La filosofia del randagio

Preferisco muovermi che restare fermo; preferisco creare qualcosa che accettare quello che trovo pronto. E’ la mia filosofia randagia

Domenica, mentre attendevamo gli altri amici che stavano ancora sciando, parlavamo di compleanni tondi (i 20, i 30, i 40, i 50…) e dei dubbi che ci vengono quando affontiamo queste “boe” dell’esistenza.
Ciò mi ha fatto riflettere, ed è diventata l’occasione per fare un punto rotta sulla mia vita.

Tutti i nodi vengono al pettine.
Una per una le difficoltà, alcune previste, altre inattese, si frappongono tra me e quella serenità che cerco e perseguo con costanza da oramai quasi dieci anni.
Come tutti faccio fatica, ma – come tanti – vedo i progressi e sono premiato quando qualche nodo viene sciolto.

Ho sempre pensato di essere un randagio, un ramingo, un vagabondo, una persona che ha bisogno di essere in movimento, sia in senso figurato che letterale.

Il panta rhei – tutto scorre – di Eraclito, nella mia personale concezione della vita, è la più calzante descrizione della realtà in cui viviamo.
E’ la teoria del divenire contrapposta a quella dell’essere. Ed è la mia filosofia guida.

dune di neve
Dune di neve @ph Roberto Bellini (fotorobertobellini.it)

Così sono sempre in movimento.
Forse non ho radici. O forse le radici me le vado a cercare. Scelgo io dove piantarle.
Di strada ne ho fatta e ne faccio tanta, ma onestamente non posso dire di essere arrivato da qualche parte.
Qualcuno mi ha anche detto che sono volubile, ma credo che non sia vero. Credo che abbia confuso la coerenza con l’immobilismo. La curiosità con la scarsa tenacia.

Nulla è per sempre.
Alcuni possono trovare questa affermazione preoccupante o pessimistica, invece io la considero la vera fonte di speranza. La mia luce in fondo al tunnel.
Cambiare, sbagliare, cadere e rialzarsi. Accantonare un bagaglio di esperienze. Questi sono i pilastri sui quali ho costruito la mia vita.

Ecco un’altra parola chiave, l’ago della mia bussola esistenziale: costruire.

Ho sempre cercato di creare qualcosa. Nella mia vita professionale, nelle attività ricreative e sportive, nei rapporti con gli altri e, soprattutto, lavorando su me stesso.

Ho pagato un prezzo in macerie disseminate lungo la mia vita, in esperimenti falliti. Ma ho la presunzione di dire che il bilancio tra ruderi e costruzioni, fino ad oggi, è positivo.

Questo mi fa dire che ne vale la pena.
Vale la pena fare più fatica per costruire qualcosa, rispetto a scegliere la strada più facile dell’accettare lo status quo.
Vale la pena impegnarsi per creare una propria strada, una propria storia, rispetto ad accettare il sentiero battuto.

E se ti accorgi che quello che stai creando viene su storto, non aver timore di abbatterlo e di ricominciare.
E’ meglio disfare e rifare che star lì a pensare su come sarebbe potuto essere.

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Lo stigma

L’uomo è un animale sociale, e a volte lo stigma sociale che tanto ci infastidisce è l’ultima barriera prima della barbarie

Una delle grandi capacità della razza umana è quella di adattarsi. Se ci pensate bene, siamo una delle speci più infestanti del pianeta.
Abbiamo invaso tutta la superficie emersa, dai deserti africani alle calotte polari. Per il momento non abbiamo colonizzato gli oceani e lo spazio, ma non è ancora detta l’ultima parola.

Oggi però vorrei attirare la vostra attenzione su una micro-derivazione di questa adattabilità. Non penso a quella dei popoli, ma a quella dei singoli individui.

La capacità di una persona di reagire all’ambiente che la circonda.

Credo che tutto parta da un meccanismo legato alla mimesi, cioè l’arte di dissimularsi sullo sfondo.

