Cime Bianche, dubbi enormi

Si parla tanto di come modificare la montagna per renderla più adatta all’uomo… ma non dovrebbe essere l’opposto?

Continuano ad imperversare le polemiche tra sostenitori e detrattori di alcuni lavori in ambiente montano.
Qui vicino a dove vivo io il casus belli è l’impianto a fune nel vallone delle Cime Bianche, ma discussioni simili divampano in Lombardia, in Veneto, sui Monti Sibillini e in molti altri luoghi.
Non è facile giungere ad un giudizio informato, capire chi ha ragione e chi ha torto o persino se c’è una ragione ed un torto.

Io vorrei partire da un punto di vista diverso, forse un po’ utopico, ma più in linea con quelle che sono state e continuano ad essere le mie scelte di vita.
Amo la montagna perché mi aiuta ad essere me stesso. Mi aiuta a comprendere chi davvero io sia. Mi permette di misurarmi su una scala reale e non su parametri opinabili ed illusori.

Mi spiego meglio.

Vallone Cime Bianche con Gran Lago

Mi piace camminare tra i boschi, mi piace raggiungere le o valicare i colli, mi piace andare da un luogo all’altro senza usare mezzi meccanici.

Questo modo di procedere (premettendo che l’obbiettivo è personale e può tranquillamente non essere condiviso dagli altri) mi fa capire quanto io sia in grado autonomamente di soddisfare i miei bisogni.

Ci sono vette che posso raggiungere e altre che mi sono precluse.
Ci sono luoghi che richiedono due ore di cammino e altri che ne richiedono venti o più.
Ovviamente potrei andare in elicottero in vetta (come Mike Bongiorno sul Cervino) o usare l’automobile e dividere per dieci i tempi.
Ma snaturerebbe l’essenza stessa del mio muovermi.
Non lo faccio per la meta, ma per capire se io sono in grado di farlo.

Sciare, per me, è un’estensione di questo concetto.
Non mi interessa lo sci di discesa (anche se mi diverte un sacco), non mi interessa lo sci di fondo (anche se lo considero un’eccellente attività fisica outdoor), mi piace lo sci alpinismo e più precisamente lo sci escursionismo. Mi piace usare le pelli per percorrere anche d’inverno quei sentieri su cui mi muovo quando la neve non c’è.

Fatte queste premesse, trovo insensato (per i miei interessi personali) creare nuovi impianti di collegamento, funivie che raggiungono quote sempre più alte, ciclovie che allargano sentieri e appianano dislivelli, aiuti artificiali per rendere la montagna più accessibile.
Io cerco il modo di migliorare me stesso, di essere sempre più all’altezza della montagna, non di abbassare la montagna per renderla adatta a me.

Sono certo che ci siano ritorni economici che giustificano gli investimenti.
Sono certo che ci siano economie di scala per cui portare mille persone al giorno in un rifugio rende più redditizia la sua gestione e, di conseguenza, più semplice farlo sopravvivere.
Ma sono altrettanto certo di non voler andare in un rifugio per poi credere di essere in un bar del centro di una grande città. Sono certo di non voler faticare per giungere sulla cima di una montagna dove sono arrivate altre centinaia di persone in funivia.

Voi direte: beh questa è una tua scelta, non puoi imporla a tutti. Vorrà dire che cambierai meta per le tue escursioni.
Su questo avete ragione. Ma non sono sicuro di essere solo o in minoranza. Magari ce ne sono molti altri a pensarla come me.

Le migliaia di ambientalisti e di manifestanti sono solamente dei bastian contrari? Dei nostalgici che lottano per un’utopia?

Abbiamo pastorizzato il latte per poterlo far durare decine di giorni e trasportare su e giù per il mondo. Ma adesso non sa più di niente.
Abbiamo asfaltato le strade e le abbiamo trasformate in autostrade per viaggiare più veloci. E non sappiamo più cosa significhi una distanza.
Siamo certi di voler abbattere altri boschi, far nevicare artificialmente dove la neve non c’è più, far convergere centinaia di migliaia di persone in un ambiente dove – naturalmente – le persone non arriverebbero mai o arriverebbero in poche decine?

A volte penso che il vero progresso sia alle nostre spalle, che ci siamo spinti un po’ troppo oltre il buon senso, e che una pausa di riflessione si imponga.
E questo vale non solo per il futuro in montagna, ma anche per tutti gli altri campi dello scibile umano.
Magari le nostre tecnologie sono pronte. Ma lo sono anche il nostro corpo e il nostro cervello?

P.S. come al solito è possibile anche ascoltare il post di oggi…

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Cui prodest?

