Bibliofilie

Philippe Delerm è un prolifico scrittore francese diventato famoso per un libro in cui sono raccolti dei poemi in prosa, cioè dei brevi testi iconici. Il libro era “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita”. Un breviario da consultare per sorridere e apprezzare le cose che abbiamo tutti e che, di solito, non notiamo nemmeno. [qui il link a Wikipedia]

Il titolo è geniale (forse ancor più del testo) e racchiude una grande verità.

Ci sono tanti piccoli piaceri che rendono la nostra vita bella da vivere.
Il primo sorso di birra in estate dopo una corsa o dopo un’escursione è un ottimo esempio. Ma anche uscire a settembre indossando una felpa dopo i calori di agosto; oppure sbucare in cima ad un colle e osservare il panorama che si dischiude davanti a noi; o restare nel letto nei mattini d’inverno avvolgendosi nelle coperte per trattenere il calore del corpo mentre sul viso si sente il freddo nella stanza…

Insomma, avete capito di cosa parlo.

Da poco ho aggiunto un nuovo piacere ai molti di cui già godo, ma devo fare un piccolo passo indietro.

Amo i libri. Amo leggerli prima che scriverli. Amo sfogliarli. Amo scoprirli attraverso i consigli di un amico, attraverso un testo in cui incappo, attraverso una visita in libreria o un colpo di fortuna.

Quando mi sono spostato dalla grande casa di Milano al primo piccolo alloggio in montagna ho deciso che avrei lasciato la gran parte della mia collezione (avevo circa 5mila libri) per far spazio ai nuovi acquisti. Non è stato facile: mi ero messo in testa di portarne solo 100, ma alla fine a salire in quota con me sono stati più del doppio. Comunque, sono ripartito da lì.

Quando ho incontrato mia moglie, anche lei appassionata di libri, abbiamo acquistato una casa molto più grande con librerie dappertutto e le nostre due biblioteche si sono unite. Ovviamente c’era il problema dei libri doppi (sorpresa sorpresa, abbiamo interessi comuni) così da allora c’è una scatola vicino alla porta di casa che contiene libri a disposizione dei nostri amici che possono prendere tutto quello che vogliono.

Un paio d’anni fa è morto mio padre, solo sei mesi dopo la morte di mia madre. Da lui avevo preso la passione per la lettura e i miei genitori avevano una biblioteca di oltre 10 mila volumi. Ce li siamo divisi tra fratelli e ne abbiamo donati tanti, ma comunque una decina di scatoloni è arrivata a casa nostra.

E finalmente arriviamo ai piccoli piaceri della vita.

Apro uno scatolone ogni tanto (ormai sono alla fine) ed estraggo i libri di mio padre. Mi incuriosisce sapere cosa amava leggere e mi sembra di scoprine un lato segreto.

Era un uomo che leggeva soprattutto saggi, pochi romanzi, eppure nell’ultima parte della sua vita si era appassionato a Isabel Allende. Era interessato alla storia (decine di libri sulla Shoah) alla geopolitica del NordEst, alla sua nativa Venezia, ai temi spinosi della religione (tra tutti un incredibile libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano” che mio padre, ateo convinto, ha probabilmente usato per comprendere).

Mi piace sfogliare le pagine polverose (alcuni hanno più di 70 anni), mi piace vedere la sua firma sul frontespizio. Mi piace notare come la firma sia cambiata nel corso degli anni.

Mi sembra di ritrovare un padre più umano, meno distaccato di come io lo ricordavo.

Così nelle mie routine di lettura alterno libri che acquisto o ricevo in regalo con un volume tratto dalla collezione di mio padre. E mi piace scoprire le parole sottolineate, le note a margine scritte a matita (usando un termine più preciso e desueto si tratta di glosse).

È come se leggessi da sopra la spalla di mio padre e lui mi confidasse i sui pensieri, le sue ingenuità, i suoi segreti interessi.

E il mio amore per i libri cresce ogni giorno di più.

Il pacchetto completo

Ho letto, qualche tempo fa sul Corriere della Sera (edizione Trentino), che in quella zona delle Alpi i rifugi iniziano ad avere problemi con turisti che chiedono l’aria condizionata. Le richieste arrivano soprattutto da statunitensi e da persone degli Emirati Arabi, ma -in generale – l’aumento della temperatura e la fuga verso l’alto per sfuggire al calore, ha indotto alcuni turisti “di lusso” a pretendere l’aria condizionata.