La nostra necessità di essere accettati dalla comunità (stavo per scrivere dal branco) ha radici profonde. L’uomo da solo non sopravvive. Ha bisogno di vivere integrato in una comunità per riprodursi, per trovare cibo e difesa, per un sostegno nelle fasi finali della vita.

E se sei antipatico a tutti, hai pochissime chances di vivere in un gruppo.

Valeva per gli uomini primitivi, ma il meccanismo è simile nella moderna tribù: i compagni di classe, i colleghi di lavoro, i vicini di casa… fino alla comunità virtuale sui social.

Per essere accettato, l’uomo individua in breve gli standard qualitativi del gruppo e li imita.

Appena trasferitomi a Milano, mi aveva colpito la differenza tra i milanesi che frequentavo e i miei concittadini di Trieste. I milanesi erano tutti in forma (pochissimi obesi), tutti vestiti bene, tutti iperattivi. Mentre i triestini vestivano casual, non prestavano grande attenzione alla forma fisica e amavano l’attività tanto quanto il riposo.

Fateci caso e noterete cosa la vostra comunità si aspetta da voi. E magari scoprirete il motivo di alcune vostre scelte.

Quattro Amici al bar

Per contro ho notato che adesso che vivo da solo, in un piccolo paese, e per di più in un periodo in cui il distanziamento sociale ha rarefatto le occasioni di incontro con altre persone, sto prendendo una deriva personalissima.

Come tutti, ho le mie piccole passioni, manie, vizi, stravaganze.

Senza la verifica giornaliera del resto del gruppo, le mie “stranezze” iniziano a prendere il sopravvento.

Niente di che, intendiamoci, ma ogni tanto mi accorgo di usare le magliette da casa anche quando esco (immagino che anche voi avrete delle vecchie t-shirt che usate solo per dormire o per fare i lavori domestici); oppure che non misuro più le parole prima di pronunciarle (ammetto di avere la fissa sul linguaggio); o magari mi capita di emettere giudizi su qualcuno senza aver avuto il modo di effettuare una valutazione ponderata.

C’è poco da fare: siamo animali sociali e abbiamo bisogno del gruppo anche per non perdere la rotta. Lo “stigma sociale” che tanto ci infastidisce, funziona perfettamente da pungolo per non scivolare nella barbarie della barba incolta o del mangiare direttamente dalle pentole.

In tempo di smart working è quindi necessario prestare attenzione ai dettagli e ristabilire delle piccole regole pratiche che ci tengano allenati per quando torneremo tutti assieme.

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De-responsabilizzazione

La via della deresponsabilizzazione è un male endemico della nostra società, ma assumersi le proprie responsabilità migliora la vita

La mattina avevo letto un bell’articolo di Nicola Pech in cui parlava di sicurezza in montagna.
La sera sono uscito per una “pellata” con gli amici nel comprensorio di Pila.
E due cose, apparentemente non collegate, hanno fatto click e mi hanno aperto gli occhi su un tema di cui oggi vi voglio parlare.

Analizzando l’etimologia della parola responsabilità, scopriamo che viene dal termine latino respònsus, participio passato dal verbo respòndere che traduciamo in italiano con rispondere. Quindi la responsabilità è la qualità per cui siamo chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Sempre in etimologia, il prefisso de (anch’esso derivante dalla particella latina) indica allontanamento.

Ed ecco la parola chiave, quella che mi aveva fatto sobbalzare leggendo l’articolo di Pech: de-responsabilizzazione. Cioè allontanare da sè la necessità di rispondere delle proprie azioni.

Nicola Pech racconta come gli incidenti in montagna hanno sempre portato con loro un’aura negativa e una vocazione dell’autorità pubblica a reagire a questi vietando la pratica “pericolosa”.