Una riflessione su come l’essere pessimisti può avvelenare la vita e, a conclusione, una recensione del libro “Il dilemma dello sconosciuto”

Nell’eterna contrapposizione tra pessimisti e ottimisti (ed io mi annovero senza dubbio in questo secondo gruppo) i pessimisti considerano come argomento a loro favore, come ultima parola del discorso, il seguente ragionamento: “il pessimista prevede il peggio, se questo si avvera è contento di aver avuto ragione; se invece non si avvera, si consola perché le cose sono andate meglio del previsto”

Sembra una posizione sensata e logica, che ne dite?

Beh, io dico che è profondamente sbagliata.

In primo luogo, prevedere il peggio innesca un meccanismo pericoloso che in sociologia viene definito “profezia autoavverante” (qui il link a Wikipedia). Per fare un esempio concreto, se sono convinto di non passare un test arriverò davanti all’esaminatore balbettante e poco sicuro di me stesso e il test non lo passerò non perché non sono preparato ma per la paura di non passarlo. Oppure, per quelli della mia età, se mi misuro la pressione questa si alzerà (o abbasserà a seconda della patologia che temo di avere) solo per il fatto che la sto misurando.

Ma c’è un secondo e più importante motivo per cui è sbagliato l’atteggiamento descritto prima. Se affronto la vita con un atteggiamento pessimista, negativo, non sarò aperto a cogliere le cose buone che avvengono, persino in uno sviluppo sfavorevole.

Io preferisco aspettarmi il meglio dalla vita.
E mentre attendo che il meglio succeda, vivrò sereno e non preoccupato. Se poi non dovesse accadere, poco male, almeno non avrò sofferto prima del tempo (il concetto è ben riassunto nel proverbio: “È inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta”).

cui prodest

Ma questo tipo di negatività rovina la vita in moltissime altre situazioni.

Pensate alle persone sospettose. Ogni loro rapporto con gli altri è filtrato da un velo di dubbio. Perché sta facendo questo? Che benefici pensa di ottenere? Mi ha detto che gli piace una cosa che ho fatto, dirà il vero o mi starà prendendo in giro?

Oppure i paranoici, che vedono un disegno malevolo in ogni cosa che gli capita. È morto il mio gatto, il veterinario ce l’aveva con me e non lo ha curato con attenzione. Ho trovato la macchina con una strisciata nel sovraffollato parcheggio del supermercato, chi mi ha seguito per farmi questo dispetto?

O anche i dubbiosi. Sono indeciso se andare al mare o in montagna, magari farà freddo in spiaggia, magari pioverà all’alpeggio… ed intanto resto a casa. Sono incerto se cambiare lavoro o meno, ed intanto vivo insoddisfatto del lavoro che faccio e invidioso dei colleghi il cui posto mi è stato proposto.

Personalmente ho una formuletta che mi aiuta in questi casi. È in latino e viene dai miei studi di giurisprudenza: Cui prodest? A chi conviene?

Nei gialli serve a comprendere chi beneficia di un delitto per indirizzare l’indagine, ma nel mio caso la uso solo per contenere il naturale effetto negativo degli atteggiamenti di cui ho parlato sopra.

Ti conviene davvero essere pessimista? Prepararsi al peggio e vivere nel timore di quello che sta per accadere ti conviene?

Che vantaggio verrebbe al tuo interlocutore nel darti un giudizio diverso da quello che pensa davvero?

Perché qualcuno dovrebbe ammazzare il tuo gatto o strisciare la tua macchina? Che vantaggio ne ricaverebbe?

Il tentennare perenne tra una scelta ed un’altra o, ancor peggio, fatta una scelta rimuginare sull’altra opzione, ti conviene? Ti fa vivere meglio?

Provate a domandarvi se il vostro atteggiamento, dettato dalla prudenza o dalla paura (che sono comunque validissimi meccanismi di sicurezza), vi conviene o meno. Potreste stupirvi delle vostre stesse risposte.

Il dilemma dello sconosciuto

Prima di salutarvi desidero parlarvi ancora di un libro che a questo argomento è strettamente collegato.

Si tratta de “Il dilemma dello sconosciuto” del giornalista Malcom Gladwell. In questo saggio, l’autore analizza l’umana difficoltà nel valutare correttamente ciò che non conosciamo.

Parte da un fatto di cronaca. Una ragazza di colore, una giovane universitaria appartenente ad una famiglia benestante, viene fermata da un poliziotto per un controllo di routine. In un’escalation assurda di reciproci sospetti, l’agente decide di arrestarla e lei, in carcere si suiciderà. Una morte assurda ed immotivata.

Quando Gladwell apprende la storia dal giornale, decide di capire con l’aiuto di scienziati e psicologi, perché un controllo di routine è diventato una tragedia. E nel farlo scardina alcune delle convinzioni più comuni.

Un libro godibilissimo. Un saggio accurato che ci apre gli occhi.

