A volte il silenzio è la cosa migliore

Premetto che è un pezzo per addetti ai lavori, persone appassionate di editoria, gli altri possono saltarlo a piè pari. Però è un argomento che mi appassiona e vorrei dire la mia…

Riflettendo sullo sciopero dei giornalisti di ieri 16 aprile, terza giornata di un pacchetto che ha visto gli operatori dell’informazione incrociare le braccia dopo quelle del 28 novembre e del 27 marzo, mi è venuta in mente Michele, il protagonista di Ecce Bombo, che, parlando di una festa dice:

Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni in là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”

In un mondo in cui l’interesse per l’informazione tradizionale è in caduta libera, può capitare che i giornalisti scioperino e la maggior parte del pianeta vada avanti come se non fosse accaduto nulla.

Lavorare per i giornali è stato a lungo il mio interesse principale. Iniziato come una missione negli anni ‘Ottanta si è trasformato in un compito sempre meno gratificante fino al 2020, quando ho abbandonato definitivamente quel mondo.

Lo dico solo per spiegare che parlo per aver avuto conoscenza diretta del quarto settore, nello specifico dell’editoria stampata. E ho tantissimi amici che sono stati e sono giornalisti.

Il motivo per cui la categoria sciopera è giustissimo: da dieci anni lavorano senza un contratto di lavoro rinnovato.

Per contro, gli Editori sostengono che il contratto di lavoro dei giornalisti sia talmente tanto favorevole ai dipendenti (con una serie di vantaggi anacronistici) che andrebbe ridiscusso, ma al ribasso. Allineandolo agli altri contratti di lavoro nazionali.

È chiaro che sono solidale con chi difende il proprio posto di lavoro. Ancor di più con quelli che, oltre a difendere il proprio status, cercano di difendere i free lance, i collaboratori a contratto, che sono dei veri e propri schiavi dell’informazione, sottopagati e non considerati (si legga a questo proposito l’articolo del Post).

Ma credo anche che, dopo decenni in cui si è messa la testa sotto la sabbia, abbandonando al loro destino i poligrafici (che fino a poco prima erano stati compagni di barricata), non ponendo questioni sullo sviluppo industriale dei giornali, usando le innovazioni tecnologiche solo per monetizzare degli aumenti in busta paga, piangere ora è poco credibile.

È chiaro che i giornalisti di oggi si trovano in eredità un mondo rovinato dai loro colleghi di ieri. Molti professionisti non hanno assistito all’ingresso del web nel gioco, se lo sono trovato come un dato di fatto. Però è chiaro anche, che è un mondo che scricchiola.

Vi riassumo alcuni fatti.

I grandi editori puri sono spariti. Oggi resta solo il Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport.

Una volta c’era il gruppo GEDI (famiglia Agnelli Elkann) che in rapida sequenza ha venduto: Repubblica, come se fosse una pertinenza di Radio DJ, ad un gruppo greco; la Stampa è stata ceduta ad un piccolo editore che ha già ramazzato sul mercato altre testate locali (parlo della SAE, che dalla GEDI aveva già comprato Il Tirreno, La Nuova Sardegna, La Provincia Pavese ecc); il Secolo XIX, storica testata genovese, è di proprietà del gruppo MSC (che si occupa di crociere, di logistica, di sanità).

C’è Caltagirone che è proprietario de Il Messaggero (Roma), Il Mattino (Napoli), Corriere Adriatico (Ancona), Il Gazzettino (Venezia – Veneto) ma che non è un vero editore, e usa i giornali come strumento di pressione per gli altri suoi business.

C’è Antonio Angelucci, politico ed imprenditore della sanità, che possiede Libero, Il Giornale, Il Tempo, Il Corriere dell’Umbria. Ma anche lui pensa ai giornali solo come uno strumento di potere.

In tutto questo usare la carta stampata non per informare né, e sarebbe altrettanto accettabile, per arricchirsi, ma solo per esercitare pressioni, chi ci è andato di mezzo è la libera informazione.

Quindi i lettori abbandonano i giornali.

Quando io ho iniziato a lavorare in quel mondo (1985) in Italia si vendevano 6 milioni di copie al giorno, quando me ne sono andato (2020) se ne vendevano 1,7 milioni. Un quarto. Oggi (dato riferito al primo semestre 2025) siamo scesi a 1,3 milioni di copie. Comprese le copie digitali. Le stime dicono che in questo aprile 2026 si vende circa 1 milione di copie al giorno.

La pubblicità, che una volta sosteneva l’editoria, abbandona i giornali alla stessa velocità in cui i lettori li abbandonano.

Allora, non si può e non si deve discutere di rinnovare un contratto (anche, ovviamente), ma soprattutto di come rifondare completamente l’informazione in Italia e nel mondo.

Non ho soluzioni pronte (altrimenti farei l’editore e diventerei ricco), ma quello che credo è che bisogna abbandonare la quantità e scegliere la qualità.

C’è un vecchio proverbio arabo, o almeno credo sia arabo, che dice : “Apri la bocca solo se ciò che vuoi dire è più bello del silenzio”.