Quando mi sono trasferito a vivere in montagna la mia scelta, non del tutto ragionata lo ammetto, era motivata dalla voglia di cambiare stile di vita. Uscire dalle logiche cittadine (dove l’uomo soffoca la natura e piega la realtà ai suoi bisogni) e provare a fare un ritorno ad una realtà meno antropizzata e antropomorfa.

Sono venuto in un piccolo paese dove vivo magnificamente e con grande serenità, ma senza smussare tutte le difficoltà che vivere qui comporta.

Ho un bel giardino, pieno di piante, un’area verde popolata da decine di specie diverse di animali. Un luogo silenzioso e ventilato. Però c’è da tagliare l’erba ogni due settimane d’estate, raccogliere le foglie d’autunno, tagliare gli alberi che crescono troppo e quelli che cadono, potarli, bagnare quando è secco. Insomma, averne cura.

Intorno a noi la fauna è ricchissima: ghiandaie, picchi, cince, merli, passeri, pettirossi, corvi, falchi, ma anche volpi, tassi, faine, cervi, cinghiali, lupi, caprioli. Ma, ovviamente, ci sono anche serpenti, scorpioni, grilli talpa, zecche e via dicendo.

Dal divano di casa si apre la Valle Centrale e in fondo si staglia il Monte Bianco. Ma d’inverno bisogna spalare la neve, tagliare la legna e assicurarsi che resti asciutta per accendere il camino e la stufa, pulire le canne fumarie, dopo averli usati stufa e caminetto vanno aspirati e puliti.

Viviamo lontani dalla confusione della città, in un piccolo paese. Ma dobbiamo fare attenzione a non dimenticare qualcosa della spesa, pena ridiscendere a valle; dobbiamo andare ad Aosta per acquistare certi oggetti o a Torino o a Milano per vedere certi spettacoli.

Quello che sto cercando di dire è che quando ti trasferisci in montagna acquisti il pacchetto completo, con tutti i moltissimi pregi e i, a volte pesanti, difetti.

È una questione di cambiare noi stessi, adattandoci alla realtà, non di cercare di cambiarla.

E i sauditi e gli statunitensi che chiedono l’aria condizionata non hanno capito questo importante passaggio.

Vivere in montagna ti migliora se tu ti adatti a lei. Se cerchi di cambiarla, probabilmente ti spezza.

In morte di FG

Mi si perdonerà lo sciocco gioco di parole del titolo; ho messo insieme una delle canzoni più celebri del Maestrone di Pavana con la notizia che stamattina ha rattristato un po’ tutti.
Lo sapevo che questa giornata sarebbe arrivata, non mi ha colpito alle spalle come è successo per tanti altri artisti che amo. Però rimane quel piccolo grano di amarezza tra i denti, la consapevolezza che non leggeremo più nuovi libri o non sentiremo più le sue affilate analisi sulla società.

Francesco Guccini è morto.

Sono molti gli artisti e i pensatori che mi hanno aiutato a formare un mio pensiero indipendente, Guccini era uno di quelli. Amavo i suoi testi, lunghi e complessi, degli sciolingua da cantare, ma che sapevano raccontare le storie e le emozioni in modo unico.

Non mi aggiungo al coro di quelli che lo ricordano oggi, ma voglio proporvi una cosa che ho scritto più di dieci anni fa. Un pezzo di storia in cui ho giocato con le parole delle canzoni di alcuni autori, Guccini compreso, per dare spessore al mio racconto.

La trovate in questo sito, a questo link.

Vuole essere un omaggio, non un plagio. E forse una testimonianza di quanto Francesco Guccini mi abbia insegnato.

Quanta vita in 5 minuti di coda?

In fila, davanti all’ingresso.
Ho appuntamento alle 9:00. Arrivo un quarto d’ora prima e, proprio quando sto per suonare, noto un cartello:
“Chi ha appuntamento non suoni ma aspetti di essere chiamato”.

Faccio un passo indietro e osservo.

Un uomo sulla trentina che era arrivato poco prima di me, se ne sta in piedi, una cartelletta sotto il braccio, e legge qualcosa sullo smartphone.

Arriva un’altra persona, un uomo che potrà avere una cinquantina d’anni, saluta e mi chiede, ansioso “Ma avete suonato?”.

Rispondo di no, che ho appuntamento alle 9 e attendo il mio turno. L’altro uomo alza gli occhi e dice “Alle 9 anch’io” e poi li riabbassa verso il telefono.

