Il bugiardo

Il sistema dell’informazione è in crisi. Colpa degli editori? Dei giornalisti? Difficile dirlo. Gli unici che non hanno colpa sono i lettori

Absit inuria verbis.
Metto i punti sulle i e sgombro il campo fin da subito: non cercate in questo post dei riferimenti ad una persona reale. Ho “creato” un personaggio mettendo insieme le caratteristiche e soprattutto i difetti di molte persone allo scopo di rendere più vivida l’immagine.

Ho un amico che è un grandissimo narratore. Ha proprio una dote innata.
Ha una voce profonda che arriva in tutta la stanza persino quando bisbiglia.
Ha una mimica facciale degna di un grande caratterista.
Quando parla sa calibrare il ritmo inserendo sapientemente le giuste pause.
Tiene agganciati gli ascoltatori con la voce e i movimenti delle mani.
Ogni barzelletta, raccontata da lui, diventa esilarante, e quando provi a ripeterla a casa, scopri che non funziona più.
Ma il meglio di sè lo dà quando racconta qualche aneddoto.
Gli sono capitate più cose che ad ogni altra persona. E sono tutte strane, emozionanti, commoventi.
Così che mi sono trovato a pensare che non si tratti veramente di ciò che gli capita, ma di come lo racconta.

Dovete capire che per uno come me, che aspira a vivere di parole, un personaggio di tale fatta è un libro da studiare.
Ho anche provato a rendere scrivendo quello che lui racconta, usando la punteggiatura e tutti gli strumenti retorici in mio possesso.
Un esercizio utile, che però si scontra con una realtà diversa, meno multicolor, quando scrivo qualcosa che è capitato a me.

Pinocchio

E il motivo è semplice.
Il mio amico è un bugiardo.
Usa la realtà fino a quando gli serve per imbastire la storia, ma quando deve prendere il volo non disdegna di travisarla o, persino, di inventarne una di sana pianta.
La verità ha tanti pregi, ma è prevedibile.
Per trasformare una storia normale, in una storia straordinaria, bisogna impreziosirla di svolte inaspettate.

In questo sta il discrimine tra narratore e giornalista.
Il narratore ha il dovere di tenere desta l’attenzione.
Il giornalista ha il dovere di non travisare mai la realtà.

Questa che è una distinzione ovvia, oggi si sta trasformando.
I giornalisti diventano filosofi e si autoassolvono discettano sui vari gradi della verità.
Le bugie bianche sono ammmesse, o persino date per scontate.
Le piccole spettacolarizzazioni a caccia di attenzione sono perdonate.

Ma c’è in gioco la credibilità (se ancora esiste) di un’intero sistema, quello dell’informazione.
Il quarto potere (per chi ama le citazioni roboanti) che bilancia gli altri tre poteri dello Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario.
Ai giornalisti spetta l’ingrato compito di osservare e riportare. Ponendo le domande scomode, facendo il lavoro sporco della verifica dei fatti, sfuggendo alla malìa degli altri poteri.

Gli editori hanno ceduto.
Devono far quadrare i conti e ogni sistema è valido.
Compreso tagliare gli investimenti sull’asset (il capitale) più importante: la professionalità dei giornalisti.

I giornalisti, orfani di un editore che li metta in grado di fare il loro vero lavoro, hanno scelto altre vie: quella dello spettacolo, della notorietà, del vendere copie a qualunque costo.

E così è avvenuta la crasi tra narratore e giornalista.

Se l’editoria è in crisi non è colpa dei giovani che non leggono più, ma degli operatori dell’informazione che hanno accettato di svendersi.

Ascolta “Il bugiardo” su Spreaker.

Si va in onda…

Si chiama Passaggi a Nord Ovest il nuovo podcast su cui stiamo lavorando con Denis Falconieri. Oggi l’annuncio del go live il 1 gennaio

Anno nuovo, vita nuova… va beh, ho buttato lì una banalità qualunque per rendere l’idea di quella voglia di cambiamento, di novità, che ciascuno di noi prova in questo periodo dell’anno.
Entrando a passo di marcia nel primo gennaio, con la colonna sonora dei fuochi d’artificio e la samba dei trenini, stiliamo coscienziosi una lista di buoni propositi.

Faccio tanto l’ironico, ma io non mi differenzio dal modello che ho appena descritto. Anzi, considerando che sono nato proprio il primo giorno dell’anno, per me ogni 1 gennaio rappresenta un nuovo inizio.

Vogliamo parlare del 2020?
Meglio di no. Lasciamolo andare, archiviamolo tra le esperienze difficili e guardiamo piuttosto in avanti, con animo aperto alle nuove opportunità.

