Correre per una lacrima, una lacrima per correre

Ho scritto questo pezzo a dicembre 2011, il giorno dopo essere stato a Reggio Emilia in occasione della Maratona del Tricolore (la cui 24^ edizione si è corsa ieri). Non ero andato lì per partecipare alla gara, ma avevo lo stand di X.RUN (la rivista che ho fondato) e di Emergency.
Ma lo trovo ancora attuale…

partenza Maratona del Tricolore

Ero alla Maratona di Reggio Emilia.

Scrivo “ero” perché la mia presenza si è limitata a presenziare allo stand di X.RUN for EMERGENCY e non a correre la gara.
Se provo a definire le sensazioni che regnavano dentro di me in quel sabato premaratona, la parola che mi viene in mente è fastidio.
Fastidio per non poter correre, fastidio per sentirmi tagliato fuori da quel bel gioco che tanto mi prende, e invidia per questa folla di persone in tuta che stringe tra le mani la busta con il pettorale.

Ho individuato la ragazza quando era ancora un po’ lontana dallo stand di Emergency.
La prima cosa che mi ha colpito è stata l’andatura: sembrava esitante, si avvicinava rapida agli stand come sospinta da una grande determinazione e una volta arrivata a contatto si ritraeva di un passo o due. Curioso…
La seconda cosa, una volta che è stata più vicina, è stato il suo sorriso: un sorriso generoso, bello e buono, eppure trattenuto, timido… in linea con la sua andatura.
La terza cosa, quella che mi ha strappato un sorriso invidioso, è stato il suo cappellino: uno dei classici cappellini a visiera, ma con la scritta Randagio ricamata sopra…

La ragazza si è avvicinata, mi ha detto a mezza voce “ritorno dopo” (come fanno in mille alle fiere) e si è allontanata verso l’area del ritiro magliette e pacchi gara.
Poi, però, lei è tornata e abbiamo parlato un po’.
Ho rotto il ghiaccio io, parlando di Emergency e di cosa fanno nel mondo.
Lei mi ha detto che è un medico e che lavora in Pronto Soccorso.
Le ho raccontato perché X.RUN supporta Emergency e di come la corsa possa essere molto di più di un passatempo.
E lei mi raccontato della sua passione per la montagna e di come qualche tempo prima fosse stata coinvolta in un incidente d’auto mentre era sull’ambulanza e avesse rischiato di rimetterci la vita.
Prima di salutarla le ho chiesto cosa pensava di fare il giorno dopo. Se cercava il record personale o voleva semplicemente divertirsi.

Ed ecco ripetersi il miracolo.
Mi ha detto che voleva solo arrivare in fondo, provare a se stessa che era davvero tornata a vivere dopo l’incidente.
Mentre parlava non ha saputo trattenere la commozione, la voce tremava e sugli occhi è passato rapido il velo liquido di una lacrima.
Mi ha sorriso imbarazzata, scusandosi per quell’attimo di debolezza.

In verità quello è stato il più bel regalo che poteva farmi.

Quella lacrima mi ha cambiato la giornata ed ha dato un senso al mio essere lì.
Per un brevissimo istante è saltato il tramezzo che costruiamo tra la nostra facciata e quello che siamo veramente.
Se sapremo far parlare la parte nascosta dietro il tramezzo, allora ci sarà ancora speranza per il genere umano.

Grazie anonima amica per aver condiviso con me per un paio di minuti la tua vera essenza.

Una cosa nuova

Lo volevo fare da tempo e un po’ per la pigrizia, un po’ per la mancanza di occasioni, un po’ perché l’elenco delle cose che vorresti fare supera il numero delle ore a disposizione, non era mai capitato.
Invece questo fine settimana, complice Denis Falconieri che mi ha coinvolto, ho per la prima volta fatto un’uscita di sci alpinismo.

Niente di speciale (anche perché io non indossavo gli sci da discesa da almeno 20 anni, forse più), siamo saliti nel bosco e siamo scesi su pista.
Percorso non impegnativo e giornata stre-pi-to-sa!

Siamo partiti prestino, così da essere in ombra per buona parte della salita ed evitare la ressa di Sant’Ambrogio in discesa.

