Guardare oltre

Non ne sono certo, ma credo che sia un ricordo che risalga alle elementari, quando la maestra Degrassi che insegnava tutte le materie, tra cui storia e geografia, spiegandoci i confini dell’Italia, diceva: “Il nostro Paese è circondato per tre quarti dal mare che ne segna il confine naturale, mentre a nord sono le Alpi a dividerci dal resto dell’Europa”.

Questo concetto delle montagne come limite, come cesura, come barriera tra noi e l’ignoto o addirittura tra noi e “gli altri”, me lo sono portato dentro per decenni. Ed era rinforzato dalle gite domenicali con la famiglia, in cui si percorrevano i sentieri ma non si salivano le vette.

Poi ho iniziato a frequentare la montagna da solo. E ho iniziato ad allungare i miei giri, a fare le gare trail, ad inventarmi dei percorsi che mi portavano oltre i colli. A quel punto ho realizzato che le catene montuose non sono delle cesure ma delle cerniere. Che, per chi vive in montagna, il colle è un punto di contatto non una barriera.

Questa idea di montagna trova delle conferme in mille piccoli fatti concreti.

Chi è più simile al pastore che porta le mucche al pascolo negli alpeggi ai piedi del Monte Rosa? Il suo omologo svizzero o il pescatore di Chioggia?

Nei due versanti di una montagna crescono le stesse piante e vivono gli stessi animali, piante ed animali che diventano cibo con ricette simili.

Ci si veste in modo simile per proteggersi dallo stesso freddo o dall’esposizione diretta del sole.

Persino le lingue si assomigliano di più. Non parlo, ovviamente delle lingue ufficiai, ma dei dialetti: abbiamo termini che definiscono in modo simile gli stessi oggetti e sono figlie di contatti tra popoli.

Vivere in montagna ed avere la montagna come maestra, ti fa crescere in un modo simile. Così è più facile capirsi con gli Svizzeri di là dal colle che con gli Italiani di pianura.

E questo “guardare oltre”, spingere lo sguardo al di là del colle, essere incuriositi di cosa ci sia dall’altra parte, aiuta ad aprire la mente, a spingerci ad esplorare. Che, come avevo già scritto altrove, è il motivo per cui io sono arrivato qui lasciando il mare…

Sono ben conscio che siamo lontanissimi da una fratellanza tra i popoli delle Terre Alte, ma mi piace riaffermare che c’è una trasversalità che trascende le catene montuose e che unisce le persone.

Forse non è immediato per chi vive lontano, come la mia vecchia maestra Degrassi, ma che appare evidente a chi vive ai piedi della montagna.

Per un’ecologia delle idee

La montagna, oggi, si trova al centro di una tempesta mediatica.
È diventata un polo di attrazione per le persone che sono alla ricerca di recuperare un rapporto diretto con la natura e, attraverso questo rapporto, un contatto più vero, più sano con loro stessi, con il loro spirito.

Li comprendo benissimo, io sono stato tra loro, vivevo in una città, Milano, che rappresenta la quintessenza dell’essere una città. Veloce; fertile di idee ed iniziative; prodiga di stimoli ed opportunità. E naturalmente, caratterizzata anche da tutti i lati negativi che essere una città porta con sé.

L’uomo ha creato un mondo a sua misura e nel farlo ha sovvertito le regole naturali cui il nostro corpo soggiace.

C’è un concetto bellissimo che mi aveva affascinato quando ero un giovane studente di giurisprudenza: il concetto di “diritto naturale”, cioè quell’insieme di norme che gli uomini sentono dentro di loro senza bisogno che siano codificate. Il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza.

Ebbene, penso che esistano anche delle leggi fisiche che l’uomo dovrebbe riconoscere ed accettare, senza tentare di sovvertirle. Leggi che potrei riassumere in un unico concetto: “non tutto è sotto il nostro controllo”.

La pioggia, il caldo, le malattie, la vita e la morte (che poi sono due modi di chiamare la stessa cosa), la spinta alla riproduzione, la spinta a proteggere la propria vita e il proprio nucleo (famiglia, clan, comunità).

Non penso che siano cose che dobbiamo accettare per forza e subire passivamente. Se c’è freddo mi copro; se sto male mi curo… ma non penso neppure che dobbiamo portare questa “reazione” alle leggi naturali alle estreme conseguenze.

Ho fatto tutta questa ampia premessa per dire che oggi si vive in un mondo che è stato sovvertito per assecondare le necessità del genere umano (unica specie animale ad averlo fatto). Abbiamo portato questa scelta al limite, eliminando fisicamente gli ostacoli, non solo alla sopravvivenza dell’Uomo, ma anche alla sua comodità.

Viviamo perennemente a 20 gradi centigradi; d’estate e d’inverno. Non ci nutriamo più, perseguiamo i piaceri della buona tavola e subito dopo usiamo delle pillole per non ingrassare. Evitiamo la fatica come se fosse mortale, usiamo l’automobile ed ogni orpello che la tecnologia ci procura per non sforzarci, e poi andiamo in palestra per faticare. Chiediamo aiuto per fare qualsiasi cosa, da cambiare una lampadina a trovare un indirizzo nella città in cui siamo nati, e poi andiamo dallo psicologo perché il nostro senso di autoefficacia che è la capacità di risolvere da soli i problemi, e l’autostima calano vistosamente.