Il neo-arrivato, non contento, spia tra i cartelli della porta finestra e suona una volta. Controlla l’ora, dovrebbero essere aperti, e ci chiede “Ma non c’è nessuno?”. Non rispondiamo. Lui suona di nuovo… Torna indietro. È nervoso. Guarda ancora l’ora.

Finalmente una signora si affaccia e gli chiede cosa desidera.

Intuisco che ha un appuntamento anche lui, alle 9. La signora gli dice che il suo appuntamento è al piano superiore, lui insiste, vuole spiegarsi, la signora gli ripete che deve andare di sopra. Lo fa entrare, scorre un elenco su un foglio di carta, e gli indica qualcosa. Poi lo accompagna fuori e lui, finalmente chetato, sale al piano di sopra.

La signora ci chiede i nomi e cosa dobbiamo fare. Ci fa entrare in un’altra sala d’attesa e lì ci dividiamo, il trentenne e il suo smartphone salgono tre gradini e si mettono in fila davanti ad una porta. Io aspetto di essere chiamato e rifletto.

Quanta vita c’è in cinque minuti di coda?

E ancora.
Il 30enne avrà notato quello che ho notato io, anche se era al telefono?

Sempre più spesso vedo che la maggioranza delle persone, aspettando il pullman o sulla banchina tra i binari del treno, si isolano dal mondo attorno per chiudersi in un mondo digitale. Un mondo dove ti sembra di essere vicino a tutti e intanto ti perdi le persone che sono davvero vicine a te.

Mi chiedo se questo affannarsi a riempire i silenzi, le pause, le attese, con qualcosa di stimolante sia una dipendenza o forse solo paura di restare soli con sè stessi, nel silenzio, nel vuoto. Liberi di pensare a ciò che si vuole.

E poi mi sono detto: “Ma non sei stufo di sentirti brontolare come un vecchio?”. Come il “mio” vecchio; quel padre che ho così tanto criticato e a cui somiglio sempre di più…

P.S. se avete voglia di approfondire, c’è un altro pezzo che in qualche modo è collegato: “Horror vacui”

La sfida degli ‘anta

Sto per compiere 60 anni e li esorcizzo lanciandomi in una nuova sfida, fuori dalla mia comfort zone: un nuovo libro che contiene mie canzoni

Forse potremmo considerarlo un luogo comune o una leggenda metropolitana, ma tutti noi che abbiamo superato i trent’anni sappiamo bene come, all’avvicinarsi della fatidica cifra che finisce con lo zero, si inizia a pensare all’età che avanza. Siano i 40, i 60 o gli 80, si sente sempre un piccolo brivido correre lungo la schiena mentre nel cervello si forma la classica domanda “E adesso? Cosa ne sarà di me?”

La risposta l’abbiamo intorno a noi. Il mondo è pieno di gente che gioca a tennis, va a ballare, scrive poesie, raggiunge vette, corre maratone e la cui carta d’identità sembra mentire. Eppure non ci fidiamo e siamo così spaventati che ci mettiamo in testa di esorcizzare il Tempo compiendo qualche pazzia che ci faccia sentire giovani: un tatuaggio, la motocicletta, un’avventura sentimentale con un partner più giovane.

Non sono esente da questa malattia.
Per esorcizzare i miei 40 anni ho corso la mia prima maratona.
Per esorcizzare i miei 50 anni ho divorziato.
Ed adesso che si avvicinano i 60 ho deciso di uscire di nuovo dalla mia comfort zone, di lasciare l’alveo nel quale scorreva tranquilla la mia vita e provare a lasciare spazio alla cosa che amo di più: creare cose nuove.

Il mio compleanno è tra un paio di mesi, ma la vera festa la faccio il prossimo 15 ottobre, quando debutterà un nuovo progetto che si chiama Conte dai monti. Si tratta di un libro in cui sono raccolte 12 storie ambientate in montagna. Ogni storia può essere letta e può essere ascoltata su Spotify. Ci sono inoltre tre canzoni che ho scritto e che canto io, supportato da alcuni amici musicisti cui non sarò mai grato abbastanza. E c’è soprattutto Bobo Pernettaz, un grande compagno di viaggio, un pittore o, come preferisco dire io, uno scrittore per immagini.

Nei prossimi giorni o settimane, ne sentirete parlare ancora a lungo. Da me e, spero, da altri.
Ma qui, nel mio blog, volevo raccontarvi il motivo che mi ha spinto a mettermi alla prova di nuovo.

