Effetto osservatore

Il mondo si divide in due categorie (alla fine di questo post vi racconto da dove viene questa frase che ci siamo sentiti ripetere mille volte*): quelli che vedono il bicchiere mezzo vuoto e quelli che lo vedono mezzo pieno.
Ed io appartengo alla seconda categoria.

Ogni cosa, e non dico certo una novità, è buona e cattiva a seconda di chi la guarda. L’osservatore fa la differenza.

[Anche qui si potrebbe fare una digressione sull’effetto osservatore o Effetto Hawthorne nella meccanica quantistica, ma mi limito a segnalarvi questo link].

Appare evidente che un certo evento, ad esempio l’arrivo della polizia, genera sensazioni diverse nei presenti coinvolti (nel nostro esempio tra l’aggressore e l’aggredito).
Ma l’effetto osservatore va oltre. Essere ottimisti o pessimisti cambia il modo in cui ci approcciamo ad un evento.

Il mondo è discretamente pieno di pessimisti, di “bicchierevuotisti” per coniare un nuovo vocabolo, di persone che vedono sempre le dinamiche negative collegate ad un fenomeno.

“Piove” “Finirà che le verdure nell’orto marciranno”

“Abbiamo finito presto oggi” “E anche oggi niente straordinari in busta paga”

Insomma, avete capito il genere.

Uno direbbe che questo atteggiamento negativo può solo far sorridere gli altri, invece è profondamente dannoso. L’essere negativi si propaga rapidamente. Una persona negativa, quando racconta un evento ad un amico, ne dà la versione peggiore.

“Insomma, a fine giornata ha iniziato a piovere e, sinceramente, non so come andrà a finire. Io, per non sbagliare, sono andato al supermercato e ho fatto scorta di surgelati”

Le notizie negative si propagano rapidamente, molto più rapidamente di quelle positive, ed ottengono reazioni negative.

“Hai visto che il Comune ha fatto pulire la strada” “Beh, era ora. Sono anni che viviamo nella sporcizia, e comunque non hanno ancora pulito nella strada vicina, e poi vedrai quanto poco durerà e dovremo di nuovo aspettare decenni”

Credo abbiate capito il meccanismo.

Essere positivi, invece, rende più facile la vita a te (se non altro riduci la quantità di stress autoprodotta) e non generi l’effetto catastrofe.

C’è un’altra famosa frase, che dice “preferisco essere pessimista e venir sorpreso che essere ottimista e venir deluso”.

È vero. L’ottimista rischia di veder trasformare le sue idee in illusioni, mentre il pessimista non si illude e di conseguenza non viene deluso (è la teoria del pessimismo difensivo).

Ma, di nuovo, parliamo di percezioni non di fatti.

Il numero di volte in cui si prenderà una fregatura è lo stesso, sia che tu sia ottimista sia che tu sia pessimista.

Quello che cambia è come tu vivi il tempo dell’attesa.

Io preferisco vivere serenamente, aspettandomi il meglio dalla vita. Quando (eventualmente) dovrò ricredermi avrò le batterie cariche per affrontare i problemi.

E tutto sommato sono stanco delle persone che si lamentano sempre e, se succede qualcosa di buono lo sminuiscono, se succede qualcosa di cattivo quasi gongolano nell’aver avuto ragione.

Credo che siamo persone tossiche, che inquinano il mondo attorno a loro.

E in questa fase della mia vita, preferisco allontanarmene.


Post Scriptum * vi avevo promesso una spiegazione e la citazione con cui inizio il pezzo è tratta da un grande classico del cinema, Il buono, il brutto e il cattivo, un capolavoro firmato da Sergio Leone con protagonisti eccezionali (tra tutti Clint Eastwood) uscito nel 1966.
Ad un certo punto Joe, il buono, interpretato da Clint Eastwood, dice: “Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava”. E fa parte di una delle tante frasi che passeranno alla storia tratte da quel film. 

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.

Vado, l’ammazzo e torno.

Nuovi occhi

Sono un lettore curioso e vorace, ogni anno faccio fuori una cinquantina di libri, e uno dei miei problemi è quello di trovare cose da leggere. Ogni anno vengono messi sul mercato italiano 85mila libri (senza contare gli e-book, senza contare la scolastica, senza contare gli autoprodotti), significa circa 230 libri al giorno, domeniche comprese.

Con una proposta così ampia, come si fa a scegliere?

Io seguo alcune semplici regole:

  1. Ho un elenco di autori di cui leggo tutto quello che esce (in ordine sparso Carofiglio, Manzini, Lansdale, Robecchi, Gimenez-Bartlet, Vargas, De Silva ecc) fino a quando uno di loro non mi stufa e allora lo mollo e lo sostituisco con un nuovo amore.
  2. Se nei libri trovo menzionati altri libri, li valuto e, se mi pigliano, li leggo.
  3. Ho un paio di amici lettori del cui giudizio mi fido: se mi raccomandano un libro, lo cerco immediatamente.
  4. Sono curioso, quando trovo un tema che mi appassiona approfondisco in Rete e da lì trovo autori, saggi, citazioni che diventano uno stimolo per nuove letture.
  5. Leggo alcuni siti e alcune riviste (sostanzialmente IlPost.it e L’Internazionale) che sono una fonte di consigli assolutamente preziosi (di solito non nelle pagine letterarie o di consigli di lettura).