Il dilemma dello sconosciuto
Malcom Gladwell
Edizioni UTET
360 pp / 20 euro

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Elogio dell’errore

L’errore non è un male, imparare a riconoscerlo ed evitarlo ci porta verso la perfezione. E ammettere i propri errori ci trasforma in persone migliori.

Una delle doti che più ho imparato ad apprezzare nelle persone è la capacità di ammettere i propri errori. Magari perché è una di quelle virtù che si incontrano davvero raramente.

L’errore è insito nell’agire umano, mi verrebbe quasi da dire che lo caratterizza. Tutti sbagliano. Guccini, nella divertentissima Genesi, cantava “chi non fa, non falla”: l’unico metodo per non sbagliare è quello di non fare nulla, di rifuggire decisioni, scelte, azioni. Ma nella mia personale classifica di cose da abborrire, l’inazione è sicuramente nella top five.

L’errore è sintomo di progresso.
A meno che non ci si incaponisca a fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi (che Albert Einstein considerava sintomo di follia), lo sbaglio coincide con l’opportunità di trovare la strada giusta.

Sbagliare è anche una palestra fenomenale per lavorare sulla nostra forza di volontà. Immagino le centinaia se non le migliaia di ore passate da un musicista professionista per provare un brano o da un campione dello sport per acquisire un movimento tecnico: l’errore è la boa che segna il percorso verso la perfezione.

L’errore è anche un fondamentale memento della nostra fallacia: ci sbatte in faccia che non siamo dio, ci obbliga ad un salutare bagno di umiltà.

Insomma, tutto possiamo dire dell’errore salvo che è un male.

cappello asino

Allora tornando al mio punto di partenza, il modo in cui si reagisce ad un errore è il termometro del valore di una persona.

Gli uomini con più esperienza, quelli saggi, imparano a riconoscere i propri errori e quelli degli altri. Cercano di comprenderne la causa e, lavorando su essa, ripetono l’azione evitando di ripetere l’errore. È la virtuosa (seppur faticosa) salita verso il successo di cui parlavo prima.

Ammettere un proprio errore è il secondo passo (dopo averlo riconosciuto) verso l’elevazione.

Assumersi la responsabilità di un errore è pratica poco comune ma necessaria al miglioramento. Chi non riesce a farlo dimostra a tutti la propria insicurezza, la paura di affrontare il giudizio altrui.
La cosa curiosa è che la predisposizione a negare la propria responsabilità viaggia di pari passo con la tendenza a giudicare (e condannare proterviamente) gli errori altrui.

Ma queste persone hanno un problema maggiore: devono vivere (e atteggiarsi) all’altezza di questa loro supposta infallibilità. Scoprirete dunque che danno giudizi ad ogni pié sospinto, consigli anche quando non gli vengono richiesti, che si inalberano se una loro affermazione o presa di posizione viene discussa o, non sia mai, confutata.

La loro apparente sicurezza è così fragile da non poter accettare critiche, valutazioni, consigli.

Sono i classici giganti con i piedi di argilla, una razza completamente diversa dai giganti veri che non temono di mettere in discussione le loro idee e di ammettere – qualora fosse il caso – i loro errori.

I primi vivono una vita tesa, sempre sul chi va là, con una perenne necessità di conferme e una spasmodica ricerca di approvazione. I secondi vivono sereni, accettando la loro fallacità, crescendo e migliorando di errore in errore.

Personalmente cerco di seguire questa via, ben conscio non solo della mia fallibilità ma anche dei numerosi limiti che i miei errori evidenziano. E sono grato a tutti coloro che mi segnalano (a prescindere dal motivo per cui lo fanno) un mio errore, nella speranza di comprenderlo e di imparare come non ripeterlo.

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Il paradosso del pizzaiolo

Una scelta troppo vasta paralizza sia in pizzeria che nella vita, dobbiamo imparare a scegliere le cose di cui abbiamo bisogno e non accettare tutto ciò che ci viene proposto

Ogni pizzeria che si rispetti ha un menù diviso tra pizze classiche e pizze speciali. Le classiche le conosciamo tutti (e di solito saltiamo quella pagina), tra le speciali troviamo alcuni temi ricorrenti e alcune fantasie del pizzaiolo. Poi ci sono le varianti (integrale, cereali, bianca ecc) che moltiplicano ulteriormente le scelte. L’avventore si trova a dover decidere tra decine e decine di possibili soluzioni con il risultato finale che legge e rilegge il menù fino ad essere paralizzato. E il pizzaiolo che con tanta passione ha redatto quell’elenco si trova ad avere, invece che un cliente soddisfatto, un cliente indeciso.

pizza

Riflettevo su come anche in editoria valga lo stesso paradosso.
Nel 2018 in Italia sono stati pubblicati 75.758 libri (cfr qui) che significa 1.457 titoli a settimana, o se preferite 207 nuovi titoli ogni giorno. E siamo in Italia, un paese dove solo 4 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno.
Un povero cristo come me, che pure è considerato un “lettore forte” nelle statistiche con un libro a settimana, si trova a dover scegliere ogni giorno in un menù pizzeria composto da almeno 200 nuove proposte ogni volta che entra in libreria.
Altro che essere paralizzato! Non riesco a leggere i classici, non riesco a rileggere i libri che mi sono piaciuti e non mi avvicino neppure a restare aggiornato sulle novità letterarie.

