L’arte di decidere

Decidere è un’arte difficile che si impara con l’esperienza. I concetti di pericolo e di rischio possono aiutarci ad esitare un po’ meno

Ho fondato la mia prima società che avevo da poco passato i 20 anni. Non lo dico per vanagloria, ma per introdurre l’argomento di oggi.
Essere un imprenditore, o semplicemente gestire un’azienda o un gruppo di persone, ti obbliga a prendere continuamente delle decisioni.
La maggior parte sono banali: dove mettere la stampante, acquistare un computer piuttosto che un altro, pagare o meno il pernottamento di un cliente importante, fare o non fare pubblicità… insomma cose semplici da decidere.

Ma alle volte sei posto di fronte a scelte davvero complicate.
Quale persona licenziare. Irrigidirsi in una trattativa per difendere un prezzo a costo di perdere un cliente, in modo da tutelare il valore di un prodotto. Chiudere un ramo dell’attività che è in perdita, anche se ci avevi dedicato anni.
Dopo un po’ ci fai l’abitudine, ma le prime volte non dormi la notte prima della decisione (temendo di sbagliare) e non dormi le notti successive (temendo le conseguenze della tua scelta).

Io non ho mai avuto grossi problemi nelle scelte strategiche. Sono uno che razionalizza, così alla fine una decisione si riduce ad una lista di pro e di contro e la conseguenza è quasi automatica.
Ma patisco le scelte morali. Forse perché sono un inguaribile idealista, ho sempre cercato di tutelare i principi rispetto alle opportunità economiche. E forse per questo oggi vivo in pace con me stesso ma sono lontano dall’essere ricco.

In quasi 40 anni di giornaliera frequentazione con l’arte del decidere ho imparato che l’unica decisione davvero sbagliata è quella non presa.

Conosco bene quell’esitazione di fronte ad un bivio.
So cosa significa trovarsi davanti ad una scelta e sapere che entrambe le opzioni provocano danni.
Ho provato spesso la tentazione del non scegliere, di aspettare che la vita decida per me.

Però sono convinto che, anche di fronte a due mali, optare per uno dei due (possibilmente il minore) sia meglio che lasciar perdere.
Ho visto i danni provocati da decisioni ritardate o non prese.
Quindi io decido sempre.
Ragiono e scelgo, se c’è la possibilità di analizzare.
Semplicemente mi butto, quando non ho sufficienti elementi per ponderare.

bivio

Tutto questo lungo ragionamento ha qualche risvolto pratico?
Per il momento direi proprio di no.

Ma un paio di sere fa, durante un corso di igiene e prevenzione, mi è stata ricordata la differenza tra pericolo e rischio.
Ai sensi della legge sulla sicurezza, il pericolo è “la proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni” mentre il rischio è “la probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno”.
Quindi, in parole povere, il pericolo è l’oggettiva caratteristica di un oggetto o di una situazione di provocare danni. Mentre il rischio è la probabilità che ciò accada.

Salire in cima ad una montagna è potenzialmente pericoloso. Quanto sia pericoloso dipende dalle condizioni della montagna. Ma quale sia il rischio per me, dipende invece da una serie di fattori su cui io ho il controllo: la preparazione tecnica, l’attrezzatura, il coinvolgimento di una guida e così via.
Il pericolo di salire una vetta non può essere evitato (a meno di rinunciare) ma il rischio può essere minimizzato.

E tornando quindi alle decisioni, ogni scelta comporta un pericolo.
Anche semplicemente il pericolo di perdere l’opzione B se si sceglie l’opzione A.
Quello che spetta a noi è di controllare tutti i fattori che abbassano il rischio che il pericolo ci crei danni.

Uscendo dalla teoria e passando alla pratica.
Di fronte ad un bivio dobbiamo prima di tutto scegliere quale sia la miglior opzione per noi. Ma subito dopo, dobbiamo valutare quali pericoli siano insiti nella scelta e quali azioni dobbiamo compiere per minimizzare il rischio che quel pericolo ci danneggi.

Lavorare per ridurre il rischio potrebbe aiutarci ad accettare il pericolo insito nella decisione.

Le scelte ci fanno paura, ma la risposta non è non scegliere.
La risposta è quella di scegliere ed esser pronti ad affrontare con intelligenza le conseguenze della nostra scelta.

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La chiave di volta

A volte facciamo girare le nostre esistenze attorno ad un elemento che, se ci è tolto, ci mette in crisi: io lo chiamo chiave di volta

Ho frequentato un liceo scientifico sperimentale. Stiamo parlando di molti anni fa, erano i primi tentativi di creare una scuola che fornisse una cultura trasversale, che abituasse gli studenti a trovare i collegamenti tra le materie. Così il professore di storia dell’arte, quando ci spiegò i diversi tipi di architettura e, in particolare di arco, ricorse alla professoressa di fisica per farci capire come lavorasse la gravità e come gli antichi costruttori avessero padroneggiato con maestria forze che non conoscevano.

Ricordo in particolare il mio stupore quando appresi il ruolo della “chiave di volta” quella pietra scolpita in modo diverso dalle altre che non solo rappresenta l’ornamento al centro dell’arco ma che sostiene tutta la costruzione.