Dall’Ottocento (periodo in cui nasce l’alpinismo) fino a metà del secolo scorso, la tendenza era stata quella di considerare l’andar per monti un’attività elitaria. Chi lo faceva era orgoglioso di assumersene il rischio (lo considerava parte essenziale del guadagnarsi la libertà); le autorità erano felici di considerare quel manipolo di aspiranti suicidi come un male necessario.

Però, a partire dagli anni ’60/’70 del 1900, la montagna ha iniziato ad essere meta turistica. Non solo alpinisti e sciatori che, proprio perché parte di quell’elite autoreferente di cui sopra, consideravano fondamentale essere preparati ad affrontare la sfida dei monti, ma anche famiglie in gita e, di conseguenza, persone sprovvedute, non pronte all’ambiente alpino.

Parallelamente a questo incremento del flusso turistico è avvenuto uno spostamento della responsabilità dal turista al “custode” dei territori, cioè l’autorità che governa il demanio: sindaci e prefetti.

Non aggiungo altro, lascio che le conclusioni le traiate leggendo direttamente il bell’articolo di Nicola Pech (qui il link). Ma cito la frase che mi ha colpito: “La deresponsabilizzazione dell’individuo e la ricerca del colpevole non sono certo prerogative della montagna e dei suoi frequentatori ma sono ormai endemiche in società complesse e rigidamente organizzate come quelle in cui viviamo.”

uscita scialpinismo

La deresponsabilizzazione dell’individuo e la ricerca del colpevole.

I mali della nostra società.

Pensate a quante volte assistiamo allo scarica-barile (sinonimo meno elegante e più colorito di deresponsabilizzazione) nella nostra vita quotidiana.

Parliamo della scuola, ad esempio, la colpa è dei professori che pretendono troppo o non hanno voglia di far niente.

Un altro capro espiatorio per eccellenza è il Governo, preso di mira per qualsiasi cosa succeda: la pandemia, i treni in ritardo, la difficoltà a trovare lavoro.

I politici, proni a questa tendenza, fanno sfoggio retorico nel colpevolizzare il governo precedente, l’avversario politico, l’Europa, gli immigrati, la destra becera, la sinistra radical chic e via dicendo.

Ma l’unica cosa evidente è che tutti cercano di allontanare da sè la responsabilità. Hanno (abbiamo) timore di esser chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Invece la soluzione è proprio quella.
Farsi carico in prima persona delle cose che non vanno.
Trovare soluzioni invece di lamentare problemi.

Ed arriviamo alla gita di sci alpinismo.

Frequento un gruppo di appassionati. Ci siamo conosciuti ad un corso ed abbiamo continuato a praticare assieme questa bellissima attività a contatto con la Natura.

Negli scorsi mesi abbiamo dovuto fare slalom (mi si perdoni il gioco di parole) tra divieti e regolamenti. Ma non abbiamo mollato.
Siamo usciti (quando era permesso), seguendo le regole, limitando il numero di persone, limitando gli obbiettivi.
Abbiamo coinvolto i nostri amici guide alpine per garantire una maggior sicurezza.

Abbiamo continuato a sciare.

Sia chiaro, non c’è nulla di eroico in tutto questo.
Lo abbiamo fatto per soddisfare la nostra egoistica voglia di andare per monti.

Però ci siamo presi la responsabilità di metterci del nostro: pagare qualcosa in più, viaggiare un po’ più lontano, accettare alcuni compromessi sulle mete.
E il risultato è stato un rinnovato interesse che ha ulteriormente cementato il gruppo.

Non è sfuggendo alle responsabilità che miglioreremo la nostra vita.
Anzi… è proprio accettando di rispondere per le nostre idee ed azioni che renderemo la nostra esistenza degna di essere vissuta.

Ascolta “Parola d’ordine: de-responsabilizzare” su Spreaker.