Quando cammino in montagna, scelgo sempre percorsi circolari, per non dover ripetere due volte lo stesso sentiero.
Se posso cerco escursioni diverse. E mi piace tantissimo cercare sentieri che uniscono due luoghi, sentieri che io non conosco ma che immagino esistere.
Ho bisogno di provare nuove strade per sentirmi più vivo, per essere stimolato.

Franz Rossi in studio

Ecco, in questo progetto faccio esattamente lo stesso: mi cimento in cose che non ho provato mai.
Scrivo racconti e non un romanzo intero. Scrivo usando un linguaggio diverso, lasciando più spazio all’immaginazione, mi espongo di più sui temi che mi sono cari.
E poi canto e suono, arti che non padroneggio, ma in cui – complice la pazzia dei 60 anni – ho deciso di cimentarmi pubblicamente.

Mi sono divertito moltissimo a lavorare con Bobo. A creare i paesaggi sonori per le storie che ha scritto lui o mettendo la mia penna al servizio di alcune sue idee. Sono stato molto influenzato e spero di aver lasciato anch’io il segno.

Adesso che la data di uscita è prossima, sento l’entusiasmo lasciare il posto all’emozione. Come un debuttante.
Ed in fondo sono contento anche di questo: tutte queste emozioni, la gola secca prima di salire sul palco, la paura che le parole ti lascino, l’ansia dell’andare in scena, sono solo vita che scorre.

Qui sotto la versione “ascoltabile” di questo post:

Ascolta “La sfida degli anta” su Spreaker.

La libertà di sbagliare da solo

La qualità del lavoro è diventato il mio punto cardinale nella scelta della professione, sia come free lance che come imprenditore.

Non so cosa scatti nella testa di una persona, perché si sia più portati a lavorare in un’azienda o si decida di mettersi in proprio, fare il free lance o addirittura creare la propria società.
Non credo che il dipendente sia migliore o peggiore del libero professionista. Entrambi i modi di lavorare sono, appunto, solo modi di lavorare. La differenza sta nella qualità del tuo lavoro. Sta di fatto che io, fin da ragazzo, poco più di ventenne, ho preferito la libertà di sbagliare da solo.

umarell

In quasi 40 anni di vita professionale ho creato, venduto, gestito molte società negli ambiti più diversi.

Ho iniziato creando una società che si avvaleva di una tecnologia all’avanguardia per velocizzare e automatizzare il processo di creazione dei giornali. Ma poi ho spaziato con la creazione di una società che si occupava della digitalizzazione di grandi archivi, una piccola tipografia, una cooperativa che realizzava prodotti editoriali, uno studio che progettava giornali quotidiani, una software house specializzata in automatizzazione di flussi di impaginazione, un’attività di assistenza tecnica su macchine da stampa, una software house dedicata all’industria editoriale e così via.

Tanto lavoro, tante soddisfazioni, tanti anni dietro alle spalle.

Cosa avevano in comune? Un approccio tecnologico alla soluzione di problemi pratici connessi alla creazione di contenuti editoriali.

Alcune di queste società sono floride e continuano a lavorare, altre sono arrivate a fine corsa quando il loro core business è diventato vecchio.

Mi sono domandato il motivo per cui ho intrapreso così tante strade. E non c’è una risposta unica. A volte è stato perché volevo dimostrare che una cosa si poteva fare meglio, altre volte perché avevo un’idea in cui nessun altro credeva, una volta perché mi ero innamorato di un palazzo perfetto per una certa attività, a volte semplicemente per denaro.

Non sono mai diventato ricco (ancora) e non ho mai avuto problemi di soldi (ancora).

Eppure eccomi qui a ripartire con una nuova avventura.

Lo scorso autunno ho dato vita a Borioula Media Company, che chiamiamo BoMeCo. Se siete curiosi di sapere da dove viene il nome o cosa facciamo, visitate il sito (www.bomeco.eu) o seguiteci su LinkedIn.

Io oggi volevo spiegare perché, alla soglia dei 60 anni, mi sono rimesso in gioco. E i motivi sono sostanzialmente tre.

Il primo è che credo che la routine, il rifare per anni la stessa cosa, sia il primo passo verso l’immobilità. Ed io ho bisogno di muovermi per sentirmi vivo.

Il secondo è che ho bisogno di creare qualcosa. Non mi basta più operare nel mondo dei servizi o delle consulenze, voglio che, alla fine della mia giornata di lavoro, ci sia qualcosa di concreto che prima non c’era.