Questa scelta, operata molti anni fa, oggi porta come conseguenza una sorta di crisi di rigetto. Gli uomini non sono più contenti del mondo che hanno creato e di come questo mondo li ha trasformati. E vogliono tornare indietro. Per farlo idealizzano le poche aree rimaste incontaminate.

E finalmente arriviamo al punto.

La montagna, vuoi perché è un ambiente poco antropizzato, vuoi perché fino a ieri non era un luogo ambito per trasferircisi, è rimasta per buona parte fuori dalle trasformazioni artificiali che ha subito la pianura.

Quindi si guarda ad essa come il nuovo Ovest, l’Ultima Thule in cui rifugiarsi. Abitata da esseri mitici, superiori nel loro essere lontani dai cliché dell’uomo moderno, salvifica e taumaturgica.

Ed ecco il problema. Anzi i problemi.

Il primo, più immediato, è che il “marketing” – mi si perdoni la genericità di questo termine, voglio intendere tutto quel complesso sistema culturale che trasforma ogni interesse umano in un potenziale sistema di creazione di fatturato – il “marketing” usa l’idealizzazione della montagna per promuovere prodotti che, nel migliore dei casi, non c’entrano nulla; nel peggiore, sono contrari al sistema di valori identificato con la “vita in montagna”.

Il secondo, meno evidente ma altrettanto pericoloso, è che – come si è fatto innumeri volte in passato – si confonda la tutela con la messa sotto una teca.

Facciamo un esempio concreto. La buona intenzione di proteggere il lupo (che avevamo quasi cancellato dalla terra) è diventata l’idealizzazione di un animale e la sua chiusura in aree protette dove l’uomo può osservarlo senza pericolo (per l’uomo, ovviamente). E adesso che il lupo è tornato a frequentare il suo ambiente, è partita una lotta tra chi vive a contatto con questo predatore e chi, magari dal suo ufficio in centro, proclama che dev’essere tutelato.

Stiamo facendo lo stesso con la montagna.

Prolificano i libri, gli studi, i festival, gli incontri in cui si parla di montagna. Fioriscono le iniziative in cui si invitano le persone a “vivere la montagna vera” con un fine settimana in alpeggio o con un tuffo in una sagra di paese dove la polenta si fa sul fuoco e il formaggio sa ancora di stalla.

Ma stiamo solo trasformando la montagna in una disneyland, in un parco a tema, in un’esperienza “all inclusive”. E questo è l’effetto del problema marketing.

Oppure stiamo cercando di spiegare a chi vive in montagna come dovrebbero vivere. E questo è l’effetto del problema “riserva indiana”.

Non sto dicendo che i problemi non esistono.

L’overtourism, la gentrificazione, la cementificazione delle località sciistiche, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico in corso, ma anche e soprattutto, la difficoltà di immaginare un futuro a misura d’uomo nei paesi di montagna, la possibilità di garantire pari opportunità di studio, di lavoro, di vita a prescindere dalla quota in cui si vive. Sono problemi seri che richiedono una riflessione approfondita.

La risposta non può e non deve venire da chi è capitato per caso in montagna. E neppure da chi ne ama l’idea. Dev’essere un movimento autonomo che parte dal basso. Dalla base, come si usava dire ai bei tempi in cui si era tutti ideologizzati.

Quindi se vi viene voglia di abbandonare la città e trasferirvi in montagna perché cercate lo esprit montagnard venite a trovarci e provate a vivere insieme a noi. A condividere il bello e il brutto delle Terre Alte.

E poi decidete se è più giusto impegnarvi per cambiare la nostra vita o se forse è la vostra vita in città che va cambiata.

Ci riempiamo la bocca dell’importanza di un approccio ecologico alla vita. Vorrei sfidarvi a riflettere su come anche le idee abbiano bisogno di una loro ecologia. Dobbiamo tutti tornare a spogliarci delle sovrastrutture culturali che creano mondi diversi da quelli reali in cui viviamo (la montagna, ad esempio). E affrontare le cose per come sono. Non per come ci piace pensare che siano.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non lo so. Potevo avere 13 o 14 anni la prima volta che inciampai in questa poesia di Eugenio Montale tratta da quella raccolta capolavoro che è Ossi di seppia. E ne rimasi folgorato, come mi era capitato poche altre volte.

Poi crebbi e iniziai a capirla.

Forse perché l’animo era giovane ed acceso di passioni, la cosa che più mi colpiva era la bellezza delle immagini e il ritmo dei versi.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ma appena uscii da quella fase ed entrai nell’età adulta, compresi fino in fondo la verità di quel lamento.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a sé stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Adesso che ho i capelli bianchi, apprezzo soprattutto quell’ultima strofa, dove il poeta afferma con forza tutti i limiti della nostra umanità.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

A tutto questo pensavo mentre leggevo un inutile post di chi saltava sull’ennesima data commemorativa.
Persone che si riempiono la bocca di valori per cui altri hanno combattuto. Valori che bisogna ancor oggi difendere, però non ricordando le battaglie del passato, ma scendendo in trincea per il presente, e per il futuro.

Lo so, sono criptico.

Ma davvero non ne posso più di questo iato che si allarga tra le parole e le azioni.

Come vorrei che fossimo tutti un po’ più umili e, nel riconoscere con il poeta “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, cercassimo di comportarci in modo coerente. Al di là degli sbandieramenti sui social. Al di là delle prese di posizione ideologiche.

Pane al pane. Vino al vino.

