Il colore del grano

Cos’hanno in comune la volpe del Piccolo Principe e una sconfitta sportiva?
Probabilmente il legame appare chiaro a chi ama lo sport e ha incrociato da piccolo il capolavoro di Antoine de Saint-Exupery.
Ne Il Piccolo Principe il protagonista incontra una volpe che, come lei stessa sottolinea, non è addomesticata.
E quando il ragazzino chiede cosa significhi “addomesticare”, la simpatica creatura svela una delle più toccanti metafore di una Storia d’Amore.

Il piccolo principe e la volpe

Addomesticare vuol dire creare legami

[omissis]

Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini.
E non ho bisogno di te.

E neppure tu hai bisogno di me.
Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.

Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro.
Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

[omissis]

Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile.
I campi di grano non mi ricordano nulla.
E questo è triste!

Ma tu hai dei capelli color d’oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato.
Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te.

E amerò il rumore del vento nel grano…

Così il Piccolo Principe addomestica la volpe, ma giunge il momento della partenza.

“Ah!” disse la volpe, “Piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il Piccolo Principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il Piccolo Principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano

Non la ricordavate? Bella vero?
Ho avuto la fortuna di sentirla leggere da Lella Costa qualche tempo fa.
L’aveva scelta come brano sull’Amore

La cosa mi aveva colpito perché si parla di un momento difficile, del distacco.

Eppure il vero senso dell’Amore è la sua impermanenza.
Esiste per un attimo e poi muta.

Ed ecco che torna il punto di contatto con la sconfitta.
Immaginiamo che stai osservando la tua squadra del cuore impegnata in una partita importante (ma vale anche per quando siamo noi a metterci in gioco).
Soffri temendo che non vinca (perché perdere è una sofferenza, così come il non vincere…)
Però sei lì, ad osservare i tuoi idoli, ad incitarli.
Nella speranza di poter gioire, di poter imparare il colore del grano.

Eppure…

Eppure avrei diritto ad un po’ di amore.

Un amore sereno, fatto di silenziosi sorrisi, di carezze e di presenze.
Un amore che non sia battaglia ma pace.
Che non sia ricerca ma unione.
Che non sia tensione ma calore.

Avrei diritto ad un po’ di amore.

Senza spiegazioni, senza domande.
Un amore che scorra quieto e naturale, come un torrente di montagna che, senza apparente sforzo e senza deviazioni, scenda verso valle, verso il fiume grande, verso il mare.

Un amore senza stilettate, senza ansie, senza pensieri cupi che ti tengono sveglio alla notte.

Un amore semplice.
Senza iperboli, senza complicazioni, senza tremori.
Che non abbia bisogno di parole perché si racconta nei gesti e non trasforma il silenzio in arma, in ricatto, in veleno.

Eppure, avrei diritto ad un po’ di amore. 

Sono vivo

Sono vivo
Nonostante tutto, sono vivo.
E da questo devo ripartire

Verrà la neve
a silenziare il dolore
a portarmi il sonno
che mi rinfranchi l’anima

Ho costruito un futuro
pensando a noi
Ma non l’hai condiviso

Io volevo una relazione stabile
una persona con cui dividere la vita
Tu volevi una storia
una persona che ti scaldasse il cuore
nei pochi momenti liberi della tua vita

L’amore rende ciechi
Tu forse hai cercato di dirmelo
io forse non ho mai voluto capire

Non ci sono colpe
se un fiore non diventa frutto
Tu ti godi il suo profumo
A me manca il suo succo

Un giorno

Un giorno proverai
cosa vuol dire essere soli.
Così soli, da bramare
un messaggio, una parola.
Così soli, da temere
di scordarsi di esser vivi.
Così soli, con il libro ed il bicchiere
a tenerti compagnia.

Tu oggi magari aneli
ad una nuova solitudine,
confondendo l’esser soli
con l’idea di libertà.
Ma domani scoprirai
quanto possano mancare
i silenzi di tuo figlio,
o le ansie per un suo ritardo.

Ed allora capirai,
ma sarà già troppo tardi
per rispondere ai messaggi
e colmare il mio esser solo.
O invece scorderai,
come ahimé spesso succede,
le parole del mio cuore,
attenta solo alla tua voce.

Così me ne resto qui,
inaridito dalla vita.
Come un tronco rinsecchito
che si staglia contro il cielo
a combattere col vento
confondendo ancora e ancora
la sua forza e la sua rabbia
con un voto di compagnia.

Breve storia d’amore e d’abbandono

Dopo il solito allenamento del martedì, con i capelli ancora umidi per la doccia e la camicia mezza fuori per la fretta, con un paio di amici abbiamo scaraventato le borse nei bagagliai delle auto e siamo andati a mangiare una pizza.
Le chiacchiere volavano leggere, le battute diventavano sempre più cattive con l’aumentare della birra in circolo.
Insomma un classico martedì post corsa.

