Questione di stile

Il selfie è la piaga dei social media. Inutile sfoggio dello zero assoluto, inquinano la rete rubando spazio alla bellezza

Faccio davvero fatica a capire come si possa riempire il web di foto di sè stessi. I famigerati selfie che hanno già poco senso quando posti una tua foto in compagnia di un personaggio famoso ma che diventano una inutile manifestazione di vanità quando sono semplici autoscatti.

Non li capisco per gli uomini, che spesso postano immagini totalmente inutili: vado a fare un viaggio all’isola di Capri ed invece dei faraglioni faccio sfoggio del mio faccione.

Li capisco ancor meno per le donne, che giustamente pretendono di non essere considerate oggetti, di non essere ridotte ad un corpo senza cervello, e poi invece di postare un pensiero o un verso, sfoggiano decolté o l’ultimo bikini nel camerino del negozio.

Gli sportivi, tra cui annovero molti amici, sono una categoria a parte e dividono equamente il primo piano tra viso e cronometro.

selfie

Non mi soffermo su tutti quelli che si atteggiano, impostando una boccuccia a culo di gallina, una smorfietta che vorrebbe essere simpatica, uno sguardo beota che vorrebbe essere intenso…

Il selfie è spesso costruito: pancia in dentro, petto in fuori, maglietta sapientemente rimboccata a nascondere la ciccia, un braccio mollemente piegato per non far vedere troppo seno, in favore di luce, dal lato migliore…

L’apoteosi la raggiungono quelli che il selfie se lo fanno fare, mettendosi in posa, oppure piazzando lo smart phone in modo da scattare in sequenza delle immagini che poi saranno ritoccate, filtrate, accuratamente selezionate e finalmente pubblicate con una didascalia del tipo “semplicemente io”.

Ormai non posso più esimermi, ogni volta che vedo un faccione trionfante su instagram o facebook, di pensare al momento e al modo in cui è stato realizzato e tutta la simpatia crolla miseramente.

Il selfie è la punta dell’iceberg del malcostume imperante sui social.

So che dovrei semplicemente passar oltre, ma oggi, dopo aver visto l’ennesima sequenza di abbronzature, non sono riuscito a trattenermi.

Un nuovo Rinascimento

La formula per ripartire è tornare alle piccole realtà. E, specialmente nel territorio, i politici locali avranno un ruolo chiave

Ogni giorno incontro una gran voglia di ripartire.
L’amico barista, nonostante non abbia percepito reddito per 4 mesi e ancor oggi veda il numero di clienti ridotto ad un terzo rispetto al pre-Covid, mi accoglie con un sorriso. Ha sfruttato il tempo del lockdown per rinfrescare il suo locale, per renderlo più arioso, più allegro.
Un negoziante mi parla dei suoi progetti di organizzare un evento sportivo per offrire ai runners la possibilità di tornare a gareggiare. Lui vuole sponsorizzare, essere d’aiuto, imprimere una spinta positiva al movimento. Perché sa che solo quando ripartiranno le gare anche il suo negozio tornerà a rivivere.
Un altro locale si ingegna ad organizzare degustazioni, serate letterarie, iniziative per i bambini.
Un bed & breakfast ha ampliato la sua offerta agli ospiti, ha creato una mini biblioteca ad hoc e sta lavorando a delle video guide sulle attività da fare nei dintorni della sua struttura.

Insomma, quella che respiro è un’aria positiva di rinnovamento, di proattività, di voglia di fare.
Chiaramente i privati sono motivati dalla necessità: se non si riparte dovranno chiudere ed andare ad ingrossare le fila dei disoccupati. Ma nessuno si tira indietro, anzi – come ho detto – affronta questo tempo difficile con il sorriso sulle labbra e la rinnovata voglia di fare.

Sembrerebbe quasi un nuovo Rinascimento.

E come nel passato, saranno gli individui a fare la differenza.
E’ necessario cambiare passo.
Dobbiamo passare dalla difesa (contro il coronavirus) all’attacco (contro i nefandi strascichi economici del lockdown).

Ma l’iniziativa deve passare dai grandi ai piccoli.