Alcune indicazioni generali…

Non diventare i megafoni dei politici di turno, che con un microfono davanti sono obbligati a parlare e, naturalmente, non possono dire sempre e solo cose intelligenti. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non dare le notizie fino a quando non sono notizie: non ne possiamo più di ipotesi e opinioni, restiamo ai fatti, please.  A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non confondiamo l’informazione con la pubblicità. Basta pubblicare in modo prono tutto quello che arriva dalle aziende. Ricordate Pierino e il lupo? A forza di dire che questo o quello sono eccellenti avete perso la credibilità. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta guardarsi l’ombelico. Proviamo a spaziare, a dare un quadro extra territoriale. Della solita inchiesta sui ritardi degli autobus non ne possiamo più. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta inseguire il web, mutuandone il linguaggio e la tempestività. Approfondiamo. Verifichiamo. Magari ignoriamo se non vale la pena parlarne. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Mi sono sfogato. Grazie a chi è arrivato fino a qui.

Nel frattempo, leggo la notizia che l’ennesima rivista (WIRED nella fattispecie) smetterà le pubblicazioni.

Forse, più che combattere per il contratto, è tempo di cambiare lavoro…

Povera Italia (e non del calcio)

Ieri, come tantissimi altri, ho assistito alla partita Bosnia-Italia.
Alla fine, mi è anche dispiaciuto un po’ per la mancata qualificazione, in fondo le sere d’estate con i caroselli d’auto sono un piacevole diversivo, ma d’altronde non è una cosa maturata ieri ai rigori, direi che è solo stata sancita ieri, ma era abbastanza nell’aria.

Comunque, non ne capisco abbastanza di calcio da dare giudizi sul fallo da espulsione o sugli schemi di gioco. Così stamattina ho provato a leggere qui è là sui giornali i pareri di persone più competenti. E mi ha incuriosito il titolo della rubrica di Gramellini sul Corriere: “Bastonati”, un giochino di parole che indicava chiaramente il capro espiatorio della “Apocalisse Italia” (come titolava poco sopra un altro pezzo del Corsera).

Va beh, so che non dovevo farlo, ma ci clicco sopra e provo a leggere. È la solita filastrocca di buoni pensieri e luoghi comuni per cui Gramellini è famoso, ma la chiusa mi lascia davvero senza parole.

Gramellini scrive: “Ci consoleranno Sinner e Antonelli, però non è la stessa cosa”.

E allora ho sentito montare la rabbia prima e lo sconforto poi.

Ma come? Siamo davvero così calcio-dipendenti da non poter sopravvivere senza che la nostra nazionale competa ai Mondiali? Senza calcio l’Italia sportiva non esiste?

Per Sinner provo un’ammirazione sconfinata. È un vincente ed un grande campione. Ha la stoffa di chi non molla mai e impara dalle sconfitte. L’ho visto spessissimo in difficoltà e l’ho visto rialzarsi senza i titoloni dei giornali a spingerlo (anzi). In più è simpatico, giovane, intelligente. Non a caso la foto che pubblico qui sopra aveva come commento “L’unico modo per far arrivare l’Italia ai Mondiali”.

Antonelli non lo conosco (non seguo la Formula 1 più di tanto), ma è una giovanissima promessa e sono certo che regalerà delle belle soddisfazioni a noi tifosi.

Ma, e qui arrivo al punto, per Gramellini lo sport italiano sono loro due? Che fine hanno fatto le sciatrici che ci hanno fatto sognare alle Olimpiadi e in Coppa del Mondo? E i loro compagni della velocità? Vi ricordate che incetta di medaglie abbiamo fatto alle Olimpiadi invernali di Cortina?

Che fine ha fatto la nazionale di pallavolo che vince tutto quello che può vincere? E i giovani campioni dell’atletica che ai mondiali indoor in Polonia hanno portato a casa medaglie e record?

Se chiediamo gli sport in cui l’Italia eccelle, l’intelligenza artificiale (che non è il Vangelo) risponde volley, tennis, atletica leggera, scherma, moto gp, nuoto, ciclismo, sci e aggiunge mestamente: “Nota: Nonostante il calcio sia lo sport più seguito e popolare, i risultati recenti delle nazionali maggiori sono stati deludenti rispetto ai successi negli altri sport sopra citati.”

Forse è giunto il momento di ripensare a quali siano gli sport minori.

Giusto Gramellini?

Pane al pane

Da ormai quasi tre anni, mi occupo professionalmente di podcast per conto di Borioula Media Company.
Li scrivo, li interpreto, li produco, ma soprattutto li ascolto.

Ciò non deve stupire: così come lo scrittore di libri dev’essere anche un vorace lettore, parimenti chi scrive e produce podcast dovrebbe ascoltare, ascoltare, ascoltare

Forte di questa premessa, mi aggiungo alla massa di chi si sente titolato per criticare e segnalo quello che, a mio giudizio, è un macroscopico difetto in cui incorrono moltissimi produttori.

I podcast sono fatti per essere ascoltati.

È una cosa evidente, è nella natura stessa del podcast, eppure ci sono moltissimi esempi di scarsa attenzione per chi ascolta.

pocasting

La madre di tutti gli errori sono le registrazioni dei programmi radiofonici: inviti a telefonare o commentare in diretta, riferimenti ad altri programmi che seguono e che ovviamente non ci sono, riferimenti temporali assoluti (“stamattina i giornali sono pieni…”).

