La maschera

Indossare la mascherina per sconfiggere il Covid19. Tante discussioni, ma dobbiamo accettare che le nostre vite sono cambiate

Mi è tornato sotto gli occhi un post che avevo scritto nell’Ottobre 2019 (Tempus fugit) che resta attuale nei suoi contenuti.
Mentre lo rileggevo e notavo la curiosa coincidenza di date, ho iniziato a pensare a quante cose sono cambiate (e stanno ancora cambiando) tra il 22 Ottobre 2019 e oggi, 16 Ottobre 2020.

359 giorni, quasi una rivoluzione terrestre, e la vita non è più come prima.

Il Covid19 ha spinto sull’acceleratore dei cambiamenti. La pandemia, perché noi tendiamo a dimenticare il fatto che i problemi che ci sono nella nostra città sono gli stessi che stanno accadendo in tutte le città del mondo, dicevo la pandemia sta modificando le nostre vite.

Ricordate quando sorridevamo con sufficienza vedendo i turisti giapponesi attraversare la città con le mascherine sul volto per timore dell’inquinamento?

La mascherina è diventata un complemento d’abbigliamento esattamente come le scarpe o il cappotto d’inverno. La useremo per sempre? Non lo so, ma di certo nei prossimi anni si continuerà a portarla con se e ad indossarla nei momenti di “assembramento”.

gente che indossa la mascherina - coronavirus

Sento tante discussioni su cosa si dovrebbe fare… e per ogni ricetta c’è sempre pronto un capro espiatorio sul quale puntare il dito.

Il sindaco che non mette a disposizione mezzi pubblici a sufficienza, i ragazzi che bevono birra al parco senza mascherina, gli “altri” che non stanno attenti quando vanno in ferie, i dottori che non sono più come quelli di una volta.
E così via, in una litania inutile e qualunquista.

La verità è che non ci sono colpevoli.

Non è colpa del governo. Non è colpa dei nostri concittadini.
E’ colpa di una malattia invisibile e sconosciuta che ci ha travolti. Il mondo, la natura, muta. E noi dobbiamo adattarci per sopravvivere.

E’ così da sempre e sempre così sarà.

Ci sforziamo di modificare le leggi naturali, creiamo ambienti più confortevoli per noi, sconfiggiamo alcune malattie, creiamo protesi per organi non funzionanti, allunghiamo la vita. Ma non siamo onnipotenti.

La natura tiene il banco nel casinò della vita (funzionava anche senza accento finale in realtà). E il banco vince sempre.

Quindi cosa possiamo fare?

Bob Dylan ha ben rappresentato nella celebre Times they are a-changing l’inutile sforzo di ribellarsi all’impermanenza delle nostre esistenze.

In realtà lui si riferiva all’evoluzione della società, ai mutamenti interni, a come è inutile lottare per mantenere lo status quo. I cambiamenti sociali avvengono nonostante il Sistema.

Ma a maggior ragione, nulla può l’essere umano di fronte alle modifiche che ci impone il nostro ambiente.

Non dico che non bisogna lavorare sul vaccino e, nel tempo, sconfiggere il CoronaVirus come abbiamo già sconfitto la poliomielite, ma dobbiamo anche accettare che non siamo superiori alle leggi naturali e ad esse dobbiamo adeguarci.

La pandemia ci ha preso alle spalle.
Nessuno avrebbe potuto ipotizzare un effetto così ampio e così veloce.

Ha messo in ginocchio l’economia e ci ha trasformati.

L’ho visto succedere, su piccola scala, dopo i terremoti o lo tsunami o le eruzioni vulcaniche.

Dobbiamo accettare il cambiamento, ricostruire quanto è andato perso, e cominciare una nuova vita.
Non potremo tornare alla vecchia, dobbiamo trovare un nuovo equilibrio e ricominciare da capo.