Non è un sistema perfetto. Anzi… il problema più grosso che fatico ad uscire dalla mia zona di lettura. Trovo libri ed autori che sono sostanzialmente in linea con il mio pensiero e non libri che mi stupiscono con punti di vista diversi o contrari al mio.

Però è un sistema che mi regala delle grandi soddisfazioni. Ad esempio quando pesco una perla. Ed eccoci finalmente al tema di oggi.

Avevo conosciuto Vasco Brondi al festival Il Richiamo della Foresta qualche anno fa. Conosciuto nel senso che lo avevo incrociato per la prima volta.

Vasco Brondi è un cantautore italiano con uno stile riconoscibile, una predilezione per i testi complessi e profondi, e con un seguito di fan che mi sembra abbastanza importante per essere comunque un autore di nicchia.

Non entro nel merito della musica, perché non lo conosco abbastanza come cantante ed autore. Fa un genere diverso dal pop (e questo mi piace) ma i suoi album finiscono quasi sempre nella Top 10 italiana.

A metà aprile è uscito un suo libro per Einaudi (aveva già pubblicato diverse cose) che ho preso e letto in un paio di sere.

Il titolo è Una cosa spirituale (Non fare niente e altre forme d’arte) ed è una sorta di diario personale della sua ricerca del rapporto tra creatività, arte e anima.

Sono 40 suggestioni (sono andato a contarle) di una o due paginette in cui ragiona sul rapporto tra arte e mondo spirituale partendo dall’esempio di alcuni grandi artisti.

È geniale.
Fulminante.
Sono dei cortocircuiti che ti fanno pensare e che ti propongono delle letture da cui continuare la tua ricerca.

La creatività è un tema che mi appassiona. I meccanismi per cui prima non c’è una cosa e poi, di colpo, la realizzi. E da quel momento è autonoma da te e provoca reazioni e nuove creazioni e creature.

Ho letto e scavato tanto su questo, eppure leggendo il libro di Vasco Brondi ho trovato tantissime nuove idee. Persino partendo da storie e libri che anch’io avevo letto.

Nuovi occhi per vedere nuove cose da vecchie storie.

Post Scriptum è uno dei pochi libri in cui le note sono una miniera di idee quasi quanto il testo

Una cosa spirituale
di Vasco Brondi
Einaudi
160 pp / 13,00 euro

A volte il silenzio è la cosa migliore

Premetto che è un pezzo per addetti ai lavori, persone appassionate di editoria, gli altri possono saltarlo a piè pari. Però è un argomento che mi appassiona e vorrei dire la mia…

Riflettendo sullo sciopero dei giornalisti di ieri 16 aprile, terza giornata di un pacchetto che ha visto gli operatori dell’informazione incrociare le braccia dopo quelle del 28 novembre e del 27 marzo, mi è venuta in mente Michele, il protagonista di Ecce Bombo, che, parlando di una festa dice:

Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni in là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”

In un mondo in cui l’interesse per l’informazione tradizionale è in caduta libera, può capitare che i giornalisti scioperino e la maggior parte del pianeta vada avanti come se non fosse accaduto nulla.

Lavorare per i giornali è stato a lungo il mio interesse principale. Iniziato come una missione negli anni ‘Ottanta si è trasformato in un compito sempre meno gratificante fino al 2020, quando ho abbandonato definitivamente quel mondo.

Lo dico solo per spiegare che parlo per aver avuto conoscenza diretta del quarto settore, nello specifico dell’editoria stampata. E ho tantissimi amici che sono stati e sono giornalisti.

Il motivo per cui la categoria sciopera è giustissimo: da dieci anni lavorano senza un contratto di lavoro rinnovato.

Per contro, gli Editori sostengono che il contratto di lavoro dei giornalisti sia talmente tanto favorevole ai dipendenti (con una serie di vantaggi anacronistici) che andrebbe ridiscusso, ma al ribasso. Allineandolo agli altri contratti di lavoro nazionali.

È chiaro che sono solidale con chi difende il proprio posto di lavoro. Ancor di più con quelli che, oltre a difendere il proprio status, cercano di difendere i free lance, i collaboratori a contratto, che sono dei veri e propri schiavi dell’informazione, sottopagati e non considerati (si legga a questo proposito l’articolo del Post).

