Un nuovo Rinascimento

La formula per ripartire è tornare alle piccole realtà. E, specialmente nel territorio, i politici locali avranno un ruolo chiave

Ogni giorno incontro una gran voglia di ripartire.
L’amico barista, nonostante non abbia percepito reddito per 4 mesi e ancor oggi veda il numero di clienti ridotto ad un terzo rispetto al pre-Covid, mi accoglie con un sorriso. Ha sfruttato il tempo del lockdown per rinfrescare il suo locale, per renderlo più arioso, più allegro.
Un negoziante mi parla dei suoi progetti di organizzare un evento sportivo per offrire ai runners la possibilità di tornare a gareggiare. Lui vuole sponsorizzare, essere d’aiuto, imprimere una spinta positiva al movimento. Perché sa che solo quando ripartiranno le gare anche il suo negozio tornerà a rivivere.
Un altro locale si ingegna ad organizzare degustazioni, serate letterarie, iniziative per i bambini.
Un bed & breakfast ha ampliato la sua offerta agli ospiti, ha creato una mini biblioteca ad hoc e sta lavorando a delle video guide sulle attività da fare nei dintorni della sua struttura.

Insomma, quella che respiro è un’aria positiva di rinnovamento, di proattività, di voglia di fare.
Chiaramente i privati sono motivati dalla necessità: se non si riparte dovranno chiudere ed andare ad ingrossare le fila dei disoccupati. Ma nessuno si tira indietro, anzi – come ho detto – affronta questo tempo difficile con il sorriso sulle labbra e la rinnovata voglia di fare.

Sembrerebbe quasi un nuovo Rinascimento.

E come nel passato, saranno gli individui a fare la differenza.
E’ necessario cambiare passo.
Dobbiamo passare dalla difesa (contro il coronavirus) all’attacco (contro i nefandi strascichi economici del lockdown).

Ma l’iniziativa deve passare dai grandi ai piccoli.

Le grandi aziende ragionano con i grandi numeri e le statistiche, sono le piccole imprese che oggi possono far rinascere l’Italia. Rischiando ovviamente, come tutti gli imprenditori (degni di tal nome) sono abituati a fare.
Nelle piccole aziende, lo sforzo dei singoli crea valore aggiunto.
Nelle grandi aziende, lo sforzo dei singoli non diventa mai corale.

leadership

La vera sfida, però, è di tipo politico.
Mai come oggi manca è la spinta dallo Stato, del Governo centrale e di quelli locali.
I politici sono più preoccupati a piantare paletti che a spianare le strade.

Capisco, ovviamente, che la prima responsabilità di un politico sia di salvaguardare la salute pubblica.
E’ stato fatto e, grazie alle indicazioni dall’alto e al corale sforzo dal basso, stiamo venendo fuori dalla pandemia.
C’è ancora bisogno di cautela, ed infatti indossiamo le mascherine in prossimità di sconosciuti e, ancor più importante, monitoriamo la nostra salute ed evitiamo di esporci (ed esporre gli altri) a possibili contagi.

Ma non possiamo più pensare a “sopravvivere” dobbiamo tornare a vivere.

Quindi anche qui dev’esserci una presa di coscienza dei politici locali.
Il governo centrale ha dettato le norme e guida prudentemente il Paese, ma i governi locali che sono a conoscenza delle loro micro-realtà possono adattare quelle norme di prudenza, allargando le maglie e spingendo per un pronto ritorno alla normalità.
L’assurdo meccanismo delle responsabilità (politiche ma anche penali) fa sì che chi ci guida sia più attento ad evitare i problemi che a procurare opportunità.
Ci voglio uomini coraggiosi che si mettano a capo dei volonterosi imprenditori e negozianti, offrendo un contributo (economico ma anche logistico e legislativo) per lanciare nuove opportunità, iniziative che riportino le persone per strada, i turisti sulle spiagge e sulle montagne, gli ospiti negli alberghi e nei ristoranti.

Mi appello a tutti i politici di buona volontà.

Cavalcate l’ondata di entusiasmo e di voglia di fare, non frenatela.
Così sarete a capo di una comunità viva e rinnovata che vi riconosce come leader.
In caso contrario sarete ricordati come i guardiani di un cimitero.

Continuare a correre

Siamo finalmente liberi di andare a correre, ma – almeno per me – le cose non vanno esattamente come avevo sperato. Tutto è più difficile

Avevano ragione gli autori di Niente panico si continua a correre quando hanno stilato la regola numero 99 che recita:

#99: Se allenarsi è faticoso, prova a riprendere

Riprendere a correre dopo un periodo di stop forzato è davvero difficile. Tanto che, appunto, è meglio non smettere mai.

Ma nel nostro caso siamo stati obbligati a fermarci a causa del distanziamento sociale e, dopo due mesi di inattività, abbiamo riguadagnato i nostri parchi, le nostre strade, le alzaie di navigli o fiumi, i lungomari, i monti… insomma non più legati al guinzaglio dei 200 metri dalla propria abitazione, abbiamo finalmente ripreso a correre.

