Sogni di M

Non faccio mai incubi, ma ci sono dei brutti sogni che mi rendono ben più inquieto, e la cosa peggiore è che fatico a svegliarmi

Io non sono tra quelli che sognano spesso. Anzi…
Sì, lo so che in realtà sogniamo tutti, ma solo certi sogni “emergono” a livello di coscienza e li ricordiamo al mattino dopo. Ma a me, questa cosa capita veramente di rado.

Non ho mai avuto incubi. Perlomeno se per incubi si intende un sogno che ti mette paura, che ti fa svegliare di soprassalto grondante di sudore e con gli occhi sbarrati.

Da bambino ero terrorizzato dagli uomini lupo, i lupi mannari. Un compagno di classe mi aveva raccontato che ci sono persone che nelle notti di luna piena si trasformano. E io avevo vissuto nel terrore che mio fratello minore, con il quale condividevo la stanza, nella notte si coprisse di lunghi peli, gli crescessero le zanne e gli artigli e mi aggredisse.

Dopo lunghi mesi passati a studiare il ciclo lunare e a guardare con sospetto mio fratello quando si coricava, sono finalmente passato oltre.

Ma quelli non erano incubi, erano paure ad occhi aperti. Il mio cervello e la mia fantasia bastavano ed avanzavano a non farmi prendere sonno (e di conseguenza sognare).

sveglia

Però mi capita spesso, direi in ben più di metà dei sogni che poi ricordo, di fare sogni inquietanti. Che nel titolo del post di oggi ho definitio “sogni di M”. Sono quelli in cui ti trovi catapultato in una realtà assolutamente verosimibile, a fare cose che desideri fare, con persone che desideri incontrare, ma poi la situazione degenera. E nel mio caso, che sono un amante del controllo, tutto inizia a scivolare verso un epilogo tragico.

Ad aggiungere sofferenza al tutto, accade che nel sogno, ben più spesso di quanto accada nella vita vera, io sono consapevole della brutta piega che stanno prendendo gli eventi. Intuisco la “tragedia” incombente ma non ho potere o mezzi per evitarla. Assisto impotente alla mia débâcle, e non posso far altro che soffrire quando si realizza.

Il brutto è che spesso il finale entra in una sorta di loop: accade, mi struggo dal dispiacere o dalla rabbia, riaccade, mi aviluppo un po’ di più nel mio dolore, succede di nuovo, magari perché sono costretto a riviverlo mentre lo racconto ad una terza persona… e così via.

Poi suona la sveglia e ci vuole un po’ prima che riesca a dividere sogno e realtà. Allora butto giù le gambe dal letto, commento “Sogno di merda” ed inizio la mia giornata.

Ascolta “Sogni di M” su Spreaker.

Io tifo ninja panda

Nella società civile moderna la forma prevale sulla sostanza: una breve riflessione sulla schizofrenia dell’opinione pubblica

Da bambino, un po’ come tutti negli anni ’70, avevo insistito con i miei genitori per essere tesserato WWF. Ricordo che avevo trovato il modulo per l’iscrizione in una doppia pagina di Topolino, proprio dopo un articolo sul Progetto Lupo.
Vi ricordate anche voi quelle pagine con testo e foto tra le storie a fumetti? Quelle che saltavi a piè pari e poi notavi solo alla seconda lettura? Ecco, proprio in quelle pagine lì…

Dopo qualche settimana nella cassetta della posta c’era (che emozione!) una lettera a mio nome contenente la tanto agognata tessera con, sul frontespizio, il dolce simbolo del World Wildlife Fund, il panda.

Crescendo ho un po’ modificato il mio punto di vista. Forse negli anni Settanta era fondamentale combattere per un’indiscriminata e irrazionale strenua difesa di ogni specie animale.
Poi sono cambiate le idee e oggi si sa che la Natura ha dei propri meccanismi di equilibrio e quello che gli uomini dovrebbero fare è di cercare di rispettare quei meccanismi, quell’equilibrio naturale.

Così il panda, il simpatico peluche che mangia solo germogli di bambù, si accoppia raramente e ancor più raramente si riproduce generando un solo cucciolo, beh quel simpatico tontolone è diventato il simbolo di tutti coloro che vengono salvati nonostante la loro volontà.

panda

Parcheggio un momento questo argomento e passo ad un altro tema che però è collegato.

Demi Lovato. Chi sarà mai?
Da buon ignorante non conoscevo quest’artista che è assurta all’onore delle prime pagine per aver affermato di essere “non binary”. Che in buona sostanza significa che rifiuta di riconoscersi all’interno della classificazione standard di genere. Non è maschio, non è femmina, è oltre.

E fin qui nulla da obbiettare.
Ho sempre pensato che le inclinazioni sessuali rientrino nella sfera dell’autonomia personale e, soprattutto, privata.
Ma qui Demi Lovato rilancia e chiede che per rispetto della sua attitudine quando ci si rivolge a lei (o di lei si parli) si usi il “they singolare”, in italiano sarebbe il “essi singolare”. In pratica avrei dovuto dire “Demi Lovato hanno chiesto di essere definiti non-binary”.