Ma credo anche che, dopo decenni in cui si è messa la testa sotto la sabbia, abbandonando al loro destino i poligrafici (che fino a poco prima erano stati compagni di barricata), non ponendo questioni sullo sviluppo industriale dei giornali, usando le innovazioni tecnologiche solo per monetizzare degli aumenti in busta paga, piangere ora è poco credibile.

È chiaro che i giornalisti di oggi si trovano in eredità un mondo rovinato dai loro colleghi di ieri. Molti professionisti non hanno assistito all’ingresso del web nel gioco, se lo sono trovato come un dato di fatto. Però è chiaro anche, che è un mondo che scricchiola.

Vi riassumo alcuni fatti.

I grandi editori puri sono spariti. Oggi resta solo il Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport.

Una volta c’era il gruppo GEDI (famiglia Agnelli Elkann) che in rapida sequenza ha venduto: Repubblica, come se fosse una pertinenza di Radio DJ, ad un gruppo greco; la Stampa è stata ceduta ad un piccolo editore che ha già ramazzato sul mercato altre testate locali (parlo della SAE, che dalla GEDI aveva già comprato Il Tirreno, La Nuova Sardegna, La Provincia Pavese ecc); il Secolo XIX, storica testata genovese, è di proprietà del gruppo MSC (che si occupa di crociere, di logistica, di sanità).

C’è Caltagirone che è proprietario de Il Messaggero (Roma), Il Mattino (Napoli), Corriere Adriatico (Ancona), Il Gazzettino (Venezia – Veneto) ma che non è un vero editore, e usa i giornali come strumento di pressione per gli altri suoi business.

C’è Antonio Angelucci, politico ed imprenditore della sanità, che possiede Libero, Il Giornale, Il Tempo, Il Corriere dell’Umbria. Ma anche lui pensa ai giornali solo come uno strumento di potere.

In tutto questo usare la carta stampata non per informare né, e sarebbe altrettanto accettabile, per arricchirsi, ma solo per esercitare pressioni, chi ci è andato di mezzo è la libera informazione.

Quindi i lettori abbandonano i giornali.

Quando io ho iniziato a lavorare in quel mondo (1985) in Italia si vendevano 6 milioni di copie al giorno, quando me ne sono andato (2020) se ne vendevano 1,7 milioni. Un quarto. Oggi (dato riferito al primo semestre 2025) siamo scesi a 1,3 milioni di copie. Comprese le copie digitali. Le stime dicono che in questo aprile 2026 si vende circa 1 milione di copie al giorno.

La pubblicità, che una volta sosteneva l’editoria, abbandona i giornali alla stessa velocità in cui i lettori li abbandonano.

Allora, non si può e non si deve discutere di rinnovare un contratto (anche, ovviamente), ma soprattutto di come rifondare completamente l’informazione in Italia e nel mondo.

Non ho soluzioni pronte (altrimenti farei l’editore e diventerei ricco), ma quello che credo è che bisogna abbandonare la quantità e scegliere la qualità.

C’è un vecchio proverbio arabo, o almeno credo sia arabo, che dice : “Apri la bocca solo se ciò che vuoi dire è più bello del silenzio”.

Alcune indicazioni generali…

Non diventare i megafoni dei politici di turno, che con un microfono davanti sono obbligati a parlare e, naturalmente, non possono dire sempre e solo cose intelligenti. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non dare le notizie fino a quando non sono notizie: non ne possiamo più di ipotesi e opinioni, restiamo ai fatti, please.  A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non confondiamo l’informazione con la pubblicità. Basta pubblicare in modo prono tutto quello che arriva dalle aziende. Ricordate Pierino e il lupo? A forza di dire che questo o quello sono eccellenti avete perso la credibilità. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta guardarsi l’ombelico. Proviamo a spaziare, a dare un quadro extra territoriale. Della solita inchiesta sui ritardi degli autobus non ne possiamo più. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta inseguire il web, mutuandone il linguaggio e la tempestività. Approfondiamo. Verifichiamo. Magari ignoriamo se non vale la pena parlarne. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Mi sono sfogato. Grazie a chi è arrivato fino a qui.

Nel frattempo, leggo la notizia che l’ennesima rivista (WIRED nella fattispecie) smetterà le pubblicazioni.

Forse, più che combattere per il contratto, è tempo di cambiare lavoro…

La montagna, con altri occhi

Più passano gli anni e più divento disilluso, se non cinico. Eppure, capita che incontro storie che mi ridanno fiducia.
Una di queste è un esperimento a metà tra giornalismo e impegno sociale, tra ambientalismo e passione per le montagne: un gruppo di giornalisti e ricercatori ha creato, complice un editore con la vista lunga, un giornale on line che si chiama L’altramontagna.

Un po’ di background.

Nel Settembre 2016 nasce un giornale on line che si chiama ilDolomiti.it che ha alcune caratteristiche particolari: un editore “laico” con quattro soci interessati al territorio (stiamo parlando di Trento e la sua provincia) e una cooperativa a cui è assegnata la gestione dei contenuti. I temi trattati, come suggerisce già il nome, sono fortemente legati a quella zona e alle montagne.

