La voglia di correre

Dopo alcuni anni, stimolato dalla bilancia, sono tornato a correre e questa volta è scattata di nuovo la magia…

Ai tempi del liceo, nonostante fosse uno scientifico, ricordo che si diceva che la matematica era una scienza ancillare, serviva a dimostrare gli assunti delle altre scienze.
Similmente, quando al pomeriggio mi recavo all’allenamento di canottaggio, il coach ci diceva che correre serviva a potenziare fiato, cuore e resistenza. La corsa era ancillare alla voga.

Invece io, bastian contrario, amavo la matematica per la sua eleganza formale e la corsa per la musicalità del suo ritmo. Insomma, erano ancillari per gli altri, ma regine per me.

Pensavo a tutto ciò mentre correvo sulla sterrata sotto casa.

Negli ultimi tre anni avevo abbandonato la corsa.
Prima c’era stata la decisione di non gareggiare più e di correre non per allenarmi ma per il piacere di farlo.
Poi, con la mancanza della continuità, anche il piacere era andato calando.
Poi c’è stato il primo lockdown, l’aumento del peso, un piccolo infortunio, i tentativi (peraltro subito abortiti) di ricominciare, la scusa della neve, del freddo, e tutte quelle migliaia di “ottime ragioni” che ciascuno di noi è maestro nell’inventare per rimandare l’uscita di corsa.

All’inizio della stagione invernale, uscendo con le pelli, mi ero reso conto che – rispetto all’anno precedente – ero migliorato come tecnica e drammaticamente peggiorato come forma fisica. A fine febbraio, sul quadrante della bilancia, il numero 93 mi ricordava impietoso che ero almeno 10 chili più pesante non del peso forma, ma di una condizione accettabile.

Ho reagito nell’unico modo che conosco: ho infilato le scarpette e sono uscito a correre, pur con la paura che sarebbe stato l’ennesimo fuoco di paglia.

Invece sono passate le settimane, le corse – pur brevi, pur lente – hanno preso una certa regolarità (tre volte a settimana), ho notato che fatico meno con gli sci e, soprattutto, mi è ritornata la voglia di correre.

panorami montani

Dico subito che il peso non è poi calato tanto. Mangio e bevo come al solito, sicuramente troppo, e così la bilancia non mi regala grandi soddisfazioni.

Ma ho ritrovato la bellissima sensazione di accorgermi del miglioramento da uscita a uscita. Non tanto sul crono (che ancora trascuro) ma proprio sulla facilità con cui corro e sul piacere nel farlo.

Certo è complice anche la stagione.
La Natura si sta lentamente svegliando, in pausa pranzo il sole batte caldo sulle spalle e compensa l’aria fredda che ti entra nei polmoni.
Tra gli alberi e nei prati che sono ancora gialli (qui ha nevicato anche ieri) si percepisce l’immensa energia che trasformerà tutto tra poche settimane.

C’è un pezzo del percorso che amo più di ogni altro.
Esco dal bosco in salita, compio ancora 500 metri su una poderale e sbuco su un altipiano dove, alzando lo sguardo, vedo le montagne stagliarsi candide contro il cielo azzurro.

E’ il mio premio.

Anche perché da lì inizia una discesa che “precipita” tra gli alberi fino al cancello di casa.

Negli ultimi anni, considerata l’età che aumenta, mi ero rassegnato a non poter più fare certe cose, a non poter più provare certe emozioni. Avevo in testa una lista di “piaceri che ormai era tardi per rivivere” e questa lista includeva anche il piacere della corsa.

La grande scoperta di oggi è che non è vero.
E vi dirò di più, se posso divertirmi ancora a correre su un sentiero, allora probabilmente devo rivedere la mia lista e darmi un’altra chance anche sugli altri fronti.

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Permettiti di essere felice

Non ci sono ricette segrete per raggiungere la felicità. Certe volte basta soltanto permettersi di essere felici

Burian impazza.
Ore 6:30 di sabato, la sveglia suona e il cellulare si premura di informarmi che fuori ci sono sette gradi sottozero.
Con gli occhi ancora chiusi, mi sfilo da sotto il piumone e vado in sala. Fuori una nuvola bassa circonda la casa, ma la nevicata di ieri sera, probabilmente grazie al calo di temperatura, ha lasciato solo un paio di centimetri di neve sulla strada.

Permettiti di essere felice.
Ho tanta voglia di tornare a letto, ma ho appuntamento con gli amici. Vado in bagno, indosso controvoglia gli abiti che ho preparato la sera prima. Calzo berretto e guanti, metto lo zaino, prendo gli scarponi e finalmente esco.

Non fa poi così freddo!
Gli sci sono già in auto, in modo che le pelli siano fredde.
L’appuntamento con William è alle 7:50 a Quart. Poi insieme raggiungeremo Denis e Benoit a Gignod per un altro caffè e alle 8:30 saremo al parcheggio per incrociare gli altri e finalmente partire. Il termometro dell’auto segna cinque sottozero, fuori il mondo è di ghiaccio. Un cielo coperto di nubi sembra smentire le previsioni meteo.

