Strani fenomeni dal mondo inverso

Le prime volte che sono venuto in Valle d’Aosta cercando una casa dove potermi trasferire, mi avevano parlato del versante envers (che si pronuncia alla francese anvèrs) e di quello adret (che si pronuncia adrè). In pratica sono i due lati della valle centrale, quello posto alla sinistra orografica è quello adret (letteralmente dritto o diretto) mentre quello dall’altra parte del fiume Dora è l’envers (letteralmente inverso).

Chi vende case magnifica appezzamenti ed edifici costruiti all’adret, spiegando che il sole illumina quel versante della Valle.
Cosa che per uno che veniva dalla pianura, dove tutto è illuminato nello stesso modo, non aveva alcun senso.

Negli anni seguenti, a cena tra amici, mi capitava spesso che, magari prendendosi in giro, i valdostani si dividessero tra quelli dell’envers e quelli dell’adret.
I primi erano considerati dai secondi un po’ strani, più “tardi” degli altri, a causa della mancata esposizione al sole.
Le frasi si concludevano spesso con un “che cosa ne vuoi capire tu che vedi il sole per tre mesi all’anno” e via dicendo.

Vivendo all’adret, non mi ero mai posto il problema.
Anzi, l’estate quando andavo per sentieri all’envers, notavo che non c’era questa grande differenza.

Poi un giorno d’inverno ho capito. E la mia visione del mondo inverso è cambiata.

stelle di ghiaccio

Sui monti era scesa la neve, ma a bassa quota (il letto della Dora è intorno ai 500 mt sul livello del mare) non ce n’era proprio.
Eppure, risalendo lungo la statale da Saint Vincent verso Morgex, i campi e i pascoli a sinistra erano bianchissimi; un osservatore superficiale avrebbe potuto pensare che lì fosse nevicato, ma sembrava strano che ci fosse neve sul fondo valle e niente sulle pendici…

La sera sono dovuto passare per un paese all’envers e così ho proseguito da quel lato e subito mi sono reso conto di un fenomeno particolare.
L’umidità dell’aria (dovuta alla presenza della Dora) e il minor irradiamento solare (con le montagne che schermavano il sole) facevano sì che si formassero delle concrezioni ghiacciate in tutto e per tutto simili ai cristalli minerali.

Uno spettacolo strano e meraviglioso, tanto da fermarmi a fare qualche scatto con il telefono.

stelle di ghiaccio

Da quando vivo qui non finisco di stupirmi dei fenomeni naturali che prima in città restavano nascosti.
Cose semplici, come il percepire il cambio delle stagioni, o il modificarsi della terra nelle varie ore del giorno.
Come il canto del vento al mattino tra le fronde o l’arrivo dell’autunno annunciato dalle danze delle foglie nel cielo.

Ovviamente vale per me.
Magari altri noterebbero il freddo o la scomodità del negozio distante, ma ogni giorno che passa sono più felice di aver scelto di vivere in un luogo dove la natura detta ancora legge.

Effetto menù pizza

Oggi sul Sole24ore c’è un articolo sulla produzione di libri in Italia (ecco il link) che si riferisce al 2018. Scopriamo così che in quell’anno sono stati pubblicati ben 75.758 libri (che significa quasi 210 libri al giorno, feste comprese).
Se analizziamo meglio, i nuovi titoli sono “solo” 128 al giorno (il resto sono ristampe e riedizioni).
Voi direte, ma ci sono anche i testi scolastici… vi sorprenderà scoprire che i testi scolastici rappresentano solo 27 dei 210 libri prodotti ogni giorno.

Di fronte a numeri così grandi, e sapendo che i lettori in Italia sono pochissimi, mi viene spontaneo chiedermi se davvero ha senso questa produzione smodata.

libri

Io, che vado in libreria almeno una volta alla settimana e che leggo mediamente oltre 60 testi all’anno (sì, spendo più di libri che di riscaldamento), sicuramente non riesco a visionare (non dico leggere) le quasi 1000 nuove proposte alla settimana.