La chiesa romanica

Adesso non mi occupo più di arte ma di informatica, dove esiste un altro concetto interessante. Quando si progettano sistemi complessi che devono restare sempre attivi (immaginate i siti web, ad esempio) si cercano e si limitano i single points of failure, cioé quelle funzioni o quegli apparati che, se smettono di funzionare, provocano la caduta del sistema.

Durante una lunga escursione dello scorso fine settimana, ho mutuato i due concetti appena esposti pensando alle nostre esistenze.

In psicologia si parla spesso di “stampelle” riferendosi al bisogno cha ha una persona di un sostegno esterno. Un esempio classico è la ricerca spasmodica dell’apprezzamento sui social (i famosi like) che è la versione digitale della necessità di ricevere approvazione per ciò che si fa.

Queste “stampelle” creano dipendenza.

Un altro caso interessante è l’uso smodato dei meccanismi di premio. “Se porti un bel voto nella verifica, ti regalo 10 euro”
Un sistema educativo basato sulla “retribuzione” si dimostra fallace sulla lunga distanza. Induce a pensare che una cosa è importante per quello che se ne ricava e non per la cosa stessa. Inoltre crea dipendenza da stimoli esterni all’individuo.

Io mi ritengo una persona equilibrata, raramente faccio uso di stampelle psicologiche, eppure – nella camminata di cui sopra – mi sono reso conto che ho corso un rischio ben maggiore. Ho creato un single point of failure, ho costruito la mia vita appoggiandola ad una chiave di volta sulla quale non avevo controllo, e ho rischiato di vederla andare a pezzi.

Non sono pronto a mettere in piazza una cosa così intima, e magari non interessa neppure alla maggior parte di voi, ma provo a trarre delle riflessioni generali da un’esperienza personale.

Se facciamo un esame di cosa conti davvero nella nostra vita; se cerchiamo quale sia la fonte della nostra serenità; se riflettiamo su quale sia il focus che guida le nostre azioni, allora scopriremo quale sia la chiave di volta della nostra esistenza.

In alcuni casi è il lavoro.
Siamo stati educati (specialmente in Italia) a pensare che il lavoro nobiliti l’uomo. Attraverso il lavoro ci realizziamo. Passiamo sul posto di lavoro la maggior parte del nostro tempo. Dal lavoro ricaviamo il nostro sostentamento. In moltissimi casi basiamo la nostra autostima sui risultati professionali, il lavoro è uno status symbol.

Eppure, come reso evidente dalle congiunture economiche degli ultimi anni, non abbiamo il controllo sul lavoro. Possiamo perderlo senza colpa. Può capitare che il nostro valore non venga riconosciuto o che la retribuzione venga arbitrariamente ridotta. Può capitare che ci venga chiesto di fare cose che non riusciamo a fare o che riteniamo sbagliate.

In tutti questi casi, quando il lavoro è la chiave di volta della nostra vita, possiamo esser messi in crisi da fattori che non controlliamo.
Un esempio che deve farci riflettere è il momento del pensionamento: c’è chi, quando smette di lavorare, va in crisi. Aveva basato la sua esistenza su un elemento che all’improvviso è scomparso.

In alcuni casi è una persona.
Nella grande maggioranza si tratta del partner; ma altre volte è un genitore o un figlio. A questa persona dedichiamo la nostra vita. Dipendiamo dal suo giudizio e dalle sue scelte personali. In alcuni casi annulliamo noi stessi per compiacerla o rinunciamo a qualcosa a cui teniamo per permettere a lei o a lui di ottenere qualcosa.

Sia chiaro che l’altra persona, molto spesso non ha colpe. Siamo noi ad investirla di un ruolo che è sbagliato. Ma quando capita che questa persona viene a mancare, vuoi perché muore, vuoi perché si stufa e volge la sua attenzione altrove, allora il nostro mondo crolla.

In alcuni casi è un progetto.
I grandi campioni, i grandi artisti, i grandi benefattori, insomma in una parola i grandi hanno tutti una caratteristica in comune: un’impressionante capacità di commitment (uno di quei termini inglesi che mi fanno arrabbiare perché è difficile da tradurre in italiano con una parola singola). Cioè la capacità di restare concentrati a lungo sull’obbiettivo a prescindere dal resto.

Molti di noi nutrono in cuor loro un progetto. Praticare uno sport a livello professionale, diventare uno scrittore, fondare una propria azienda. Ma anche comperarsi una Ferrari, o attraversare a piedi la Mongolia, o trasferirsi in Giappone.
Il lato oscuro del commitment è che trasforma il progetto in una chiave di volta. Più ti ci dedichi, più è facile che la tua vita dipenda dal progetto.

Anche in questo caso, forse persino di più che negli altri che ho esposto precedentemente, il fallimento è dietro l’angolo. E con esso il rischio di veder crollare la propria vita.

Domenica scorsa, dunque, camminavo e riflettevo.

Cose come il lavoro, la persona giusta, un progetto che ti entusiasma, sono spesso le principali fonti della nostra voglia di vivere. E non è un caso che diventino le chiavi di volta su cui costruiamo il resto della nostra esistenza.

Qual è dunque la soluzione per evitare di andare in crisi?

Ovviamente non ho una risposta che vada bene per tutti. Se l’avessi farei il guru delle star a New York. Ma per quanto mi riguarda, credo che la parola chiave sia consapevolezza.