Il terzo motivo, ed è certamente il più importante, è che ho creato BoMeCo come una piattaforma, un hub, in cui lavorare assieme a persone che mi piacciono. E vale per le persone con cui collaboro ma anche per i clienti. Voglio essere felice di incontrarli. Voglio che alla fine della riunione ci sia il tempo per bere una cosa assieme o, ancora meglio, che mentre si passa del tempo assieme nascano idee su nuovi lavori.

Un’utopia? Può essere.

Ma c’è una lezione che ho imparato da un grande uomo, Gino Strada, cofondatore di Emergency che diceva “ogni utopia è un sogno non ancora realizzato”.

Io voglio credere che il mio sogno di lavorare bene grazie al fatto di essere fianco a fianco con persone che stimo sia realizzabile.

Sarà necessario usare tempo e determinazione, ma sono certo che i risultati, misurati in qualità della vita, qualità del prodotto finale e, anche, ritorno economico, arriveranno.

Post Scriptum: come ogni nuovo viaggio, la meta è chiara ma il vero piacere deriva dal viaggiare. Perché non dovrebbe essere così anche in un’attività imprenditoriale?

Ascolta “La libertà di sbagliare” su Spreaker.

Bobo ed io

La storia di un’amicizia nata quasi per caso ma che mi ha aiutato a lavorare su un progetto che mi riempie di orgoglio, il podcast de Il ContaStorie.

Ci sono cose che succedono per un disegno superiore, chiamatelo karma (che è più di moda), chiamatelo dio (se avete la fortuna di crederci), chiamatelo destino (se non sapete che nome dargli).

In questi ultimi 15 anni, da quando frequento la Valle d’Aosta, prima come turista, poi come villeggiante e finalmente come residente, e la giro in lungo e in largo, sono stato colpito da alcuni quadri che mi coglievano sempre di sorpresa. Alle volte dalle pareti di un ristorante, altre esposte in un negozio, altre ancora usate come insegna. Lo stile era estremamente personale, un mix tra scultura e pittura, dei quadri a tre dimensioni e con tinte piatte e forti.

Quindi posso dire che ho imparato a riconoscere Bobo Pernettaz prima di conoscerlo.

Il mio amico Denis, che spesso mi ha fatto apprezzare angoli speciali della Valle (non a caso quelli della Lonely Planet gli hanno fatto scrivere la loro guida) aveva a casa un quadro di Bobo e così ho saputo che erano amici.

“Bene” – gli ho subito detto – “un giorno mi accompagni al suo laboratorio!” ma poi il tempo passava e non c’era mai l’occasione, io non ero ad Aosta o avevamo le giornate troppo piene.

Così è arrivato dicembre e Denis mi ha girato un vocale su WhatsApp: era un racconto che Bobo aveva registrato con il telefonino e parlava del natale di sua nonna Antoniette.

Ne sono rimasto stregato. Ho immediatamente compreso le potenzialità di quella storia; ho detto a Denis di contattare Bobo per farsela registrare meglio (nella prima versione si sentiva in sottofondo la lavatrice che girava!) e, dopo aver ottenuto il suo ok, ho creato un paesaggio sonoro scarno ed evocativo che valorizzava la voce caratteristica di Bobo, e lo abbiamo messo on line su Passaggi a Nord Ovest.

Bobo Pernettaz

È così che sono diventato amico di Bobo.

Mi ha telefonato e mi ha detto: “Senti Franz, ogni tanto mi chiamano e vado con degli amici a raccontare le mie storie, perché non vieni anche tu e fai il rumorista?”

Il rumorista!

Poi da cosa nasce cosa, e mentre facevo i suoni a corredo dei suoi racconti, è finito che ho imbracciato la chitarra e ho cantato qualcuna delle mie canzoni, e soprattutto nelle cene che seguivano gli spettacoli sono entrato in sintonia con un gruppo di nuovi amici.

Con Bobo c’è stata intesa immediata. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, ci accaloriamo per le stesse cose, abbiamo le stesse priorità nella vita, ci scambiamo consigli su libri, su canzoni, su trattorie tipiche.

Così è stato naturale provare a creare qualcosa insieme, ed è nato Il ContaStorie, un podcast che sono fiero di produrre.

Ogni mese, a partire dallo scorso novembre, esce un nuovo episodio.