Permettiti di essere felice.
Abbiamo indossato scarponi e sci e abbiamo fatto il test dell’ARTVA. Adesso ci incamminiamo lungo lo stradino che porta all’attacco.
L’aria entra gelida nei polmoni, meglio respirare con il naso e risparmiare le parole.
In fila indiana entriamo nel bosco ed iniziamo a salire. Sembra di essere in una foresta del Nord America.
Finalmente le mie mani iniziano a scaldarsi e io a sudare. E’ giunto il momento di togliere uno strato. Approfittiamo di una sosta al limitare superiore del bosco, mentre le guide ci indicano la meta di oggi – Costa Serena – un crinale immacolato che si staglia contro l’azzurro, 7-800 metri più in alto.
Il cielo si è aperto. Le nuvole sembrano essersi impigliate tra le cime degli alberi.

Riprendiamo a salire.
Sono proprio dietro il Guru. Lui traccia e io lo seguo.
Ha un passo tranquillo e costante, proprio come piace a me. Non amo le corse. Preferisco salire di conserva, preoccupandomi della discesa.

Permettiti di essere felice.
I pensieri della settimana, gli impegni al lavoro, la solitudine che si fa sentire di più in questi giorni, le cose da terminare. Tutto il caotico turbinio dentro al mio cervello, un po’ alla volta, si sfuoca. Si stempera. Si cheta.
Un passo dopo l’altro stiamo salendo.

Facciamo un’altra sosta, per bere e mangiare qualcosa, sulla sommità di un panettone nevoso.
Le nuvole dal fondo valle ci hanno raggiunto e coperto. Siamo avvolti da una coltre bianca che nasconde il panorama.
Sembra di essere fuori dal Tempo e dallo Spazio.
Le guide ci stanno illustrando i vari tipi di neve che abbiamo incontrato, spiegandoci come si sono formate e le insidie che nascondono.
Poi alzano lo sguardo ed indicano, agitando il bastoncino nell’aria, la direzione che seguiremo.

Permettiti di essere felice.
Continuiamo a salire. Quando ci siamo rimessi in moto, mi sono trovato in mezzo al gruppo. Chiacchiero un po’ mentre davanti aprono la traccia.
Siamo al sole ora. E tutto cambia. La luce; i riflessi brillanti; l’energia che si sprigiona dalle persone attorno. Ed il mio umore.

In molti fotografano il panorama alle mie spalle. Mi giro e scopro il motivo: abbiamo lasciato le nuvole a fondo valle, e stiamo salendo verso un paradiso fatto di neve fresca, immacolata e mai calpestata.

skialp
Salendo verso Costa Serena (@photo di Benoit Girod)

Permettiti di essere felice.
Come ad ogni uscita, temo di più la discesa che la salita.
Salire significa solo mettere un piede davanti all’altro. Sudare un po’. Gestire la fatica.
Scendere, date le mie scarse capacità, significa accettare di perdere il controllo. Accettare la possibilità di cadere. Di sprecare fatica in movimenti inutili e goffi.

Ma ad ogni uscita imparo qualcosa di più.
E la fatica della salita è un prezzo ben piccolo da pagare, per acquisire conoscenze ed esperienza.
Così, in un momento di illuminazione, decido di lasciare a fondovalle anche le mie preoccupazioni, i miei brutti pensieri della settimana, le mie ansie.
Decido semplicemente di godermi la giornata… di permettermi di essere felice.

Come è finito il nostro sabato?
Una sciata bellissima. Siamo scesi, divertendoci come bambini.
Poi, abbiamo recuperato le macchine e festeggiato l’ennesima uscita al foyer du fond con pasta, polenta, e birra.
Tornato a casa, fatta la doccia e sistemata l’attrezzatura, ho acceso il fuoco e, seduto sul divano mi sono goduto la partita dell’Armani.

A volte per essere felici, basta solo permettersi di esserlo.

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Come alberi caduti

Una riflessione sulla caducità della vita e sul senso della morte. Niente male per una corsetta all’ora di pranzo…

Ieri durante la solita corsa, sono passato per un sentiero dopo parecchie settimane che non lo percorrevo.
E’ uno di quegli anelli che ormai mi è entrato dentro: lo ripeto ad occhi chiusi o, come dicono con una bella espressione gli inglesi, by heart.
Così, dopo aver girato intorno alla croce del colle, ho iniziato il ritorno verso casa.