Così finisce che leggo seguendo l’intuizione del momento. E se proprio devo scegliere, finisco che mi focalizzo su un argomento speciale del quale leggo i classici e magari le nuove uscite più promettenti.
È stato così per la letteratura di montagna, per i libri che parlano di natura e foreste, per i libri relativi alla corsa, per i saggi sulla creatività e via dicendo.
C’è di buono che, anche se la scelta è praticamente infinita, ho una ragionevole certezza che esistono migliaia di titoli che posso tranquillamente ignorare senza timore di perdere qualcosa di importante per me.

A questo punto sorge il dubbio: è mia la colpa o è degli editori che offrono troppo?

In realtà penso che la colpa sia del progresso, o meglio di come noi intendiamo il progresso.
Nell’immaginario comune, una scelta ampia è sinonimo di alta qualità.
Abbiamo praticamente tutto ciò che ci serve. Per invogliarci a spendere (sappiamo tutti che l’economia deve girare e che da tempo abbiamo accettato concetti come il consumismo e l’obsolescenza programmata) le aziende ci offrono un catalogo infinito di prodotti. Da qualche tempo è persino possibile personalizzare alcuni oggetti in modo che ne esista solo una versione, quella progettata da me e per me (ad esempio alcuni brand di calzature sportive permettevano di aggiungere scritte sulle scarpe, ma ci sono automobili per le quali il numero di optional è talmente alto da rendere la tua macchina unica).
Invece bisogna tornare indietro, il compito dell’editore dovrebbe essere quello di selezionare dei libri che valga la pena leggere, non dei libri che riuscirà a vendere.
E lo stesso discorso vale in tutti i campi della nostra esistenza.
Ritornare ad un minimalismo dei desideri, dove esistono pochi grandi sogni invece che una pletora di voglie passeggere.
La strada verso le grandi imprese passa proprio da qui.
San Francesco d’Assisi, che di povertà se ne intendeva, diceva:

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Troppo sovente confondiamo quantità e qualità.
In questo mondo inquinato dalla filosofia dell’All you can eat, diventiamo bulimici di esperienze, di emozioni, di risultati.
Invece dobbiamo imparare a rifiutare ciò che ci viene offerto se, effettivamente, non ne abbiamo bisogno.
Dobbiamo imparare a scegliere, a distillare dal catalogo delle esperienze che ci vengono proposte solo quelle che davvero sentiamo di dover fare.

Il rischio è che, nel tentativo di fare tutto, restiamo paralizzati a scorrere avanti ed indietro il menù della vita.

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La magnifica utopia

Ieri sera sono tornato a Milano.
Non la Milano del lavoro e della moda, ma quella Milano che ho imparato ad amare. La Milano dove le cose succedono. Dove il freddo della metropoli è temperato da una rete sotterranea ma percepibilissima di rapporti e valori umani.

Il 13 agosto scorso, in Francia, è morto Gino Strada.
Il senso di stupore prima e di perdita dopo, è stato significato dalle decine di messaggi che ho ricevuto. Tutti uguali. E’ stato un uomo che ha saputo farsi amare oltre che ammirare.

Gino Strada

Ieri sera, dunque, al Teatro del Verme nel cuore di Milano, Emergency – la creatura che Teresa e Gino Strada hanno fondato – si è stretta per ricordarlo.

Non è stata una cerimonia triste, ma di speranza.
Sul palco si sono succedute qualche decina di persone (forse dovrei dire di personaggi, ma credo che ieri fossero prima di tutto persone).
Dalla sala li abbiamo riconosciuti tutti, ma il loro nome veniva pronunciato a malapena: lo scopo era dare voce alle parole di Gino Strada.
Per due ore l’aria è stata riempita di spezzoni tratti da libri, da articoli, da discorsi. Frammenti di frasi ma un unico grande progetto ben riassunto nel titolo della serata: “Non esistono scommesse impossibili”.

La scommessa sembrava impossibile, ma come diceva lui “Ogni cosa fatta è fatta. Per quanto piccolo, ogni passo ci avvicina all’obbiettivo”.