Devo individuare le chiavi di volta e poi cercare di restare con i piedi per terra.
Non attribuire ad un singolo elemento troppe aspettative, ma dividere su più elementi il valore della mia esistenza.

E devo essere consapevole, alla fin fine, che non tutto dipende da me e, allo stesso tempo, che io non dipendo da nulla.

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Persone, prima di tutto

Donne e uomini sono uguali, sono le persone con le loro caratteristiche a dover essere prese in considerazione. E l’educazione può far tanto

Scrivo, pubblico sul blog, ricevo commenti e magari ci ripenso.
La settimana scorsa ho postato una riflessione (La caccia alle streghe) che parlava delle differenze di genere da un punto di vista della comunicazione.
Oggi, anche a seguito della polemica suscitata dalle affermazioni di Simone Pillon, senatore della Repubblica Italiana in quota Lega, vorrei provare a spiegare la mia posizione sul tema.

Pillon ha detto: “L’università di Bari spinge per far iscrivere ragazze a corsi di laurea tipicamente frequentati in prevalenza dai ragazzi. È naturale che i maschi siano più appassionati a discipline tecniche, tipo ingegneria mineraria per esempio, mentre le femmine abbiano una maggiore propensione per materie legate all’accudimento, come per esempio ostetricia.
Questo però non sta bene ai cultori del Gender, secondo i quali ci DEVONO essere il 50% di donne nelle miniere e il 50% di uomini a fare puericultura”
.

E non contento ha precisato: “ovviamente ognuno è libero, e ci sono le sacrosante eccezioni, ma è naturale che le ragazze siano portate verso alcune professioni e i ragazzi verso altre. Imporre ai maschi di pagare più delle femmine per orientare la libera scelta di un percorso universitario è un modo di fare ideologico, finalizzato a manipolare le persone e la società”.

Tralascio le polemiche che queste parole hanno suscitato e provo ad entrare nel merito.

Mi è capitato e mi capita spesso di coordinare gruppi di persone. Nell’azienda per cui lavoro, in attività di volontariato, o magari semplicemente nel tempo libero.

Coordinare delle persone significa provare ad assegnare ad ognuna un ruolo o dei compiti. Per farlo bene è necessario, in qualche modo, giudicare.

Ipotizziamo che abbia davanti un gruppo di persone che non conosco.

Se devo assegnare un compito di fatica, tenderò a scegliere un uomo piuttosto che una donna. A meno che la donna sia ben piazzata e/o l’uomo un mingherlino.

Se devo assegnare un compito di precisione, tenderò a scegliere una donna invece che un uomo. A meno che la donna sia trasandata e/o l’uomo estremamente curato.

Se devo trovare qualcuno che coordini il lavoro, tenderò a scegliere il più vecchio del gruppo. Se invece il compito ha a che fare con le nuove tecnologie, opterò per il più giovane.

Insomma, se devo scegliere in base alle apparenze e non ad una conoscenza diretta della persona, la scelta sarà basata sulle sensazioni che chi mi sta davanti genera in me.

Questo tipo di approccio presta il fianco a dei pregiudizi che provengono dalla cultura.

Se devo scegliere un compagno per la mia squadra di basket, sceglierò un americano piuttosto che un italiano e un americano nero piuttosto che un americano bianco.

Se ho davanti un clochard e un impiegato di banca, e devo scegliere chi dei due ha commesso un furto tenderò ad accusare il primo. Ma se si tratta di un crimine informatico, tenderò ad accusare il secondo.

Queste scelte dipendono dall’assunzione di certi modelli culturali che sono insiti nella nostra società.

Nazionale italiana calcio femminile

Ma le cose cambiano.

Le donne e gli uomini possono fare le stesse cose (a parte la gravidanza ed il parto che rimangono appannaggio del genere femminile).
Non c’è un’attività in cui l’uno non possa sostituire o essere sostituto dall’altra.

Ho sempre pensato che le donne fossero meno adatte degli uomini a giocare a calcio e a basket. A riprova di questo portavo il fatto che le partite femminili fossero meno avvincenti, tecnicamente noiose.
Ma il calcio femminile in questi ultimi anni ha fatto passi da gigante e, oggi, mi diverto (poco) nello stesso modo guardando la nazionale italiana maschile e quella femminile.

I preconcetti possono essere modificati. Attraverso la pratica, ogni persona può acquisire le capacità che ha un’altra persona.

E dal mondo dello sport, giunge un altro spunto di riflessione.

I corridori uomini vanno più veloci dei corridori donna.
Ma più si allunga la distanza e più diminuisce la differenza.

Il record mondiale in maratona maschile è di 2h01’39” mentre quello femminile è 2h14’04” (in pratica il 10,2% più lento).
Il record mondiale sui 100km maschile è di 6h09’14” mentre quello femminile è 6h33’11” (in pratica il 6,5% più lento).

Nella gare di ultratrail è già capitato che il primo assoluto fosse una donna. E le donne prime in classifica si piazzano sovente nei primi 10 posti della classifica maschile.

Significa forse che gli ultratrailer sono meno forti dei maratoneti?
No, semplicemente che in alcune discipline non conta solo la forza ma anche la capacità di resistere alla fatica e alla sofferenza, oltre alla capacità di restare concentrati sull’obbiettivo.