Il discorso è ampio e complesso.
La potenza delle parole è tale che influisce sulle nostre emozioni e modella il nostro pensiero. Ma tutto ciò detto, trovo patetico lo sforzo di una certa cultura di adattare il linguaggio senza che corrisponda una modifica fattuale del comportamento.
In estrema sintesi: la forma che prevale sulla sostanza; una correttezza di facciata.

La polemica scoppiata per l’adozione della formula genitore 1 e genitore 2 è ipocrita e fuorviante. Bisogna andare a fondo nel problema e affermare che un bambino figlio di due madri o due padri debba essere trattato esattamente come tutti gli altri bambini.

La società civile in questi tempi ha la tendenza a lanciarsi in battaglie di principio sui dettagli, tralasciando il cuore del problema.

Ci preoccupiamo che le bombe intelligenti non uccidano vittime civili come se si potesse ammettere le vittime militari. E nel frattempo non si fa nulla per fermare la guerra.

Ci preoccupiamo di definire gli spazzini “operatori ecologici” per non ledere la loro dignità, invece di verificare che il loro lavoro sia degnamente retribuito.

Affermiamo il diritto di migrare ma lasciamo che chi arriva in Europa diventi uno schiavo, e viva in condizioni che non accetteremmo mai per i nostri figli.

Allora io sogno un ninja panda che, miracolosamente dotato di parola, si rivolga al consesso delle Nazioni Unite e affermi senza mezzi termini:
“Ci avete rotto con il vostro perbenismo, la vostra voglia di salvarci ad ogni costo. Salvate il pianeta e voi stessi, piuttosto. E lasciateci estinguere in pace”.

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Alla vecchia maniera

Uno sfogo dettato dall’impossibilità di mantenere certe piccole abitudini del passato… o magari solo dalla vecchiaia che si avvicina

Sarà che sto diventando vecchio, ma trovo tutto questo insopportabile.
Mi sta bene che la gente cambi le proprie abitudini, innovi, segua le ultime mode o tendenze… ma non capisco perché anch’io mi debba adeguare.
E non ditemi che non è vero, il cosiddetto progresso ce l’ha con me e vuole trascinarmi fuori dalla mia comfort zone.

Non sono uno che si tira indietro. Anzi…
Mi piace provare i nuovi piatti al ristorante etnico, mi piace pescare un libro a caso dallo scaffale della libreria, mi piace lanciarmi in attività nuove. Ho persino un lato nerd, che mi fa acquistare tutti quei nuovi apparecchietti con connessione blue tooth che promettono meraviglie.

Ma al tempo stesso ho delle abitudini che conservo gelosamente. Delle cose con cui mi coccolo, una sorta di nido, di rifugio segreto dove passo i momenti in cui ho bisogno di rigenerarmi.

Una mattina di pioggia, davanti al fuoco ascoltando buona musica e leggendo un vecchio libro, ad esempio.
Niente di strano, direte voi.

Ma non è così.
Adesso la musica la si ascolta on line, la si scarica. Persino un cd è difficile da trovare (i vinili sono ormai cosa da cultori dell’alta fedeltà).
I libri stanno andando nella stessa direzione: li trovi in formato digitale prima che cartaceo.

Mi ricordo quando aiutavo mia madre a lavare l’insalata o a tagliare a pezzi la verdura per fare il minestrone. E le ore passate con la pentola sul fuoco.
Adesso l’insalata si trova quasi esclusivamente già tagliata e lavata, e se vuoi farti un minestrone comprando la verdura devi impegnare un rene.

Dicono che è più comodo (ed oggettivamente è vero), ma più comodo non è per forza uguale a migliore.

Ovviamente lascio gli altri liberi di andare avanti, ed io cerco (orgogliosamente invero) di andare al mio passo, a costo di restare nella retroguardia.

drogheria

Ma diventa sempre più difficile trovare certe cose: le caramelle sfuse dal droghiere? Esiste un droghiere nella vostra città? Un droghiere vero, intendo, non una versione sciccosa e à la page che sta alle vecchie drogherie come un hipster sta ad un boscaiolo.

E il barbiere? Non un salone per uomini e donne, un barbiere.

Nella mia esperienza, l’unico negozio che resiste è il ferramenta. Lì, confortato dai cartocci di carta di giornale per le viti e dagli scaffali polverosi con tutti i tipi di punta di trapano, passo un’oretta nostalgica, prima di tornare a casa con l’ennesimo set di brugole.

L’ho detto all’inizio.
Probabilmente è la vecchiaia che bussa alle porte. Ma mi sento davvero imprigionato in questa modernità imposta, in questo stile di vita che ti obbliga ad avere lo spid per dimostrare on line che sei tu ed evitarti di incontrare persone vere ad uno sportello. Che ti obbliga a chiedere informazioni ad un assistente on line, ad un risponditore telefonico, e non ad una signora annoiata dietro ad un bancone.

Ok, ok, è solo uno sfogo, rientro nel gruppo ed accetto il progresso.