Tutto questo bel discorso per raccontarvi di una nuova avventura in cui mi sono gettato a capofitto: Passaggi a Nord Ovest.

Immagino sappiate cosa sono i podcast?
Quando l’ho spiegato a mia madre, le ho detto “una specie di programmi radiofonici che invece di essere trasmessi nell’etere sono archiviati sul web a disposizione di chiunque li voglia ascoltare”.

Io ci ronzavo attorno da un po’, ma la spinta finale mi è stata data da un amico giornalista, Denis Falconieri, che mi ha telefonato un mattino e mi ha dato la sveglia proponendomi di lanciare il prossimo primo gennaio il nostro podcast.

Dopo innumerevoli telefonate, qualche pizza, qualche birra, il progetto era stato definito. Mancava solo risolvere i problemi tecnici.

zoom podtrack p4

Entrambi siamo più abituati alla parola scritta che a quella pronunciata, ma la vera sfida sta proprio nel cambiare il tipo di linguaggio, adattare i nostri stili al nuovo media.

E’ stato un periodo di sperimentazione “matta e disperatissima” – per citare il Leopardi dello Zibaldone – che ci ha portato ai primi risultati che da qui a qualche giorno potrete iniziare a seguire.

Una sperimentazione che continuerà nei prossimi mesi. Vogliamo trovare il nostro stile personale anche nel raccontare la vita delle Terre Alte. Ma devo stare attento a non anticipare più del dovuto.

A partire dal prossimo primo gennaio 2021, ci potete trovare su tutte le principali piattaforme di podcasting (Spotify, Google Podcast, Apple Podcast ecc).
Quel giorno pubblicherò il link anche qui sul mio blog (anzi troverete una sezione dedicata agli episodi che via via pubblicheremo) in modo da rendere più facile l’accesso.

Nella prima fase, ci siamo posti come obbiettivo di pubblicare un episodio alla settimana. E di fare “puntate” brevi, tra i cinque e i dieci minuti, poi correggeremo via via il tiro.

Nel primo episodio raccontiamo chi siamo, cosa facciamo e quale senso abbia il nostro podcast.

Buon ascolto!

Ascolta “Nasce Passaggi a Nord Ovest” su Spreaker.

Il Magoo mascherato

Ritroviamo il vecchio Mr.Magoo e scopriamo le sue idiosincrasie da mascherina durante l’isolamento da Corona Virus

Forse ricorderete che avevo già parlato di Mr.Magoo quando avevo raccontato il suo difficile rapporto con il cibo ed il controllo del peso (altrimenti cliccate qui e trovate la storia), ma oggi voglio parlare di come l’adorabile vecchietto vive questo periodo di lockdown.

A marzo, la cosa che più infastidiva il buon Magoo era la mascherina.
Non la sopportava proprio!
Vivendo da solo in una casa isolata, non la indossava praticamente mai. Era costretto a mascherarsi solamente quando, una volta alla settimana, andava al supermercato per comperare le poche cose di cui abbisognava.
Anche in quel caso, però, parcheggiava vicino all’entrata, la indossava e poi si catapultava nel negozio, passava per tutte le corsie spingendo come un pazzo il carrello e raccattando generi alimentari e prodotti per la pulizia a caso, per poi frenare bruscamente alla prima cassa libera, pagare di tutta fretta e tornare in auto per potersi togliere l’odioso paramento.

Se incrociava un’altra macchina il cui conducente indossava la protezione, immediatamente scoppiava in una risata sgangherata e lo perculava dicendo “Ma guarda quell’imbecille: cosa te ne fai della mascherina se sei da solo? La indossi anche al gabinetto?” e felice di aver avuto la controprova della sua superiorità intellettiva, sgommava via seminando il panico tra i passerotti e i passanti.

Mr.Magoo sosteneva che la mascherina non gli permetteva di respirare. Aveva la netta sensazione che la gola si irritasse subito e così iniziava a tossire (attirando tra l’altro le occhiate malevole di chi gli stava attorno che lo considerava un untore).
Odiava a tal punto quell’oggetto di stoffa che tendeva a dimenticarlo dappertutto e aveva dovuto comperare un pacchetto da dieci pezzi per lasciarlo in automobile.

Magoo in auto

In questa seconda ondata, invece, l’amabile anzianotto ha invertito il senso di marcia.
Usa ancora la mascherina solo nei negozi o nei pochi metri di strada che deve fare per andare al bancomat o in libreria, però adesso la indossa felice.

“Signora, ma ha notato come tiene al caldo il viso?” dice ad un lampione che nella sua miopia ha scambiato per una passante.