Poi ci sono le registrazioni in diretta di eventi live: una conferenza, un monologo a teatro, un dibattito. Nel 90% dei casi non si sentono le domande del pubblico, il protagonista del monologo, essendo un attore, affida parte del suo messaggio alla gestualità che, ovviamente, va persa nel podcast, nei dibattiti le persone intervengono senza dire chi sono e dopo un po’ non ti raccapezzi più.

Ma la cosa che più mi infastidisce sono i videocast, pensati per essere messi su youtube e poi convertiti in tracce audio. Danno per scontato che le persone li stiano guardando, indicano le cose sul tavolo e non le specificano, fanno espressioni buffe e smorfie per sottolineare dei concetti invece di argomentare, mandano “in onda” dei filmati per cui al loro audio si aggiunge un altro audio e la confusione è massima.

Lo so che “del maiale non si butta niente” e la tentazione di convertire un evento, un programma radiofonico o un video in podcast è tanta.

Ma l’ascoltatore finale subisce questa faciloneria e, di conseguenza, il mondo dei podcast viene, almeno parzialmente, squalificato.

La soluzione è aggiungere un commento audio che spieghi quello che succede.

È lavoro in più, ma non poi così tanto. E gli ascoltatori sapranno apprezzarlo.

Post Scriptum come già scritto in altri post, non riesco a pubblicare la versione acoltabile del mio blog a causa del trasloco in corso… ci sentiamo dopo l’estate

Sogni e social

I social sono diventati parte del nostro mondo. Dobbiamo quindi impegnarci a renderli meno inquinati di polemiche sterili e pretestuose

In questi ultimi mesi ho notato che FaceBook (insieme ad Instagram, visto che sono entrambi di proprietà della stessa società) ma anche Twitter, recentemente acquistato da Elon Musk, hanno alzato il volume del rumore di fondo.

Se prima vedevo i post delle persone che seguivo e ogni tanto un annuncio pubblicitario (anche quello personalizzato, nel senso che parla di cose che ho cercato precedentemente su web), adesso vedo un numero maggiore di annunci e un numero spropositato di post facenti parti di gruppi che sono vicini agli argomenti di mio interesse (nel mio caso montagna, scrittura, libri, corsa ecc.)

Credo sia dovuto al calo di interazioni operate dalle persone.

Prima c’erano, ad esempio, sette/otto post originali di persone, due/tre rilanci di notizie da giornali o altri siti, un post di pubblicità e si ricominciava. Adesso le persone “normali” non postano quasi nulla, se non auguri di compleanno e panorami di vecchie gite; i giornali postano praticamente tutte le loro notizie (salvo poi chiederti di abbonarti se ci clicchi sopra), generando tra l’altro un sacco di rilanci con o senza commento da parte di persone normali; la pubblicità targhettizzata (sì lo so, qualcuno lo scrive senza h) è presente in modo massivo, ben superiore agli altri post.

E poi si lamentano se nessuno va più sui social… un po’ come la tv privata, un po’ di pubblicità va bene, ma poi preferisci pagare un canone a Netflix, Sky, Prime, EuroSport ecc e guardare solo quello che ti interessa. Ma questo è un altro discorso.

Bene, in questo rumore di sottofondo, gli unici post che continuano imperterriti ad arrivare sulla mia bacheca sono quelli polemici.

influencer

Mi piace la montagna?
È più probabile che veda un post cretino che paragona gli influencer di oggi a Messner e Bonatti che una notizia vera di qualche scalata.
È più probabile che di Alessandro Filippini, storico dell’alpinismo, esperto di Terre Alte e giornalista della Gazzetta dello Sport, mi arrivi la polemica contro le bandiere di Zani di Linea Bianca piantate su un 4000 che la segnalazione di un successo o di un fallimento himalayano.

Un problema dell’algoritmo? Decisamente no.
Il software mi propone le notizie che sono state più cliccate dalle persone che fanno parte della mia community (amici, altri membri di gruppi simili, persone con gli stessi interessi). FaceBook non sbaglia, è una cartina tornasole del livello dei frequentatori di FaceBook.

Quindi il vero problema sono le persone?

Qui spezzo una lancia per l’umanità: non siamo tutti cretini. O per lo meno, non lo siamo tutto il tempo. Quando navighiamo i social tendiamo a regredire verso l’uomo primitivo. Un po’ come succede quando sei in coda nel traffico. Oppure quando fai il tifo allo stadio.

Che senso ha pubblicare un post che si scaglia con ferocia contro una cosa che tutti sappiamo essere negativa?

“Basta con l’abbandono dei cani in autostrada!”

Lo pubblichi perché pensi di convincere chi sta per lasciare il vecchio Fido legato al guardrail o solo perché hai bisogno del coro di consensi che ti fa sentire un piccolo leader? (o magari meno solo?)

Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che lanciarsi in campagne su temi largamente condivisi, riaffermare i luoghi comuni, allinearsi al pensiero main stream senza contribuire in qualche modo, è inutile, se non persino dannoso quando eleva il livello della polemica, della rabbia.

È un po’ come quando, alzandoci la mattina, ci troviamo in testa i residui emotivi della notte. Possiamo essere spaventati, addolorati, rabbiosi perché qualcuno in un sogno ci ha minacciati, ci ha lasciati, ci ha trattati male. E ci resta una traccia di emozione contro quella persona.