L’essere umano non è un robot specializzato.
Siamo fatti di tante componenti, fisiche, emotive, intellettive.
E siamo campioni del mondo in adattabilità.

Quando perdiamo la vista, gli altri sensi si acuiscono.
Quando ci fa male un piede, il resto del corpo sposta l’equilibrio per compensare il deficit.
Quando subiamo un incidente, l’adrenalina che entra in circolo ci permette di portarci fuori pericolo (anche con una gamba rotta o una ferita grave).

Alcune delle nostre doti di essere umano sono innate, patrimonio genetico o mutazione della specie.
Altre nostre doti sono sviluppate grazie all’apprendimento.

Ho fatto un lungo giro per arrivare finalmente a questa conclusione: di fronte alla vita, non ci sono maschi e femmine ma persone con le loro peculiarità.

La formazione delle caratteristiche di una persona dipendono in larga parte dall’educazione. A partire dalla famiglia e dalla scuola.

Il tipo di persona che diventeranno i nostri figli dipendono da noi. Quello che potranno e non potranno fare, dipende da come si sono formati.

Quindi è giusto garantire che ogni persona, sia un bimbo o una bimba, abbia a sua disposizione tutti gli strumenti necessari per sviluppare il suo potenziale.

Una donna astronauta o un uomo infermiere, una donna pilota di Formula Uno o un uomo che danza alla Scala.

Quando vado dal medico per un problema di salute non cerco un maschio o una femmina, cerco una persona preparata e capace di aver cura di me.

Perché non è lo stesso in tutti gli altri campi?

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La caccia alle streghe

Un tema delicato: il sacrosanto diritto delle donne ad essere considerate alla pari degli uomini e il diritto di ogni uomo di non essere considerato un mostro.

Ne avevo scritto qualche tempo fa (leggi qui): spesso è difficile definire dove sia il confine tra bene e male. A volte si rischia che, per perseguire un fine eticamente giusto si accetti di usare mezzi che non lo sono.
Il famoso “il fine giustifica i mezzi” del buon vecchio Niccolò Macchiavelli.

Riflettevo su questo leggendo il post di un’amica che prendeva le parti di Aurora Leone (l’attrice del gruppo The Jackal) che era stata esclusa da una cena della Nazionale Cantanti.

Non voglio tornare sulla condanna (il fine), che comprendo e condivido, ma parlare del metodo. La mia amica si scagliava contro il genere maschile spesso colpevole di comportarsi in modi che colpiscono una persona per il suo essere donna.
E mentre lo faceva, commetteva lo stesso errore: scagliarsi contro gli uomini perché uomini.

amici

Tra i miei amici – non i conoscenti, dico proprio gli amici, le persone che mi sono vicine – non c’è nessuna persona che discrimina un’altra persona per il genere o la razza.

Ammetto che ci siano discrimini dettati da ideologie e scelte politiche e persino religione, ma di certo non per razza o genere.

Non credo di essere un fortunato circondato da Illuminati.
Così come non credo che il mio gruppo di amici sia un campione statisticamente valido.

Sono consapevole che le discriminazioni siano un problema vero e numericamente molto serio.
Sono consapevole che esista una sperequazione tra come il mondo del lavoro tratta un uomo e una donna.
Ho ben presente lo sbilanciamento assurdo tra vittime donne e vittime uomini nei crimini violenti (stupro e omicidio in primis).

Sono fermamente convinto che questa situazione vada combattuta a viso aperto, e che il primo passo sia la denuncia.

Però credo che non si debba fare di tutta l’erba un fascio.

Mi rendo conto che sia difficile.
La giustizia si impantana troppo spesso nella palude dei distinguo.
Ma il rischio opposto è persino più grave: la generalizzazione finisce spesso nella gogna mediatica che non risolve i problemi e che alimenta la polarizzazione tra le parti.

Dire che gli uomini sono maschilisti è uguale a dire che le bionde sono sceme.

Ci sono gli uomini che si comportano male, e vanno indicati.
Ci sono le donne che si comportano male, e vanno parimenti indicate.

Torno ad un punto fondamentale che ho già enunciato precedentemente e provo ad elencare i passi che io credo siano fondamentali per vincere questa battaglia di civiltà.

La prima cosa da fare è denunciare pubblicamente e ad alta voce.

La seconda cosa da fare è creare un fronte unico tra chi comprende e condanna il problema. Senza divisioni di genere.

La terza cosa è parametrizzare, cioé dare il giusto valore ai fatti.
Così come non si può paragonare chi ruba con chi uccide, alla stessa maniera non si deve paragonare chi fa una battuta sessista con chi stupra.

So bene che sto camminando su un terreno minato.
Purtroppo chi cerca un approccio di buon senso, moderato, viene spesso confuso con chi minimizza il problema.

Ma credo sia giusto che chi condanna la caccia alle streghe del Medioevo faccia attenzione a non vestire i panni dell’Inquisizione nella battaglia contro la discriminazione di genere.

E per concludere vorrei sottolineare come il più grande errore che si deve evitare sia quello di trasformare la lotta per la parità di genere in una guerra tra generi.

Non dev’essere donne contro uomini, maschi contro femmine, come avviene spesso. E’ naturale che una donna cerchi solidarietà tra le altre donne. E noi uomini dovremmo offrire la stessa identica solidarietà per far comprendere come il comportamento di uno non sia il comportamento di tutti.