Al supermarket, adesso, non corre più tra gli scaffali ma si dilunga nella scelta delle marmellate senza zucchero o dei cereali per la colazione.
Chiacchiera con le cassiere e ripone con calma la spesa nel bagagliaio.
Si è talmente abituato ad indossare la protezione che, anche salito in auto si dimentica di toglierla e, quando se ne rende conto magari dopo qualche chilometro, arrossisce, memore dei suoi sfottò primaverili, al pensiero che chi lo osserva da fuori lo prenderà per pazzo.

E un po’ pazzo, in questa seconda ondata, lo è diventato.
Gli manca la compagnia del nipote Waldo e così supplisce come può, parlando da solo, commentando ad alta voce le notizie del tiggì, ridendo alle battute trite e ritrite delle vecchie sitcom della tele o commuovendosi per le sdolcinate commedie romantiche di Hollywood.
Si è iscritto a tutti i seminari on line, a tutte le webzine, e sta meditando di comperarsi qualche attrezzo ginnico per rimettersi in forma prima della primavera.

Il nipote Waldo, che lo chiama di tanto in tanto per sincerarsi di come stia, pensa che il vecchio sopravviverà al CoronaVirus, ma non alla prossima maratona di Will & Grace su Mediaset.

La scelta di Mattia

Un tema pruriginoso per chi segue i media: Laura Boldrini e la sua lotta contro Vittorio Feltri tirando in causa il figlio Mattia

Il mondo dei media mi affascina.
Sono cresciuto con il mito del giornalismo di inchiesta, del ruolo del notista politico che squarcia il velo sui giochi di palazzo, del dovere di cronaca che si scontra con la coscienza dell’articolista.

Quindi sono stato subito attratto dalla discussione nata su Twitter sulla mancata pubblicazione da parte di Mattia Feltri di uno scritto di Laura Boldrini.

Entrambi i personaggi sono noti: Laura Boldrini, ex presidente della Camera dei Deputati da sempre impegnata sul fronte dei diritti delle donne; Mattia Feltri, giornalista e direttore dell’HuffPost una testata giornalistica on line, forse la più prestigiosa.

I fatti.

  1. Laura Boldrini, nel giorno contro alla violenza sulle donne, invia uno scritto all’HuffPost in cui (si immagina, lo scritto non è noto) prende posizione sul vergognoso articolo pubblicato da Vittorio Feltri su Libero (testata di cui Vittorio Feltri è direttore editoriale).
  2. Mattia Feltri le chiede di cancellare il riferimento al padre dallo scritto e, dato il rifiuto della Boldrini, decide di non pubblicarlo.
  3. Laura Boldrini rende pubblica la vicenda
  4. Mattia Feltri risponde pubblicamente a Laura Boldrini dicendo che è diritto e dovere di un direttore scegliere cosa va pubblicato o meno su un giornale.

Come potete immaginare, si è scatenata una bagarre.

Vorrei qui esporre alcune mie considerazioni.

Premetto che sono d’accordo con Mattia Feltri sul fatto che è prerogativa di un direttore dettare la linea editoriale della sua testata. Lo fa scrivendo, facendo scrivere, ma soprattutto decidendo cosa pubblicare e cosa no.

Quindi il vero tema sono le motivazioni (che peraltro il direttore non spiega nel suo scritto) per decidere di non pubblicare.

Feltri junior dice chiaramente che ha chiesto di rimuovere il riferimento a Feltri senior come condizione per pubblicare.
Ergo dobbiamo cercare in questa direzione cosa abbia guidato la scelta di Mattia.

Di certo c’è una punta di perfidia nella scelta della Boldrini di usare il giornale del figlio per attaccare il padre.
Peraltro, la Boldrini collabora regolarmente con l’HuffPost, visto che questo contiene un suo blog.
Feltri spiega che, essendo la Boldrini un’ospite dell’HuffPost a maggior ragione sarebbe tenuta al rispetto delle regole della casa (la frase esatta è “E gli ospiti, in casa d’altri, devono sapere come comportarsi.”).

Questo è il primo punto su cui sono in pieno disaccordo con Feltri.
I blog oggi portano lettori alle testate che li contengono. Anche se (ma ignoro se quello della Boldrini ricada nella fattispecie) si tratta di collaborazioni gratuite, non possono essere ridotti a “spazi concessi” dalle testate agli autori.
Non nego l’importanza fondamentale dei giornalisti che scrivono i pezzi all’interno del giornale, ma considerare i blogger “ospiti” è miope (se non presuntuoso).