Fiori e cuori

Lavorando in giardino ho notato un parallelo curioso tra le piante e i rapporti umani, parentela, amicizia, amore

Un titolo così fa venire in mente una mano di poker, ma in realtà ieri, mentre lavoravo in giardino, mi è venuto in mente questo strano parallelo. In effetti c’è una cosa che hanno in comune…

L’autunno incalza e porta con se tutta una serie di piccoli lavori che vanno fatti. Dalla pulizia delle foglie che cadono regolari sul terreno, alla preparazione dell’orto per l’inverno (quest’anno mi sono preso tardi e non ho piantato cavoli e verze).

Così approfittando della bella giornata di sole, mi sono dedicato al pezzo di terra che ho davanti a casa (che sto trasformando un po’ alla volta in un giardino).

Ho tagliato i rami secchi, ho pulito le aiuole, ho strappato le erbacce.

Un giardino richiede una cura costante. Ed è pensando a questo che mi è venuto in mente il parallelo con i rapporti umani.

I rapporti che abbiamo con le altre persone sono come le piante, hanno bisogno di cura costante nel tempo.

Ho così voluto fare un gioco, provare a creare i paragoni tra piante e persone.

Iniziando dal più semplice: i parenti.

I parenti sono come gli alberi: la maggior parte sono già lì quando acquisti il terreno. Devi solo trattarli bene, bagnarli di quando in quando e, una volta all’anno potarli. Lo stesso vale per i componenti della tua famiglia, genitori in primis. Qualche telefonata ed un paio di visite e sei a posto.
Il vincolo di parentela è forte, sopravvive anche alla disattenzione. Così al pranzo di natale magari si lasceranno scappare un “non ti fai sentire mai” ma poi ti abbracceranno e tutto sarà dimenticato.

Gli amici sono difficili da catalogare, perché ce ne sono di tanti tipi.

Ma volendo fare di tutta l’erba un fascio (e mai come in questo caso il modo di dire è azzeccato) gli amici sono come le piante da appartamento.

Ci sono i cactus, che te ne puoi anche dimenticare ma che non muoiono mai. Amici da una vita, che quando li vedi è come se li avessi visti la settimana prima. Con loro basta davvero una telefonata (meglio se seguita da una birra insieme) all’anno e quell’amicizia non muore mai.

Ci sono i ficus benjamin, che resistono a qualunque condizione, ma che richiedono comunque attenzione regolare e una bella sessione di pulizia potatura a primavera ed autunno. Sono gli amici con cui ti vedi spesso e quando non ti vedi li chiami perché ti manca qualcosa.

gerani

Infine ci sono i gerani del balcone. Li curi amorevolmente e quelli ti riempiono la casa di colore. Da aprile a novembre crescono rigogliosi, ma tu devi accudirli un giorno sì ed uno no. Bagnarli e rimuovere i fiori secchi per averli sempre splendenti.

Sono gli amici speciali, chiedono tanto e ti restituiscono tantissimo. Sono forti e resistono a lungo anche se non li bagni, se li trascuri, ma basta rinnovare l’attenzione e quelli rifioriscono anche dopo l’inverno più freddo.


E l’amore?
A cosa vogliamo paragonare il rapporto di coppia?

Ahimé, in questo campo non sono un grande esperto.
Credo che l’amore sia come un fiore che ti viene donato.

Se sei fortunato ti capita un fiore forte, magari proprio un geranio, devi averne cura, ma sopravvive a mille prove.

In altri casi ti capita un’orchidea, bellissima e difficilissima da curare.

I rapporti umani hanno bisogno di cura ed attenzioni.
Dobbiamo aspettarcele e dobbiamo offrirle.