Ma certi giorno per me è davvero frustrante non poter fare le cose alla vecchia maniera.

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L’eterna sfida

Stufi di essere saltati in coda o di vedere quelli che non rispettano le regole spassarsela? Questo post è scritto apposta per voi…

Ho sempre pensato alla lotta tra il bene e il male come ad uno scontro impari. Come se si trattasse di un match di pugilato in cui un boxeur, il bene, rispetta le regole mentre l’altro, il male, colpisce sotto la cintura.

Questa dicotomia paradossale mi appariva evidente ovunque guardassi.
La polizia che vuole arrestare l’assassino in fuga non può torturarne la moglie o rapirne il figlio per obbligarlo ad arrendersi, mentre l’assassino non si fa scrupolo di rubare auto, uccidere passanti o violare qualsiasi legge per non essere preso.

Ma lasciando perdere scenari truculenti adatti al cinema, lo stesso accade quando un evasore fiscale non si fa scrupolo di nascondere all’estero i propri capitali (in banche sovente complici) magari usando un semplice trasferimento on line, mentre lo Stato deve inseguire quel denaro a colpi di carta bollata ed ingiunzioni del tribunale.

E persino nel nostro piccolo vissuto quotidiano vediamo come spesso chi ignora le più semplici regole (chi salta la fila, chi non paga una multa, chi scarica nel bosco la lavatrice vecchia) è difficilmente perseguito e punito. Insomma alla fine i “furbi” hanno la meglio sulle persone corrette.

muhammad ali

Al di là del senso di frustrazione, avevo spesso pensato che, ad un certo punto, superato un certo limite, fosse giusto che il bene si togliesse i guantoni e affrontasse il male ad armi pari: colpi bassi e testate.
Giustificavo questo allontanamento dalla “retta via”, dai fair means, con il perseguimento del bene superiore di ripristinare lo stato di diritto, di eliminare il male.

Ma quello che mi sfuggiva è che accettare un comportamento al di là delle regole sarebbe accettare il male stesso. Lo si sconfiggerebbe con una vittoria di Pirro; vinta una battaglia, persa la guerra.

Quindi il poliziotto a cui sfugge un criminale, o la guardia di finanza che trova e punisce solo una piccola percentuale degli evasori o persino io che vengo saltato in coda e mi indigno e sbuffo ma alla fine subisco, tutti noi stiamo ribadendo il valore superiore del bene sul male.

Una ben misera soddisfazione? Io direi proprio di no; anzi, a ben pensarci, è il fondamento su cui si basa la società civile.

Il rispetto dello ius naturalis, cioè di quelle regole che vengono non dal legislatore ma da dentro di noi.
Il non trasgredire le leggi dettato dalla scelta di farlo e non dalla paura delle sanzioni.
Questi comportamenti elevano i poliziotti, i finanzieri e anche noi, comuni cittadini, in campioni nella lotta tra il bene e il male. Nell’ultimo baluardo contro la barbarie.

Va beh, direte voi, hai messo assieme una serie di concetti triti e ritriti.
D’altronde non avevo altro da fare, qui in coda all’ufficio postale…

Ascolta “L'eterna lotta” su Spreaker.

Il teatrino

Sono nauseato dal teatrino che i nostri politici hanno messo su a Roma. Invece di concentrarsi sulla pandemia fanno i loro sporchi giochini di potere

Sono nauseato dal teatrino della politica.
Una manica di mestieranti si arabatta per guidare il Paese in questo tempo di crisi.
Si dividono in governo ed opposizione. Ma nessuno dei due fa il proprio mestiere.

Il governo dovrebbe governare. C’è una buona norma che dovrebbe seguire chi comanda: parlare una volta sola ed agire di conseguenza. Che significa prendere una decisione, stabilire una strategia ed attenersi ad essa.
Invece chi ci guida continua a farsi tirare la giacchetta da tutte le parti. Impone una regola dura e poi l’ammorbidisce appena qualcuno si lamenta. Prospetta mirabolanti piani di sostegno e non riesce a metterli in campo. In un periodo caotico come questo non riesce a comunicare con esattezza cosa sta succedendo e cosa è bene che noi facciamo.

L’opposizione ha il ruolo di avvocato del diavolo. Dovrebbe vigilare sull’operato del governo per aiutarlo a non sbagliare in attesa di nuove elezioni quando, magari, salirà al governo. Invece critica in maniera chiassosa e senza costrutto. Sfrutta ogni momento per farsi bella agli occhi della gente. E si è specializzata nel fare promesse roboanti su cosa avrebbe fatto se fosse stata al governo, ben sapendo che al governo non è e che quindi quelle promesse sono vane chiacchiere.

In questo ultimo anno a noi popolo viene chiesto di comportarsi con responsabilità.
E i nostri governanti, intanto, mostrano il loro senso di responsabilità facendo cadere un governo traballante nel momento più sbagliato per l’Italia.