La seconda cosa che mi fa storcere il naso nella scelta di non pubblicare è che avrebbe pubblicato se non ci fosse stato il nome di Feltri padre.
Quindi lo scritto era “ricevibile” ma creava una situazione di imbarazzo l’attacco ad personam.
Riconoscendo a Feltri junior l’onestà intellettuale di non rifuggire un conflitto di opinioni, mi trovo a considerare due scenari.
Il primo, più onorevole, suppone che il direttore abbia voluto evitare che il suo cognome venisse strumentalizzato per colpire un terzo (titolo del giorno dopo su Repubblica “Anche Mattia Feltri condanna il padre Vittorio”).
Il secondo, ahimè più umano, risiede nel non voler creare guai in famiglia.

Laura Boldrini, Mattia Feltri e Vittorio Feltri

Il terzo punto su cui mi trovo in disaccordo su quanto scritto da Mattia Feltri è la chiusa, il post scriptum della sua replica, in cui polemicamente aggredisce il presidente dell’Ordine dei Giornalisti per aver appoggiato la Boldrini.
L’Ordine ha tanti difetti e di certo andrebbe riformato. Ha perso credibilità e autorevolezza. Però è troppo comodo pretendere un “processo” con replica tra le parti per un fatto del genere e non scandalizzarsi quando l’Ordine non si erge a difesa dei diritti dei lettori in tutte le numerosissime occasioni in cui dei giornalisti fanno male il loro lavoro (per incapacità o, peggio, per calcolo).

Infine un quarto ed ultimo punto. Mattia Feltri decide di non pubblicare e facendolo ci permette un brevissimo sguardo dietro le quinte.
C’è una mossa (che già sopra ho definito perfida) della Boldrini per mettere in difficoltà i due Feltri.
C’è un (probabile) scontro tra lei e Feltri a colpi di “lo faccio sapere a tutti” e “non mi faccio ricattare”.
Ma soprattutto c’è una faccia pubblica diversa da quella privata.
Vittorio Feltri fa vendere copie del suo giornale prendendo posizioni iperboliche e roboanti. E’ un po’ il Vittorio Sgarbi del giornalismo (avrei potuto anche scrivere il Mauro Corona).
Probabilmente dice quello che non pensa.
Il figlio, che lo sa, si trova in conflitto tra l’attaccare il giornalista “pubblico” e difendere il padre “privato”.

Chiudo questo mio sfogo con una riflessione.

Esser figli di cotante padre dev’essere davvero difficile.
Imbarazzante il più delle volte.
E per questo (e per le tante cose condivisibilissime che Mattia Feltri scrive) che mi sento di esprimere solidarietà al direttore dell’HuffPost, pur non condividendone questa specifica scelta editoriale.

P.S.: aggiungo in coda il testo dell’articolo scritto dalla Boldrini, non pubblicato da Feltri ma accettato e pubblicato da Il Manifesto: clicca qui.


Aggiungo un commento (il 30 novembre).
Il giorno stesso in cui ho pubblicato questo pezzo, Mattia Feltri ha dato la sua versione dei fatti (qui) e mi sono ricreduto. Però il giorno successivo anche Laura Boldrini ha risposto al pezzo di Feltri (qui) e di nuovo sono tornato sui mei passi.
Forse io sono troppo dubbioso. O forse, temo, Mattia Feltri ha la tendenza a raccontare solo la “sua” verità; o un pezzo di essa…

I nuovi bulli

Siamo circondati dai nuovi bulli, persone che detengono il potere e lo usano per avere ragione a prescindere dal merito della questione

Trump, l’ex presidente degli USA, ha licenziato Christopher Krebs che era il direttore della CISA, l’agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture.
Il motivo? Krebs aveva definito le elezioni appena concluse come “le più sicure della storia americana”. E ovviamente ciò non poteva andar bene al tycoon che, ancor oggi, non ammette la sconfitta e parla di frodi.

Chissenefrega?
Magari sì. Ma è un ottimo spunto per trarre qualche riflessione più generale.

Il metodico zittimento delle voci contrarie tramite rimozione dagli incarichi o attacco sul piano personale (gogna mediatica) di chi ha idee diverse, è una strategia estremamente diffusa.
Sei contrario ad un mio progetto? Invece di discutere nel merito delle tue idee, attacco la tua persona per sminuirti o distruggerti.

donald trump

Lo facevano i bulli quando andavo a scuola e lo fanno i potenti oggi.
Non solo esponenti politici, ma anche imprenditori o personaggi famosi.

Forti del loro potere e di un meccanismo perverso che rende i media degli amplificatori privi di discernimento, i nuovi bulli spadroneggiano in rete.
E data l’equazione (totalmente priva di fondamento) “Più è virale, più è reale” raccolgono consensi ben al di là di quanto si meritino.

