Un gioco di specchi

Bobo ha fermato in un’immagine il senso profondo del progetto Conte dai monti: un gioco di specchi tra dettagli e indizi di un mondo fantastico

Tra me e Bobo funziona così: lui si esprime dipingendo e io cerco di raccontare a parole quello che abbiamo in testa. Si è creata una simbiosi particolare; una sintonia profonda, come succede raramente; e questa è forse la parte più gratificante del nostro progetto. Lavorare in modo autonomo ma arrivare assieme ad un risultato.

Qualche giorno fa, Bobo ha prodotto l’opera che vedete rappresentata qui sotto.

Autoritratto di Bobo Pernettaz

È un autoritratto di lui che dipinge.

Il viso concentrato, capelli e barba bianchi, la mano (come mi piacciono le mani che disegna Bobo!) che regge un pennello mentre sfiora un’opera che sta realizzando. Del “quadro nel quadro” non si vede praticamente nulla. Solo due mani aggrappate alla roccia. Un osservatore attento noterebbe che quelle mani sono un particolare di un’altra sua opera, La via dei monti, quella che fa parte del nostro progetto delle Conte.

Osservavo il quadro nel suo laboratorio e riflettevo. Ha colto in modo empirico il senso profondo del nostro lavoro degli ultimi mesi.

È come nei negozi dei vecchi barbieri di una volta, quando seduto sulla poltrona osservavi te stesso riflesso nello specchio di fronte e di nuovo in quello dietro, fino a quando ti perdevi in centinaia di immagini di te stesso.

È come in una scatola cinese, o in una matrioska. Continui ad aprire e a scoprire nuovi dettagli.

Il progetto Conte dai monti è esattamente questo. Un gioco continuo di rimandi, di autoreferenze, di immagini riprodotte a volte nei suoni, a volte nelle parole.

Adesso che tutti i pezzi iniziano a collimare, riesco ad apprezzare sempre di più i dettagli.

La via dei monti

Ieri stavo inserendo nel cofanetto in materiale povero la riproduzione numerata ed autografata de La via dei monti e mi sono soffermato sulla fascetta intorno al libro. Cita una frase della prefazione dell’amico Franco Faggiani “Un libro non libro che è un irrinunciabile invito a un mondo fantastico…” e mi sono incantato a pensare come anche Franco abbia colto perfettamente l’essenza di questo progetto.

Dettagli. Particolari. Indizi. Per esplorare un mondo fantastico che è attorno a noi, ma che, per essere scoperto, richiede occhi nuovi. Occhi diversi.

I librai ci chiedono se si tratta di un libro per ragazzi. E noi rispondiamo sempre di no. È un libro per tutti. Ma i ragazzi, probabilmente, saranno agevolati nel seguire il nostro sguardo e scorgere quello che vediamo noi.

Ogni progetto è un viaggio. E mentre il calendario con le date delle presentazioni inizia ad infittirsi, penso che sono finalmente pronto a partire.

Per portare un po’ delle montagne a chi ha orecchie nuove per ascoltare e occhi nuovi per osservare.

Ascolta “Un gioco di specchi” su Spreaker.

Questione di parole

Le parole sono gli elementi base per formare il linguaggio che è l’aspetto peculiare dell’essere umano.
Il linguaggio è ciò cha ha permesso all’umanità di progredire e di diventare, di fatto, la razza dominante del pianeta.
Ma non dobbiamo abusarne a discapito della vita vera.

Le parole sono gli elementi base per formare il linguaggio che è l’aspetto peculiare dell’essere umano.
Il linguaggio è ciò che ha permesso all’umanità di progredire e di diventare, di fatto, la razza dominante del pianeta.
Ma non dobbiamo abusarne a discapito della vita vera.

Le cose si fanno, non si raccontano.
C’è una grande confusione sul ruolo delle parole scritte e su come usarle. Qui condivido una mia riflessione personale su come lo voglio fare io.

C’è una frase che, nel tempo, mi è venuta a noia. Dice: “La x_cosa è una metafora della vita”. E al posto della X_cosa potete mettere un soggetto a piacere: la corsa, il golf, la cucina, il ricamo, la falegnameria.

Vale per tutto e ha anche un fondo di verità.

Se dico: “La corsa è una metafora della vita. Come nella vita devi allenarti, perseverare, imparare dai tuoi errori, accettare le sconfitte e restare umile nelle vittorie. E via così”. Suona tutto molto giusto…

Ma in realtà la corsa non è una metafora della vita. È una parte di quel fenomeno complesso e multiforme che chiamiamo vita.

La vita va vissuta, non parafrasata. Contano le azioni, non le parole. O come diceva in modo molto più efficace e colorito Paolo Cevoli interpretando l’Assessore Palmiro Cangini, “Fatti, non pugnette”, ironizzando sulla tendenza alla masturbazione mentale che caratterizza chi vive in un mondo esclusivamente teorico.

paolo cevoli

Torno quindi all’incipit di questo post. Ha senso investire tempo nelle parole?
La mia risposta è un sì forte e chiaro. E adesso ne spiego le ragioni.

Come prima cosa è importante effettuare un distinguo tra i diversi modi di usare le parole.

Se servono a raccontare dei fatti, si tratta di giornalismo.

Se servono a spiegare il perché delle cose, si tratta di istruzione, di scienza o anche di semplice informazione (i manuali della lavatrice che tutti ignoriamo).