Non ci sono più destra e sinistra, perché non è più un sistema di valori, un’ideologia, a guidare le scelte dei politici, ma una mera ricerca di consenso. Se il Parlamento fosse FaceBook, diremmo che sono a caccia di like. Ma chi queste cose le studia, parla di demagogia e qualunquismo.

parlamento

E se c’è una cosa che mi fa ancor più ribrezzo dei politici sono i commentatori politici che continuano a dire “li abbiamo votati noi”.
Vorrei ricordare a queste persone che l’ultima volta che abbiamo votato era il marzo 2018.
Ne nacque un papocchio.

5 Stelle e Lega sono usciti (nettamente) vincitori dalle urne.
Hanno impiegato mesi per mettere in piedi un governo (quello gialloverde) che è stato suicidato da Matteo Salvini (un demagogo e non uno statista, come appare chiaro con il senno di poi).
Il PD (pallida ombra della vecchia sinistra) ha colto al balzo l’occasione per spingere lontano dal tavolo la Lega e convolare a nozze con il Movimento 5 Stelle generando il governo giallorosso.

Intanto scoppia il Covid.
E noi persone normali ci preoccupiamo della salute dei nostri vecchi e di cercare di sbarcare il lunario in un momento difficilissimo per l’economia italiana e mondiale.

A questo punto: colpo di scena. Cosa decide il buon Renzi? Di mettere in crisi il governo.
Per dovere di cronaca, ricordo che Renzi era stato a capo del PD e primo ministro in un governo di sinistra. Si era suicidato politicamente trasformando un referendum confermativo (per la legge che riduceva il numero di Senatori) in un referendum su di lui ed aveva perso.
Con la coda tra le gambe era riuscito a rientrare nel Parlamento nelle elezioni del 2018, salvo aspettare qualche mese nell’ombra per poi fondare (nel settembre 2019) Italia Viva, un nuovo movimento che non ha mai partecipato ad un’elezione e che quindi non ha mai preso un voto. Però, raccattando parlamentari qui e là, vale un qualche punto percentuale (tra il 4 e il 5%). Proprio quei punticini che possono far traballare la maggioranza.

Adesso, dopo aver detto che Conte è un incapace e un affossatore della democrazia, dopo aver fatto cadere il governo, si rimangia tutto e dice al povero Mattarella (santo subito) che è disposto ad appoggiare un terzo governo Conte.

Tornando ai miei amici buonisti, che dicono che questa genìa di politici l’abbiamo votata noi, vorrei spiegare che io il 4 marzo 2018 avevo votato PD per essere contro la Lega, contro il centrodestra e contro i 5 Stelle.
Ho votato PD perché ero (e sono) fortemente convinto dei valori che un tempo caratterizzavano la sinistra.

Il teatrino della politica oggi dimostra che la democrazia è morta.
Non perché non siamo liberi di andare a votare, ma perché votiamo una persona ed un partito che poi è autorizzato a piegare la testa e anestetizzare la coscienza per opportunismo politico.
Che senso ha dare il mio voto sapendo che l’eletto non è tenuto a rispettare quanto ha detto prima delle elezioni? Che può saltare da uno schieramento ad un altro?

Sia chiaro che non penso che la soluzione siano leggi che impongano agli eletti di essere coerenti. E neppure credo che sia utile chiedere per ogni decisione a noi elettori (il patetico tentativo dei 5 stelle con la piattaforma Rousseau dimostra che noi popolo non possiamo essere consultati).
Io delego con il mio voto una persona (ed un partito) a rappresentarmi, a prendere le decisioni che io non sono sufficientemente documentato per prendere.
Ma pretendo coerenza dagli eletti.
La democrazia è morta con il senso dell’onore dei politici.

Non voglio fare di tutte le erbe un fascio, ci sono politici appassionati, persone perbene, ma se nel canestro di mele basta una mela marcia per far marcire tutto, purtroppo non è vero il contrario.

Chiudo questo mio sfogo con un’ultima riflessione.

Io penso che oggi ognuno di noi debba combattere la sua battaglia: evitare di contagiarsi e di contagiare, continuare a lavorare senza farsi deprimere dalla situazione, aiutare come può i tanti che non possono lavorare. Continuare a vivere.

Non mi aspettavo e non mi aspetto grandi cose da chi ci governa.

Ma vorrei almeno che avessero la decenza di non fare in piazza i loro giochetti sulla pelle degli altri.

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Il bugiardo

Il sistema dell’informazione è in crisi. Colpa degli editori? Dei giornalisti? Difficile dirlo. Gli unici che non hanno colpa sono i lettori

Absit inuria verbis.
Metto i punti sulle i e sgombro il campo fin da subito: non cercate in questo post dei riferimenti ad una persona reale. Ho “creato” un personaggio mettendo insieme le caratteristiche e soprattutto i difetti di molte persone allo scopo di rendere più vivida l’immagine.

