Il corriere Amazon

Ero a Milano, stavo percorrendo un controviale di corso Sempione alla ricerca di un parcheggio.
C’era un furgoncino piccolo e scassato, con due ruote sul marciapiede e il portellone aperto. Rallentava il passaggio delle altre automobili.

All’interno del vano posteriore c’era un piccolo uomo, dai tratti sudamericani, affannato, sudatissimo, con gli abiti trasandati, che frugava tra decine di pacchetti che vagavano liberi nel furgone.

Dal pianale del furgone, un pacco oblungo scendeva in obliquo fermandosi sulla strada, dove altri pacchetti erano disseminati a terra in un caos che parlava di cadute recenti.

Il logo sulle scatole e l’inconfondibile nastro nero e azzurro palesavano la provenienza: Amazon (potere del marketing!)

pacco amazon

Non mi fraintendete, questo post non è l’ennesimo sfogo contro l’incuria dei corrieri della società di Jeff Bezos.

Sono sicuro che:
# 1. il corriere ha un contratto regolare (magari da fame) e ha firmato consapevolmente la sua condanna a questo tipo di attività
# 2. gli oggetti arriveranno ai clienti integri (nonostante il pessimo trattamento cui sono sottoposti nel viaggio) grazie agli imballaggi extra resistenti ed extra large
# 3. aggiungo che anche nel caso non fossero integri, Amazon provvederà a sostituirli gratuitamente, inviandone un nuovo esemplare (non so se il corriere che ha causato il danno ne pagherà le conseguenze, ma immagino di no)

Non voglio neppure far notare che i tempi stretti e le condizioni contrattuali con cui hanno a che fare i corrieri Amazon sono una nuova forma di schiavitù.
E neanche che l’impatto sull’ambiente dello spreco di carta e plastica necessario a tutelare l’oggetto a causa delle pessime condizioni di cui sopra sarà pagato dalla collettività che seguirà la nostra generazione.

Io vorrei concentrarmi solo sul tema dell’impoverimento.
Amazon vende tutto, consegna prima e ovunque, e costa meno.
Un affare, direte. Invece no. Vi ruba in tasca.

Amazon toglie valore alle cose

Dovete fare un regalo.
Andate in un negozio e, consigliati dal commesso, vagliate le varie possibilità. Poi, magari, visiterete un nuovo negozio dall’altra parte della città. Infine, effettuata la scelta, potrebbe persino capitarvi di dover aspettare qualche giorno che arrivi e poi tornare a ritirarlo.

Tutto questo lavorìo aumenta il valore di ciò che acquistate.
Non in termini economici, ovviamente, ma aumenta l’importanza che voi gli attribuite (che alla fine è l’unica cosa che conta).

Pensate anche al prezzo.
Su Amazon non comperate mai a prezzo pieno, ma sempre tutto scontato, al ribasso.
Ma davvero vorreste regalare un oggetto in saldo al vostro amore?

A proposito, avete presente la pubblicità di Amazon?
Una giovane coppia si scorda del proprio anniversario. Amazon vede e provvede. Entrambi comprano on line, ricevono il pacco a casa, e tutti vissero felici e contenti.
Ma voi vorreste vivere con un partner che si dimentica dell’anniversario?

Ma torniamo al nostro corriere nel controviale.

Non c’è amore nel suo lavoro, non c’è professionalità né passione.
Non per sua incapacità o mancanza di volontà, semplicemente per mancanza di tempo.
Non c’è cura e attenzione nei confronti del pacco sballottato per chilometri (tanto da rendere necessario un imballo gigante anche per libri od oggetti non fragili).

Stanno impoverendo la nostra società.
Stanno vendendo sottocosto i nostri desideri, il nostro lavoro, il nostro ambiente.

Il BlackFriday sta arrivando. Natale sta arrivando.
Prima di ordinare su Amazon, pensate al corriere e andate ad acquistare i regali nei negozi.
Vi costerà più danaro, più tempo, più fatica, ma contribuirete a frenare il declino.

Il diritto di non correre

Mentre scrivevamo Niente panico si continua a correre, Giovanni ed io abbiamo inserito anche un decalogo del podista. Volevamo raccogliere alcuni consigli imparati dall’esperienza e proporli con un po’ di umorismo come se fossero delle regole.

Alla fine è uno dei capitoli più citato del nostro libro e questo ci fa piacere.

