Un bel giorno ho ceduto.
Erano anni che sentivo parlare di yoga e, per quello che potevo, me ne tenevo alla larga. Per mille ragioni, soprattutto pregiudizi in realtà, ma anche per una mia certa idiosincrasia a “farmi guidare”, in particolar modo su una cosa che unisce aspetti fisici e spirituali.
Ma torniamo qualche passo indietro…
Ho sempre pensato che correre in natura creasse quel ponte meraviglioso tra corpo e spirito. La mente viene esautorata dalla sua posizione di preminenza che il pensiero occidentale a partire dall’Illuminismo le ha creato. Il corpo reagisce istintivamente; i muscoli “pensano” autonomamente, senza la mediazione del cervello; e questo emergere dell’istinto mi permette anche di liberare una parte più intima e spirituale.
Quando ho smesso di correre, poco dopo il Covid, le camminate in montagna riuscivano a farmi provare, almeno parzialmente, le sensazioni di un tempo.
Poi è arrivata Cristina con la sua consuetudine (intesa come pratica) allo yoga. Ha coinvolto una brava insegnante e ha fatto partire un corso per principianti praticamente sotto casa.
Quest’anno mi sono unito a loro. Con tutti i miei dubbi e le mie rigidità (fisiche e mentali). E fin dalla prima volta mi è tornata prepotente la voglia di liberare il mio corpo dalla schiavitù della mente. Come quando correvo.
Le prime volte ho dovuto superare l’imbarazzo dell’ambiente. Dell’essere assieme ad altre persone (sono un orso in molti campi, ma nell’attività fisica ancora di più). Del non riuscire a fare molte delle cose che agli altri sembravano riuscire facilmente.
Adesso, dopo qualche mese, non posso dire di essermi davvero sciolto, continuo a fare fatica ad allungarmi o a piegarmi un centimetro in più, ma mi sono sciolto dentro. Vado volentieri a yoga e considero quei 90 minuti di ginnastica dolce un piccolo premio.
E, soprattutto, sono tornato a correre. Niente di che. Quaranta minuti, una volta a settimana, tanto per ricominciare. Tanto per riassaporare le vecchie sensazioni.
E sabato scorso, dopo una gita in montagna, ho avuto voglia di spingere un po’ di più e, approfittando del fatto che sarei stato l’unico a tornare a piedi all’auto, ho pigiato sull’acceleratore.
Dovevo fare circa 750 metri di dislivello positivo, dentro una valletta stretta dove la luce del sole pomeridiano entrava di squincio. Non conoscevo bene il sentiero, lo avevo percorso qualche anno fa e solo parzialmente, ma sentivo di sapere dove dovevo andare. Ci ho messo quasi un’ora e un quarto per quei benedetti 750 mt. Ben lontano dai ritmi di un tempo, ma le sensazioni erano le stesse, tanto che, quando ho scollinato, ho anche fatto qualche passo di corsa, tanto per dire al mio corpo che eravamo di nuovo assieme.
Il fiato corto. I polpacci in fiamme. Il cuore a mille. E felice.
Merito dello yoga? Merito della primavera? Non lo so e non ci penso.
So solo che ho ritrovato il piacere di un tempo e non me lo faccio più scappare via…