All’inizio del bosco non ho notato grandi differenze, solo un sacco di foglie e ricci di castagne a terra. Ma appena dopo una salitella che ti porta nel suo cuore, ho trovato un grosso pino di traverso sul sentiero. L’ho aggirato e ho proseguito, solo per dovermi fermare di nuovo dopo pochissimi metri.
Un temporale, probabilmente uno di quelli che ad ottobre hanno colpito duramente tutto il Nord-Ovest, ha compiuto una vera e propria strage di alberi.

alberi caduti

Pini giganteschi erano crollati a terra, trascinando con loro alberi più giovani.
Alzando lo sguardo più in là, allontanandosi dal sentiero, come in un gigantesco gioco dello shangai, decine e decine di tronchi giacevano incastrati tra loro.

Un campo di battaglia coperto di caduti.
Uno spettacolo che stringeva il cuore.

Dopo aver perso quasi mezz’ora per percorrere, come un novello Barone Rampante, poche centinaia di metri, tutto è tornato normale.
Il sentiero muschioso, gli alberi svettanti, le rocce calde per il sole del pomeriggio.

Riprendendo a correre, ho iniziato a pensare a quanti anni ci sarebbero voluti per tornare alla situazione precedente.
– un mese di lavoro per gli operai forestali della Regione (quel sentiero è un tratto del Cammino Balteo).
– un anno perché le fronde si trasformino in compost.
– un lustro perché delle giovani piante sfruttino il nuovo spazio creato dalla tempesta.
– un decennio perché in quella porzione il bosco torni ad essere fitto come il resto.
– un quarto di secolo perché le nuove piante diventino alte come quelle cadute.

Eppure sono tutti eventi naturali.
Accaduti chissà quante volte in passato e che accadranno di nuovo.

Questo pensiero mi ha rasserenato.

Vedere tutti quegli alberi a terra mi aveva fatto pensare alla morte.

Un albero rigoglioso muore così, spazzato da una tromba d’aria.
Niente di crudele, solo un giro della ruota della vita.
E della sua morte beneficiano decine di altre piante, che trovano lo spazio e la luce per crescere, che trovano nutrimento dal suo corpo in decomposizione.

A ben pensarci, la morte di un albero diventa meno tremenda…

Allora mi è venuto in mente Maradona che proprio ieri se n’è andato.
Lui e i tanti che sono morti e hanno lasciato in me un segno.
Penso a Fabrizio De André, a Gianni Brera, a Giorgio Gaber tanto per citare alcuni nomi che conoscono tutti.
Ma c’è anche una lista di nomi meno noti al grande pubblico, ma per me altrettanto importanti.
Persone che mi hanno ispirato, o semplicemente mi hanno mostrato una via.

Nessuno di loro era perfetto.
Ma ognuno era importante.

Ecco, loro come gli alberi, morendo hanno creato lo spazio perché noi crescessimo prendendo forza dai loro esempi.

Se viviamo una vita degna di essere vissuta, anche la nostra morte avrà un significato.

Reperti

In visita ai miei genitori che stanno passando qualche giorno nelle montagne friulane, ho trovato – ancora in uso nel bagnetto a me assegnato – un reperto storico: l’asciugamano premio della prima 24 x 1 ora cui ho partecipato in vita mia.

Un balzo indietro nel tempo!

asciugamano 24 x 1 ora

Non ricordo bene che anno fosse, probabilmente i primi anni Ottanta. All’epoca praticavo il triathlon e la corsa, come per buona parte della mia vita, era una sana abitudine.

Un compagno di squadra mi ha invitato a partecipare a questa gara che si teneva allo stadio ed era organizzata dai mitici “Amici del Tram de Opcina”.
Regole semplici: facevi parte di un team di 24 persone che si alternavano per un’ora in pista coprendo la maggior distanza possibile.

A me sarebbe toccato il turno dalle 3 alle 4 del mattino.

Ero giovane, ero pieno di energia, era estate… come dire di no?

Così cenai a casa e mi misi a guardare un po’ di televisione per ingannare l’attesa.
La serata era afosa e colsi come un segnale positivo l’aumentare del vento.

Verso l’una di notte, afferrai la borsa e salii in macchina in direzione stadio.
Il cielo era uno spettacolo di nubi gonfie di pioggia, i fulmini lo solcavano e i brontolii lontani dei tuoni non promettevano nulla di buono.

Le prime gocce iniziarono a cadere mentre mi stavo cambiando.

Pantaloncini e canotta, decisi di saltare il riscaldamento e rimasi al coperto fino all’ultimo.

Come dicevo, all’epoca mi dilettavo di triathlon, ed in effetti più che correre sul tartan dovetti nuotare.

Ma ricordo ancora l’inebriante sensazione della pioggia che mi scrosciava addosso e di come io, a bocca aperta, bevessi acqua e sudore.

Non ho ricordi di quanti chilometri feci. Di certo non molti.
Ma ero felice.

Quando, al termine della prova, mi regalarono l’asciugamano come premio mi sembrò un segno del destino. Lo misi attorno al collo e tornai a casa a dormire.