E la cosa curiosa è che se non doniamo queste attenzioni, non si secca solo l’amicizia o l’amore, ci inaridiamo anche noi…

Il processo alle intenzioni

Uno sfogo che nasce da un caso personale: parlo di intenzioni ed azioni, e di come sia facile sbagliarsi nel giudicare

Dio quanto amo l’italiano.
Ci sono parole ed espressioni che definiscono esattamente ogni cosa.
Quando sono confuso, quando il mio animo ribolle ma non riesco a capirne il motivo, quando c’è qualcosa che mi fa soffrire o arrabbiare allora agito un po’ le acque di quel calderone che è la mia testa e cerco di dare forma scritta al mio tumulto interiore.

Oggi ho recuperato questo modo di dire che sta diventando desueto ma che, secondo me, rappresenta bene questa nostra epoca.

martelletto del giudice

Con processo alle intenzioni si intende un giudizio basato non sui fatti oggettivamente occorsi ma su quelle che si pensano siano state le motivazioni o le intenzioni della persona sotto accusa.

Quindi se io rompo una finestra con una pallonata e mi si chiede di ripagare il costo del vetro è un processo normale. Se invece mi si accusa di averlo fatto intenzionalmente e mi si chiede il rimborso anche dei danni morali, allora diventa un processo alle intenzioni.

La cosa può spingersi oltre.
Per continuare nel mio esempio, mi vedono giocare con il pallone contro il muro e mi accusano di voler rompere il vetro. In questo caso giudicano un’intenzione a prescindere dalle conseguenze reali. Giudicano un’idea e non un fatto.

Storicamente, il processo alle intenzioni ha un’origine cattolica: è stata la Santa Inquisizione che, dovendo parlare di peccati e castighi, si trovava a giudicare non tanto le azioni dei peccatori, ma l’intenzione che aveva portato a quell’azione. E parlando di streghe ed eretici, sappiamo come è andata a finire.

Oggi il processo alle intenzioni è di moda.

Si attribuisce a qualcuno una colpa (basandosi su elementi totalmente ipotetici) e lo si mette in croce. O peggio ancora alla gogna.

Ogni frase che inizia con un “ti puoi immaginare se uno come lui non voleva…” è di per se un processo alle intenzioni.

L’evidente problema di questo approccio è il distacco netto tra realtà fattuale e ipotesi sulle motivazioni.

Quando dimentichiamo ciò che viene fatto e ci concentriamo sul perché corriamo il rischio di commettere degli errori. Infatti è decisamente più facile dimostrare un’azione che un’intenzione.

Tutto questo sfogo solo per dire che, quando il vostro atteggiamento nei confronti di una persona è dettato non da quello che fa, ma da quello che voi pensate sia il motivo per cui lo fa, rischiate di finire nella giungla dei pregiudizi.

E questo è sempre un male…

L’ombra del padre

Quanto influisce nel rapporto padre figlio la nostra educazione? E dipende dai nostri genitori o dal figlio che siamo stati?

Sono più che altro sensazioni confuse, quelle che mi restano dentro dopo aver passato qualche giorno con i miei figli.

Ci vediamo raramente, complice la distanza e gli impegni di lavoro di entrambi, ma quando capita che riusciamo a passare del tempo assieme, sono sempre felice.

Eppure c’è un retro pensiero che era sempre presente in questi ultimi giorni di vacanza con mio figlio. Ogni cosa che facevo o dicevo, ogni mio atteggiamento nei suoi confronti veniva immediatamente paragonato a come mio padre si comportava con me.

pirandello-fausto-padre-figlio
“Padre e figlio”, di Fausto Pirandello

Alla fin fine penso che sia piuttosto normale.
Esistono solo un padre ed una madre. Il nostro rapporto con loro è l’unico metro di paragone.
Però credevo di essermi riuscito ad allontanare dall’ombra ingombrante del rapporto con mio padre, invece eccolo presente in ogni istante.

Per mia madre è diverso. Forse se fossi una donna proverei sensazioni simili a quelle che provo ora. O forse la figura di mio padre, reso un gigante dal racconto di mia madre, occupava un ruolo di spicco.