Post Scriptum per un curioso gioco del destino (alle coincidenze è sempre difficile credere) questo post finisce esattamente con il titolo del mio ultimo post, scritto quasi due anni fa… beh speriamo sia di buon auspicio per riprendere con costanza a riempire questo spazio.

E=mc2

Partendo dalla frase di Marshall McLuhan, ecco un’analisi sfogo sullo stato della comunicazione dei nostri tempi.

Di certe grandi teorie si ricordano solo gli slogan. Tutti conoscono la scritta “E=mc2”, qualcuno sa che è la formula dell’energia di Einstein, qualcuno di meno sa che significa che l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. In pochissimi, poi, sono in grado di spiegare cosa ciò voglia dire.

la formula dell'Energia

Similmente quando dico che “il mezzo è li messaggio” in molti riconoscono l’affermazione di Marshall McLuhan, qualcuno potrebbe indicare che si parla di “mezzi di comunicazione”, qualcuno ne semplificherebbe il significato spiegando che il sociologo sottolineava l’importanza dei media arrivando a postulare che il tipo di media e le sue regole influenzavano a tal punto il contenuto da diventarne parte e stravolgerlo.

Un po’ di storia (sì, sono noioso).

Non possiamo non pensare a questo quando riflettiamo su come i media ci hanno cambiato. Non solo oggi, ma da sempre.

La stampa a caratteri mobili (1450 circa) ha popolarizzato la Cultura (e la maiuscola non è una svista), il primo giornale in Europa è nato circa 100 anni dopo (1660, Germania) e subito dopo in Italia. Poi ci sono voluti circa 200 anni per arrivare alla nuova svolta: la televisione. In realtà l’apparecchio è stato creato nel 1883 ma solo nel 1925 si può parlare di trasmissioni televisive come le pensiamo noi. In Italia 1934 i primi esperimenti e 1954 il primo programma RAI. Similmente la tv a colori è stata inventata nel 1940, le trasmissioni hanno iniziato a girare solamente 15 anni dopo e, in Italia, addirittura nel 1977.

Altro giro di boa, finisce il monopolio RAI ed inizia la tv privata (siamo negli anni 80), intanto una cosa misteriosa usata dai professori universitari che si chiamava Arpanet (1969) si è trasformata nel web (il World Wide Web, quel www che ormai è sparito) negli stessi anni (intorno al 1990) e con l’arrivo degli smartphone (2005 circa) internet è in tasca a tutti.

Libri, giornali, radio, televisione, internet.
Una progressione di media e un cambio drastico del loro impatto sull’umanità.

I libri hanno portato una maggior diffusione della Cultura e della scolarizzazione.
La radio e la prima tv hanno diffuso la lingua superando le barriere dei dialetti.
Giornali e tv volevano informare le persone.
La RAI aveva (e non ha più) tra i suoi compiti quello di educare la gente.
La tv commerciale si proponeva solamente di divertire la gente. Persino i suoi telegiornali sono diventati uno spettacolo (Striscia la Notizia), persino le sue inchieste (Le Iene), persino i dibattiti politici.
Internet, all’inizio, era un media nato per cercare informazioni. Ma è stato presto trasformato in un media dove divertirsi: ecco i social e la loro deriva.

Abbiamo visto come i media si sono evoluti e come il loro scopo sia cambiato.

Ma come sono cambiati i contenuti?

Avete presente una noiosa tribuna elettorale anni ’80? I politici parlavano usando formule astruse: “la convergenza delle linee politiche”, “le sinergie ideologiche” ecc ecc)

Avete presente come parlano oggi Salvini o Gasparri?

Il media modifica il messaggio.

Pensate al SEO (un acronimo complicato che raccoglie le regole per essere trovato facilmente in rete), se le studiate appena un po’ vedrete che vi chiederanno di esprimere concetti semplici, in frasi brevi, con tutto quello che conta nelle prime 100 lettere.
Potrebbe Omero scrivere l’Odissea ottimizzata per il SEO? E la nostra Costituzione?

Non lamentiamoci che i nostri figli e i nostri nipoti hanno soglie di attenzione basse: sono ottimizzati per le regole SEO.

Come al solito ho fatto un lunghissimo preambolo (il mio SEO’s specialist segna sempre tutto rosso) per arrivare al dunque.

  1. Se accettiamo di parlare in modo adatto ai social non riusciremo a sviluppare nessun concetto.
  2. Se accettiamo di cambiare quello che siamo per venire meglio in tv, risulteremo falsi.
  3. Se semplificheremo i concetti per renderli comprensibili ai frettolosi, perderemo in qualità.
  4. Se scriveremo per compiacere chi legge, risulteremo insipidi, già visti.

Ho messo giù una lista, perché quelle piacciono tantissimo al SEO (specie con un titolo del tipo “I dieci motivi per cui l* piaci più”, magari scritto con la schwa per essere politically correct).

Ma quello che voglio dire è che ci sarebbe bisogno di recuperare in credibilità, e per farlo non basta uno spot, ma impostare la comunicazione, che dev’essere conseguenza dei valori aziendali, in modo autentico.

Autentico, non solo originale.

Se vuoi sembrare Superman, per essere originali basta indossare le mutande sopra i calzoni. Ma per essere autentici bisogna volare e avere la vista a raggi x.

Nella vita di ogni giorno non serve bucare lo schermo o fare buona impressione nei primi 10 secondi. Quello che serve è avere un curriculum credibile alle spalle.