Adesso è uno straccetto, logorato e stinto dal tempo.
Ma è riuscito a regalarmi il dolce ricordo di una nottata diversa… e mai (allora) avrei pensato di correre una maratona, di affrontare le ultra, o di scrivere di corsa.

Gli scherzi della vita!

Il paradosso della corsa

Ma davvero la corsa deve essere per forza sofferenza? Ovviamente dipende dai propri obbiettivi: se vuoi il successo devi essere pronto a soffrire

La giornata di ieri era partita con un programma ambizioso: sveglia alle 6:15, corsetta dalle 6:30 alle 7:30, doccia, colazione e alle 8 e spiccioli pronto alla scrivania…
Ma come tutti i programmi ambiziosi, si era subito scontrato con la dura realtà e alle 6 ero stato svegliato dal tambureggiare della pioggia sul tetto. Ho disattivato la sveglia programmata e mi sono girato dall’altra parte.

La colazione con tè caldo e lo sguardo perso tra le nuvole fuori dalla finestra e sul termometro che segnava 9 gradi, mi hanno confortato nell’idea di rinviare la corsa alla pausa pranzo. Però verso le 12 la pioggia continuava a scendere e io già mi cullavo nella scelta di cosa preparare da mangiare.

I programmi ambiziosi, come dicevo, muoiono infrangendosi contro i dettagli quotidiani.

asfalto

Un momento, ma cos’è quella luce strana? Un raggio di sole brilla sull’asfalto reso lucido dalla pioggia che ha smesso di cadere.
Cogliere l’attimo… mi cambio al volo e sono fuori.

Ho un’oretta scarsa, quindi giro solito.
So già che soffrirò, l’aria è gonfia di umidità e quindi sembra di non riuscire a riempire i polmoni fino in fondo.
Decido di ignorare completamente il cronometro: oggi mi limiterò a far girare le gambe.

Al primo cambio di pendenza inizio a sbuffare. Poi i muscoli si imballano, la salitina che di solito affronto prudente ma rilassato, stavolta sembra un muro.
Per fortuna inizio il tratto in asfalto che porta al giro di boa… ancora due-trecento metri e si torna a casa.
La strada del ritorno sembra scorrere più veloce: sono in leggera discesa ma faccio ugualmente fatica.
Finalmente gli ultimi cento metri, tanto vale allungare.
Mi fermo e fermo il cronometro. Leggo e rileggo il tempo che segna e mi scappa un sorriso: ho impiegato un paio di minuti meno del solito (e su 8 km fanno la differenza).

Questa cosa è davvero buffa, quasi un paradosso: meno ti godi l’allenamento, più soddisfazione ricavi nel vedere il risultato. E al contrario meno soffri durante, più sei insoddisfatto dopo.

Ovviamente è un falso paradosso, più un gioco che altro.
Il runner evoluto è soddisfatto proprio dal capire che ha messo sotto stress il proprio corpo.
Per ottenere un successo devi soffrire.

Però il fatto stesso che ne stia scrivendo, rende evidente che non sono più uno che cerca la soddisfazione in un allenamento ben riuscito, ma si gode una corsa ben riuscita.

Cambio di filosofia?
Mah, forse solo un po’ di pigrizia.

Per oggi archivio con gioia il risultato acquisito e mi godo la giornata di recupero.
Domani vedremo…

Chi l’ha dura…

Ci sono volute tre settimane ma finalmente sono tornate le prime sensazioni positive dopo l’allenamento. Adesso si tratta solo di perseverare…

Finalmente.
Ci sono volute tre settimane e mezza per far sì che succedesse di nuovo: ieri sono tornato a casa dopo la corsa soddisfatto dell’allenamento.

Sia ben chiaro che non mi riferisco al riscontro cronometrico (ho corso lento come non mai) o alla distanza percorsa (otto chilometri scarsi).

Ma le sensazioni erano quelle giuste, quelle di una volta.

Sono partito legato ma appena i muscoli si sono scaldati, ho iniziato a sentire il ritmo (e il ritmo nella corsa è tutto… leggi qui, ad esempio).

Ho fatto fatica, mi rendevo conto di andare lento ma sapevo anche di non poter spingere di più.
Il fiato era corto. E questo è buono: se quando corriamo non siamo un minimo affannati vuol dire che non siamo fuori dalla nostra comfort zone.

Il percorso prevedeva una prima metà in leggera salita e, ovviamente, il ritorno in leggera discesa.
Ciò mi ha permesso di compensare l’affaticamento e ne è venuto fuori il cosiddetto negative split (termine che si applica in maratona quando fai la prima mezza più lenta della seconda).

Mi fa ridere applicarlo a soli otto chilometri, ma mi è rimasta dentro la sensazione piacevole di essere in spinta nel finale.
Mancava poco e ho aumentato l’andatura.
A poche centinaia di metri dall’arrivo le gambe erano di marmo, ma ho cercato di continuare a spingere…

correre nel bosco

Come al solito correvo e pensavo.
O meglio, correre mi suggeriva delle nuove associazioni mentali.