Ma siamo stati noi stessi a creare il sogno. Non l’altro.
E siamo quindi noi a doverci liberare del sogno, dell’emozione residua, a svegliarci del tutto insomma.

Ecco quindi il mio pensiero mattutino: quando navighiamo i social, proviamo a svegliarci un po’. Impariamo a riconoscere le polemiche sterili dai problemi concreti. E soprattutto i fatti dalle rumorose esternazioni da essi provocati.

È un esercizio di ecologia sociale.

Un po’ come quando buttiamo la carta nel cestino e non per terra.
I social sono parte dell’ambiente in cui viviamo.

Facciamolo per noi stessi, quindi, per restare saldamente al comando delle nostre idee. Ma facciamolo anche per i social, per riportarli a quel livello iniziale che li ha resi parte integrante delle nostre vite. Un luogo di cazzeggio e spensieratezza, un luogo di ritrovo in attesa di trovarsi al bar, in palestra, al lavoro.

Ascolta “Sogni & Social” su Spreaker.

Cime Bianche, dubbi enormi

Si parla tanto di come modificare la montagna per renderla più adatta all’uomo… ma non dovrebbe essere l’opposto?

Continuano ad imperversare le polemiche tra sostenitori e detrattori di alcuni lavori in ambiente montano.
Qui vicino a dove vivo io il casus belli è l’impianto a fune nel vallone delle Cime Bianche, ma discussioni simili divampano in Lombardia, in Veneto, sui Monti Sibillini e in molti altri luoghi.
Non è facile giungere ad un giudizio informato, capire chi ha ragione e chi ha torto o persino se c’è una ragione ed un torto.

Io vorrei partire da un punto di vista diverso, forse un po’ utopico, ma più in linea con quelle che sono state e continuano ad essere le mie scelte di vita.
Amo la montagna perché mi aiuta ad essere me stesso. Mi aiuta a comprendere chi davvero io sia. Mi permette di misurarmi su una scala reale e non su parametri opinabili ed illusori.

Mi spiego meglio.

Vallone Cime Bianche con Gran Lago

Mi piace camminare tra i boschi, mi piace raggiungere le o valicare i colli, mi piace andare da un luogo all’altro senza usare mezzi meccanici.

Questo modo di procedere (premettendo che l’obbiettivo è personale e può tranquillamente non essere condiviso dagli altri) mi fa capire quanto io sia in grado autonomamente di soddisfare i miei bisogni.

Ci sono vette che posso raggiungere e altre che mi sono precluse.
Ci sono luoghi che richiedono due ore di cammino e altri che ne richiedono venti o più.
Ovviamente potrei andare in elicottero in vetta (come Mike Bongiorno sul Cervino) o usare l’automobile e dividere per dieci i tempi.
Ma snaturerebbe l’essenza stessa del mio muovermi.
Non lo faccio per la meta, ma per capire se io sono in grado di farlo.

Sciare, per me, è un’estensione di questo concetto.
Non mi interessa lo sci di discesa (anche se mi diverte un sacco), non mi interessa lo sci di fondo (anche se lo considero un’eccellente attività fisica outdoor), mi piace lo sci alpinismo e più precisamente lo sci escursionismo. Mi piace usare le pelli per percorrere anche d’inverno quei sentieri su cui mi muovo quando la neve non c’è.

Fatte queste premesse, trovo insensato (per i miei interessi personali) creare nuovi impianti di collegamento, funivie che raggiungono quote sempre più alte, ciclovie che allargano sentieri e appianano dislivelli, aiuti artificiali per rendere la montagna più accessibile.
Io cerco il modo di migliorare me stesso, di essere sempre più all’altezza della montagna, non di abbassare la montagna per renderla adatta a me.

Sono certo che ci siano ritorni economici che giustificano gli investimenti.
Sono certo che ci siano economie di scala per cui portare mille persone al giorno in un rifugio rende più redditizia la sua gestione e, di conseguenza, più semplice farlo sopravvivere.
Ma sono altrettanto certo di non voler andare in un rifugio per poi credere di essere in un bar del centro di una grande città. Sono certo di non voler faticare per giungere sulla cima di una montagna dove sono arrivate altre centinaia di persone in funivia.

Voi direte: beh questa è una tua scelta, non puoi imporla a tutti. Vorrà dire che cambierai meta per le tue escursioni.
Su questo avete ragione. Ma non sono sicuro di essere solo o in minoranza. Magari ce ne sono molti altri a pensarla come me.

Le migliaia di ambientalisti e di manifestanti sono solamente dei bastian contrari? Dei nostalgici che lottano per un’utopia?

Abbiamo pastorizzato il latte per poterlo far durare decine di giorni e trasportare su e giù per il mondo. Ma adesso non sa più di niente.
Abbiamo asfaltato le strade e le abbiamo trasformate in autostrade per viaggiare più veloci. E non sappiamo più cosa significhi una distanza.
Siamo certi di voler abbattere altri boschi, far nevicare artificialmente dove la neve non c’è più, far convergere centinaia di migliaia di persone in un ambiente dove – naturalmente – le persone non arriverebbero mai o arriverebbero in poche decine?