Penso ci sia una piccola minoranza di uomini che si comporta male, coperta da una schiera molto ampia di uomini (e donne) che si girano dall’altra parte.

E’ su quella larga fetta della società che dobbiamo lavorare.
Denunciando, condannando, e soprattutto continuando un dialogo aperto e costruttivo.

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Alla salute…

Non ho mai fatto mistero che ho un ottimo rapporto con la birra. Ne bevo spesso e volentieri, per placare la sete e per sollevare lo spirito. Ma se voglio gustarmi un piatto particolare, se cerco una gratificazione sensoriale, allora scelgo il calice di vino. Preferisco i rossi fermi, ma come ho scoperto già in giovane età, non si finisce mai di imparare.
La storia di oggi, parla proprio di questo…

Un amico mi ha coinvolto in un sabato diverso.
Si trattava di far parte di una squadra che avrebbe preparato un vigneto.
Lui mi raccontava di barbatelle e di metri quadri, io – incosciente come al solito – ho accettato senza riserve.
C’erano 1300 piante da mettere a dimora, eravamo circa una ventina, quindi il mio pensiero da statistico è stato “Sessanta piante a testa, non sarà poi così difficile”.

Il seguito prova che avevo torto (cit. Il Gorilla, Fabrizio De André)

grappolo d'uva


Creare una vigna dal nulla è un atto di fede, un progetto per chi ha un sogno.

Individuato il terreno, bisogna prepararlo.
Togliere la vegetazione, dissodarlo, piantare i pali su cui verranno posti i tiranti per le piante, far arrivare l’acqua per l’irrigazione.

Poi inizia la fase di creazione dei filari.
Da palo a palo vanno tesi dei cavi su cui montare un tubo per l’irrigazione (la cosiddetta ala gocciolante) che a monte deve essere collegata all’impianto generale.

E a questo punto inizia la posa delle piante.
Bisogna effettuare dei buchi nel terreno a 70 cm uno dall’altro lungo i filari. Mettere nel terreno le barbatelle. Proteggerle con una specie di scatola in materiale plastico che funge da nursery, garantendo il caldo e la protezione dal vento. Per ogni scatola bisogna piantare nel terreno un tondino di metallo che andrà legato con apposita molletta al cavo dove è stata montata l’ala gocciolante.

1300 barbatelle significa quindi 1300 buchi, 1300 scatole, 1300 paletti e via dicendo.

Con la schiena indolenzita (tutto si svolge a circa 30 cm di altezza), rubavo le spiegazioni che l’agronomo stava dando ai capisquadra. Ogni dettaglio era stato pianificato per tempo. Dal numero di filari alle ore di acqua che dovevano essere garantite.

Quando mi sono trovato a fianco dell’amico che mi aveva invitato gli ho chiesto: “ma tra quanto potremo bere?” Lui ha frainteso e ha detto che alle 10 e mezza sarebbero arrivati panini e birre per lo spuntino di metà mattina. Allora ho precisato la domanda: “No, intendevo tra quanto questo vitigno darà frutto e noi potremo bere un calice di vino”.
Ridendo mi ha risposto che sarei morto di sete! Prima di tre anni era escluso si potesse vinificare.

A mezzogiorno avevamo finito (metà del lavoro era stato fatto precedentemente).
Sono sceso a bordo strada e ho guardato il campo.
Dove prima c’era solo terra grigia, adesso si alzavano centinaia di piccoli contenitori verde chiaro che creavano una forma geometrica regolare che mi ricordava le tele di Mondriaan.
Mentre giravi attorno al vigneto vedevi linee che apparivano e scomparivano al variare dell’angolo di visuale. E ancora una volta erano i dettagli a creare la bellezza. Pali, tiranti, tubi e tondini, avevano lo stesso colore, erano tutti alla stessa distanza e angolazione. Insomma c’era un ordine dove prima non c’era nulla.

La giornata di lavoro si è conclusa con una tavolata all’aperto, un piatto di pasta e i calici alzati a brindare ad un sogno.

E io pensavo che questi sono i ritmi giusti della vita.
Viviamo in una società che ci spinge a fare tutto in fretta, ad arrivare il prima possibile, ma tutto ciò è contro natura.
Contro la nostra natura.

Prendiamoci il tempo che occorre per far bene le cose.
In fondo, che cosa mai faremo del tempo risparmiato facendo tutto in fretta?

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C’è tutto un mondo

Il mondo del pensiero non è alternativo al mondo reale, ma a questo dona una vividezza tutta particolare: prendete del tempo per la speculazione

Le mie giornate, come quelle di tutti, sono piene di cose da fare.
Doveri e piaceri.
E poi quel giusto mix di doveri che però ti riempie di soddisfazione portare a termine.

Fare, fare, fare. Viviamo soffocati da compiti pratici, da cose concrete. E ci dimentichiamo che dietro al mondo materiale c’è quello del pensiero, della speculazione.

Speculazione. Parola bellissima se applicata alle scienze umanistiche e non a quelle economiche.
Viene dal latino “speculari”, osservare. La stessa radice di “speculum”, specchio. Ma mentre lo specchio rimanda all’osservazione della propria immagine, la speculazione umanistica volge lo sguardo al mondo esterno.
Per speculazione si intende il processo intellettivo che dal particolare cerca di dedurre il generale; dai fatti, la regola; dalle azioni, le motivazioni.

speculazione

Agire senza riflettere funziona molto bene in situazioni di emergenza, ma nel restante 99% della nostra vita è una scelta miope.