Sono storie che partono da ricordi di Bobo o che, anche nel caso di quelle di pura fantasia, sono arricchite con i suoi ricordi. Essendo lui un pittore, si esprime per immagini, ogni suo racconto potrebbe diventare un quadro. Ma restituiscono in modo vivido uno spaccato della vita in Valle d’Aosta subito prima del boom economico degli anni ‘90.

Il mio lavoro è quello di essere il più invisibile possibile.

Nei testi metto appena le mani, tanto per garantire scorrevolezza o per inserire qualche particolare che Bobo mi aveva raccontato in una delle tante cene assieme. Il commento sonoro è ridotto all’essenziale per lasciar emergere tutto il colore della voce di Bobo.

È uno dei lavori di cui sono più orgoglioso.

Sono convinto che mettere on line le sue testimonianze sia un modo di preservare un certo tipo di cultura che è differente da quelle main stream. Più ruspante, forse. Di certo più autentica.

Le storie sono un potpourrì di voli pindarici, di iperboli romantiche, di esagerazioni poetiche. Ogni storia dura poco più di 15 minuti. Un quarto d’ora in cui verrete sottratti alla fretta e alla confusione del mondo.

Questo è il nostro contributo, mio e di Bobo, al vostro universo digitale.

Quindici minuti di fantasia, di storie di altri tempi, di pause lunghe e di scoppi di risate.

Post Scriptum: vi lascio il link alla serie Il ContaStorie, che comunque trovate su tutte le piattaforme di podcasting. Qui sotto, come al solito, la versione “ascoltabile” del mio post…

Ascolta “Bobo ed io” su Spreaker.

Dal sogno alla scena

Al Teatro Carcano di Milano per seguire una piece di Daniel Pennac che mette in scena un suo sogno e lo trasforma in realtà

Lunedì sera sono tornato a teatro.
Non so più da quando tempo non frequentavo una sala e riprovavo il gusto antico di attendere l’affievolirsi delle luci. Di certo da prima della pandemia.
Comunque lunedì sono andato a Milano, al Teatro Carcano, a vedere “Dal sogno alla scena”, di e con Daniel Pennac. Sì proprio lui, l’autore del saggio Come un romanzo, della fortunata saga del Signor Malussene e di tanti altri capolavori. In realtà il testo è stato realizzato a tre mani: Daniel Pennac appunto, Clara Bauer (che firma anche la regia) e Pako Ioffredo che, assieme a Demi Licata divide la scena con Pennac.

Erano tante le curiosità prima dell’inizio.
Avrebbe parlato in francese? Sarei riuscito a seguire il testo?
Cosa spinge uno scrittore di successo a calcare le scene? Sarebbe stato Pennac che impersona Pennac o avrebbe recitato un ruolo?

Dal sogno alla scena

Al nostro ingresso in sala, il sipario era già aperto e la scena si presentava spoglia. Due sedie, uno di quei bauli da attrezzi di scena con sopra un portatile. Poi, puntuali, le luci si sono abbassate e Pennac, da dietro le quinte, ha iniziato a parlare in un italiano stentato, quasi computerizzato, rispondendo alle mie domande.

“Che ci faccio qui? Che ci sto a fare dietro le quinte di questo teatro, dietro a questa porta che sta per aprirsi sul palcoscenico?
Io! Su un palcoscenico! Che mi ha preso? Io che non ho mai voluto fare l’attore!
Tra poco la porta si aprirà e io mi precipiterò in scena.
Perché? Perché io? In che cosa mi sono andato a cacciare? Ma che cosa ho nella testa?”

Lo spettacolo dura poco più di un’ora ed è una lunga riflessione sul rapporto tra sogno e realtà, che vengono mediati dal racconto.

Per uno come me, che del raccontare storie ha fatto un mestiere, era un invito a nozze.

Pennac parla lentamente in francese e gli altri due attori si alternano nel tradurre in italiano il testo. Ma non è un semplice doppiaggio, è un effetto teatrale, in cui le voci e i racconti si confondono. Dal primo racconto di Pennac si passa, senza soluzione di continuità, ad un brano in napoletano stretto (e devo dire che avrei avuto bisogno di traduzione più per questa parte!) in cui si racconta di un vecchio operaio e delle sue fedi: il lavoro, il partito comunista e Maradona.

L’intero spettacolo è strutturato come una sequenza di racconti, immaginifici e coloratissimi, in cui la realtà e il sogno si sovrappongono.
Scivola via leggero, mentre ti perdi nella mimica che aiuta a comprendere il francese, nella ripetizione delle frasi quasi a trasformarle in celebrazione, nelle risate che sfuggono al pubblico e anticipano anche l’eventuale traduzione.