Esiste una soluzione a questo problema? O meglio, è davvero un problema?

Negli anni abbiamo accettato di barattare la libertà con la comodità.

Avviene in tutti i campi e a tutti i livelli.

Gli smartphone non richiedono un utente altrettanto “smart”.
La super specializzazione fin dai primi anni di scuola superiore ti trasforma in un esperto in un campo e un ignorante in tutti gli altri.
La comodità di acquistare on line e di avere i negozi aperti nei weekend (addirittura 24 ore) si paga con la perdita di posti di lavoro e lo sfruttamento delle persone.

Lo stesso meccanismo lo ritroviamo per le notizie.

Una volta ci informavano, adesso siamo informati.
Sembra un gioco di parole, ma è un fenomeno grave.
Abbiamo accettato un ruolo passivo nel processo di acquisizione delle informazioni.
Abbiamo delegato ad altri il discernimento tra ciò che è vero e ciò che è verosimile. Anzi, ormai anche ciò che è palesemente insensato, con la dovuta forza, può essere trasformato in reale.

Qualcuno dirà: “Ma chissenefrega di essere informati, io vivo bene nel mio piccolo mondo, a casa mia, nel mio quartiere…”
Questa nostra pigrizia nell’informarsi sul quadro generale si riflette tragicamente nel nostro vissuto quotidiano.

Non sapere cosa sia il MES o fregarsene di Lampedusa e degli sbarchi di persone in fuga o ancora, più recentemente, trascurare la pandemia (“la mascherina? io?”) e le conseguenze economiche (“‘sto governo di incapaci non riesce neppure a distribuire il fondo per le bici…”) sono tutte scelte che ci si ritorcono contro nel giorno in cui andremo a votare.
Allora non sceglieremo chi ha ragione (secondo noi) ma ci faremo influenzare da chi grida più forte.

Invece dovremmo cercare il confronto su un piano intellettuale, discutere sulle idee, ascoltare chi non è d’accordo senza prevaricarlo.
Smettere di seguire sui social chi la pensa come noi e provare ad ascoltare, invece, delle campane diverse.

In una parola, allargare la nostra visione.

Quando andavo a scuola, i bulli erano limitati e resi inoffensivi dal valore della cultura, dal rispetto per l’autorità che l’insegnante rappresentava e, non da ultimo, dalla forza del gruppo.
In quest’era di disimpegno, di ricerca di scorciatoie, di attenzione solo al proprio ombelico, i bulli la fanno da padroni.

E noi pagheremo il conto.

Un computer ci ucciderà?

La presenza del computer in tutte le nostre attività comporta molti vantaggi ed alcuni rischi. Siamo consapevoli di questo?

Io lavoro in una software house, cioè in una società specializzata nello scrivere programmi che verranno dati in pasto ai computer per far loro eseguire dei compiti. O meglio, questo è quello che facevamo in passato.

Oggi i computer sono dappertutto. Non solo sulle scrivanie dell’ufficio, ma dentro il vostro smart phone, dentro il microonde, comandano l’automobile e l’ascensore. Di conseguenza anche noi che scriviamo programmi siamo passati da fare un lavoro di nicchia a coprire ogni attività umana.

Dico questo per chiarire il fatto che:

  1. conosco la tecnologia da dentro e da fuori, da utente ma anche da produttore
  2. uso la tecnologia regolarmente (per lavoro e non solo)
  3. non ho pregiudizi generici sul suo uso

Credo sia sotto gli occhi di tutti il fatto che abbiamo abdicato.
Abbiamo lasciato sempre più attività alle macchine.
Siamo partiti usando degli attrezzi per fare meno fatica; poi per metterci meno tempo; ora abbiamo demandato a loro alcuni compiti decisionali.

Esagero?

Quando salite in auto per andare in un posto che non conoscete, chi decide quale percorso seguire? Voi o Google Maps?

Quando accedete a Netflix per guardare un film rilassante, cercate qualcosa in autonomia o vi fate consigliare dalla televisione?

Se poi passiamo agli usi professionali: chi pensate determini quante tasse sono dovute al fisco? l’ordine di produzione di un’automobile? la pubblicità che appare quando scorrete FaceBook?

braccio di ferro

E’ un bene o è un male?

Non mi interessa discutere qui delle implicazioni etiche dell’uso della tecnologia. Voglio solo far notare come queste scelte hanno delle conseguenze.

Il nostro cervello e il nostro corpo sono simili alla vecchia bicicletta che tenete in cantina, soppiantata dalla nuova gravel che usate ogni giorno: sono impolverati, arrugginiti, rigidi.