Sci Alpinismo a Pila

E’ stato bello.
Certo un po’ faticoso a salire, ma ero così concentrato in quello che facevo (ed avevo così paura della discesa) che la fatica l’ho sentita poco.

Quando, bloccati gli attacchi, ho iniziato a sciare sono riaffiorati i ricordi dei movimenti e sono sceso. Magari a spazzaneve per i primi tratti, sicuramente non bello da vedere e sicuramente lentissimo, ma sono arrivato in fondo.

Insomma, esperienza da ripetere.

Ma c’è un corollario a questa esperienza.
Quando siamo partiti ho automaticamente impostato il gps, come faccio ogni volta che vado in montagna, e al momento di selezionare l’attività ho scelto “scialpinismo”. Era la prima volta che mi capitava e mi ha dato una scossa.

Quando era stata l’ultima volta che avevo fatto qualcosa di nuovo?

Tutta la giornata è stata così all’insegna del provare cose nuove: dagli sci che sono molto più tecnici al modo di usarli (in salita).

Rinnovarsi e sperimentare.
Sono sempre stato convinto che fossero le chiavi per mantenersi attivi. Ma forse negli ultimi anni me ne ero un po’ dimenticato.

Oggi, grazie a questa bella uscita, ho riprovato la sensazione di fare qualcosa di nuovo. E ne sono tornato carico di energia…

I segni del natale

Da quando vivo in un paesino della Valle d’Aosta (52 anime, per i più curiosi), ogni volta che vado a Milano, o visito un’altra città, mi sorprendo di piccole cose che, quando a Milano abitavo, non emergevano dall’inconscio fino alla soglia dell’attenzione.

Questa mattina, ad esempio, ho notato le innumerevoli luminarie che ogni città “indossa” per prepararsi al periodo natalizio.

Anche da noi, ovviamente, c’è qualche casa in cui fanno bella mostra di sé delle lucine natalizie, e il Comune (che è lo stesso per più paesi) si preoccupa di mettere un albero di natale in ogni centro abitato.

Ma è nulla se confrontato con quello che si vede in città.

Mi piace pensare che noi cerchiamo il natale in segni diversi.

Prima di tutto nella natura che ci circonda. La neve sugli alberi e sui sentieri del bosco, l’odore dei fuochi a legna che riscaldano le case, il freddo delle mattine presto quando esci di casa e nel cielo blu si stagliano le vette innevate. L’Inverno alle porte, insomma…

Poi nelle persone.

Tutto l’anno nelle micro comunità c’è una cordialità diversa rispetto ai grandi raggruppamenti urbani. Ci si conosce tutti per nome, ci si saluta sempre, si chiacchiera (molte volte alle spalle).
A natale, però, lo scambio di auguri e il maggior calore si ammanta di un sapore di vecchie tradizioni.

Anche grazie alle piccole iniziative: tutti i bambini e gli anziani del paese ricevono un regalo dalla comunità.
Per i bambini si fa una festa in cui si trovano tutti assieme e aspettano il babbo natale della proloco.
Gli anziani, invece, ricevono a casa loro la visita di un volonteroso che, con l’occasione di portare il regalo, scambia due chiacchiere e beve un bicchiere di vino.

Non ci sono vetrine.
Non ci sono luminarie.
Non c’è musica nell’aria.
Non ci sono file nei negozi (non ci sono proprio i negozi).

Eppure è lo stesso natale.

Eppure, è natale lo stesso.

Cose che capitano

Capita che un giovedì qualsiasi devi andare dal gommista per fare il cambio gomme estate/inverno. Hai preso appuntamento al mattino presto per poter andare in ufficio subito dopo.
La ragazza, efficentissima stile Milano, ha preso in carico la macchina e ti ha offerto un caffè.

Adesso sei comodamente seduto in sala d’attesa, con un canale che passa musica soul nell’impianto stereo, stai leggendo l’ultimo di Carofiglio (qui la recensione) nel tiepido abbraccio di una poltroncina, quando si spalanca la porta e un individuo (razza umana, massiccio, vestiti dimessi, trentenne che però ne dimostra 10 di più) fa la sua comparsa.