A volte penso che il vero progresso sia alle nostre spalle, che ci siamo spinti un po’ troppo oltre il buon senso, e che una pausa di riflessione si imponga.
E questo vale non solo per il futuro in montagna, ma anche per tutti gli altri campi dello scibile umano.
Magari le nostre tecnologie sono pronte. Ma lo sono anche il nostro corpo e il nostro cervello?

P.S. come al solito è possibile anche ascoltare il post di oggi…

Ascolta “Cime Bianche, dubbi enormi” su Spreaker.

Cui prodest?

Una riflessione su come l’essere pessimisti può avvelenare la vita e, a conclusione, una recensione del libro “Il dilemma dello sconosciuto”

Nell’eterna contrapposizione tra pessimisti e ottimisti (ed io mi annovero senza dubbio in questo secondo gruppo) i pessimisti considerano come argomento a loro favore, come ultima parola del discorso, il seguente ragionamento: “il pessimista prevede il peggio, se questo si avvera è contento di aver avuto ragione; se invece non si avvera, si consola perché le cose sono andate meglio del previsto”

Sembra una posizione sensata e logica, che ne dite?

Beh, io dico che è profondamente sbagliata.

In primo luogo, prevedere il peggio innesca un meccanismo pericoloso che in sociologia viene definito “profezia autoavverante” (qui il link a Wikipedia). Per fare un esempio concreto, se sono convinto di non passare un test arriverò davanti all’esaminatore balbettante e poco sicuro di me stesso e il test non lo passerò non perché non sono preparato ma per la paura di non passarlo. Oppure, per quelli della mia età, se mi misuro la pressione questa si alzerà (o abbasserà a seconda della patologia che temo di avere) solo per il fatto che la sto misurando.

Ma c’è un secondo e più importante motivo per cui è sbagliato l’atteggiamento descritto prima. Se affronto la vita con un atteggiamento pessimista, negativo, non sarò aperto a cogliere le cose buone che avvengono, persino in uno sviluppo sfavorevole.

Io preferisco aspettarmi il meglio dalla vita.
E mentre attendo che il meglio succeda, vivrò sereno e non preoccupato. Se poi non dovesse accadere, poco male, almeno non avrò sofferto prima del tempo (il concetto è ben riassunto nel proverbio: “È inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta”).

cui prodest

Ma questo tipo di negatività rovina la vita in moltissime altre situazioni.

Pensate alle persone sospettose. Ogni loro rapporto con gli altri è filtrato da un velo di dubbio. Perché sta facendo questo? Che benefici pensa di ottenere? Mi ha detto che gli piace una cosa che ho fatto, dirà il vero o mi starà prendendo in giro?

Oppure i paranoici, che vedono un disegno malevolo in ogni cosa che gli capita. È morto il mio gatto, il veterinario ce l’aveva con me e non lo ha curato con attenzione. Ho trovato la macchina con una strisciata nel sovraffollato parcheggio del supermercato, chi mi ha seguito per farmi questo dispetto?

O anche i dubbiosi. Sono indeciso se andare al mare o in montagna, magari farà freddo in spiaggia, magari pioverà all’alpeggio… ed intanto resto a casa. Sono incerto se cambiare lavoro o meno, ed intanto vivo insoddisfatto del lavoro che faccio e invidioso dei colleghi il cui posto mi è stato proposto.

Personalmente ho una formuletta che mi aiuta in questi casi. È in latino e viene dai miei studi di giurisprudenza: Cui prodest? A chi conviene?

Nei gialli serve a comprendere chi beneficia di un delitto per indirizzare l’indagine, ma nel mio caso la uso solo per contenere il naturale effetto negativo degli atteggiamenti di cui ho parlato sopra.

Ti conviene davvero essere pessimista? Prepararsi al peggio e vivere nel timore di quello che sta per accadere ti conviene?

Che vantaggio verrebbe al tuo interlocutore nel darti un giudizio diverso da quello che pensa davvero?

Perché qualcuno dovrebbe ammazzare il tuo gatto o strisciare la tua macchina? Che vantaggio ne ricaverebbe?

Il tentennare perenne tra una scelta ed un’altra o, ancor peggio, fatta una scelta rimuginare sull’altra opzione, ti conviene? Ti fa vivere meglio?

Provate a domandarvi se il vostro atteggiamento, dettato dalla prudenza o dalla paura (che sono comunque validissimi meccanismi di sicurezza), vi conviene o meno. Potreste stupirvi delle vostre stesse risposte.

Il dilemma dello sconosciuto

Prima di salutarvi desidero parlarvi ancora di un libro che a questo argomento è strettamente collegato.

Si tratta de “Il dilemma dello sconosciuto” del giornalista Malcom Gladwell. In questo saggio, l’autore analizza l’umana difficoltà nel valutare correttamente ciò che non conosciamo.

Parte da un fatto di cronaca. Una ragazza di colore, una giovane universitaria appartenente ad una famiglia benestante, viene fermata da un poliziotto per un controllo di routine. In un’escalation assurda di reciproci sospetti, l’agente decide di arrestarla e lei, in carcere si suiciderà. Una morte assurda ed immotivata.

Quando Gladwell apprende la storia dal giornale, decide di capire con l’aiuto di scienziati e psicologi, perché un controllo di routine è diventato una tragedia. E nel farlo scardina alcune delle convinzioni più comuni.