La matrioska del Tempo

Una breve riflessione sul Tempo e su come lo utilizziamo, quello che conta è l’intensità con cui viviamo più della lunghezza della nostra vita

Avete presente quelle bambole russe che contengono un’altra bambola che, a sua volta, ne contiene un’altra e così via?
Ecco, a volte succede la stessa cosa con il Tempo.

matrioska

Facciamo un esempio pratico.
Ieri, giorno dell’epifania, avevo un appuntamento telefonico alle 9 e 30.
Mi sono alzato, ho fatto colazione, rassettato la camera, mi sono lavato ed essendo ancora presto, mi sono seduto con il mio tè sul divano a leggere.
Finito il capitolo ho guardato l’ora. Erano le 9:01…

Allora ho deciso di pulire la stufa. Ho preso tutte le cose che mi servivano, l’ho pulita, riaccesa, mi sono goduto il fuoco fiammeggiante e, già che c’ero, ho caricato un altro sacco di pellets. Erano le 9:13…

Perfetto. Giusto il tempo per rifare il tè. Ho riempito il bollitore d’acqua e l’ho acceso. Mentre aspettavo che l’acqua bollisse, ho deciso di rinforzare le scorte di semi che durante l’inverno, quando la neve rende più complicato nutrirsi, metto nella casetta degli uccelli in terrazza.
Torno in casa, controllo e l’acqua non bolle ancora. Così svuoto la lavastoviglie e finalmente verso l’acqua calda nella tazza. Sono le 9:19 ed ho ancora una decina di minuti prima della telefonata.

Avete capito cosa intendo.
Il Tempo è una materia elastica, si amplia e si contrae a seconda di quello che ci mettiamo dentro. Avere una vita piena di “cose da fare” ne aumenta il peso specifico.

Non conta quanto tempo è passato, ma quanto intensamente è stato vissuto.
O come ha detto meglio di me la poetessa Maya Angelou, “La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza respiro”.

Quindi, tornando alla matrioska, non accontentiamoci del Tempo che abbiamo, ma apriamolo, scardiniamolo, per poterne sfruttare ogni interstizio.

Una vita non è fatta di anni, mesi e giorni, ma di una lunga fila di attimi, ed è nostra responsabilità dare un senso a ciascuno di essi.


Potete ascoltare questo post qui:
Ascolta “La matrioska del Tempo” su Spreaker.

Il coraggio di chi resta

Il natale 2020 sarà molto più triste, funestato dalla lontananza dalle persone che amiamo, ci aiuterà la tecnologia e un pizzico di speranza

In questi giorni, per vicende personali, ho molto riflettuto sui distacchi.
Sia su quelli drammatici, come quando qualcuno muore, sia quelli meno definitivi ma pur sempre dolorosi, come una partenza o un “distanziamento sociale” imposto da una pandemia.

Quando muore una persona, il nostro pensiero corre subito a chi resta.
La compagna o il compagno, i figli, i genitori, gli amici. Persone che soffriranno molto più di chi se n’è andato.

Il dolore è provocato dall’impossibilità di avere accanto la persona che ti è cara. Da non poter ridere con lei, da non poter condividere emozioni e pensieri, da non poterle parlare, stringere, o anche solo osservare.

Questa sensazione è descritta dalla frase “quando muore qualcuno che ami, un po’ muori anche tu”.

gente che saluta

Facendo le dovute proporzioni, un dolore dello stesso tipo lo si prova quando una persona parte per un viaggio per un luogo lontano o per trasferirsi in una città diversa.
Certamente è mitigato dal fatto che non è per sempre, e – ovviamente – dalle meraviglie tecnologiche che ci permettono di fare videochiamate e scambiare messaggi continuamente.

Ma il senso di vuoto che lascia la distanza da una persona che si ama è lo stesso.

Stiamo per affrontare il natale più strano (e più triste) della storia dell’Uomo.

Tradizionalmente durante queste festività le famiglie si riuniscono (“Natale con i tuoi, pasqua con chi vuoi”), la gioia dello scambio dei doni o anche solo le chiacchiere con una fetta di panettone in mano in cui si rivivono vecchi ricordi o ci si aggiorna su quella zia che vive in Brasile e di cui non si hanno notizie dal natale precedente.

