La vetta

Qual è il senso della vetta e dello sforzo di raggiungerla. Alcune riflessioni raccolte nelle peregrinazioni tra le Terre Alte

La vetta è la metafora del traguardo.
E’ il motivo per cui siamo in viaggio.
E’ il premio per la fatica della salita.
La vetta è un luogo angusto che ci apre lo sguardo verso orizzonti immensi.
E’ il posto dove capiamo quanto siamo piccoli; e il fatto che si faccia tanta fatica per arrivarci è, di per sè, nuovamente carico di significato.

vetta del Lyskam

La vetta è lì. A prescindere da noi.
E’ immutata nel tempo.
Possiamo salirci oggi o ritirarci nel tentativo. Ma lei rimane impassibile ai nostri sforzi.

E’ dolce arrivare in vetta.
Lo spirito respira, lo sguardo spazia, il corpo si rilassa e si riposa.
Il premio è raggiunto.
Eppure siamo soltanto a metà strada. Dobbiamo ancora scendere.

Ogni vetta è solo il punto di partenza per un nuovo viaggio. Raggiungere una vetta ci fa venir voglia di salirne un’altra. E ci carica di energia.

La vetta, una volta salita, diventa parte di noi, del nostro bagaglio di esperienza.
Eppure in fondo al cuore sappiamo che la vetta era già parte di noi fin dalla prima volta che vi abbiamo posto gli occhi sopra.

L’uomo è la somma dei propri sogni.
Ogni vetta, ogni traguardo, ogni obbiettivo contribuiscono a definire la persona che vorremmo essere. Ogni vetta raggiunta, racconta il tipo d’uomo che siamo.

La vettà è il confine tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.

La solitudine

Spesso è vista come un male, ma imparare a stare da soli è l’unico modo per poter rafforzarsi e crescere e prepararsi a vivere con gli altri

Non c’è altro modo per godere davvero della montagna che la solitudine.
Stare bene in compagnia di te stesso significa aver raggiunto un equilibrio con i tuoi demoni.

Affrontare un lungo percorso da soli, significa anche aver fiducia nei propri mezzi, sapere di poter contare sulle proprie risorse.

La solitudine è il primo passo da compiere verso lo spogliarsi del superfluo. Non perché gli amici sono inutili, ma perché non devono essere necessari.
Dobbiamo imparare a lasciare al rifugio anche i compagni per imparare a lasciare indietro la stampella psicologica del loro supporto.

laghetto montano

La solitudine è il catalizzatore della nostra crescita interiore.
E solo quando avremo imparato a stare bene da soli potremo apririci agli altri.

Può sembrare crudele ed egoistico, ma chi ci sta vicino capirà che la compagnia di chi è abituato a stare da solo è più limpida e più ricca. Spogliata di tutti i discorsi inutili, di tutte le convenzioni sociali.

La solitudine è un percorso di purificazione che sembrerà doloroso all’inizio ma che, una volta interiorizzato, vi ripagherà di una visione più intensa, più ampia, più profonda.

C’è un livello superiore alla solitudine ed è la solitudine condivisa. La capacità di due anime di scegliersi e di accompagnarsi senza interagire ma, con la semplice presenza, facendo arricchire l’altrui esperienza.

Spesso la solitudine è avvicinata al vuoto. Nulla di più sbagliato.

La solitudine è l’acqua tersa di un torrente di montagna che ti permette di vedere le pietre sul fondo.
E’ l’aria limpida della vetta che ti svela distanze inimmaginabili.

E’ il tuo spirito che si svuota per fare spazio all’umana esperienza di vivere.

Raccontare la vita

Essere uno scrittore significa aver bisogno di raccontare la vita (propria ed altrui) per comprenderla fino in fondo

Scrittore è chi ha bisogno di raccontare la vita su carta allo scopo di comprenderla meglio.

C’è un legame indissolubile che lega quello che facciamo e quello che raccontiamo. Anche quando scegliamo di trasformare le cose di cui siamo testimoni in una storia di fantasia.