Se servono a spiegare delle idee o a propugnarle, si tratta di filosofia, di cultura, di ideologia.

In tutti gli esempi che ho fatto, e l’elenco potrebbe andare avanti a lungo, le parole sono uno strumento, sono ancillari rispetto al loro scopo.

Ma quando le parole vengono messe al centro, allora acquisiscono nuova forza.
Si trasformano da strumento a fine ultimo.

Accade in letteratura. Quando si smette di parlare di realtà e si lascia spazio alla fantasia. È il potere delle parole che diventano storie. Non si rivolgono più alla sfera intellettiva-cognitiva, ma a quella emotiva. Non parlano più al cervello di chi ascolta, ma al suo cuore e alla sua pancia. Generano emozioni, risposte profondamente umane.

Ed invece di spiegare le cose, le creano.

La letteratura è un’arte squisitamente creativa. D’improvviso appare qualcosa dove prima non c’era nulla. Un luogo, una persona, una situazione. Ed è così vera, che noi soffriamo o gioiamo insieme al protagonista.

Le parole sono come una cassetta degli attrezzi a nostra disposizione. Non sono ne’ il bene ne’ il male, dipende da noi l’uso che ne facciamo. Questo ci impone la responsabilità di usarle in modo corretto. Se sto raccontando dei fatti o spiegando un prodotto, non solo ho il dovere morale di dire la verità, ma ho anche il dovere di usare lo strumento appropriato.

Chiedere cosa sta provando ad una madre in lacrime al funerale del suo bambino non è giornalismo. Ma sciacallaggio.

Usare lo storytelling per innalzare artificialmente le aspettative del pubblico sulle caratteristiche di un prodotto non è marketing. Ma truffa.

Posso usare un lanciafiamme per asciugarmi i capelli o per arrostire il mio pollo allo spiedo, ma nel momento che lo faccio divento responsabile delle conseguenze.

Imparare ad usare in modo corretto le parole è un dovere per tutti coloro che di parole campano, ma è anche un impegno che ciascuno di noi dovrebbe prendersi.

Ascolta “Questione di parole” su Spreaker.

Il fattore Tempo

Nella nostra società il concetto di Tempo sta assumendo una valenza negativa, ma negare il giusto tempo alle cose porta solo guai

Giovedì sera sono andato a Milano, al Palasport di Assago, ad assistere al musical Grease, messo in scena dalla Compagnia della Rancia. Uno spettacolo travolgente, due ore di ritmo e risate, e per me che amo questo genere, una serata davvero speciale.

Poi, rientrando verso casa in auto, mentre canticchiavo le canzoni, ho provato a fare un po’ di conti.

Il film Grease, quello con John Travolta e Olivia Newton-John, è uscito nei cinema nel 1978, quindi quasi mezzo secolo fa. Eppure è ancora fresco e piacevole (tra il pubblico c’erano parecchi ragazzi), un vero evergreen.

Dopo averlo visto dal vivo, mi è tornata la voglia di rivederlo in originale, quindi – arrivato a casa – l’ho cercato on line. Però l’esperienza mi ha un po’ deluso. Come se i colori fossero stinti, come se il ritmo della pellicola fosse rallentato. Il ricordo era superiore alla realtà.

Grease

Questo succede molto spesso.
Il Tempo è una potente lente deformante. Forse per un meccanismo di autodifesa, ogni esperienza viene mondata delle parti brutte mentre vengono conservati i particolari piacevoli. Se da un lato ciò ci protegge dai ricordi brutti, al contrario crea un’aspettativa esagerata sulle cose belle che abbiamo vissuto e che cerchiamo di rivivere. E queste aspettative rimangono deluse…

Ma c’era un’altra idea che mi frullava per la testa, un’idea che esprimo con un bisticcio di parole: “Il concetto di Tempo, con il passare del tempo, è mutato”.

Quando uscivano i grandi classici (almeno per quelli della mia generazione) tipo Grease o Guerre Stellari o I guerrieri della notte, si andava a vederli al cinema e poi se ne conservava il ricordo per alcuni anni fino a quando, finalmente, riuscivamo a rivederli alla televisione. E ne pregustavamo le scene salienti, magari facendo gruppo con quelli che non erano riusciti a vederli la prima volta.

Oggi i film escono in contemporanea nelle sale e nei canali a pagamento (anzi, alcune volte prima nei canali a pagamento). Quindi ci viene tolto il piacere sottile dell’attesa.

La stessa cosa capita in molte altre occasioni.
Una volta attendevamo con ansia il compleanno o il natale per ricevere un oggetto cui tenevamo. Oggi lo ordiniamo su Amazon e il giorno dopo è a casa.
Una volta si usciva a cena con gli amici solo per le grandi celebrazioni, oggi andiamo in pizzeria o al ristorante almeno una volta a settimana.
Gli amici lontani tornavano a casa raramente, e allora ci si ritrovava al bar per sentirli raccontare le novità. Oggi, una call su Skype e il gioco è fatto.

Si sta meglio oggi o allora?
Sicuramente stiamo meglio oggi.

Ma questo poter accedere a tutto subito, ha distorto il concetto di Tempo.

Una volta l’attesa (pur quando comportava una piccola sofferenza) era un moltiplicatore del piacere. Oggi è solo motivo di lamentela.