Ho un amico che è un grandissimo narratore. Ha proprio una dote innata.
Ha una voce profonda che arriva in tutta la stanza persino quando bisbiglia.
Ha una mimica facciale degna di un grande caratterista.
Quando parla sa calibrare il ritmo inserendo sapientemente le giuste pause.
Tiene agganciati gli ascoltatori con la voce e i movimenti delle mani.
Ogni barzelletta, raccontata da lui, diventa esilarante, e quando provi a ripeterla a casa, scopri che non funziona più.
Ma il meglio di sè lo dà quando racconta qualche aneddoto.
Gli sono capitate più cose che ad ogni altra persona. E sono tutte strane, emozionanti, commoventi.
Così che mi sono trovato a pensare che non si tratti veramente di ciò che gli capita, ma di come lo racconta.

Dovete capire che per uno come me, che aspira a vivere di parole, un personaggio di tale fatta è un libro da studiare.
Ho anche provato a rendere scrivendo quello che lui racconta, usando la punteggiatura e tutti gli strumenti retorici in mio possesso.
Un esercizio utile, che però si scontra con una realtà diversa, meno multicolor, quando scrivo qualcosa che è capitato a me.

Pinocchio

E il motivo è semplice.
Il mio amico è un bugiardo.
Usa la realtà fino a quando gli serve per imbastire la storia, ma quando deve prendere il volo non disdegna di travisarla o, persino, di inventarne una di sana pianta.
La verità ha tanti pregi, ma è prevedibile.
Per trasformare una storia normale, in una storia straordinaria, bisogna impreziosirla di svolte inaspettate.

In questo sta il discrimine tra narratore e giornalista.
Il narratore ha il dovere di tenere desta l’attenzione.
Il giornalista ha il dovere di non travisare mai la realtà.

Questa che è una distinzione ovvia, oggi si sta trasformando.
I giornalisti diventano filosofi e si autoassolvono discettano sui vari gradi della verità.
Le bugie bianche sono ammmesse, o persino date per scontate.
Le piccole spettacolarizzazioni a caccia di attenzione sono perdonate.

Ma c’è in gioco la credibilità (se ancora esiste) di un’intero sistema, quello dell’informazione.
Il quarto potere (per chi ama le citazioni roboanti) che bilancia gli altri tre poteri dello Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario.
Ai giornalisti spetta l’ingrato compito di osservare e riportare. Ponendo le domande scomode, facendo il lavoro sporco della verifica dei fatti, sfuggendo alla malìa degli altri poteri.

Gli editori hanno ceduto.
Devono far quadrare i conti e ogni sistema è valido.
Compreso tagliare gli investimenti sull’asset (il capitale) più importante: la professionalità dei giornalisti.

I giornalisti, orfani di un editore che li metta in grado di fare il loro vero lavoro, hanno scelto altre vie: quella dello spettacolo, della notorietà, del vendere copie a qualunque costo.

E così è avvenuta la crasi tra narratore e giornalista.

Se l’editoria è in crisi non è colpa dei giovani che non leggono più, ma degli operatori dell’informazione che hanno accettato di svendersi.

Ascolta “Il bugiardo” su Spreaker.

Si va in onda…

Si chiama Passaggi a Nord Ovest il nuovo podcast su cui stiamo lavorando con Denis Falconieri. Oggi l’annuncio del go live il 1 gennaio

Anno nuovo, vita nuova… va beh, ho buttato lì una banalità qualunque per rendere l’idea di quella voglia di cambiamento, di novità, che ciascuno di noi prova in questo periodo dell’anno.
Entrando a passo di marcia nel primo gennaio, con la colonna sonora dei fuochi d’artificio e la samba dei trenini, stiliamo coscienziosi una lista di buoni propositi.

Faccio tanto l’ironico, ma io non mi differenzio dal modello che ho appena descritto. Anzi, considerando che sono nato proprio il primo giorno dell’anno, per me ogni 1 gennaio rappresenta un nuovo inizio.

Vogliamo parlare del 2020?
Meglio di no. Lasciamolo andare, archiviamolo tra le esperienze difficili e guardiamo piuttosto in avanti, con animo aperto alle nuove opportunità.

Tutto questo bel discorso per raccontarvi di una nuova avventura in cui mi sono gettato a capofitto: Passaggi a Nord Ovest.

Immagino sappiate cosa sono i podcast?
Quando l’ho spiegato a mia madre, le ho detto “una specie di programmi radiofonici che invece di essere trasmessi nell’etere sono archiviati sul web a disposizione di chiunque li voglia ascoltare”.

Io ci ronzavo attorno da un po’, ma la spinta finale mi è stata data da un amico giornalista, Denis Falconieri, che mi ha telefonato un mattino e mi ha dato la sveglia proponendomi di lanciare il prossimo primo gennaio il nostro podcast.

Dopo innumerevoli telefonate, qualche pizza, qualche birra, il progetto era stato definito. Mancava solo risolvere i problemi tecnici.

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Entrambi siamo più abituati alla parola scritta che a quella pronunciata, ma la vera sfida sta proprio nel cambiare il tipo di linguaggio, adattare i nostri stili al nuovo media.

E’ stato un periodo di sperimentazione “matta e disperatissima” – per citare il Leopardi dello Zibaldone – che ci ha portato ai primi risultati che da qui a qualche giorno potrete iniziare a seguire.