Fortunatamente posso escludere a priori una serie di prodotti che non mi interessano (la maggior parte degli instant book, tutte le trasposizioni in libro di eventi o personaggi televisivi, la maggior parte delle strenne natalizie ecc) ma rimane una mole impressionante di libri che molto probabilmente mi sfuggiranno.

E’ come andare in una pizzeria.

Se il menù ha due pagine di pizze, sceglierò tra esse.
Se ne ha 5 o 6, impiegherò dieci minuti e sceglierò preso da mille dubbi.
Ma se ne avesse 40 o 50 ordinerei un’ortolana o una margherita senza consultare il menù.

Un altro dato interessante che si evince dall’articolo è il numero di editori.

In Italia nel 2018, ben 1.564 editori hanno pubblicato almeno un libro.
Più precisamente, 800 di loro hanno pubblicato da 1 a 10 libri, circa 530 ne hanno pubblicati da 11 a 50 e solamente i restanti 234 hanno pubblicato più di 50 libri.

Quindi il 15% degli editori ha inondato il mercato con l’80% dei titoli.

Se lo fanno vuol dire che ci guadagnano. Perché l’editore, ormai, è un lavoro come tutti gli altri.

(E qui mi correggo, fare il Grande Editore è un lavoro come tutti gli altri, per i piccoli c’è ancora uno zoccolo duro di appassionati che lo fanno per vocazione, per fare cultura.)

Ma l’impatto di questa produzione esagerata sul mercato è devastante.

Una scelta così ampia (a scapito della qualità, ovviamente) non genererà nuovi lettori, anzi tenderà ad allontanarli.

Accontentare tutti i gusti va bene, ma fare dei prodotti di qualità mediocre per soddisfare dei gusti mediocri è un grave errore.

Per restare al parallelismo con il mondo della ristorazione, va benissimo che ci siano i Cracco, gli Oldani insieme alle trattorie, alle pizzerie e persino ai McDonald’s. Ma sarebbe un errore madornale se da Cracco servissero gli Happy Meal e in trattoria proponessero delle bottiglie di vino da 60 euro.

Perché in libreria è diverso?

Fare il vuoto

Per me è diventata una droga.

E’ iniziata con la voglia, forse la necessità, di andarmene da solo in montagna.
A cercare il silenzio.

Poi, con la scusa del trasloco, ho iniziato a vuotare la mia casa.
A cercare il necessario.

Adesso non riesco più a farne senza.

Parlo del vuoto.

cerimonia del te

Una storiella zen, racconta che un giovane discepolo andò dal maestro e gli disse “Sono ormai mesi che vivo al convento ma non ho ancora raggiunto l’illuminazione, puoi aiutarmi?”
Il maestro sorrise e gli chiese se volesse una tazza di té.
Così posò una ciotola davanti al giovane ed iniziò a versagli lentamente la bevanda ambrata.

Presto la ciotola fu piena, ma il maestro continuava a versare.
Il liquido arrivò al bordo ed iniziò a tracimare, ma il maestro continuava a versare.
Il discepolo, imbarazzato, gli disse “Maestro la tazza è piena, non ci sta più nulla”
E il maestro rispose: “E così è la tua anima. Prima di imparare una cosa nuova devi essere certo di aver creato lo spazio per essa dentro di te”

Adesso mi trovo nella fase in cui lo spazio c’è, ma al mattino i miei pensieri rimbombano in quel vuoto ed evocano nostalgie di persone, di sentimenti, di passioni.
Ho bisogno di iniziare ad imparare qualcosa di nuovo.
Altrimenti verrò risucchiato in tutto quel vuoto.

Il corriere Amazon

Ero a Milano, stavo percorrendo un controviale di corso Sempione alla ricerca di un parcheggio.
C’era un furgoncino piccolo e scassato, con due ruote sul marciapiede e il portellone aperto. Rallentava il passaggio delle altre automobili.

All’interno del vano posteriore c’era un piccolo uomo, dai tratti sudamericani, affannato, sudatissimo, con gli abiti trasandati, che frugava tra decine di pacchetti che vagavano liberi nel furgone.

Dal pianale del furgone, un pacco oblungo scendeva in obliquo fermandosi sulla strada, dove altri pacchetti erano disseminati a terra in un caos che parlava di cadute recenti.

