Il viaggiatore

Un breve racconto, ispirato dai miei recenti giri
Come cambiano i luoghi e le persone quando torni in un posto dove sei stato precedentemente?

Un breve racconto, ispirato dai miei recenti giri a piedi (ma esiste davvero un modo diverso di viaggiare?)
Come cambiano i luoghi e le persone quando torni in un posto dove sei stato precedentemente?
Tu magari hai percorso centinaia di chilometri e loro non si sono mossi. Ma questo rende la tua esperienza più ricca?
Una piccola lezione di umiltà che ho imparato.

Entrò nella locando ed andò a sedersi esattamente nello stesso posto dove si era seduto solo due lune prima: in un angolo della sala buia, con la finestra alla destra e proprio in faccia alla porta d’ingresso.
Era solo nella stanza. Che differenza con la prima volta, quando tutti i tavoli erano occupati da gente di tutte le lingue e aveva dovuto aspettare prima che la giovane ragazza carina (il primo dei due motivi per cui era tornato) lo notasse e gli chiedesse se voleva mangiare o solo bere.

Stasera la situazione era diversa.
Appena seduto venne avvicinato da una donna della sua età.
Il viso segnato dalla vita, i capelli grigi raccolti in un’acconciatura pratica, un corpo ancora magro, temprato dal lavoro.
Scoprì che era la padrona della locanda. Gli chiese se volesse da bere, ma lui rispose che voleva mangiare e passare lì la notte.

Un ragazzino curioso si affacciava dalla porta della cucina ma la donna lo rimandò indietro con poche parole della lingua locale.
Lui parlava la lingua franca, ma non era poi così diversa dal dialetto del posto e, tra i gesti della donna e le mezze parole, capì che il ragazzo doveva aiutarla in cucina.

viaggiatore

Il cibo.
Ecco il secondo motivo per cui era tornato in quella locanda.
Nel suo lungo viaggio che dal mare francese lo aveva portato a cercare nuovi sbocchi commerciali intorno alle ricche città della pianura al di là dei monti, gli aveva fatto incrociare tante persone e tanti cibi cucinati in guise diverse.
Ma la locanda occitana era rimasta saldamente impressa nelle sue papille gustative.

Gli era piaciuta ogni cosa, dalla calda zuppa che gli avevano servito e che, insieme al primo bicchiere di vino rosso, gli aveva scaldato il corpo, fino alla carne succosa, alle patate al forno, al dolce il cui gusto, contrastato dall’amaro di erbe, lo aveva accompagnato nella notte.

Così, un po’ deluso che la bionda giovinetta non ci fosse, disse alla donna che gli portasse quel che c’era, preparandosi in cuor suo alla seconda delusione della giornata.

Mentre attendeva la pietanza, sorseggiando un saporoso vino rosso, si scoperse a pensare a che strana fosse la vita del viaggiatore.
Negli ultimi due mesi, la sua vita era stata frenetica, non aveva mai dormito due notti nello stesso posto, aveva conosciuto persone diverse, visto cose che non avrebbe mai immaginato potessero esistere, scoperto mondi al di là di un colle e città dove pensava esistessero solo boschi.

Dopo la prima visita in primavera, tornava a quella locanda mentre l’autunno già bussava alle porte. Le nubi, che qualche settimana prima fuggivano leggere, oggi erano foriere di pioggia e la prima neve aveva imbiancato le vette.
La sua vita era stata un turbine, senza certezze. E lui per quello era grato al destino che lo aveva forgiato viaggiatore.

Negli stessi due mesi, la donna della locanda si era alzata ogni giorno nello stesso posto ed aveva ripetuto quotidianamente gli stessi gesti.
Certo, alla sua soglia si erano avvicendati decine di stranieri e probabilmente le avevano raccontato storie incredibili.
Ma quelle storie lui le aveva vissute, lei solo ascoltate.

Con questi pensieri e quest’animo quasi di compatimento attendeva, ora, la donna e il cibo.

Dalla cucina riusciva a captare brandelli di conversazioni.
Scoprì che il ragazzo era il nipote e che la donna lo stava istruendo alla difficile arte del far da mangiare.