Una sperimentazione che continuerà nei prossimi mesi. Vogliamo trovare il nostro stile personale anche nel raccontare la vita delle Terre Alte. Ma devo stare attento a non anticipare più del dovuto.

A partire dal prossimo primo gennaio 2021, ci potete trovare su tutte le principali piattaforme di podcasting (Spotify, Google Podcast, Apple Podcast ecc).
Quel giorno pubblicherò il link anche qui sul mio blog (anzi troverete una sezione dedicata agli episodi che via via pubblicheremo) in modo da rendere più facile l’accesso.

Nella prima fase, ci siamo posti come obbiettivo di pubblicare un episodio alla settimana. E di fare “puntate” brevi, tra i cinque e i dieci minuti, poi correggeremo via via il tiro.

Nel primo episodio raccontiamo chi siamo, cosa facciamo e quale senso abbia il nostro podcast.

Buon ascolto!

Ascolta “Nasce Passaggi a Nord Ovest” su Spreaker.

Il Magoo mascherato

Ritroviamo il vecchio Mr.Magoo e scopriamo le sue idiosincrasie da mascherina durante l’isolamento da Corona Virus

Forse ricorderete che avevo già parlato di Mr.Magoo quando avevo raccontato il suo difficile rapporto con il cibo ed il controllo del peso (altrimenti cliccate qui e trovate la storia), ma oggi voglio parlare di come l’adorabile vecchietto vive questo periodo di lockdown.

A marzo, la cosa che più infastidiva il buon Magoo era la mascherina.
Non la sopportava proprio!
Vivendo da solo in una casa isolata, non la indossava praticamente mai. Era costretto a mascherarsi solamente quando, una volta alla settimana, andava al supermercato per comperare le poche cose di cui abbisognava.
Anche in quel caso, però, parcheggiava vicino all’entrata, la indossava e poi si catapultava nel negozio, passava per tutte le corsie spingendo come un pazzo il carrello e raccattando generi alimentari e prodotti per la pulizia a caso, per poi frenare bruscamente alla prima cassa libera, pagare di tutta fretta e tornare in auto per potersi togliere l’odioso paramento.

Se incrociava un’altra macchina il cui conducente indossava la protezione, immediatamente scoppiava in una risata sgangherata e lo perculava dicendo “Ma guarda quell’imbecille: cosa te ne fai della mascherina se sei da solo? La indossi anche al gabinetto?” e felice di aver avuto la controprova della sua superiorità intellettiva, sgommava via seminando il panico tra i passerotti e i passanti.

Mr.Magoo sosteneva che la mascherina non gli permetteva di respirare. Aveva la netta sensazione che la gola si irritasse subito e così iniziava a tossire (attirando tra l’altro le occhiate malevole di chi gli stava attorno che lo considerava un untore).
Odiava a tal punto quell’oggetto di stoffa che tendeva a dimenticarlo dappertutto e aveva dovuto comperare un pacchetto da dieci pezzi per lasciarlo in automobile.

Magoo in auto

In questa seconda ondata, invece, l’amabile anzianotto ha invertito il senso di marcia.
Usa ancora la mascherina solo nei negozi o nei pochi metri di strada che deve fare per andare al bancomat o in libreria, però adesso la indossa felice.

“Signora, ma ha notato come tiene al caldo il viso?” dice ad un lampione che nella sua miopia ha scambiato per una passante.

Al supermarket, adesso, non corre più tra gli scaffali ma si dilunga nella scelta delle marmellate senza zucchero o dei cereali per la colazione.
Chiacchiera con le cassiere e ripone con calma la spesa nel bagagliaio.
Si è talmente abituato ad indossare la protezione che, anche salito in auto si dimentica di toglierla e, quando se ne rende conto magari dopo qualche chilometro, arrossisce, memore dei suoi sfottò primaverili, al pensiero che chi lo osserva da fuori lo prenderà per pazzo.

E un po’ pazzo, in questa seconda ondata, lo è diventato.
Gli manca la compagnia del nipote Waldo e così supplisce come può, parlando da solo, commentando ad alta voce le notizie del tiggì, ridendo alle battute trite e ritrite delle vecchie sitcom della tele o commuovendosi per le sdolcinate commedie romantiche di Hollywood.
Si è iscritto a tutti i seminari on line, a tutte le webzine, e sta meditando di comperarsi qualche attrezzo ginnico per rimettersi in forma prima della primavera.

Il nipote Waldo, che lo chiama di tanto in tanto per sincerarsi di come stia, pensa che il vecchio sopravviverà al CoronaVirus, ma non alla prossima maratona di Will & Grace su Mediaset.

La scelta di Mattia

Un tema pruriginoso per chi segue i media: Laura Boldrini e la sua lotta contro Vittorio Feltri tirando in causa il figlio Mattia

Il mondo dei media mi affascina.
Sono cresciuto con il mito del giornalismo di inchiesta, del ruolo del notista politico che squarcia il velo sui giochi di palazzo, del dovere di cronaca che si scontra con la coscienza dell’articolista.