E il nuovo obbiettivo è incredibilmente sfidante: abolire la guerra.
E questo è il lascito, il mandato, che Gino Strada ha affidato all’associazione e a tutti noi.

Non serve di certo che ricordi le cose che ha fatto.
La creazione di Emergency e attraverso essa la creazione di decine di ospedali di eccellenza dove sono stati curati oltre dieci milioni di persone.
Ma voglio dire cosa ha fatto per me.

Gino Strada era (ed è) uno dei miei punti di riferimento.
Era la prova che con il lavoro e l’ostinazione i valori diventano fatti.
Come diceva lui “ogni utopia è un sogno non ancora realizzato”.

La lucidità del pensiero di Gino Strada. La sua capacità di “sfrondare ogni progetto dalle difficoltà secondarie per attaccare il cuore del problema”. L’incredibile dirittura morale completamente scevra di ogni retorica o di secondo fine autocelebrativo. La capacità di non venire a compromessi per raggiungere il risultato.
Sono queste le doti che io e moltissime delle persone presenti in sala cerchiamo di emulare.

Ieri Beppe Sala (l’amico di Gino Strada, non solo il sindaco di Milano) ha detto che in democrazia uno vale uno, ma che quando si guarda a realizzare i progetti, è raro che valga la stessa regola.
Sono parole vere e bellissime. E danno il senso di quanto mancherà il contributo dell’uomo che ieri sera abbiamo celebrato.

Concludo questa brevissima riflessione con un’altra nota personale.
Avrete notato che mi sono sempre riferito a lui citandolo per nome e cognome.
Eppure mi verrebbe così naturale dire semplicemente “Gino”.
Perché lo sento vicino a me. Mi sembra di conoscerlo e di riconoscere in lui una parte fondante dei miei principi morali.
Ma non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona, di stringergli la mano.
E non per questo il suo influsso su di me è stato minore.

Allora, mentre guidavo verso casa nella notte, riflettevo.
La vera statura di un uomo si riconosce anche dal segno che lascia sugli altri.
E per farlo non c’è bisogno di sorrisi e strette di mano, non c’è bisogno di copertura mediatica e di visibilità social.
C’è bisogno di una persona vera. Una persona per cui parlano le sue azioni. Una persona che dice quello che pensa, che fa quello che dice.

E’ un’altra importante lezione che ho imparato ieri sera.
Negli ultimi anni mi sono allontanato dal mondo artificiale creato dall’uomo per tornare al mondo reale.
Il nuovo viaggio mi deve allontanare dalle persone artificiali per cercare quelle reali.
E la prima persona da cambiare sono io.

Grazie Gino, grazie Emergency.

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Emozioni d’autunno

Le elezioni amministrative e lo scandalo FaceBook mostrano come vengano usate le emozioni per manipolare le nostre azioni

Dopo tanto tempo, eccomi di nuovo qui a riflettere e condividere i miei pensieri.
L’autunno è alle porte, fuori dalla finestra la pioggia scende ormai da due giorni e ho dovuto accendere la stufa prima e il riscaldamento poi, per cacciare l’umidità che mi entrava nelle ossa.

Sono successe tante cose durante l’estate. Belle e brutte, ma tutte sono state occasione di grandi emozioni che mi hanno fatto sentire vivo.

Ho ripreso la penna in mano mentre, ieri sera, ascoltavo i primi commenti post elezioni amministrative.
Al di là di chi ha vinto e chi ha perso, ho sentito più voci concordare sull’importanza di abbassare i toni, spegnere le polemiche futili e gli attacchi ad personam. Cito tra queste voci quella del neo eletto (o meglio rieletto) sindaco di Milano Beppe Sala e quella del nuovo governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Uno di sinistra e uno di destra, accomunati dalla vittoria netta e dall’aver optato per una campagna incentrata sugli argomenti e scevra di polemiche.

autunno ad Emarese

Ieri è stata anche la giornata in cui il mondo digitale di Zuckemberg, FaceBook, Instagram e WhatsApp, è crollato per un problema tecnico in molti paesi del mondo e per alcune ore.
E’ curioso come ciò sia avvenuto poco dopo che Frances Haugen, una ex manager di FaceBook, avesse denunciato in un programma televisivo e in un’intervista sulla carta stampata, il fatto che esistesse la consapevolezza che le polemiche e la polarizzazione delle posizioni rendessero più attivi gli utenti.

In parole povere: quando siamo incazzati tendiamo a mettere più “mi piace” e a condividere più post e, persino, a cliccare più volentieri su pubblicità e inserzioni sponsorizzate.
Probabilmente ciò avviene anche per le emozioni positive, l’amore o la gioia, ma a quanto pare la rabbia e l’indignazione sono più facili da cavalcare.

Quindi gli algoritmi di FaceBook (cioè le regole informatiche che regolano il mondo di quel social) tendevano a premiare chi alimenta la polemica piuttosto di chi cerca di sedarla.