La cena volò via leggera.
Complice il buon cibo (la sua seconda aspettativa non venne delusa) e la conversazione con la donna.
Così scoprì che forse la giovinetta aveva il fascino della freschezza, ma che a lui piaceva immensamente di più la conversazione con la locandiera.

Non essendoci altri ospiti, lei gli dedicò più tempo e lui – magari mal interpretando quest’attenzione – le dedicò qualche timida avances.
Il dolce fu un trionfo di gusti. Una torta di nocciole che sicuramente venivano dai boschi intorno, accompagnata dal gusto rotondo di un vino rosso maturo.

Si alzò dalla sedia e se ne andò in camera.
Decise di lasciare aperta la porta, cullando la speranza che la donna decidesse di venirlo a trovare.
Mentre si addormentava, pensava ancora a quanta vita lui avesse visto e, per contro, quanto fosse statica e noiosa l’esistenza della locandiera.

Poi – proprio un attimo prima che Morfeo si impadronisse di lui – fu folgorato dalla comprensione di quanto ottusa fosse questa sua visione.
Non ci sono poi così grandi differenze tra chi viaggia in luoghi lontani e chi in profondità nelle cose che fa.
Entrambi scoprono nuovi mondi, entrambi si arricchiscono di esperienze. Entrambi incorrono nello stesso rischio di dimenticare.
Volse un ultimo sguardo all’uscio della stanza che rimaneva desolatamente vuoto.
E per la prima volta provò nostalgia di casa.

Il crinale

Affannarci a ricercare la felicità è il primo modo per mancare l’obbiettivo. Non esiste una ricetta, ma ci sono momenti che possono aiutare…

Mentre vagavo su una serie di crestine, lo sguardo che si perdeva lontano mentre sia a sinistra che a destra si aprivano due ampie valli, mi interrogavo sul senso della felicità. E sul senso della sua ricerca…

Ci era voluto davvero poco per raggiungere la serenità. Mi era bastato liberarmi della pigrizia che mi tratteneva a casa, salire qualche centinaio di metri di quota, ed eccomi lì sul crinale, a godermi quegli attimi perfetti.

Il crinale rappresenta la separazione di due valli. Poterci passeggiare sopra ti fa sentire in equilibrio tra queste due realtà.

Capita a molti di doversi bilanciare tra due mondi, vicini eppure non comunicanti. Anche in quel caso si cammina sul crinale, prestando attenzione ad entrambe le realtà e facendo attenzione a non scivolare in una perdendo contatto con l’altra.

crinale

Sono convinto che la felicità sia irraggiungibile.
E’ fatta di attimi, di fiammate. Non è qualcosa che si può perseguire e conquistare per sempre.

Noi dovremmo puntare alla serenità, che è il vivere in equilibrio, pur attraversando momenti di difficoltà e di dolore, così come momenti di esaltazione e di felicità.

Farlo non è poi così difficile. E’ uno stato che dipende da noi; da come noi accettiamo le cose che succedono, senza farci turbare troppo.
Non significa essere indifferenti a tutto, anzi sono convinto che l’empatia con le altre creature e il vivere pienamente il momento, siano delle componenti essenziali della serenità.

Ma l’accettazione attiva di ciò che accade, spesso fa a pugni con la ricerca della felicità. Desiderare di perpetuare l’attimo perfetto, sforzarsi di cercare lo straordinario, fa sì che dimentichiamo la bellezza di ciò che stiamo vivendo.

Tornando alla mia gita: avevo fatto fatica ad abbandonare la mia comfort zone. Il giro non mi sembrava così promettente. In più avrei voluto non essere solo quel giorno. Ma sono partito lo stesso e sono stato premiato.

Adesso conservo (e scrivendone qui, condivido con voi) quella sensazione di appagamento in modo da usarla per altre mattinate pigre.

PS ho scritto tempo fa un post su questo tema, se hai voglia puoi trovarlo qui: La serenità è un lavoro

La montagna

Ogni volta che esco per andare in montagna mi chiedo perché sia così importante per me. Alla fine credo si tratti del sentirmi parte della Natura

Ho salito la montagna.
Attraverso il bosco verso la prima croce, dove mi sono fermato a riempirmi gli occhi di paesaggio.