E se il Tempo acquisisce una valenza negativa, allora tutte le cose che sono connesse ad esso diventano il Male.

Per questo oggi vogliamo nascondere l’età che abbiamo e i segni del passare del Tempo sul nostro corpo.

Per questo cambiamo spesso vestiti, auto, smart phone o televisione. In una perenne ricerca di novità.

Per questo, magari, accettiamo il nuovo come positivo e il vecchio come superato, abbassando quella difesa che è il pensiero critico.

Ma rinnegare il Tempo ci fa commettere errori grossolani. Ogni cosa ha bisogno del suo tempo per maturare, che sia un frutto o un’idea. Ogni lavoro ha bisogno di un certo tempo per essere fatto bene, le scorciatoie sono un’illusione.

Provare ad ingannare il Tempo è una scelta foriera di guai.

Puoi ascoltare questo episodio dalla mia voce:

Ascolta “Il Fattore Tempo” su Spreaker.

Andate a lavorare!

Il mondo del lavoro sta cambiando e ci pone di fronte a nuove sfide. Cosa possiamo fare per mantenere il controllo sulle nostre vite? e cosa ho fatto io?

Chi si ricorda di quella canzonetta del veneziano Lino Toffolo?
Faceva, più o meno, così?:

“Devi lavorare, ma perché perché?
Devi faticare, ma perché ma perché?
Devi guadagnare, ma perché perché?
Se io sto qui tranquillo che cosa importa a te!”

E concludeva, trionfante, nel ritornello:

“Ah, lavorare è bello, è bello faticar.
Prendiamo su il martello, e andate a lavorar”

La ascoltavo da bambino e mi sembrava sensata ed ironica. Per me, che all’epoca facevo le elementari, andare a lavorare era un traguardo ambito. Mi dicevo “già adesso devo andare a scuola tutti i giorni, chissà come sarà bello farlo e venire pure pagati!”

Beata innocenza…

La canzone mi è tornata in mente quando pensavo all’evoluzione del mondo del lavoro e su come ci si debba porre di fronte a questa trasformazione.

La prima riflessione è che oggi i lavori sono così complessi che spesso il nostro ruolo è insignificante, siamo ingranaggi di un sistema più grande.

Offriamo un servizio, sviluppiamo un pezzo di software, ci occupiamo dell’assistenza, garantiamo una consulenza finanziaria e via dicendo.

Brutto dirlo, ma quando Karl Marx parlava dell’alienazione del lavoratore nelle catene di montaggio post rivoluzione industriale, parlava esattamente di quello che sta capitando oggi.

Tempi moderni

Il lavoratore è distaccato dal prodotto, non vi si riconosce. Un po’ come Charlie Chaplin che nel film Tempi Moderni (questo il link) stringeva due dadi e finiva risucchiato in un macchinario gigantesco senza sapere a cosa servisse il suo lavoro, così noi siamo sempre più spesso responsabili di un minuscolo processo, lontano dal prodotto finale.

La seconda riflessione si aggancia alla prima. Non produciamo più cose. Produciamo servizi (e in molti casi servizi digitali). Di nuovo si è creato un distacco tra il nostro lavorare e i suoi effetti concreti. Il giardiniere coltiva l’orto o il giardino e raccoglie carote e fiori, i frutti della sua fatica. Il muratore vede crescere la casa, può toccarne le pareti e ripararsi sotto il tetto. Il falegname crea mobili, trasforma materiale grezzo in un oggetto per l’uso quotidiano, e nel farlo assapora gli odori del legno e la soddisfazione del cliente.

A noi capita sempre di meno. Dopo esserci dedicati per settimane ad un obbiettivo, otteniamo solo di veder più alto (per qualche giorno) un sito web nelle ricerche di Google. Oppure garantiamo una risposta più rapida di un sistema di archiviazione digitale. Manca la fisicità. La gioia di poter toccare con mano quello che produciamo.

Ultimo punto, ma come si dice, non per questo meno importante. La gratificazione, nella maggior parte dei casi, è misurata in busta paga. Facciamo cose talmente astratte che possiamo percepirne il risultato soltanto in quanto siamo pagati per farle.

La trasformazione del valore di un prodotto in un prezzo è fonte di ulteriori problemi. Le aziende cercano di massimizzare l’utile e per farlo minimizzano i tempi e riducono i costi, cioè pagano poco per lavori fatti in fretta. Ma la fretta porta a prodotti raffazzonati, o, nella migliore delle ipotesi, prodotti non testati a sufficienza.

L’effetto finale sul lavoratore sarà una continua pressione a fare in fretta, una bassa soddisfazione del cliente che ricadrà sul lavoratore, e magari una paga ridotta all’osso.

L’alienazione che sperimentiamo oggi sul posto di lavoro è conseguenza di questi tre fattori: parcellizzazione dei sistemi, digitalizzazione dei prodotti, perseguimento dell’utile a tutti i costi.

E adesso veniamo a me.

Qualche anno fa ho cambiato vita, ho abbandonato la città perché la consideravo troppo finta, troppo artificiale, troppo lontana dalla vita concreta. Ho lasciato la metropoli per rifugiarmi in una piccola comunità montana, fatta di persone e non di sconosciuti, dove le cose si fanno tutti assieme, dove ogni piccolo oggetto ha il suo valore, dove il tempo è un dono prezioso da offrire a chi ti sta vicino.