C’è un’altra cosa che mi fa diventare matto.

Il media è il messaggio, quindi, visto che parliamo a dei giovani facciamo una campagna su tiktok, se parliamo ai vecchi facciamo uno spot in tv.

Ma non è così. Puoi fare un bellissimo spot su Mediaset o Tiktok, ma se non ci sono le idee da comunicare, riuscirai solo a fare schifo.

Quando produco i miei podcast dicono che arrivo alle persone.

Ma funzionano non semplicemente perché sono un podcast e non un libro, ma perché contengono idee.

Le persone capiscono che ho fatto i compiti a casa, ho studiato l’argomento e torno da loro in modo onesto.

Non cerco mai di abbindolarle. Non mi piego alle regolette del marketing o dell’ABC della comunicazione.

Di certo è più faticoso, ma spero che lasci una piccola traccia.

Post Scriptum di solito alla fine del mio post c’è la versione ascoltabile. Ma sono in una fase della vita divisa tra la vecchia e la nuova casa, così tutto l’armamentario per registrare è diviso tra scatoloni in garage e bauli sotto il letto. Recupererò dopo l’estate.

Un gioco di specchi

Bobo ha fermato in un’immagine il senso profondo del progetto Conte dai monti: un gioco di specchi tra dettagli e indizi di un mondo fantastico

Tra me e Bobo funziona così: lui si esprime dipingendo e io cerco di raccontare a parole quello che abbiamo in testa. Si è creata una simbiosi particolare; una sintonia profonda, come succede raramente; e questa è forse la parte più gratificante del nostro progetto. Lavorare in modo autonomo ma arrivare assieme ad un risultato.

Qualche giorno fa, Bobo ha prodotto l’opera che vedete rappresentata qui sotto.

Autoritratto di Bobo Pernettaz

È un autoritratto di lui che dipinge.

Il viso concentrato, capelli e barba bianchi, la mano (come mi piacciono le mani che disegna Bobo!) che regge un pennello mentre sfiora un’opera che sta realizzando. Del “quadro nel quadro” non si vede praticamente nulla. Solo due mani aggrappate alla roccia. Un osservatore attento noterebbe che quelle mani sono un particolare di un’altra sua opera, La via dei monti, quella che fa parte del nostro progetto delle Conte.

Osservavo il quadro nel suo laboratorio e riflettevo. Ha colto in modo empirico il senso profondo del nostro lavoro degli ultimi mesi.

È come nei negozi dei vecchi barbieri di una volta, quando seduto sulla poltrona osservavi te stesso riflesso nello specchio di fronte e di nuovo in quello dietro, fino a quando ti perdevi in centinaia di immagini di te stesso.

È come in una scatola cinese, o in una matrioska. Continui ad aprire e a scoprire nuovi dettagli.

Il progetto Conte dai monti è esattamente questo. Un gioco continuo di rimandi, di autoreferenze, di immagini riprodotte a volte nei suoni, a volte nelle parole.

Adesso che tutti i pezzi iniziano a collimare, riesco ad apprezzare sempre di più i dettagli.

La via dei monti

Ieri stavo inserendo nel cofanetto in materiale povero la riproduzione numerata ed autografata de La via dei monti e mi sono soffermato sulla fascetta intorno al libro. Cita una frase della prefazione dell’amico Franco Faggiani “Un libro non libro che è un irrinunciabile invito a un mondo fantastico…” e mi sono incantato a pensare come anche Franco abbia colto perfettamente l’essenza di questo progetto.

Dettagli. Particolari. Indizi. Per esplorare un mondo fantastico che è attorno a noi, ma che, per essere scoperto, richiede occhi nuovi. Occhi diversi.

I librai ci chiedono se si tratta di un libro per ragazzi. E noi rispondiamo sempre di no. È un libro per tutti. Ma i ragazzi, probabilmente, saranno agevolati nel seguire il nostro sguardo e scorgere quello che vediamo noi.

Ogni progetto è un viaggio. E mentre il calendario con le date delle presentazioni inizia ad infittirsi, penso che sono finalmente pronto a partire.

Per portare un po’ delle montagne a chi ha orecchie nuove per ascoltare e occhi nuovi per osservare.

Ascolta “Un gioco di specchi” su Spreaker.

Questione di parole

Le parole sono gli elementi base per formare il linguaggio che è l’aspetto peculiare dell’essere umano.
Il linguaggio è ciò cha ha permesso all’umanità di progredire e di diventare, di fatto, la razza dominante del pianeta.
Ma non dobbiamo abusarne a discapito della vita vera.

Le parole sono gli elementi base per formare il linguaggio che è l’aspetto peculiare dell’essere umano.
Il linguaggio è ciò che ha permesso all’umanità di progredire e di diventare, di fatto, la razza dominante del pianeta.
Ma non dobbiamo abusarne a discapito della vita vera.

Le cose si fanno, non si raccontano.
C’è una grande confusione sul ruolo delle parole scritte e su come usarle. Qui condivido una mia riflessione personale su come lo voglio fare io.

C’è una frase che, nel tempo, mi è venuta a noia. Dice: “La x_cosa è una metafora della vita”. E al posto della X_cosa potete mettere un soggetto a piacere: la corsa, il golf, la cucina, il ricamo, la falegnameria.

Vale per tutto e ha anche un fondo di verità.