E poi ancora in alto, ma lungo la lama sottile del crinale, sempre ad un passo dal baratro da cui saliva caldo il respiro della parete arroventata dal sole.

Rododenri in boccio e tenere foglie di mirtillo formavano un tappeto verde.
Il sentiero si arrampicava in circonluzioni che spesso lo nascondevano dietro la vegetazione.
Qualche albero secco, testimone e vestigia di un tempo antico e di antiche tempeste, resisteva spoglio lungo la cresta.

Ad ogni salto che superavo, nuove gobbe nascondevano il cielo.
E cresceva la voglia di svelare l’arcano, di giungere lì dove più in alto non avrei potuto.

A sorpresa la vetta è un pianoro.
Verde d’erba e azzurro di cielo.
In lontananza si stagliano le vette amiche, i cui nomi sono ormai entrati nella mia coscienza. La Grivola, l’Emilius, la Becca di Nona.
La valle di Rhemes si svela da quassù, tagliata dal nastro argenteo del fiume che l’ha generata.

Ci fermiamo a bearci delle nostre sensazioni.
Pane, formaggio, una mela, un goccio d’acqua.
Piaceri semplici conditi da una macchia viola di fiori.

fiori viola

All’improvviso il volo alto del gipeto che sfiora il pianoro per scoprire chi si muove sul suo terreno.

Qui è tutto così naturalmente al proprio posto che anch’io mi sento appagato.
Andare o restare?
Nuovi passi mi attirano verso il fondo valle, la casa e l’agognata birra fresca.

Grazie a Riccardo che mi ha fatto conoscere un pezzo della sua “montagna dietro casa”.


Mi sono spesso chiesto cosa mi spingesse (e cosa spingesse tanti altri) a praticare le Terre Alte.
La ricerca di risposte alle domande della vita?
La ricerca delle domande giuste per proseguire nella vita?

O più semplicemente per godere del piacere della fatica e di un paesaggio?
O l’appagamento di raggiungere un obbiettivo (la vetta, il rifugio, il colle)?

Ma nessuno dei motivi che ho elencato mi soddisfa.
Se fosse una specifica ragione, una volta ottenuta/raggiunta smetteremmo di praticare la montagna.

Invece io ci torno.
Giorno dopo giorno.
Anche nello stesso posto, sugli stessi sentieri.

Non posso farci nulla. Se sono in montagna sto meglio, mi sento più a mio agio.
Ci sono illusioni della gioventù che so essere fiammate di vita, brevi ed intense.
Il grande amore, il successo, la notorietà, la felicità.
Ho smesso di inseguirle, preferendo le sorelle minori.
Una relazione appagante, la soddisfazione di fare bene una cosa, pochi amici, la serenità.

Salire la montagna per me è parte integrante del vivere sereno.
A Plan Cou, steso sull’erba, osservando il volo del gipeto, ero perfettamente sereno.
Integrato in una natura più ampia. Che tutto comprende.
Piccoli piaceri, piccole gioie, non desidero altro.

Al di là del traguardo

Giungere al traguardo ti proietta verso un traguardo ulteriore. Io adesso ho smesso di rincorrere, preferisco osservare i dettagli

Da tempo ho preso la distanza dalla frenesia del tutto-subito.
Ho imparato a mie spese che quel “tutto” che si raggiunge in tempi brevi non è mai davvero completo.
Anche se a prima vista ti sembra di aver ottenuto il risultato cui aspiravi, scopri presto che qualcosa manca sempre.
Non foss’altro che il piacere dell’attesa, il desiderio dell’obbiettivo.

La nostra società nella maggior parte delle sue manifestazioni ci instilla il paradigma Velocità = Qualità.

Io sto rallentando e riscoprendo il fascino dei progetti ad ampio respiro; a lunghissima scadenza.
Mi incantano le storie di uomini che hanno dedicato l’intera esistenza ad un singolo specifico compito.
Sembrano personaggi d’altri tempi, monaci medioevali o eroi leggendari.
Ma se ci pensiamo bene non sono poi così distanti da noi.
La chiave di lettura impostaci dal pensare comune ci fa indossare degli occhiali che distorcono le nostre percezioni.

