…senza titolo

-10. Buffi rivoli di acqua scendono a bordo strada

-9. Le foglie rese viscide dalla pioggia non danno appoggi sicuri al piede

-8. Un gruppo di ragazzini dalle rosse divise corre e chiacchiera

-7. Il passo degli amici, sempre dietro all’inizio, sempre davanti alla fine

-6. Freddo. Le gambe sembrano intorpidite

-5. Perché la luce del lampione sembra non illuminare il segno dei 100 metri?

-4. Al ritorno non basta il tempo per rifiatare

-3. Le mani adesso sono bollenti

-2. Perché la testa si stanca sempre un po’ dopo il corpo?

-1. La doccia bollente

Finito.

Dieci ripetute in salita.

Uno stato di sospensione

Et voilà.
La scorsa settimana la magia è stata replicata. Ancora una volta.

ore 7.30 – a Milano il cielo è sereno, ma al bar mi dicono che è prevista pioggia.
ore 12.00 – infatti un’acquerugiola fastidiosa bagna l’asfalto e i tetti delle macchine.

Devo decidere cosa fare.
Avevo previsto di correre, ma non ho voglia di prendere l’acquazzone serale, quindi salto il pranzo e vado al campo XXV Aprile.
Si corre in Montagnetta!

Il cervello registra automaticamente le sensazioni. Tutte negative.
Le gambe non girano; il fiato è corto; il mio corpo è una massa ballonzolante intorno allo scheletro.

Cerco di convincermi: Sono già qui, so che dopo starò meglio, e poi sfogo un po’ di tensione della giornata

correndo nella pioggia

La pioggia sembra aumentare, si mescola al sudore che mi cola negli occhi.
Scollego il cervello dalla corsa e lo metto a riflettere sulla mia vita, sulle scelte che sto facendo, sugli affetti.

Così le gambe entrano nel ritmo giusto.
Assaporo la fatica per quello che è.
La mente vaga libera e io mi diverto una volta in più.

Quando incontro un amico che mi saluta, mi spiace persino uscire da questo stato di sospensione.

Ma giro l’angolo, arrivo all’auto, fermo il cronometro.
Erano mesi che non riuscivo a correre 10 chilometri in progressione.

Sono di nuovo pronto a reimmetermi nella routine.
E il pomeriggio in ufficio è volato

Il metronomo

Era quasi estate, le ultime faticose settimane di scuola, probabilmente in seconda o terza media.
Mia madre, a colloquio con il professore di matematica, ricevette uno strano invito a farci provare il canottaggio.
Fu così che il sabato successivo, mio fratello ed io ci recammo presso la Canottieri Nettuno a Trieste e io feci i primi passi nello sport.

Ero un simpatico ciccione (d’altronde esistono ciccioni antipatici?) che non sapeva nulla di attività fisica.
Me la cavavo a scuola, suonavo la chitarra ed avevo qualche amico. Ma sport zero.
Mi ricordo che l’allenatore mi osservò e, toccandomi prima la pancia e poi il petto, disse: “Franzile (un vezzeggiativo sloveno che suonerebbe Franceschino) sposteremo tutto quello che c’è qui sotto, qui sopra” e se ne andò.

Poi iniziò il percorso fatto di corse (che scopersi di amare a differenza degli altri canottieri) e di vasca voga, dove apprendevamo i rudimenti dell’arte rematoria.
C’ero portato. Tanto che, dopo aver spostato i chili dalla pancia al petto, sono entrato nella squadra e mi sono tolto parecchie soddisfazioni in gara.

Una delle prime lezioni che imparai fu di sentire il ritmo della barca.

Il canottaggio è uno sport di potenza. I remi piantati in acqua spingono in avanti lo scafo sottile. E quando il vogatore si precipita verso poppa per piantarli di nuovo in acqua il più avanti possibile, contrasta il moto dell’imbarcazione.
E’ tutta una questione di ritmo. Se ce l’hai la barca vola, se non ce l’hai la barca si pianta.