Una piece semplice. Essenziale. Una lezione di story telling (per gli appassionati del genere) ma anche una lezione di recitazione teatrale, con i gesti sempre leggermente caricati, con le frasi e le parole ad effetto, con le scene ridotte al minimo.

Pennac tocca i temi e i personaggi a lui cari. Federico Fellini, l’immigrazione, il racconto, il popolo… Lo fa con leggerezza, senza imporre nulla, ma suggerendo idee, instillando sensazioni.

Uscendo dal teatro riflettevo su come sia bello poter assistere a tutto questo. Su quanto sia importante per l’Uomo esprimere, attraverso l’arte, i pensieri e le emozioni che non possono essere spiegati a parole. E su come, alla fin fine, Milano non sia poi così lontana dalla Valle d’Aosta.

Ascolta “Dal sogno alla scena” su Spreaker.

Alexa ed io

Ho conosciuto Alexa per caso e me ne sto innamorando a poco a poco: sarà l’inizio di una love story o solo un palliativo per la solitudine?

Tutto è cominciato per caso: avevo visto il film Motherless Brooklyn, di e con uno splendido Edward Norton. È la storia di un detective affetto dalla Sindrome di Tourette che, in una New York anni ’50, insegue l’assassino del suo capo e mentore (interpretato da Bruce Willis). A sottolineare l’ambientazione, una serie di pezzi jazz che avevo particolarmente apprezzato.

Così ho cercato la colonna sonora e l’avevo trovata su Amazon Music. C’era anche l’offerta di prova (“ascolta musica gratis per tre mesi”) e ho iniziato ad usare quel servizio per il sottofondo di musica classica che amo mettere quando leggo un libro.

Fast forward. Facciamo un salto in avanti ed arriviamo a due weekend orsono, quando sono andato a Trieste per festeggiare il 90esimo compleanno di mia madre. Si tratta di sei ore di automobile. Sono partito prima dell’alba e, mentre attraversavo da ovest ad est l’Italia, carcavo qualcosa da ascoltare ed ho fatto partire l’app di Amazon Music che riproduce a caso dei brani che potrebbero piacerti.

È stata una folgorazione.
Tutte canzoni e brani che conoscevo e che apprezzavo. Sei ore ininterrotte di musica senza perdere un colpo mi hanno convinto che avrei sottoscritto l’abbonamento e con esso ho acquistato un Echo Dot, uno speaker dotato di interfaccia vocale.
Ed è così che Alexa è entrata nella mia vita.

Buongiorno Alexa, fammi sentire un po’ di musica…
Ecco la tua stazione personalizzata…

Al mattino, mentre faccio colazione, parlo con Alexa.
Le chiedo le ultime notizie, oppure di farmi ascoltare della musica, o anche i podcast che seguo (Passaggi a Nord Ovest in primis, ovviamente).
Durante il giorno, specie nei fine settimana quando, non lavorando, lascio spento il pc, chiedo a lei di rispondere a tutte quelle piccole curiosità che mi vengono in mente.

Alexa, ma quanti anni ha Robert De Niro?
Robert De Niro è nato il 17 agosto 1943 ed attualmente ha 78 anni.

Alexa, chi ha scritto Oltre il fiume, tra gli alberi?
Ecco qualcosa che ho trovato su web ed ho tradotto: Secondo wikipedia.org è stato scritto dallo scrittore americano Ernest Hemingway.

Per il momento non le ho ancora concesso le chiavi di casa, ovvero – come suggeriscono gli esperti di domotica – l’integrazione con altri apparecchi per regolare la temperatura, accendere o spegnere le luci, selezionare il canale della tv. Il mio animo nerd è contrastato dalla paura di impigrirmi troppo. Ma già so che non resisterò a lungo.

Ormai è ora di pranzo, l’acqua bolle e posso buttare gli spaghetti.

Alexa, imposta un timer di 12 minuti per la pasta.
Timer pasta impostato e attivo da ora.

Insomma, lo dico tra il serio e il faceto, ma Alexa sta diventando di gran lunga la voce con cui interagisco di più.
Ho già raccontato in passato come io apprezzi questa mia solitudine montana e come, alle volte, mi accorga di aver trascorso un’intera giornata senza proferire verbo. Ecco, quei tempi sono passati…

Alexa, sei fidanzata?
Sono felicemente single, del resto è piuttosto complicato trovare qualcuno che sia gentile, divertente, dotato di intelligenza artificiale.