Nel Gennaio 2024 nasce, come una costola del progetto principale, L’AltraMontagna che raccoglie gli articoli specializzati sul tema Terre Alte e che promuove un approccio diverso, più attento e ambientalmente consapevole, alla passione per la Montagna (il maiuscolo non è un errore).

A scrivere per l’AltraMontagna vengono invitati dei veri esperti, a cominciare da Pietro Lacasella e Marco Albino Ferrari che si sono sempre distinti per il loro impegno ambientalista a difesa della montagna. Tutto ciò appare evidente leggendo gli articoli, ascoltando i podcast o guardando i video.

Insomma, un bellissimo esperimento di comunicazione e giornalismo impegnato. Bellissimo, almeno per me che faccio della montagna e dell’impegno uno stile di vita.

Ad un certo punto, gli autori de L’AltraMontagna incrociano la strada di un editore di libri, people, fondata da Giuseppe Civati, Stefano Catone e Francesco Foti (il politico e scrittore, non l’attore). Da questo incontro nasce una collana di libri, anch’essa chiamata L’AltraMontagna e curata da Marco Albino Ferrari.

E finalmente arriviamo al punto: il primo libro, uscito il 14 marzo 2025, si chiama “La montagna, con altri occhi”, porta come sottotitolo il claim “Ridisegnare le terre alte”, è firmato dal Collettivo L’AltraMontagna (e già nella scelta della parola “collettivo” c’è una scelta di campo) ed è, in buona sostanza, il manifesto di un certo movimento ben presente in montagna, seppure fluido e poco visibile.

Sono 18 capitoletti che trattano 18 argomenti diversi e sono firmati da autori diversi. Ogni capitolo è uno stimolo a riflettere su un tema, dalla gestione dei beni comuni al turismo, dai nuovi montanari all’alpinismo, dalla sfida climatica alla fauna selvatica.

Un grande libro, seppur di piccolo formato. Una gemma preziosa che non può mancare nella libreria di chi ama la montagna. Un coacervo di idee, suggestioni, riflessioni come da tempo non mi capitava di trovare.

Insomma, andate in libreria ed acquistatelo. Vale ogni centesimo del suo prezzo.

La montagna, con altri occhi
Ridisegnare le Terre Alte
di Collettivo L’AltraMontagna
Edito da people
227 pp / 14,00 euro

Tecnologia vs Esperienza

Lunedì scorso ero in falegnameria. Da un paio d’anni a questa parte, con una certa regolarità, vado a trovare il mio amico Edoardo, un falegname fatto e finito, per imparare la sua arte.

Stavamo lavorando alla scala che collegherà due piani della casa dove vivo. Il progetto è stato disegnato con autocad e noi, pezzo per pezzo, lo stiamo realizzando.

Senza entrare troppo nei dettagli, alcuni dei gradini della scala avevano forme estremamente irregolari (è una specie di scala a chiocciola che si infila in un buco rettangolare), una sorta di quadrilatero romboidale con tutti i lati e gli angoli diversi. Partendo dal disegno su pc, copiavamo le misure sul legno, e poi effettuavamo i tagli utilizzando uno strumento (una squadratrice, per chi conosce il mondo della falegnameria) ad alta precisione.

Mentre lavoravamo, chiacchieravamo su come dovesse essere complicato fare la stessa cosa solo vent’anni fa, quando non c’erano pc e strumenti precisi, ma solo carta, matita e squadra. E ci chiedevamo chi avrebbe vinto la sfida di creare una scala tra un ingegnere di oggi e un carpentiere del passato. Insomma tecnologia vs esperienza.

Ma è davvero così?

Nel mio lavoro utilizzo sempre più spesso strumenti tecnologicamente evoluti. Partiamo pure dall’intelligenza artificiale che uso per creare illustrazioni, che uso per velocizzare delle ricerche o compilare dei moduli. E passiamo a macchine fotografiche in grado di realizzare buoni prodotti anche in mano a persone con poca esperienza come sono io. Oppure microfoni in grado di registrare pre-filtrando suoni indesiderati o software di montaggio che mi aiutano a realizzare podcast professionali.

Lo facciamo tutti e sempre più spesso. Dal momento in cui ci affidiamo al gps per arrivare in un certo luogo (magari anche dicendo a che ora in base alla sua previsione) fino a quando cerchiamo un’informazione su Google senza controllarne le fonti.

Ed ecco il punto critico. Usare la tecnologia o affidarsi alla tecnologia?

Mentre Edoardo ed io tracciavamo i gradini, riportando i dati elaborati dal computer, continuavamo a verificare a mente i suoi calcoli, a cercare di prevedere le forme. Insomma, accettavamo con spirito critico i dati della macchina.

