La casa dagli occhi grandi

HELP: chi mi aiuta a godermi il panorama senza causare incidenti di volo ai simpatici pennuti?

Prima di venirci a vivere in modo permanente, ho fatto alcuni lavori alla mia casa delle vacanze in montagna in modo da renderla più adatta alle mie nuove esigenze.

Ho creato uno spazio unico cucina-sala-studio, una grande stanza che è il cuore della casa e dove passo la maggior parte del mio tempo.
Ho terrazzato il giardino in modo da creare un’area orto e un’area prato.
Ho provveduto a sistemare infissi e rivestimento del tetto per evitare perdite di calore, contemporaneamente ho eliminato il vecchio caminetto e l’ho sostituito con una stufa a pellet. Insomma un occhio di riguardo al risparmio energetico!

Ma la cosa più importante, quella a cui tenevo, era di unire due delle finestre della facciata e trasformarle in un’unica grande vetrata che s’affaccia sulla valle e, in lontananza, sul Monte Bianco.

Le finestre di casa mia sono perennemente aperte.
Gli scuri ci sono, ma li chiudo solo quando sono via per qualche giorno.
Di notte sono aperti, così come nelle ore più calde del giorno.
La luce entra in tutte le stanze.

Vista da lontano, la mia casa sembra avere degli occhi grandi e spalancati attraverso cui l’interno e l’esterno comunicano.

Sono molto felice di questa soluzione.
Salvo che c’è un importante lato negativo.
Le vetrate così ampie diventano, specialmente quando il sole non ci si riflette ma le attraversa, praticamente invisibili.
Così capita che qualche uccello finisca la planata dritto contro la lastra.
E’ capitato a merli, pettirossi e cinciallegre.
Solo gli uccelli più timidi, il picchio o la ghiandaia, si tengono a distanza.

Purtroppo queste planate finiscono spesso in tragedia.
Capita infatti che il piccolo volatile si rompa l’osso del collo e cada a terra.
Così le mie giornate sono interrotte da un colpo su una finestra ed una affannosa corsa verso la terrazza o il giardino per vedere che cosa è capitato al povero pennuto.

sagome anticollisione

Ho pensato a come risolvere il problema senza oscurarmi la casa o senza attaccare degli adesivi a forma di falco (come nelle barriere in autostrada e come suggerito dalla LIPU) ma non sono riuscito a trovare una soluzione.
Nelle camere adesso ci sono delle tende che fanno egregiamente il loro mestiere ed evitano tragedie aviarie.
Ma nella mia stanza/veranda con vista sul Bianco il problema persiste…

Qualche suggerimento?

La scoperta del Tempo

Vivere a contatto con la Natura mi ha permesso di uccidere l’illusione che potevo avere il controllo del Tempo che passava

I più fortunati di noi riescono a gestire il proprio destino. Non completamente: è ovvio che c’è sempre un evento imponderabile dietro l’angolo, una malattia, un incidente d’auto, ma anche un’offerta di lavoro irrinunciabile o un’eredità inaspettata.

Alcuni di noi sanno surfare tra queste onde della vita, a tenere la barra del timone fissa nella direzione in cui vogliono andare.

E’ curioso come io abbia usato delle metafore marinare per descrivere il processo che mi ha portato a vivere tra i monti.
Comunque, se riesci a mantenere abbastanza a lungo la direzione che hai scelto, prima o poi arriverai alla tua meta.

Ci sono molte componenti in gioco, e non mi riferisco agli eventi inattesi.
La prima è sapere dove vuoi andare.
La seconda è trovare la forza di restare in movimento.
La terza è essere sempre coerente con te stesso.

Vediamole più in dettaglio.

Sapere dove andare
Lucio Anneo Seneca diceva “Ignoranti quem portum petat, nullus suus ventus est” che potremmo tradurre liberamente in “Non c’è mai vento giusto per chi non sa a che porto dirigersi”. Ed è una grande verità. Troppo spesso manchiamo di una fase progettuale. Troppo spesso non pensiamo a cosa vogliamo veramente. I motivi possono essere tanti: la vita troppo impegnata, le responsabilità nei confronti della famiglia, le difficoltà economiche.
Ma sono tutte scuse. Dobbiamo avere un nostro traguardo e, ad ogni occasione (pur minima), dobbiamo fare un passettino in quella direzione.