Fare qualcosa perché si è scelto di farla dopo attenta valutazione, regala all’azione una profondità ed una prospettiva.

Profondità perché ogni azione compiuta consapevolmente sarà fatta meglio, più efficacemente e con maggiori riscontri e ricadute pratiche.

Prospettiva perché un’azione deliberata punta in una direzione precisa, fa parte di un progetto, ed ha effetti che durano nel tempo.

Osservare e comprendere il mondo che ci circonda richiede occhi curiosi e mente aperta, obbiettività intellettuale. E – come per ogni altro campo umano – tanto allenamento.
Se poi si inserisce se stessi nel quadro che si osserva, presupposto fondamentale per prendere una decisione, diventa ancor più difficile essere obbiettivi.

Ma sono convinto che sia importante per continuare a crescere.

Personalmente trovo molto utile un esercizio che ho iniziato a fare quasi per caso. Tanto tempo fa, ero ancora un ragazzino, mi era stato chiesto il motivo di una mia azione e la domanda mi aveva spiazzato lasciandomi nel cuore un profondo senso di disagio e facendomi promettere che non sarebbe più capitato.

Da allora sono sempre pronto ad argomentare ad alta voce, punto per punto, ogni mio comportamento. E questa abitudine mi obbliga a porre attenzione su quello che faccio e a ragionare su esso.

Ma non è ancora questo il beneficio maggiore della speculazione.
Il vero premio che deriva dalla costante tensione verso la comprensione di ciò che accade intorno a noi è la maggior vividezza che assume il mondo.

Quindi prendetevi del tempo per questo esercizio.
Seduti sul divano, con la televisione spenta e magari un libro abbandonato in grembo.
Oppure rallentando il passo nel bosco e seguendo le spire del volo di un falco.

Rallentate e lasciate la mente vagare…

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Vivere di montagna

Trasferirsi a vivere in montagna è stato un passaggio importante nella ricerca di un equilibrio che questa fase della mia vita richiedeva

Odio le mode.
Sono una di quelle persone che sceglie ostinatamente di allontanarsi dal pensiero comune (il mainstream come dicono gli inglesi); uno di quelli che cerca la propria strada, che evita i best seller, che non compera l’abito alla moda, non ascolta le hit.

Eppure mi trovo coinvolto in questa tendenza che sta diventanto moda.
Nel 2018, dopo che per anni ho fatto il pendolare – settimana a Milano, weekend in montagna – mi sono trasferito in Valle d’Aosta.

A dirlo così sembra un colpo di testa, invece era un progetto a lungo cullato.
Ho cercato ed acquistato una casa; mentre aspettavo che i miei figli abbandonassero il nido ho sistemato la casa, trasformandola da alloggio vacanza in abitazione; e finalmente ho compiuto il grande passo e spostato il mio baricentro nelle Terre Alte.

Sono due le domande che mi vengono poste più frequentemente: perché lo hai fatto? E adesso lo rifaresti?

scialpinismo

Partiamo dalla seconda. Lo rifarei? Adesso sì.
Milano è una città che ho amato e amo ancora. E’ viva, è energizzante, ricca di opportunità e stimoli, culturalmente all’avanguardia. Ci ho vissuto per quasi vent’anni e mi ha dato tantissimo. Professionalmente certo, ma anche umanamente.

Il passaggio dalla metropoli al paese di poche decine di abitanti, paradossalmente non è stato un trauma. Forse perché non è stato un abbandono ma un allontanamento.
Oggi so che Milano è là. Ci torno sovente per lavoro e per amicizia, ma sto bene qui.

Ogni vita ha le sue fasi e, nella mia esperienza personale, ogni fase ha un suo luogo.
Milano è stato quello dell’agire. Emarése, il paese dove vivo, è quello del riflettere.

Arriviamo così alla prima domanda: perché?

Credo che sia tutta una questione di equilibrio.
Avevo bisogno di ritrovare un contatto onesto con la Natura, con il mondo, con la materia da cui veniamo.
Volevo recuperare quella semplicità delle cose essenziali, dei gesti minimi.

Sia chiaro, non dipende dagli altri o dal luogo dove abiti. Il processo di semplificazione (il downsampling per usare un altro termine inglese) dipende esclusivamente da noi, dalla nostra mente.
Ma per me significava molto allontanarmi fisicamente dal mondo artificiale e complesso della grande metropoli.

Oggi sono sereno.
Vivo in montagna. Vivo di montagna.
Non tanto per il sostentamento economico, ma per l’orientamento esistenziale.

Andar per monti ti insegna uno stile che poi applichi naturalmente anche nel sentiero della vita.

Contare sulle tue forze; accettare la fatica; tenere il passo; appoggiare bene un piede prima di muovere l’altro; confrontarti con i tuoi limiti. Ed ancora, continuare ad esplorare; accettare le condizioni metereologiche su cui non hai controllo; adattarti alle stagioni.

E’ uno stile di vita che diventa parte della tua natura.
E’ quello che cercavo quando mi sono trasferito.
E’ quello che intendo quando dico che vivo di montagna.