E questo assioma spiega alcuni aspetti che solo apparentemente sono in contraddizione.

Lo scrittore ha bisogno di vivere tanto ed intensamente.
Non parlo, ovviamente, della lunghezza della sua vita, ma della profondità di ogni minuto della sua esistenza.

Deve muoversi, deve incontrare persone, deve fare esperienze, deve farsi raccontare storie, deve riempirsi gli occhi di panorami.

Non solo cose belle.
Sono allo stesso modo importanti le esperienze magiche e quelle scioccanti. La noia come l’eccitazione. La paura come la gioia. L’odio e la cattiveria, l’altruismo e l’amore.

Lo scrittore ha bisogno di silenzio e solitudine.
Non si può riempire di parole un foglio già scritto.

Quindi c’è bisogno di vuoto per creare. Di solitudine per raccogliere le idee, far maturare i ricordi, dare un senso alle esperienze. Di silenzio per far parlare le storie.

E poi si devono smussare gli angoli e affilare le frasi.
Ascoltare le pause delle voci e tacitare i rumori di sottofondo.
Mettere in sintonia parole ed emozioni.

The Writer, olio su alluminio, di Kevin Richard

Lo scrittore è un ladro. Ed un truffatore.
Si impossessa delle vite altrui e le fa proprie.
Copia lo stile di altri scrittori per imparare a trovare il proprio.
Taglia e cuce i ricordi delle persone, mette in bella i chiaroscuri delle esistenze di chi incontra, vende come propri i pensieri di altri e propina come altrui le sue proprie riflessioni.

Gioca con i sentimenti.
Si insinua nei tuoi segreti.
Racconta con parole sue quello che tu provi.

Ma non c’è maestria o malizia in questo processo.

Lo scrittore scrive perché non può farne a meno.
Se vuole capire chi è, se vuole comprendere la sua vita, se vuole esorcizzare dolore e paura.

C’è chi scappa e chi combatte.
Lo scrittore può solo scrivere.

Il viaggiatore

Un breve racconto, ispirato dai miei recenti giri
Come cambiano i luoghi e le persone quando torni in un posto dove sei stato precedentemente?

Un breve racconto, ispirato dai miei recenti giri a piedi (ma esiste davvero un modo diverso di viaggiare?)
Come cambiano i luoghi e le persone quando torni in un posto dove sei stato precedentemente?
Tu magari hai percorso centinaia di chilometri e loro non si sono mossi. Ma questo rende la tua esperienza più ricca?
Una piccola lezione di umiltà che ho imparato.

Entrò nella locando ed andò a sedersi esattamente nello stesso posto dove si era seduto solo due lune prima: in un angolo della sala buia, con la finestra alla destra e proprio in faccia alla porta d’ingresso.
Era solo nella stanza. Che differenza con la prima volta, quando tutti i tavoli erano occupati da gente di tutte le lingue e aveva dovuto aspettare prima che la giovane ragazza carina (il primo dei due motivi per cui era tornato) lo notasse e gli chiedesse se voleva mangiare o solo bere.

Stasera la situazione era diversa.
Appena seduto venne avvicinato da una donna della sua età.
Il viso segnato dalla vita, i capelli grigi raccolti in un’acconciatura pratica, un corpo ancora magro, temprato dal lavoro.
Scoprì che era la padrona della locanda. Gli chiese se volesse da bere, ma lui rispose che voleva mangiare e passare lì la notte.

Un ragazzino curioso si affacciava dalla porta della cucina ma la donna lo rimandò indietro con poche parole della lingua locale.
Lui parlava la lingua franca, ma non era poi così diversa dal dialetto del posto e, tra i gesti della donna e le mezze parole, capì che il ragazzo doveva aiutarla in cucina.

viaggiatore

Il cibo.
Ecco il secondo motivo per cui era tornato in quella locanda.
Nel suo lungo viaggio che dal mare francese lo aveva portato a cercare nuovi sbocchi commerciali intorno alle ricche città della pianura al di là dei monti, gli aveva fatto incrociare tante persone e tanti cibi cucinati in guise diverse.
Ma la locanda occitana era rimasta saldamente impressa nelle sue papille gustative.

Gli era piaciuta ogni cosa, dalla calda zuppa che gli avevano servito e che, insieme al primo bicchiere di vino rosso, gli aveva scaldato il corpo, fino alla carne succosa, alle patate al forno, al dolce il cui gusto, contrastato dall’amaro di erbe, lo aveva accompagnato nella notte.

Così, un po’ deluso che la bionda giovinetta non ci fosse, disse alla donna che gli portasse quel che c’era, preparandosi in cuor suo alla seconda delusione della giornata.

Mentre attendeva la pietanza, sorseggiando un saporoso vino rosso, si scoperse a pensare a come fosse strana l’esistenza del viaggiatore.
Negli ultimi due mesi, la sua vita era stata frenetica, non aveva mai dormito due notti nello stesso posto, aveva conosciuto persone diverse, visto cose che non avrebbe mai immaginato potessero esistere, scoperto mondi al di là di un colle e città dove pensava esistessero solo boschi.

Dopo la prima visita in primavera, tornava a quella locanda mentre l’autunno già bussava alle porte. Le nubi, che qualche settimana prima fuggivano leggere, oggi erano foriere di pioggia e la prima neve aveva imbiancato le vette.
La sua vita era stata un turbine, senza certezze. E lui per quello era grato al destino che lo aveva forgiato viaggiatore.

Negli stessi due mesi, la donna della locanda si era alzata ogni giorno nello stesso posto ed aveva ripetuto quotidianamente gli stessi gesti.
Certo, alla sua soglia si erano avvicendati decine di stranieri e probabilmente le avevano raccontato storie incredibili.
Ma quelle storie lui le aveva vissute, lei solo ascoltate.

Con questi pensieri e quest’animo quasi di compatimento attendeva, ora, la donna e il cibo.

Dalla cucina riusciva a captare brandelli di conversazioni.
Scoprì che il ragazzo era il nipote e che la donna lo stava istruendo alla difficile arte del far da mangiare.

La cena volò via leggera.
Complice il buon cibo (la sua seconda aspettativa non venne delusa) e la conversazione con la donna.
Così scoprì che forse la giovinetta aveva il fascino della freschezza, ma che a lui piaceva immensamente di più la conversazione con la locandiera.

Non essendoci altri ospiti, lei gli dedicò più tempo e lui – magari mal interpretando quest’attenzione – le dedicò qualche timida avances.
Il dolce fu un trionfo di gusti. Una torta di nocciole che sicuramente venivano dai boschi intorno, accompagnata dal gusto rotondo di un vino rosso maturo.

Si alzò dalla sedia e se ne andò in camera.
Decise di lasciare aperta la porta, cullando la speranza che la donna decidesse di venirlo a trovare.
Mentre si addormentava, pensava ancora a quanta vita lui avesse visto e, per contro, quanto fosse statica e noiosa l’esistenza della locandiera.

Poi – proprio un attimo prima che Morfeo si impadronisse di lui – fu folgorato dalla comprensione di quanto ottusa fosse questa sua visione.
Non ci sono poi così grandi differenze tra chi viaggia in luoghi lontani e chi in profondità nelle cose che fa.
Entrambi scoprono nuovi mondi, entrambi si arricchiscono di esperienze. Entrambi incorrono nello stesso rischio di dimenticare.
Volse un ultimo sguardo all’uscio della stanza che rimaneva desolatamente vuoto.
E per la prima volta provò nostalgia di casa.

Una sospensione del Tempo

Percorrendo a piedi pezzi d’Italia scopri che il Tempo scorre ad una velocità diversa e che le persone sanno apprezzare questo dono.

Percorrendo il Sentiero Italia CAI ti sembra che il Tempo, come lo conosciamo noi, perda significato.
Provo a spiegarmi…

Come primo effetto, il girare a piedi, sottoposto a variabili come il dislivello, il terreno, il meteo, le tue condizioni fisiche, ti fa capire che fare previsioni di percorrenza è pressoché impossibile. O perlomeno che devi sempre considerare un ampio margine di errore.

Si aggiunga a questo che molto spesso è bello “perdere tempo” a fermarsi a chiacchierare con chi incontri (tutti hanno una storia da raccontare!); oppure per fare una digressione dal sentiero per osservare meglio qualcosa che ti ha colpito; o magari semplicemente fermarti un’ora ad attendere che la luce sia giusta per una foto che hai in mente.

Un viaggio come questo non deve avere tabelle di marcia.

Un secondo effetto che ho notato è che anche il resto del “mondo” sembra essere sospeso in una dimensione temporale diversa.

Mai come in questi giorni ho trovato, attraversando paesini, dei Musei Etnografici. Piccole realtà che racchiudono scorci del passato. Oggetti risalenti a 50, 60, 100 anni fa, che fotografano un altro modo di vivere.

Ed anche le persone che incontri, magari in un rifugio oppure sul sentiero, vivono su una lunghezza d’onda antica, d’altri tempi appunto.

C’è il giovane (idealista, aggiungerei io) che cerca di recuperare il podere dei nonni; c’è il pastore che ti parla di Covid e dell’importanza dell’igiene ma che ha i capelli che non hanno visto lo shampoo da almeno la scorsa primavera; ci sono i vecchi escursionisti che ripetono come un mantra la bellezza della fatica “ma che i giovani d’oggi…”.

Figure fuori dal tempo e con valori antichi.

Gente che lavora duro e che è felice di portare a casa 500 euro al mese.
Gente che ha ancora il gusto di fare assaggiare le cose che ha coltivato con le proprie mani.
Gente che è orgogliosa delle radici da cui provengono.

Gente d’altri tempi.
Che io, in fondo in fondo, invidio…

Il castagno

Lungo il Sentiero Italia incontro persone interessanti e scopro come i lavori più umili hanno un grande valore per la collettività.

Durante uno dei miei giri in montagna sulle tracce del Sentiero Italia CAI, sono finito in Val Codera e ho passato la notte all’Osteria Alpina, uno dei rifugi che è punto d’accoglienza del SIC.
Il rifugio è gestito da una Cooperativa di volontari, e quella sera a servire ai tavoli c’era Nico, un giovane ragazzo barbuto che avevo già incrociato mentre giravo per il paese: io a visitare il Museo Etnografico, lui a chiudere le galline, a recuperare gli “odori” dall’orto, ad accompagnare un ospite in una delle case (l’Osteria Alpina è un albergo diffuso).

La Cooperativa è una costola dell’Associazione Amici della Val Codera, che raggruppa alcuni abitanti e molti simpatizzanti della valle e promuove, tra le tante cose, un interessante calendario di manifestazioni.

Tra esse, mi hanno colpito soprattutto quelle che mirano al recupero di alcune arti perdute (ad esempio, lo SfalciaCii o SfalciaSalina o SfalciaSanGiorgio che prevedono il taglio dell’erba nei prati di una delle frazioni di Codera, oppure la Di Muro in Muro, che verte sulla costruzione o la riparazione di muri a secco). Chiacchierando poi con il presidente dell’Associazione ho scoperto che queste iniziative (un po’ come il Campo di Lavoro Internazionale) servono a recuperare terreni da dedicare alla coltura dei prodotti tipici locali (fagioli, patate ecc).

La montagna, in particolare nelle piccole località chiuse come la Val Codera, richiede un impegno costante di manutenzione delle opere dell’uomo per evitare che la Natura si reimpossessi di prati e campi.

Questo impegno faceva parte delle tradizioni popolari, e gli abitanti erano abituati a scandire il passare delle stagioni con le attività rurali: lo sfalcio, l’alpeggio, la pulizia dei rii di irrigazione.

Il mattino dopo, mentre facevo colazione prima di ripartire, ho chiacchierato con Nico e mi ha raccontato che è laureato in Agraria all’Università di Edolo (la cosiddetta Università della Montagna) con una tesi sulle biodiversità degli orti in Val Codera e adesso sta seguendo la magistrale.
Per lui venire in Codera è diventata un’abitudine. Passa qui almeno tre volte all’anno, in primavera, in estate ed in autunno. Una specie di laboratorio vivente.

Parlando con Nico di api, di ortaggi e di recupero di vecchie coltivazioni, è venuto fuori anche il discorso dei castagni che rappresentano una delle risorse più importanti della zona. La castagna si presta a mille usi: secca si conserva a lungo, macinata dà una farina da usare per gnocchi e pasta, fresca può essere servita lessa o arrosta.

Ma pochi sanno che è necessario innestare gli alberi per mantenere le qualità delle castagne.

tronco di castagno

I castagni si riproducono naturalmente attraverso le castagne che cadendo e finendo sotto terra creano una nuova pianta. Però le piante cresciute “naturalmente” tendono a perdere alcune caratteristiche importanti per noi uomini (la qualità della castagna, la resistenza alle condizioni meteo) e, soprattutto, impiegano molto più tempo a fruttificare.

Quindi bisogna prelevare un ramo di un castagno “buono” e innestarlo su un nuovo ceppo. In questo modo si salvaguardano le caratteristiche originali.

Mentre ascoltavo Nico spiegare queste cose, mi è tornato in mente che avevo visto fare la stessa cosa al mio paese. C’è una giovane e numerosa famiglia, nel villaggio in cui abito, che possiede un fazzoletto di terra di fronte alla mia finestra. Al centro del terreno due immensi castagni secolari.

Un giorno avevo visto il padre (un 40enne) che stava lavorando alla base del tronco mentre i bambini giocavano intorno a lui, così avevo chiesto lumi. Mi aveva raccontato che stava facendo gli innesti. E quando gli avevo fatto notare che prima che mangiasse le nuove castagne i suoi figli sarebbero stati adulti, mi aveva risposto sorridendo che suo nonno e suo padre lo facevano prima di lui, e che gli sembrava giusto continuare quella tradizione, anche perché – altrimenti – quella castagna buona sarebbe andata persa.

Penso che abbiamo tutti molto da imparare, viaggiando ed ascoltando.

Chi di noi, oggi, si impegnerebbe per un risultato che verrà tra 15/20 anni?

Chi si impegnerebbe in una attività i cui benefici ricadono non sull’individuo ma sull’intero territorio?

Seguendo il Sentiero

Il Sentiero Italia CAI è un incredibile viaggio di oltre settemila chilometri tra le montagne della nostra penisola

La vita è fatta di occasioni. A volte siamo noi a crearle; a volte è il caso a mettere sulla nostra strada delle opportunità.
Ma è sempre nostra la responsabilità di coglierle.

Un paio di settimane fa mi è stato proposto di collaborare alla stesura delle guide CAI del Sentiero Italia. Uno degli autori aveva avuto un intoppo e mi è stato chiesto se volessi sostituirlo.

Il Sentiero Italia CAI mette insieme decine di sentieri esistenti (o disegnati all’uopo) e collega l’intera penisola. Parte dalla Sardegna ed arriva al golfo di Trieste. Sono oltre 7000 chilometri di montagna.

E’ un sogno iniziato negli anni ’80, perseguito con determinazione fino a trasformarlo in un progetto che ha visto la luce alla fine del secolo scorso. Ora siamo nelle fasi finali, ed un gruppo di autori lo sta percorrendo per verificarne i singoli tratti e per descriverlo minuziosamente in modo da renderlo fruibile al grande pubblico.

campane

L’Italia è famosa nel mondo per il mare (siamo un popolo di santi, navigatori e poeti, ricordate?), per le sue splendide coste e per le acque trasparenti. Ma pochi si ricordano che il nostro territorio è al 23% pianeggiante, 41% collinare e il restante 36% è montagnoso. Nelle nostre Alpi ci sono le vette più alte d’Europa e, certamente, le più celebri.

Il Sentiero Italia CAI si propone di offrire agli appassionati (italiani e stranieri) il più lungo (e più bello, aggiungerei io) cammino a tappe del mondo.

E’ un’opera colossale centinaia di punti d’accoglienza da coordinare, migliaia di chilometri di sentiero da censire prima e tenere puliti poi, informazioni puntuali e sempre aggiornate per un territorio che, per sua stessa natura, è fragile e mutevole (si pensi solo alle molte frane di cui sono piene le cronache).

Ma è anche un’esperienza incredibile per chi compie quel viaggio. Una sorta di Cammino di Santiago laico, dove si esalta la spiritualità dell’incontro con la Natura.

Mi sono dilungato anche troppo, ma sono davvero entusiasta di questo progetto. Molte informazioni le trovate sul sito CAI che è in continua evoluzione, però lasciatemi aggiungere un quid di esperienza personale.

Lo scorso fine settimana ho iniziato il mio primo tratto (non aggiungo particolari geografici, ma via via che metterò insieme le tappe aggiornerò anche questo mio blog, perciò seguitemi) ed è stata un’esperienza unica.

Ho conosciuto persone che hanno ancora dentro i valori più puri dell’andar per monti. Non solo i gestori dei rifugi (santi subito!) ma anche le associazioni che promuovono e difendono il territorio, le famiglie che percorrono i sentieri (nonno e nipote, genitore e figlio, giovani coppie ecc) animati da una passione pura e disinteressata.

Un popolo intero di persone che condividono il rispetto per la montagna e per chi ci vive o la pratica.

Gente di città, che sale in montagna a respirare (in tutti i sensi). Ma anche vecchi che resistono e non vogliono scendere oppure, ancor più eroici, giovani che vogliono tornare alla montagna.

Ho conosciuto Celestino, un vecchio pastore di capre orgoglioso della foto che lo ritraeva con il suo caprone Michael (un fuoriclasse come Platini da cui ha ereditato il nome) e che, ancor oggi che non riesce più a muoversi bene, si dà da fare preparando la polenta per chi arriva da valle.

Oppure una giovane famiglia, padre madre e due bambini di 3 e 1 anno, che sale in alpeggio con 700 pecore e vive facendo il formaggio. Hanno scelto una vita dura e sicuramente non retribuita abbastanza. Hanno scelto una via semplice e dura perseguendo la loro idea di felicità.

Ecco cos’è per me percorrere con occhi curiosi il Sentiero Italia Cai: l’occasione per incontrare persone speciali, bella gente che rinnovi in me la speranza per un’umanità migliore.

Il crinale

Affannarci a ricercare la felicità è il primo modo per mancare l’obbiettivo. Non esiste una ricetta, ma ci sono momenti che possono aiutare…

Mentre vagavo su una serie di crestine, lo sguardo che si perdeva lontano mentre sia a sinistra che a destra si aprivano due ampie valli, mi interrogavo sul senso della felicità. E sul senso della sua ricerca…

Ci era voluto davvero poco per raggiungere la serenità. Mi era bastato liberarmi della pigrizia che mi tratteneva a casa, salire qualche centinaio di metri di quota, ed eccomi lì sul crinale, a godermi quegli attimi perfetti.

Il crinale rappresenta la separazione di due valli. Poterci passeggiare sopra ti fa sentire in equilibrio tra queste due realtà.

Capita a molti di doversi bilanciare tra due mondi, vicini eppure non comunicanti. Anche in quel caso si cammina sul crinale, prestando attenzione ad entrambe le realtà e facendo attenzione a non scivolare in una perdendo contatto con l’altra.

crinale

Sono convinto che la felicità sia irraggiungibile.
E’ fatta di attimi, di fiammate. Non è qualcosa che si può perseguire e conquistare per sempre.

Noi dovremmo puntare alla serenità, che è il vivere in equilibrio, pur attraversando momenti di difficoltà e di dolore, così come momenti di esaltazione e di felicità.

Farlo non è poi così difficile. E’ uno stato che dipende da noi; da come noi accettiamo le cose che succedono, senza farci turbare troppo.
Non significa essere indifferenti a tutto, anzi sono convinto che l’empatia con le altre creature e il vivere pienamente il momento, siano delle componenti essenziali della serenità.

Ma l’accettazione attiva di ciò che accade, spesso fa a pugni con la ricerca della felicità. Desiderare di perpetuare l’attimo perfetto, sforzarsi di cercare lo straordinario, fa sì che dimentichiamo la bellezza di ciò che stiamo vivendo.

Tornando alla mia gita: avevo fatto fatica ad abbandonare la mia comfort zone. Il giro non mi sembrava così promettente. In più avrei voluto non essere solo quel giorno. Ma sono partito lo stesso e sono stato premiato.

Adesso conservo (e scrivendone qui, condivido con voi) quella sensazione di appagamento in modo da usarla per altre mattinate pigre.

PS ho scritto tempo fa un post su questo tema, se hai voglia puoi trovarlo qui: La serenità è un lavoro

La montagna

Ogni volta che esco per andare in montagna mi chiedo perché sia così importante per me. Alla fine credo si tratti del sentirmi parte della Natura

Ho salito la montagna.
Attraverso il bosco verso la prima croce, dove mi sono fermato a riempirmi gli occhi di paesaggio.

E poi ancora in alto, ma lungo la lama sottile del crinale, sempre ad un passo dal baratro da cui saliva caldo il respiro della parete arroventata dal sole.

Rododenri in boccio e tenere foglie di mirtillo formavano un tappeto verde.
Il sentiero si arrampicava in circonluzioni che spesso lo nascondevano dietro la vegetazione.
Qualche albero secco, testimone e vestigia di un tempo antico e di antiche tempeste, resisteva spoglio lungo la cresta.

Ad ogni salto che superavo, nuove gobbe nascondevano il cielo.
E cresceva la voglia di svelare l’arcano, di giungere lì dove più in alto non avrei potuto.

A sorpresa la vetta è un pianoro.
Verde d’erba e azzurro di cielo.
In lontananza si stagliano le vette amiche, i cui nomi sono ormai entrati nella mia coscienza. La Grivola, l’Emilius, la Becca di Nona.
La valle di Rhemes si svela da quassù, tagliata dal nastro argenteo del fiume che l’ha generata.

Ci fermiamo a bearci delle nostre sensazioni.
Pane, formaggio, una mela, un goccio d’acqua.
Piaceri semplici conditi da una macchia viola di fiori.

fiori viola

All’improvviso il volo alto del gipeto che sfiora il pianoro per scoprire chi si muove sul suo terreno.

Qui è tutto così naturalmente al proprio posto che anch’io mi sento appagato.
Andare o restare?
Nuovi passi mi attirano verso il fondo valle, la casa e l’agognata birra fresca.

Grazie a Riccardo che mi ha fatto conoscere un pezzo della sua “montagna dietro casa”.


Mi sono spesso chiesto cosa mi spingesse (e cosa spingesse tanti altri) a praticare le Terre Alte.
La ricerca di risposte alle domande della vita?
La ricerca delle domande giuste per proseguire nella vita?

O più semplicemente per godere del piacere della fatica e di un paesaggio?
O l’appagamento di raggiungere un obbiettivo (la vetta, il rifugio, il colle)?

Ma nessuno dei motivi che ho elencato mi soddisfa.
Se fosse una specifica ragione, una volta ottenuta/raggiunta smetteremmo di praticare la montagna.

Invece io ci torno.
Giorno dopo giorno.
Anche nello stesso posto, sugli stessi sentieri.

Non posso farci nulla. Se sono in montagna sto meglio, mi sento più a mio agio.
Ci sono illusioni della gioventù che so essere fiammate di vita, brevi ed intense.
Il grande amore, il successo, la notorietà, la felicità.
Ho smesso di inseguirle, preferendo le sorelle minori.
Una relazione appagante, la soddisfazione di fare bene una cosa, pochi amici, la serenità.

Salire la montagna per me è parte integrante del vivere sereno.
A Plan Cou, steso sull’erba, osservando il volo del gipeto, ero perfettamente sereno.
Integrato in una natura più ampia. Che tutto comprende.
Piccoli piaceri, piccole gioie, non desidero altro.

Al di là del traguardo

Giungere al traguardo ti proietta verso un traguardo ulteriore. Io adesso ho smesso di rincorrere, preferisco osservare i dettagli

Da tempo ho preso la distanza dalla frenesia del tutto-subito.
Ho imparato a mie spese che quel “tutto” che si raggiunge in tempi brevi non è mai davvero completo.
Anche se a prima vista ti sembra di aver ottenuto il risultato cui aspiravi, scopri presto che qualcosa manca sempre.
Non foss’altro che il piacere dell’attesa, il desiderio dell’obbiettivo.

La nostra società nella maggior parte delle sue manifestazioni ci instilla il paradigma Velocità = Qualità.

Io sto rallentando e riscoprendo il fascino dei progetti ad ampio respiro; a lunghissima scadenza.
Mi incantano le storie di uomini che hanno dedicato l’intera esistenza ad un singolo specifico compito.
Sembrano personaggi d’altri tempi, monaci medioevali o eroi leggendari.
Ma se ci pensiamo bene non sono poi così distanti da noi.
La chiave di lettura impostaci dal pensare comune ci fa indossare degli occhiali che distorcono le nostre percezioni.

I grandi campioni diventano tali perché si dedicano in maniera quasi maniacale ad un unico progetto.
Ma non occorre essere campioni per fare lo stesso.
Si possono passare anni a imparare a conoscere bene il posto in cui si vive. O a scoprire tutto quello che c’è da sapere su un autore, un gruppo rock, una corrente artistica.

Ha un senso diventare un esperto di un argomento per il proprio piacere? Io credo di sì.

In questi ultimi anni ho percorso in lungo e in largo i sentieri della mia regione.
Pur essendo moltissime le cime o i colli che ho raggiunto, mi rimane ancora un numero impressionante di sentieri da esplorare.
Persino i percorsi intorno a casa, quelli su cui passo e ripasso settimanalmente, continuano ad offrirmi stimoli nuovi, angoli nascosti, sorprese sensoriali.

Allora ho smesso di pensare al traguardo e mi sono lasciato distrarre da quello che facevo.
Non mi interessa più sapere tutto, voglio conoscere meglio.
Ho abbandonato la distanza e cerco la profondità.

germogli di felce

Non è stata una scelta cosciente.
Un bel giorno mi sono accorto che riconoscevo una pianta (era il germoglio di una felce).
Non l’avevo imparato cercando su Google ma, a forza di passare per quei boschi in ogni stagione, l’avevo vista crescere.
Poi a quell’esperienza pratica si era associato il ricordo di una pagina di un libro che avevo letto mesi prima.
E’ stato come se andassero a posto le tessere di un puzzle.

Ne ho già parlato altrove (qui) quando vado per sentieri mi piace collezionare porzioni di territorio. Scoprire cosa c’è oltre la curva, oltre il colle, di là della montagna.
In modo analogo adesso sto accumulando conoscenze sull’ambiente naturale che mi circonda e che sto esplorando.
Ogni giorno è una piccola soddisfazione. Un’altra tessera del puzzle…

Ma la soddisfazione più grande è quella di aver trovato il mio personale “progetto ad ampio respiro”. Ciò che dà un senso a quello che faccio, alla mia vita.
So che non mi basteranno i giorni per apprendere tutto quello che c’è da sapere, per girare tutti i posti, leggere tutti i libri, sperimentare tutte le sensazioni.
Però mi piace sapermi in viaggio.

Non sono più angosciato dalla frenesia delle cose che non riesco a fare.
Ricavo piacere dalle cose che faccio.
Riconosco il pattern, lo schema generale. So che hanno un senso superiore, un fil rouge che le tiene assieme.
Ed ogni passo non mi porta più vicino ad un traguardo lontanissimo, mi rende più completo qui ed ora.