Restare in moto
E’ parente stretta della prima, nel senso che spesso la prima porta alla seconda. Se non abbiamo un piano preciso, iniziamo a girare in tondo e poi – inesorabilmente – ci fermiamo.
Anche in questo caso siamo pronti a mettere in campo una miriade di scuse (l’arte di temporeggiare) e tra tutte quella regina: “Devo ancora decidere cosa fare” di cui sopra, appunto.
Muoversi è fondamentale. Se ci fermiamo inizia a crescerci sopra l’edera e siamo perduti.
Magari può sembrare la scelta migliore, fermarsi e rilassarsi un attimo, ma occhio che l’attimo non diventi un anno, un decennio, una vita. E vi ritroverete a navigare tra le cose che avreste voluto fare, ma non ne avrete più il tempo.

Coerenza con se stessi
James Russel Lowell diceva “Solo gli stupidi (e i morti) non cambiano mai opinione” e direi che ha ragione da vendere.
Ma stiamo parlando di scelte minori e non di principi. Per me un tempo la pastasciutta migliore erano le troffie al pesto, adesso amo la cacio e pepe. Oppure, più seriamente, ero convinto di aver ragione ma dopo aver ascoltato le tue riflessioni penso che ho avuto torto.
I principi fondanti del nostro essere, invece, non possono cambiare (o magari può succedere, ma al massimo una volta nella vita). Parlo di ciò che siamo nel profondo, delle leggi morali intorno alle quali abbiamo costruito la nostra personalità, la nostra esistenza.
Esistono ma, fortunatamente, non sono così tanti coloro che sono pronti a tradire loro stessi per un motivo futile. E’ molto più comune incontrare persone che si contraddicono senza accorgersene, che non danno peso alla coerenza. Come se fosse una virtù fuori moda.

cielo stellato notturno tra i monti

Come mio solito mi sono dilungato.
La riflessione di stamattina verteva sul perché il destino che mi sono costruito mi ha portato in questo paese tra le montagne.
Di certo c’è la serenità che questo mondo mi trasmette. Il contatto con la Natura e le sue cose semplici. La felicità pura di un cielo stellato incorniciato dalle sagome scure delle vette. L’odore della pioggia nel bosco. I giochi di nuvole di un cielo temporalesco.
Ho cambiato il mio stile di vita: il mondo cui agognavo adesso è proprio fuori dall’uscio di casa. Un mondo in cui mi riconosco, che sento mio.

Ma il vero cambiamento è che mi sono liberato dalla necessità di gestire il Tempo.
Prima facevo di tutto per incastrare più cose possibili nelle 24 ore della giornata, nei sette giorni della settimana. Mese dopo mese, anno dopo anno, mi impegnavo a mettere quanta più vita possibile nel Tempo che passava.

Sono venuto qui per uccidere l’illusione che Vita e Tempo viaggino parallele e che io potessi in qualche modo controllarne lo scorrere.

Ci sono cose che devono seguire il proprio ritmo. Io non ho potere su esso.
La gente di qui lo sa bene e non forza la propria vita.
E’ inutile seminare prima della giusta stagione e non si può raccogliere prima che sia giunta l’ora o rimandare il raccolto lasciandolo marcire nei campi.
Accettare il ritmo della vita mi ha permesso di fare pace con me stesso, di trovare la serenità.

Forse il mio viaggio dal mare ai monti cercava questa saggezza antica che dona quiete al cuore.

La condizione minima e necessaria

Ho reagito all’isolamento da corona virus facendo manutenzione delle mie emozioni e di tutte le piccole cose che ho scelto di portare con me nella mia vita

Farò outing.
Lo so che di solito questa parola è usata per un tipo specifico di ammissione. Ma in questo caso toglietevi dalla testa ogni tipo di pruderie e lasciate che io apra il mio cuore e vi confessi alcuni aspetti intimi e personali di questo periodo.

Probabilmente a causa della sovraesposizione alle notizie drammatiche provenienti da tutto il mondo, la mia corazza di cinismo si è andata vieppiù assottigliando e, dopo solo un paio di settimane di isolamento, ho notato che molte delle mie abitudini e dei miei gusti sono cambiati.