Se dico: “La corsa è una metafora della vita. Come nella vita devi allenarti, perseverare, imparare dai tuoi errori, accettare le sconfitte e restare umile nelle vittorie. E via così”. Suona tutto molto giusto…

Ma in realtà la corsa non è una metafora della vita. È una parte di quel fenomeno complesso e multiforme che chiamiamo vita.

La vita va vissuta, non parafrasata. Contano le azioni, non le parole. O come diceva in modo molto più efficace e colorito Paolo Cevoli interpretando l’Assessore Palmiro Cangini, “Fatti, non pugnette”, ironizzando sulla tendenza alla masturbazione mentale che caratterizza chi vive in un mondo esclusivamente teorico.

paolo cevoli

Torno quindi all’incipit di questo post. Ha senso investire tempo nelle parole?
La mia risposta è un sì forte e chiaro. E adesso ne spiego le ragioni.

Come prima cosa è importante effettuare un distinguo tra i diversi modi di usare le parole.

Se servono a raccontare dei fatti, si tratta di giornalismo.

Se servono a spiegare il perché delle cose, si tratta di istruzione, di scienza o anche di semplice informazione (i manuali della lavatrice che tutti ignoriamo).

Se servono a spiegare delle idee o a propugnarle, si tratta di filosofia, di cultura, di ideologia.

In tutti gli esempi che ho fatto, e l’elenco potrebbe andare avanti a lungo, le parole sono uno strumento, sono ancillari rispetto al loro scopo.

Ma quando le parole vengono messe al centro, allora acquisiscono nuova forza.
Si trasformano da strumento a fine ultimo.

Accade in letteratura. Quando si smette di parlare di realtà e si lascia spazio alla fantasia. È il potere delle parole che diventano storie. Non si rivolgono più alla sfera intellettiva-cognitiva, ma a quella emotiva. Non parlano più al cervello di chi ascolta, ma al suo cuore e alla sua pancia. Generano emozioni, risposte profondamente umane.

Ed invece di spiegare le cose, le creano.

La letteratura è un’arte squisitamente creativa. D’improvviso appare qualcosa dove prima non c’era nulla. Un luogo, una persona, una situazione. Ed è così vera, che noi soffriamo o gioiamo insieme al protagonista.

Le parole sono come una cassetta degli attrezzi a nostra disposizione. Non sono ne’ il bene ne’ il male, dipende da noi l’uso che ne facciamo. Questo ci impone la responsabilità di usarle in modo corretto. Se sto raccontando dei fatti o spiegando un prodotto, non solo ho il dovere morale di dire la verità, ma ho anche il dovere di usare lo strumento appropriato.

Chiedere cosa sta provando ad una madre in lacrime al funerale del suo bambino non è giornalismo. Ma sciacallaggio.

Usare lo storytelling per innalzare artificialmente le aspettative del pubblico sulle caratteristiche di un prodotto non è marketing. Ma truffa.

Posso usare un lanciafiamme per asciugarmi i capelli o per arrostire il mio pollo allo spiedo, ma nel momento che lo faccio divento responsabile delle conseguenze.

Imparare ad usare in modo corretto le parole è un dovere per tutti coloro che di parole campano, ma è anche un impegno che ciascuno di noi dovrebbe prendersi.

Ascolta “Questione di parole” su Spreaker.

Il fattore Tempo

Nella nostra società il concetto di Tempo sta assumendo una valenza negativa, ma negare il giusto tempo alle cose porta solo guai

Giovedì sera sono andato a Milano, al Palasport di Assago, ad assistere al musical Grease, messo in scena dalla Compagnia della Rancia. Uno spettacolo travolgente, due ore di ritmo e risate, e per me che amo questo genere, una serata davvero speciale.

Poi, rientrando verso casa in auto, mentre canticchiavo le canzoni, ho provato a fare un po’ di conti.

Il film Grease, quello con John Travolta e Olivia Newton-John, è uscito nei cinema nel 1978, quindi quasi mezzo secolo fa. Eppure è ancora fresco e piacevole (tra il pubblico c’erano parecchi ragazzi), un vero evergreen.

Dopo averlo visto dal vivo, mi è tornata la voglia di rivederlo in originale, quindi – arrivato a casa – l’ho cercato on line. Però l’esperienza mi ha un po’ deluso. Come se i colori fossero stinti, come se il ritmo della pellicola fosse rallentato. Il ricordo era superiore alla realtà.

Grease

Questo succede molto spesso.
Il Tempo è una potente lente deformante. Forse per un meccanismo di autodifesa, ogni esperienza viene mondata delle parti brutte mentre vengono conservati i particolari piacevoli. Se da un lato ciò ci protegge dai ricordi brutti, al contrario crea un’aspettativa esagerata sulle cose belle che abbiamo vissuto e che cerchiamo di rivivere. E queste aspettative rimangono deluse…

Ma c’era un’altra idea che mi frullava per la testa, un’idea che esprimo con un bisticcio di parole: “Il concetto di Tempo, con il passare del tempo, è mutato”.

Quando uscivano i grandi classici (almeno per quelli della mia generazione) tipo Grease o Guerre Stellari o I guerrieri della notte, si andava a vederli al cinema e poi se ne conservava il ricordo per alcuni anni fino a quando, finalmente, riuscivamo a rivederli alla televisione. E ne pregustavamo le scene salienti, magari facendo gruppo con quelli che non erano riusciti a vederli la prima volta.