I grandi campioni diventano tali perché si dedicano in maniera quasi maniacale ad un unico progetto.
Ma non occorre essere campioni per fare lo stesso.
Si possono passare anni a imparare a conoscere bene il posto in cui si vive. O a scoprire tutto quello che c’è da sapere su un autore, un gruppo rock, una corrente artistica.

Ha un senso diventare un esperto di un argomento per il proprio piacere? Io credo di sì.

In questi ultimi anni ho percorso in lungo e in largo i sentieri della mia regione.
Pur essendo moltissime le cime o i colli che ho raggiunto, mi rimane ancora un numero impressionante di sentieri da esplorare.
Persino i percorsi intorno a casa, quelli su cui passo e ripasso settimanalmente, continuano ad offrirmi stimoli nuovi, angoli nascosti, sorprese sensoriali.

Allora ho smesso di pensare al traguardo e mi sono lasciato distrarre da quello che facevo.
Non mi interessa più sapere tutto, voglio conoscere meglio.
Ho abbandonato la distanza e cerco la profondità.

germogli di felce

Non è stata una scelta cosciente.
Un bel giorno mi sono accorto che riconoscevo una pianta (era il germoglio di una felce).
Non l’avevo imparato cercando su Google ma, a forza di passare per quei boschi in ogni stagione, l’avevo vista crescere.
Poi a quell’esperienza pratica si era associato il ricordo di una pagina di un libro che avevo letto mesi prima.
E’ stato come se andassero a posto le tessere di un puzzle.

Ne ho già parlato altrove (qui) quando vado per sentieri mi piace collezionare porzioni di territorio. Scoprire cosa c’è oltre la curva, oltre il colle, di là della montagna.
In modo analogo adesso sto accumulando conoscenze sull’ambiente naturale che mi circonda e che sto esplorando.
Ogni giorno è una piccola soddisfazione. Un’altra tessera del puzzle…

Ma la soddisfazione più grande è quella di aver trovato il mio personale “progetto ad ampio respiro”. Ciò che dà un senso a quello che faccio, alla mia vita.
So che non mi basteranno i giorni per apprendere tutto quello che c’è da sapere, per girare tutti i posti, leggere tutti i libri, sperimentare tutte le sensazioni.
Però mi piace sapermi in viaggio.

Non sono più angosciato dalla frenesia delle cose che non riesco a fare.
Ricavo piacere dalle cose che faccio.
Riconosco il pattern, lo schema generale. So che hanno un senso superiore, un fil rouge che le tiene assieme.
Ed ogni passo non mi porta più vicino ad un traguardo lontanissimo, mi rende più completo qui ed ora.

Il garbato censore

Avremmo bisogno di altri come lui: persone che con l’ironia sappiano instillare il dubbio. Gaber è stato un esegeta della società in cui viveva

Sabato scorso, facendo zapping, sono finito su RAI3 e sono stato catturato dalle immagini in bianco e nero di Giorgio Gaber che cantava.
La trasmissione fa parte di una serie curata da Paolo Mieli e dal titolo “Italiani”. La puntata specifica (che potete vedere a questo link) si chiamava “Giorgio Gaber, l’utopia possibile“.

Ovviamente conosco bene Gaber e alcune larghe parti della sua produzione.
Ero un ragazzino quando canticchiavo “Lo shampoo” che, all’epoca, mi faceva morire dal ridere (l’ho postato qui sotto per chi non l’avesse visto).
Ai tempi del liceo ci sfidavamo con altri studenti sul piano ideologico citando “La libertà”.
Ma anche in tempi più recenti la sua celebre canzone “Destra – Sinistra” fotografava perfettamente un disagio condiviso da molti. La mancanza di quell’ideologia che, un tempo, aveva sostenuto le nostre battaglie.

Ho passato volentieri la serata in compagnia di quell’uomo vestito come un agente segreto, un man-in-black da palcoscenico, che cantava testi mai banali, aggiungendo smorfie e gesti che lo rendevano perfetto per il teatro.
Poco meno di un’ora e ne avrei voluto molto di più.