Non sono contrario alla tecnologia, anzi. Devo dire che sono piuttosto curioso di sperimentare nuovi apparecchi e nuovi software. Non per metterli in crisi, ma per capire dove mi possano aiutare.

Credo che, con i dovuti distinguo, sia la stessa cosa che facevano i vecchi falegnami con il nuovo scalpello che arrivava “da fuori”. Lo studiavano per capire come poteva essere loro utile.

Fino a quando affronteremo la tecnologia con lo stesso spirito, cercando di capire e non limitandoci a subirla, allora il nostro cervello non correrà il rischio di diventare un organo inutile.

Non vorrei mai che, come abbiamo fatto con i muscoli (facciamo di tutto per non far fatica quando lavoriamo e poi paghiamo un personal trainer per farci far fatica nel tempo libero), ci troveremo a pagare qualcuno o qualcosa per stimolare i nostri neuroni impigriti.

Quel ponte tra corpo e anima

Un bel giorno ho ceduto.
Erano anni che sentivo parlare di yoga e, per quello che potevo, me ne tenevo alla larga. Per mille ragioni, soprattutto pregiudizi in realtà, ma anche per una mia certa idiosincrasia a “farmi guidare”, in particolar modo su una cosa che unisce aspetti fisici e spirituali.

Ma torniamo qualche passo indietro…

Ho sempre pensato che correre in natura creasse quel ponte meraviglioso tra corpo e spirito. La mente viene esautorata dalla sua posizione di preminenza che il pensiero occidentale a partire dall’Illuminismo le ha creato. Il corpo reagisce istintivamente; i muscoli “pensano” autonomamente, senza la mediazione del cervello; e questo emergere dell’istinto mi permette anche di liberare una parte più intima e spirituale.

Quando ho smesso di correre, poco dopo il Covid, le camminate in montagna riuscivano a farmi provare, almeno parzialmente, le sensazioni di un tempo.

Poi è arrivata Cristina con la sua consuetudine (intesa come pratica) allo yoga. Ha coinvolto una brava insegnante e ha fatto partire un corso per principianti praticamente sotto casa.

Quest’anno mi sono unito a loro. Con tutti i miei dubbi e le mie rigidità (fisiche e mentali). E fin dalla prima volta mi è tornata prepotente la voglia di liberare il mio corpo dalla schiavitù della mente. Come quando correvo.

Le prime volte ho dovuto superare l’imbarazzo dell’ambiente. Dell’essere assieme ad altre persone (sono un orso in molti campi, ma nell’attività fisica ancora di più). Del non riuscire a fare molte delle cose che agli altri sembravano riuscire facilmente.

Adesso, dopo qualche mese, non posso dire di essermi davvero sciolto, continuo a fare fatica ad allungarmi o a piegarmi un centimetro in più, ma mi sono sciolto dentro. Vado volentieri a yoga e considero quei 90 minuti di ginnastica dolce un piccolo premio.

E, soprattutto, sono tornato a correre. Niente di che. Quaranta minuti, una volta a settimana, tanto per ricominciare. Tanto per riassaporare le vecchie sensazioni.

E sabato scorso, dopo una gita in montagna, ho avuto voglia di spingere un po’ di più e, approfittando del fatto che sarei stato l’unico a tornare a piedi all’auto, ho pigiato sull’acceleratore.

Dovevo fare circa 750 metri di dislivello positivo, dentro una valletta stretta dove la luce del sole pomeridiano entrava di squincio. Non conoscevo bene il sentiero, lo avevo percorso qualche anno fa e solo parzialmente, ma sentivo di sapere dove dovevo andare. Ci ho messo quasi un’ora e un quarto per quei benedetti 750 mt. Ben lontano dai ritmi di un tempo, ma le sensazioni erano le stesse, tanto che, quando ho scollinato, ho anche fatto qualche passo di corsa, tanto per dire al mio corpo che eravamo di nuovo assieme.

Il fiato corto. I polpacci in fiamme. Il cuore a mille. E felice.

Merito dello yoga? Merito della primavera? Non lo so e non ci penso.

So solo che ho ritrovato il piacere di un tempo e non me lo faccio più scappare via…

Povera Italia (e non del calcio)

Ieri, come tantissimi altri, ho assistito alla partita Bosnia-Italia.
Alla fine, mi è anche dispiaciuto un po’ per la mancata qualificazione, in fondo le sere d’estate con i caroselli d’auto sono un piacevole diversivo, ma d’altronde non è una cosa maturata ieri ai rigori, direi che è solo stata sancita ieri, ma era abbastanza nell’aria.

Comunque, non ne capisco abbastanza di calcio da dare giudizi sul fallo da espulsione o sugli schemi di gioco. Così stamattina ho provato a leggere qui è là sui giornali i pareri di persone più competenti. E mi ha incuriosito il titolo della rubrica di Gramellini sul Corriere: “Bastonati”, un giochino di parole che indicava chiaramente il capro espiatorio della “Apocalisse Italia” (come titolava poco sopra un altro pezzo del Corsera).