L’idea era venuta a me, sulla falsariga di quanto fatto da Daniel Pennac in un’opera che considero una pietra d’angolo per gli amanti della lettura, parlo di Come un romanzo, dove citava il decalogo dei diritti del lettore. 
E il primo diritto è quello di non leggere.

podista stanco

E Pennac mi è venuto in mente durante questo ultimo weekend.
Avevo lavorato molto tra giovedì e venerdì, sabato sono dovuto andare a Bergamo (250 km ad andare ed altrettanti a tornare) e domenica pioveva che dio la mandava… insomma – per dirla tutta – non avevo proprio voglia di correre. E così ho fatto.

Dallo scorso anno ho deciso di non gareggiare più, di correre solo per piacere e per mantenere vivo quel rapporto con il mio corpo che è un vantaggio collaterale di correre regolarmente.

Il bello di questo approccio è che mi permette di liberarmi di quel fastidioso senso di colpa dell’uscita mancata (che è tipico del runner che prepara una gara).

E c’è ancora un altro vantaggio.
Dopo aver saltato un’uscita programmata, di solito, torni con più voglia di correre.

Nel mio caso ho corso venerdì, il sabato era previsto riposo, così domenica dovevo correre ma sono rimasto a casa.
Pigramente, sul divano, davanti alla stufa. Dividendomi tra libri e televisione.
Sono uscito sotto l’acqua solo per eliminare alcuni rami che l’ultima nevicata aveva abbattuto, ma niente di più.

Oggi non vedo l’ora di indossare le scarpette e di uscire (magari in pausa pranzo) a fare un’oretta allegra, togliendo la ruggine dalle gambe e riempiendomi i polmoni dell’aria frizzante dei miei boschi.

La neve

C’è un silenzio speciale quando nevica.
Non solo la Natura tace, ma è come se le onde sonore non riuscissero a viaggiare tra i fiocchi di neve.

Eppure, in questo silenzio speciale, riesci a sentire il leggero crepitio causato dal posarsi di ogni fiocco sul manto che ormai copre il giardino.

C’è una luce speciale quando nevica.
Di giorno una specie di lucore diffuso, quasi giallo, preannuncia la neve. Poi quando i fiocchi iniziano a scendere, l’aria si fa tersa.

Emarese con la neve

E dopo la nevicata, tutto brilla.
Di giorno le montagne si stagliano candide contro il cielo che per contrasto appare di un azzurro sfacciato.
Di notte, la luce è amplificata dal candore del mantello nevoso. Ed è strana, perché viene dal basso invece che dall’alto, e modifica tutte le prospettive.

La neve altera tutti i nostri sensi.
L’aria sottile ti entra nelle narici e le rende più sensibili agli odori, come se risaltassero dallo sfondo.
Il freddo indirizzisce i tuoi polpastrelli e la neve farinosa sfugge alla tua presa. Oppure ti inganna, apparendo solida in superficie, ma appena appoggi il piede, la crosta ghiacciata si rompe e tu sprofondi.

La neve cambia anche le nostre emozioni.

Il Tempo sembra rallentare e tu acquisisci una calma speciale, quasi un distacco dalle cose che ti angustiano gli altri giorni.

La neve è la coltre sotto cui dorme la Natura.

Sotto la neve ho sepolto il mio cuore,
se tutto andrà bene a Primavera germoglierà.

Accettare il fallimento

Sabato scorso, mentre tornavo a casa in auto, ho sentito uno spezzone di trasmissione.
Non ricordo tutti i dettagli, ma la trasmissione era “Prendila così” su RadioDue (condotta da Diletta Parlangeli e Francesco De Carlo), avevano ospite in studio, Francesco Lancia, un autore radiofonico che fa parte della Compagnia Stabile I bugiardini e parlavano di “improvvisazione”.

Il tema generale della puntata era il fallimento.

Francesco Lancia, spiegando come funziona la scuola di improvvisazione, ha raccontato che chi segue i loro corsi, per un anno e mezzo lavora sull’accettazione del fallimento.
Il motivo è chiaro. Se mentre sei sul palco continui a temere di sbagliare o di non riuscire, la creatività è bloccata. Nel caso di un copione mandato a memoria, con una mano dai colleghi o dal suggeritore, ti puoi riprendere. Ma se stai improvvisando il castello di carte crolla miseramente.

Ha poi eseguito un esercizio semplicissimo: ha chiesto alla conduttrice di inventarsi una bella storia e lei si è bloccata. Allora le ha posto la cosa in modo diverso, facendole delle domande generiche e lasciando lei libera di dire quello che voleva. E magicamente ne è uscita una breve storia buffa.