Mi è tornato alla mente un articolo che avevo letto la mattina in cui si diceva che era importante trovare delle routine nel lavoro.
L’autore suggeriva che usare dei percorsi sperimentati permette di risparmiare tempo e fatica.

Io sono d’accordo solo parzialmente.
Ne avevo scritto anche in passato (qui il post): affidarsi ad una routine permette di avvolgersi in una specie di coperta di Linus. Calda, confortevole, ma di certo poco adatta alla creatività.

Fare le cose per abitudine è meno faticoso ma più rischioso.
Io preferisco cercare sempre strade nuove. Mi obbliga ad un perenne stato di allerta che mi stimola, mi mantiene giovane, vitale.

Mia sorella mi ha regalato un “Calendario Filosofico” che sfoglio giorno dopo giorno. Qualche volta ci azzecca, qualche volta finisce nel luogo comune.
Comunque ieri diceva “E’ fare ciò che serve quando non ne hai voglia che ti porterà al traguardo”.

Voi adesso ridete, ma non è un calendario della corsa… eppure il concetto è giusto. Fare ciò di cui non si ha voglia è una palestra per forgiare la propria forza di carattere. Ti abitua ad arrivare dove vuoi e non dove ti è comodo.

Questo cosa c’entra con la routine? In realtà molto.
Spingersi fuori dalla strada segnata, fare ciò di cui non si ha voglia, continuare a correre anche quando i risultati non vengono… sono tutti aspetti dello stesso concetto.

Sei tu che sei al centro del tuo progetto.
Tu puoi raggiungere un obbiettivo.
Non è una questione di farcela o non farcela, ma solo di quando riuscirai.

Do it. Or do not. There is no try.

Il maestro Yoda lo diceva a Luke nella fortuna serie Star Wars.
“Fare o non fare. Non esistere tentare”.

Ecco qui la mia filosofia spicciola, tratta da un filmone di fantascienza.

Non mi interessa quanto ci vorrà, so solo che tornerò a correre per il puro piacere di farlo.
Fino a ieri mi sembrava impossibile, ma da ieri il mio umore è cambiato.
Restano da limare i minuti al chilometro, restano da allungare le distanze… ma per il momento accolgo come un premio questi abbozzi di sensazioni positive.

Lo so bene. E’ solo il punto di partenza.
Ma da qualche parte bisogna pure iniziare!

Il controllo del peso

Nella battaglia per il controllo del peso, il primo avversario da battere è il Mr.Magoo che si nasconde in tutti noi.

Ci sono cose che faccio e che mi rendo conto essere stupide.
Ma vuoi perché mi faccio travolgere dagli eventi, vuoi che ci penso troppo tardi, non riesco ad evitarlo.

Così ho deciso di imitare Zerocalcare, il geniale disegnatore che nelle sue storie, quando non vuole far riconoscere l’amico o l’amica di cui parla, la disegna con l’aspetto di un personaggio famoso.
Ecco quindi, non sto parlando di me, sto parlando di Mr.Magoo, quel vecchietto miope (in tutti i sensi) protagonista di un cartone animato quando io ero un ragazzino.

Mr.Magoo

Mr.Magoo è in perenne battaglia con se stesso per il controllo del peso.
Ogni mattina sale sulla bilancia e annota scrupolosamente il verdetto sull’agenda.
E’ un modo pratico per ricevere uno choc prima della colazione.

Negli ultimi anni, la battaglia è stata sanguinosa e, specialmente nel periodo di inattività a causa del Covid19, si è trasformata in una sconfitta.
Le armate dell’adipe avanzavano trionfalmente lungo ventre, braccia, spalle di Mr.Magoo, segnate dalla crescita regolare dei numeri sul display della pesapersone.

Ma Mr.Magoo non ha dubbi:

“Questo trend deve essere invertito immediatamente (o almeno lunedì prossimo). Darò una svolta alla mia vita, mangiare meno, mangiare meglio!”

Come tutti casca nel facile giochetto di mettere una data di inizio che non è “adesso” ma nel futuro: il lunedì, il primo del mese, il giorno dopo il compleanno o la festa con gli amici o la sagra della birra…

Mr.Magoo vive solo, cucina per sè e una volta alla settimana fa la spesa.
Ma tutte queste cose, che potrebbero essere occasione per controllarsi, diventano altri smacchi.
Quando acquista cibo sceglie solo cose che gli piacciono, tende ad acquistare senza far riserve ma non sempre indovina la quantità minima necessaria (ovviamente sbaglia per eccesso).
Quando cucina, prepara porzioni un po’ abbondanti (“così ne resta per domani”) che finisce per spazzolare regolarmente (“almeno pulisco la pentola e metto tutto in ordine”).