E per l’ennesima volta ho mancato nei suoi confronti.
Ho preferito divertirmi con gli amici invece che fare attenzione a lei.
Lei che, pur entrata recentemente nella mia esistenza, ha saputo imporsi con gentilezza.
La sua leggerezza è diventata compagna di ogni mia ora di divertimento.
Il suo stile elegante ha dato colore alla mia vita.
Ed il suo supporto, costante e affidabile, ha – letteralmente – guidato ogni mio passo.

Eppure… ero riuscito a dimenticarmi di lei.
Abbandonarla in spogliatoio.

MizunoRider21.jpg

Cazzo.
Anni che frequento il XXV aprile, ed ancora mi capita di dimenticarmi qualcosa lì.
Che sia l’asciugamano o, come ieri, le Mizuno nuove, sta di fatto che al mattino dopo mi tocca tornare sui miei passi.
“Chi non ha testa ha gambe” recita un adagio delle mie parti.
E alla fin fine per un runner potrebbe persino non essere un male.

Scusate. Era una scemenza. Ma so che non sono il solo (e un po’ il pensiero mi consola).
Buona giornata e buon allenamento a tutti

PS ricordatevi di controllare la borsa PRIMA di essere a casa!

Speranza, ultima dea

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una grande determinazione.
Sposarsi dopo essere già stata sposata, con dei bambini che chiameranno papà due persone diverse, dopo esserti abituata a contare solo su te stessa e su quel risicato assegno mensile, sul quale sai che non puoi far di conto per le spese fisse, ma che accumuli per le emergenze, per evitare di doverlo richiamare.

Capisco le storie.
Sei giovane, hai voglia di divertirti e soprattutto bisogno di sentirti amata. Hai bisogno di sentire che la tua carne è viva. Non bastano le ore in palestra o la tranquillizzante immagine dello specchio. Vuoi sentire ancora la pelle d’oca quando ti accarezza. Però, per questo, basta una bella storia. Fatta di weekend al mare e qualche serata tirata un po’ più a lungo.

Ilaria appoggiò la matita sul tavolo della cucina, sciolse i capelli che fino a quel momento aveva tenuti raccolti sul capo e bevve un lungo sorso di tisana dalla tazza sbeccata che le teneva compagnia ogni sera.
“Ci vorrebbe qualcosa di più forte. Di alcolico” ma non aveva voglia di bere da sola.
La notizia che la sua amica Flavia le aveva dato quel pomeriggio l’aveva lasciata senza fiato.
Di gioia. E di paura. Perché Flavia sì e lei no?

matrimonio

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una grande fede.
Fede nell’essere umano. Come fai a pensare a legarti in modo indissolubile ad un altro uomo, sapendo che la separazione sarà dolorosa? Come fai a dare al destino un’altra chance di farti a pezzi? Soffrirai tu e i tuoi figli. Magari soffrirà anche lui. Perché? Non sarebbe più facile fare una vacanza insieme? Provare a convivere per qualche mese o anno? Sposarsi vuol dire crederci. E lei non sapeva se aveva dentro ancora abbastanza fede.

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una buona dose di incoscienza.
Magari qualcuno lo chiama amore. Dicono che renda ciechi. Davvero affideresti la vita dei tuoi figli e la tua, il mondo che così faticosamente hai messo insieme, ad un cieco?
Non sarebbe più facile scendere dalla macchina e prendere un treno? Sì, la macchina va dove vuoi tu, il treno più o meno nella direzione giusta… ma è molto meno rischioso. Soprattutto se si è ciechi!

Ilaria sentiva dentro a sè sensazioni diverse che montavano ad ondate.
Speranza, amore, gioia per la sua amica e per l’umanità intera. Senso di colpa, paura, insicurezza per sè stessa.
E poi le parti si invertivano e si preoccupava per la sua amica ed era fiera della fermezza che lei aveva raggiunto.

Non è una questione di trovare l’uomo giusto.
Così come non dipende dagli altri il lavoro che fai, o dai cibi della mensa se ingrassi o meno. Sei tu che comandi il gioco. Sei tu che fai funzionare o meno le cose.
Quindi solo a te stessa spetta decidere se cambiare vita o meno. Se unire la tua famiglia quasi completa alla sua solitudine.
Ma era pronta ad assumersi la responsabilità di una scelta così? Non era più facile tirare avanti e non scegliere?

Amica mia,
ho paura di questo sentimento che sembra spingerti ed animarti.
Ho paura del sorriso che vedo e sento quando mi parli dei tuoi progetti per il futuro. Ho paura per te e ho paura per me.
Temo con eguale intensità che tu sbagli e che tu abbia ragione.
Come ti ho scritto, ci vuole coraggio a fare un passo del genere. E dietro al coraggio una grande spinta. Sento in te questa forza e te la invidio. Ma è una forza che non potrai controllare sempre, devi solo accettarla ed usarla. Un po’ come quando usi le onde per surfare o il vento per far volare un aquilone.