Nella giornata in cui il karma digitale ci ha privati di parte dei social abbiamo avuto la nostra occasione di tornare alla vita reale. Lo abbiamo fatto? E’ stata un’opportunità per iniziare la disintossicazione?
Per quanto mi riguarda, no. Anche se mi sono accorto dei down solo in tarda serata e questo, probabilmente, vuol dire che non dipendo ancora dalle app.

Ricapitolando: le emozioni sono il principale motivo per cui vale la pena vivere ma sono anche il nostro punto debole, la leva che tocca chi vuole manipolarci, politici, pubblicitari, influencer, persino Zuckemberg.

Una volta che ci siamo resi conto di questa cosa, dovremmo alzare una barriera. Non per evitare le emozioni, ma per proteggerle da chi vuole usarle contro di noi.
Questa barriera si chiama consapevolezza o, se preferite, libero arbitrio, pensiero indipendente, e – in ultima analisi – libertà.

E’ un tema lungo e complesso quanto affascinante.
Ci tornerò presto…

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Sogni di M

Non faccio mai incubi, ma ci sono dei brutti sogni che mi rendono ben più inquieto, e la cosa peggiore è che fatico a svegliarmi

Io non sono tra quelli che sognano spesso. Anzi…
Sì, lo so che in realtà sogniamo tutti, ma solo certi sogni “emergono” a livello di coscienza e li ricordiamo al mattino dopo. Ma a me, questa cosa capita veramente di rado.

Non ho mai avuto incubi. Perlomeno se per incubi si intende un sogno che ti mette paura, che ti fa svegliare di soprassalto grondante di sudore e con gli occhi sbarrati.

Da bambino ero terrorizzato dagli uomini lupo, i lupi mannari. Un compagno di classe mi aveva raccontato che ci sono persone che nelle notti di luna piena si trasformano. E io avevo vissuto nel terrore che mio fratello minore, con il quale condividevo la stanza, nella notte si coprisse di lunghi peli, gli crescessero le zanne e gli artigli e mi aggredisse.

Dopo lunghi mesi passati a studiare il ciclo lunare e a guardare con sospetto mio fratello quando si coricava, sono finalmente passato oltre.

Ma quelli non erano incubi, erano paure ad occhi aperti. Il mio cervello e la mia fantasia bastavano ed avanzavano a non farmi prendere sonno (e di conseguenza sognare).

sveglia

Però mi capita spesso, direi in ben più di metà dei sogni che poi ricordo, di fare sogni inquietanti. Che nel titolo del post di oggi ho definitio “sogni di M”. Sono quelli in cui ti trovi catapultato in una realtà assolutamente verosimibile, a fare cose che desideri fare, con persone che desideri incontrare, ma poi la situazione degenera. E nel mio caso, che sono un amante del controllo, tutto inizia a scivolare verso un epilogo tragico.

Ad aggiungere sofferenza al tutto, accade che nel sogno, ben più spesso di quanto accada nella vita vera, io sono consapevole della brutta piega che stanno prendendo gli eventi. Intuisco la “tragedia” incombente ma non ho potere o mezzi per evitarla. Assisto impotente alla mia débâcle, e non posso far altro che soffrire quando si realizza.

Il brutto è che spesso il finale entra in una sorta di loop: accade, mi struggo dal dispiacere o dalla rabbia, riaccade, mi aviluppo un po’ di più nel mio dolore, succede di nuovo, magari perché sono costretto a riviverlo mentre lo racconto ad una terza persona… e così via.

Poi suona la sveglia e ci vuole un po’ prima che riesca a dividere sogno e realtà. Allora butto giù le gambe dal letto, commento “Sogno di merda” ed inizio la mia giornata.

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Io tifo ninja panda

Nella società civile moderna la forma prevale sulla sostanza: una breve riflessione sulla schizofrenia dell’opinione pubblica

Da bambino, un po’ come tutti negli anni ’70, avevo insistito con i miei genitori per essere tesserato WWF. Ricordo che avevo trovato il modulo per l’iscrizione in una doppia pagina di Topolino, proprio dopo un articolo sul Progetto Lupo.
Vi ricordate anche voi quelle pagine con testo e foto tra le storie a fumetti? Quelle che saltavi a piè pari e poi notavi solo alla seconda lettura? Ecco, proprio in quelle pagine lì…

Dopo qualche settimana nella cassetta della posta c’era (che emozione!) una lettera a mio nome contenente la tanto agognata tessera con, sul frontespizio, il dolce simbolo del World Wildlife Fund, il panda.