Le grandi aziende ragionano con i grandi numeri e le statistiche, sono le piccole imprese che oggi possono far rinascere l’Italia. Rischiando ovviamente, come tutti gli imprenditori (degni di tal nome) sono abituati a fare.
Nelle piccole aziende, lo sforzo dei singoli crea valore aggiunto.
Nelle grandi aziende, lo sforzo dei singoli non diventa mai corale.

leadership

La vera sfida, però, è di tipo politico.
Mai come oggi manca è la spinta dallo Stato, del Governo centrale e di quelli locali.
I politici sono più preoccupati a piantare paletti che a spianare le strade.

Capisco, ovviamente, che la prima responsabilità di un politico sia di salvaguardare la salute pubblica.
E’ stato fatto e, grazie alle indicazioni dall’alto e al corale sforzo dal basso, stiamo venendo fuori dalla pandemia.
C’è ancora bisogno di cautela, ed infatti indossiamo le mascherine in prossimità di sconosciuti e, ancor più importante, monitoriamo la nostra salute ed evitiamo di esporci (ed esporre gli altri) a possibili contagi.

Ma non possiamo più pensare a “sopravvivere” dobbiamo tornare a vivere.

Quindi anche qui dev’esserci una presa di coscienza dei politici locali.
Il governo centrale ha dettato le norme e guida prudentemente il Paese, ma i governi locali che sono a conoscenza delle loro micro-realtà possono adattare quelle norme di prudenza, allargando le maglie e spingendo per un pronto ritorno alla normalità.
L’assurdo meccanismo delle responsabilità (politiche ma anche penali) fa sì che chi ci guida sia più attento ad evitare i problemi che a procurare opportunità.
Ci voglio uomini coraggiosi che si mettano a capo dei volonterosi imprenditori e negozianti, offrendo un contributo (economico ma anche logistico e legislativo) per lanciare nuove opportunità, iniziative che riportino le persone per strada, i turisti sulle spiagge e sulle montagne, gli ospiti negli alberghi e nei ristoranti.

Mi appello a tutti i politici di buona volontà.

Cavalcate l’ondata di entusiasmo e di voglia di fare, non frenatela.
Così sarete a capo di una comunità viva e rinnovata che vi riconosce come leader.
In caso contrario sarete ricordati come i guardiani di un cimitero.

Poesia vs prosa

Mi capita spesso di incappare in un verso di qualche poesia citato all’interno di un testo che sto leggendo.
Di solito resto perplesso…

Butto giù alcuni pensieri sparsi e un po’ inconcludenti.
Come ho avuto modo di dire moltissime volte, sono un appassionato di linguaggi e, più in particolare, di quella sottocategoria dei linguaggi che è la scrittura.

Mi sono spesso interrogato sulla differenza tra prosa e poesia.
Mi sono persino cimentato in qualche timido tentativo di scrivere in versi.

Scrivere per me è soprattutto comunicare.
Comunicare significati o comunicare emozioni.

scrittura

Il raccontare storie è una delle forme preferite del mio modo di comunicare.
La prosa è lo strumento che più mi si confà per raggiungere questi obbiettivi.

La poesia, però, è un flusso non filtrato che sgorga dall’anima.
E’ un unicum tra contenuto e contenitore, tra forma e significato.
In poesia si comunica non solo attraverso le parole ma anche attraverso il loro ritmo, il suono che generano.

La poesia è fortemente evocativa.
La prosa è più didascalica.

Ho trovato alcuni autori che scrivono in prosa con la stessa potenza evocativa della poesia (mi viene in mente il primo Erri De Luca, ad esempio o il primo Richard Bach).

E naturalmente ci sono dei campioni di racconti in versi (Dante e Shakespeare sono i primi due che mi vengono in mente).

Ma nella maggior parte dei casi trovo la poesia più interpretabile, meno oggettiva. E questo mi spaventa e mi frena nell’usarla.

Probabilmente c’è la consapevolezza di una mia incapacità nell’esprimermi in versi, temo di essere frainteso. Al contempo quando lo faccio mi sento incredibilmente più libero.