Ecco, questo 25 dicembre sarà orfano di tutto ciò.
Sarà più freddo e più triste.

Allora penso al coraggio delle madri che piangono i figli morti, delle mogli i cui mariti sono emigrati dall’Africa alla ricca Europa, alle coppie divise dalle esigenze di lavoro, ai fratelli separati.

E mi dico che se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.
Che il lockdown non durerà per sempre.

E faccio una proposta: scegliamo (uno per famiglia) una nuova data in cui festeggiare il natale.
Potrebbe essere il compleanno della nonna a febbraio, l’equinozio di primavera, o la ricorrenza del trasloco nella casa nuova.

Il natale quest’anno è solo rimandato.

Fare un regalo

Il senso di scambiarsi dei doni a natale è molto più profondo che un mero esercizio di shopping compulsivo. E quest’anno ancora di più

Ha colto nel segno la pubblicità olandese di DocMorris (una casa farmaceutica) che in un bel video (che potete vedere qui) ha spostato l’attenzione dal regalo al gesto di donare.

Nello spot un signore anziano sembra concentrarsi su se stesso e prepararsi ad una qualche impresa sportiva o, ancor peggio, ad allenarsi ai fini estetici.

E’ buffo, per non dire ridicolo.
Veste in modo antiquato e si allena senza criterio: ripete alla noia un gesto senza costrutto.
Un po’ alla volta i vicini, che prima lo osservavano con una punta di sufficienza se non fastidio, inizano a preoccuparsi e chiamano la figlia che però non riesce a farlo desistere.

Il finale (che non vi svelo) offre una spiegazione non solo logica ma anche poetica di tutto quell’allenamento.

regali-di-natale

Il regalo a natale dev’essere questo.

Non un dono acquistato in fretta e abbandonato sotto un abete posticcio, ma un allenamento a pensare agli altri. Uno sforzo costante ad aver a cuore la felicità altrui.

Quest’anno il natale sarà molto diverso dal solito. Specialmente per chi, come me, vive lontano dalle persone che ama di più.

Sarà un natale di lontananza fisica e di vicinanza emotiva.

I regali, come nella pubblicità olandese, non saranno importanti: sarà importante sapere che qualcuno ha pensato a me per tempo. Che si è prodigato per cercare la cosa giusta e farmela avere, senza scoprire le sue carte.

Questo è il vero segno dell’amore.
Questo è il vero dono che riceverò e che spero di saper ricambiare.

Il falò

Il fascino antico della danza delle fiamme in un falò e la passione che, quando arde, ci rende uomini più determinati, migliori

Abbattere un albero, anche quando necessario, è un’operazione che mi fa sempre stare un po’ male.
Qualche settimana fa, abbiamo dovuto tagliare ben cinque piante – un pino, un ciliego e tre castagni – che pendevano sopra la casa. Un’operazione complicata e lunga.
Una volta eliminati il tronco e i rami grossi che verranno utilizzati come combustibile o per fare assi, sul suolo era rimasta una quantità enorme di “materiale organico”, ramaglie e foglie, che abbiamo raccolto in alcuni grossi mucchi per lasciarli seccare.

Così sabato ho passato la giornata a bruciare tutto.

Il fuoco doveva essere tenuto basso, e circoscritto in un’area sicura.
E visto che avrei dovuto sorvegliarlo, ho scelto di alimentarlo un po’ alla volta, variando rami secchi e frasche appena tagliate.
Il risultato finale sono state cinque ore e mezza di lavoro e un odore di affumicato su pelle e vestiti che ho durato fatica a far scomparire.

falò

Osservare il fuoco ha un fascino antico.
Il danzare delle fiamme è ipnotico e le volute di fumo bianco che si alzano come preghiere verso il cielo hanno un che di sacro.