Va beh, so che non dovevo farlo, ma ci clicco sopra e provo a leggere. È la solita filastrocca di buoni pensieri e luoghi comuni per cui Gramellini è famoso, ma la chiusa mi lascia davvero senza parole.

Gramellini scrive: “Ci consoleranno Sinner e Antonelli, però non è la stessa cosa”.

E allora ho sentito montare la rabbia prima e lo sconforto poi.

Ma come? Siamo davvero così calcio-dipendenti da non poter sopravvivere senza che la nostra nazionale competa ai Mondiali? Senza calcio l’Italia sportiva non esiste?

Per Sinner provo un’ammirazione sconfinata. È un vincente ed un grande campione. Ha la stoffa di chi non molla mai e impara dalle sconfitte. L’ho visto spessissimo in difficoltà e l’ho visto rialzarsi senza i titoloni dei giornali a spingerlo (anzi). In più è simpatico, giovane, intelligente. Non a caso la foto che pubblico qui sopra aveva come commento “L’unico modo per far arrivare l’Italia ai Mondiali”.

Antonelli non lo conosco (non seguo la Formula 1 più di tanto), ma è una giovanissima promessa e sono certo che regalerà delle belle soddisfazioni a noi tifosi.

Ma, e qui arrivo al punto, per Gramellini lo sport italiano sono loro due? Che fine hanno fatto le sciatrici che ci hanno fatto sognare alle Olimpiadi e in Coppa del Mondo? E i loro compagni della velocità? Vi ricordate che incetta di medaglie abbiamo fatto alle Olimpiadi invernali di Cortina?

Che fine ha fatto la nazionale di pallavolo che vince tutto quello che può vincere? E i giovani campioni dell’atletica che ai mondiali indoor in Polonia hanno portato a casa medaglie e record?

Se chiediamo gli sport in cui l’Italia eccelle, l’intelligenza artificiale (che non è il Vangelo) risponde volley, tennis, atletica leggera, scherma, moto gp, nuoto, ciclismo, sci e aggiunge mestamente: “Nota: Nonostante il calcio sia lo sport più seguito e popolare, i risultati recenti delle nazionali maggiori sono stati deludenti rispetto ai successi negli altri sport sopra citati.”

Forse è giunto il momento di ripensare a quali siano gli sport minori.

Giusto Gramellini?

Guardare oltre

Non ne sono certo, ma credo che sia un ricordo che risalga alle elementari, quando la maestra Degrassi che insegnava tutte le materie, tra cui storia e geografia, spiegandoci i confini dell’Italia, diceva: “Il nostro Paese è circondato per tre quarti dal mare che ne segna il confine naturale, mentre a nord sono le Alpi a dividerci dal resto dell’Europa”.

Questo concetto delle montagne come limite, come cesura, come barriera tra noi e l’ignoto o addirittura tra noi e “gli altri”, me lo sono portato dentro per decenni. Ed era rinforzato dalle gite domenicali con la famiglia, in cui si percorrevano i sentieri ma non si salivano le vette.

Poi ho iniziato a frequentare la montagna da solo. E ho iniziato ad allungare i miei giri, a fare le gare trail, ad inventarmi dei percorsi che mi portavano oltre i colli. A quel punto ho realizzato che le catene montuose non sono delle cesure ma delle cerniere. Che, per chi vive in montagna, il colle è un punto di contatto non una barriera.

Questa idea di montagna trova delle conferme in mille piccoli fatti concreti.

Chi è più simile al pastore che porta le mucche al pascolo negli alpeggi ai piedi del Monte Rosa? Il suo omologo svizzero o il pescatore di Chioggia?

Nei due versanti di una montagna crescono le stesse piante e vivono gli stessi animali, piante ed animali che diventano cibo con ricette simili.

Ci si veste in modo simile per proteggersi dallo stesso freddo o dall’esposizione diretta del sole.

Persino le lingue si assomigliano di più. Non parlo, ovviamente delle lingue ufficiai, ma dei dialetti: abbiamo termini che definiscono in modo simile gli stessi oggetti e sono figlie di contatti tra popoli.

Vivere in montagna ed avere la montagna come maestra, ti fa crescere in un modo simile. Così è più facile capirsi con gli Svizzeri di là dal colle che con gli Italiani di pianura.

E questo “guardare oltre”, spingere lo sguardo al di là del colle, essere incuriositi di cosa ci sia dall’altra parte, aiuta ad aprire la mente, a spingerci ad esplorare. Che, come avevo già scritto altrove, è il motivo per cui io sono arrivato qui lasciando il mare…

Sono ben conscio che siamo lontanissimi da una fratellanza tra i popoli delle Terre Alte, ma mi piace riaffermare che c’è una trasversalità che trascende le catene montuose e che unisce le persone.

Forse non è immediato per chi vive lontano, come la mia vecchia maestra Degrassi, ma che appare evidente a chi vive ai piedi della montagna.