La poesia è una preghiera buttata al vento.
Esprimo un’emozione per condividerla, ma non so se le mie parole susciteranno la stessa emozione nelle altre persone.
E non me ne interesso… ho solo voglia di farlo.

La prosa è più precisa, più misurabile, più prevedibile.
Come dicevo, la preferisco o forse mi ci trovo più a mio agio.
E’ anche più prona a diventare noiosa, eccessiva, strabordante. Per evitarlo è necessario che vi sia un pensiero lucido da cui partire.

Forse la differenza principale alla fine è questa: la poesia distilla emozioni, la prosa descrive pensieri.

Alla fine non credo di essere giunto ad alcuna conclusione, di certo continuerò a sperimentare. Quindi…

…to be continued

Calendario minimo

Durante il lockdown abbiamo goduto di molto più Tempo a disposizione in cui dedicarci alle nostre cose. Con la ripresa, la vita torna frenetica

Non so se è capitato anche a voi, ma con la riapertura dei confini regionali, la mia vita ha ripreso a scorrere alla sua velocità consueta e, d’improvviso, mi sono trovato a far fatica a restare dietro alle cose che facevo fino a Maggio (e l’aggiornare il mio blog è una di queste).

Lo scorrere del Tempo è relativo (ne ho già scritto qui Tempus Fugit…) ma durante il periodo del lockdown avevo apprezzato il fatto di poter esercitare un controllo maggiore sulla mia agenda.

meridiana

Adesso mi trovo a dover scegliere come usare le ore della giornata.

E’ un esercizio importante: un setaccio naturale che mi permette di eliminare alcune cose superflue e concentrarmi sulle altre.

In questi primi giorni di Giugno mi sono fatto travolgere dalla voglia di rifare cose cui ero abituato mesi fa. Uscire con gli amici, andare per negozi, visitare persone che non vedevo da un po’…

Così ho deciso di concedermi tutto il mese per questi “vizi”, ma sto già pianificando un calendario minimo, un’agenda risicata e specifica, in cui entreranno solo le cose cui tengo veramente, quelle che necessitano di attenzione e Tempo.

Riflettere a lungo su quello che leggo e su quello che scrivo, ad esempio, è un lusso che mi ero concesso nel periodo Covid e a cui non voglio rinunciare.

Esercitarmi in arti che arricchiscono solo me stesso, la cura del giardino, la chitarra, la corsa. Cose che non faccio per vivere, ma solo per stare bene.

La gestione del Tempo l’avevo sperimentata in grande scala: pensando alla mia vita mi ero concentrato su ciò che importa veramente.
Adesso devo imparare a farlo anche nel piccolo, ogni giornata, ogni ora, ogni minuto…

La casa dagli occhi grandi

HELP: chi mi aiuta a godermi il panorama senza causare incidenti di volo ai simpatici pennuti?

Prima di venirci a vivere in modo permanente, ho fatto alcuni lavori alla mia casa delle vacanze in montagna in modo da renderla più adatta alle mie nuove esigenze.

Ho creato uno spazio unico cucina-sala-studio, una grande stanza che è il cuore della casa e dove passo la maggior parte del mio tempo.
Ho terrazzato il giardino in modo da creare un’area orto e un’area prato.
Ho provveduto a sistemare infissi e rivestimento del tetto per evitare perdite di calore, contemporaneamente ho eliminato il vecchio caminetto e l’ho sostituito con una stufa a pellet. Insomma un occhio di riguardo al risparmio energetico!

Ma la cosa più importante, quella a cui tenevo, era di unire due delle finestre della facciata e trasformarle in un’unica grande vetrata che s’affaccia sulla valle e, in lontananza, sul Monte Bianco.

Le finestre di casa mia sono perennemente aperte.
Gli scuri ci sono, ma li chiudo solo quando sono via per qualche giorno.
Di notte sono aperti, così come nelle ore più calde del giorno.
La luce entra in tutte le stanze.

Vista da lontano, la mia casa sembra avere degli occhi grandi e spalancati attraverso cui l’interno e l’esterno comunicano.