Oggi i film escono in contemporanea nelle sale e nei canali a pagamento (anzi, alcune volte prima nei canali a pagamento). Quindi ci viene tolto il piacere sottile dell’attesa.

La stessa cosa capita in molte altre occasioni.
Una volta attendevamo con ansia il compleanno o il natale per ricevere un oggetto cui tenevamo. Oggi lo ordiniamo su Amazon e il giorno dopo è a casa.
Una volta si usciva a cena con gli amici solo per le grandi celebrazioni, oggi andiamo in pizzeria o al ristorante almeno una volta a settimana.
Gli amici lontani tornavano a casa raramente, e allora ci si ritrovava al bar per sentirli raccontare le novità. Oggi, una call su Skype e il gioco è fatto.

Si sta meglio oggi o allora?
Sicuramente stiamo meglio oggi.

Ma questo poter accedere a tutto subito, ha distorto il concetto di Tempo.

Una volta l’attesa (pur quando comportava una piccola sofferenza) era un moltiplicatore del piacere. Oggi è solo motivo di lamentela.

E se il Tempo acquisisce una valenza negativa, allora tutte le cose che sono connesse ad esso diventano il Male.

Per questo oggi vogliamo nascondere l’età che abbiamo e i segni del passare del Tempo sul nostro corpo.

Per questo cambiamo spesso vestiti, auto, smart phone o televisione. In una perenne ricerca di novità.

Per questo, magari, accettiamo il nuovo come positivo e il vecchio come superato, abbassando quella difesa che è il pensiero critico.

Ma rinnegare il Tempo ci fa commettere errori grossolani. Ogni cosa ha bisogno del suo tempo per maturare, che sia un frutto o un’idea. Ogni lavoro ha bisogno di un certo tempo per essere fatto bene, le scorciatoie sono un’illusione.

Provare ad ingannare il Tempo è una scelta foriera di guai.

Puoi ascoltare questo episodio dalla mia voce:

Ascolta “Il Fattore Tempo” su Spreaker.

Andate a lavorare!

Il mondo del lavoro sta cambiando e ci pone di fronte a nuove sfide. Cosa possiamo fare per mantenere il controllo sulle nostre vite? e cosa ho fatto io?

Chi si ricorda di quella canzonetta del veneziano Lino Toffolo?
Faceva, più o meno, così?:

“Devi lavorare, ma perché perché?
Devi faticare, ma perché ma perché?
Devi guadagnare, ma perché perché?
Se io sto qui tranquillo che cosa importa a te!”

E concludeva, trionfante, nel ritornello:

“Ah, lavorare è bello, è bello faticar.
Prendiamo su il martello, e andate a lavorar”

La ascoltavo da bambino e mi sembrava sensata ed ironica. Per me, che all’epoca facevo le elementari, andare a lavorare era un traguardo ambito. Mi dicevo “già adesso devo andare a scuola tutti i giorni, chissà come sarà bello farlo e venire pure pagati!”

Beata innocenza…

La canzone mi è tornata in mente quando pensavo all’evoluzione del mondo del lavoro e su come ci si debba porre di fronte a questa trasformazione.

La prima riflessione è che oggi i lavori sono così complessi che spesso il nostro ruolo è insignificante, siamo ingranaggi di un sistema più grande.

Offriamo un servizio, sviluppiamo un pezzo di software, ci occupiamo dell’assistenza, garantiamo una consulenza finanziaria e via dicendo.

Brutto dirlo, ma quando Karl Marx parlava dell’alienazione del lavoratore nelle catene di montaggio post rivoluzione industriale, parlava esattamente di quello che sta capitando oggi.

Tempi moderni

Il lavoratore è distaccato dal prodotto, non vi si riconosce. Un po’ come Charlie Chaplin che nel film Tempi Moderni (questo il link) stringeva due dadi e finiva risucchiato in un macchinario gigantesco senza sapere a cosa servisse il suo lavoro, così noi siamo sempre più spesso responsabili di un minuscolo processo, lontano dal prodotto finale.

La seconda riflessione si aggancia alla prima. Non produciamo più cose. Produciamo servizi (e in molti casi servizi digitali). Di nuovo si è creato un distacco tra il nostro lavorare e i suoi effetti concreti. Il giardiniere coltiva l’orto o il giardino e raccoglie carote e fiori, i frutti della sua fatica. Il muratore vede crescere la casa, può toccarne le pareti e ripararsi sotto il tetto. Il falegname crea mobili, trasforma materiale grezzo in un oggetto per l’uso quotidiano, e nel farlo assapora gli odori del legno e la soddisfazione del cliente.

A noi capita sempre di meno. Dopo esserci dedicati per settimane ad un obbiettivo, otteniamo solo di veder più alto (per qualche giorno) un sito web nelle ricerche di Google. Oppure garantiamo una risposta più rapida di un sistema di archiviazione digitale. Manca la fisicità. La gioia di poter toccare con mano quello che produciamo.

Ultimo punto, ma come si dice, non per questo meno importante. La gratificazione, nella maggior parte dei casi, è misurata in busta paga. Facciamo cose talmente astratte che possiamo percepirne il risultato soltanto in quanto siamo pagati per farle.

La trasformazione del valore di un prodotto in un prezzo è fonte di ulteriori problemi. Le aziende cercano di massimizzare l’utile e per farlo minimizzano i tempi e riducono i costi, cioè pagano poco per lavori fatti in fretta. Ma la fretta porta a prodotti raffazzonati, o, nella migliore delle ipotesi, prodotti non testati a sufficienza.