E dopo cinque anni vissuti in piena soddisfazione nella mia nuova casa, sono pronto a fare un altro passaggio. Cambiare lavoro. Abbandonare un sistema nel quale non mi riconosco e cercare qualcosa di reale.

Smetto di gestire una software house e mi dedico a sviluppare il mio lato creativo. Non ho le competenza per diventare un falegname professionista cui continuo ad invidiare la capacità di trasformare la materia, ma sono un “falegname delle parole” e quindi cercherò di mettere questa mia competenza al servizio degli altri. Trasformerò idee in parole, provando a ricreare le emozioni e a raccontare le storie. Lo farò usando tutti i tipi di linguaggio che, un po’ alla volta, ho sperimentato in tutti questi anni e magari qualcuno nuovo su cui sto lavorando ora.

È una decisione sfidante, ma ho davanti ancora almeno dieci anni di vita professionale, e non voglio iniziare le mie giornate nella speranza di arrivare presto a sera. Voglio godermi ogni ora che passerò con la penna in mano o davanti allo schermo del computer.

Si volta pagina.
E si parte per un nuovo viaggio.

Di seguito trovate la versione “ascoltabile” di questo post:

Ascolta “Andate a lavorare!” su Spreaker.

Buon anno

Solito rito di inizio anno, con una serie di propositi e novità che con entusiasmo condivido con voi che mi leggete ed ascoltate

Primo post dell’anno 2023. E come tutti gli inizi di anno c’è nell’aria una certa voglia di rinnovamento, di ripartenza, di entusiasmo.
Beh, il primo proposito di questo 2023 è che vorrei imbottigliare l’entusiasmo dei primi giorni e centellinarlo, un sorso alla volta, fino al prossimo natale.

Sarà un anno ricco di novità e di sfide.
A casa, al lavoro, ogni giorno.

La versione ascoltabile del mio blog, quella che ho iniziato a fare il primo gennaio del 2021, quella che trovate in calce a questa pagina del vostro telefono o pc (o che magari state ascoltando in questo momento), è entrata a pieno diritto tra i podcast di Passaggi a Nord Ovest, la piattaforma che abbiamo fondato con Denis Falconieri e che oggi conta otto prodotti ma che continuerà a crescere nel 2023.
Composteria ha una nuova sigla. Una nuova veste grafica. Ed una periodicità che (come ogni inizio anno) mi propongo di rendere più costante, anche se preferisco scrivere quando ho qualcosa da dire, piuttosto che farlo per obbligo di firma.

Tre libri nello zaino, il podcast dove parlo di librerie e di libri, a gennaio raggiungerà i 10 episodi. La formula piace, ed io mi diverto a parlare di una delle mie grandi passioni… la lettura.

Continua e cresce anche la collaborazione con Bobo Pernettaz, il suo podcast Il ContaStorie, di cui sono il produttore, è anche uno spettacolo che portiamo in giro per le piazze. In quei casi suono e canto le mie canzoni, sono decisamente fuori dalla mia comfort zone, e come tutte le volte in cui sono a disagio mi sento spronato a dare il meglio e ad imparare per crescere. Sarà uno dei campi in cui lavorare quest’anno.

sentiero nel bosco

C’è un altro filone dove sto sperimentando parecchio ed è quello delle audioguide.
Viaggiare e scoprire i territori è sempre stato un mio pallino. Nei podcast della serie “Esplorando…” tento di raccogliere alcune istantanee delle sensazioni che provo visitando i piccoli borghi. Sta diventando un format e lo stiamo proponendo con sempre maggiore convinzione. Nel 2023 conto di realizzarne parecchi: significherà viaggiare e studiare, per poter poi raccontare al meglio quello che ho scoperto.

Nel frattempo non trascuro anche l’altra mia necessità vitale: la scrittura di libri. C’è una storia che mi gira dentro da almeno quattro anni che vorrei fissare su carta. E’ una storia potente che mi consuma. Il proposito 2023 dice che devo farla uscire, dimenticando per un po’ la qualità del prodotto e puntando solamente a staccarla da me. Ho iniziato e smesso per troppe volte. La prossima dev’essere quella buona.

Ho appena scritto che sarà un anno di viaggi ed esplorazioni, ma rimane forte il legame con il posto dove vivo. Legame sul quale ho raddoppiato la scommessa: sto cambiando casa senza cambiare paese. Lascio un alloggio che amo ma che iniziava a starmi stretto per spostarmi in una casa dove dividerò gli spazi con una buona parte dei miei sogni. Il 2023 sarà l’anno del tetto da rifare, del riscaldamento ecosostenibile da progettare, delle pareti da abbattere e delle stanze da creare. Ho avuto la fortuna di trovare una persona che condivide con me questi progetti e questo raddoppia il mio entusiasmo e la mia forza. E sono sicuro che il prossimo autunno raccoglierò legna per scaldare la nuova casa ed accogliere sempre più amici.

Emarese, il paese dove vivo, mi ha dato e mi sta dando tanto. In questo 2023 mi sono impegnato a restituire qualcosa, in termini di tempo, di idee e di lavoro. Sarà un’altra sfida, ma al tempo stesso sarà l’occasione per stare assieme a tante altre persone che ho imparato ad apprezzare.