Sono molto felice di questa soluzione.
Salvo che c’è un importante lato negativo.
Le vetrate così ampie diventano, specialmente quando il sole non ci si riflette ma le attraversa, praticamente invisibili.
Così capita che qualche uccello finisca la planata dritto contro la lastra.
E’ capitato a merli, pettirossi e cinciallegre.
Solo gli uccelli più timidi, il picchio o la ghiandaia, si tengono a distanza.

Purtroppo queste planate finiscono spesso in tragedia.
Capita infatti che il piccolo volatile si rompa l’osso del collo e cada a terra.
Così le mie giornate sono interrotte da un colpo su una finestra ed una affannosa corsa verso la terrazza o il giardino per vedere che cosa è capitato al povero pennuto.

sagome anticollisione

Ho pensato a come risolvere il problema senza oscurarmi la casa o senza attaccare degli adesivi a forma di falco (come nelle barriere in autostrada e come suggerito dalla LIPU) ma non sono riuscito a trovare una soluzione.
Nelle camere adesso ci sono delle tende che fanno egregiamente il loro mestiere ed evitano tragedie aviarie.
Ma nella mia stanza/veranda con vista sul Bianco il problema persiste…

Qualche suggerimento?

La scoperta del Tempo

Vivere a contatto con la Natura mi ha permesso di uccidere l’illusione che potevo avere il controllo del Tempo che passava

I più fortunati di noi riescono a gestire il proprio destino. Non completamente: è ovvio che c’è sempre un evento imponderabile dietro l’angolo, una malattia, un incidente d’auto, ma anche un’offerta di lavoro irrinunciabile o un’eredità inaspettata.

Alcuni di noi sanno surfare tra queste onde della vita, a tenere la barra del timone fissa nella direzione in cui vogliono andare.

E’ curioso come io abbia usato delle metafore marinare per descrivere il processo che mi ha portato a vivere tra i monti.
Comunque, se riesci a mantenere abbastanza a lungo la direzione che hai scelto, prima o poi arriverai alla tua meta.

Ci sono molte componenti in gioco, e non mi riferisco agli eventi inattesi.
La prima è sapere dove vuoi andare.
La seconda è trovare la forza di restare in movimento.
La terza è essere sempre coerente con te stesso.

Vediamole più in dettaglio.

Sapere dove andare
Lucio Anneo Seneca diceva “Ignoranti quem portum petat, nullus suus ventus est” che potremmo tradurre liberamente in “Non c’è mai vento giusto per chi non sa a che porto dirigersi”. Ed è una grande verità. Troppo spesso manchiamo di una fase progettuale. Troppo spesso non pensiamo a cosa vogliamo veramente. I motivi possono essere tanti: la vita troppo impegnata, le responsabilità nei confronti della famiglia, le difficoltà economiche.
Ma sono tutte scuse. Dobbiamo avere un nostro traguardo e, ad ogni occasione (pur minima), dobbiamo fare un passettino in quella direzione.

Restare in moto
E’ parente stretta della prima, nel senso che spesso la prima porta alla seconda. Se non abbiamo un piano preciso, iniziamo a girare in tondo e poi – inesorabilmente – ci fermiamo.
Anche in questo caso siamo pronti a mettere in campo una miriade di scuse (l’arte di temporeggiare) e tra tutte quella regina: “Devo ancora decidere cosa fare” di cui sopra, appunto.
Muoversi è fondamentale. Se ci fermiamo inizia a crescerci sopra l’edera e siamo perduti.
Magari può sembrare la scelta migliore, fermarsi e rilassarsi un attimo, ma occhio che l’attimo non diventi un anno, un decennio, una vita. E vi ritroverete a navigare tra le cose che avreste voluto fare, ma non ne avrete più il tempo.