La tecnologia, come ogni giovane rampante, lascia alle sue spalle una traccia di cadaveri. Di vecchie carcasse non utilizzate.

Tra esse, ci siamo anche noi.

L’automobile ci ha tolto la capacità di muoverci.
Il computer rischia di toglierci la capacità di pensare.

I muscoli sono già atrofizzati, tant’è che il medico consiglia di fare attività fisica.

Ma sono molte altre le nostre “funzionalità” che iniziano ad atrofizzarsi.

Pensate alle capacità sensoriali: non facciamo più affidamento su olfatto e vista per riconoscere potenziali pericoli. Non contiamo più sull’udito per muoverci all’aperto. Non usiamo il tatto per rapportarci con l’esterno (gli altri o l’ambiente).

Anche il cervello si sta impigrendo.
Fatichiamo a ricordare, a prendere decisioni basate su fatti, ad interpretare la realtà che ci circonda.

Dovremmo spegnere i computer?
Penso di no. Dovremmo solo essere noi a scegliere quando e quanto utilizzarli. Mantenere il controllo.

Se devo fare un viaggio di 1000 chilometri uso l’aereo, per uno di 200 uso l’auto, dal panettiere vado a piedi.
Perché dovrebbe essere diverso per il computer?

La maschera

Indossare la mascherina per sconfiggere il Covid19. Tante discussioni, ma dobbiamo accettare che le nostre vite sono cambiate

Mi è tornato sotto gli occhi un post che avevo scritto nell’Ottobre 2019 (Tempus fugit) che resta attuale nei suoi contenuti.
Mentre lo rileggevo e notavo la curiosa coincidenza di date, ho iniziato a pensare a quante cose sono cambiate (e stanno ancora cambiando) tra il 22 Ottobre 2019 e oggi, 16 Ottobre 2020.

359 giorni, quasi una rivoluzione terrestre, e la vita non è più come prima.

Il Covid19 ha spinto sull’acceleratore dei cambiamenti. La pandemia, perché noi tendiamo a dimenticare il fatto che i problemi che ci sono nella nostra città sono gli stessi che stanno accadendo in tutte le città del mondo, dicevo la pandemia sta modificando le nostre vite.

Ricordate quando sorridevamo con sufficienza vedendo i turisti giapponesi attraversare la città con le mascherine sul volto per timore dell’inquinamento?

La mascherina è diventata un complemento d’abbigliamento esattamente come le scarpe o il cappotto d’inverno. La useremo per sempre? Non lo so, ma di certo nei prossimi anni si continuerà a portarla con se e ad indossarla nei momenti di “assembramento”.

gente che indossa la mascherina - coronavirus

Sento tante discussioni su cosa si dovrebbe fare… e per ogni ricetta c’è sempre pronto un capro espiatorio sul quale puntare il dito.

Il sindaco che non mette a disposizione mezzi pubblici a sufficienza, i ragazzi che bevono birra al parco senza mascherina, gli “altri” che non stanno attenti quando vanno in ferie, i dottori che non sono più come quelli di una volta.
E così via, in una litania inutile e qualunquista.

La verità è che non ci sono colpevoli.

Non è colpa del governo. Non è colpa dei nostri concittadini.
E’ colpa di una malattia invisibile e sconosciuta che ci ha travolti. Il mondo, la natura, muta. E noi dobbiamo adattarci per sopravvivere.

E’ così da sempre e sempre così sarà.

Ci sforziamo di modificare le leggi naturali, creiamo ambienti più confortevoli per noi, sconfiggiamo alcune malattie, creiamo protesi per organi non funzionanti, allunghiamo la vita. Ma non siamo onnipotenti.

La natura tiene il banco nel casinò della vita (funzionava anche senza accento finale in realtà). E il banco vince sempre.

Quindi cosa possiamo fare?

Bob Dylan ha ben rappresentato nella celebre Times they are a-changing l’inutile sforzo di ribellarsi all’impermanenza delle nostre esistenze.

In realtà lui si riferiva all’evoluzione della società, ai mutamenti interni, a come è inutile lottare per mantenere lo status quo. I cambiamenti sociali avvengono nonostante il Sistema.

Ma a maggior ragione, nulla può l’essere umano di fronte alle modifiche che ci impone il nostro ambiente.

Non dico che non bisogna lavorare sul vaccino e, nel tempo, sconfiggere il CoronaVirus come abbiamo già sconfitto la poliomielite, ma dobbiamo anche accettare che non siamo superiori alle leggi naturali e ad esse dobbiamo adeguarci.

La pandemia ci ha preso alle spalle.
Nessuno avrebbe potuto ipotizzare un effetto così ampio e così veloce.