Comunque, nonostante abbia da tempo raggiunto l’età adulta ed abbia percorso diversi lustri lontano dall’influenza dei genitori, mi scopro ancora adesso a misurarmi su di loro.

E a valutare se sono un buon padre non da quello che i miei figli dicono di me, ma da come io-bambino avrei reagito ai comportamenti di me-adulto.

Clacson

A volte la paura fa più danni della cosa che temiamo, è un istinto antico, ma saperlo padroneggiare fa di noi uomini prudenti

Una sera d’estate salivo a casa in auto. Affrontavo i tornanti con la sicurezza di chi conosce a memoria ogni centimetro di asfalto, sfruttavo al massimo le curve: dove c’era visibilità stringevo al centro invadendo la corsia opposta; dove sapevo che la curva era cieca, mi tenevo tutto a destra, sfiorando il bordo della strada.

All’improvviso, nel buio, i fari di un’auto che scendeva in direzione opposta. Sarà stata la velocità o forse la scarsa esperienza alla guida o della strada, ma il conducente ha preso paura e ha scaricato la sua rabbia in un poderoso colpo di clacson.

Io, che avevo visto i fari arrivare fin dal tornante precedente, avevo già recuperato la posizione a destra della carreggiata e non ho potuto fare a meno di pensare che il tempo che gli era servito per suonare il clacson sarebbe stato meglio utilizzato per raddrizzare la macchina e portarsi nella sua parte di strada.

fari nella notte

E’ questo che fa la paura: blocca la razionalità e lascia spazio all’istinto.

E’ un meccanismo antico, che ci salvava la vita quando incontravamo un pericolo improvviso. Si chiama reazione attacco/fuga e fa sì che quando ci sentiamo in pericolo aggrediamo la fonte del timore o la fuggiamo.

Ovviamente è ancora utile quando incrociamo un cane feroce, ma nel 99% dei casi, è fonte di stress o di problemi.

Se abbiamo paura del capoufficio, prenderlo a schiaffi o chiudersi in bagno quando arriva non ci mette in una posizione migliore.

E così come sfogare la nostra paura suonando il clacson (o urlando improperie) non ci garantisce una maggior sicurezza, similmente quando andiamo in montagna fare gli “uomini veri” e affrontare passaggi richiosi (o al contrario bloccarsi su un passaggio perché già temiamo di doverlo ripercorrere in discesa) non è una buona idea.

La paura è un salvavita potente, ma deve essere sempre utilizzato insieme ad una buona dose di razionalità e di buon senso. Così diventa prudenza.

Si dice che la paura di un evento, nove volte su dieci, è mal riposta. La prudenza è la capacità di individuare la singola paura reale.

Lasciare il segno

Un’esperienza comune, quando si cammina in mezzo alla Natura, è notare l’apparente contrasto tra quanto questa sia forte (le montagne, il temporale, il mare e via dicendo) e quanto al tempo stesso sia fragile.

Basta veramente poco per provocare piccoli danni cui Madre Natura porrà rimedio in decenni di lavoro.
Se lasciamo il torsolo di una mela (“la mangeranno le formiche”) ci vorranno da 15 a 90 giorni prima che venga consumato.
Se invece lasciamo un fazzolettino di carta (4 settimane), una lattina di coca (dai 20 ai 100 anni), un sacchettino di plastica (dai 100 ai 1.000 anni) o, peggio, una bottiglietta (oltre 1.000 anni e non verrà mai distrutta completamente) stiamo condannando nostra madre ai lavori forzati.

Insomma dovremmo fare attenzione a quello che ci cade dalle tasche.

Devo dire che in questi ultimi anni, la coscienza ecologista si è risvegliata e noto che è sempre più raro trovare le tracce del passaggio di altri escursionisti.

Insieme alla buona notizia, però, devo dire che la quantità di immondizia aumenta con il diminuire della difficoltà della meta: i luoghi facilmente raggiungibili sono più sporchi di quelli che comportano lunghe marce.
Da un lato è dovuto al maggior numero di “turisti” presenti, dall’altro – ahimé – dalla minor consapevolezza di questi “escursionisti della domenica” rispetto a chi è abituato ad andar per monti.