Coerenza con se stessi
James Russel Lowell diceva “Solo gli stupidi (e i morti) non cambiano mai opinione” e direi che ha ragione da vendere.
Ma stiamo parlando di scelte minori e non di principi. Per me un tempo la pastasciutta migliore erano le troffie al pesto, adesso amo la cacio e pepe. Oppure, più seriamente, ero convinto di aver ragione ma dopo aver ascoltato le tue riflessioni penso che ho avuto torto.
I principi fondanti del nostro essere, invece, non possono cambiare (o magari può succedere, ma al massimo una volta nella vita). Parlo di ciò che siamo nel profondo, delle leggi morali intorno alle quali abbiamo costruito la nostra personalità, la nostra esistenza.
Esistono ma, fortunatamente, non sono così tanti coloro che sono pronti a tradire loro stessi per un motivo futile. E’ molto più comune incontrare persone che si contraddicono senza accorgersene, che non danno peso alla coerenza. Come se fosse una virtù fuori moda.

cielo stellato notturno tra i monti

Come mio solito mi sono dilungato.
La riflessione di stamattina verteva sul perché il destino che mi sono costruito mi ha portato in questo paese tra le montagne.
Di certo c’è la serenità che questo mondo mi trasmette. Il contatto con la Natura e le sue cose semplici. La felicità pura di un cielo stellato incorniciato dalle sagome scure delle vette. L’odore della pioggia nel bosco. I giochi di nuvole di un cielo temporalesco.
Ho cambiato il mio stile di vita: il mondo cui agognavo adesso è proprio fuori dall’uscio di casa. Un mondo in cui mi riconosco, che sento mio.

Ma il vero cambiamento è che mi sono liberato dalla necessità di gestire il Tempo.
Prima facevo di tutto per incastrare più cose possibili nelle 24 ore della giornata, nei sette giorni della settimana. Mese dopo mese, anno dopo anno, mi impegnavo a mettere quanta più vita possibile nel Tempo che passava.

Sono venuto qui per uccidere l’illusione che Vita e Tempo viaggino parallele e che io potessi in qualche modo controllarne lo scorrere.

Ci sono cose che devono seguire il proprio ritmo. Io non ho potere su esso.
La gente di qui lo sa bene e non forza la propria vita.
E’ inutile seminare prima della giusta stagione e non si può raccogliere prima che sia giunta l’ora o rimandare il raccolto lasciandolo marcire nei campi.
Accettare il ritmo della vita mi ha permesso di fare pace con me stesso, di trovare la serenità.

Forse il mio viaggio dal mare ai monti cercava questa saggezza antica che dona quiete al cuore.

La condizione minima e necessaria

Ho reagito all’isolamento da corona virus facendo manutenzione delle mie emozioni e di tutte le piccole cose che ho scelto di portare con me nella mia vita

Farò outing.
Lo so che di solito questa parola è usata per un tipo specifico di ammissione. Ma in questo caso toglietevi dalla testa ogni tipo di pruderie e lasciate che io apra il mio cuore e vi confessi alcuni aspetti intimi e personali di questo periodo.

Probabilmente a causa della sovraesposizione alle notizie drammatiche provenienti da tutto il mondo, la mia corazza di cinismo si è andata vieppiù assottigliando e, dopo solo un paio di settimane di isolamento, ho notato che molte delle mie abitudini e dei miei gusti sono cambiati.

Ho smesso di guardare i telegiornali.
Le notizie le cerco per conto mio e sui siti che ritengo più affidabili, sia qui in Italia che all’estero.
Ho abbandonato tutti i talk show dove lo stesso fatto viene analizzato da ogni lato con un quasi lussurioso piacere per il macabro, per il dolore esposto, per la ricerca della tragedia.

La televisione, che – vivendo da solo – è l’unica voce che sento, la tengo accesa solo la sera per un’ora o poco più.
Ho iniziato a cercare i film comici o romantici, quelli stupidi e a lieto fine che a malapena sopportavo solo un paio di mesi fa.
Sono diventato dipendente dai telefilm. Non le serie, proprio i telefilm. Tra tutti, resto incantato a guardare i vecchi episodi di Big Bang Theory.
Non credo abbia bisogno di presentazioni. Quella comune di amici strani, con i personaggi caricaturizzati, dove i sentimenti sono semplici e la vita vera scorre lontana, non mi stanca mai.

chitarra

Ho ripreso a suonare la chitarra.
Sono andato a ricercare le vecchie canzoni che suonavo da ragazzo.
Tutto De André, moltissimo Bennato, e ancora Guccini, De Gregori, Dalla.
E poi ho cercato su Google e ho trovato un po’ dei grandi classici in inglese che 40 anni fa avevo ignorato per scarsa o nulla conoscenza dell’idioma.
Confesso che ho rispolverato anche alcune vecchie hit pop da spiaggia: Mare nero (che è il nome con cui conoscevamo la Canzone del sole di Battisti) o Il ragazzo della via Gluck e Azzurro di Celentano o persino Un mondo d’amore di Morandi.