Ha messo in ginocchio l’economia e ci ha trasformati.

L’ho visto succedere, su piccola scala, dopo i terremoti o lo tsunami o le eruzioni vulcaniche.

Dobbiamo accettare il cambiamento, ricostruire quanto è andato perso, e cominciare una nuova vita.
Non potremo tornare alla vecchia, dobbiamo trovare un nuovo equilibrio e ricominciare da capo.

Fiori e cuori

Lavorando in giardino ho notato un parallelo curioso tra le piante e i rapporti umani, parentela, amicizia, amore

Un titolo così fa venire in mente una mano di poker, ma in realtà ieri, mentre lavoravo in giardino, mi è venuto in mente questo strano parallelo. In effetti c’è una cosa che hanno in comune…

L’autunno incalza e porta con se tutta una serie di piccoli lavori che vanno fatti. Dalla pulizia delle foglie che cadono regolari sul terreno, alla preparazione dell’orto per l’inverno (quest’anno mi sono preso tardi e non ho piantato cavoli e verze).

Così approfittando della bella giornata di sole, mi sono dedicato al pezzo di terra che ho davanti a casa (che sto trasformando un po’ alla volta in un giardino).

Ho tagliato i rami secchi, ho pulito le aiuole, ho strappato le erbacce.

Un giardino richiede una cura costante. Ed è pensando a questo che mi è venuto in mente il parallelo con i rapporti umani.

I rapporti che abbiamo con le altre persone sono come le piante, hanno bisogno di cura costante nel tempo.

Ho così voluto fare un gioco, provare a creare i paragoni tra piante e persone.

Iniziando dal più semplice: i parenti.

I parenti sono come gli alberi: la maggior parte sono già lì quando acquisti il terreno. Devi solo trattarli bene, bagnarli di quando in quando e, una volta all’anno potarli. Lo stesso vale per i componenti della tua famiglia, genitori in primis. Qualche telefonata ed un paio di visite e sei a posto.
Il vincolo di parentela è forte, sopravvive anche alla disattenzione. Così al pranzo di natale magari si lasceranno scappare un “non ti fai sentire mai” ma poi ti abbracceranno e tutto sarà dimenticato.

Gli amici sono difficili da catalogare, perché ce ne sono di tanti tipi.

Ma volendo fare di tutta l’erba un fascio (e mai come in questo caso il modo di dire è azzeccato) gli amici sono come le piante da appartamento.

Ci sono i cactus, che te ne puoi anche dimenticare ma che non muoiono mai. Amici da una vita, che quando li vedi è come se li avessi visti la settimana prima. Con loro basta davvero una telefonata (meglio se seguita da una birra insieme) all’anno e quell’amicizia non muore mai.

Ci sono i ficus benjamin, che resistono a qualunque condizione, ma che richiedono comunque attenzione regolare e una bella sessione di pulizia potatura a primavera ed autunno. Sono gli amici con cui ti vedi spesso e quando non ti vedi li chiami perché ti manca qualcosa.

gerani

Infine ci sono i gerani del balcone. Li curi amorevolmente e quelli ti riempiono la casa di colore. Da aprile a novembre crescono rigogliosi, ma tu devi accudirli un giorno sì ed uno no. Bagnarli e rimuovere i fiori secchi per averli sempre splendenti.

Sono gli amici speciali, chiedono tanto e ti restituiscono tantissimo. Sono forti e resistono a lungo anche se non li bagni, se li trascuri, ma basta rinnovare l’attenzione e quelli rifioriscono anche dopo l’inverno più freddo.


E l’amore?
A cosa vogliamo paragonare il rapporto di coppia?

Ahimé, in questo campo non sono un grande esperto.
Credo che l’amore sia come un fiore che ti viene donato.

Se sei fortunato ti capita un fiore forte, magari proprio un geranio, devi averne cura, ma sopravvive a mille prove.

In altri casi ti capita un’orchidea, bellissima e difficilissima da curare.

I rapporti umani hanno bisogno di cura ed attenzioni.
Dobbiamo aspettarcele e dobbiamo offrirle.

E la cosa curiosa è che se non doniamo queste attenzioni, non si secca solo l’amicizia o l’amore, ci inaridiamo anche noi…

Il processo alle intenzioni

Uno sfogo che nasce da un caso personale: parlo di intenzioni ed azioni, e di come sia facile sbagliarsi nel giudicare

Dio quanto amo l’italiano.
Ci sono parole ed espressioni che definiscono esattamente ogni cosa.
Quando sono confuso, quando il mio animo ribolle ma non riesco a capirne il motivo, quando c’è qualcosa che mi fa soffrire o arrabbiare allora agito un po’ le acque di quel calderone che è la mia testa e cerco di dare forma scritta al mio tumulto interiore.