L’effetto finale sul lavoratore sarà una continua pressione a fare in fretta, una bassa soddisfazione del cliente che ricadrà sul lavoratore, e magari una paga ridotta all’osso.

L’alienazione che sperimentiamo oggi sul posto di lavoro è conseguenza di questi tre fattori: parcellizzazione dei sistemi, digitalizzazione dei prodotti, perseguimento dell’utile a tutti i costi.

E adesso veniamo a me.

Qualche anno fa ho cambiato vita, ho abbandonato la città perché la consideravo troppo finta, troppo artificiale, troppo lontana dalla vita concreta. Ho lasciato la metropoli per rifugiarmi in una piccola comunità montana, fatta di persone e non di sconosciuti, dove le cose si fanno tutti assieme, dove ogni piccolo oggetto ha il suo valore, dove il tempo è un dono prezioso da offrire a chi ti sta vicino.

E dopo cinque anni vissuti in piena soddisfazione nella mia nuova casa, sono pronto a fare un altro passaggio. Cambiare lavoro. Abbandonare un sistema nel quale non mi riconosco e cercare qualcosa di reale.

Smetto di gestire una software house e mi dedico a sviluppare il mio lato creativo. Non ho le competenza per diventare un falegname professionista cui continuo ad invidiare la capacità di trasformare la materia, ma sono un “falegname delle parole” e quindi cercherò di mettere questa mia competenza al servizio degli altri. Trasformerò idee in parole, provando a ricreare le emozioni e a raccontare le storie. Lo farò usando tutti i tipi di linguaggio che, un po’ alla volta, ho sperimentato in tutti questi anni e magari qualcuno nuovo su cui sto lavorando ora.

È una decisione sfidante, ma ho davanti ancora almeno dieci anni di vita professionale, e non voglio iniziare le mie giornate nella speranza di arrivare presto a sera. Voglio godermi ogni ora che passerò con la penna in mano o davanti allo schermo del computer.

Si volta pagina.
E si parte per un nuovo viaggio.

Di seguito trovate la versione “ascoltabile” di questo post:

Ascolta “Andate a lavorare!” su Spreaker.

Buon anno

Solito rito di inizio anno, con una serie di propositi e novità che con entusiasmo condivido con voi che mi leggete ed ascoltate

Primo post dell’anno 2023. E come tutti gli inizi di anno c’è nell’aria una certa voglia di rinnovamento, di ripartenza, di entusiasmo.
Beh, il primo proposito di questo 2023 è che vorrei imbottigliare l’entusiasmo dei primi giorni e centellinarlo, un sorso alla volta, fino al prossimo natale.

Sarà un anno ricco di novità e di sfide.
A casa, al lavoro, ogni giorno.

La versione ascoltabile del mio blog, quella che ho iniziato a fare il primo gennaio del 2021, quella che trovate in calce a questa pagina del vostro telefono o pc (o che magari state ascoltando in questo momento), è entrata a pieno diritto tra i podcast di Passaggi a Nord Ovest, la piattaforma che abbiamo fondato con Denis Falconieri e che oggi conta otto prodotti ma che continuerà a crescere nel 2023.
Composteria ha una nuova sigla. Una nuova veste grafica. Ed una periodicità che (come ogni inizio anno) mi propongo di rendere più costante, anche se preferisco scrivere quando ho qualcosa da dire, piuttosto che farlo per obbligo di firma.

Tre libri nello zaino, il podcast dove parlo di librerie e di libri, a gennaio raggiungerà i 10 episodi. La formula piace, ed io mi diverto a parlare di una delle mie grandi passioni… la lettura.

Continua e cresce anche la collaborazione con Bobo Pernettaz, il suo podcast Il ContaStorie, di cui sono il produttore, è anche uno spettacolo che portiamo in giro per le piazze. In quei casi suono e canto le mie canzoni, sono decisamente fuori dalla mia comfort zone, e come tutte le volte in cui sono a disagio mi sento spronato a dare il meglio e ad imparare per crescere. Sarà uno dei campi in cui lavorare quest’anno.

sentiero nel bosco

C’è un altro filone dove sto sperimentando parecchio ed è quello delle audioguide.
Viaggiare e scoprire i territori è sempre stato un mio pallino. Nei podcast della serie “Esplorando…” tento di raccogliere alcune istantanee delle sensazioni che provo visitando i piccoli borghi. Sta diventando un format e lo stiamo proponendo con sempre maggiore convinzione. Nel 2023 conto di realizzarne parecchi: significherà viaggiare e studiare, per poter poi raccontare al meglio quello che ho scoperto.

Nel frattempo non trascuro anche l’altra mia necessità vitale: la scrittura di libri. C’è una storia che mi gira dentro da almeno quattro anni che vorrei fissare su carta. E’ una storia potente che mi consuma. Il proposito 2023 dice che devo farla uscire, dimenticando per un po’ la qualità del prodotto e puntando solamente a staccarla da me. Ho iniziato e smesso per troppe volte. La prossima dev’essere quella buona.