Il logo sulle scatole e l’inconfondibile nastro nero e azzurro palesavano la provenienza: Amazon (potere del marketing!)

pacco amazon

Non mi fraintendete, questo post non è l’ennesimo sfogo contro l’incuria dei corrieri della società di Jeff Bezos.

Sono sicuro che:
# 1. il corriere ha un contratto regolare (magari da fame) e ha firmato consapevolmente la sua condanna a questo tipo di attività
# 2. gli oggetti arriveranno ai clienti integri (nonostante il pessimo trattamento cui sono sottoposti nel viaggio) grazie agli imballaggi extra resistenti ed extra large
# 3. aggiungo che anche nel caso non fossero integri, Amazon provvederà a sostituirli gratuitamente, inviandone un nuovo esemplare (non so se il corriere che ha causato il danno ne pagherà le conseguenze, ma immagino di no)

Non voglio neppure far notare che i tempi stretti e le condizioni contrattuali con cui hanno a che fare i corrieri Amazon sono una nuova forma di schiavitù.
E neanche che l’impatto sull’ambiente dello spreco di carta e plastica necessario a tutelare l’oggetto a causa delle pessime condizioni di cui sopra sarà pagato dalla collettività che seguirà la nostra generazione.

Io vorrei concentrarmi solo sul tema dell’impoverimento.
Amazon vende tutto, consegna prima e ovunque, e costa meno.
Un affare, direte. Invece no. Vi ruba in tasca.

Amazon toglie valore alle cose

Dovete fare un regalo.
Andate in un negozio e, consigliati dal commesso, vagliate le varie possibilità. Poi, magari, visiterete un nuovo negozio dall’altra parte della città. Infine, effettuata la scelta, potrebbe persino capitarvi di dover aspettare qualche giorno che arrivi e poi tornare a ritirarlo.

Tutto questo lavorìo aumenta il valore di ciò che acquistate.
Non in termini economici, ovviamente, ma aumenta l’importanza che voi gli attribuite (che alla fine è l’unica cosa che conta).

Pensate anche al prezzo.
Su Amazon non comperate mai a prezzo pieno, ma sempre tutto scontato, al ribasso.
Ma davvero vorreste regalare un oggetto in saldo al vostro amore?

A proposito, avete presente la pubblicità di Amazon?
Una giovane coppia si scorda del proprio anniversario. Amazon vede e provvede. Entrambi comprano on line, ricevono il pacco a casa, e tutti vissero felici e contenti.
Ma voi vorreste vivere con un partner che si dimentica dell’anniversario?

Ma torniamo al nostro corriere nel controviale.

Non c’è amore nel suo lavoro, non c’è professionalità né passione.
Non per sua incapacità o mancanza di volontà, semplicemente per mancanza di tempo.
Non c’è cura e attenzione nei confronti del pacco sballottato per chilometri (tanto da rendere necessario un imballo gigante anche per libri od oggetti non fragili).

Stanno impoverendo la nostra società.
Stanno vendendo sottocosto i nostri desideri, il nostro lavoro, il nostro ambiente.

Il BlackFriday sta arrivando. Natale sta arrivando.
Prima di ordinare su Amazon, pensate al corriere e andate ad acquistare i regali nei negozi.
Vi costerà più danaro, più tempo, più fatica, ma contribuirete a frenare il declino.

La neve

C’è un silenzio speciale quando nevica.
Non solo la Natura tace, ma è come se le onde sonore non riuscissero a viaggiare tra i fiocchi di neve.

Eppure, in questo silenzio speciale, riesci a sentire il leggero crepitio causato dal posarsi di ogni fiocco sul manto che ormai copre il giardino.

C’è una luce speciale quando nevica.
Di giorno una specie di lucore diffuso, quasi giallo, preannuncia la neve. Poi quando i fiocchi iniziano a scendere, l’aria si fa tersa.

Emarese con la neve

E dopo la nevicata, tutto brilla.
Di giorno le montagne si stagliano candide contro il cielo che per contrasto appare di un azzurro sfacciato.
Di notte, la luce è amplificata dal candore del mantello nevoso. Ed è strana, perché viene dal basso invece che dall’alto, e modifica tutte le prospettive.