Dobbiamo fare uno sforzo costante per promuovere una cultura di rispetto e conoscenza dell’ambiente alpino.

Un’altra sana abitudine che inizio a riscontrare è quella di raccogliere i rifiuti degli altri. Sempre più spesso noto persone che mettono in tasca l’involucro di una barretta o infilano nello zaino una palla di stagnola che avvolgeva una cioccolata.

ombra

Si dice che l’unico segno che dovremmo lasciare del nostro passaggio sia la nostra ombra.

Ecco, forse questo è esagerato, ma se facessimo tutti un po’ più di attenzione e pensassimo a quanto tempo sia necessario per far ricrescere il ramo che abbiamo spezzato per gioco, o a ripristinare il corso del torrente che abbiamo riempito di pietre per creare una pozza in cui refrigerare le lattine di birra, magari ne gioveremmo tutti.

Specialmente i nostri figli e i nostri nipoti che si troveranno in eredità un mondo bello come quello che anche noi abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto.

La prossima volta che percorrerete un bosco o salirete un colle, provate ad alleggerire il passo. Ci vuole davvero poco…

La pausa

Una vacanza particolare: senza allontanarmi da casa e senza cambiare troppo le cose che faccio, sono riuscito a rilassarmi

Sono stato in vacanza.
Magari non ve ne siete neppure accorti, ma io ho tirato i remi in barca e per un paio di settimane ho staccato la spina (dal mondo digitale) e mi sono rifugiato sui sentieri.

Staccare per qualche giorno è una necessità più che un lusso.

Se mi volto indietro e osservo cosa ho fatto in questi 15 giorni, in realtà, non noto grandi differenze con i mesi precedenti.

colle tournalein
Il Monte Rosa visto dal colle Tournalein @photo by Franz Rossi

Sono andato in montagna.
Ho visto qualche amico.
Ho letto, ho pensato a nuovi progetti, ho immaginato storie e avventure.
Ho persino risolto qualche sporadico problema di lavoro…

Eppure mi sono rilassato, perché mi sono finalmente reimpossessato del mio tempo.

Le scadenze che ognuno di noi ha, siano lavorative, familiari o magari anche di divertimento, ci impongono ritmi.
Poter decidere all’ultimo minuto cosa si farà nelle ore successive è un privilegio raro.

La mia vacanza è finita.
Da ieri sono tornato al lavoro.

Ma ho deciso di portarmi dietro un briciolo di libertà.
Di lasciare ogni giorno un paio d’ore in cui non ho nulla da fare.
Un buco da riempire, magari oziando, oppure ascoltando musica. Ma senza scadenze da rispettare…

Questione di stile

Il selfie è la piaga dei social media. Inutile sfoggio dello zero assoluto, inquinano la rete rubando spazio alla bellezza

Faccio davvero fatica a capire come si possa riempire il web di foto di sè stessi. I famigerati selfie che hanno già poco senso quando posti una tua foto in compagnia di un personaggio famoso ma che diventano una inutile manifestazione di vanità quando sono semplici autoscatti.

Non li capisco per gli uomini, che spesso postano immagini totalmente inutili: vado a fare un viaggio all’isola di Capri ed invece dei faraglioni faccio sfoggio del mio faccione.

Li capisco ancor meno per le donne, che giustamente pretendono di non essere considerate oggetti, di non essere ridotte ad un corpo senza cervello, e poi invece di postare un pensiero o un verso, sfoggiano decolté o l’ultimo bikini nel camerino del negozio.