Quindi sono stato subito attratto dalla discussione nata su Twitter sulla mancata pubblicazione da parte di Mattia Feltri di uno scritto di Laura Boldrini.

Entrambi i personaggi sono noti: Laura Boldrini, ex presidente della Camera dei Deputati da sempre impegnata sul fronte dei diritti delle donne; Mattia Feltri, giornalista e direttore dell’HuffPost una testata giornalistica on line, forse la più prestigiosa.

I fatti.

  1. Laura Boldrini, nel giorno contro alla violenza sulle donne, invia uno scritto all’HuffPost in cui (si immagina, lo scritto non è noto) prende posizione sul vergognoso articolo pubblicato da Vittorio Feltri su Libero (testata di cui Vittorio Feltri è direttore editoriale).
  2. Mattia Feltri le chiede di cancellare il riferimento al padre dallo scritto e, dato il rifiuto della Boldrini, decide di non pubblicarlo.
  3. Laura Boldrini rende pubblica la vicenda
  4. Mattia Feltri risponde pubblicamente a Laura Boldrini dicendo che è diritto e dovere di un direttore scegliere cosa va pubblicato o meno su un giornale.

Come potete immaginare, si è scatenata una bagarre.

Vorrei qui esporre alcune mie considerazioni.

Premetto che sono d’accordo con Mattia Feltri sul fatto che è prerogativa di un direttore dettare la linea editoriale della sua testata. Lo fa scrivendo, facendo scrivere, ma soprattutto decidendo cosa pubblicare e cosa no.

Quindi il vero tema sono le motivazioni (che peraltro il direttore non spiega nel suo scritto) per decidere di non pubblicare.

Feltri junior dice chiaramente che ha chiesto di rimuovere il riferimento a Feltri senior come condizione per pubblicare.
Ergo dobbiamo cercare in questa direzione cosa abbia guidato la scelta di Mattia.

Di certo c’è una punta di perfidia nella scelta della Boldrini di usare il giornale del figlio per attaccare il padre.
Peraltro, la Boldrini collabora regolarmente con l’HuffPost, visto che questo contiene un suo blog.
Feltri spiega che, essendo la Boldrini un’ospite dell’HuffPost a maggior ragione sarebbe tenuta al rispetto delle regole della casa (la frase esatta è “E gli ospiti, in casa d’altri, devono sapere come comportarsi.”).

Questo è il primo punto su cui sono in pieno disaccordo con Feltri.
I blog oggi portano lettori alle testate che li contengono. Anche se (ma ignoro se quello della Boldrini ricada nella fattispecie) si tratta di collaborazioni gratuite, non possono essere ridotti a “spazi concessi” dalle testate agli autori.
Non nego l’importanza fondamentale dei giornalisti che scrivono i pezzi all’interno del giornale, ma considerare i blogger “ospiti” è miope (se non presuntuoso).

La seconda cosa che mi fa storcere il naso nella scelta di non pubblicare è che avrebbe pubblicato se non ci fosse stato il nome di Feltri padre.
Quindi lo scritto era “ricevibile” ma creava una situazione di imbarazzo l’attacco ad personam.
Riconoscendo a Feltri junior l’onestà intellettuale di non rifuggire un conflitto di opinioni, mi trovo a considerare due scenari.
Il primo, più onorevole, suppone che il direttore abbia voluto evitare che il suo cognome venisse strumentalizzato per colpire un terzo (titolo del giorno dopo su Repubblica “Anche Mattia Feltri condanna il padre Vittorio”).
Il secondo, ahimè più umano, risiede nel non voler creare guai in famiglia.

Laura Boldrini, Mattia Feltri e Vittorio Feltri

Il terzo punto su cui mi trovo in disaccordo su quanto scritto da Mattia Feltri è la chiusa, il post scriptum della sua replica, in cui polemicamente aggredisce il presidente dell’Ordine dei Giornalisti per aver appoggiato la Boldrini.
L’Ordine ha tanti difetti e di certo andrebbe riformato. Ha perso credibilità e autorevolezza. Però è troppo comodo pretendere un “processo” con replica tra le parti per un fatto del genere e non scandalizzarsi quando l’Ordine non si erge a difesa dei diritti dei lettori in tutte le numerosissime occasioni in cui dei giornalisti fanno male il loro lavoro (per incapacità o, peggio, per calcolo).

Infine un quarto ed ultimo punto. Mattia Feltri decide di non pubblicare e facendolo ci permette un brevissimo sguardo dietro le quinte.
C’è una mossa (che già sopra ho definito perfida) della Boldrini per mettere in difficoltà i due Feltri.
C’è un (probabile) scontro tra lei e Feltri a colpi di “lo faccio sapere a tutti” e “non mi faccio ricattare”.
Ma soprattutto c’è una faccia pubblica diversa da quella privata.
Vittorio Feltri fa vendere copie del suo giornale prendendo posizioni iperboliche e roboanti. E’ un po’ il Vittorio Sgarbi del giornalismo (avrei potuto anche scrivere il Mauro Corona).
Probabilmente dice quello che non pensa.
Il figlio, che lo sa, si trova in conflitto tra l’attaccare il giornalista “pubblico” e difendere il padre “privato”.