Crescendo ho un po’ modificato il mio punto di vista. Forse negli anni Settanta era fondamentale combattere per un’indiscriminata e irrazionale strenua difesa di ogni specie animale.
Poi sono cambiate le idee e oggi si sa che la Natura ha dei propri meccanismi di equilibrio e quello che gli uomini dovrebbero fare è di cercare di rispettare quei meccanismi, quell’equilibrio naturale.

Così il panda, il simpatico peluche che mangia solo germogli di bambù, si accoppia raramente e ancor più raramente si riproduce generando un solo cucciolo, beh quel simpatico tontolone è diventato il simbolo di tutti coloro che vengono salvati nonostante la loro volontà.

panda

Parcheggio un momento questo argomento e passo ad un altro tema che però è collegato.

Demi Lovato. Chi sarà mai?
Da buon ignorante non conoscevo quest’artista che è assurta all’onore delle prime pagine per aver affermato di essere “non binary”. Che in buona sostanza significa che rifiuta di riconoscersi all’interno della classificazione standard di genere. Non è maschio, non è femmina, è oltre.

E fin qui nulla da obbiettare.
Ho sempre pensato che le inclinazioni sessuali rientrino nella sfera dell’autonomia personale e, soprattutto, privata.
Ma qui Demi Lovato rilancia e chiede che per rispetto della sua attitudine quando ci si rivolge a lei (o di lei si parli) si usi il “they singolare”, in italiano sarebbe il “essi singolare”. In pratica avrei dovuto dire “Demi Lovato hanno chiesto di essere definiti non-binary”.

Il discorso è ampio e complesso.
La potenza delle parole è tale che influisce sulle nostre emozioni e modella il nostro pensiero. Ma tutto ciò detto, trovo patetico lo sforzo di una certa cultura di adattare il linguaggio senza che corrisponda una modifica fattuale del comportamento.
In estrema sintesi: la forma che prevale sulla sostanza; una correttezza di facciata.

La polemica scoppiata per l’adozione della formula genitore 1 e genitore 2 è ipocrita e fuorviante. Bisogna andare a fondo nel problema e affermare che un bambino figlio di due madri o due padri debba essere trattato esattamente come tutti gli altri bambini.

La società civile in questi tempi ha la tendenza a lanciarsi in battaglie di principio sui dettagli, tralasciando il cuore del problema.

Ci preoccupiamo che le bombe intelligenti non uccidano vittime civili come se si potesse ammettere le vittime militari. E nel frattempo non si fa nulla per fermare la guerra.

Ci preoccupiamo di definire gli spazzini “operatori ecologici” per non ledere la loro dignità, invece di verificare che il loro lavoro sia degnamente retribuito.

Affermiamo il diritto di migrare ma lasciamo che chi arriva in Europa diventi uno schiavo, e viva in condizioni che non accetteremmo mai per i nostri figli.

Allora io sogno un ninja panda che, miracolosamente dotato di parola, si rivolga al consesso delle Nazioni Unite e affermi senza mezzi termini:
“Ci avete rotto con il vostro perbenismo, la vostra voglia di salvarci ad ogni costo. Salvate il pianeta e voi stessi, piuttosto. E lasciateci estinguere in pace”.

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Alla vecchia maniera

Uno sfogo dettato dall’impossibilità di mantenere certe piccole abitudini del passato… o magari solo dalla vecchiaia che si avvicina

Sarà che sto diventando vecchio, ma trovo tutto questo insopportabile.
Mi sta bene che la gente cambi le proprie abitudini, innovi, segua le ultime mode o tendenze… ma non capisco perché anch’io mi debba adeguare.
E non ditemi che non è vero, il cosiddetto progresso ce l’ha con me e vuole trascinarmi fuori dalla mia comfort zone.

Non sono uno che si tira indietro. Anzi…
Mi piace provare i nuovi piatti al ristorante etnico, mi piace pescare un libro a caso dallo scaffale della libreria, mi piace lanciarmi in attività nuove. Ho persino un lato nerd, che mi fa acquistare tutti quei nuovi apparecchietti con connessione blue tooth che promettono meraviglie.

Ma al tempo stesso ho delle abitudini che conservo gelosamente. Delle cose con cui mi coccolo, una sorta di nido, di rifugio segreto dove passo i momenti in cui ho bisogno di rigenerarmi.

Una mattina di pioggia, davanti al fuoco ascoltando buona musica e leggendo un vecchio libro, ad esempio.
Niente di strano, direte voi.

Ma non è così.
Adesso la musica la si ascolta on line, la si scarica. Persino un cd è difficile da trovare (i vinili sono ormai cosa da cultori dell’alta fedeltà).
I libri stanno andando nella stessa direzione: li trovi in formato digitale prima che cartaceo.