Cos’altro devo aggiungere?
Mi sembra che la carne al fuoco sia già molta, ma c’è un pensiero che mi accompagna ogni mattino al risveglio fin dallo scorso 9 ottobre, quando è nata. Sto parlando di Diana, la mia nipotina, che è un regalo immenso per i suoi genitori ed anche per me che la osservo aprire gli occhi su questo mondo. Ogni mattino, quando mi alzo, penso a cosa posso fare per renderlo un posto un po’ migliore per lei e per tutti i bambini che come lei vedranno il futuro remoto.

Buon 2023 a tutti.

Ed ecco la versione ascoltabile:

Ascolta “Buon anno” su Spreaker.

Lo spirito del Natale

Natale ha due facce, una commerciale e una profonda, io ho sempre sbeffeggiato la prima ma così facendo rischiavo di non cogliere la seconda. Quest’anno qualcosa è cambiato…

Scrivo queste poche righe sull’onda lunga di quanto mi sta succedendo in questo giorni.
Qui in Valle d’Aosta ha nevicato e sta nevicando. Dopo un’estate di siccità e un autunno di temperature altissime, finalmente le cose sembrano tornate alla normalità con il termometro vicino allo zero e le montagne imbiancate.

È iniziato tutto alcuni giorni orsono. Dopo una notte di neve, verso le 11 di un mattino passato avvolti dalle nubi, in lontananza, ad ovest, uno squarcio di cielo azzurro mi ha permesso di vedere il Monte Bianco. Poi, piano piano, il cielo si è aperto anche sopra la valle centrale e ho visto il crinale del monte di fronte a casa. Tutti gli abeti che coprono quel versante erano bianchi di neve fresca e il sole, illuminandoli, donava loro una splendida brillantezza.

Sembra una foto tratta da una rivista, una perfetta cartolina natalizia.

Il mio rapporto con il Natale è pessimo. E ammetto che larga parte della responsabilità è mia.

C’è chi vive il natale (con la enne minuscola) come uno spot pubblicitario: acquisti compulsivi, regali e fiocchi, musichette sdolcinate, cibo in abbondanza, luci colorate e abeti artificiali, grassi uomini con barbe bianche e abiti rossi che si affannano ad impressionare dei bambini per la strada e una sequela di film orrendi che imperversano su tutti i canali della televisione.

Beh, io mi ergevo a censore di queste storpiature commerciali, guardavo con commiserazione questa gente, quasi con pietà. E preferivo affermare con forza il mio distacco da queste situazioni, chiudendomi in uno sdegnato rifiuto della festività.

Ma così facendo ignoravo quell’altro Natale, quello con la enne maiuscola, quello fatto di sorrisi e di abbracci, fatto di rivedere la famiglia lontana, fatto di silenzi incantati, di dolci tradizionali e di scambi di gentilezze.

Quest’anno, come dicevo, qualcosa è cambiato.

luci di Natale

È iniziato con lo squarcio azzurro sulla montagna innevata. Poi ci sono state le riunioni con gli amici della Pro Loco per organizzare le attività natalizie del paese: il vin brulè dopo la messa di Natale, i regali per i bambini e gli anziani, il giro delle case per gli auguri. Infine, tra il sette e l’otto dicembre, ho vestito a festa la mia casa, aggiungendo le luminarie su tetto e balconata, e trasformandola in un’altra cartolina di Natale.

Adesso pregusto il tour attraverso l’Italia del Nord che mi condurrà a Trieste, vicino ai miei fratelli, alla fine di questo 2022 che ci ha portato via entrambi i genitori. E a Bergamo, vicino a Diana, la mia nipotina, figlia di mio figlio, nata ad Ottobre che vivrà il suo primo Natale. Per poi rientrare qui, vicino alle persone con cui passo la mia vita.

Ogni giorno ascolto musica, scegliendo in base al mio umore o all’estro del momento. In questo periodo ho iniziato a scegliere brani musicali natalizi, a volte cercando quelli particolari, come A fairytale of New York di The Pogues o la versione di Santa Claus is coming to town di Bruce Springsteen che mi ha fatto scoprire Cristina, o persino la versione di White Christmas realizzata da Zucchero per la Barilla…

E anche oggi, mentre la neve scende e la stufa scalda la stanza, ho il cuore caldo di un’emozione che non provavo da anni. Credo che sia tornato in me lo spirito del Natale. Ed è una bellissima sensazione.

Post Scriptum: non credo che riuscirò lo stesso a guardare i film panettoni alla televisione, ma pregusto il concerto gospel cui assisterò la prossima settimana…

Ascolta “Lo spirito del Natale” su Spreaker.

I buoni maestri

Nella vita incontriamo persone che sono buoni maestri, persone che ci stimolano a diventare migliori e verso i quali abbiamo un debito immenso.

Oggi, e si capirà meglio in seguito il motivo, mi interrogo su cosa ci ha portato ad essere come siamo.
Ogni uomo è plasmato dal suo bagaglio di esperienze e soprattutto da come si è comportato di fronte ad esse. Ma cos’è che ci ha spinto a reagire in un modo piuttosto che in un altro? Sono convinto che ognuno di noi ha un debito enorme con coloro che ci hanno aiutato a formare la nostra personalità.

Io li chiamo i maestri.

Non è facile riunire sotto una sola categoria persone così diverse.