Oggi ho recuperato questo modo di dire che sta diventando desueto ma che, secondo me, rappresenta bene questa nostra epoca.

martelletto del giudice

Con processo alle intenzioni si intende un giudizio basato non sui fatti oggettivamente occorsi ma su quelle che si pensano siano state le motivazioni o le intenzioni della persona sotto accusa.

Quindi se io rompo una finestra con una pallonata e mi si chiede di ripagare il costo del vetro è un processo normale. Se invece mi si accusa di averlo fatto intenzionalmente e mi si chiede il rimborso anche dei danni morali, allora diventa un processo alle intenzioni.

La cosa può spingersi oltre.
Per continuare nel mio esempio, mi vedono giocare con il pallone contro il muro e mi accusano di voler rompere il vetro. In questo caso giudicano un’intenzione a prescindere dalle conseguenze reali. Giudicano un’idea e non un fatto.

Storicamente, il processo alle intenzioni ha un’origine cattolica: è stata la Santa Inquisizione che, dovendo parlare di peccati e castighi, si trovava a giudicare non tanto le azioni dei peccatori, ma l’intenzione che aveva portato a quell’azione. E parlando di streghe ed eretici, sappiamo come è andata a finire.

Oggi il processo alle intenzioni è di moda.

Si attribuisce a qualcuno una colpa (basandosi su elementi totalmente ipotetici) e lo si mette in croce. O peggio ancora alla gogna.

Ogni frase che inizia con un “ti puoi immaginare se uno come lui non voleva…” è di per se un processo alle intenzioni.

L’evidente problema di questo approccio è il distacco netto tra realtà fattuale e ipotesi sulle motivazioni.

Quando dimentichiamo ciò che viene fatto e ci concentriamo sul perché corriamo il rischio di commettere degli errori. Infatti è decisamente più facile dimostrare un’azione che un’intenzione.

Tutto questo sfogo solo per dire che, quando il vostro atteggiamento nei confronti di una persona è dettato non da quello che fa, ma da quello che voi pensate sia il motivo per cui lo fa, rischiate di finire nella giungla dei pregiudizi.

E questo è sempre un male…

Clacson

A volte la paura fa più danni della cosa che temiamo, è un istinto antico, ma saperlo padroneggiare fa di noi uomini prudenti

Una sera d’estate salivo a casa in auto. Affrontavo i tornanti con la sicurezza di chi conosce a memoria ogni centimetro di asfalto, sfruttavo al massimo le curve: dove c’era visibilità stringevo al centro invadendo la corsia opposta; dove sapevo che la curva era cieca, mi tenevo tutto a destra, sfiorando il bordo della strada.

All’improvviso, nel buio, i fari di un’auto che scendeva in direzione opposta. Sarà stata la velocità o forse la scarsa esperienza alla guida o della strada, ma il conducente ha preso paura e ha scaricato la sua rabbia in un poderoso colpo di clacson.

Io, che avevo visto i fari arrivare fin dal tornante precedente, avevo già recuperato la posizione a destra della carreggiata e non ho potuto fare a meno di pensare che il tempo che gli era servito per suonare il clacson sarebbe stato meglio utilizzato per raddrizzare la macchina e portarsi nella sua parte di strada.

fari nella notte

E’ questo che fa la paura: blocca la razionalità e lascia spazio all’istinto.

E’ un meccanismo antico, che ci salvava la vita quando incontravamo un pericolo improvviso. Si chiama reazione attacco/fuga e fa sì che quando ci sentiamo in pericolo aggrediamo la fonte del timore o la fuggiamo.

Ovviamente è ancora utile quando incrociamo un cane feroce, ma nel 99% dei casi, è fonte di stress o di problemi.

Se abbiamo paura del capoufficio, prenderlo a schiaffi o chiudersi in bagno quando arriva non ci mette in una posizione migliore.

E così come sfogare la nostra paura suonando il clacson (o urlando improperie) non ci garantisce una maggior sicurezza, similmente quando andiamo in montagna fare gli “uomini veri” e affrontare passaggi richiosi (o al contrario bloccarsi su un passaggio perché già temiamo di doverlo ripercorrere in discesa) non è una buona idea.

La paura è un salvavita potente, ma deve essere sempre utilizzato insieme ad una buona dose di razionalità e di buon senso. Così diventa prudenza.

Si dice che la paura di un evento, nove volte su dieci, è mal riposta. La prudenza è la capacità di individuare la singola paura reale.