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Il valore delle cose

E’ difficile misurare il valore che di un oggetto, non ci aiuta il prezzo che riflette il desiderio, ma quello che siamo pronti a sacrificare

Spesso mi interrogo su temi astratti. Parto con i miei ragionamenti astrusi e alla fine mi ritrovo, se considero solo gli aspetti pratici, con un pugno di mosche in mano. Ma a guardare il quadro generale con una maggior comprensione, consapevolezza, di chi io sia veramente.
Mmmm, un bell’incipit incasinato. Se fossi un lettore forse mollerei qui il post…
D’altronde confesso che questo blog lo scrivo e non lo rileggo. Quindi sovente segue tortuosi giri di ragionamento invece della buona regola dell’esposizione lineare.

La domanda da cui sono partito è: come si fa ad attribuire il valore ad un oggetto? (Il tema mi è caro e ne ho parlato anche qui).

Accettiamo come dimostrato il principio per cui il valore non è universale: un libro per me sarà prezioso (a causa dei ricordi, dell’autore, del tema) e per altri magari varrà poco o niente.

crepaccio

L’unico oggetto che per definizione ha un valore identico per tutti è il denaro. Ha un valore reale (il costo della carta) vicino a zero e un valore nominale deciso dall’autorità monetaria (e in parte dal mercato). Nasce proprio con questa funzione, fungere da moneta di scambio nel baratto di beni e servizi.

Ma oggi mi interrogo sul valore reale delle cose, non su quello nominale.

Quindi tralasciamo anche di parlare di prezzo, se non come indicatore di desiderio.
Un paio di jeans Levis 501 costano molto di più di un paio di jeans Carrera che a loro volta costano molto di più di un paio di marca “blu gins” (ok, gli esempi di marche denunciano chiaramente la mia età e la mia scarsa dimestichezza con il mondo della moda).
Il prezzo è fissato dall’incontro di domanda e offerta: più un prodotto è desiderato, più salirà il suo prezzo.

Occhio, sale il suo prezzo non il suo valore.
Quindi una regola chiara, che non mi aiuta però a comprendere il valore oggettivo di un bene. Ma che mi permette di chiarire che un oggetto molto desiderato avrà un prezzo alto, non un valore alto.

Io sono alla ricerca di un metro per misurare quanto qualcosa davvero valga.

Un altro principio generalmente riconosciuto è che condizioni particolari determinano variazioni di valore. Un pezzo di pane vale molto di più se non mangi da giorni. Una coperta calda sul letto vale molto d’inverno e poco d’estate. Una medicina vale solo se sei malato. E via dicendo…

Ultima premessa, ovvia ma necessaria.
Rigetto in modo pregiudiziale che ogni cosa possa avere un prezzo. Non si può attribuire un valore economico ad un sorriso, all’amicizia, alla bellezza di un paesaggio, alla gioia di un obbiettivo raggiunto.

Quindi come faccio a capire quando valga per me una cosa?

Credo che l’unico metodo per capirlo sia domandarsi a cosa sia pronto a rinunciare per essa.
A quanto sia pronto a lottare per ottenerla.

Se tengo a raggiungere una cosa (materiale o immateriale che sia) sarò pronto a farmi in quattro, a sacrificare molto sulla strada per arrivare al mio obbiettivo.

Voglio correre una maratona? O scalare un monte? O scrivere un libro?
Per ognuno di questi risultati dovrò dedicare ore e ore di allenamento e duro lavoro.

Voglio comperare una baita? Voglio diventare il proprietario di un cavallo? Voglio acquistare un quadro di un certo pittore?
Anche in questo caso dovrò lavorare, e risparmiare, e magari cambiare il mio stile di vita.

C’è un ultimo campo dove credo che funzioni questo metodo, ed è il rapporto interpersonale.
La dimostrazione di quanto io tenga ad una persona, un amico, un compagno, un fratello, un genitore, la posso misurare in quanto del mio tempo e del mio orgoglio sono pronto a mettere in gioco.

E spesso è proprio la disparità tra quello che uno e l’altro sono disposti a fare che scava crepacci difficili da superare.

Ascolta “Il valore delle cose” su Spreaker.

La filosofia del randagio

Preferisco muovermi che restare fermo; preferisco creare qualcosa che accettare quello che trovo pronto. E’ la mia filosofia randagia

Domenica, mentre attendevamo gli altri amici che stavano ancora sciando, parlavamo di compleanni tondi (i 20, i 30, i 40, i 50…) e dei dubbi che ci vengono quando affontiamo queste “boe” dell’esistenza.
Ciò mi ha fatto riflettere, ed è diventata l’occasione per fare un punto rotta sulla mia vita.

Tutti i nodi vengono al pettine.
Una per una le difficoltà, alcune previste, altre inattese, si frappongono tra me e quella serenità che cerco e perseguo con costanza da oramai quasi dieci anni.
Come tutti faccio fatica, ma – come tanti – vedo i progressi e sono premiato quando qualche nodo viene sciolto.

Ho sempre pensato di essere un randagio, un ramingo, un vagabondo, una persona che ha bisogno di essere in movimento, sia in senso figurato che letterale.