La neve altera tutti i nostri sensi.
L’aria sottile ti entra nelle narici e le rende più sensibili agli odori, come se risaltassero dallo sfondo.
Il freddo indirizzisce i tuoi polpastrelli e la neve farinosa sfugge alla tua presa. Oppure ti inganna, apparendo solida in superficie, ma appena appoggi il piede, la crosta ghiacciata si rompe e tu sprofondi.

La neve cambia anche le nostre emozioni.

Il Tempo sembra rallentare e tu acquisisci una calma speciale, quasi un distacco dalle cose che ti angustiano gli altri giorni.

La neve è la coltre sotto cui dorme la Natura.

Sotto la neve ho sepolto il mio cuore,
se tutto andrà bene a Primavera germoglierà.

Accettare il fallimento

Sabato scorso, mentre tornavo a casa in auto, ho sentito uno spezzone di trasmissione.
Non ricordo tutti i dettagli, ma la trasmissione era “Prendila così” su RadioDue (condotta da Diletta Parlangeli e Francesco De Carlo), avevano ospite in studio, Francesco Lancia, un autore radiofonico che fa parte della Compagnia Stabile I bugiardini e parlavano di “improvvisazione”.

Il tema generale della puntata era il fallimento.

Francesco Lancia, spiegando come funziona la scuola di improvvisazione, ha raccontato che chi segue i loro corsi, per un anno e mezzo lavora sull’accettazione del fallimento.
Il motivo è chiaro. Se mentre sei sul palco continui a temere di sbagliare o di non riuscire, la creatività è bloccata. Nel caso di un copione mandato a memoria, con una mano dai colleghi o dal suggeritore, ti puoi riprendere. Ma se stai improvvisando il castello di carte crolla miseramente.

Ha poi eseguito un esercizio semplicissimo: ha chiesto alla conduttrice di inventarsi una bella storia e lei si è bloccata. Allora le ha posto la cosa in modo diverso, facendole delle domande generiche e lasciando lei libera di dire quello che voleva. E magicamente ne è uscita una breve storia buffa.

Il senso dell’esperimento è che quando abbiamo paura di fallire sentiamo la responsabilità sulle nostre spalle e ci blocchiamo.

Accettare il fallimento come passaggio fondamentale di ogni crescita è il primo passo verso la creatività.

Il termine fallimento è legato a quello di sconfitta. E accettare il fallimento suona come una cosa da vigliacchi.

Ma non lo è.

E per restare in tema teatrale, il buon Amleto si interrogava tra essere o non essere, tra vivere e morire, tra fare e non fare.
Io credo che sia cento volte meglio fallire mentre si tenta che rinunciare prima di provarci.

Oggi penso e ripenso su questo tema. Sto cercando di trovare tregua.
Mi sono reso conto di aver fallito in un progetto importante, probabilmente il più importante, di questa fase della mia vita.

Ma come ho già scritto altrove, la vita è fatta di tutti i passaggi che attraversiamo, e anche da questo devo imparare.

Sarà una lezione che terrò bene a mente: mi è stata insegnata nel modo più doloroso possibile.

Gabbiani o falchi?

Sono cresciuto in una città di mare, avevo 6/7 anni quando uscì in Italia il romanzo più famoso di Richard Bach: Il gabbiano Jonathan Livingstone.
Già all’epoca ero un lettore appassionato e lo divorai in un pomeriggio.

Per i pochissimi che non lo hanno letto, è la storia di un giovane gabbiano più interessato a scoprire come perfezionare la tecnica di volo che a riempirsi la pancia (trovate qui la scheda su Wikipedia).

All’epoca andava tantissimo. Le mamme lo regalavano ai figli adolescenti per formarne il carattere, per dimostrare loro come sia importante credere in un progetto e dedicarvisi completamente.

Io lo adoravo.
L’ho letto decine di volte.
Osservavo incantato le immagini delle evoluzioni dei gabbiani che, stampate su carta traslucida, corredavano il volume.