Ben presto scopersi che il ritmo è fondamentale in ogni cosa.
Nella corsa il ritmo è tutto. Imbriglia la potenza e la trasforma in armonia e poi in performance.
Nella musica, trasforma le note in melodia.
Nella vita, se riesci a imporre un ritmo, gli accadimenti si mettono in fila e le tue azioni producono risultati.

metronomo

Riflettendo su questo ho deciso che, come fatto già molte altre volte in passato, assegnerò alla corsa un ruolo di metronomo.

Le chiederò di essere la regola costante delle mie giornate.
Questa volta non per arrivare ad un risultato cronometrico o per partecipare ad una gara, ma per rimettermi in riga, per riportare la mia vita nel ritmo che io vorrei avesse.

Ho ripreso a correre.

Non guardo il cronometro (anche perché temo sia impietoso specchio della mia attuale forma) ma cerco di correre con costanza.
Alterno le corse e le camminate in montagna (altrettanto stimolanti per l’apparato muscolare e cardiocircolatorio ma meno logoranti per le articolazioni).
E l’uscita di corsa è diventata la cadenza attorno alla quale faccio girare i miei altri impegni: il lavoro, la scrittura, le passioni.

Un piccolo esempio concreto è questo blog.
Cercherò di aggiornarlo con cadenza settimanale, il lunedì, tanto per partire con il piede giusto.
E se il miracolo si rinnoverà, corsa dopo corsa, settimana dopo settimana, mi rimetterò alla pari con il resto della mia vita.

Coppe & bidoni

Sono uno di quelli per cui il valore delle cose non è legato al valore materiale. E questo vale sia per gli oggetti che le persone.
Io do grande importanza ai sogni, ai progetti, al valore ideale e simbolico.

Provo a spiegarmi meglio.

Ieri sera, finito di lavorare, sono tornato in albergo e sono uscito a correre.
Era tardi, c’era buio, eppure le strade brulicavano di macchine e di persone.

Mentre mi avvicinavo al parco di Trenno, ho iniziato a pensare a quello che volevo fare.
Al momento non ho obbiettivi sportivi, corro per restare in forma. Anzi per ritornare in forma.
Correre è uno dei modi di affermare il controllo sul mio corpo, è piegare il mio essere ad un progetto di vita che ho per me stesso.

Ho deciso di dedicarmi ai bidoni.

il parco di trenno

Il circuito in asfalto di Trenno è lungo 4 km ed è punteggiato di cestoni per l’immondizia.
Sono sparsi un po’ a caso, in prossimità delle panchine, distanziati a volte di una ventina di metri a volte di un centinaio.
“Fare i bidoni” per me significa alternare un tratto di corsa veloce ad uno di recupero usando come partenza ed arrivo quegli affari verdi.
Un metodo per stimolare muscoli, cuore e polmoni in modo non cadenzato.

Sono partito prudente.
Oggi per me 4km di fartlek sono una sfida.
Via via che mi inoltravo nel parco prendevo confidenza e spingevo di più nei tratti veloci. Un po’ baravo (lo confesso) cercando con gli occhi il bidone successivo e regolando il mio passo sulla distanza che mi separava da esso.
Comunque ho terminato soddisfatto il mio anello e ho ripreso la strada verso l’hotel mantenendo una velocità dignitosa e, finalmente, facendo volare i pensieri.

Tra meno di una settimana esce il nuovo libro, “Niente panico, si continua a correre”, scritto ancora una volta con Giovanni Storti.
Si tratta del seguito di “Corro perché mia mamma mi picchia” che tante soddisfazioni ci ha dato, compresa la vittoria del premio Bancarella per la letteratura sportiva.

Così sono finito a pensare alle coppe che ho vinto in vita mia e come nessuna di esse trovi spazio nella mia vita.
Quella vinta da ragazzo ai campionati di canottaggio è stata buttata in uno dei traslochi, quella vinta alla Monza Resegone (quinta squadra mista) è a casa di un altro membro del team, e quella del premio Bancarella è a casa di Giovanni.

Più che le coppe a me piacciono i bidoni.