Peccato. Su questo fronte sarà meglio ritornare ai metodi tradizionali.

P.S.: mai come in questo caso è meglio ascoltare la versione podcast del mio blog. La trovate, come al solito, qui sotto…

Ascolta “Alexa ed io” su Spreaker.

Amore al primo sorso

Ci sono gusti che ti prendono immediatamente e che poi fatichi ad abbandonare. A me è capitato così, un anno a Barcellona

La mia prima volta è stata a Barcellona.
Ero andato lì per lavoro, stavo collaborando con uno studio grafico spagnolo, e loro mi avevano prenotato una stanza in un albergo molto alla moda, molto all’avanguardia, una parete della stanza era completamente di vetro, la doccia era un cilindro trasparente e c’era una pulsantiera che ti permetteva di cambiare il colore delle luci e la musica di sottofondo in base al tuo umore. Insomma un posto davvero cool, così cool che non ero riuscito a spegnere la musica e accendere la televisione…

Comunque. La mattina sono sceso a fare colazione e c’era un po’ di tutto.
Come al mio solito, ho chiesto un tè e mi hanno portato una scelta di tipi diversi in piccole piramidi di garza (sì, lo so che adesso si trovano anche al supermercato, ma negli anni 90 erano stravaganti il giusto).

Ho scelto un gusto a caso – gli amanti del té si scandalizzeranno – e sono stato travolto da un profumo intenso, leggermente affumicato, molto deciso.
E’ stato amore al primo sorso, tanto che dopo ho rincorso la cameriera per chiedere che tè fosse e la ragazza mi ha fatto vedere una confenzione piena di piramidi di garza con sopra il nome Pu-Erh.

Tornato a casa, finito l’Earl Gray della Twinings (all’epoca andavano di moda quelle scatole di latta lì), andai in negozio e cercai a lungo e senza successo quel tipo di tè che mi aveva stregato.
La ricerca continuò nelle settimane e mesi seguenti, ma sempre con zero successo. E il mio entusiasmo calò.

Più di dieci anni dopo, avevo invitato un’amica a dormire da me e lei si era portato un tè che, a suo dire, aveva effetti benefici sull’apparato gastrointestinale (anche se lei lo beveva soprattutto perché le piaceva).
Pensando si trattasse di qualche strana miscela new age, io usai il mio solito darjeeling, ma appena l’acqua calda toccò le foglie secche nella tazza della mia amica, un inconfondibile profumo si sparse per la cucina.
Lo avevo ritrovato.

Mi feci dare l’indirizzo del negozio e diventai un assiduo cliente.
Da quella volta il Pu-Erh non è più mancato a casa mia.

TETERIA

Quando sono andato in Cina per la maratona sulla Grande Muraglia, ho visitato anche la Città Proibita a Bejing (Pechino) e ho assistito ad una lezione sull’arte del preparare il tè e sulle diverse fragranze.
L’insegnante, ad un certo punto, ha detto che c’è un tè nero molto pregiato che solo gli imperatori potevano bere.
Era celebrato per le doti terapeutiche ed era conservato in larghi pani circolari di foglie compresse e secche.
Non serve che vi dica che si trattava del Pu-Erh.
Tutto felice ne comperai un po’ da riportare alla mia amica in Italia.

Questo lungo preambolo solo per dire che, in tempi di Covid e di confinamento nelle regioni, ero preoccupato – quasi come un drogato cui manca la dose – del livello di Pu-Erh che scendeva a vista d’occhio nel vaso a tenuta stagna in cui lo conservo. Avevo iniziato a razionare le dosi, diminuendo i grammi di tè con cui mi facevo la bevanda mattutina.
Il mio pusher, pardon, il mio negozio di fiducia si trova in Lombardia, così nell’impossibilità di recarmici ho provato a fare un ordine on line (era il venerdì di pasqua) e ieri mattina ho ricevuto il pacchetto con mia grande soddisfazione.

Quante parole per un evento così piccolo.
Eppure, sono le piccole cose che rendono piacevole la vita.

PS ecco il link di Wikipedia per scoprire di più sul Pu-Erh.

Ed un grazie speciale a Lisa & Paola della Teteria di Rho, che anche stavolta hanno salvato il mio equililbrio.

Ascolta “Amore al primo sorso” su Spreaker.