Ho smesso di guardare i telegiornali.
Le notizie le cerco per conto mio e sui siti che ritengo più affidabili, sia qui in Italia che all’estero.
Ho abbandonato tutti i talk show dove lo stesso fatto viene analizzato da ogni lato con un quasi lussurioso piacere per il macabro, per il dolore esposto, per la ricerca della tragedia.

La televisione, che – vivendo da solo – è l’unica voce che sento, la tengo accesa solo la sera per un’ora o poco più.
Ho iniziato a cercare i film comici o romantici, quelli stupidi e a lieto fine che a malapena sopportavo solo un paio di mesi fa.
Sono diventato dipendente dai telefilm. Non le serie, proprio i telefilm. Tra tutti, resto incantato a guardare i vecchi episodi di Big Bang Theory.
Non credo abbia bisogno di presentazioni. Quella comune di amici strani, con i personaggi caricaturizzati, dove i sentimenti sono semplici e la vita vera scorre lontana, non mi stanca mai.

chitarra

Ho ripreso a suonare la chitarra.
Sono andato a ricercare le vecchie canzoni che suonavo da ragazzo.
Tutto De André, moltissimo Bennato, e ancora Guccini, De Gregori, Dalla.
E poi ho cercato su Google e ho trovato un po’ dei grandi classici in inglese che 40 anni fa avevo ignorato per scarsa o nulla conoscenza dell’idioma.
Confesso che ho rispolverato anche alcune vecchie hit pop da spiaggia: Mare nero (che è il nome con cui conoscevamo la Canzone del sole di Battisti) o Il ragazzo della via Gluck e Azzurro di Celentano o persino Un mondo d’amore di Morandi.

Leggo tanto.
Molti gialli che filano veloci e ti distraggono dal resto.
Alcuni saggi, tutti inerenti al rapporto Uomo Moderno / Natura.
Alcuni volumi sulla montagna: storie eroiche dell’alpinismo classico o testi che trasmettono la passione per le Terre Alte.

Passo parecchio tempo al telefono.
Con gli amici, con i miei genitori, con persone che non sentivo da tempo.
La distanza fisica è un potente incentivo a creare ponti. Anche solo via cavo.

Ho iniziato a ricercare il piacere dei lavori manuali.
Il gusto di scrivere con la penna, di provare a fare qualche schizzo con matita e bloc notes.
Il bricolage, che poi significa semplicemente fare la manutenzione delle proprie cose, averne cura.
Quasi che ritornare ad usare le mani, a fare cose reali, mi offrisse una dimensione diversa della creatività.

Ecco, rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto che tutto si riduce semplicemente a manutenere il mio mondo messo a repentaglio dal Covid19.
Non ho paura della malattia (forse scioccamente, penso che la supererei abbastanza facilmente) ma sono turbato dalla svolta cui mi ha obbligato.
Per la prima volta non sono io che decido cosa fare. Ci sono steccati a limitarmi, distanze da mantenere, viaggi proibiti.
La mia reazione naturale è di aver cura delle mie emozioni, dei miei pensieri, delle persone a cui tengo, delle cose che ho scelto di portare con me.

Una cosa semplice, in fondo.
La condizione minima e necessaria per continuare a vivere la mia vita.

Chiasso mediatico

La mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno rotto le palle nell’ultima fase dell’isolamento. E non è ancora finita

In questo giorno di inzio della Fase Due vi comunico ufficialmente (se a qualcuno dovesse interessare o semplicemente per sfogarmi) che inizio ad avere le palle piene.

Ecco la mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno scocciato.

NUMERO UNO:
Pubblicità che con la scusa di dirci quanto siamo bravi e che l’Italia ce la farà, cerca di venderci qualcosa. Ragazzi, siamo consumatori ma non siamo scemi…

NUMERO DUE:
Inchieste giornalistiche, dibattiti, reportage sul Corona Virus. Eccheppalle! la vita va avanti, non so se ve ne siete accorti…

NUMERO TRE:
Discussioni eterne e ricorsive sui vari decreti del presidente del consiglio dei ministri (è questo che significa l’acronimo DPCM). Nelle varie versioni:
a. cosa si può e non si può fare
b. okkei per questa cosa, ma quella? Come avete fatto a non pensare a quella?
c. poteva scriverlo più chiaramente…

NUMERO QUATTRO:
Storie edificanti. Sappiamo tutti che Gramellini è il nuovo De Amicis, ma è un dilettante a confronto con la pletora di microfonati che ci inondano gli schermi di storie strappalacrime, di “nuovi eroi”. Il bimbo che rivede la nonna, la ragazzina a cui manca il cane, l’infermiere che torna a casa distrutto. Tutto vero, tutto commovente, tutto dolcissimo… mò basta però!