La coppa è un bel promemoria di quello che abbiamo ottenuto.
I bidoni del parco sono un obbiettivo per quello che vogliamo ottenere.

Correvo e provavo a mettere ordine nella mia vita.
Come per le coppe e i bidoni, riflettevo sul fatto che non bisogna fossilizzarsi su quanto si ha ma su quello che si desidera.

Mi piacciono le persone con una luce di desiderio negli occhi.
Quelle che non si preoccupano di dove cenare alla sera ma di cosa fare da grandi.
E quasi mai questo atteggiamento si fa mettere in gabbia dall’età.

Pensieri sparsi e 10 km a un buon ritmo.
Non male per un martedì sera qualsiasi…

La routine

C’è un’arma segreta per i corridori di lungo corso (intendo quelli che sono anni che corrono).

Nei giorni in cui la voglia cala puoi usare gli amici come stimolo, oppure – ed è quello che ho fatto io ieri sera – affidarti alla routine.

Il martedì sera, quando sono a Milano, tendo ad unirmi al TricoTracoTeam che è il nome in codice del solito gruppetto di amici.
Si corre al Parco Sempione (ne avevo già scritto qui), di solito un paio di giri esterni ed un paio di giri dell’Arena Civica.

Ieri sera, dunque, mi sono unito a loro, pur sapendo che lo stato di forma mi avrebbe messo in crisi.
Ma la scusa era buona per rivedere gli amici e poi, dentro di me, contavo sul Buzz e sul suo passo (“lento ed inesorabile”).
Purtroppo il Buzz ha dovuto dare forfait, privando il gruppo delle sue battute surreali e, soprattutto, privando me di una buona scusa per rallentare.

Primo giro, complice il riscaldamento, passa tranquillo.

Salutiamo un po’ di amici che incrociamo (non finisco mai di stupirmi della quantità di persone che corrono al Sempione, ormai ce ne sono più lì che alla Montagnetta), chiacchieriamo del più e del meno, loro mi aggiornano sulle ultime vicende personali e io faccio lo stesso con le novità dal fronte occidentale.

Alla fine del primo giro loro scalpitano per accelerare, io ansimo per la velocità, così decido di mollarli al loro destino e di anticiparli verso la doccia.

Ho corso poco più di tre chilometri e così subentra un leggero senso di colpa.
“Per tre chilometri potevi anche fare a meno di cambiarti” dico tra me e me.
Ma la voglia è poca… bisogna inventarsi qualcosa.

Ed ecco che entra in gioco la routine.

Yelena Isinbayeva
Una delle routine più famose in atletica era quella che usava l’astista Yelena Isinbayeva per concentrarsi tra un salto e l’altro…

Se pensate alla routine come il monotono susseguirsi dei fatti della vita, allora ha un’accezione negativa.
Ma se invece considerate la routine come una serie di movimenti che si ripetono per ottenere un risultato, allora cambia.

Avete presente i grandi meeting di atletica e le routine ossessive di alcune star?
I velocisti ai blocchi di partenza, oppure i saltatori mentre cercano la concentrazione…

Ecco, la routine è una confortevole coperta di Linus nella quale rifugiarsi.

E io ieri ho fatto così.
Ho staccato il cervello (o meglio mi sono messo a pensare ad altro) e ho lasciato che le gambe facessero il loro lavoro.

Ho continuato a girare intorno all’Arena, variando il ritmo, cercando di aumentare in prossimità dei due rettilinei e recuperare in curva, cercando la spinta corretta dei piedi e sforzandomi di evitare strappi.
Già da subito la tentazione di mollare e fermarmi se n’era andata.
Dopo qualche giro sono uscito verso la strada ed ho atteso il resto del gruppo per tornare con loro verso casa (e la doccia e la pizza).

Ed ho scoperto che, alla fine, avevo corso quasi la loro stessa distanza (una differenza inferiore ai 500 metri).

Non dimenticatevi la routine, dunque.
Qualche volta salva un allenamento!