Ho appena scritto che sarà un anno di viaggi ed esplorazioni, ma rimane forte il legame con il posto dove vivo. Legame sul quale ho raddoppiato la scommessa: sto cambiando casa senza cambiare paese. Lascio un alloggio che amo ma che iniziava a starmi stretto per spostarmi in una casa dove dividerò gli spazi con una buona parte dei miei sogni. Il 2023 sarà l’anno del tetto da rifare, del riscaldamento ecosostenibile da progettare, delle pareti da abbattere e delle stanze da creare. Ho avuto la fortuna di trovare una persona che condivide con me questi progetti e questo raddoppia il mio entusiasmo e la mia forza. E sono sicuro che il prossimo autunno raccoglierò legna per scaldare la nuova casa ed accogliere sempre più amici.

Emarese, il paese dove vivo, mi ha dato e mi sta dando tanto. In questo 2023 mi sono impegnato a restituire qualcosa, in termini di tempo, di idee e di lavoro. Sarà un’altra sfida, ma al tempo stesso sarà l’occasione per stare assieme a tante altre persone che ho imparato ad apprezzare.

Cos’altro devo aggiungere?
Mi sembra che la carne al fuoco sia già molta, ma c’è un pensiero che mi accompagna ogni mattino al risveglio fin dallo scorso 9 ottobre, quando è nata. Sto parlando di Diana, la mia nipotina, che è un regalo immenso per i suoi genitori ed anche per me che la osservo aprire gli occhi su questo mondo. Ogni mattino, quando mi alzo, penso a cosa posso fare per renderlo un posto un po’ migliore per lei e per tutti i bambini che come lei vedranno il futuro remoto.

Buon 2023 a tutti.

Ed ecco la versione ascoltabile:

Ascolta “Buon anno” su Spreaker.

Lo spirito del Natale

Natale ha due facce, una commerciale e una profonda, io ho sempre sbeffeggiato la prima ma così facendo rischiavo di non cogliere la seconda. Quest’anno qualcosa è cambiato…

Scrivo queste poche righe sull’onda lunga di quanto mi sta succedendo in questo giorni.
Qui in Valle d’Aosta ha nevicato e sta nevicando. Dopo un’estate di siccità e un autunno di temperature altissime, finalmente le cose sembrano tornate alla normalità con il termometro vicino allo zero e le montagne imbiancate.

È iniziato tutto alcuni giorni orsono. Dopo una notte di neve, verso le 11 di un mattino passato avvolti dalle nubi, in lontananza, ad ovest, uno squarcio di cielo azzurro mi ha permesso di vedere il Monte Bianco. Poi, piano piano, il cielo si è aperto anche sopra la valle centrale e ho visto il crinale del monte di fronte a casa. Tutti gli abeti che coprono quel versante erano bianchi di neve fresca e il sole, illuminandoli, donava loro una splendida brillantezza.

Sembra una foto tratta da una rivista, una perfetta cartolina natalizia.

Il mio rapporto con il Natale è pessimo. E ammetto che larga parte della responsabilità è mia.

C’è chi vive il natale (con la enne minuscola) come uno spot pubblicitario: acquisti compulsivi, regali e fiocchi, musichette sdolcinate, cibo in abbondanza, luci colorate e abeti artificiali, grassi uomini con barbe bianche e abiti rossi che si affannano ad impressionare dei bambini per la strada e una sequela di film orrendi che imperversano su tutti i canali della televisione.

Beh, io mi ergevo a censore di queste storpiature commerciali, guardavo con commiserazione questa gente, quasi con pietà. E preferivo affermare con forza il mio distacco da queste situazioni, chiudendomi in uno sdegnato rifiuto della festività.

Ma così facendo ignoravo quell’altro Natale, quello con la enne maiuscola, quello fatto di sorrisi e di abbracci, fatto di rivedere la famiglia lontana, fatto di silenzi incantati, di dolci tradizionali e di scambi di gentilezze.

Quest’anno, come dicevo, qualcosa è cambiato.

luci di Natale

È iniziato con lo squarcio azzurro sulla montagna innevata. Poi ci sono state le riunioni con gli amici della Pro Loco per organizzare le attività natalizie del paese: il vin brulè dopo la messa di Natale, i regali per i bambini e gli anziani, il giro delle case per gli auguri. Infine, tra il sette e l’otto dicembre, ho vestito a festa la mia casa, aggiungendo le luminarie su tetto e balconata, e trasformandola in un’altra cartolina di Natale.

Adesso pregusto il tour attraverso l’Italia del Nord che mi condurrà a Trieste, vicino ai miei fratelli, alla fine di questo 2022 che ci ha portato via entrambi i genitori. E a Bergamo, vicino a Diana, la mia nipotina, figlia di mio figlio, nata ad Ottobre che vivrà il suo primo Natale. Per poi rientrare qui, vicino alle persone con cui passo la mia vita.

Ogni giorno ascolto musica, scegliendo in base al mio umore o all’estro del momento. In questo periodo ho iniziato a scegliere brani musicali natalizi, a volte cercando quelli particolari, come A fairytale of New York di The Pogues o la versione di Santa Claus is coming to town di Bruce Springsteen che mi ha fatto scoprire Cristina, o persino la versione di White Christmas realizzata da Zucchero per la Barilla…

E anche oggi, mentre la neve scende e la stufa scalda la stanza, ho il cuore caldo di un’emozione che non provavo da anni. Credo che sia tornato in me lo spirito del Natale. Ed è una bellissima sensazione.

Post Scriptum: non credo che riuscirò lo stesso a guardare i film panettoni alla televisione, ma pregusto il concerto gospel cui assisterò la prossima settimana…

Ascolta “Lo spirito del Natale” su Spreaker.