Seduto su un tronco, mi perdevo in elucubrazioni mentre il falò continuava ad ardere, ravvivato dal crepitio degli aghi di pino che si incendiavano con una fretta rabbiosa e dai botti delle castagne che saltavano fuori dal fuoco.

In natura nulla si crea e nulla si distrugge

La celebre legge della conservazione della massa di Lavoisier trova un esempio evidente nel fuoco.
La materia si scompone in materia differente ed energia.
Brace, cenere e calore prendono il posto di rami e foglie.

Vale lo stesso anche per noi?
Come dobbiamo fare per trasformare quello che siamo in quello che vogliamo?

Mi piace pensare che, anche per gli uomini, siano necessarie le fiamme.
Non quelle fisiche, ovviamente, ma il fuoco della passione.

Una passione ardente da mettere in tutto quello che facciamo.
In quello in cui crediamo e per quello per cui lottiamo.

Non è facile. Dobbiamo combattere.
Contro la nostra pigrizia che ci fa scegliere la strada più facile.
Contro la paura di osare e di sbagliare.
Contro lo status quo e il cosiddetto pensiero main stream.

E soprattutto contro una domanda che ci assilla: “perché dovrei farlo? perché impegnarmi e giocarmi tutto?”

Spesso finisce che la nostra passione si spegne.
Per mancanza di nuovi stimoli, di nuovo materiale da bruciare.

Con il calar del sole, ho smesso di alimentare il mio falò per lasciarlo spegnere.
Mi sono messo a pulire il terreno attorno, a sistemare delle cose in attesa di potermi allontanare.

Dopo cena sono tornato a controllare cosa restasse.
Nel buio della notte un cerchio chiaro di cenere si stagliava sul terreno.
Mi sono seduto su un tronco, godendo ancora del tepore che quel braciere emanava.
E, quasi per gioco, ho raccolto una manciata di foglie secche e le ho lasciate cadere al centro.
Subito si è levato un filo di fumo bianco; i bordi delle foglie a contatto con la cenere si sono bordati di rosso e con una vampata improvvisa hanno acceso la notte di un bagliore, subito scomparso.

Così è la nostra passione.
Dorme sepolta nell’ordinario delle nostre vite, ma basta un alito di vento, una manciate di foglie, per ravvivarsi e tornare a bruciare.

Il mio augurio è che il vento non cessi mai di soffiare e di incontrare nel mio percorso persone che alimentino la mia fiamma assopita.

Ozio e malinconia

In questo periodo di lockdown ci è stata tolta la sensazione di poter modellare il nostro futuro e questo ci rende malinconici

Il buon vecchio Arthur Bloch, autore del fortunato libretto Le leggi di Murphy, probabilmente esprimerebbe il concetto con una formula del tipo: “La sensazione di felicità è direttamente proporzionale alle attività in cui sei coinvolto”.

In questo periodo di lockdown colorato, o a macchia di leopardo che dir si voglia, mi capita sovente di oziare.

Per fortuna c’è il lavoro scaltro (lo smart working) che mi impegna per buona parte delle giornate, e poi la manutenzione della casa, la manutenzione del corpo (!), i libri, la musica, la scrittura…

Però, nonostante tutto, mi manca quella spinta propulsiva dell’agenda sempre piena di appuntamenti, di corse in macchina per trovarsi e parlare, di progetti di ampio respiro che si staccano dalla quotidianità.

nebbia mattutina

E’ vero. Potrei comunque lavorare su un viaggio a cui sto pensando da molto tempo, o iniziare a concretizzare quel libro su cui ho a lungo vagheggiato. Ma il senso di precarietà mi spegne la voglia di fare.

Quello che il Covid mi ha tolto, ci ha tolto, è la sensazione di poter modellare il nostro futuro.