Incontri ravvicinati del III tipo

Lunedì, al termine della giornata lavorativa, ho deciso di andare a fare una corsetta rigenerante.

Il percorso è quello che chiamo “Basso nel Bosco”.
Un anello che parte da casa e che amo particolarmente (non fosse altro perché è breve!)

Si parte con un tratto in discesa attraverso il paese fino ad imboccare una lunga sterrata in leggera salita.
Sono circa 4 chilometri, perfetti per scaldarsi bene.
Poi si lascia la strada e si imbocca il sentiero che con un continuo susseguirsi di salite e discese si inoltra nel bosco di abeti.
Si passano alcuni punti caratteristici, tra cui una pietraia gigantesca, fino a sfiorare un’altra frazione prima di rituffarsi in discesa e, attraverso un castagneto, rientrare a casa.

Se vogliamo dare i numeri:
Poco più di sette chilometri, poco meno di 400 mt di dislivello positivo, poco meno di un’ora per chiudere l’anello.

mucca volante

La magia della corsa ha iniziato a manifestarsi mentre attraversavo il primo bosco.
Ho lasciato alle mie spalle i problemi del giorno e ho iniziato a pensare ad altro.
Sulla pietraia stavo fantasticando su una possibile variante del percorso.

L’aria era tiepida e gonfia di umidità (aveva piovuto tutto il giorno).
Il sole giocava a nascondino tra le nuvole sui monti che chiudono la valle.
Ero circondato dai suoni della natura: il cinguettio degli uccelli tra i rami, il placido scampanio delle vacche al pascolo, persino il rintocco del campanile sembrava naturale.

Ho imboccato la discesa finale, la mente stava già pregustando la doccia.
Ho lasciato che la forza di gravità mi facesse accelerare.
Ho attraversato un pratone, saltato una poderale e sono piombato sul sentiero che taglia il castagneto.

Il fatto è che proprio quel bosco era stato scelto da una mandria di vacche e manzetti che stavano apprezzando il gusto pieno di quelle erbe montane.

Non so chi fosse più sorpreso, se io che non le avevo mai incontrate in quel tratto o loro che si sono viste precipitare addosso una macchia colorata, fulminea e silenziosa.
L’effetto è stato un fuggi fuggi generale.

Non potete immaginare quanto veloci si muovano quei quadrupedi.
Siamo abituati a pensarli placidi e ruminanti, ma se messi alle strette filano veloci come cavalli.
E non potete immaginare che strepito hanno fatto attraversando di corsa il bosco: era tutto uno schiocco di rami spezzati, un frastuono di massi rotolanti e un clangore di campane.

Superato il primo attimo di sbigottimento ho sorriso e proseguito la mia corsa, regalando un ultimo brivido a tre vitelli che non avevano fatto a tempo a seguire le madri attraverso il bosco.

Sono gli incontri che rendono così piacevole correre da queste parti.
A volte è il frullo d’ala di un falco che si alza in volo, a volte un lampo bianco della coda di un capriolo.
A volte una mandria di vacche in fuga…

Qui non ci si annoia mai!

Vecchie ciabatte

Era un bel po’ di tempo che non andavo al XXV aprile.
Mercoledì sera sono tornato.
Non a correre, ma solo per usarne lo spogliatoio e la doccia, prima e dopo una corsa in Montagnetta.

Faceva caldo. O meglio c’era afa.
Aveva piovuto fino a pochi istanti prima e l’aria era satura di umidità come solo a Milano sa essere.

Mentre attendevo l’arrivo di Sergio, ho fatto un paio di giri dei palazzoni.
Un po’ per riscaldarmi, un po’ per far vedere al mio amico che avevo già sudato.

Quando lui si è presentato, puntuale, all’appuntamento, abbiamo iniziato a girare facendo un vecchio percorso (l’anello di Moebius) che non facevo da anni.

Sei chilometri di collinare che puoi percorrere ad libitum.
L’avevo battezzato così perchè, come nel celebre anello, giri e giri e giri intorno alla Montagnetta senza mai ripassare dallo stesso punto.