Il senso dell’esperimento è che quando abbiamo paura di fallire sentiamo la responsabilità sulle nostre spalle e ci blocchiamo.

Accettare il fallimento come passaggio fondamentale di ogni crescita è il primo passo verso la creatività.

Il termine fallimento è legato a quello di sconfitta. E accettare il fallimento suona come una cosa da vigliacchi.

Ma non lo è.

E per restare in tema teatrale, il buon Amleto si interrogava tra essere o non essere, tra vivere e morire, tra fare e non fare.
Io credo che sia cento volte meglio fallire mentre si tenta che rinunciare prima di provarci.

Oggi penso e ripenso su questo tema. Sto cercando di trovare tregua.
Mi sono reso conto di aver fallito in un progetto importante, probabilmente il più importante, di questa fase della mia vita.

Ma come ho già scritto altrove, la vita è fatta di tutti i passaggi che attraversiamo, e anche da questo devo imparare.

Sarà una lezione che terrò bene a mente: mi è stata insegnata nel modo più doloroso possibile.

Tre runners ed un cane

Sabato ho corso ad Arluno con Nadia e Geo, una coppia di amici, e Zen, il loro cane.

Mi avevano ospitato il venerdì sera perché sabato pomeriggio avevo una presentazione del libro di un’amica alla biblioteca di Rho.
Era parecchio che non ci vedevamo e la cena si è protratta mentre ci aggiornavamo reciprocamente sulle nostre vite.
Insieme alle ore e alle chiacchiere, era scorso anche qualche bicchiere di buon vino.

Il mattino dopo il clima era uggioso e la testa pesante.
Strade bagnate, umidità nell’aria, ma non sembrava voler piovere.
Insomma tutto spingeva per un’ora di corsa.
Ed infatti siamo usciti per un’oretta tranquilla.

Era da moltissimo che non correvo in compagnia di qualcuno.
Ormai sono abituato ad essere solo, ai miei ritmi, ai miei percorsi, alle mie piccole manie.

di corsa con il cane

Sabato invece mi trovavo in totale balìa della volontà altrui, ed era piacevolissimo.
Non conoscevo il percorso, quindi ad ogni bivio dovevo aspettare e seguire.
Il ritmo lo hanno impostato loro.
Anzi, lo ha impostato (imposto?) Zen, il loro cane, che tenevano al guinzaglio (essendo su una ciclabile) e che giustamente faceva tutte le soste necessarie ad un cane.

L’effetto finale è stata una delle più piacevoli corse degli ultimi mesi.

Allora mi sono interrogato sul motivo e, oltre alle chiacchiere con gli amici, credo che c’entri molto con il senso di responsabilità.

Quando esco da solo mi sento in obbligo di fare qualcosa di specifico.
Magari il solito percorso in un certo tempo.
Magari più chilometri per smaltire una cena abbondante.
Magari tornare a casa con le gambe stanche e la convinzione di aver messo un altro mattoncino nella preparazione.

Quindi il compito per casa di questa settimana è quello di correre senza autoimpormi degli obbiettivi.
La corsa per il piacere della corsa.
Vediamo se ce la faccio anche da solo…

Cose che capitano

Capita che un giovedì qualsiasi devi andare dal gommista per fare il cambio gomme estate/inverno. Hai preso appuntamento al mattino presto per poter andare in ufficio subito dopo.
La ragazza, efficentissima stile Milano, ha preso in carico la macchina e ti ha offerto un caffè.

Adesso sei comodamente seduto in sala d’attesa, con un canale che passa musica soul nell’impianto stereo, stai leggendo l’ultimo di Carofiglio (qui la recensione) nel tiepido abbraccio di una poltroncina, quando si spalanca la porta e un individuo (razza umana, massiccio, vestiti dimessi, trentenne che però ne dimostra 10 di più) fa la sua comparsa.

Si siede alla scrivania dell’accoglienza proprio davanti alla ragazza (dalla conversazione si capisce che è un cliente abituale) ed inizia a chiacchierare del più e del meno mentre attende la sua vettura.

sala d'attesa

Non appena la ragazza si alza per andare a recupera le chiavi dell’auto, quello si guarda intorno e mi chiede cosa sto leggendo.
Rispondo a mezzavoce, tanto per non far continuare la conversazione, ma – evidentemente – non gli interessava la mia risposta ma solo dare spazio alla sua voce.