Ci sono, ovviamente, gli educatori e tutto il complesso sistema di conoscenze che va sotto il nome di scuola. Ma i “maestri” nell’accezione di cui ho appena parlato sono una cosa diversa. Sono persone che con le loro idee e con il loro esempio, hanno dato forma a come sono adesso.

Provo ad uscire dalla teoria ed entrare negli esempi concreti.

Avevo una dozzina d’anni quando la mia strada si incrociò con quella di un vero e proprio mito dello sport triestino: l’allenatore Francesco (ma per tutti, anche per noi suoi giovani atleti, Cesco) Dapiran.
Facevo canottaggio e mi ha insegnato praticamente tutto, dai fondamentali alla preparazione fisica. Ma quello che mi ha passato, insieme alla tecnica è stata una serie di regole che ancora oggi applico.
L’importanza della costanza e del rigore nell’allenarsi.
Il rapporto con i compagni di squadra.
Il rispetto di me stesso.
Per un ragazzo che era ancora un foglio bianco, ogni sua parola diventava una rivelazione.
Ricordo con un sorriso di aver iniziato a mangiare verdura ad ogni pasto perché Cesco, durante una trasferta, aveva detto casualmente che ogni atleta che si rispetti mangia verdura regolarmente.

Pochi anni più tardi ho incontrato un’altra maestra, una professoressa di italiano di cui, come spesso accade con i professori, ricordo solo il cognome: Van Der Heim.
Da lei non ho imparato solo le declinazioni latine o le regole della nostra lingua, ho imparato soprattutto l’amore per le parole, il fascino di un paragrafo ben costruito, il ritmo di un verso, gli universi che si celano in un libro.
Era una professoressa di quelle dure, non regalava voti, era alta e segaligna, ma ti trasferiva tutto il suo amore per la sua materia.

Chiaramente, più si è giovani, più è facile trovare uomini da cui imparare.
Per chi ha fame, ogni cibo è una delizia.

Ma i miei incontri con maestri hanno continuato negli anni successivi.

A volte erano persone che incontravo e che mi narravano della loro vita.
Più spesso persone di cui leggevo e che mi ispiravano.

Fabrizio De Andrè, ad esempio, con la sua poetica e il suo stile di vita, mi ha aiutato a creare un sistema di valori a cui ancora adesso mi ispiro.
Gino Strada, con il suo esempio e la sua lucida testardaggine, è stato ed è un esempio che cerco di emulare.
Per entrambi, non si tratta solo delle cose in cui credevano, ma anche del modo in cui vivevano aderendo ai loro ideali.

Nella maggior parte dei casi si trattava di uomini e donne più grandi di me, ma qualche volta erano anche giovani talenti ad impressionarmi. Campioni dello sport, artisti, scienziati. Ricordo ad esempio le notti dei mondiali di calcio del 1982, quando un giovanissimo Giuseppe Bergomi scese in campo, era nato pochi giorni prima di me, lui indossava la maglia della Nazionale, io lo tifavo dal divano di casa: quel giorno capii che era ormai troppo tardi per diventare un campione mondiale!

Tutte le persone che ho citato erano accese di un sacro fuoco, avevano una passione immensa e percepibile, che non nascondevano ne’ esibivano. Era la loro ragione di vita…

Tra i maestri che mi hanno reso quello che sono, un posto importante è occupato dai miei genitori.

tramonto a Emarese

Ieri mio padre avrebbe compiuto 88 anni, ma il 15 ottobre è morto seguendo a pochi mesi di distanza mia madre che era morta il 10 febbraio.
Ho molto riflettuto in questi giorni sul loro ruolo nella mia vita.
Come tutti i genitori mi hanno cresciuto, mantenuto e curato fino a quando, 24enne, me ne andai di casa per intraprendere il mio cammino.
Ma fino a quest’anno ci sono sempre stati.

Erano un team affiatato che si divideva i compiti dell’educazione: mio padre rappresentava il mondo delle idee, mia madre quello del fare. Mio padre ci guidava marciando avanti a noi, mia madre ci spingeva amorevolmente da dietro.

Ho un debito immenso con loro. Di amore, di insegnamenti, di esempi. Un debito che spesso temo di non riuscire a saldare con i miei figli.
Ma in questi ultimi giorni, mentre mio padre si spegneva, e lo rivedevo chino al mattino a leggere i suoi libri e a riflettere su quello che leggeva, ho capito che in fondo io devo solo cercare di essere il più trasparente possibile, permettere che quello che ho imparato passi attraverso me verso gli altri, e – soprattutto – che il mondo è pieno di maestri e che non si finisce mai di imparare.

Puoi ascoltarmi leggere questo post nel mio podcast Composteria:
Ascolta “I buoni maestri” su Spreaker.

Le montagne dentro

Il mare e la montagna sono entrambi potenti espressioni della Natura, e con entrambi l’uomo deve confrontarsi per capire il suo posto nell’universo

Vicessitudini familiari mi hanno portato a passare alcuni giorni a Trieste, e una sera mi sono trovato a passeggiare lungo il mare, a Barcola.
La temperatura era mite, il sole era calato e restavano solo i riflessi rosso-dorati sulla superficie dell’acqua, lo sciabordio lento delle onde che si rompevano sugli scogli sembrava aggiungere pace a quello scenario.