NUMERO CINQUE:
Gli ottimisti a prescindere. Che poi sono l’altra faccia della medaglia dei catastrofisti.
Sono morte 30mila persone, ma andrà tutto bene.
La gente non lavora, ma l’Italia è di esempio al mondo.
Chi ci guida (e non mi riferisco solo al governo centrale) procede anaspando a tentoni, ma uniti ce la faremo.
Non siamo bambini piagnucolosi che vogliono sapere quando si arriva! Voglio, non dico dati e strategie, ma almeno non essere preso in giro. Ammettete gli errori: state facendo un lavoro difficile che nessuno ha mai fatto prima. E’ normale sbagliare e riprovare.

Franz Rossi

Ah, che soddisfazione.
Mi sono tolto un po’ di sassolini dalla scarpa.

Adesso approfitto della fase due e me ne vado a correre nel bosco dietro casa.
Sì, perché nonostante tutto, io come molti altri, le regole le rispetto. Anche se non sono d’accordo, anche se “tanto non faccio del male a nessuno”.

Vado nel bosco, perché mi manca un po’ di quel silenzio che è il terreno fertile nel quale germogliano i miei pensieri.

Di questo chiasso mediatico ne ho davvero abbastanza.

Dopo il Covid 19

Rimettiamo il rapporto con la Natura al centro della proposta turistica.

Sto leggendo un bel saggio di Yuval Noah Harari, si intitola Homo Deus e il sottotitolo è “Breve storia del futuro”.
Fa parte di quel gruppo di libri che avevo acquistato da tempo, avevo appoggiato sul comodino, ed era stato sommerso da nuovi acquisti.
E’ stato pubblicato nel 2015 e scritto prima, ma offre una chiave di lettura davvero stimolante di quello che ci sta capitando in questi giorni.

Non l’ho ancora finito, ma nella prima parte propone di chiamare questa fase storica Antropocene invece che Olocene, asserendo che l’Uomo è stato l’autore di tutti i cambiamenti che caratterizzano quest’epoca. E’ una provocazione per sottolineare come tutto avvenga per merito (o a causa) dell’essere umano.
Abbiamo addomesticato il pianeta, conquistandolo.
Abbiamo modificato l’ambiente in cui viviamo, creando le città a nostra misura e modificando le speci animali e vegetali in modo a noi utile.

[Una nota a margine: Ma voi lo sapevate che misurando la biomassa dei grandi animali si scopre che gli animali selvatici cubano per 100 milioni di tonnellate, noi esseri umani valiamo 300 milioni di tonnellate e gli animali domestici ben 700 milioni di tonnellate?]

Nulla aveva mai impattato così drasticamente sulla Terra.
Se anche un vulcano eruttasse, o un terremoto gigantesco distruggesse un’area vastissima o persino un meteorite colpisse un continente, la vastità degli effetti sarebbe nulla paragonandola ai cambiamenti che l’uomo, che ha colonizzato tutte le terre emerse, provoca a livello globale.
I vantaggi e gli svantaggi della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti.
L’incredibile rapidità di diffusione del Covid 19 è uno di questi.

Il tema del rapporto Uomo/Natura è uno di quelli che mi sono più cari.
E’ ingenuo pensare che si possa tornare indietro: non siamo in grado di ricreare quello che abbiamo distrutto o modificato.
Ma c’è ancora spazio per i singoli individui per comportarsi in un modo diverso, più rispettoso, nei confronti della Terra.
E questa scelta permette a chi la compie di vivere meglio, più consapevolmente, la propria esistenza.
Sono così convinto di ciò da aver cambiato la mia vita in questo senso.

Osservando quello che accade in queste settimane nei centri urbani, attraverso la televisione, i racconti degli amici, persino le pubblicità, viene da pensare che la gente stia impazzendo.
Non nel senso che fanno cose da matti, ma che faticano a gestire lo stress.