In fondo avremmo bisogno di altri come lui.
Persone in grado di interpretare la realtà che ci circonda.
Capaci di essere censori, pur garbati ed ironici, di un mondo che si allontana dall’umanità (intesa come virtù non come specie animale).

Il giovane Gaber faceva parte del clan di Celentano, cantava con Iannacci e Tenco, si esibiva in televisione e imitava le rock star.

Il Gaber adulto, post anni ’60, non ha più rincorso il successo scrivendo canzoni per andare in classifica.
Aveva delle idee e voleva condividerle.
Lo faceva usando un linguaggio semplice e diretto.
E’ stato capace di impegnarsi e di capire quando sbagliava.
Di cambiare idea, elaborando il suo vissuto.
Non ha mai accettato di seguire la corrente.

Un grande artista, ma soprattutto un grande uomo.
Come dicevo prima: ce ne vorrebbero altri come lui, adesso.

P.S. riascoltate “Il conformista” e scoprirete che non è poi passato così di moda

Piccoli affetti

Gli oggetti, anche i più piccoli, portano con loro un carico di ricordi ed emozioni: averne cura significa anche godere di brevi istanti di grande felicità

Il valore delle cose, il loro VERO valore, non è dato dal prezzo d’acquisto ma dall’importanza che noi diamo ad esse.
In economia si direbbe che il valore di un oggetto è il prezzo in cui si incontrano domanda ed offerta, quindi la somma che uno è pronto a darmi e per la quale io sono pronto a cederlo. Ma io rifuggo da questa visione strettamente monetaria.
Ad ogni cosa rimane attaccata una parte della nostra vita.
Ricordi ed emozioni, sensazioni provate, pensieri e sogni.

Prendiamo un libro.
Sfogliando un vecchio volume che ci ha fatto compagnia per qualche giorno in una lontana estate di anni fa, possiamo ritrovare tracce di noi stessi.
Fili d’erba o foglie secche usate come segnalibro, granelli di sabbia della spiaggia su cui lo leggevamo, l’alone di gocce di pioggia (o forse erano lacrime?) che arricciano un foglio o il segno circolare del fondo di una tazza di caffé che abbiamo usato per tenerlo aperto…

Le cose usate raccontano storie.
Per questo, da un po’ di tempo, quando voglio acquistare un classico della letteratura la cui copia è rimasta indietro in qualche angolo della mia vita passata, ne cerco uno usato. Quasi volessi rimpiazzare con frammenti di vita altrui quella parte della mia vita che ho lasciato nel volume perduto.

Natura morta

Poi ci sono quegli oggetti che sembrano essersi adattati a noi (anche se è quasi sempre il contrario).

Il coltellino compagno di tante escursioni, la cui lama – senza apparente differenza – ha staccato una fetta di pane o reciso un bastone da usare per appoggio.
Il mio Opinel mi è stato regalato qualche natale fa dai miei consuoceri. Era la prima volta che ci trovavamo assieme intorno all’albero e il dono (inaspettato) mi aveva sorpreso per quanto fosse azzeccato. Ricordo il sorriso di lei nel porgermelo, sorriso che non potrò più vedere perché quello è stato il penultimo natale prima della malattia. E le parole di lui, mentre osservavo quel piccolo oggetto perfetto, che rivelavano come, essendo entrambi appassionati di montagna, avevamo un terreno comune ad unirci…

Il quaderno sul quale sto scrivendo, acquistato a Londra in uno di quei negozietti che vendono un po’ di tutto, obbedendo alla necessità di riempire di parole scritte il tempo che mi divideva dal momento in cui avrei incontrato mia figlia che usciva dal lavoro. La scrittuta vergata con una penna nera, su un tavolino di un pub, bevendo birra e registrando sensazioni…

L’affetto che provo per questi oggetti semplici li rende preziosi ai miei occhi.
Lo stesso affetto mi ha introdotto a due pratiche che sono diventate nel tempo filosofie di vita.