Così, mentre io alzo gli occhi al cielo e abbasso il libro sulle ginocchia, inizia a raccontarmi della sua vita.
Che sta per chiudere la ditta; che si occupano di fornire manodopera non qualificata; che sta per andare a Cuneo per portare dei soldi alla squadra altrimenti non riescono a pranzare; che lavorano in una cartiera dove dividono carta e plastica; che le cartiere devono stare vicino al fiume; che a Cuneo troverà la neve; che lo ha mollato la compagna; che si sposta di camera in camera, di alloggio in alloggio; che in valigia ha solo un libro che, non avendo la televisione, continua a leggere; che lui non ha mai comprato libri ma che questo l’aveva scritto il cognato di suo suocero (ex suocero); che questo cognato era un personaggio famoso, tale Silvio Da Rù, attore e regista, oltre che scrittore…

Finalmente è tornata la ragazza e mi ha liberato dell’ingombrante presenza di questo signore (“adesso vado che devo arrivare presto; io pensavo di chiudere la ditta questa settimana, ma già la prossima tiro giù la clerc; ma non ti preoccupare per i soldi, adesso ti do un anticipo di 100 euro ma salda il capo domani o dopo…”)

Io ho googolato il nome del cognato e ho scoperto che aveva scritto anche una graphic novel sulla storia di Milano.
L’ho ordinata… mi arriva a giorni… poi vi faccio sapere!

La misura del tempo

La misura del tempo

Torna in libreria Gianrico Carofiglio con il suo personaggio più amato, l’avvocato Guido Guerrieri con tutti i suoi dubbi, le sue divagazioni, le sue preziose imperfezioni che ce lo fanno sentire vicino ed umano.

La storia è semplice: un ragazzo è stato condannato per un omicidio. A coinvolgere Guerrieri è la madre del condannato, vecchia fiamma dell’avvocato barese, che dovrà quindi difenderlo in appello provando ad instillare nei giudici il celeberrimo ragionevole dubbio.

Per Carofiglio è l’occasione per affrontare in parallelo due temi che lo appassionano.

Il primo, che è anche il motivo del titolo, è il Tempo e il suo scorrere.
Nelle parole di Guerrieri si riconosce anche la voce dell’autore che si interroga sull’invecchiare.

Il Tempo sembra eterno quando si è giovani ed è invece un’unità ben definita e veloce via via che si invecchia. La formula per ingannare il Tempo è continuare a cambiare, uscire dalla routine, ma così facendo si tendono ad anestetizzare le emozioni…

Il secondo tema è il rapporto tra la giustizia (intesa come insieme di apparato giuridico e apparato legislativo) e l’etica.
Carofiglio esplora ripetutamente questo tema, prima attraverso una lectio magistralis che fa pronunciare a Guerrieri di fronte ad aspiranti magistrati (un capitolo che da solo vale il libro) e poi spiegando fin nei dettagli come funziona il sistema giudiziario italiano (senza mai diventare professorale o noioso).

A contorno di questi temi scorre la storia e i soliti personaggi estremamente ben caratterizzati, dalla collega/amante di turno al gestore di un’improbabile libreria aperta solo di notte.

Gianrico Carofiglio è davvero bravo.
La sua prosa chiara ed avvincente evidenzia la lucidità del pensiero e la passione per l’approfondimento filosofico (in parte trattato esplicitamente attraverso il professore che cura la mente con la filosofia).

Peccato duri poco… avrei voluto ci fossero almeno altre dieci capitoli…

La misura del tempo
Gianrico Carofiglio
Einaudi, Stile Libero
288 pagg. / 18,00 euro

Il figlio della montagna

Tom Ballard il figlio della montagna

Non dev’essere stato facile per Marco Berti scrivere questo libro.
Arrivato in libreria pochi mesi dopo la morte di Tom Ballard, il giovane alpinista inglese scomparso insieme a Daniele Nardi mentre tentavano la prima invernale sul Nanga Parbat.

La vicenda è stata vivisezionata nel mondo della montagna ed è stata oggetto di attenzione mediatica.

Un breve riassunto dei fatti.
A fine febbraio 2019 (il giorno 24) si perdono i contatti con la cordata formata da Nardi e Ballard mentre tentavano l’ascesa alla vetta del Nanga Parbat lungo lo Sperone Mummery.
Scattano i soccorsi, ma sono rallentati dal cattivo tempo. Solo dopo il 2 marzo alcuni soccoritori raggiungono il campo base ed iniziano le esplorazioni per cercare di individuare i due alpinisti (pur sapendo che le probabilità di trovarli vivi fossero molto remote).
Il 9 marzo viene ufficializzata la notizia che i due corpi sono stati individuati con un telescopio e che non si può più fare nulla.