Il Corona Virus ci ha spinto fuori dalla nostra comfort zone, minando le nostre sicurezze.

Pensavamo di esser pronti a fronteggiare qualsiasi malattia, ed ecco che un’influenza aggressiva e velocissima, cambia in modo drastico le nostre esistenze. Ci obbliga a stare a casa; ci rende più poveri; fa tremare il sistema sanitario.
E noi scopriamo di non essere in grado di gestire tutto questo.

rifugio Alpenzu
L’arrivo al rifugio Alpenzu (foto tratta da inalto.org)

Chi vive a contatto con la Natura, seguendo le sue regole, invece, subisce meno questo stress.
Probabilmente perché c’è l’abitudine a non avere il controllo su tutto, i ritmi di vita sono comandati da fattori esterni.
Prendiamo ad esempio un orto: si semina dopo l’ultima nevicata (sperando di non sbagliare perché altrimenti si deve buttare tutto e ricominciare), si bagna se non piove, si strappano le piante che invadono il terreno che hai dissodato, si spera nel sole per raccogliere e via dicendo.
I cicli naturali delle stagioni, poi, sono un manifesto alla continuità della vita. Potete indicare un messaggio più ottimista?

Tutto questo viene moltiplicato se si vive in montagna, dove gli imprevisti sono la norma, dove contare su te stesso come individuo e non sull’aiuto esterno è l’unica garanzia di sicurezza, dove anche la fatica è parte della vita.

Ecco quindi la mia proposta.
Tra poche settimane saremo a giugno ed inizierà l’estate, proprio in concomitanza con il probabile allentamento delle maglie dell’isolamento.
Dovremmo aprire le nostre case alla gente che viene dalle città.
Dovremmo invitarli a vivere come viviamo noi.
Restituirebbe un punto di vista più equilibrato e naturale sul mondo e magari tornerebbero a casa con un atteggiamento diverso nei rispetti del pianeta.

Anche chi ci governa, qui in Valle d’Aosta, dovrebbe seguire l’esempio di altre regioni montane e mandare un messaggio chiaro.
Venite a trovarci e scoprirete dei valori fondanti della vita che tra cemento ed aria condizionata avete perso di vista.
Sarebbe importante per l’economia della valle e rimetterebbe la natura ancora incontaminata che ci circonda al centro della nostra proposta turistica.

Evitare il turismo di massa (in rispetto al social distancing) e privilegiare i piccoli gruppi familiari.
Ritornare alla lentezza dei ritmi naturali allontanandosi dalla frenesia dei tempi moderni.
Assaporare i cibi semplici dei posti che attraversiamo dimenticando i prodotti artificiali od esotici.
Rivitalizzare il proprio corpo con attività motorie e riscoprire quello che sappiamo e possiamo fare.

Insomma, usiamo quest’opportunità per cambiare in meglio.
Accettiamo il cambiamento che ci è stato imposto e ripartiamo da esso.
In fondo cosa abbiamo da perdere?

I cicli e le stagioni

Le piccole cose che segnano la mia vita: una è il ritorno dell’acqua negli impianti di irrigazione

Da ieri pomeriggio è tornata l’acqua per irrigare i campi.
Qui da noi tutti i proprietari terrieri sono consorziati in un’associazione che, tra le altre cose, gestisce gli impianti di irrigazione generali. L’acqua viene raccolta in vasche e canalizzata per raggiungere gli impianti che capillarmente bagnano ogni terreno coltivato.

Durante l’inverno gli impianti vengono svuotati per evitare che, ghiacciando, si rompano. A primavera, quando non c’è più il rischio delle gelate, l’acqua torna nei tubi.

Nel mio piccolo, sono agganciato all’impianto generale per bagnare il giardino e l’orto.

Nell’ultima settimana, con il sole caldo e le giornate più lunghe, avevo ricominciato a curare le piante del giardino e a dissodare l’orto. Era evidente che la terra aveva bisogno d’acqua: l’erba è gialla e le foglie nuove sul salice faticano a crescere.

getto acqua irrigazione

Ma finalmente stamattina ho potuto ricominciare a bagnare.

Domani pianto gli ortaggi e domenica sarà, anche per me, una giornata di resurrezione.

Forse può sembrare sciocco.
Però io sono più felice di queste piccole cose che, cadenzando la mia vita qui in montagna, danno il ritmo ai miei pensieri e al resto della mia esistenza.