Ma la vera apoteosi è quando Mr.Magoo decide di dare una nuova stretta alla sua dieta e che per farlo deve eliminare un particolare alimento (gli alcolici, i dolci, i carboidrati, i formaggi…)
Non è un uomo che si arrende senza combattere e se c’è un nemico lo affronta a viso aperto.
Così per ogni alimento ingaggia un corpo a corpo serrato, lo distrugge a forza di morsi o sorsi, cerca di farlo sparire mangiandolo nel più breve tempo possibile.

Il giorno dopo salendo sulla bilancia e registrando l’ennesimo balzo in alto del peso, si consola:
“Almeno adesso non ce n’è più in casa, da lunedì si ricomincia a mangiare di meno…”

Continuare a correre

Siamo finalmente liberi di andare a correre, ma – almeno per me – le cose non vanno esattamente come avevo sperato. Tutto è più difficile

Avevano ragione gli autori di Niente panico si continua a correre quando hanno stilato la regola numero 99 che recita:

#99: Se allenarsi è faticoso, prova a riprendere

Riprendere a correre dopo un periodo di stop forzato è davvero difficile. Tanto che, appunto, è meglio non smettere mai.

Ma nel nostro caso siamo stati obbligati a fermarci a causa del distanziamento sociale e, dopo due mesi di inattività, abbiamo riguadagnato i nostri parchi, le nostre strade, le alzaie di navigli o fiumi, i lungomari, i monti… insomma non più legati al guinzaglio dei 200 metri dalla propria abitazione, abbiamo finalmente ripreso a correre.

Il 4 maggio, fatidica data di riapertura, sono uscito per il primo allenamento. E da quel momento non mi sono più fermato, alternando diligentemente corsa e trekking (a dire il vero, anche un’ultima uscita stagionale di scialpinismo).

Oggi, a due settimane di distanza, provo a tirare le somme. E devo dire che è stato (anzi che è ancora) tutto molto più difficile del previsto.

podista

C’è, ovviamente, lo scarso allenamento e i chili di troppo accumulati.
C’è anche un po’ di pigrizia che si è formata come ruggine intorno alla forza di volontà.
Ma il primo vero ostacolo è il cervello.

La corsa, per me, è stata da sempre libertà del corpo dalle regole imposte dalla mia componente razionale.

Non basta volerlo per andare a 5’/km o per finire una gara o per arrivare prima di un altro concorrente.
E’ necessario un sapiente mix di testa che guida, senza perdere il contatto con il corpo che deve eseguire.

Mai come nelle attività fisiche (specialmente quelle ritmate) il cervello regredisce ad una forza quasi istintuale (sembrerebbe una contraddizione). So cosa devo fare, ma è il corpo che detta le condizioni.

Ebbene, in lunghi anni di pratica, ho imparato bene la lezione e – in qualche modo – mi aspettavo che il team lavorasse ancora all’unisono.

Invece no. Il cervello, fidandosi delle tante altre esperienze simili, si aspetta che il corpo proceda al ritmo richiesto. Ma il tapino fatica e quello, invece di dargli tregua, si blocca ed interpreta i segnali di affaticamento come un collasso in corso.

Il risultato finale è che, in tutte le ultime uscite, le mie performance sono peggiorate.

Parto senza pormi obbiettivi (questo è il cervello razionale), appena esco dalla fase di riscaldamento mi aspetto di ingranare (e questa è l’esperienza che parla). Invece inizio a faticare sempre di più.

Lo so che è solo questione di risvegliare le abitudini, di ritrovare un minimo di smalto.
Ci vorranno ancora un paio di settimane, o di mesi. Ma non ho fretta.

Nel frattempo mi godo le mie uscite (specialmente quando arrivo alla fine, ad esser sincero), mi godo il calo di peso, e tutti i numerosi benefici connessi con la corsa.

Va anche detto, però, che in questi anni il mio modo di correre è cambiato.
Non c’è più l’interesse per la prestazione, ma il piacere dell’esplorazione dei luoghi che attraverso. Corro con tutti i sensi bene all’erta. Ascolto i suoni, apprezzo i profumi e i panorami.

Ma questo, invece che aiutarmi peggiora le cose. Appena sono stanco individuo subito un nuovo sentiero da esplorare o un albero da osservare. Insomma è facile trovare una scusa per fermarmi e tirare il fiato.

Sembra che io si diventato saggio.
Che abbia compreso il vero senso della corsa.

Invece sono il neofita di sempre: ad ogni fine allenamento interrogo il cronometro e calcolo la velocità media, i chilometri fatti, il dislivello guadagnato o perso… e ci resto male.

Se c’è una lezione da imparare, quindi, è che nulla cambia con l’età, con il coronavirus, con la saggezza: come dicevo all’inizio, non preoccupatevi, si continua a correre.

Detto, fatto

Per noi runners, la vera fase due è rappresentata dal poter correre regolarmente, seguendo i ritmi dell’allenamento o della nostra voglia.