Quanta vita in 5 minuti di coda?

In fila, davanti all’ingresso.
Ho appuntamento alle 9:00. Arrivo un quarto d’ora prima e, proprio quando sto per suonare, noto un cartello:
“Chi ha appuntamento non suoni ma aspetti di essere chiamato”.

Faccio un passo indietro e osservo.

Un uomo sulla trentina che era arrivato poco prima di me, se ne sta in piedi, una cartelletta sotto il braccio, e legge qualcosa sullo smartphone.

Arriva un’altra persona, un uomo che potrà avere una cinquantina d’anni, saluta e mi chiede, ansioso “Ma avete suonato?”.

Rispondo di no, che ho appuntamento alle 9 e attendo il mio turno. L’altro uomo alza gli occhi e dice “Alle 9 anch’io” e poi li riabbassa verso il telefono.

Il neo-arrivato, non contento, spia tra i cartelli della porta finestra e suona una volta. Controlla l’ora, dovrebbero essere aperti, e ci chiede “Ma non c’è nessuno?”. Non rispondiamo. Lui suona di nuovo… Torna indietro. È nervoso. Guarda ancora l’ora.

Finalmente una signora si affaccia e gli chiede cosa desidera.

Intuisco che ha un appuntamento anche lui, alle 9. La signora gli dice che il suo appuntamento è al piano superiore, lui insiste, vuole spiegarsi, la signora gli ripete che deve andare di sopra. Lo fa entrare, scorre un elenco su un foglio di carta, e gli indica qualcosa. Poi lo accompagna fuori e lui, finalmente chetato, sale al piano di sopra.

La signora ci chiede i nomi e cosa dobbiamo fare. Ci fa entrare in un’altra sala d’attesa e lì ci dividiamo, il trentenne e il suo smartphone salgono tre gradini e si mettono in fila davanti ad una porta. Io aspetto di essere chiamato e rifletto.

Quanta vita c’è in cinque minuti di coda?

E ancora.
Il 30enne avrà notato quello che ho notato io, anche se era al telefono?

Sempre più spesso vedo che la maggioranza delle persone, aspettando il pullman o sulla banchina tra i binari del treno, si isolano dal mondo attorno per chiudersi in un mondo digitale. Un mondo dove ti sembra di essere vicino a tutti e intanto ti perdi le persone che sono davvero vicine a te.

Mi chiedo se questo affannarsi a riempire i silenzi, le pause, le attese, con qualcosa di stimolante sia una dipendenza o forse solo paura di restare soli con sè stessi, nel silenzio, nel vuoto. Liberi di pensare a ciò che si vuole.

E poi mi sono detto: “Ma non sei stufo di sentirti brontolare come un vecchio?”. Come il “mio” vecchio; quel padre che ho così tanto criticato e a cui somiglio sempre di più…

P.S. se avete voglia di approfondire, c’è un altro pezzo che in qualche modo è collegato: “Horror vacui”

Per un’ecologia delle idee

La montagna, oggi, si trova al centro di una tempesta mediatica.
È diventata un polo di attrazione per le persone che sono alla ricerca di recuperare un rapporto diretto con la natura e, attraverso questo rapporto, un contatto più vero, più sano con loro stessi, con il loro spirito.

Li comprendo benissimo, io sono stato tra loro, vivevo in una città, Milano, che rappresenta la quintessenza dell’essere una città. Veloce; fertile di idee ed iniziative; prodiga di stimoli ed opportunità. E naturalmente, caratterizzata anche da tutti i lati negativi che essere una città porta con sé.

L’uomo ha creato un mondo a sua misura e nel farlo ha sovvertito le regole naturali cui il nostro corpo soggiace.

C’è un concetto bellissimo che mi aveva affascinato quando ero un giovane studente di giurisprudenza: il concetto di “diritto naturale”, cioè quell’insieme di norme che gli uomini sentono dentro di loro senza bisogno che siano codificate. Il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza.

Ebbene, penso che esistano anche delle leggi fisiche che l’uomo dovrebbe riconoscere ed accettare, senza tentare di sovvertirle. Leggi che potrei riassumere in un unico concetto: “non tutto è sotto il nostro controllo”.

La pioggia, il caldo, le malattie, la vita e la morte (che poi sono due modi di chiamare la stessa cosa), la spinta alla riproduzione, la spinta a proteggere la propria vita e il proprio nucleo (famiglia, clan, comunità).

Non penso che siano cose che dobbiamo accettare per forza e subire passivamente. Se c’è freddo mi copro; se sto male mi curo… ma non penso neppure che dobbiamo portare questa “reazione” alle leggi naturali alle estreme conseguenze.

Ho fatto tutta questa ampia premessa per dire che oggi si vive in un mondo che è stato sovvertito per assecondare le necessità del genere umano (unica specie animale ad averlo fatto). Abbiamo portato questa scelta al limite, eliminando fisicamente gli ostacoli, non solo alla sopravvivenza dell’Uomo, ma anche alla sua comodità.