La prima è quella di far attenzione alle mie cose. Capita che io smarrisca un oggetto. Allora ripercorro mentalmente tutto ciò che ho fatto dall’ultima volta che l’ho usato. E passo e ripasso per i luoghi attraversati fino a quando lo ritrovo. Tra le pieghe del divano, nella tasca laterale di un vecchio zaino in ripostiglio, sotto il sedile dell’auto.
La seconda è che cerco sempre più spesso di riparare quello che ho, piuttosto che sostituire l’oggetto con uno nuovo.
Non sempre è possibile, ma la gioia profonda che provo ogni volta che utilizzo una cosa – perduta e ritrovata o rotta e riparata – mi ripaga di ogni sforzo e aggiunge valore all’oggetto stesso.

Ritrovare e riparare, dicevo.
Ultimamente è un trattamento che riservo non solo alle cose ma anche ai sentimenti.
Mai come adesso, aver cura di ciò che proviamo è più importante di affannarsi alla ricerca di nuove emozioni.

Ode al cammino

Le carte geografiche vere e mentali e il piacere di ripercorrere i sentieri

C’è un’esperienza, piuttosto comune per chi va per monti, per la quale provo un fascino assoluto.
Se non è il principale motivo per il quale amo andare lungo i sentieri, è certamente il principio a cui mi ispiro nella scelta dei percorsi.

Parto da lontano.
La mia testa funziona in modo bizzarro: sono capace di perdermi al volante della mia auto, ma ogni metro che faccio a piedi lascia una traccia indelebile nelle mie sinapsi. E ogni traccia va a comporre un’accurata mappa generale con la quale mi oriento.

Le tracce nel mio cervello sono molto particolari e molto dettagliate: so che salendo un sentiero incontrerò un albero torto o che poco dopo la curva, appena oltre il rudere della stalla, ci sarà una fonte d’acqua. E a rendere vivido il particolare, a fissarlo in modo permanente nella mia testa, ci sono i ricordi personali (qui mi sono fermato a mangiare, qui ho visto quel gruppo di stambecchi, qui mi sono sdraiato a prendere il sole) e le emozioni (il vento sul viso quel giorno con le nuvole, la paura di dover tornare indietro, la soddisfazione di una vetta).

Così la sensazione che più amo è quando un pezzo di sentiero si congiunge ad un altro pezzo, e la mia mappa si allarga, delle aree grigie diventano vivide. Quel piccolo click mentale della tessera del puzzle che va al suo posto.

carta sentieri

Amo le carte geografiche, le mappe dei sentieri, le studio prima dell’escursione e le riguardo dopo. Collego ogni simbolo grafico ai miei ricordi. Così spesso mi basta scorrere il dito su una vecchia cartina per rivivere dei bellissimi istanti.

Nelle giornate di pioggia o in questi giorni di autoisolamento, è bello passare un pomeriggio in compagnia di queste vecchie amiche.

Poi ci sono gli atlanti stradali.
Carte pensate per chi viaggia in automobile. Grosse linee che balzano fuori dalla carta e annullano i particolari. Paesi che diventano puntini, ponti che sono un tratteggio, montagne appiattite e fiumi trasformati in linee sottili e quasi invisibili.
Un po’ quello che succede quando viaggi in autostrada e la velocità rende sfocato il paesaggio, annulla odori e suoni, confonde i colori.

Ed ecco che torniamo al punto di partenza.
Nulla mi dà più soddisfazione di quando, valicando un colle e scendendo al paese di fondo valle, realizzo che a piedi ho fatto molta meno strada che gli altri in automobile. E’ la vendetta di Davide su Golia, la rivincita dei poveri, ma mi riempie il cuore di orgoglio.

Potete immaginare la Valle d’Aosta come una lisca di pesce. Dalla valle centrale dove scorre la Dora, si dipartono numerose valle laterali.
Per congiungere il paese in testa ad una valle laterale con il suo omologo nella valle parallela, le strade asfaltate ridiscendono fino alla valle centrale.

Noi no. Noi balziamo di colle in colle, di paese in paese, senza mai deviare dall’obbiettivo.

Questo prendere la distanza dall’asfalto, il ricercare uno spazio ancora selvaggio, un cammino a misura d’uomo e non di veicolo, è il mio Sacro Graal.