Lunedì 4 maggio, primo giorno della fase due, primo giorno in cui è stato possibile allontanarsi da casa per correre.
E io l’ho fatto. Anche se ritagliando solo poco più di un’ora alla giornata lavorativa, ma l’ho fatto.

E’ andato tutto come mi aspettavo.
Ben diverso da come avrei voluto… ma erano più di due mesi che non correvo e si è visto.

Sono partito baldanzoso, in leggera discesa, su asfalto.
La sensazione di volare è durata giusto il tempo di formulare il pensiero: “Beh però, pensavo peggio, non sono poi così inchiodato!”
La realtà dei fatti mi è piombata come un macigno sulle spalle a far compagnia alla bisaccia tremolante che mi è apparsa sul ventre in queste ultime 8 settimane di inattività compensata emotivamente con cibo e aperi-skype.

Io non ho avuto il coraggio di correre nel giardino e sulle scale di casa come hanno fatto in molti. Per me correre significa essere libero, e farlo in pochi metri quadrati era un controsenso. Ma oggi mi pentivo della mia scelta.

Appena è iniziata la sterrata in falso piano (non salita, falso piano!) ho avvertito la difficoltà di fiato.
Ho iniziato a sbanfare, ma non ho voluto rallentare il passo (anche perché se rallentavo mi avrebbero superato gli alberi).
Ho provato una fitta di residuo orgoglio quando ho trovato un altro podista* che si dava un tono leggendo un avviso del Comune sopra una transenna che bloccava il traffico. Ho raddrizzato le spalle e allungato il passo, come se mi sentissi al primo chilometro di una maratona, salvo continuare a guardarmi alle spalle nei successivi 10 minuti temendo di essere raggiunto.

[* E qui apro e chiudo una parentesi sul runner misterioso: dove vivo io ci conosciamo tutti, chi poteva essere quell’uomo di mezza età, vestito da runner professionale con fouseaux attillati, cuffiette e bandana in testa? Non era di qui, forse uno degli “sfollati” dalle città di cui si vocifera. In ogni caso sono molte più le volte in cui esco senza incontrare nessuno rispetto a quelle in cui incrocio altre persone e tra queste i runner sono comunque una minoranza. E’ proprio vero che il 4 maggio è stato il giorno della Festa della Liberazione per i podisti!]

faggeta del Cansiglio

Comunque rieccomi a correre con la sola compagnia dei miei pensieri che andavano via via facendosi più tetri.
Mi domandavo dov’era quella bellezza della corsa che ho tanto decantato, quelle sensazioni di libertà e di gioia del gesto.
Per fortuna sono arrivato alla croce che, nel mio anello abituale, rappresenta la boa del ritorno e l’inizio del sentiero vero e proprio.
Ho iniziato ad alternare cammino e corsa a seconda della pendenza del terreno e mi sono immerso nella natura.

Devo dire che i due mesi nella bolla dell’isolamento, dove il Tempo sembrava quasi fermo, mi hanno un po’ spiazzato.
Mi sono fermato ad inizio Marzo e mi sono trovato di colpo nei profumi e nei colori di un Maggio rigoglioso.
E anche la temperatura mi ha fregato.
Non so cosa mi sia passato per la mente, ma sono uscito con pantaloni a mezza gamba e maglia con la manica lunga sopra la maglietta.
Mi rimproveravo tra me e me (“azz! Franz ma i guanti? Perché non ti sei messo anche i guanti?”) mentre sudavo copiosamente.
Appena entrato nel bosco la leggera brezza che mi aveva accompagnato fino a quel momento si è spezzata tra i tronchi degli alberi, aumentando la sensazione di calore.

Sarà stato il contatto con la natura o, più probabilmente, il fatto che sapessi che stavo tornando verso casa, ma i pensieri tetri mi hanno abbandonato e ho iniziato ad apprezzare ogni passo.
Ho ritrovato i vecchi amici (il sasso messo sopra un gruppo di rocce a fare da sentinella, il pino abbattuto che spande intorno il suo profumo di resina, la strettoia muschiosa dove il passo sembra rimbalzare…) e piano piano mi sono perso dentro me stesso.

Nell’ultima lunga discesa che mi porta a casa non ho avuto il coraggio di controllare il crono per non provare una fitta di delusione.
Sulla soglia di casa ho fermato l’orologio, poi sono entrato, mi sono spogliato e infilato al volo in doccia.

Allora sì che ho apprezzato la bellezza della corsa!
Le sensazioni solite sono tornate a scorrermi nelle vene sotto forma di endorfine.
Seduto sul divano, mentre mangiavo una mela (niente come correre quando sei sovrappeso ti fa venir voglia di metterti a dieta!), ho guardato il gps e ho scoperto che non ero poi andato così male.