Un libro godibilissimo. Un saggio accurato che ci apre gli occhi.

Il dilemma dello sconosciuto
Malcom Gladwell
Edizioni UTET
360 pp / 20 euro

Cliccando sul widget qui sotto potete ascoltare il post letto direttamente da me.

Ascolta “Cui prodest?” su Spreaker.

Elogio dell’errore

L’errore non è un male, imparare a riconoscerlo ed evitarlo ci porta verso la perfezione. E ammettere i propri errori ci trasforma in persone migliori.

Una delle doti che più ho imparato ad apprezzare nelle persone è la capacità di ammettere i propri errori. Magari perché è una di quelle virtù che si incontrano davvero raramente.

L’errore è insito nell’agire umano, mi verrebbe quasi da dire che lo caratterizza. Tutti sbagliano. Guccini, nella divertentissima Genesi, cantava “chi non fa, non falla”: l’unico metodo per non sbagliare è quello di non fare nulla, di rifuggire decisioni, scelte, azioni. Ma nella mia personale classifica di cose da abborrire, l’inazione è sicuramente nella top five.

L’errore è sintomo di progresso.
A meno che non ci si incaponisca a fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi (che Albert Einstein considerava sintomo di follia), lo sbaglio coincide con l’opportunità di trovare la strada giusta.

Sbagliare è anche una palestra fenomenale per lavorare sulla nostra forza di volontà. Immagino le centinaia se non le migliaia di ore passate da un musicista professionista per provare un brano o da un campione dello sport per acquisire un movimento tecnico: l’errore è la boa che segna il percorso verso la perfezione.

L’errore è anche un fondamentale memento della nostra fallacia: ci sbatte in faccia che non siamo dio, ci obbliga ad un salutare bagno di umiltà.

Insomma, tutto possiamo dire dell’errore salvo che è un male.

cappello asino

Allora tornando al mio punto di partenza, il modo in cui si reagisce ad un errore è il termometro del valore di una persona.

Gli uomini con più esperienza, quelli saggi, imparano a riconoscere i propri errori e quelli degli altri. Cercano di comprenderne la causa e, lavorando su essa, ripetono l’azione evitando di ripetere l’errore. È la virtuosa (seppur faticosa) salita verso il successo di cui parlavo prima.

Ammettere un proprio errore è il secondo passo (dopo averlo riconosciuto) verso l’elevazione.

Assumersi la responsabilità di un errore è pratica poco comune ma necessaria al miglioramento. Chi non riesce a farlo dimostra a tutti la propria insicurezza, la paura di affrontare il giudizio altrui.
La cosa curiosa è che la predisposizione a negare la propria responsabilità viaggia di pari passo con la tendenza a giudicare (e condannare proterviamente) gli errori altrui.

Ma queste persone hanno un problema maggiore: devono vivere (e atteggiarsi) all’altezza di questa loro supposta infallibilità. Scoprirete dunque che danno giudizi ad ogni pié sospinto, consigli anche quando non gli vengono richiesti, che si inalberano se una loro affermazione o presa di posizione viene discussa o, non sia mai, confutata.

La loro apparente sicurezza è così fragile da non poter accettare critiche, valutazioni, consigli.

Sono i classici giganti con i piedi di argilla, una razza completamente diversa dai giganti veri che non temono di mettere in discussione le loro idee e di ammettere – qualora fosse il caso – i loro errori.

I primi vivono una vita tesa, sempre sul chi va là, con una perenne necessità di conferme e una spasmodica ricerca di approvazione. I secondi vivono sereni, accettando la loro fallacità, crescendo e migliorando di errore in errore.

Personalmente cerco di seguire questa via, ben conscio non solo della mia fallibilità ma anche dei numerosi limiti che i miei errori evidenziano. E sono grato a tutti coloro che mi segnalano (a prescindere dal motivo per cui lo fanno) un mio errore, nella speranza di comprenderlo e di imparare come non ripeterlo.

Ascolta “Elogio dell'errore” su Spreaker.

Il paradosso del pizzaiolo

Una scelta troppo vasta paralizza sia in pizzeria che nella vita, dobbiamo imparare a scegliere le cose di cui abbiamo bisogno e non accettare tutto ciò che ci viene proposto

Ogni pizzeria che si rispetti ha un menù diviso tra pizze classiche e pizze speciali. Le classiche le conosciamo tutti (e di solito saltiamo quella pagina), tra le speciali troviamo alcuni temi ricorrenti e alcune fantasie del pizzaiolo. Poi ci sono le varianti (integrale, cereali, bianca ecc) che moltiplicano ulteriormente le scelte. L’avventore si trova a dover decidere tra decine e decine di possibili soluzioni con il risultato finale che legge e rilegge il menù fino ad essere paralizzato. E il pizzaiolo che con tanta passione ha redatto quell’elenco si trova ad avere, invece che un cliente soddisfatto, un cliente indeciso.

pizza

Riflettevo su come anche in editoria valga lo stesso paradosso.
Nel 2018 in Italia sono stati pubblicati 75.758 libri (cfr qui) che significa 1.457 titoli a settimana, o se preferite 207 nuovi titoli ogni giorno. E siamo in Italia, un paese dove solo 4 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno.
Un povero cristo come me, che pure è considerato un “lettore forte” nelle statistiche con un libro a settimana, si trova a dover scegliere ogni giorno in un menù pizzeria composto da almeno 200 nuove proposte ogni volta che entra in libreria.
Altro che essere paralizzato! Non riesco a leggere i classici, non riesco a rileggere i libri che mi sono piaciuti e non mi avvicino neppure a restare aggiornato sulle novità letterarie.