Le due Alte Vie che cingono la Valle (il percorso del Tor des Géants per i trailers) sono un perfetto esempio di tutto ciò.
Ma ce ne sono molte altre: i percorsi dei ru (i canali disegnati dall’uomo per portare acqua ai campi), le vie che congiungono le valli, e quelle che io chiamo concatenazioni (rubando il termine all’alpinismo) linee immaginarie che mettono insieme luoghi a me cari o, più semplicemente, le case degli amici alla mia.

In questo inverno strano, sto percorrendo a tratti il Cammino Balteo, che pecca forse di essere troppo vicino alla valle centrale e all’autostrada che la percorre, ma in cambio regale scorci particolarissimi e piccole gemme dimenticate.

Ma di questo bisognerà parlarne in un altro momento…

Correre per una lacrima, una lacrima per correre

Ho scritto questo pezzo a dicembre 2011, il giorno dopo essere stato a Reggio Emilia in occasione della Maratona del Tricolore (la cui 24^ edizione si è corsa ieri). Non ero andato lì per partecipare alla gara, ma avevo lo stand di X.RUN (la rivista che ho fondato) e di Emergency.
Ma lo trovo ancora attuale…

partenza Maratona del Tricolore

Ero alla Maratona di Reggio Emilia.

Scrivo “ero” perché la mia presenza si è limitata a presenziare allo stand di X.RUN for EMERGENCY e non a correre la gara.
Se provo a definire le sensazioni che regnavano dentro di me in quel sabato premaratona, la parola che mi viene in mente è fastidio.
Fastidio per non poter correre, fastidio per sentirmi tagliato fuori da quel bel gioco che tanto mi prende, e invidia per questa folla di persone in tuta che stringe tra le mani la busta con il pettorale.

Ho individuato la ragazza quando era ancora un po’ lontana dallo stand di Emergency.
La prima cosa che mi ha colpito è stata l’andatura: sembrava esitante, si avvicinava rapida agli stand come sospinta da una grande determinazione e una volta arrivata a contatto si ritraeva di un passo o due. Curioso…
La seconda cosa, una volta che è stata più vicina, è stato il suo sorriso: un sorriso generoso, bello e buono, eppure trattenuto, timido… in linea con la sua andatura.
La terza cosa, quella che mi ha strappato un sorriso invidioso, è stato il suo cappellino: uno dei classici cappellini a visiera, ma con la scritta Randagio ricamata sopra…

La ragazza si è avvicinata, mi ha detto a mezza voce “ritorno dopo” (come fanno in mille alle fiere) e si è allontanata verso l’area del ritiro magliette e pacchi gara.
Poi, però, lei è tornata e abbiamo parlato un po’.
Ho rotto il ghiaccio io, parlando di Emergency e di cosa fanno nel mondo.
Lei mi ha detto che è un medico e che lavora in Pronto Soccorso.
Le ho raccontato perché X.RUN supporta Emergency e di come la corsa possa essere molto di più di un passatempo.
E lei mi raccontato della sua passione per la montagna e di come qualche tempo prima fosse stata coinvolta in un incidente d’auto mentre era sull’ambulanza e avesse rischiato di rimetterci la vita.
Prima di salutarla le ho chiesto cosa pensava di fare il giorno dopo. Se cercava il record personale o voleva semplicemente divertirsi.

Ed ecco ripetersi il miracolo.
Mi ha detto che voleva solo arrivare in fondo, provare a se stessa che era davvero tornata a vivere dopo l’incidente.
Mentre parlava non ha saputo trattenere la commozione, la voce tremava e sugli occhi è passato rapido il velo liquido di una lacrima.
Mi ha sorriso imbarazzata, scusandosi per quell’attimo di debolezza.

In verità quello è stato il più bel regalo che poteva farmi.

Quella lacrima mi ha cambiato la giornata ed ha dato un senso al mio essere lì.
Per un brevissimo istante è saltato il tramezzo che costruiamo tra la nostra facciata e quello che siamo veramente.
Se sapremo far parlare la parte nascosta dietro il tramezzo, allora ci sarà ancora speranza per il genere umano.

Grazie anonima amica per aver condiviso con me per un paio di minuti la tua vera essenza.