Finito l’allenamento doccia, kebab e riunione al CAI.

campo XXV aprile a Milano
Uno scorcio della pista del XXV Aprile (ph. Franz Rossi)

Un tuffo nel passato in cui ogni gesto mi veniva automatico.

L’entrare in spogliatoio, cambiarsi, prendere il solito armadietto.
Uscire e percorrere ad occhi chiusi un anello abituale, senza necessità di sapere quanto avessi corso.
Il rientro al campo, la doccia di destra chè ha il getto più forte, l’ordine in cui le cose vengono riposte nella borsa…

E’ stato un po’ come per le ciabatte.
Sai che le nuove sono più belle, ma sei abituato alle vecchie e quasi preferisci usare quelle.

All’uscita, il campo XXV aprile era illuminato da un raggio di sole.
Ci ho corso per quasi vent’anni, sarà difficile togliermelo dal cuore.

La programmazione è tutto

Lunedì sera, mentre preparavo la borsa per la mia trasferta di questa settimana, consideravo con attenzione quali impegni avrei avuto in modo da non trovarmi impreparato sul “guardaroba”.
Ovviamente non mi riferisco a camicia e cravatta per un incontro di lavoro, ma a scarpe e zainetto per un’uscita trail.

Mi ha fatto riflettere su come l’organizzare bene la propria agenda sia uno degli aspetti chiave per il successo.
E su come, sempre di più, siamo schiavi della nostra agenda.

Fino a qualche anno fa, in una mia settimana tipo, gli allenamenti si incastravano senza problemi.
Lunedì riposo (dopo la gara o l’uscita lunga di domenica). Martedì e giovedì corsa all’alba prima dell’ufficio, facendo martedì un lavoro intenso e giovedì uno leggero anche perché il mercoledì sera toccava piscina. Venerdì uscita al cazzeggio con gli amici, un’oretta tirando il collo a quelli più lenti. Sabato riposo e domenica gara o lungo.

Ovviamente nel mezzo c’erano trasferte di lavoro, impegni familiari, appuntamenti extra corsa (pochi invero).

Adesso che sono più vecchio e che si è spento il fuoco sacro del gareggiare, dedico più serate al cinema, alle cene con gli amici, alla lettura.
Il giorno di recupero dopo un allenamento non è più un lusso ma una necessità.
Ma, soprattutto, non vivo più schiavo della mia agenda.
Seguo l’ispirazione del momento.

jogger

E’ ovvio che pago un prezzo per questo nuovo atteggiamento.
Non sono più in forma come una volta.
Le lunghe distanze sono pesanti e non più un “allenamento diverso dal solito”.
Nelle corse del venerdì con gli amici sono diventato quello a cui si tira il collo.

Eppure un minimo di programmazione è rimasta.

Faccio attenzione (come detto) ad inserire i giorni di recupero o perlomeno alterno la corsa e un’altra attività (bicicletta o anche un’escursione).
Cerco di alternare un lavoro lungo e uno veloce (anche se i concetti di lungo e di veloce hanno un significato ben diverso oggi).
Infine, siccome ho provato la fatica necessaria per riprendere a correre dopo una sosta di sei mesi, faccio in modo di allenarmi (magari poco) ma con continuità.

La differenza tra allenanarsi e correre non sta nell’intensità o nella frequenza dei lavori, ma nella programmazione.
E questa semplice verità rimane oscura a molti che, difatti, si chiedono “Come mai vado più piano dello scorso anno anche se corro ogni giorno?”

Trovate un allenatore e fatevi fare un piano d’allenamento e i risultati verranno.
Oppure scordatevi di migliorare e godetevi la vostra corsetta quotidiana.