Gli sportivi, tra cui annovero molti amici, sono una categoria a parte e dividono equamente il primo piano tra viso e cronometro.

selfie

Non mi soffermo su tutti quelli che si atteggiano, impostando una boccuccia a culo di gallina, una smorfietta che vorrebbe essere simpatica, uno sguardo beota che vorrebbe essere intenso…

Il selfie è spesso costruito: pancia in dentro, petto in fuori, maglietta sapientemente rimboccata a nascondere la ciccia, un braccio mollemente piegato per non far vedere troppo seno, in favore di luce, dal lato migliore…

L’apoteosi la raggiungono quelli che il selfie se lo fanno fare, mettendosi in posa, oppure piazzando lo smart phone in modo da scattare in sequenza delle immagini che poi saranno ritoccate, filtrate, accuratamente selezionate e finalmente pubblicate con una didascalia del tipo “semplicemente io”.

Ormai non posso più esimermi, ogni volta che vedo un faccione trionfante su instagram o facebook, di pensare al momento e al modo in cui è stato realizzato e tutta la simpatia crolla miseramente.

Il selfie è la punta dell’iceberg del malcostume imperante sui social.

So che dovrei semplicemente passar oltre, ma oggi, dopo aver visto l’ennesima sequenza di abbronzature, non sono riuscito a trattenermi.

Un nuovo Rinascimento

La formula per ripartire è tornare alle piccole realtà. E, specialmente nel territorio, i politici locali avranno un ruolo chiave

Ogni giorno incontro una gran voglia di ripartire.
L’amico barista, nonostante non abbia percepito reddito per 4 mesi e ancor oggi veda il numero di clienti ridotto ad un terzo rispetto al pre-Covid, mi accoglie con un sorriso. Ha sfruttato il tempo del lockdown per rinfrescare il suo locale, per renderlo più arioso, più allegro.
Un negoziante mi parla dei suoi progetti di organizzare un evento sportivo per offrire ai runners la possibilità di tornare a gareggiare. Lui vuole sponsorizzare, essere d’aiuto, imprimere una spinta positiva al movimento. Perché sa che solo quando ripartiranno le gare anche il suo negozio tornerà a rivivere.
Un altro locale si ingegna ad organizzare degustazioni, serate letterarie, iniziative per i bambini.
Un bed & breakfast ha ampliato la sua offerta agli ospiti, ha creato una mini biblioteca ad hoc e sta lavorando a delle video guide sulle attività da fare nei dintorni della sua struttura.

Insomma, quella che respiro è un’aria positiva di rinnovamento, di proattività, di voglia di fare.
Chiaramente i privati sono motivati dalla necessità: se non si riparte dovranno chiudere ed andare ad ingrossare le fila dei disoccupati. Ma nessuno si tira indietro, anzi – come ho detto – affronta questo tempo difficile con il sorriso sulle labbra e la rinnovata voglia di fare.

Sembrerebbe quasi un nuovo Rinascimento.

E come nel passato, saranno gli individui a fare la differenza.
E’ necessario cambiare passo.
Dobbiamo passare dalla difesa (contro il coronavirus) all’attacco (contro i nefandi strascichi economici del lockdown).

Ma l’iniziativa deve passare dai grandi ai piccoli.

Le grandi aziende ragionano con i grandi numeri e le statistiche, sono le piccole imprese che oggi possono far rinascere l’Italia. Rischiando ovviamente, come tutti gli imprenditori (degni di tal nome) sono abituati a fare.
Nelle piccole aziende, lo sforzo dei singoli crea valore aggiunto.
Nelle grandi aziende, lo sforzo dei singoli non diventa mai corale.

leadership

La vera sfida, però, è di tipo politico.
Mai come oggi manca è la spinta dallo Stato, del Governo centrale e di quelli locali.
I politici sono più preoccupati a piantare paletti che a spianare le strade.

Capisco, ovviamente, che la prima responsabilità di un politico sia di salvaguardare la salute pubblica.
E’ stato fatto e, grazie alle indicazioni dall’alto e al corale sforzo dal basso, stiamo venendo fuori dalla pandemia.
C’è ancora bisogno di cautela, ed infatti indossiamo le mascherine in prossimità di sconosciuti e, ancor più importante, monitoriamo la nostra salute ed evitiamo di esporci (ed esporre gli altri) a possibili contagi.