Come dicevo all’interno del mondo dell’alpinismo si discute molto (e si era già discusso in precedenza) su quanto accaduto. Anche polemicamente.
Daniele Nardi e Tom Ballard sono una “strana coppia”, tanto il primo era un personaggio quanto il secondo preferiva restare in ombra.

I media non specialistici si impossessano delle polemiche e, nei giorni delle ricerche, anche con poco senso di correttezza, ne danno ampio risalto.
E come al solito, trovati i corpi e finita l’enfasi dell’attenzione nazionale ed internazionale, se ne dimenticano.

Non così Marco Berti, che è quanto di più vicino ad un amico di Tom Ballard si possa immaginare.
A lui propongono di scrivere una biografia del giovane alpinista. A lui che avrebbe voluto più volte celebrare le grandi imprese dell’amico ma che mai si sarebbe aspettato (anche per motivi anagrafici) di doverne scrivere dopo la morte.

Alla fine accetta e ne esce un libro strano, Tom Ballard il figlio della montagna.

La prima sezione è firmata da Messner che spiega cosa sia lo Sperone Mummery sul Nanga, la seconda sezione è opera di Alessandro Filippini che inquadra la spedizione, la terza sezione è formata dal rapporto scritto da Alex Txicon l’alpinista basco che ha guidato i soccorsi.

Poi inizia il corpo centrale che racconta, attraverso le sue scalate, la vita di Tom Ballard. E’ la parte più viva e vivida, scritta da Marco Berti e nella quale traspare sia l’affetto che unisce i due sia, soprattutto, il dolore per la perdita.

A chiudere il libro una corposa serie di appendici che offrono informazioni utili a chi vuole approfondire meglio.

Come dicevo un libro formalmente strano, ma che si legge tutto d’un fiato; con tante sezioni che, all’inizio spiazzano ma che alla fine sono le parti di un calco in gesso, di un’immagine in negativo, che fa intuire quello che è stato Tom Ballard.

Un personaggio descritto dai suoi silenzi e dalle sue assenze, che ha lasciato traccia di se soprattutto nell’incredibile lista di ascensioni di qualità altissima che ha compiuto.

La storia di Tom Ballard è tragica fin dall’inizio.
La madre è una famosa alpinista, Alison Hargreaves, morta sul K2 all’apice della fama, lasciando Tom (che aveva sei anni) e la sorella Kate.
Il padre, Jim, porta i due figli al campo base della spedizione a rendere l’ultimo saluto alla mamma. E negli anni a venire, rispettando una promessa fatta alla moglie, fa vivere ai figli una vita avventurosa.

Se cerco di immaginarmi Tom Ballard mi viene in mente Christopher McCandless, il giovane reso celebre dal libro Into the Wild di Krakauer, idealista fino all’estremo, amante della natura nella sua forma più selvaggia.

Tom Ballard è tutto questo e molto di più.
Ha un approccio poetico alla montagna cui si avvicina seguendo lo stile etico dei primi alpinisti, concentrato nella ricerca di un suo piacere estetico per la vetta e totalmente immune al risvolto pubblico di essa.

Non gli interessa apparire. Anche a costo di rinunciare a sponsorizzazioni che gli permetterebbero di compiere più “comodamente” le sue imprese.
Non so se fosse timido o se, semplicemente, preferisse la solitudine.

Di certo è l’ultimo dei romantici, anche se spero per il bene dell’Umanità, che continuino ad esistere persone come lui.

Tom Ballard il figlio della montagna
Marco Berti
Edizioni Solferino
267 pagg. / 18,00 euro

Gabbiani o falchi?

Sono cresciuto in una città di mare, avevo 6/7 anni quando uscì in Italia il romanzo più famoso di Richard Bach: Il gabbiano Jonathan Livingstone.
Già all’epoca ero un lettore appassionato e lo divorai in un pomeriggio.

Per i pochissimi che non lo hanno letto, è la storia di un giovane gabbiano più interessato a scoprire come perfezionare la tecnica di volo che a riempirsi la pancia (trovate qui la scheda su Wikipedia).

All’epoca andava tantissimo. Le mamme lo regalavano ai figli adolescenti per formarne il carattere, per dimostrare loro come sia importante credere in un progetto e dedicarvisi completamente.