Mi emoziono di più vedendo l’erba umida al mattino che alla notizia di un nuovo modello di smart phone.

Credo abbia a che fare con quello che cercavo (ed ho trovato) qui. Un ritorno alle cose reali, non a quelle generate da noi uomini.

Temo di essere un inguaribile romantico. Ma in fondo, non faccio del male a nessuno.

Una vita di confine

Il confine ci sfida ad andare oltre per conoscere meglio chi siamo e chi potremmo essere

Tutti parlano di autoisolamento e quarantena, così mi sono venuti in mente due provvedimenti simili ma opposti: il confino e l’esilio.
Entrambi hanno a che fare con la libertà di movimento, ma il secondo consiste nell’impedirti di frequentare un certo posto (ad esempio l’esilio dall’Italia della famiglia Savoia) mentre il primo è una forma di prigionia in senso lato (divieto di abbandonare una città, una regione, una nazione).

In questo periodo siamo confinati nelle nostre case per la maggior parte del tempo, salvo poter uscire dall’abitazione, ma senza lasciare il territorio comunale, per alcuni specifici motivi. Tutte le polemiche sull’attività sportiva, sulle passeggiate dei bambini, sui supermarket più o meno affollati, vertono sulla larghezza di questi confini entro i quali, mi si perdoni il gioco di parole, noi siamo confinati.

Eppure a me il confine ha sempre fatto l’effetto opposto.
Non riesco a vedere un confine come qualcosa di diverso da un’opportunità, una sfida ad un mondo nuovo da conoscere.

Ho trascorso una grande parte della mia adolescenza a Trieste, una delle città di confine per antonomasia.
Infilata in quell’angolo d’Italia a Nord Est, tra Slovenia ed Austria, con una parte della popolazione che parla lo sloveno come madre lingua, città a vocazione marinara dal cui porto si dipartivano le rotte per l’oriente, ha nel suo dna l’essere poliedrica.
Si parla l’italiano, anche se il dialetto la fa da padrone, lo sloveno, il tedesco e – ovviamente – l’inglese.
Si prega in chiese cattoliche, greco ortodosse, serbo ortdosse, anglicane, valdesi oltre, naturalmente, la sinagoga e la moschea.
E’ fatta di contrasti: ruvida al limite del grezzo, vanta il maggior numero di librerie e teatri rispetto alla popolazione; terra di passaggio ha accolto illustri scienziati e letterati grazie all’osservatorio astronomico, all’acceleratore di particelle, al centro internazionale di fisica teorica.
Per me che ci sono cresciuto e che ne sono stato formato, il confine è sempre stato sinonimo di dualismo, di coesistenza pacifica tra mondi affini ma diversi.
E questo modo di essere mi è stato inoculato sotto pelle, come un virus.

Così ho sempre vissuto alla ricerca di quel confine, di quelle differenze con gli altri che mi completavano.

La vita e le mie scelte, mi hanno portato a traversare tutta l’Italia in senso trasversale, dal Nord Est al Nord Ovest e oggi vivo in Valle d’Aosta.
Di nuovo sul confine…

scialpinismo verso la vetta

Ma questa volta il confine che ho scelto non è tra l’Italia e la Francia o la Svizzera (pur essendo innegabilmente ai bordi del nostro Paese).
Ho scelto un piccolo villaggio di mezza montagna (1.000 metri sul livello del mare); una casa ai bordi dell’abitato cosicchè posso uscire dal cancelletto del mio giardino, attraversare la strada asfaltata, ed entrare nel bosco. Da lì posso salire le montagne senza più dover passare attraverso paesi, quasi senza vedere più le strade asfaltate.

E’ il mio nuovo confine.
Il limite tra il mondo urbanizzato e quello ancora selvaggio.

Ho sempre amato viaggiare. Probabilmente proprio alla ricerca di quelle diversità che una vita al confine mi aveva insegnato a conoscere.
E il mio viaggio continua. Copro distanze molto più brevi e lo faccio a piedi e non più con l’aereoplano.
Sto cercando le nostre radici, quelle che l’uomo moderno sta dimenticando, sommerse da tecnologia e comodità.
Abbiamo piegato il mondo alle nostre esigenze, l’abbiamo modellato a misura d’essere umano, ma così facendo abbiamo sacrificato la nostra capacità di adattarci a qualcosa di diverso, abbiamo rinunciato alla capacità di cambiare e quindi di esplorare nuove possibilità.