Viviamo perennemente a 20 gradi centigradi; d’estate e d’inverno. Non ci nutriamo più, perseguiamo i piaceri della buona tavola e subito dopo usiamo delle pillole per non ingrassare. Evitiamo la fatica come se fosse mortale, usiamo l’automobile ed ogni orpello che la tecnologia ci procura per non sforzarci, e poi andiamo in palestra per faticare. Chiediamo aiuto per fare qualsiasi cosa, da cambiare una lampadina a trovare un indirizzo nella città in cui siamo nati, e poi andiamo dallo psicologo perché il nostro senso di autoefficacia che è la capacità di risolvere da soli i problemi, e l’autostima calano vistosamente.

Questa scelta, operata molti anni fa, oggi porta come conseguenza una sorta di crisi di rigetto. Gli uomini non sono più contenti del mondo che hanno creato e di come questo mondo li ha trasformati. E vogliono tornare indietro. Per farlo idealizzano le poche aree rimaste incontaminate.

E finalmente arriviamo al punto.

La montagna, vuoi perché è un ambiente poco antropizzato, vuoi perché fino a ieri non era un luogo ambito per trasferircisi, è rimasta per buona parte fuori dalle trasformazioni artificiali che ha subito la pianura.

Quindi si guarda ad essa come il nuovo Ovest, l’Ultima Thule in cui rifugiarsi. Abitata da esseri mitici, superiori nel loro essere lontani dai cliché dell’uomo moderno, salvifica e taumaturgica.

Ed ecco il problema. Anzi i problemi.

Il primo, più immediato, è che il “marketing” – mi si perdoni la genericità di questo termine, voglio intendere tutto quel complesso sistema culturale che trasforma ogni interesse umano in un potenziale sistema di creazione di fatturato – il “marketing” usa l’idealizzazione della montagna per promuovere prodotti che, nel migliore dei casi, non c’entrano nulla; nel peggiore, sono contrari al sistema di valori identificato con la “vita in montagna”.

Il secondo, meno evidente ma altrettanto pericoloso, è che – come si è fatto innumeri volte in passato – si confonda la tutela con la messa sotto una teca.

Facciamo un esempio concreto. La buona intenzione di proteggere il lupo (che avevamo quasi cancellato dalla terra) è diventata l’idealizzazione di un animale e la sua chiusura in aree protette dove l’uomo può osservarlo senza pericolo (per l’uomo, ovviamente). E adesso che il lupo è tornato a frequentare il suo ambiente, è partita una lotta tra chi vive a contatto con questo predatore e chi, magari dal suo ufficio in centro, proclama che dev’essere tutelato.

Stiamo facendo lo stesso con la montagna.

Prolificano i libri, gli studi, i festival, gli incontri in cui si parla di montagna. Fioriscono le iniziative in cui si invitano le persone a “vivere la montagna vera” con un fine settimana in alpeggio o con un tuffo in una sagra di paese dove la polenta si fa sul fuoco e il formaggio sa ancora di stalla.

Ma stiamo solo trasformando la montagna in una disneyland, in un parco a tema, in un’esperienza “all inclusive”. E questo è l’effetto del problema marketing.

Oppure stiamo cercando di spiegare a chi vive in montagna come dovrebbero vivere. E questo è l’effetto del problema “riserva indiana”.

Non sto dicendo che i problemi non esistono.

L’overtourism, la gentrificazione, la cementificazione delle località sciistiche, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico in corso, ma anche e soprattutto, la difficoltà di immaginare un futuro a misura d’uomo nei paesi di montagna, la possibilità di garantire pari opportunità di studio, di lavoro, di vita a prescindere dalla quota in cui si vive. Sono problemi seri che richiedono una riflessione approfondita.

La risposta non può e non deve venire da chi è capitato per caso in montagna. E neppure da chi ne ama l’idea. Dev’essere un movimento autonomo che parte dal basso. Dalla base, come si usava dire ai bei tempi in cui si era tutti ideologizzati.

Quindi se vi viene voglia di abbandonare la città e trasferirvi in montagna perché cercate lo esprit montagnard venite a trovarci e provate a vivere insieme a noi. A condividere il bello e il brutto delle Terre Alte.

E poi decidete se è più giusto impegnarvi per cambiare la nostra vita o se forse è la vostra vita in città che va cambiata.

Ci riempiamo la bocca dell’importanza di un approccio ecologico alla vita. Vorrei sfidarvi a riflettere su come anche le idee abbiano bisogno di una loro ecologia. Dobbiamo tutti tornare a spogliarci delle sovrastrutture culturali che creano mondi diversi da quelli reali in cui viviamo (la montagna, ad esempio). E affrontare le cose per come sono. Non per come ci piace pensare che siano.