Mi ricordo quando aiutavo mia madre a lavare l’insalata o a tagliare a pezzi la verdura per fare il minestrone. E le ore passate con la pentola sul fuoco.
Adesso l’insalata si trova quasi esclusivamente già tagliata e lavata, e se vuoi farti un minestrone comprando la verdura devi impegnare un rene.

Dicono che è più comodo (ed oggettivamente è vero), ma più comodo non è per forza uguale a migliore.

Ovviamente lascio gli altri liberi di andare avanti, ed io cerco (orgogliosamente invero) di andare al mio passo, a costo di restare nella retroguardia.

drogheria

Ma diventa sempre più difficile trovare certe cose: le caramelle sfuse dal droghiere? Esiste un droghiere nella vostra città? Un droghiere vero, intendo, non una versione sciccosa e à la page che sta alle vecchie drogherie come un hipster sta ad un boscaiolo.

E il barbiere? Non un salone per uomini e donne, un barbiere.

Nella mia esperienza, l’unico negozio che resiste è il ferramenta. Lì, confortato dai cartocci di carta di giornale per le viti e dagli scaffali polverosi con tutti i tipi di punta di trapano, passo un’oretta nostalgica, prima di tornare a casa con l’ennesimo set di brugole.

L’ho detto all’inizio.
Probabilmente è la vecchiaia che bussa alle porte. Ma mi sento davvero imprigionato in questa modernità imposta, in questo stile di vita che ti obbliga ad avere lo spid per dimostrare on line che sei tu ed evitarti di incontrare persone vere ad uno sportello. Che ti obbliga a chiedere informazioni ad un assistente on line, ad un risponditore telefonico, e non ad una signora annoiata dietro ad un bancone.

Ok, ok, è solo uno sfogo, rientro nel gruppo ed accetto il progresso.

Ma certi giorno per me è davvero frustrante non poter fare le cose alla vecchia maniera.

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L’eterna sfida

Stufi di essere saltati in coda o di vedere quelli che non rispettano le regole spassarsela? Questo post è scritto apposta per voi…

Ho sempre pensato alla lotta tra il bene e il male come ad uno scontro impari. Come se si trattasse di un match di pugilato in cui un boxeur, il bene, rispetta le regole mentre l’altro, il male, colpisce sotto la cintura.

Questa dicotomia paradossale mi appariva evidente ovunque guardassi.
La polizia che vuole arrestare l’assassino in fuga non può torturarne la moglie o rapirne il figlio per obbligarlo ad arrendersi, mentre l’assassino non si fa scrupolo di rubare auto, uccidere passanti o violare qualsiasi legge per non essere preso.

Ma lasciando perdere scenari truculenti adatti al cinema, lo stesso accade quando un evasore fiscale non si fa scrupolo di nascondere all’estero i propri capitali (in banche sovente complici) magari usando un semplice trasferimento on line, mentre lo Stato deve inseguire quel denaro a colpi di carta bollata ed ingiunzioni del tribunale.

E persino nel nostro piccolo vissuto quotidiano vediamo come spesso chi ignora le più semplici regole (chi salta la fila, chi non paga una multa, chi scarica nel bosco la lavatrice vecchia) è difficilmente perseguito e punito. Insomma alla fine i “furbi” hanno la meglio sulle persone corrette.

muhammad ali

Al di là del senso di frustrazione, avevo spesso pensato che, ad un certo punto, superato un certo limite, fosse giusto che il bene si togliesse i guantoni e affrontasse il male ad armi pari: colpi bassi e testate.
Giustificavo questo allontanamento dalla “retta via”, dai fair means, con il perseguimento del bene superiore di ripristinare lo stato di diritto, di eliminare il male.

Ma quello che mi sfuggiva è che accettare un comportamento al di là delle regole sarebbe accettare il male stesso. Lo si sconfiggerebbe con una vittoria di Pirro; vinta una battaglia, persa la guerra.

Quindi il poliziotto a cui sfugge un criminale, o la guardia di finanza che trova e punisce solo una piccola percentuale degli evasori o persino io che vengo saltato in coda e mi indigno e sbuffo ma alla fine subisco, tutti noi stiamo ribadendo il valore superiore del bene sul male.

Una ben misera soddisfazione? Io direi proprio di no; anzi, a ben pensarci, è il fondamento su cui si basa la società civile.

Il rispetto dello ius naturalis, cioè di quelle regole che vengono non dal legislatore ma da dentro di noi.
Il non trasgredire le leggi dettato dalla scelta di farlo e non dalla paura delle sanzioni.
Questi comportamenti elevano i poliziotti, i finanzieri e anche noi, comuni cittadini, in campioni nella lotta tra il bene e il male. Nell’ultimo baluardo contro la barbarie.

Va beh, direte voi, hai messo assieme una serie di concetti triti e ritriti.
D’altronde non avevo altro da fare, qui in coda all’ufficio postale…

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