Leggo tanto.
Molti gialli che filano veloci e ti distraggono dal resto.
Alcuni saggi, tutti inerenti al rapporto Uomo Moderno / Natura.
Alcuni volumi sulla montagna: storie eroiche dell’alpinismo classico o testi che trasmettono la passione per le Terre Alte.

Passo parecchio tempo al telefono.
Con gli amici, con i miei genitori, con persone che non sentivo da tempo.
La distanza fisica è un potente incentivo a creare ponti. Anche solo via cavo.

Ho iniziato a ricercare il piacere dei lavori manuali.
Il gusto di scrivere con la penna, di provare a fare qualche schizzo con matita e bloc notes.
Il bricolage, che poi significa semplicemente fare la manutenzione delle proprie cose, averne cura.
Quasi che ritornare ad usare le mani, a fare cose reali, mi offrisse una dimensione diversa della creatività.

Ecco, rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto che tutto si riduce semplicemente a manutenere il mio mondo messo a repentaglio dal Covid19.
Non ho paura della malattia (forse scioccamente, penso che la supererei abbastanza facilmente) ma sono turbato dalla svolta cui mi ha obbligato.
Per la prima volta non sono io che decido cosa fare. Ci sono steccati a limitarmi, distanze da mantenere, viaggi proibiti.
La mia reazione naturale è di aver cura delle mie emozioni, dei miei pensieri, delle persone a cui tengo, delle cose che ho scelto di portare con me.

Una cosa semplice, in fondo.
La condizione minima e necessaria per continuare a vivere la mia vita.

Chiasso mediatico

La mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno rotto le palle nell’ultima fase dell’isolamento. E non è ancora finita

In questo giorno di inzio della Fase Due vi comunico ufficialmente (se a qualcuno dovesse interessare o semplicemente per sfogarmi) che inizio ad avere le palle piene.

Ecco la mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno scocciato.

NUMERO UNO:
Pubblicità che con la scusa di dirci quanto siamo bravi e che l’Italia ce la farà, cerca di venderci qualcosa. Ragazzi, siamo consumatori ma non siamo scemi…

NUMERO DUE:
Inchieste giornalistiche, dibattiti, reportage sul Corona Virus. Eccheppalle! la vita va avanti, non so se ve ne siete accorti…

NUMERO TRE:
Discussioni eterne e ricorsive sui vari decreti del presidente del consiglio dei ministri (è questo che significa l’acronimo DPCM). Nelle varie versioni:
a. cosa si può e non si può fare
b. okkei per questa cosa, ma quella? Come avete fatto a non pensare a quella?
c. poteva scriverlo più chiaramente…

NUMERO QUATTRO:
Storie edificanti. Sappiamo tutti che Gramellini è il nuovo De Amicis, ma è un dilettante a confronto con la pletora di microfonati che ci inondano gli schermi di storie strappalacrime, di “nuovi eroi”. Il bimbo che rivede la nonna, la ragazzina a cui manca il cane, l’infermiere che torna a casa distrutto. Tutto vero, tutto commovente, tutto dolcissimo… mò basta però!

NUMERO CINQUE:
Gli ottimisti a prescindere. Che poi sono l’altra faccia della medaglia dei catastrofisti.
Sono morte 30mila persone, ma andrà tutto bene.
La gente non lavora, ma l’Italia è di esempio al mondo.
Chi ci guida (e non mi riferisco solo al governo centrale) procede anaspando a tentoni, ma uniti ce la faremo.
Non siamo bambini piagnucolosi che vogliono sapere quando si arriva! Voglio, non dico dati e strategie, ma almeno non essere preso in giro. Ammettete gli errori: state facendo un lavoro difficile che nessuno ha mai fatto prima. E’ normale sbagliare e riprovare.