Così finisce che leggo seguendo l’intuizione del momento. E se proprio devo scegliere, finisco che mi focalizzo su un argomento speciale del quale leggo i classici e magari le nuove uscite più promettenti.
È stato così per la letteratura di montagna, per i libri che parlano di natura e foreste, per i libri relativi alla corsa, per i saggi sulla creatività e via dicendo.
C’è di buono che, anche se la scelta è praticamente infinita, ho una ragionevole certezza che esistono migliaia di titoli che posso tranquillamente ignorare senza timore di perdere qualcosa di importante per me.

A questo punto sorge il dubbio: è mia la colpa o è degli editori che offrono troppo?

In realtà penso che la colpa sia del progresso, o meglio di come noi intendiamo il progresso.
Nell’immaginario comune, una scelta ampia è sinonimo di alta qualità.
Abbiamo praticamente tutto ciò che ci serve. Per invogliarci a spendere (sappiamo tutti che l’economia deve girare e che da tempo abbiamo accettato concetti come il consumismo e l’obsolescenza programmata) le aziende ci offrono un catalogo infinito di prodotti. Da qualche tempo è persino possibile personalizzare alcuni oggetti in modo che ne esista solo una versione, quella progettata da me e per me (ad esempio alcuni brand di calzature sportive permettevano di aggiungere scritte sulle scarpe, ma ci sono automobili per le quali il numero di optional è talmente alto da rendere la tua macchina unica).
Invece bisogna tornare indietro, il compito dell’editore dovrebbe essere quello di selezionare dei libri che valga la pena leggere, non dei libri che riuscirà a vendere.
E lo stesso discorso vale in tutti i campi della nostra esistenza.
Ritornare ad un minimalismo dei desideri, dove esistono pochi grandi sogni invece che una pletora di voglie passeggere.
La strada verso le grandi imprese passa proprio da qui.
San Francesco d’Assisi, che di povertà se ne intendeva, diceva:

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Troppo sovente confondiamo quantità e qualità.
In questo mondo inquinato dalla filosofia dell’All you can eat, diventiamo bulimici di esperienze, di emozioni, di risultati.
Invece dobbiamo imparare a rifiutare ciò che ci viene offerto se, effettivamente, non ne abbiamo bisogno.
Dobbiamo imparare a scegliere, a distillare dal catalogo delle esperienze che ci vengono proposte solo quelle che davvero sentiamo di dover fare.

Il rischio è che, nel tentativo di fare tutto, restiamo paralizzati a scorrere avanti ed indietro il menù della vita.

Ascolta “Il paradosso del pizzaiolo” su Spreaker.

La magnifica utopia

Ieri sera sono tornato a Milano.
Non la Milano del lavoro e della moda, ma quella Milano che ho imparato ad amare. La Milano dove le cose succedono. Dove il freddo della metropoli è temperato da una rete sotterranea ma percepibilissima di rapporti e valori umani.

Il 13 agosto scorso, in Francia, è morto Gino Strada.
Il senso di stupore prima e di perdita dopo, è stato significato dalle decine di messaggi che ho ricevuto. Tutti uguali. E’ stato un uomo che ha saputo farsi amare oltre che ammirare.

Gino Strada

Ieri sera, dunque, al Teatro del Verme nel cuore di Milano, Emergency – la creatura che Teresa e Gino Strada hanno fondato – si è stretta per ricordarlo.

Non è stata una cerimonia triste, ma di speranza.
Sul palco si sono succedute qualche decina di persone (forse dovrei dire di personaggi, ma credo che ieri fossero prima di tutto persone).
Dalla sala li abbiamo riconosciuti tutti, ma il loro nome veniva pronunciato a malapena: lo scopo era dare voce alle parole di Gino Strada.
Per due ore l’aria è stata riempita di spezzoni tratti da libri, da articoli, da discorsi. Frammenti di frasi ma un unico grande progetto ben riassunto nel titolo della serata: “Non esistono scommesse impossibili”.

La scommessa sembrava impossibile, ma come diceva lui “Ogni cosa fatta è fatta. Per quanto piccolo, ogni passo ci avvicina all’obbiettivo”.

E il nuovo obbiettivo è incredibilmente sfidante: abolire la guerra.
E questo è il lascito, il mandato, che Gino Strada ha affidato all’associazione e a tutti noi.

Non serve di certo che ricordi le cose che ha fatto.
La creazione di Emergency e attraverso essa la creazione di decine di ospedali di eccellenza dove sono stati curati oltre dieci milioni di persone.
Ma voglio dire cosa ha fatto per me.

Gino Strada era (ed è) uno dei miei punti di riferimento.
Era la prova che con il lavoro e l’ostinazione i valori diventano fatti.
Come diceva lui “ogni utopia è un sogno non ancora realizzato”.