Si siede alla scrivania dell’accoglienza proprio davanti alla ragazza (dalla conversazione si capisce che è un cliente abituale) ed inizia a chiacchierare del più e del meno mentre attende la sua vettura.

sala d'attesa

Non appena la ragazza si alza per andare a recupera le chiavi dell’auto, quello si guarda intorno e mi chiede cosa sto leggendo.
Rispondo a mezzavoce, tanto per non far continuare la conversazione, ma – evidentemente – non gli interessava la mia risposta ma solo dare spazio alla sua voce.

Così, mentre io alzo gli occhi al cielo e abbasso il libro sulle ginocchia, inizia a raccontarmi della sua vita.
Che sta per chiudere la ditta; che si occupano di fornire manodopera non qualificata; che sta per andare a Cuneo per portare dei soldi alla squadra altrimenti non riescono a pranzare; che lavorano in una cartiera dove dividono carta e plastica; che le cartiere devono stare vicino al fiume; che a Cuneo troverà la neve; che lo ha mollato la compagna; che si sposta di camera in camera, di alloggio in alloggio; che in valigia ha solo un libro che, non avendo la televisione, continua a leggere; che lui non ha mai comprato libri ma che questo l’aveva scritto il cognato di suo suocero (ex suocero); che questo cognato era un personaggio famoso, tale Silvio Da Rù, attore e regista, oltre che scrittore…

Finalmente è tornata la ragazza e mi ha liberato dell’ingombrante presenza di questo signore (“adesso vado che devo arrivare presto; io pensavo di chiudere la ditta questa settimana, ma già la prossima tiro giù la clerc; ma non ti preoccupare per i soldi, adesso ti do un anticipo di 100 euro ma salda il capo domani o dopo…”)

Io ho googolato il nome del cognato e ho scoperto che aveva scritto anche una graphic novel sulla storia di Milano.
L’ho ordinata… mi arriva a giorni… poi vi faccio sapere!

Il figlio della montagna

Tom Ballard il figlio della montagna

Non dev’essere stato facile per Marco Berti scrivere questo libro.
Arrivato in libreria pochi mesi dopo la morte di Tom Ballard, il giovane alpinista inglese scomparso insieme a Daniele Nardi mentre tentavano la prima invernale sul Nanga Parbat.

La vicenda è stata vivisezionata nel mondo della montagna ed è stata oggetto di attenzione mediatica.

Un breve riassunto dei fatti.
A fine febbraio 2019 (il giorno 24) si perdono i contatti con la cordata formata da Nardi e Ballard mentre tentavano l’ascesa alla vetta del Nanga Parbat lungo lo Sperone Mummery.
Scattano i soccorsi, ma sono rallentati dal cattivo tempo. Solo dopo il 2 marzo alcuni soccoritori raggiungono il campo base ed iniziano le esplorazioni per cercare di individuare i due alpinisti (pur sapendo che le probabilità di trovarli vivi fossero molto remote).
Il 9 marzo viene ufficializzata la notizia che i due corpi sono stati individuati con un telescopio e che non si può più fare nulla.

Come dicevo all’interno del mondo dell’alpinismo si discute molto (e si era già discusso in precedenza) su quanto accaduto. Anche polemicamente.
Daniele Nardi e Tom Ballard sono una “strana coppia”, tanto il primo era un personaggio quanto il secondo preferiva restare in ombra.

I media non specialistici si impossessano delle polemiche e, nei giorni delle ricerche, anche con poco senso di correttezza, ne danno ampio risalto.
E come al solito, trovati i corpi e finita l’enfasi dell’attenzione nazionale ed internazionale, se ne dimenticano.

Non così Marco Berti, che è quanto di più vicino ad un amico di Tom Ballard si possa immaginare.
A lui propongono di scrivere una biografia del giovane alpinista. A lui che avrebbe voluto più volte celebrare le grandi imprese dell’amico ma che mai si sarebbe aspettato (anche per motivi anagrafici) di doverne scrivere dopo la morte.

Alla fine accetta e ne esce un libro strano, Tom Ballard il figlio della montagna.

La prima sezione è firmata da Messner che spiega cosa sia lo Sperone Mummery sul Nanga, la seconda sezione è opera di Alessandro Filippini che inquadra la spedizione, la terza sezione è formata dal rapporto scritto da Alex Txicon l’alpinista basco che ha guidato i soccorsi.