Sono nato al mare, ho vissuto per 25 anni a Trieste, mi sento e sono un figlio dell’acqua salata.
Allora, come mai anelo a tornare alla mia casa tra i monti?

Spesso in questi anni mi sono chiesto cosa significhino per me le montagne.
Ho pronta una lista lunghissima di ragioni per le quali amo vivere nelle Terre Alte.

Alcune sono molto pratiche: l’aria più sottile che vi si respira, le temperature frizzanti, l’assenza di zanzare e umidità.

Altre sono più legate alle mie passioni: camminare, correre, arrampicare, sciare.

Altre ancora sono più filosofiche: vivere a contatto con la natura per ristabilire un rapporto più vero tra ciò che siamo e il mondo in cui viviamo, lontano dai mondi artificiali delle città. Salire una vetta per imparare a conoscere i propri limiti.

Altre, infine, rasentano la spiritualità: cercare una dimensione sovrannaturale attraverso la bellezza pura dei paesaggi montani.

Sono tutti concetti che condivido e che mi affascinano, però hanno il retrogusto artificiale del pensiero fine a se stesso. Quando realizzi che la teoria che stai esponendo, seppur bella e credibile, ha perso il contatto con la realtà dei fatti.

Ebbene, passeggiando lungo il mare, cercavo di trovare la calma dopo una giornata che era stata difficile emotivamente.
Lasciavo che la brezza mi soffiasse sul viso come per cancellare i pensieri tumultuosi. Lasciavo che il mio cuore si sincronizzasse con le onde ed emulasse il lento respiro del mare.
Così ho ritrovato la quiete. In quegli spazi ampi che si confondono con l’infinito, nel moto regolare e soporifero dell’acqua, nelle tonalità di colore che spaziano tra l’azzurro e il blu.

Ed ho capito.
Nella mia vita non ho mai perseguito la quiete, ma il movimento.
Ho sempre amato le sfide, le scoperte, i nuovi traguardi.
Amo i numeri dispari perché non li puoi rappresentare in forma statica, sono “naturalmente” dinamici.

Il panorama montano è così. Una vetta che indica al tuo occhio il cielo. Un colle che ti invita a scavallarlo per scoprire nuovi mondi. Una tavolozza di colori che copre l’intero spettro del visibile e che muta a seconda delle stagioni e del meteo.

Io le montagne le ho dentro.

E a chi mi dice che, in fondo, chi ama le montagne ha una visione limitata, mentre chi ama il mare ama l’infinito degli spazi, ricordo la poesia di Giacomo Leopardi intitolata L’infinto appunto. Il poeta nei primi versi spiega come la siepe del giardino gli sia cara proprio perché evoca in lui tutto ciò che c’è oltre ad essa:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Leopardi esalta la sua natura umana nel desiderio di scoprire, di conoscere l’infinito.

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.

La sera, dal terrazzo della mia casa, scorgo le diverse dorsali montuose che separano le valli laterali della Valle d’Aosta. E mi perdo a pensare di percorrerle in un movimento continuo ed appagante.

Il mio amico Denis dice che a noi montanari fa bene andare al mare “per riposare gli occhi”.
Ha ragione.

Qui sul mare cerco il riposo.
Inseguendo le guglie alpine, cerco la vita.

Ascolta “Le montagne dentro” su Spreaker.

Le ultime novità

A prescindere da tutto quello che può accadere, la vita continua, e noi dobbiamo cavalcarla

Eccomi di ritorno. Dopo un lunghissimo periodo di silenzio, torno ad imbrattare i bianchi fogli di questo contenitore digitale di pensieri. È stato un periodo operoso. Molte cose sono cambiate nella mia vita. E tutte in meglio.

Una delle frasi che mi amavo ripetere è che se una persona si volta indietro e osserva la propria vita, vedrà una linea retta: tutti gli eventi sembrano portare a dove si trova adesso.

Dicevo così pensando che, in fondo, siamo noi ad indirizzare la nostra vita. Ma in realtà mi sbagliavo.

Credo che le cose ci accadano: le nostre vite sono caratterizzate da una serie di eventi casuali e la nostra abilità sta nel trovar loro un senso. O per lo meno, è quello che cerco di fare io.

Negli ultimi anni, un po’ per la pandemia, un po’ per le vicende personali, avevo deciso di rinchiudermi nella mia bolla privata. Facevo il mio lavoro, riempivo le mie giornate di passeggiate nei posti che amo, non uscivo mai dalla mia comfort zone e vivevo pacifico, senza scossoni. Davo anche una precisa connotazione morale a questa mia apatia: una forma di resistenza passiva al modo in cui il mondo cambiava.

tramonto sulla valle centrale

Ma poi una serie di eventi mi ha sbattuto in faccia la realtà.

Ho ricevuto l’annuncio che sarei diventato nonno e solo alcuni giorni prima che morisse mia madre, ricordandomi come tutto debba continuare, nonostante quello che capita a me.

Ho incontrato una donna, che mi ha permesso di tagliare con i rimpianti per il passato e di guardare avanti con entusiasmo.

Ho avuto l’occasione di rispolverare la passione per la musica, rimettendomi in gioco come autore e come cantante oltre che come semplice appassionato.