Lasciò di nuovo cadere la matita, si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra. Fuori la notte silenziosa e la nebbia che rendeva irreali i contorni degli alberi nel parco.
Il cane si avvicinò scodinzolando. “Non è ancora ora Fritz” gli disse. E poi pensò “Ma se non è ora adesso, fino a quando dovrò aspettare? Chi mi darà il segnale che lui è quello giusto?”

Tornò al tavolo e appallottolò la lettera.
Magari domani avrebbe chiamato Flavia e l’avrebbe invitata fuori a bere. Certe cose è meglio dirle a voce, non lasciarle scritte su un pezzo di carta.

Decise di cambiarsi e di fare una corsetta per cacciare quelle idee che la tormentavano dal pomeriggio.
“Andiamo Fritz, facciamo un giro un po’ più lungo oggi”.
Lui scosse il testone facendo volare la bava ogniddove. Lui sì che la capiva…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Di natale, magari, ma che palle

Paolo percorreva velocemente corso Vercelli, rinchiuso nel suo cappotto. Il fiato formava nuvole di vapore che davano corpo alle luci delle luminarie.
Era di nuovo natale, il periodo che più odiava nell’anno.
La fretta, l’obbligo dei regali, l’ipocrisia delle cene in famiglia.

La colpa era sua. Gli altri stavano bene a natale. Si sentivano davvero più buoni.
Tocca inavvertitamente una signora che gli veniva incontro trasportando innumerevoli sacchetti di carta con marchi importanti sopra. Borbotta un “Mi scusi” a mezza voce e ne riceve in cambio uno sguardo assente. C’è gente con pacchi ognidove.
Paolo sperava solo di arrivare presto in fondo alla via. In fondo al mese. In fondo alla vita.

passanti natale

“E’ la classica depressione natalizia dei separati” – la mattina dopo, alla macchinetta del caffé, il suo collega e amico Filippo non aveva dubbi – “Ti manca una famiglia con cui festeggiare. La cosa migliore è farti una settimana di vacanza: a Sharm o Curma se vuoi fare il tamarro, in qualche località alternativa, tutta salute e attività fisica, se vuoi fare il figo”

E se Filippo avesse avuto ragione?
Paolo lo ascoltava, annuiva e rideva. Ed intanto pensava al fatto che ha bisogno di stare un po’ da solo.
Sarà una fuga. Ma la cosa che in questo momento gli mancava era di tararsi un po’. Di ritrovare il giusto equilibrio con se stesso. Insomma una bella vacanza, un trekking invernale con gli sci. Raggiungere un bivacco e passare lì la notte. Efanculoilnatale

Però c’era quell’invito di Ilaria. Nulla di importante, un aperitivo natalizio con alcuni suoi amici. Di loro gli importava quasi niente, ma Ilaria l’aveva vista così poco nelle ultime settimane.
Aveva cercato di infittire i loro appuntamenti e lei si era ritratta nel suo guscio come fanno i paguri sulla battigia. Così aveva lasciato perdere. Non per cercare una nuova strategia, semplicemente perché non aveva energia per impegnarsi di più.
Poi lei lo aveva chiamato.

“Perché è sempre tutto così complicato? Perché le cose non vengono manifestate chiaramente? Cosa voleva lei da lui?”

Automaticamente Paolo si fermò a riflettere su cosa lui volesse da lei. Cosa cercasse.
Non di certo un’avventura e probabilmente neppure un nuovo matrimonio.
“Calore”, la parola gli era venuta fuori a voce alta, tanto che Filippo lo aveva guardato incuriosito e lui si era dovuto scusare.
In fondo la cosa di cui sentiva bisogno era un po’ di calore. Quello che deriva dal sapere di avere una persona cui raccontare cosa ti era capitato nella giornata. Quello che resta nel letto al mattino, dopo che ti sei svegliato in sua compagnia. Quello che ti senti dentro mentre la guardi scartare il semplice oggetto che tu avevi visto in una vetrina e avevi associato a lei.

No. Doveva essere colpa del natale.
Lui non era un romantico, anzi. Era pratico, calcolatore, decisamente freddo. Cos’era quello sproloquiare sul calore?
L’unico calore di cui sentiva la mancanza era un po’ di sesso ogni tanto. Niente di più.

Si rimise a lavorare per cacciare gli altri pensieri. In pausa pranzo scese in mensa con i colleghi.
Mentre entrava nella sala vide uscire Ilaria mescolata tra le ragazze del suo dipartimento. Avrebbe dovuto rispondere a quell’invito. Magari più tardi.
Appoggiò il vassoio con il pranzo sul tavolo e fece cadere il piccolo albero natalizio che addobbava ogni centro tavola facendo partire il jingle bells registrato.
Allora era una congiura!

Ma in fondo cosa gli costava fare un aperitivo? un’oretta e qualche sorriso. Niente complicazioni…
Cercò l’email di invito sull’iPhone e rispose:
“Ciao Ilaria, vengo molto volentieri, avevo proprio voglia di vederti. A domani”

Raddrizzò l’alberello di natale, cercando di fermare la musica.
Maledizione, avrebbe fischiettato Jingle Bells per tutta la giornata.
Ne era certo.

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani