La papera di gomma

Tra programmatori si usa fare il test della papera di gomma per trovare i problemi del software, ma anche nella vita può essere utile

La cosa non suonerà nuova agli sviluppatori di software, ma magari al resto del mondo sì: una paperella di gomma potrebbe essere il più fidato aiutante nel risolvere i nostri problemi.
Una sorta di maestro zen o di psicoterapeuta da tasca.

Quando un programmatore deve procedere al debugging del suo codice, secondo uno dei testi universitari fondamentali (mi riferisco a The Pragmatic Programmer di Andrew Hunt e David Thomas) uno dei sistemi più efficaci è quello di commentare passaggio per passaggio quello che dovrebbe fare il software spiegandolo ad una paperella di plastica: la chiamano Rubber Duck Theory.
[Per in non addetti ai lavori, i problemi di un software vengono chiamati bug e l’operazione di cercarli e risolverli viene chiamata debugging, NdA]

rubber duck

A ben pensarci è una pratica solidissima.
Obbligarsi a ripercorrere passo passo tutto il flusso, tutta la sequenza di comandi, aiuta da un lato a verificare se ci sono falle logiche, dall’altro a controllare che ogni passo faccia quello che avrebbe dovuto fare.

Magari qualcuno si chiederà perché parlarne con una papera di gomma e non con un essere umano. Ma lo scopo del test è chiarirsi le idee non chiarirle ad un’altra persona. Quindi avere un collega o un giocattolo inanimato è esattamente uguale.

Spesso ripenso alla Rubber Duck Theory quando scrivo questi miei post.
Esporre i miei pensieri ad un pubblico silenzioso (e non ad un amico durante una conversazione) mi obbliga a trasformare idee ed intuizioni in pensieri espressi, in frasi di senso compiuto.
Mi permette di mettere a fuoco quello che sto provando, quello che sto pensando, quello che mi è capitato.

Facciamo un salto di lato e pensiamo alla psicoterapia.
E’ prassi comune suggerire ai clienti di esprimere per iscritto il loro disagio.
Faccio qualche esempio. In un rapporto di coppia conflittuale spesso lo psicologo consiglia ai partners di scambiarsi una lettera in cui ognuno spiega le proprie ragioni, i motivi del contendere, le aspettative deluse.
Sempre in psicologia, viene sovente consigliato di tenere un diario nel quale annotare sensazioni, paure, gioie, accadimenti.

E’ il potere catartico della parola.
Quando trasformiamo un’emozione in una frase, riusciamo a renderla terza rispetto a noi. Possiamo osservarla da fuori e comprenderla meglio. Possiamo trasferirla ad altri.

In questo ultimo anno mi è capitato spesso di parlare da solo.
Magari chi mi vedeva da fuori pensava fosse pazzo.
Ma il motivo è che non vedeva la paperella di gomma gialla che tenevo in mano.
Stavo facendo il debugging della mia vita…

Ascolta “La papera di gomma” su Spreaker.

Rituali e speranze

Nella mia vita prima della pandemia (adesso va molto di moda usare questa locuzione) c’era il rituale della lettura del giornale al caffé.
Il sabato, a metà mattina, scendevo a Saint Vincent e mi fermavo in uno dei bar per leggere il quotidiano mentre sorseggiavo l’amata bevanda. Me ne uscivo poi a passeggiare per la via centrale della cittadina, con in bocca quel gusto speciale che il caffé ti lascia e nella testa le ultime notizie.

Come ricorderete, una delle prime ordinanze aveva imposto ai baristi di rimuovere tutto ciò che veniva passato di mano in mano: la zuccheriera, il contenitore dei tovagliolini di carta e, ovviamente, anche il giornale.

“Poca cosa – mi ero detto – lo compro in edicola e lo leggo al bar”.

Invece non era così. Il piacere di sfogliare un giornale già usato, di vedere i segni della tazzina di caffé stampati sulla pagina dove un altro avventore l’aveva appoggiata mentre leggeva un articolo, erano cose che mi mancavano.

Comunque, nel mio “giro dei bar” (so che suona male, ma a me fa sorridere) facevo spesso tappa al Rouge et Noire, proprio in piazza.
Non era tanto per la qualità del caffé o per la gentilezza delle bariste, ma per l’incredibile energia positiva che ogni particolare di quel locale trasmetteva.

Valentina, la proprietaria, ha l’entusiasmo dei giovani. No, scusate, mi correggo: Valentina è l’entusiasmo dei giovani. Incarna quella fiducia nel futuro che noi cinici tendiamo a dimenticare.

Il suo bar riflette tutto questo.

Mi aveva fatto sorridere una piccola paletta taglia-torte di ceramica con scritto “Happines is a piece of cake” giocando sul doppio senso della frase.
In inglese “It’s a piece of cake” è l’equivalente di “Facile come bere un bicchier d’acqua”, quindi la felicità è alla portata di tutti, ma è anche una fetta di torta…

Aveva esposto un foglio con dattiloscritte una serie di regole (ne cito alcune):
1. Ogni volta che cadi, raccogli qualcosa
5. Fuori dalla paura c’è un sole bellissimo
68. Se resti seduta, non saprai mai quanto sei alta
71. Le parole sono importanti se non sono solo parole

Insomma avete capito il tipo.

piantine al rouge et noire

Oggi, quando vado a trovarla, a seconda del colore della nostra regione, posso prendere il caffé e salutarla di corsa mentre esco o sedermi in un cantuccio e chiacchierare abbastanza.
Per lei, come per tutti i bar, e i ristoranti, e molte altre categorie, la situazione è davvero complicata. I costi rimangono invariati ma i ricavi sono precipitati.

Eppure questo non le ha spento il sorriso.
La sera è più stanca del solito, forse un po’ curvata dalle preoccupazioni, ma la mattina è di nuovo sorridente.

Qualche giorno fa ho notato un nuovo pezzo d’arredamento: una coppia di piantine grasse in due vasetti bianchi.
Sul primo c’era scritto “Non mettere fretta alle cose che hanno bisogno di tempo per crescere” sul secondo “Casa è dove sta il cuore”.

Valentina e la sua battaglia sono fonte di grande ispirazione per me.

Non dobbiamo stare fermi ad aspettare il giorno in cui tutto tornerà normale, ma dobbiamo continuare a vivere la nostra vita.

Da un paio di settimane, ogni volta che scendo a Saint Vincent passo per il bar Rouge et Noire.

Loro pensano di offrirmi un caffé, ma io vado lì per fare il pieno di speranza.

Ascolta “Rituali e speranze” su Spreaker.

Convergenze

Scrivo meno e vivo di più. E’ strano perché di solito mi capita il contrario, la vita è una grande ispiratrice…

A partire dal primo giorno dell’anno ho iniziato ad essere molto meno presente sul mio blog.
Ovviamente qui scrivo per piacere e non per dovere, non ho appuntamenti fissi ne’ obblighi (e mai li avrei accettati per questo spazio) ma desidero condividere con voi qualche buona notizia.

In passato il principale motivo per cui rallentavo la mia presenza era legato ad un calo dell’ispirazione figlio, di solito, di un calo delle cose che faccio e che mi fanno venir voglia di raccontare.

Questa volta, invece, il motivo è il convergere di parecchie novità che mi hanno riempito la vita e, parallelamente, tolto il tempo per scrivere.

Come sapete ho iniziato questa splendida avventura del podcast Passaggi a Nord Ovest. Con Denis Falconieri stiamo sperimentando le possibilità di questo media. Nel frattempo abbiamo ricevuto tante manifestazioni di simpatia (e tante proposte di nuove idee da sviluppare) che quello che era iniziato come un passatempo sta ritagliandosi una presenza giornaliera nella nostra agenda.
Va bene così, da febbraio lanceremo un nuovo format e abbiamo alcuni progetti in cantiere che mi stanno entusiasmando.

skialp
Questo romantico scatto durante la salita verso il col Serena lo ha postato il mio amico (e compagno di escursioni) Diego Milani

Un’altra bella novità è che, finite le feste, siamo tornati ad una “nuova” normalità: possiamo tornare a fare escursioni, seppure distanziati, seppure senza finire l’uscita in trattoria, seppure con le mascherine…

Sabato e domenica ho finalmente inforcato di nuovo gli sci e sono andato a fare due uscite.
La conseguenza diretta è che oggi ho la testa libera, il cuore gonfio di gioia e le gambe doloranti.

Infine, ma non per questo meno importante, sembra che il mondo abbia ripreso a girare. Ci sono nuovi progetti all’orizzonte, si torna a parlare di futuro e di pianificazione di eventi, e anche questo mi entusiasma e mi distrae dalla mia chiacchierata sul blog.

Quindi?

Se la convergenza di queste tre linee di novità mi ha tolto un po’ di fiato, la stessa cosa non è capitata per quella fonte inesauribile di idee e sogni che è la lettura.
Sto leggendo tanto e di argomenti molto diversi.

Ho quindi pensato (e qui lo preannuncio) che i miei prossimi post verteranno sulla recensione di alcuni libri.

La voglia di leggere non si spegne mai!
Al momento ho cinque volumi (ancora da cominciare) sul comodino, ma se a qualcuno venisse in mente un titolo che io non posso esimermi da leggere… beh aggiungete un commento qui sotto e iniziamo a parlarne.

Ascolta “Convergenze” su Spreaker.

Ordinario e straordinario

Ho passato il primo giorno del 2021 a domandarmi cosa ci sia di straordinario in alcune giornate come il capodanno o il compleanno

Beh, direi che il modo giusto di inizare questo post, considerando che è il primo pubblicato nel 2021, dev’essere un gigantesco “Buon anno”. Perché ce n’è bisogno, perché continueremo a risalire la china anche nei primi mesi dell’anno che è appena iniziato, perché abbiamo bisogno di speranza e di un po’ di fortuna.

La giornata di ieri l’ho passata rispondendo ai “doppi” auguri (sono nato il primo gennaio) e stamattina, quando sono finito su FaceBook, sono stato ulteriormente travolto dall’affetto di una vera e propria marea di auguri.
Approfitto di questo spazio, quindi, per ringraziare in un colpo solo tutti quelli che mi hanno dedicato un pensiero.

gita di scialpinismo

Riflettevo su come sia totalmente arbitrario il modo in cui viviamo alcune date.

Mi spiego meglio: era il mio compleanno. Ma non sono diventato più vecchio ieri di quanto non lo sia diventato ogni giorno.
L’invecchiamento è un processo continuo. Oggi sono un giorno più vecchio di ieri e uno più giovane di domani…
La mia età anagrafica “scocca” il primo gennaio di ogni anno, ma la mia età biologica avanza a balzelli. Certe esperienze ti fanno invecchiare di colpo, altre ti mantengono giovane.

Similmente, abbiamo tutti pensato con sollievo al capodanno come la data che avrebbe messo fine ad un anno oggettivamente terribile.
Ma tutti noi sappiamo nel profondo, che anche uscire dalla pandemia (prima da un punto di vista sanitario e poi da un punto di vista psicologico ed infine economico) è e sarà un processo continuo che è iniziato a Wuhan a fine 2018 e continuerà per mesi o anni a venire.

Quindi dobbiamo deprimerci?

Io credo di no.
Ognuno di noi ha la possibilità di convertire le cose ordinarie in straordinarie.

Il mio compleanno aggiunge un che di particolare ad una giornata già di per sè diversa dalle altre. E io lo vivo sempre come un’iniezione di fiducia nel domani, nel mondo che si apre davanti a me.

Se non siete ancora convinti, riflettete sull’aggettivo “straordinario”.
Viene dal latino “extra-ordinario” che significa fuori dall’ordinario.

Questa è la scintilla che dobbiamo cercare.
Quel quid che trasforma una cosa di routine in una cosa che colpisce.
Può essere un pensiero, un dono, una telefonata, una parola, uno sguardo, un panorama fuori dalla finestra, un gesto inaspettato…

E questo è anche il mio augurio per tutti noi.
Che a partire da oggi, riusciamo a trovare ogni giorno quel quid, quel piccolo sortilegio che ci fa riconoscere la straordinarietà della nostra vita.

Post Scriptum
Come avete visto, a partire da ieri, assieme a Denis Falconieri abbiamo lanciato un nuovo progetto: un podcast che si chiama Passaggi a Nord Ovest.
Ciò mi ha obbligato a sperimentare un po’ con la mia voce ed ho deciso di “leggere” anche ogni post che pubblico sul mio blog.
Da oggi in poi, quindi, troverete insieme al post anche la traccia audio, come nell’esempio qui sotto…

Ascolta “Ep001: Ordinario e straordinario” su Spreaker.

Opinel

Oggetti che trascendono il loro uso e diventano un simbolo. Tra tutti il coltellino chiamato opinel è quello che amo di più

Ci sono prodotti di marca che hanno una così larga diffusione che il loro nome diventa sinonimo dell’oggetto. Alcuni esempi eccellenti: la moka per definire la caffettiera, il walkman per il registratore portatile, il kleenex per il fazzoletto di carta o il borotalco per la polvere di talco.
Erano tutti marchi che sono diventati nomi comuni di cosa.

Tra essi c’è un oggetto in particolare che mi è molto caro: l’opinel.

E’ un compagno di viaggio indispensabile. C’è chi ama il coltellino svizzero e i suoi molteplici strumenti.
Io preferisco l’opinel tradizionale.

E’ un oggetto essenziale, nella forma e nella funzionalità.

due opinel

Un manico di legno di faggio. Una lama in acciaio. E un collarino in metallo che funge da blocco di sicurezza.
Tutto qui…

Mi piace, giunto in vetta, trarre dallo zaino il pane e il pezzo di formaggio e con il mio coltellino tagliare fette dalla pagnotta ed eliminare la crosta al formaggio. Oppure usare la lama per tagliare a spicchi la mela e dividerla con il compagno di salita.

Sono gesti semplici. Primitivi.
Con un grande valore simbolico.
E l’opinel è parte integrante del rituale.

Dicono che i padri regalavano un opinel ai figli quando volevano spingerli fuori dal nido. Io non lo so, non mi è capitato.
Però ha un senso.
Il coltello è uno strumento. Buono o cattivo a seconda dell’uso che noi ne facciamo. Ed un ragazzo diventa uomo il giorno in cui gli viene riconosciuta la responsabilità di pilotare, con il proprio comportamento, con le scelte che fa, la bontà o la malvagità dei suoi strumenti.

Ne posseggo diversi. Con fogge e dimensioni specifiche.
Spesso li trovo in una tasca dello zaino mentre lo svuoto prima di metterlo a lavare.

Quello che mi è più caro, però, l’ho ricevuto un natale.
Era avvolto frettolosamente in un piccolo pezzo di carta da regalo.
Mi è stato donato da Pi e Patrizia, che sono poi diventati i miei consuoceri, un giorno che, per la prima volta, ero andato a trovarli.

Mancavano pochi giorni a natale ed ero passato per conoscerli.
Portavo con me una bottiglia di vino e una copia del libro che il mio editore aveva appena mandato in stampa.

Pi mi sorprese con questo piccolo oggetto aggiungendo, a mo’ di spiegazione, una frase “so che anche a te, come a noi, piace andare in montagna”.

Mentre scrivo queste poche righe, quell’opinel giace sul tavolo a fianco al mio computer.
Natale, quest’anno, è passato senza che incontrassi Pi (purtroppo Patrizia è mancata un gennaio di un paio d’anni dopo), ma in qualche modo lo sento vicino lo stesso, anche attraverso questo semplice oggetto che simboleggia il nostro modo di interpretare la vita.

La neve

Solo con la neve si può conoscere il vero spirito della montagna. La neve che tutto cambia e tutto rende magico.

Solo quando c’è la neve, la montagna è davvero montagna.
E’ bella sempre. Ma se vuoi conoscerla nella sua vera essenza, allora devi frequentarla quando c’è la neve.

Dicono che il popolo degli inuit abbia decine di nomi per la neve, perché non si può imprigionarla in un solo termine.

La neve cambia l’atmosfera.
Nel momento in cui scende attutisce i suoni, modifica gli odori, sovverte il mondo che conosciamo.

Fatichiamo a riconoscere i passaggi usuali, i profili delle cose, i panorami soliti.

E una volta caduta, a seconda della quota e della temperatura, è compagna di giochi, avversaria nella progressione, aiutante nel districarsi nei labirinti dei sentieri.

camoscio nella neve
Un camoscio cerca il cibo in uno splendido scatto di Massimo Arcaro

A me piace la prima neve d’autunno che anticipa l’inverno.
E’ come l’avamposto di un esercito colonizzatore. La Natura le si ribella furiosa, cerca di scrollarsela dalle spalle, ma già sa che la battaglia è persa.
Da nord arrivano nuvole che copriranno con il loro bianco carico le pendici e inviteranno così il bosco al letargo.

E mi piace la neve tardiva di primavera. Quella che scende quando ormai i fiori sono apparsi nei prati e le gemme impreziosiscono i rami.
E’ una neve timida, gonfia di acqua, pronta a sparire nel volgere del mezzo giorno.

Amo la neve al suolo tra gli alberi, percorsa dalle tracce degli animali che scendono verso valle a cercare cibo.
E’ una mappa precisa delle loro abitudini. Ecco lo zampettare del corvo; i balzi a piè pari delle lepri; il trotterellare delle volpi e dei tassi. L’elegante incedere del camoscio che cerca le prime foglie sui rami bassi degli alberi.

La neve ignora noi uomini che pure così tanto la veneriamo.
Scende copiosa e tutto copre. Scalda le piante addormentate e le protegge dagli artigli del gelo ma se non la temi e non ti proteggi, diventa un sudario.

Così effimera.
Così volatile.
Così inesorabile.


Post Scriptum: ne avevo già scritto qui

L’istinto

È una forza potente e mutevole.
Potente perché radicata in noi. Si attiva, rispondendo a stimoli esterni, molto prima che il cervello, il pensiero senziente, comprenda cosa stia accadendo.

La scienza dice che è situato nel cervello rettile, la parte più antica e profonda del nostro encefalo. Ma a me sembra che si posizioni più tra lo stomaco e l’intestino. Oppure nel profondo dei muscoli.

Ci permette di re-agire automaticamente. Scappando o lottando. Scegliendo, senza ragione apparente, la via migliore. Trovando la via di casa o la soluzione ad un problema.

baruffa di gatti

Mutevole perché si nutre e si accresce di ogni esperienza che facciamo. E più sono accadimenti forti, più diventano parte del nostro istinto.

In realtà confina con l’esperienza. Con essa condivide il meccanismo atavico del richiamo nel momento del bisogno.

Ed è forse per questo motivo che contrapponiamo istinto e ragione.
Che, a ben pensarci, sono entrambi strumenti a nostra disposizione.
La ragione tende a bloccarci, a rallentarci, di fronte ad un evento; ci vuole tempo per analizzare i pro e i contro, per ponderare la decisione migliore.
L’istinto tende a farci agire, a staccare la parte razionale.

La saggezza si trova dove istinto e ragione si incontrano.

Bisogna imparare a fidarsi del proprio istinto. Ad accettare che le soluzioni che “saltano in mente” spesso siano quelle giuste. E magari usare il raziocinio per elaborare ulteriormente sulla prima reazione istintuale.

Siamo esseri complessi, fatti di pulsioni e sentimenti, di istinto e ragione, cuore e cervello, passione ed intelligenza. Ma non c’è dualismo, solo un’unica splendida complessità.

Accettare quello che siamo. Usare fino in fondo i nostri talenti.
Magari rigettando quegli strumenti che abbiamo realizzato per aiutarci e che invece atrofizzano le nostre capacità.

È la sfida dell’Uomo contro la tecnologia paralizzante.

L’istinto ci salverà…

La velocità

In montagna dobbiamo scoprire quanto veloci possiamo andare, per poi rallentare il passo e scegliere di progredire lentamente

Mai come in montagna è importante essere veloci per poter scegliere di andare lenti.
Questo apparente paradosso ci mette di fronte alla necessità di abituarci ad avere il controllo di noi stessi.

Imparate a conoscere i vostri limiti.
Spingete al massimo per scoprire quanto veloci potreste andare, e poi dimenticate la velocità per scegliere il passo giusto.

lupo nel bosco

Siate come i lupi, che possono trottare per decine di chilometri senza apparente fatica. Sempre pronti a raddoppiare la velocità per scappare da un pericolo o per raggiungere una preda.

Non accantonate tutte le energie a riserva.
Usate con generosità delle vostre risorse, ma lasciate sempre una piccola scorta da bruciare in emergenza.

Adoperiamo la nostra forza vitale in modo produttivo.
Che senso ha raggiungere la meta un’ora prima del tramonto? E’ così bella la sera! Se quello che amiamo davvero è andar per monti, allora perché accelerare il rientro a casa?

Impariamo a distinguere tra velocità e fretta.

La velocità può essere la nostra miglior difesa dagli imprevisti, ma va usata con consapevolezza.
Esser veloci, muoversi in sicurezza ma rapidamente nel territorio, ci permette di allargare gli orizzonti, ampliare l’esplorazione.
Però guai se per andar veloci non ci gustiamo il presente e quello che ci circonda.

La velocità è un’arma a doppio taglio.
Come ogni arma è uno strumento utile se usato dall’uomo saggio.

Progredire

A prescindere da quale, il movimento all’aperto e in natura (outdoor) è sinonimo di progressione nella nostra crescita come esseri umani

Camminare. Correre. Finanche arrampicare o fare scialpinismo.
In montagna possono tutti essere sostituiti dalla parola progredire.
Ed è bello e significativo che progredire indichi anche il processo di miglioramento da uno stadio primitivo ad uno più evoluto.

In montagna progredire ha un senso.
Camminare o correre sono due movimenti diversi che servono lo stesso scopo. Raggiungere un luogo, compiere un periplo, attraversare due valli, salire una vetta.

Camminare è una profonda esperienza spirituale che coinvolge l’Uomo nella sua interezza.
Gambe e polmoni, piedi e cervello, cuore e braccia. Ogni parte svolge un suo ruolo in armonia con le altre.
Il ritmo atavico che emerge quando camminiamo riporta in contatto la nostra parte senziente con quella istintiva, il conscio e l’inconscio.
Ed in questa epifania di consapevolezza noi siamo vivi.

Correre accelera tutti i processi.
I muscoli delle gambe bruciano, i polmoni succhiano l’aria, il cuore batte ritmi forsennati.
E viviamo più intensamente negli attimi in cui siamo nel flusso vitale. Ci sembra di essere al di là del tempo e della fatica. Ci sembra di volare. Poi il sistema collassa, e rallentiamo.
L’allenamento allunga di uno zic quell’attimo perfetto.

scialpinismo

Arrampicarsi è gattonare in verticale.
[La definizione non è mia ma di Simone Moro, che sostiene che i bambini che si muovono a quattro zampe arrampicano naturalmente].
Quando serve per superare un ostacolo è uno straordinario sforzo coordinato tra potenza fisica e concentrazione mentale.
Quando è fatto senza scopi (penso al bouldering o all’arrampicata sportiva) è una danza verticale, una straordinaria manifestazione della bellezza del corpo umano.

Lo scialpinismo è libertà.
Quando la neve ci imprigiona nelle nostre case di fondovalle, indossare un paio di sci con le pelli ci permette di riguadagnare la possibilità di muoverci.
La salita è concentrazione, è tecnica, è fatica focalizzata su un obbiettivo.
La discesa è gioia, è ritmo, è danza.

Progredire è muoversi.
Muoversi è progredire verso una nostra crescita come esseri umani.

La vetta

Qual è il senso della vetta e dello sforzo di raggiungerla. Alcune riflessioni raccolte nelle peregrinazioni tra le Terre Alte

La vetta è la metafora del traguardo.
E’ il motivo per cui siamo in viaggio.
E’ il premio per la fatica della salita.
La vetta è un luogo angusto che ci apre lo sguardo verso orizzonti immensi.
E’ il posto dove capiamo quanto siamo piccoli; e il fatto che si faccia tanta fatica per arrivarci è, di per sè, nuovamente carico di significato.

vetta del Lyskam

La vetta è lì. A prescindere da noi.
E’ immutata nel tempo.
Possiamo salirci oggi o ritirarci nel tentativo. Ma lei rimane impassibile ai nostri sforzi.

E’ dolce arrivare in vetta.
Lo spirito respira, lo sguardo spazia, il corpo si rilassa e si riposa.
Il premio è raggiunto.
Eppure siamo soltanto a metà strada. Dobbiamo ancora scendere.

Ogni vetta è solo il punto di partenza per un nuovo viaggio. Raggiungere una vetta ci fa venir voglia di salirne un’altra. E ci carica di energia.

La vetta, una volta salita, diventa parte di noi, del nostro bagaglio di esperienza.
Eppure in fondo al cuore sappiamo che la vetta era già parte di noi fin dalla prima volta che vi abbiamo posto gli occhi sopra.

L’uomo è la somma dei propri sogni.
Ogni vetta, ogni traguardo, ogni obbiettivo contribuiscono a definire la persona che vorremmo essere. Ogni vetta raggiunta, racconta il tipo d’uomo che siamo.

La vettà è il confine tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.