Poi inizia il corpo centrale che racconta, attraverso le sue scalate, la vita di Tom Ballard. E’ la parte più viva e vivida, scritta da Marco Berti e nella quale traspare sia l’affetto che unisce i due sia, soprattutto, il dolore per la perdita.

A chiudere il libro una corposa serie di appendici che offrono informazioni utili a chi vuole approfondire meglio.

Come dicevo un libro formalmente strano, ma che si legge tutto d’un fiato; con tante sezioni che, all’inizio spiazzano ma che alla fine sono le parti di un calco in gesso, di un’immagine in negativo, che fa intuire quello che è stato Tom Ballard.

Un personaggio descritto dai suoi silenzi e dalle sue assenze, che ha lasciato traccia di se soprattutto nell’incredibile lista di ascensioni di qualità altissima che ha compiuto.

La storia di Tom Ballard è tragica fin dall’inizio.
La madre è una famosa alpinista, Alison Hargreaves, morta sul K2 all’apice della fama, lasciando Tom (che aveva sei anni) e la sorella Kate.
Il padre, Jim, porta i due figli al campo base della spedizione a rendere l’ultimo saluto alla mamma. E negli anni a venire, rispettando una promessa fatta alla moglie, fa vivere ai figli una vita avventurosa.

Se cerco di immaginarmi Tom Ballard mi viene in mente Christopher McCandless, il giovane reso celebre dal libro Into the Wild di Krakauer, idealista fino all’estremo, amante della natura nella sua forma più selvaggia.

Tom Ballard è tutto questo e molto di più.
Ha un approccio poetico alla montagna cui si avvicina seguendo lo stile etico dei primi alpinisti, concentrato nella ricerca di un suo piacere estetico per la vetta e totalmente immune al risvolto pubblico di essa.

Non gli interessa apparire. Anche a costo di rinunciare a sponsorizzazioni che gli permetterebbero di compiere più “comodamente” le sue imprese.
Non so se fosse timido o se, semplicemente, preferisse la solitudine.

Di certo è l’ultimo dei romantici, anche se spero per il bene dell’Umanità, che continuino ad esistere persone come lui.

Tom Ballard il figlio della montagna
Marco Berti
Edizioni Solferino
267 pagg. / 18,00 euro

Il riciclo è un’arte

Il martedì mattina, intorno alla Montagnetta di San Siro, è giorno di raccolta immondizia.
Sovente, correndoci, incrocio una coppia di zingari che frugano nei sacchi dell’indifferenziata a caccia di qualcosa di utile.

A volte è lei ad esaminare soddisfatta un vecchio maglione o un paio di jeans.
A volte è lui a sollevare una coppia di diffusori da pc o un elettrodomestico da cucina.
Ed ogni volta mi colpisce con forza l’evidenza che ciò che noi chiamiamo spazzatura per altri possa celare doni inaspettati.

Quel particolare martedì (parlo di cinque anni fa ormai) correvo con Matteo, un ragazzo cieco che accompagnavo durante i suoi allenamenti lenti.
E’ appassionato di storie e gli raccontavo di un altro zingaro, Django Reinhardt, che suonava così bene il banjo da essere ingaggiato a soli 15 anni, da una popolare orchestra jazz.

Django Reinhardt

Ma la felicità del ragazzo era stata di breve durata.
Il carrozzone dove viveva era andato a fuoco e lui aveva subito delle lesioni gravissime alla gamba destra e al braccio sinistro, tanto che non poteva più muovere il mignolo e l’anulare, in pratica la fine della sua carriera di musicista.
Invece il giovane Django, nell’anno di ospedale che c’era voluto per rimetterlo in piedi, si era esercitato con la chitarra che suonava con maestria totale e, ovviamente, uno stile “a due dita” del tutto personale.

Django Reinhardt oggi è considerato una leggenda del jazz e un esempio per i chitarristi.

E Matteo aveva commentato: “Che storia! Che personaggio! E’ riuscito a riciclarsi”

Allora i due pezzi si sono incastrati, la coppia di zingari che riciclavano i nostri rifiuti e il vecchio Django che era riuscito a riciclare se stesso e la sua vita, mi sono apparsi collegati in un’altra prospettiva.