Una cosa nuova

Lo volevo fare da tempo e un po’ per la pigrizia, un po’ per la mancanza di occasioni, un po’ perché l’elenco delle cose che vorresti fare supera il numero delle ore a disposizione, non era mai capitato.
Invece questo fine settimana, complice Denis Falconieri che mi ha coinvolto, ho per la prima volta fatto un’uscita di sci alpinismo.

Niente di speciale (anche perché io non indossavo gli sci da discesa da almeno 20 anni, forse più), siamo saliti nel bosco e siamo scesi su pista.
Percorso non impegnativo e giornata stre-pi-to-sa!

Siamo partiti prestino, così da essere in ombra per buona parte della salita ed evitare la ressa di Sant’Ambrogio in discesa.

Sci Alpinismo a Pila

E’ stato bello.
Certo un po’ faticoso a salire, ma ero così concentrato in quello che facevo (ed avevo così paura della discesa) che la fatica l’ho sentita poco.

Quando, bloccati gli attacchi, ho iniziato a sciare sono riaffiorati i ricordi dei movimenti e sono sceso. Magari a spazzaneve per i primi tratti, sicuramente non bello da vedere e sicuramente lentissimo, ma sono arrivato in fondo.

Insomma, esperienza da ripetere.

Ma c’è un corollario a questa esperienza.
Quando siamo partiti ho automaticamente impostato il gps, come faccio ogni volta che vado in montagna, e al momento di selezionare l’attività ho scelto “scialpinismo”. Era la prima volta che mi capitava e mi ha dato una scossa.

Quando era stata l’ultima volta che avevo fatto qualcosa di nuovo?

Tutta la giornata è stata così all’insegna del provare cose nuove: dagli sci che sono molto più tecnici al modo di usarli (in salita).

Rinnovarsi e sperimentare.
Sono sempre stato convinto che fossero le chiavi per mantenersi attivi. Ma forse negli ultimi anni me ne ero un po’ dimenticato.

Oggi, grazie a questa bella uscita, ho riprovato la sensazione di fare qualcosa di nuovo. E ne sono tornato carico di energia…

I segni del natale

Da quando vivo in un paesino della Valle d’Aosta (52 anime, per i più curiosi), ogni volta che vado a Milano, o visito un’altra città, mi sorprendo di piccole cose che, quando a Milano abitavo, non emergevano dall’inconscio fino alla soglia dell’attenzione.

Questa mattina, ad esempio, ho notato le innumerevoli luminarie che ogni città “indossa” per prepararsi al periodo natalizio.

Anche da noi, ovviamente, c’è qualche casa in cui fanno bella mostra di sé delle lucine natalizie, e il Comune (che è lo stesso per più paesi) si preoccupa di mettere un albero di natale in ogni centro abitato.

Ma è nulla se confrontato con quello che si vede in città.

Mi piace pensare che noi cerchiamo il natale in segni diversi.

Prima di tutto nella natura che ci circonda. La neve sugli alberi e sui sentieri del bosco, l’odore dei fuochi a legna che riscaldano le case, il freddo delle mattine presto quando esci di casa e nel cielo blu si stagliano le vette innevate. L’Inverno alle porte, insomma…

Poi nelle persone.

Tutto l’anno nelle micro comunità c’è una cordialità diversa rispetto ai grandi raggruppamenti urbani. Ci si conosce tutti per nome, ci si saluta sempre, si chiacchiera (molte volte alle spalle).
A natale, però, lo scambio di auguri e il maggior calore si ammanta di un sapore di vecchie tradizioni.

Anche grazie alle piccole iniziative: tutti i bambini e gli anziani del paese ricevono un regalo dalla comunità.
Per i bambini si fa una festa in cui si trovano tutti assieme e aspettano il babbo natale della proloco.
Gli anziani, invece, ricevono a casa loro la visita di un volonteroso che, con l’occasione di portare il regalo, scambia due chiacchiere e beve un bicchiere di vino.

Non ci sono vetrine.
Non ci sono luminarie.
Non c’è musica nell’aria.
Non ci sono file nei negozi (non ci sono proprio i negozi).

Eppure è lo stesso natale.

Eppure, è natale lo stesso.