Franz Rossi

Ah, che soddisfazione.
Mi sono tolto un po’ di sassolini dalla scarpa.

Adesso approfitto della fase due e me ne vado a correre nel bosco dietro casa.
Sì, perché nonostante tutto, io come molti altri, le regole le rispetto. Anche se non sono d’accordo, anche se “tanto non faccio del male a nessuno”.

Vado nel bosco, perché mi manca un po’ di quel silenzio che è il terreno fertile nel quale germogliano i miei pensieri.

Di questo chiasso mediatico ne ho davvero abbastanza.

Dopo il Covid 19

Rimettiamo il rapporto con la Natura al centro della proposta turistica.

Sto leggendo un bel saggio di Yuval Noah Harari, si intitola Homo Deus e il sottotitolo è “Breve storia del futuro”.
Fa parte di quel gruppo di libri che avevo acquistato da tempo, avevo appoggiato sul comodino, ed era stato sommerso da nuovi acquisti.
E’ stato pubblicato nel 2015 e scritto prima, ma offre una chiave di lettura davvero stimolante di quello che ci sta capitando in questi giorni.

Non l’ho ancora finito, ma nella prima parte propone di chiamare questa fase storica Antropocene invece che Olocene, asserendo che l’Uomo è stato l’autore di tutti i cambiamenti che caratterizzano quest’epoca. E’ una provocazione per sottolineare come tutto avvenga per merito (o a causa) dell’essere umano.
Abbiamo addomesticato il pianeta, conquistandolo.
Abbiamo modificato l’ambiente in cui viviamo, creando le città a nostra misura e modificando le speci animali e vegetali in modo a noi utile.

[Una nota a margine: Ma voi lo sapevate che misurando la biomassa dei grandi animali si scopre che gli animali selvatici cubano per 100 milioni di tonnellate, noi esseri umani valiamo 300 milioni di tonnellate e gli animali domestici ben 700 milioni di tonnellate?]

Nulla aveva mai impattato così drasticamente sulla Terra.
Se anche un vulcano eruttasse, o un terremoto gigantesco distruggesse un’area vastissima o persino un meteorite colpisse un continente, la vastità degli effetti sarebbe nulla paragonandola ai cambiamenti che l’uomo, che ha colonizzato tutte le terre emerse, provoca a livello globale.
I vantaggi e gli svantaggi della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti.
L’incredibile rapidità di diffusione del Covid 19 è uno di questi.

Il tema del rapporto Uomo/Natura è uno di quelli che mi sono più cari.
E’ ingenuo pensare che si possa tornare indietro: non siamo in grado di ricreare quello che abbiamo distrutto o modificato.
Ma c’è ancora spazio per i singoli individui per comportarsi in un modo diverso, più rispettoso, nei confronti della Terra.
E questa scelta permette a chi la compie di vivere meglio, più consapevolmente, la propria esistenza.
Sono così convinto di ciò da aver cambiato la mia vita in questo senso.

Osservando quello che accade in queste settimane nei centri urbani, attraverso la televisione, i racconti degli amici, persino le pubblicità, viene da pensare che la gente stia impazzendo.
Non nel senso che fanno cose da matti, ma che faticano a gestire lo stress.

Il Corona Virus ci ha spinto fuori dalla nostra comfort zone, minando le nostre sicurezze.