Io lo adoravo.
L’ho letto decine di volte.
Osservavo incantato le immagini delle evoluzioni dei gabbiani che, stampate su carta traslucida, corredavano il volume.

E volevo volare.

Non in senso letterale (imparare a pilotare un aereo non mi è mai interessato) ma in senso metaforico. Volevo imparare a spingermi ai miei limiti.
Poi sono cresciuto (e ho amato altri libri che hanno segnato le mie diverse età).

Il gabbiano restava un simbolo di libertà, ma il simbolo si scontrava con la dura realtà dei grossi volatili che scorgevo, sgraziati e rauchi, lottare per gli scarti dei pescherecci nel porto di Trieste. O, ancora peggio, che vedevo strappare i sacchi dell’immondizia nei cassonetti delle vie del centro.

Ma il gabbiano Jonathan Livingstone mi è tornato in mente un paio di settimane fa, mentre passeggiavo in un bosco dietro casa in Valle d’Aosta, ho sentito il grido acuto del falco e ne ho scorto l’ombra scivolare leggera sull’erba di una radura.

Mi sono detto con una punta di autocompiacimento “Preferisco il falco al gabbiano! Sono un uomo di montagna e non di mare”, ingannando me stesso, sovrapponendo l’animale al simbolo.

gabbiano

Il falco o il gabbiano sono solo la proiezione del nostro desiderio di volare, di innalzarci, di essere liberi.

Non hanno nulla a che fare con l’individuo che solca il cielo sopra di noi, ma sono quel cumulo di emozioni che vola dentro di noi. Nella testa. Nel cuore.

Allora mi è venuto da pensare agli altri simboli che infarciscono il nostro quotidiano. Simboli del bene e del male.

Il lupo, la volpe, per restare tra gli animali.
Ma anche l’immigrato, lo zingaro.

Prendiamo ad esempio il nero, l’uomo di colore per essere politically correct, una frangia di uomini lo bolla come usurpatore di diritti mentre quelli dell’altra parte lo promuove a povero oppresso.

Ma lui è solo un uomo. Sarà un buon padre o picchierà il figlio? Sarà intelligente o stupido? Pigro o gran lavoratore?
A seconda dei propri pregiudizi gli si tende ad incollare addosso una serie di vizi o di virtù… ma lui è soltanto un uomo.

Come il gabbiano o il falco.

Dovremmo liberarci di queste sovrastrutture e osservare la realtà per quello che è.
E solo allora ci libereremo di razzismi, maschilismi, omofobie e tutte le malepiante che dai pregiudizi discendono.

Come treni sui binari

Gli sportivi lo sanno.
Il principio dell’allenamento è spingere il tuo corpo un po’ più in là, un po’ fuori dalla tua comfort zone.
Se ti viene facile correre fino alla fine della salita per tre volte, è la quarta quella che ti allena.
Se non fatichi ad andare a 5’00″/km sono i chilometri corsi a 4’50” quelli che ti donano la brillantezza…

Stamattina mi chiedevo se la stessa regola si applica anche alla vita.

treno a vapore

Viviamo come dei treni sui binari.
Ogni passo è condizionato dalle scelte che abbiamo fatto precedentemente, magari 30 anni fa.
Abbiamo orari da rispettare, compiti da eseguire, convenzioni cui adeguarci.
E siamo bravi a farlo. Arriviamo puntuali, non ci scordiamo le cose, non generiamo risentimenti…

E’ la nostra area di comfort, quella in cui sappiamo di poter far tutto, quella che non ci costa troppa fatica.

Ma non impariamo nulla di nuovo. Non ci alleniamo, non miglioriamo.

Sappiamo chi siamo, ma non chi potremmo essere.

Certo, qualcuno potrà obbiettare che non occorre puntare sempre più in alto.
Magari la nostra routine è la ricetta perfetta per essere felici.

Sarà anche vero. Ma, di nuovo, ci viene in soccorso il parallelo con la corsa.
C’è una regola che abbiamo imparato tutti: se continui a correre alla stessa velocità ogni giorno, quella velocità diventerà sempre più difficile da mantenere.
Se non spingi il tuo corpo ad andare più veloce, inesorabilmente rallenterai.

Nella corsa, come nella vita, abbiamo bisogno di variazioni di ritmo.
Abbiamo bisogno di allenarci, di uscire dall’area di comfort e di metterci in discussione.
Fuor di metafora, abbiamo bisogno di esperienze nuove, di stimoli, di sfide.

Ed è importante capire che questo non serve solo a migliorare, ma semplicemente a non morire.