Chiudo questo mio sfogo con una riflessione.

Esser figli di cotante padre dev’essere davvero difficile.
Imbarazzante il più delle volte.
E per questo (e per le tante cose condivisibilissime che Mattia Feltri scrive) che mi sento di esprimere solidarietà al direttore dell’HuffPost, pur non condividendone questa specifica scelta editoriale.

P.S.: aggiungo in coda il testo dell’articolo scritto dalla Boldrini, non pubblicato da Feltri ma accettato e pubblicato da Il Manifesto: clicca qui.


Aggiungo un commento (il 30 novembre).
Il giorno stesso in cui ho pubblicato questo pezzo, Mattia Feltri ha dato la sua versione dei fatti (qui) e mi sono ricreduto. Però il giorno successivo anche Laura Boldrini ha risposto al pezzo di Feltri (qui) e di nuovo sono tornato sui mei passi.
Forse io sono troppo dubbioso. O forse, temo, Mattia Feltri ha la tendenza a raccontare solo la “sua” verità; o un pezzo di essa…

I nuovi bulli

Siamo circondati dai nuovi bulli, persone che detengono il potere e lo usano per avere ragione a prescindere dal merito della questione

Trump, l’ex presidente degli USA, ha licenziato Christopher Krebs che era il direttore della CISA, l’agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture.
Il motivo? Krebs aveva definito le elezioni appena concluse come “le più sicure della storia americana”. E ovviamente ciò non poteva andar bene al tycoon che, ancor oggi, non ammette la sconfitta e parla di frodi.

Chissenefrega?
Magari sì. Ma è un ottimo spunto per trarre qualche riflessione più generale.

Il metodico zittimento delle voci contrarie tramite rimozione dagli incarichi o attacco sul piano personale (gogna mediatica) di chi ha idee diverse, è una strategia estremamente diffusa.
Sei contrario ad un mio progetto? Invece di discutere nel merito delle tue idee, attacco la tua persona per sminuirti o distruggerti.

donald trump

Lo facevano i bulli quando andavo a scuola e lo fanno i potenti oggi.
Non solo esponenti politici, ma anche imprenditori o personaggi famosi.

Forti del loro potere e di un meccanismo perverso che rende i media degli amplificatori privi di discernimento, i nuovi bulli spadroneggiano in rete.
E data l’equazione (totalmente priva di fondamento) “Più è virale, più è reale” raccolgono consensi ben al di là di quanto si meritino.

Esiste una soluzione a questo problema? O meglio, è davvero un problema?

Negli anni abbiamo accettato di barattare la libertà con la comodità.

Avviene in tutti i campi e a tutti i livelli.

Gli smartphone non richiedono un utente altrettanto “smart”.
La super specializzazione fin dai primi anni di scuola superiore ti trasforma in un esperto in un campo e un ignorante in tutti gli altri.
La comodità di acquistare on line e di avere i negozi aperti nei weekend (addirittura 24 ore) si paga con la perdita di posti di lavoro e lo sfruttamento delle persone.

Lo stesso meccanismo lo ritroviamo per le notizie.

Una volta ci informavano, adesso siamo informati.
Sembra un gioco di parole, ma è un fenomeno grave.
Abbiamo accettato un ruolo passivo nel processo di acquisizione delle informazioni.
Abbiamo delegato ad altri il discernimento tra ciò che è vero e ciò che è verosimile. Anzi, ormai anche ciò che è palesemente insensato, con la dovuta forza, può essere trasformato in reale.

Qualcuno dirà: “Ma chissenefrega di essere informati, io vivo bene nel mio piccolo mondo, a casa mia, nel mio quartiere…”
Questa nostra pigrizia nell’informarsi sul quadro generale si riflette tragicamente nel nostro vissuto quotidiano.

Non sapere cosa sia il MES o fregarsene di Lampedusa e degli sbarchi di persone in fuga o ancora, più recentemente, trascurare la pandemia (“la mascherina? io?”) e le conseguenze economiche (“‘sto governo di incapaci non riesce neppure a distribuire il fondo per le bici…”) sono tutte scelte che ci si ritorcono contro nel giorno in cui andremo a votare.
Allora non sceglieremo chi ha ragione (secondo noi) ma ci faremo influenzare da chi grida più forte.

Invece dovremmo cercare il confronto su un piano intellettuale, discutere sulle idee, ascoltare chi non è d’accordo senza prevaricarlo.
Smettere di seguire sui social chi la pensa come noi e provare ad ascoltare, invece, delle campane diverse.

In una parola, allargare la nostra visione.

Quando andavo a scuola, i bulli erano limitati e resi inoffensivi dal valore della cultura, dal rispetto per l’autorità che l’insegnante rappresentava e, non da ultimo, dalla forza del gruppo.
In quest’era di disimpegno, di ricerca di scorciatoie, di attenzione solo al proprio ombelico, i bulli la fanno da padroni.

E noi pagheremo il conto.