Pensavamo di esser pronti a fronteggiare qualsiasi malattia, ed ecco che un’influenza aggressiva e velocissima, cambia in modo drastico le nostre esistenze. Ci obbliga a stare a casa; ci rende più poveri; fa tremare il sistema sanitario.
E noi scopriamo di non essere in grado di gestire tutto questo.

rifugio Alpenzu
L’arrivo al rifugio Alpenzu (foto tratta da inalto.org)

Chi vive a contatto con la Natura, seguendo le sue regole, invece, subisce meno questo stress.
Probabilmente perché c’è l’abitudine a non avere il controllo su tutto, i ritmi di vita sono comandati da fattori esterni.
Prendiamo ad esempio un orto: si semina dopo l’ultima nevicata (sperando di non sbagliare perché altrimenti si deve buttare tutto e ricominciare), si bagna se non piove, si strappano le piante che invadono il terreno che hai dissodato, si spera nel sole per raccogliere e via dicendo.
I cicli naturali delle stagioni, poi, sono un manifesto alla continuità della vita. Potete indicare un messaggio più ottimista?

Tutto questo viene moltiplicato se si vive in montagna, dove gli imprevisti sono la norma, dove contare su te stesso come individuo e non sull’aiuto esterno è l’unica garanzia di sicurezza, dove anche la fatica è parte della vita.

Ecco quindi la mia proposta.
Tra poche settimane saremo a giugno ed inizierà l’estate, proprio in concomitanza con il probabile allentamento delle maglie dell’isolamento.
Dovremmo aprire le nostre case alla gente che viene dalle città.
Dovremmo invitarli a vivere come viviamo noi.
Restituirebbe un punto di vista più equilibrato e naturale sul mondo e magari tornerebbero a casa con un atteggiamento diverso nei rispetti del pianeta.

Anche chi ci governa, qui in Valle d’Aosta, dovrebbe seguire l’esempio di altre regioni montane e mandare un messaggio chiaro.
Venite a trovarci e scoprirete dei valori fondanti della vita che tra cemento ed aria condizionata avete perso di vista.
Sarebbe importante per l’economia della valle e rimetterebbe la natura ancora incontaminata che ci circonda al centro della nostra proposta turistica.

Evitare il turismo di massa (in rispetto al social distancing) e privilegiare i piccoli gruppi familiari.
Ritornare alla lentezza dei ritmi naturali allontanandosi dalla frenesia dei tempi moderni.
Assaporare i cibi semplici dei posti che attraversiamo dimenticando i prodotti artificiali od esotici.
Rivitalizzare il proprio corpo con attività motorie e riscoprire quello che sappiamo e possiamo fare.

Insomma, usiamo quest’opportunità per cambiare in meglio.
Accettiamo il cambiamento che ci è stato imposto e ripartiamo da esso.
In fondo cosa abbiamo da perdere?

I cicli e le stagioni

Le piccole cose che segnano la mia vita: una è il ritorno dell’acqua negli impianti di irrigazione

Da ieri pomeriggio è tornata l’acqua per irrigare i campi.
Qui da noi tutti i proprietari terrieri sono consorziati in un’associazione che, tra le altre cose, gestisce gli impianti di irrigazione generali. L’acqua viene raccolta in vasche e canalizzata per raggiungere gli impianti che capillarmente bagnano ogni terreno coltivato.

Durante l’inverno gli impianti vengono svuotati per evitare che, ghiacciando, si rompano. A primavera, quando non c’è più il rischio delle gelate, l’acqua torna nei tubi.

Nel mio piccolo, sono agganciato all’impianto generale per bagnare il giardino e l’orto.

Nell’ultima settimana, con il sole caldo e le giornate più lunghe, avevo ricominciato a curare le piante del giardino e a dissodare l’orto. Era evidente che la terra aveva bisogno d’acqua: l’erba è gialla e le foglie nuove sul salice faticano a crescere.

getto acqua irrigazione

Ma finalmente stamattina ho potuto ricominciare a bagnare.

Domani pianto gli ortaggi e domenica sarà, anche per me, una giornata di resurrezione.

Forse può sembrare sciocco.
Però io sono più felice di queste piccole cose che, cadenzando la mia vita qui in montagna, danno il ritmo ai miei pensieri e al resto della mia esistenza.

Mi emoziono di più vedendo l’erba umida al mattino che alla notizia di un nuovo modello di smart phone.

Credo abbia a che fare con quello che cercavo (ed ho trovato) qui. Un ritorno alle cose reali, non a quelle generate da noi uomini.

Temo di essere un inguaribile romantico. Ma in fondo, non faccio del male a nessuno.