Lo strumento che c’è alla base della filosofia del riciclo sono gli occhi con cui guardi le cose.
Che si tratti di un vecchio oggetto o di quello che vedi nello specchio al mattino, l’importante è cambiare l’atteggiamento, puntare a quello che si può ancora ottenere da noi stessi e non a quello che non possiamo più fare.
Una forma di ottimismo delle azioni.

E che ad insegnarmelo siano stati degli zingari… beh, quello aggiunge fascino alla storia…

Dietro un filtro Instagram

Durante il lungo fine settimana di Ognissanti, le nuvole hanno preso d’assedio il mio paese. Mi svegliavo avvolto da una coltre lattiginosa e la sera faceva buio prima di aver visto il cielo.

“Sembra di essere a Milano” mi sono detto.
Ma quando sono sceso a valle a fare la spesa, ho scoperto che si trattava proprio di nuvole, non di nebbia.

La controprova l’ho avuta sabato mattina quando sono uscito a correre.

Mi era sembrato che il cielo si aprisse (traduzione: ero riuscito a scorgere le altre case del paese) così, senza esitare, ho indossato le scarpette e sono partito.

Nei primi chilometri, invece, era proprio come correre nella nebbia.
Fiato corto, come se respirassi acqua, visibilità scarsa (tanto che ad un certo punto del mio solito giro ero incerto su dove fossi arrivato).

Correvo lungo una poderale, con prati alla mia destra e alla mia sinistra, avevo sentito il muggito di una mucca e qualche campanaccio poco prima, ma era l’unica traccia di vita animata attorno a me.

Decido di allungare un po’ e continuo fino a raggiungere la croce al colle, ma anche lì, nonostante si passi un tratto d’asfaltata, nessun segno di presenze umane.

Sconcertato piego a sinistra e decido di ritornare per il bosco.

E lì si compie la magia.

La bambagia bianca attraverso la quale correvo, non riesce a penetrare del tutto i fusti degli alberi, così le nuvole devono manifestarsi per quello che sono e si sfrangiano e si sfilacciano avvolgendo solo in parte le chiome degli alberi.

Se alzo gli occhi continuo a vedere in lontananza il muro bianco, ma è come se la foresta fungesse da scudo.

Foliage autunnale

La luce penetra e crea un effetto strano, quasi come un filtro di instagram. Tutti i colori, forse per il contrasto con il biancore esterno, appaiono più vividi: le foglie dei faggi sono d’oro, quelle dei castagni sono bronzee, e se abbasso lo sguardo verso il sentiero scopro di calpestare una tavolozza che va dal marrone scuro al giallo, passando per tutte le possibili sfumature.

Rincuorato da questa sinfonia di colori accelero il passo per arrivare al più presto sulla piana da dove solitamente scorgo il Monte Bianco, il Monte Zerbion, il Mont Avic e tutte le belle cime a cui ho imparato a dare del tu…

Ma grande è la mia delusione quando, sul limitar del bosco, scopro che ad attendermi c’è di nuovo il velo bianco che tutto copre.

Per ripicca ho allungato ancora, sono arrivato al paese sopra al mio e sono sceso lungo la strada asfaltata, tenendo un ritmo d’altri tempi (in discesa siamo buoni tutti!).

Ma anche qui non c’era traccia d’anima viva (e non scelgo le parole a caso, visto che sono passato proprio accanto al camposanto).

Arrivato a casa, prima di infilarmi sotto la doccia, ho acceso la televisione, tanto per essere sicuro che il mondo non fosse finito…

Il colore del grano

Cos’hanno in comune la volpe del Piccolo Principe e una sconfitta sportiva?
Probabilmente il legame appare chiaro a chi ama lo sport e ha incrociato da piccolo il capolavoro di Antoine de Saint-Exupery.
Ne Il Piccolo Principe il protagonista incontra una volpe che, come lei stessa sottolinea, non è addomesticata.
E quando il ragazzino chiede cosa significhi “addomesticare”, la simpatica creatura svela una delle più toccanti metafore di una Storia d’Amore.

Il piccolo principe e la volpe

Addomesticare vuol dire creare legami

[omissis]

Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini.
E non ho bisogno di te.

E neppure tu hai bisogno di me.
Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.

Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro.
Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

[omissis]

Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile.
I campi di grano non mi ricordano nulla.
E questo è triste!

Ma tu hai dei capelli color d’oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato.
Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te.