Il panta rhei – tutto scorre – di Eraclito, nella mia personale concezione della vita, è la più calzante descrizione della realtà in cui viviamo.
E’ la teoria del divenire contrapposta a quella dell’essere. Ed è la mia filosofia guida.

dune di neve
Dune di neve @ph Roberto Bellini (fotorobertobellini.it)

Così sono sempre in movimento.
Forse non ho radici. O forse le radici me le vado a cercare. Scelgo io dove piantarle.
Di strada ne ho fatta e ne faccio tanta, ma onestamente non posso dire di essere arrivato da qualche parte.
Qualcuno mi ha anche detto che sono volubile, ma credo che non sia vero. Credo che abbia confuso la coerenza con l’immobilismo. La curiosità con la scarsa tenacia.

Nulla è per sempre.
Alcuni possono trovare questa affermazione preoccupante o pessimistica, invece io la considero la vera fonte di speranza. La mia luce in fondo al tunnel.
Cambiare, sbagliare, cadere e rialzarsi. Accantonare un bagaglio di esperienze. Questi sono i pilastri sui quali ho costruito la mia vita.

Ecco un’altra parola chiave, l’ago della mia bussola esistenziale: costruire.

Ho sempre cercato di creare qualcosa. Nella mia vita professionale, nelle attività ricreative e sportive, nei rapporti con gli altri e, soprattutto, lavorando su me stesso.

Ho pagato un prezzo in macerie disseminate lungo la mia vita, in esperimenti falliti. Ma ho la presunzione di dire che il bilancio tra ruderi e costruzioni, fino ad oggi, è positivo.

Questo mi fa dire che ne vale la pena.
Vale la pena fare più fatica per costruire qualcosa, rispetto a scegliere la strada più facile dell’accettare lo status quo.
Vale la pena impegnarsi per creare una propria strada, una propria storia, rispetto ad accettare il sentiero battuto.

E se ti accorgi che quello che stai creando viene su storto, non aver timore di abbatterlo e di ricominciare.
E’ meglio disfare e rifare che star lì a pensare su come sarebbe potuto essere.

Ascolta “Filosofia randagia” su Spreaker.

Lo stigma

L’uomo è un animale sociale, e a volte lo stigma sociale che tanto ci infastidisce è l’ultima barriera prima della barbarie

Una delle grandi capacità della razza umana è quella di adattarsi. Se ci pensate bene, siamo una delle speci più infestanti del pianeta.
Abbiamo invaso tutta la superficie emersa, dai deserti africani alle calotte polari. Per il momento non abbiamo colonizzato gli oceani e lo spazio, ma non è ancora detta l’ultima parola.

Oggi però vorrei attirare la vostra attenzione su una micro-derivazione di questa adattabilità. Non penso a quella dei popoli, ma a quella dei singoli individui.

La capacità di una persona di reagire all’ambiente che la circonda.

Credo che tutto parta da un meccanismo legato alla mimesi, cioè l’arte di dissimularsi sullo sfondo.

La nostra necessità di essere accettati dalla comunità (stavo per scrivere dal branco) ha radici profonde. L’uomo da solo non sopravvive. Ha bisogno di vivere integrato in una comunità per riprodursi, per trovare cibo e difesa, per un sostegno nelle fasi finali della vita.

E se sei antipatico a tutti, hai pochissime chances di vivere in un gruppo.

Valeva per gli uomini primitivi, ma il meccanismo è simile nella moderna tribù: i compagni di classe, i colleghi di lavoro, i vicini di casa… fino alla comunità virtuale sui social.

Per essere accettato, l’uomo individua in breve gli standard qualitativi del gruppo e li imita.

Appena trasferitomi a Milano, mi aveva colpito la differenza tra i milanesi che frequentavo e i miei concittadini di Trieste. I milanesi erano tutti in forma (pochissimi obesi), tutti vestiti bene, tutti iperattivi. Mentre i triestini vestivano casual, non prestavano grande attenzione alla forma fisica e amavano l’attività tanto quanto il riposo.

Fateci caso e noterete cosa la vostra comunità si aspetta da voi. E magari scoprirete il motivo di alcune vostre scelte.

Quattro Amici al bar

Per contro ho notato che adesso che vivo da solo, in un piccolo paese, e per di più in un periodo in cui il distanziamento sociale ha rarefatto le occasioni di incontro con altre persone, sto prendendo una deriva personalissima.

Come tutti, ho le mie piccole passioni, manie, vizi, stravaganze.

Senza la verifica giornaliera del resto del gruppo, le mie “stranezze” iniziano a prendere il sopravvento.

Niente di che, intendiamoci, ma ogni tanto mi accorgo di usare le magliette da casa anche quando esco (immagino che anche voi avrete delle vecchie t-shirt che usate solo per dormire o per fare i lavori domestici); oppure che non misuro più le parole prima di pronunciarle (ammetto di avere la fissa sul linguaggio); o magari mi capita di emettere giudizi su qualcuno senza aver avuto il modo di effettuare una valutazione ponderata.

C’è poco da fare: siamo animali sociali e abbiamo bisogno del gruppo anche per non perdere la rotta. Lo “stigma sociale” che tanto ci infastidisce, funziona perfettamente da pungolo per non scivolare nella barbarie della barba incolta o del mangiare direttamente dalle pentole.

In tempo di smart working è quindi necessario prestare attenzione ai dettagli e ristabilire delle piccole regole pratiche che ci tengano allenati per quando torneremo tutti assieme.

Ascolta “Lo stigma” su Spreaker.