La lucidità del pensiero di Gino Strada. La sua capacità di “sfrondare ogni progetto dalle difficoltà secondarie per attaccare il cuore del problema”. L’incredibile dirittura morale completamente scevra di ogni retorica o di secondo fine autocelebrativo. La capacità di non venire a compromessi per raggiungere il risultato.
Sono queste le doti che io e moltissime delle persone presenti in sala cerchiamo di emulare.

Ieri Beppe Sala (l’amico di Gino Strada, non solo il sindaco di Milano) ha detto che in democrazia uno vale uno, ma che quando si guarda a realizzare i progetti, è raro che valga la stessa regola.
Sono parole vere e bellissime. E danno il senso di quanto mancherà il contributo dell’uomo che ieri sera abbiamo celebrato.

Concludo questa brevissima riflessione con un’altra nota personale.
Avrete notato che mi sono sempre riferito a lui citandolo per nome e cognome.
Eppure mi verrebbe così naturale dire semplicemente “Gino”.
Perché lo sento vicino a me. Mi sembra di conoscerlo e di riconoscere in lui una parte fondante dei miei principi morali.
Ma non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona, di stringergli la mano.
E non per questo il suo influsso su di me è stato minore.

Allora, mentre guidavo verso casa nella notte, riflettevo.
La vera statura di un uomo si riconosce anche dal segno che lascia sugli altri.
E per farlo non c’è bisogno di sorrisi e strette di mano, non c’è bisogno di copertura mediatica e di visibilità social.
C’è bisogno di una persona vera. Una persona per cui parlano le sue azioni. Una persona che dice quello che pensa, che fa quello che dice.

E’ un’altra importante lezione che ho imparato ieri sera.
Negli ultimi anni mi sono allontanato dal mondo artificiale creato dall’uomo per tornare al mondo reale.
Il nuovo viaggio mi deve allontanare dalle persone artificiali per cercare quelle reali.
E la prima persona da cambiare sono io.

Grazie Gino, grazie Emergency.

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Emozioni d’autunno

Le elezioni amministrative e lo scandalo FaceBook mostrano come vengano usate le emozioni per manipolare le nostre azioni

Dopo tanto tempo, eccomi di nuovo qui a riflettere e condividere i miei pensieri.
L’autunno è alle porte, fuori dalla finestra la pioggia scende ormai da due giorni e ho dovuto accendere la stufa prima e il riscaldamento poi, per cacciare l’umidità che mi entrava nelle ossa.

Sono successe tante cose durante l’estate. Belle e brutte, ma tutte sono state occasione di grandi emozioni che mi hanno fatto sentire vivo.

Ho ripreso la penna in mano mentre, ieri sera, ascoltavo i primi commenti post elezioni amministrative.
Al di là di chi ha vinto e chi ha perso, ho sentito più voci concordare sull’importanza di abbassare i toni, spegnere le polemiche futili e gli attacchi ad personam. Cito tra queste voci quella del neo eletto (o meglio rieletto) sindaco di Milano Beppe Sala e quella del nuovo governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Uno di sinistra e uno di destra, accomunati dalla vittoria netta e dall’aver optato per una campagna incentrata sugli argomenti e scevra di polemiche.

autunno ad Emarese

Ieri è stata anche la giornata in cui il mondo digitale di Zuckemberg, FaceBook, Instagram e WhatsApp, è crollato per un problema tecnico in molti paesi del mondo e per alcune ore.
E’ curioso come ciò sia avvenuto poco dopo che Frances Haugen, una ex manager di FaceBook, avesse denunciato in un programma televisivo e in un’intervista sulla carta stampata, il fatto che esistesse la consapevolezza che le polemiche e la polarizzazione delle posizioni rendessero più attivi gli utenti.

In parole povere: quando siamo incazzati tendiamo a mettere più “mi piace” e a condividere più post e, persino, a cliccare più volentieri su pubblicità e inserzioni sponsorizzate.
Probabilmente ciò avviene anche per le emozioni positive, l’amore o la gioia, ma a quanto pare la rabbia e l’indignazione sono più facili da cavalcare.

Quindi gli algoritmi di FaceBook (cioè le regole informatiche che regolano il mondo di quel social) tendevano a premiare chi alimenta la polemica piuttosto di chi cerca di sedarla.

Nella giornata in cui il karma digitale ci ha privati di parte dei social abbiamo avuto la nostra occasione di tornare alla vita reale. Lo abbiamo fatto? E’ stata un’opportunità per iniziare la disintossicazione?
Per quanto mi riguarda, no. Anche se mi sono accorto dei down solo in tarda serata e questo, probabilmente, vuol dire che non dipendo ancora dalle app.

Ricapitolando: le emozioni sono il principale motivo per cui vale la pena vivere ma sono anche il nostro punto debole, la leva che tocca chi vuole manipolarci, politici, pubblicitari, influencer, persino Zuckemberg.

Una volta che ci siamo resi conto di questa cosa, dovremmo alzare una barriera. Non per evitare le emozioni, ma per proteggerle da chi vuole usarle contro di noi.
Questa barriera si chiama consapevolezza o, se preferite, libero arbitrio, pensiero indipendente, e – in ultima analisi – libertà.

E’ un tema lungo e complesso quanto affascinante.
Ci tornerò presto…

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