E volevo volare.

Non in senso letterale (imparare a pilotare un aereo non mi è mai interessato) ma in senso metaforico. Volevo imparare a spingermi ai miei limiti.
Poi sono cresciuto (e ho amato altri libri che hanno segnato le mie diverse età).

Il gabbiano restava un simbolo di libertà, ma il simbolo si scontrava con la dura realtà dei grossi volatili che scorgevo, sgraziati e rauchi, lottare per gli scarti dei pescherecci nel porto di Trieste. O, ancora peggio, che vedevo strappare i sacchi dell’immondizia nei cassonetti delle vie del centro.

Ma il gabbiano Jonathan Livingstone mi è tornato in mente un paio di settimane fa, mentre passeggiavo in un bosco dietro casa in Valle d’Aosta, ho sentito il grido acuto del falco e ne ho scorto l’ombra scivolare leggera sull’erba di una radura.

Mi sono detto con una punta di autocompiacimento “Preferisco il falco al gabbiano! Sono un uomo di montagna e non di mare”, ingannando me stesso, sovrapponendo l’animale al simbolo.

gabbiano

Il falco o il gabbiano sono solo la proiezione del nostro desiderio di volare, di innalzarci, di essere liberi.

Non hanno nulla a che fare con l’individuo che solca il cielo sopra di noi, ma sono quel cumulo di emozioni che vola dentro di noi. Nella testa. Nel cuore.

Allora mi è venuto da pensare agli altri simboli che infarciscono il nostro quotidiano. Simboli del bene e del male.

Il lupo, la volpe, per restare tra gli animali.
Ma anche l’immigrato, lo zingaro.

Prendiamo ad esempio il nero, l’uomo di colore per essere politically correct, una frangia di uomini lo bolla come usurpatore di diritti mentre quelli dell’altra parte lo promuove a povero oppresso.

Ma lui è solo un uomo. Sarà un buon padre o picchierà il figlio? Sarà intelligente o stupido? Pigro o gran lavoratore?
A seconda dei propri pregiudizi gli si tende ad incollare addosso una serie di vizi o di virtù… ma lui è soltanto un uomo.

Come il gabbiano o il falco.

Dovremmo liberarci di queste sovrastrutture e osservare la realtà per quello che è.
E solo allora ci libereremo di razzismi, maschilismi, omofobie e tutte le malepiante che dai pregiudizi discendono.

Come treni sui binari

Gli sportivi lo sanno.
Il principio dell’allenamento è spingere il tuo corpo un po’ più in là, un po’ fuori dalla tua comfort zone.
Se ti viene facile correre fino alla fine della salita per tre volte, è la quarta quella che ti allena.
Se non fatichi ad andare a 5’00″/km sono i chilometri corsi a 4’50” quelli che ti donano la brillantezza…

Stamattina mi chiedevo se la stessa regola si applica anche alla vita.

treno a vapore

Viviamo come dei treni sui binari.
Ogni passo è condizionato dalle scelte che abbiamo fatto precedentemente, magari 30 anni fa.
Abbiamo orari da rispettare, compiti da eseguire, convenzioni cui adeguarci.
E siamo bravi a farlo. Arriviamo puntuali, non ci scordiamo le cose, non generiamo risentimenti…

E’ la nostra area di comfort, quella in cui sappiamo di poter far tutto, quella che non ci costa troppa fatica.

Ma non impariamo nulla di nuovo. Non ci alleniamo, non miglioriamo.

Sappiamo chi siamo, ma non chi potremmo essere.

Certo, qualcuno potrà obbiettare che non occorre puntare sempre più in alto.
Magari la nostra routine è la ricetta perfetta per essere felici.

Sarà anche vero. Ma, di nuovo, ci viene in soccorso il parallelo con la corsa.
C’è una regola che abbiamo imparato tutti: se continui a correre alla stessa velocità ogni giorno, quella velocità diventerà sempre più difficile da mantenere.
Se non spingi il tuo corpo ad andare più veloce, inesorabilmente rallenterai.