Ma non possiamo più pensare a “sopravvivere” dobbiamo tornare a vivere.

Quindi anche qui dev’esserci una presa di coscienza dei politici locali.
Il governo centrale ha dettato le norme e guida prudentemente il Paese, ma i governi locali che sono a conoscenza delle loro micro-realtà possono adattare quelle norme di prudenza, allargando le maglie e spingendo per un pronto ritorno alla normalità.
L’assurdo meccanismo delle responsabilità (politiche ma anche penali) fa sì che chi ci guida sia più attento ad evitare i problemi che a procurare opportunità.
Ci voglio uomini coraggiosi che si mettano a capo dei volonterosi imprenditori e negozianti, offrendo un contributo (economico ma anche logistico e legislativo) per lanciare nuove opportunità, iniziative che riportino le persone per strada, i turisti sulle spiagge e sulle montagne, gli ospiti negli alberghi e nei ristoranti.

Mi appello a tutti i politici di buona volontà.

Cavalcate l’ondata di entusiasmo e di voglia di fare, non frenatela.
Così sarete a capo di una comunità viva e rinnovata che vi riconosce come leader.
In caso contrario sarete ricordati come i guardiani di un cimitero.

Poesia vs prosa

Mi capita spesso di incappare in un verso di qualche poesia citato all’interno di un testo che sto leggendo.
Di solito resto perplesso…

Butto giù alcuni pensieri sparsi e un po’ inconcludenti.
Come ho avuto modo di dire moltissime volte, sono un appassionato di linguaggi e, più in particolare, di quella sottocategoria dei linguaggi che è la scrittura.

Mi sono spesso interrogato sulla differenza tra prosa e poesia.
Mi sono persino cimentato in qualche timido tentativo di scrivere in versi.

Scrivere per me è soprattutto comunicare.
Comunicare significati o comunicare emozioni.

scrittura

Il raccontare storie è una delle forme preferite del mio modo di comunicare.
La prosa è lo strumento che più mi si confà per raggiungere questi obbiettivi.

La poesia, però, è un flusso non filtrato che sgorga dall’anima.
E’ un unicum tra contenuto e contenitore, tra forma e significato.
In poesia si comunica non solo attraverso le parole ma anche attraverso il loro ritmo, il suono che generano.

La poesia è fortemente evocativa.
La prosa è più didascalica.

Ho trovato alcuni autori che scrivono in prosa con la stessa potenza evocativa della poesia (mi viene in mente il primo Erri De Luca, ad esempio o il primo Richard Bach).

E naturalmente ci sono dei campioni di racconti in versi (Dante e Shakespeare sono i primi due che mi vengono in mente).

Ma nella maggior parte dei casi trovo la poesia più interpretabile, meno oggettiva. E questo mi spaventa e mi frena nell’usarla.

Probabilmente c’è la consapevolezza di una mia incapacità nell’esprimermi in versi, temo di essere frainteso. Al contempo quando lo faccio mi sento incredibilmente più libero.

La poesia è una preghiera buttata al vento.
Esprimo un’emozione per condividerla, ma non so se le mie parole susciteranno la stessa emozione nelle altre persone.
E non me ne interesso… ho solo voglia di farlo.

La prosa è più precisa, più misurabile, più prevedibile.
Come dicevo, la preferisco o forse mi ci trovo più a mio agio.
E’ anche più prona a diventare noiosa, eccessiva, strabordante. Per evitarlo è necessario che vi sia un pensiero lucido da cui partire.

Forse la differenza principale alla fine è questa: la poesia distilla emozioni, la prosa descrive pensieri.

Alla fine non credo di essere giunto ad alcuna conclusione, di certo continuerò a sperimentare. Quindi…

…to be continued