (famiglia, clan, comunità).

Non penso che siano cose che dobbiamo accettare per forza e subire passivamente. Se c’è freddo mi copro; se sto male mi curo… ma non penso neppure che dobbiamo portare questa “reazione” alle leggi naturali alle estreme conseguenze.

Ho fatto tutta questa ampia premessa per dire che oggi si vive in un mondo che è stato sovvertito per assecondare le necessità del genere umano (unica specie animale ad averlo fatto). Abbiamo portato questa scelta al limite, eliminando fisicamente gli ostacoli, non solo alla sopravvivenza dell’Uomo, ma anche alla sua comodità.

Viviamo perennemente a 20 gradi centigradi; d’estate e d’inverno. Non ci nutriamo più, perseguiamo i piaceri della buona tavola e subito dopo usiamo delle pillole per non ingrassare. Evitiamo la fatica come se fosse mortale, usiamo l’automobile ed ogni orpello che la tecnologia ci procura per non sforzarci, e poi andiamo in palestra per faticare. Chiediamo aiuto per fare qualsiasi cosa, da cambiare una lampadina a trovare un indirizzo nella città in cui siamo nati, e poi andiamo dallo psicologo perché il nostro senso di autoefficacia che è la capacità di risolvere da soli i problemi, e l’autostima calano vistosamente.

Questa scelta, operata molti anni fa, oggi porta come conseguenza una sorta di crisi di rigetto. Gli uomini non sono più contenti del mondo che hanno creato e di come questo mondo li ha trasformati. E vogliono tornare indietro. Per farlo idealizzano le poche aree rimaste incontaminate.

E finalmente arriviamo al punto.

La montagna, vuoi perché è un ambiente poco antropizzato, vuoi perché fino a ieri non era un luogo ambito per trasferircisi, è rimasta per buona parte fuori dalle trasformazioni artificiali che ha subito la pianura.

Quindi si guarda ad essa come il nuovo Ovest, l’Ultima Thule in cui rifugiarsi. Abitata da esseri mitici, superiori nel loro essere lontani dai cliché dell’uomo moderno, salvifica e taumaturgica.

Ed ecco il problema. Anzi i problemi.

Il primo, più immediato, è che il “marketing” – mi si perdoni la genericità di questo termine, voglio intendere tutto quel complesso sistema culturale che trasforma ogni interesse umano in un potenziale sistema di creazione di fatturato – il “marketing” usa l’idealizzazione della montagna per promuovere prodotti che, nel migliore dei casi, non c’entrano nulla; nel peggiore, sono contrari al sistema di valori identificato con la “vita in montagna”.

Il secondo, meno evidente ma altrettanto pericoloso, è che – come si è fatto innumeri volte in passato – si confonda la tutela con la messa sotto una teca.

Facciamo un esempio concreto. La buona intenzione di proteggere il lupo (che avevamo quasi cancellato dalla terra) è diventata l’idealizzazione di un animale e la sua chiusura in aree protette dove l’uomo può osservarlo senza pericolo (per l’uomo, ovviamente). E adesso che il lupo è tornato a frequentare il suo ambiente, è partita una lotta tra chi vive a contatto con questo predatore e chi, magari dal suo ufficio in centro, proclama che dev’essere tutelato.

Stiamo facendo lo stesso con la montagna.

Prolificano i libri, gli studi, i festival, gli incontri in cui si parla di montagna. Fioriscono le iniziative in cui si invitano le persone a “vivere la montagna vera” con un fine settimana in alpeggio o con un tuffo in una sagra di paese dove la polenta si fa sul fuoco e il formaggio sa ancora di stalla.

Ma stiamo solo trasformando la montagna in una disneyland, in un parco a tema, in un’esperienza “all inclusive”. E questo è l’effetto del problema marketing.

Oppure stiamo cercando di spiegare a chi vive in montagna come dovrebbero vivere. E questo è l’effetto del problema “riserva indiana”.

Non sto dicendo che i problemi non esistono.

L’overtourism, la gentrificazione, la cementificazione delle località sciistiche, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico in corso, ma anche e soprattutto, la difficoltà di immaginare un futuro a misura d’uomo nei paesi di montagna, la possibilità di garantire pari opportunità di studio, di lavoro, di vita a prescindere dalla quota in cui si vive. Sono problemi seri che richiedono una riflessione approfondita.

La risposta non può e non deve venire da chi è capitato per caso in montagna. E neppure da chi ne ama l’idea. Dev’essere un movimento autonomo che parte dal basso. Dalla base, come si usava dire ai bei tempi in cui si era tutti ideologizzati.

Quindi se vi viene voglia di abbandonare la città e trasferirvi in montagna perché cercate lo esprit montagnard venite a trovarci e provate a vivere insieme a noi. A condividere il bello e il brutto delle Terre Alte.

E poi decidete se è più giusto impegnarvi per cambiare la nostra vita o se forse è la vostra vita in città che va cambiata.

Ci riempiamo la bocca dell’importanza di un approccio ecologico alla vita. Vorrei sfidarvi a riflettere su come anche le idee abbiano bisogno di una loro ecologia. Dobbiamo tutti tornare a spogliarci delle sovrastrutture culturali che creano mondi diversi da quelli reali in cui viviamo (la montagna, ad esempio). E affrontare le cose per come sono. Non per come ci piace pensare che siano.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non lo so. Potevo avere 13 o 14 anni la prima volta che inciampai in questa poesia di Eugenio Montale tratta da quella raccolta capolavoro che è Ossi di seppia. E ne rimasi folgorato, come mi era capitato poche altre volte.

Poi crebbi e iniziai a capirla.

Forse perché l’animo era giovane ed acceso di passioni, la cosa che più mi colpiva era la bellezza delle immagini e il ritmo dei versi.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ma appena uscii da quella fase ed entrai nell’età adulta, compresi fino in fondo la verità di quel lamento.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a sé stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Adesso che ho i capelli bianchi, apprezzo soprattutto quell’ultima strofa, dove il poeta afferma con forza tutti i limiti della nostra umanità.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

A tutto questo pensavo mentre leggevo un inutile post di chi saltava sull’ennesima data commemorativa.
Persone che si riempiono la bocca di valori per cui altri hanno combattuto. Valori che bisogna ancor oggi difendere, però non ricordando le battaglie del passato, ma scendendo in trincea per il presente, e per il futuro.

Lo so, sono criptico.

Ma davvero non ne posso più di questo iato che si allarga tra le parole e le azioni.

Come vorrei che fossimo tutti un po’ più umili e, nel riconoscere con il poeta “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, cercassimo di comportarci in modo coerente. Al di là degli sbandieramenti sui social. Al di là delle prese di posizione ideologiche.

Pane al pane. Vino al vino.

Post Scriptum per un curioso gioco del destino (alle coincidenze è sempre difficile credere) questo post finisce esattamente con il titolo del mio ultimo post, scritto quasi due anni fa… beh speriamo sia di buon auspicio per riprendere con costanza a riempire questo spazio.