Nella corsa, come nella vita, abbiamo bisogno di variazioni di ritmo.
Abbiamo bisogno di allenarci, di uscire dall’area di comfort e di metterci in discussione.
Fuor di metafora, abbiamo bisogno di esperienze nuove, di stimoli, di sfide.

Ed è importante capire che questo non serve solo a migliorare, ma semplicemente a non morire.

Si può ancora parlare di razzismo?

ANTEFATTO: durante la partita Verona-Brescia, Mario Balotelli interrompe l’azione, calcia la palla in tribuna e sembra voler lasciare il campo.
L’arbitro, che in un primo momento non capisce, lo ammonisce per il gesto antisportivo.
Tutti gli altri giocatori (di entrambe le squadre) si accalcano attorno a Balotelli, lo confortano e cercano di convincerlo a rientrare.
L’arbitro comprende che il gesto di stizza era dovuto a degli insulti provenienti dalla curva veronese, ritira l’ammonizione, e – dopo circa 4 minuti e dopo che Balotelli è tornato in campo – fischia la ripresa del gioco.
Per i pochi che non lo sapessero, Mario Balotelli è un giocatore italiano di colore.

nike against racism
La campagna Nike a supporto del calciatore Raheem Sterling (Manchester United) che si era schierato contro il razzismo

Nella serata e il giorno dopo sono seguiti commenti di ogni genere.

Leggo esterefatto le deliranti esternazioni di uno dei capi del tifo dell’Hellas Verona (ad esempio qui).

Sono talmente tante le considerazioni che potrebbero essere fatte che, sovente, le persone normali tacciono, indecise tra enunciare l’ovvio o preferire il silenzio.

Di solito taccio, ma stavolta, quasi per ridere, preferisco dire anch’io la mia.

Numero uno.
Sgombriamo il campo, per me “razzista” e “coglione” sono sinonimi.
Non è una questione di avere opinioni diverse, chiunque oggi pensi che la razza in qualche modo influisca sulle capacità di una persona è semplicemente un coglione.
Non è male informato (su questo tema è impossibile esserlo).
Non è stupido (non occorre grande intelligenza per capire un concetto così semplice).
E’ semplicemente in mala fede.

Numero due.
Il capo degli ultras afferma che Balotelli non è italiano.
Non so cosa possa definire l’italianità.
Balotelli è nato in Italia.
E’ cresciuto ed ha studiato in Italia.
Come calciatore ha vinto tre scudetti, una Coppa Italia e una Champions League con la maglia dell’Inter.
La maggior parte della sua carriera calcistica ha giocato in squadre italiane.
Ha giocato nella nazionale di calcio italiana.
E’ vero che fa fatica a parlare italiano, ma solamente perché usa più spesso il dialetto.

Numero tre.
Sarebbe anche da chiedersi se poi a Balotelli interessi davvero essere italiano.
Nel mio piccolo (e non sono certo un campione di calcio né un personaggio famoso) non sono così sicuro di voler essere italiano se significa essere accomunato al signore a capo degli ultras.
Ma sono italiano a prescindere, nel bene e nel male.
Proprio come Balotelli.

Numero quattro.
Tutti quelli che tifano contro, sminuendo gli avversari invece di incitare la propria squadra, non si rendono conto che così facendo ottengono l’effetto opposto?
Se io dico che ho battuto un avversario in una gara e allo stesso tempo affermo che questi è una pippa cosa dimostro se non che sono riuscito a battere una pippa?
E se malauguratamente perdo? Battuto da una pippa!

Numero cinque.
Non ho ancora capito cosa c’entrino gli ultras con lo sport.
Mi verrebbe da dire che il calcio è più spettacolo e meno sport di tanti altri, ma sarebbe dettato dal pregiudizio e dal fatto che mi senta “figlio di un dio minore” in quanto appassionato di atletica e di basket, più che di pallone.
Di certo non hanno aiutato a rasserenarmi le dichiarazioni del presidente della Hellas Verona, che ha minimizzato l’accaduto dicendo che gli sfottò sono ammessi. Quasi a tenersi buoni quei facinorosi che affollano le curve degli stadi italiani.
Forse il problema della “coglioneria” non è relegato solo in curva… (ricordo deliranti affermazioni dell’allora presidente della Lega Calcio a proposito di calcio femminile…)

Bene bene, mi sono sfogato.