E adesso ho deciso di dedicarmi con tutto me stesso al lavoro che più mi piace: creare con le parole. Il podcast, i libri, le storie…

Come spesso accade, uso questo spazio anche per creare uno stimolo esterno, darmi una motivazione in più. Un po’ quello che succede quando si inizia una dieta e lo si dice a tutti per non avere scuse. O si annuncia la partecipazione ad una gara per sfuggire alla tentazione di fare un passo indietro a metà della preparazione. Trucchetti per chi, come me, ha una volontà debole.

Quindi, abbiate pazienza, accettate i miei sproloqui quotidiani, e continuate a seguirmi. Di certo, da oggi in poi, sarò molto più visibile.

Ascolta “Ultime news” su Spreaker.

La lepre di periferia

Gli uomini hanno modificato l’ambiente per renderlo più aderente alle loro esigenze. Ma per questo abbiamo pagato un prezzo

Fermo ad una rotonda che permette di immettersi in Milano da una strada laterale (se conosci le stradine ti risparmi decine di minuti) vedo che la donna a fianco del guidatore nell’auto che scorre parallela alla mia sta indicando il prato a bordo carreggiata.
Definirlo un prato, in realtà, è una pietosa bugia. Un pezzo di terreno su cui troneggiano i residui di un vecchio cantiere è stato piano piano colonizzato da delle piante. L’erba gialla e quasi secca dove sono passati a tagliarla è impolverata e richiama alla mente il deserto. Solo delle chiazze di vegetazione un po’ più in là danno un vago senso di vita.
Ad attirare l’attenzione della donna è stato un leprottino spelacchiato che sta correndo come un pazzo lungo il bordo della strada. Ancora pochi balzi e poi scarta secco a destra e si infila nell’erba più alta. La ragione di questa fuga è un grosso corvo nero che lo sorvola dall’alto ma deve abbandonare la caccia quando l’animaletto si mimetizza tra i cespugli. Intanto l’automobile che mi precede si muove e io la seguo.
Però quel leprotto mi è rimasto fisso in testa.

lepri a Milano

Ogni città, perfino Milano, è piena di questi clandestini. Animali e piante che dovrebbero vivere in campagna ma che si ricavano un loro spazio tra muri e cemento. Non sono belli, sembrano un po’ più magri, più spelacchiati, dei loro fratelli che incrocio intorno a casa mia. Sembrano quasi più opachi, come se una patina li avesse ricoperti.

L’altra sera, mentre percorrevo la sterrata dietro casa poco prima di cena, ho visto due piccoli tassi che giocavano. Si rincorrevano, sembravano quasi rotolarsi con quella loro forma tozza e quell’andatura strana che ricorda un po’ i panda, in quel punto la strada era asfaltata, ma loro sembravano non accorgersene. Anche quei loro balzi goffi e quello scappare da noi solo quando eravamo a meno di cinque metri di distanza, li avevano impressi nella mia mente.

Poi ho ripensato al leprotto di Milano e ho capito cosa mi avesse disturbato.
Lì era lui ad essere fuori posto. Qui è l’asfalto che sembra una forzatura.

Una cosa simile succede per gli esseri umani.
Se paragono i miei amici di città e quelli che vivono in montagna, sembra appartenere a due diverse speci di uomo.
I primi sono circondati da una brillante immagine di sè che sembrano proiettare continuamente. Cosa faccio, chi sono, cosa mi piace, cosa aborrisco, il mio lavoro, l’ultimo libro letto, la musica che amo e via dicendo. L’ambiente intorno a loro è uno schermo che li riflette ed amplifica.
Sia chiaro che questa non è una cosa che mi infastidisce, anzi penso di fare esattamente lo stesso, serve ad interagire tra persone. Il posto dove siamo è totalmente indifferente.
Quando esco con gli amici di qui, la situazione si rovescia. E’ l’ambiente ad avere la priorità, i luoghi, i panorami, i colori e gli odori, noi siamo, esistiamo, solamente nella misura in cui interagiamo con esso.
Lo ribadisco di nuovo, non si tratta di giudizi morali. Lo spaccone o il viscido esistono sia in città che qui. Ma le persone di fronte alla Natura sono più quello che sono non quello che dicono di essere.

Noi uomini abbiamo creato le città a nostra immagine e somiglianza, ma forse adesso ci siamo ubriacati di noi stessi e abbiamo bisogno di scendere con i piedi per terra e imparare a misurarci con la realtà vera, non con quella addomesticata che abbiamo creato a nostro uso e consumo.

La maggior parte delle persone ha voglia di questo cambiamento. Sente come innaturali le situazioni create artificialmente ed anela ad un ritorno alla naturalezza. Lo capisci quando li vedi perdersi nel bosco ad osservare il verde cangiante delle fronde, o quando apprezzano la puzza del letame nei pascoli. Sono strani. Sono goffi. Sono come adulti che tornano a giocare a pallone dopo 30 anni: sanno che è divertente ma sono impacciati, non hanno la stessa ingenuità dei ragazzini che giocano sul prato accanto.

Il leprotto di Milano non ha scelto di vivere lì. E similmente molte persone non hanno la possibilità di scegliere dove vivere. Ma già rendersi conto, attraverso un po’ di esperienze nel fine settimana o durante le vacanze, di cosa abbiamo lasciato fuori dalle nostre città, sarebbe un primo passo per spogliarsi dall’artificialità e riguadagnare un po’ di naturalezza.

Ascolta “La lepre di periferia” su Spreaker.