Il confine è esattamente questo: il limite tra ciò che siamo e quello che potremmo essere.
Per il momento io proseguo nel mio viaggio, senza timore di perdere ciò che lascio alle mie spalle, spinto solo dalla curiosità di scoprire cosa ci sia oltre…

Sotto la neve

Rallentare per poter scegliere meglio: un elogio della riflessione

Tutta la settimana, qui da me, le temperature erano state particolarmente rigide e già ieri pomeriggio erano apparsi i primi fiocchi.
Stamattina mi sono svegliato con una spolverata di neve sulle tuie che delimitano il mio prato e, mentre facevo colazione, la neve ha ripreso a scendere.

acero sotto la neve

Non so perché, ma mi sono svegliato pensando alla vecchiaia.
Non mi sento ancora parte della categoria, ma riconosco alcuni sintomi che rivelano il passar degli anni.
Non tanto fisici, quanto comportamentali.

Sento crescere in me il desiderio di scegliere con attenzione le persone che mi circondano.
Ho smesso di cercare di compiacere gli altri, di cercare la loro approvazione.
Non vengo più travolto dall’eccitazione del nuovo e cerco il piacere delle cose che ho scelto più di quelle che mi sono capitate.

Guardo con sorridente distacco al baldanzoso coraggio dei giovani.
Ammiro sornione le loro sicurezze e tengo stretti i miei dubbi e le possibilità che so ancora di avere.
Non confondo l’esperienza con la conoscenza: so che la prima può guidarmi nell’ordinario, ma se voglio lo straordinario devo perseguire la seconda.

Ho smesso di mandare giù la vita a grandi sorsi e preferisco farmela rotolare in bocca come il buon vino, cercandone di apprezzare pienamente il gusto.

Riflessioni tristi?
No davvero…

Quando ho spalancato la finestra per arieggiare la mia camera da letto mi sono riempito il petto dell’aria frizzante del mattino e gli orecchi del canto delle cince che mi ricordano che è primavera.

Non basta qualche fiocco a fermare il ciclo delle stagioni.
Così come non basta qualche anno in più a delimitare le possibiltà dell’animo umano.

E questo pensiero è molto confortante.

Allenamento 2.0

L’abitudine all’allenamento può aiutarci ad affrontre i tempi del Covid19

Premessa importante per tutti i miei amici corridori: questo non è un post sulla corsa, o perlomeno non in senso stretto.

Fino a qualche anno fa, correre per me significava anche gareggiare.
Non era lo scopo principale, non sono mai stato un atleta di punta, ma la gara era un modo concreto per verificare il mio livello.
Provavo a chiudere una maratona entro un certo tempo o arrivare in fondo ad una ultramaratona o ad un ultra trail.

Per raggiungere gli obbiettivi che mi ero prefissato sapevo che l’unica strada era quella di allenarmi seriamente.
In una parola essere rigoroso nel rispettare una tabella di lavori.

Oggi parlo di tutto questo perché mi sono convinto che io debba applicare lo stesso rigore nella mia vita in questi tempi di isolamento forzato.

John_William_Waterhouse_-_Dolce_Far_Niente_(1880)

Il corona virus ci spaventa.
Se non temiamo per noi stessi, temiamo per i nostri figli o i nostri genitori.

La vita come la conoscevamo fino alla fine di febbraio non esiste più.
Non possiamo più andare a bere un caffé, comprare un libro, tagliarci i capelli.

Mancano i rapporti sociali, il cazzeggio con i colleghi alla macchinetta del caffé, la pizza del giovedì sera tornando da Milano, l’aperitivo con gli amici, il corso di scialpinismo e via dicendo.

Mancano le strette di mano, le carezze, gli abbracci.

Per evitare il diffondorsi del Covid 19 l’unica strategia è evitare i contatti umani. Ma noi uomini siamo geneticamente disegnati per tessere rapporti con i nostri simili.
Il virus ci colpisce nel profondo della nostra essenza.