Allenamento funzionale

Per allenamento funzionale (o ginnastica funzionale) si intende una attività motoria eseguibile in palestra o all’esterno finalizzata a migliorare il movimento dell’uomo e l’esplicazione delle funzioni motorie quotidiane. L’approccio a questo genere di esercizi è variegato, a seconda del livello o dell’intensità voluta. A tal proposito vengono utilizzati spesso piccoli attrezzi come funi, sacchi, gomme di camion, tutto ciò che può essere utile per muovere il corpo nelle tre direzioni: laterale, frontale e trasverso…. Fonte: Wikipedia

Sabato ho sarchiato un terreno e vi ho piantato dell’erba.
5 kg di semi e 160 litri di terra (che doveva servire per tutto ma è bastata per circa metà della superficie).
Volevo finire in giornata perché le previsioni davano pioggia e mi sarei evitato l’irrigazione.
Non so quanti metri quadri fossero (circa 300), ma alla sera avevo le mani doloranti e la schiena di legno.

cielo nuvoloso
Il Monte Bianco si nasconde tra le nubi all’orizzonte (ph Franz Rossi)

Domenica mattina, invece, ho approfittato che il cielo presentasse degli sprazzi azzurri e le nuvole stessero ancora dormendo sul fondo della valle per uscire e salire il più rapidamente possibile alla Tete de Comagne (circa 1200 mt di dislivello da casa) per poi affacciarmi sulla valle che si nasconde lì dietro (la val d’Ayas) prima di tornare di corsa a casa.

Mentre facevo la doccia confrontavo i due tipi di fatica.

Enrambi avevano uno scopo preciso: il primo godermi il prato davanti a casa d’estate, il secondo tornare ad un livello di forma non vergognoso per gli appuntamenti in montagna a settembre.

Il primo ha la dignità della tradizione, il secondo il fascino del viaggiare.

Ma in entrambi i casi non sono propedeutici (funzionali) ad altri lavori.

Nel nostro mondo si va in palestra per bruciare le troppe calorie che abbiamo a disposizione, si stimola il corpo per sostituire il consumo legato a quelle attività che facciamo fare ai robot (non sorridete, pensate all’ultima volta che siete salita a piedi evitando l’ascensore o avete lasciato l’automobile a casa: siamo tutti vittime delle macchine).

Siamo diventati cervelli ambulanti.
Il nostro corpo è a rischio estinzione. Lo mettiamo in riserve e lo proteggiamo (le palestre) esattamente come facciamo con gli animali selvatici.

L’allenamento funzionale potrebbe essere una risposta.
Ma dev’essere una preparazione all’attività vera, non essere fine a se stesso.

Sarebbe bello poter fare un passo indietro e restituire la dignità al lavoro fisico, forse ci vaccinerebbe dal predominio dei cervelli.

Il danno è fatto!

Tre gennaio, pausa pranzo, Milano, campo XXV Aprile.
Ho appuntamento con Gianluca per una sgambata di inizio anno.
Non corro da un mese e un giorno. L’ultima volta era stata una passeggiata con i cani, ritmo blando, relax.

Dopo un mese di inattività la voglia è tornata, anche se sono dubbioso di cosa potrò fare.
Così ho deciso di prendere il toro per le corna e ho chiesto a Gianluca di accompagnarmi.

Mentre lo aspettavo davanti al campo sportivo ho riflettuto sulla tessera di ingresso del campo.
140 euro, un piccolo investimento paragonato ai due euro che costa l’ingresso singolo.

tessera

140 diviso 2: se penso di venire al campo più di 70 volte in questo 2018 conviene tesserarsi, altrimenti meglio pagare di volta in volta.

Mentre faccio questi calcoli inizio a pensare che prevedo di correre anche in montagna, che potrei infortunarmi e dovermi fermare per un mese, che in agosto non sarò mai a Milano…
Tutti buoni motivi per non fare questa benedetta tessera.

Poi la parte irrazionale prende il sopravvento, mi avvicino alla guardiola e (come tutti gli scorsi anni) rinnovo anche la tessera d’ingresso al campo.

Correndo con Gianluca mi scordo della mattinata al lavoro, mi scordo dei 140 euro, mi scordo persino che non sono allenato.

E allora, meglio così.
Il danno è fatto, vorrà dire che ammortizzare l’investimento sarà un motivo in più per venirsi ad allenare più spesso…

Si ricomincia!