E amerò il rumore del vento nel grano…

Così il Piccolo Principe addomestica la volpe, ma giunge il momento della partenza.

“Ah!” disse la volpe, “Piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il Piccolo Principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il Piccolo Principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano

Non la ricordavate? Bella vero?
Ho avuto la fortuna di sentirla leggere da Lella Costa qualche tempo fa.
L’aveva scelta come brano sull’Amore

La cosa mi aveva colpito perché si parla di un momento difficile, del distacco.

Eppure il vero senso dell’Amore è la sua impermanenza.
Esiste per un attimo e poi muta.

Ed ecco che torna il punto di contatto con la sconfitta.
Immaginiamo che stai osservando la tua squadra del cuore impegnata in una partita importante (ma vale anche per quando siamo noi a metterci in gioco).
Soffri temendo che non vinca (perché perdere è una sofferenza, così come il non vincere…)
Però sei lì, ad osservare i tuoi idoli, ad incitarli.
Nella speranza di poter gioire, di poter imparare il colore del grano.

What a show

Che spettacolo!
Vienna, ore 8:15, Eliud Kipchoge tenta di abbattere uno dei grandi muri dell’atletica: due ore in maratona.

Una macchina organizzativa perfetta.
Treni di 7 lepri che si alternano, cinque davanti e due dietro, nero vestiti, come pretoriani che scortano lui, vestito di bianco.
Una macchina elettrica che anticipa il drappello, con un raggio laser che disegna sull’asfalto una gabbia di linee che mantiene la velocità per battere il record.
Un percorso a bastone, un anello da ripetere enne volte con due giri di boa abbastanza stretti.
Gli allenatori che lo seguono in bicicletta con un computer montato sul manubrio.

20 mila persone che, nel parco del Prater, affollano le transenne e lo sostengono con un tifo da stadio per l’intera durata del tentativo.
Diretta televisiva su tutte le grandi reti, oltre che streaming su YouTube.

INEOS 159 challenge

E poi c’era lui.
Eliud Kipchoge, una macchina da corsa dalla meccanica perfetta, ma soprattutto una grande testa che lo sostiene e un cuore che lo ispira.
Detiene il record mondiale di maratona.
Ha già provato due anni fa ad abbattere il record (leggi qui).
Ed oggi corre in totale controllo.

Eliud Kipchoge

Per chi non comprendesse la dimensione dell’impresa: si tratta di viaggiare oltre i 21km/h (per noi appassionati di corsa 2’50″/km).
Come ha detto bene Giorgio Rondelli, grandissimo allenatore e commentatore capace di istruirci ecommuoverci, basta provare ad andare in pista e compiere un giro in 68 secondi.
Finirete senza fiato e lontani da quel tempo. Kipchoge deve mantenere quella velocità per 42km e 195 metri.

La sensazione che il record fosse alla sua portata c’era dal primo chilometro.
Una corsa controllata, un metronomo assoluto, negli ultimi 5 chilometri sorrideva sentendo le gambe che andavano a quel ritmo assurdo per chiunque altro apparentemente senza sforzo per lui, passato il cartello dell’ultimo chilometro ha superato le lepri e ha corso probabilmente il chilometro più veloce dell’intera maratona.

1 ora, 59 minuti e 40 secondi.

Oggi a Vienna, Eliud Kipchoge, ha fatto la Storia.

E’ stato un punto di svolta per lo sport, ma è stato anche un punto di svolta per l’atletica spettacolo.
C’erano i grandi sponsor INEOS in primis, ma anche Nike che era protagonista del primo tentativo.
C’era il grande pubblico (e mentre scrivo non so quante persone fossero collegate via televisione).

Ho scritto questo pezzo a caldo, e mi rendo conto che non ho citato il fatto che tra le lepri ci fossero i grandi nomi dell’atletica, campioni olimpici al servizio di un sogno.

Non ho citato che all’arrivo Kipchoge saltava come un grillo e correva senza sforzo, in barba al fatto che aveva appena abbattuto uno dei muri che si pensavano invalicabili.

Ma mi resta la certezza che i parchi di tutto il mondo oggi saranno pieni di persone che corrono con negli occhi quel piccolo uomo con la canotta bianca che ha affermato una volta in più che l’essere umano deve ancora scoprire i propri limiti.