E purtroppo l’inattività si accompagna sempre ad un elevato livello di insoddisfazione che, a differenza del dolore o dell’infelicità, non si manifesta in picchi di sofferenza ma è come una nebbia mattutina che si diffonde e tutto avvolge, impedendoti di trovare l’energia necessaria per scuoterti dall’apatia.

La mia ricetta è semplice.
Preparare una lista di cose da fare e tenermi impegnato.

Nulla di trasecendentale, piccole cose quotidiane mescolate a compiti che da tempo avevo “parcheggiato” nel comodo dimenticatoio.

Per ogni spunta della lista, anche delle cose piccole, c’è la soddisfazione di poter dire “e anche questa è fatta”, c’è la sensazione di un progetto portato a termine.

I grandi sogni restano relegati nel futuro.
Adesso meglio praticare la politica dei piccoli passi.

In equilibrio lungo il filo

Non ricordo più come mi sia capitato tra le mani, ma fu amore a prima vista. Uno di quei libercoli che inizi a sfogliare annoiato e che poi ti cattura.
Perfettamente inutile: senza trama e senza nozioni da acquisire (nonostante si atteggi a manuale). Poesia sotto forma di prosa.

Mi riferisco a Trattato di Funambolismo, del francese Philippe Petit.

L’autore è un artista celebre soprattutto per aver camminato su una fune tesa tra le due Torri Gemelle a New York, passeggiata che, oltre a qualche grana con la polizia, gli ha regalato imperitura fama attraverso il documentario High Wire e il film The wire. Ma era anche un giocoliere, un mago, uno street performer (come sono chiamati oggi gli artisti di strada). E, da bravo francese, è orgoglioso di questa sua anima circense.

Trattato di Funambolismo

Tendo a divagare, come sempre…

Nel suo Trattato di Funambolismo, parlando della paura, dice: “Questo vuoto atterrisce. [omissis] Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura”. Il vuoto è il motivo per cui è lì, sulla fune.
Ma teme la paura stessa. Sa che un giorno si impossesserà del suo cuore e gli impedirà di tornare a danzare sul filo.

Pensavo a tutto ciò mentre scorrevo i titoli dei giornali.

I deliri isterici dell’ex presidente Trump che arrivano dagli USA, la triste matematica dei contagi che è diventata un appuntamento fisso nelle nostre vite, le notizie dei morti (illustri e meno noti), la cronaca nera.

La nostra vita è un filo sul quale camminiamo. Amiamo farlo, pur con tutte le ansie e gli scossoni. E abbiamo trovato un nostro equilibrio, che ci permette di andare avanti. Nonostante queste notizie che ci destabilizzano.

La paura tende a prendere il sopravvento.
E come insegna Philippe Petit, una volta che ghermisce il nostro cuore, non rusciremo più a vivere.

Certo i media dovrebbero avere un maggior senso di responsabilità e dare le notizie per quello che sono, senza disegnarci attorno scenari apocalittici per guadagnare l’attenzione del pubblico. Il gusto per il macabro e per la tragedia vende più giornali dell’analisi pacata.

Ma noi dovremmo concentrarci sul nostro respiro, sul prossimo passo, sulla realtà che conosciamo e non su quella che ci viene raccontata.

Sarebbe triste smettere di vivere per la paura non di ciò che accade ma di quello che potrebbe accadere.

Mal comune…

Questo nuovo lockdown ci pone di fronte ad una scelta: rinchiuderci in noi stessi o guardare avanti?

Il rischio più grande connesso a questa pandemia (e a tutte le misure necessarie per contenerla) è che perderemo di vista il quadro generale e ci fisseremo su quello iperlocale.
Mi spiego meglio.

I problemi legati al Corona Virus sono sotto gli occhi di tutti.
E’ una malattia che ha colpito l’intero globo e che si è tentato di contenere con strategie diverse.
Al momento la situazione è ancora grave: l’Europa conta un numero di malati e di morti impressionante, ma soprattutto continua ad esserci una velocità di propagazione elevata che – se non si interviene – metterà in crisi (nuovamente) le strutture sanitarie.