Il giorno dopo, 5 maggio, in onore della celebre ode manzoniana (“Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro…”) avevo le gambe dure come la spoglia di Napoleone Bonaparte (“…stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”).
Ma oggi si ripete il giro, non tanto per rosicchiare un minuto al tempo fatto lunedì, quanto per riprendere un po’ il controllo delle gambe.

Mai come adesso, per noi runners, la rinascita passa – prima che altro – dal tornare a correre con regolarità.

Il senso della legge

Di nuovo su diritto di correre e sui limiti imposti dal Corona Virus. Ma non potremmo usare un po’ di buon senso?

Ai tempi in cui studiavo giurisprudenza (prima di mollare l’università e iniziare a lavorare) la materia che più mi aveva affascinato era Filosofia del Diritto.
Mi era piaciuta così tanto che avevo deciso di fare la tesi su un aspetto peculiare: come la legge si adatta al mutare della nostra società.
Come fa una regola scritta negli anni ’50 a valere ancora nel 2020?
Fondamentalmente ci sono due meccanismi: il primo sono i concetti generici (pensate ad esempio al “comune senso del pudore” o la “cura del buon padre di famiglia”) il secondo è la giurisprudenza, cioé l’interpretazione che i magistrati danno alla legge.

Il compito delicato dei tribunali è quello di non attestarsi al senso letterale delle norme ma perseguire la volontà del legislatore (la cosiddetta ratio legis).

Tutto questo mi è venuto in mente commentando il mio post di ieri (che trovate qui) quando parlavo con alcuni amici delle difficoltà che abbiamo in Valle d’Aosta a praticare l’attività sportiva.

posto di blocco dei carabinieri

E’ un problema comune che affligge tutta Italia, ma ovviamente andrebbe contestualizzato.

Se vivo in centro a Milano ed esco a correre andrò al parco e, come me, andranno le decine di altri runners che vivono nei palazzi attorno al mio.
Persino allenarmi sulle scale della mia abitazione potrebbe creare problemi di distanziamento sociale.

Se vivo in un paesino della Valle d’Aosta, è più probabile che incontri qualcuno restando nei 200 metri dalla mia abitazione che imboccando il sentiero dietro casa e inoltrandomi nel bosco.

Ci sono tutta una serie di considerazioni e precisazioni che vanno fatte.

  1. Il mio andar per boschi deve essere solitario e non in gruppo con altri.
  2. La difficoltà tecnica dell’uscita dev’essere minima per non rischiare di finire giù da una parete e dover chiedere l’intervento del Soccorso Alpino.
  3. Devo evitare i luoghi di possibile incontro con altri (niente passaggi per centri abitati ecc)
  4. Devo adottare un comportamento prudente (non allontanarmi troppo, non rischiare di ammalarmi, ecc), persino più prudente del solito.

Ma tutto considerato, mi sembra più sano allontanarmi da casa che girare nei 200 metri.

Dico questo perché in Valle (ma mi dicono anche altrove) ci sono pattuglie della forestale, a piedi, in auto, con elicotteri e droni, che controllano chi va a camminare in montagna.
Non lo trovo sbagliato, se lo scopo è quello di evitare situazioni a rischio.
Ma mi sembrerebbe un inutile perseguimento del senso letterale della norma qualora si cercasse chi sta soltanto beneficiando del vivere in una zona poco abitata.

In questo caso la giurisprudenza non si è ancora formata (norme troppo recenti), ma un gruppo di nove magistrati ha scritto una lettera (qui il link) in cui, parlando da privati cittadini, sostanzialmente chiede una revisione dell’applicazione della regola, una sua interpretazione più vicina alla ratio.

Un paio di giorni prima, in quasi 7.500 persone abbiamo firmato una petizione (qui il link per firmare anche tu) in cui si chiedeva di poter riavere le nostre montagne.

Non scordiamoci che, nonostante il tambureggiante ripetere dei media dell’hastag #stateacasa, non ci viene chiesto di rimanere nella nostra abitazione ma di non avvicinarci ad altri. L’hastag corretto dovrebbe essere #statelontani.
L’epidemia si combatte restando distanti dagli altri (in modo che il virus non si propaghi) ma la malattia si sconfigge con uno stile di vita sano che prevede, tra le altre cose, l’attività fisica.

Non sono qui a sobillare la gente, a proporre di uscire a qualunque costo.
Non voglio fomentare ribellioni e gridare alla violazione del diritto costituzionale di movimento (diritto sancito dalla Costituzione ma che può essere limitato da “maggiori interessi di salute pubblica”).
Vorrei solo che si usasse un po’ più di buon senso.

Un’ultima nota malinconica per i miei amici milanesi.
Mi spiace per voi. Davvero.
Io credo che se correrò quando voi non potete farlo, non sarà una mancanza di rispetto o di solidarietà nei vostri confronti.
Sono cose che capitano: questa volta è andata bene a me, la prossima toccherà a voi.
E speriamo davvero di poter ritornare tutti a correre al più presto.