Allora, esattamente come quando dovevo affrontare una gara su una distanza che non avevo mai percorso, ho deciso di fare due cose.
La prima è creare un rigoroso e metodico programma di avvicinamento al traguardo.
La seconda è quella di spezzare il percorso in micro obbiettivi.

Ovviamente l’allenamento in senso stretto non si applica. Ma rimangono le regole generali dell’allenamento.
#01. Mangiare bene: evitare eccessi e sostanze inutili (alcol e dolci extra); mangiare senza alzarsi gonfi da tavola; rispettare la piramide inversa (colazione abbondante, pranzo regolare, cena leggera).
#02. Non rimandare: fare oggi tutto quello che c’era in programma di fare.
#03. Curare i dettagli: ogni cosa deve essere fatta cercando di farla nel miglior modo possibile.
#04. Rispettare le regole: in questo caso mi sono imposto di scrivere regolarmente sul blog, di informarmi senza subire l’ondata dei media, di telefonare regolarmente ai miei vecchi (in modo da tranquillizzarli) e ai miei figli (per essere tranquillizzato), di contribuire come posso ad informare senza generare panico o rabbia.

Il vecchio trucco dei micro-traguardi o traguardi intermedi non ha quasi bisogno di spiegazioni.
Un traguardo lontano o, come nel nostro caso, un traguardo che non sappiamo quanto lontano sia, ci blocca.
Molto meglio operare per micro obbiettivi.

Il mio primo obbiettivo è il prossimo weekend quando ho in programma di finire un lavoro in giardino.
Poi c’è il 4 aprile, data in cui sapremo come evolverà il periodo di isolamento.
Ed in base a come arriviamo a quella data ci saranno altri possibili obbiettivi, non temporali ma di risultato (e questi per il momento sono ancora top secret).

Est modus in rebus

Se provassimo, per un attimo, a metterci nei panni degli altri forse riusciremmo a moderare i toni e a seguire il consiglio di Orazio.

La citazione viene dalle Satire di Orazio, significa, più o meno, “c’è una misura nelle cose” e si riferisce al fatto che esiste un naturale equilibrio nella vita reale e a quello dovremmo tendere.

Non so voi, ma la cosa di cui io ho più bisogno è un po’ di tranquillità.

Sono stanco di ascoltare il bollettino delle 18 con i suoi numeri e le parole a vuoto.
Di aspettare nella notte un comunicato che chiede ulteriori sacrifici.
Di vivere con il pensiero fisso al coronavirus e alle sue conseguenze.

Voglio poter vivere nella mia bolla almeno fino a quando non potrò di nuovo abbracciare le persone a cui voglio bene.

Immagino che sia lo stesso anche per voi.
Quindi non mi capacito del motivo per cui trovo postate in rete (e diventano virali) affermazioni che mettono gli uni contro gli altri.

donna alla finestra

Alcuni esempi…

“A montare gli ospedali da campo non c’erano le sardine ma i cattivissimi alpini”
E’ quanto di più cretino si possa dire.
In primis chi ha mai detto che gli alpini sono cattivi?
In secundis pensate che tra gli alpini non ci sia una Sardina? E poi come fate a paragonare un corpo militare con un gruppo di persone che non sono neppure un’organizzazione? Strano che a montare i campi non ci fossero il gruppo di amanti della fontina o i fans di Toto Cotugno.

“Dove sono i medici delle ONG e di Emergency…” e via dicendo.
Sono a fare il loro mestiere di volontari, in prima linea nelle regioni dove vivono. Dove pensate fossero?

“Tutti a criticare i runner, ma intanto ci sono le file alle tabaccherie”
Vi dà fastidio che non comprendano la vostra necessità di correre, ma siete intolleranti nei confronti delle esigenze altrui.

Non capisco questa necessità di contrapposizione.
Nessuno ha mai ragione al 100%.
Non esistono distinzioni nette, ci sono sempre delle eccezioni.

Se provassimo, per un attimo, a metterci nei panni degli altri forse riusciremmo a moderare i toni e a seguire il consiglio di Orazio.

E prima di lamentarvi della vostra quarantena, del fatto che dovete andare a lavorare, delle code al supermercato o degli errori degli altri (il governo, la regione, il sindaco, il vicino di casa ecc) pensate a chi lavora davvero per risolvere il problema o per contrastarlo.
Provate a dare il vostro contributo.

Magari solo tacendo.