Il virus passa da persona a persona, se le persone non si incontrano (o si incontrano meno) la velocità di propagazione cala o si ferma.
Quindi, in attesa di vaccino e cure, gli Stati hanno bloccato più possibile le persone.
Naturalmente queste misure hanno tutta una serie di controindicazioni: economiche (moltissime aziende sono in crisi e di conseguenza le persone perdono il lavoro o lavorano meno) e psicologiche (la tensione sociale è alle stelle e le persone soffrono di questo isolamento forzato).

Chi governa (in Italia e in ogni altro paese) è costretto a prendere decisioni impopolari e si alza potente il coro dei dissensi e delle proteste.
Gli scontri che abbiamo visto accadere (e torno a ripetere che ciò succede sia in Italia che all’estero) ci hanno riportato alla mente le rivolte del passato. Sono comprensibili anche se insensate. Per protestare contro la chiusura dei negozi se ne distruggono le vetrine?

Da domani saremo di nuovo in stato di blocco.
Le regole variano a seconda della gravità della situazione (regione per regione), ma sostanzialmente prevedono una ridotta mobilità (spaziale e temporale) e la forzatura del distanziamento sociale.
Non critico la scelta (e sono felice di non dover essere io quello che l’ha dovuta fare), ma vorrei sottolineare un potenziale rischio.

Ognuno si arroccherà nel proprio comune, nel proprio paese, nella propria casa.
Si ridurranno le occasioni per vedere altre persone dal vivo mentre salirà la preoccupazione per il nostro futuro immediato.
Inizieremo a rinchiuderci in noi stessi, a guardare il nostro ombelico, a fare comunità con chi ci è vicino.

monte bianco

E’ una reazione naturale e, tutto sommato, sana.
Immagino aumenteranno i gesti di piccola solidarietà quotidiana tra vicini di casa (almeno nelle comunità piccole come in quella dove vivo io) così come aumenterà l’ostilità verso chi viene da fuori (e non mi riferisco solo agli extra comunitari, ma anche ai nostri compatrioti che vengono da altre regioni).

Ripeto, credo sia una reazione naturale e, tutto sommato, sana. Ci permetterà di fare fronte comune verso un nemico esterno ed invisibile. Sarà d’aiuto per non scivolare nella solitudine e nella depressione. Aiuterà chi è più debole e più solo.

Ma si correrà il rischio di perdere di vista cosa sta succedendo in Europa e nel mondo.
Invece la dimensione globale di questa pandemia è un elemento fondamentale per avere un corretto senso delle proporzioni su quello che ci accade.

Non siamo oggetto di un attacco mirato.
Siamo in balia di qualcosa di incredibilmente grande.

Non ce l’hanno con me, o con i miei vicini, la mia regione o il mio paese.
E’ un problema dell’intero pianeta.

Non è l’Italia o i nostri governanti che stanno sbagliando.
Tutto il mondo naviga a vista.

Un vecchio detto recita: “Mal comune mezzo gaudio”.
L’ho sempre trovato insopportabile.
Se io sto male e mi consolo pensando che altri sono nella mia situazione sono un piccolo uomo.

Preferisco chi dice: “Un peso portato in due è più leggero”.
Dobbiamo tutti portare il nostro fardello, contribuire con un atteggiamento responsabile.

E per comportamente responsabile non mi riferisco tanto all’indossare una mascherina (spero che ormai tutti abbiano capito quanto sia importante), ma a continuare ad essere positivi.
Dobbiamo giocare questa partita con le carte che abbiamo in mano.
Inutile recriminare, dobbiamo vivere al meglio.

Cerchiamo di avere cura di noi stessi e di chi ci sta vicino.
Continuiamo a fare progetti e portare avanti le cose che possiamo fare.
Non seppelliamoci prima del tempo.

Guardiamo avanti.
Viviamo.