Tanto per evitare inutili strascichi polemici:
Non ho detto (perché non lo penso) che Verona sia una città razzista, è accaduto lì, ma era accaduto in molte altre città. E’ un fenomeno tipico del tifo estremizzato.
Non entro nel merito di cosa sia accaduto davvero nella partita (non lo so), mi baso solo sulle esternazioni del capo degli ultras e del presidente della squadra.

E se non bastasse, aggiungo due post scriptum tanto per chiarire ulteriormente.

PS1: non mi intendo di calcio. Ma quando Balotelli l’estate scorsa sfidò un amico a lanciarsi in mare col motorino e poi pubblicarono il video, pensai che Balotelli fosse un viziato ragazzino con poco sale in zucca. E lo penso ancora, a prescindere da ogni altra considerazione.

PS2: ho a bella posta evitato di mettere nomi: hanno già avuto troppa visibilità mediatica e temo che alla fine siano più interessati a questa che a questioni di principio.

Fino alla fine del gioco

Qualche sera fa me ne sono andato a letto con una triste considerazione che continuava a far capolino tra i miei pensieri.

Se proviamo ad astrarci dalla nostra vita, se guardiamo la società in cui viviamo da una certa distanza, allora ci appare evidente il pattern comune delle nostre vite.
Per pattern si intende quell’insieme di elementi che si ripetono. Nella trama di un tessuto forma il disegno, nella geometria frattale è lo schema che si ripete all’infinito, nella musica è il tema portante che ritroviamo in tutta l’opera.

Se guardiamo l’insieme delle vite degli uomini troviamo che una serie di eventi si ripetono con disarmante frequenza.

Nascite, morti, amori, tradimenti, malattie, colpi di fortuna, e l’elenco potrebbe continuare.
La cosa ancora più interessante è che anche le reazioni umane agli eventi sono fondamentalmente uguali. A stimolo uguale corrisponde reazione uguale.
Insomma il pattern è facilmente riconoscibile.

E quindi che ne è del libero arbitrio?
Siamo delle marionette inconsapevoli nelle mani della nostra risposta genetica? O per dirla in modo più fatalistico, del destino?

Così mi sono addormentato con in mente la domanda delle domande:
Che senso ha tutto questo nostro darsi da fare se poi i risultati alla lunga sono sempre gli stessi?

Non ho dormito bene la notte.
Tanti pensieri, alcuni problemi e un dolore sordo in mezzo al petto.
Ho riacceso la luce e ho cercato di distrarre la mente con qualche pagina di un libro.

Sto leggendo, peraltro con parecchio piacere, Shantaram. E ho trovato la risposta (o almeno la chiave per dare una risposta) alla domanda con la quale mi ero addormentato.

Ogni singolo evento che ci accade e ogni reazione ad esso, per quanto scontato e noiosamente ripetitivo possa essere, è la vita.
La nostra vita, insomma non è nell’insieme di ciò che ci accade, ma è in ogni singolo momento.

Il dolore è vita.
La fatica è vita.
La felicità è vita.

Vivere è agire in risposta a tutti gli stimoli che riceviamo.
Maggiore è il numero di stimoli, maggiori sono le nostre risposte e più intensa è la vita.

E già che ci sono mi tolgo un sassolino dalla scarpa (da running).
Ho le palle piene di quelli che mi dicono che la corsa è la metafora della vita.

La vita non ammette metafore.
Correre, una storia, un film.
La fatica, il dolore, le delusioni d’amore e le ubriacature.
Il senso di gioia al mattino presto o quel senso di impotenza al termine delle giornate storte.
Le incazzature. La fame. Il primo sorso di birra. Un verso di una poesia.
Una ragazza che ti sorride senza motivo.
Una colpa che ti addossano.
La parola giusta che chiude una frase, una cena tra amici intelligenti, una foto, una battuta in un film.
Tutto questo è vita.

Vivere è fare il pieno di tutto quello che ti capita.
Fino in fondo, fino alla fine del gioco.