Il 4 maggio, fatidica data di riapertura, sono uscito per il primo allenamento. E da quel momento non mi sono più fermato, alternando diligentemente corsa e trekking (a dire il vero, anche un’ultima uscita stagionale di scialpinismo).

Oggi, a due settimane di distanza, provo a tirare le somme. E devo dire che è stato (anzi che è ancora) tutto molto più difficile del previsto.

podista

C’è, ovviamente, lo scarso allenamento e i chili di troppo accumulati.
C’è anche un po’ di pigrizia che si è formata come ruggine intorno alla forza di volontà.
Ma il primo vero ostacolo è il cervello.

La corsa, per me, è stata da sempre libertà del corpo dalle regole imposte dalla mia componente razionale.

Non basta volerlo per andare a 5’/km o per finire una gara o per arrivare prima di un altro concorrente.
E’ necessario un sapiente mix di testa che guida, senza perdere il contatto con il corpo che deve eseguire.

Mai come nelle attività fisiche (specialmente quelle ritmate) il cervello regredisce ad una forza quasi istintuale (sembrerebbe una contraddizione). So cosa devo fare, ma è il corpo che detta le condizioni.

Ebbene, in lunghi anni di pratica, ho imparato bene la lezione e – in qualche modo – mi aspettavo che il team lavorasse ancora all’unisono.

Invece no. Il cervello, fidandosi delle tante altre esperienze simili, si aspetta che il corpo proceda al ritmo richiesto. Ma il tapino fatica e quello, invece di dargli tregua, si blocca ed interpreta i segnali di affaticamento come un collasso in corso.

Il risultato finale è che, in tutte le ultime uscite, le mie performance sono peggiorate.

Parto senza pormi obbiettivi (questo è il cervello razionale), appena esco dalla fase di riscaldamento mi aspetto di ingranare (e questa è l’esperienza che parla). Invece inizio a faticare sempre di più.

Lo so che è solo questione di risvegliare le abitudini, di ritrovare un minimo di smalto.
Ci vorranno ancora un paio di settimane, o di mesi. Ma non ho fretta.

Nel frattempo mi godo le mie uscite (specialmente quando arrivo alla fine, ad esser sincero), mi godo il calo di peso, e tutti i numerosi benefici connessi con la corsa.

Va anche detto, però, che in questi anni il mio modo di correre è cambiato.
Non c’è più l’interesse per la prestazione, ma il piacere dell’esplorazione dei luoghi che attraverso. Corro con tutti i sensi bene all’erta. Ascolto i suoni, apprezzo i profumi e i panorami.

Ma questo, invece che aiutarmi peggiora le cose. Appena sono stanco individuo subito un nuovo sentiero da esplorare o un albero da osservare. Insomma è facile trovare una scusa per fermarmi e tirare il fiato.

Sembra che io si diventato saggio.
Che abbia compreso il vero senso della corsa.

Invece sono il neofita di sempre: ad ogni fine allenamento interrogo il cronometro e calcolo la velocità media, i chilometri fatti, il dislivello guadagnato o perso… e ci resto male.

Se c’è una lezione da imparare, quindi, è che nulla cambia con l’età, con il coronavirus, con la saggezza: come dicevo all’inizio, non preoccupatevi, si continua a correre.

La condizione minima e necessaria

Ho reagito all’isolamento da corona virus facendo manutenzione delle mie emozioni e di tutte le piccole cose che ho scelto di portare con me nella mia vita

Farò outing.
Lo so che di solito questa parola è usata per un tipo specifico di ammissione. Ma in questo caso toglietevi dalla testa ogni tipo di pruderie e lasciate che io apra il mio cuore e vi confessi alcuni aspetti intimi e personali di questo periodo.

Probabilmente a causa della sovraesposizione alle notizie drammatiche provenienti da tutto il mondo, la mia corazza di cinismo si è andata vieppiù assottigliando e, dopo solo un paio di settimane di isolamento, ho notato che molte delle mie abitudini e dei miei gusti sono cambiati.

Ho smesso di guardare i telegiornali.
Le notizie le cerco per conto mio e sui siti che ritengo più affidabili, sia qui in Italia che all’estero.
Ho abbandonato tutti i talk show dove lo stesso fatto viene analizzato da ogni lato con un quasi lussurioso piacere per il macabro, per il dolore esposto, per la ricerca della tragedia.

La televisione, che – vivendo da solo – è l’unica voce che sento, la tengo accesa solo la sera per un’ora o poco più.
Ho iniziato a cercare i film comici o romantici, quelli stupidi e a lieto fine che a malapena sopportavo solo un paio di mesi fa.
Sono diventato dipendente dai telefilm. Non le serie, proprio i telefilm. Tra tutti, resto incantato a guardare i vecchi episodi di Big Bang Theory.
Non credo abbia bisogno di presentazioni. Quella comune di amici strani, con i personaggi caricaturizzati, dove i sentimenti sono semplici e la vita vera scorre lontana, non mi stanca mai.

chitarra

Ho ripreso a suonare la chitarra.
Sono andato a ricercare le vecchie canzoni che suonavo da ragazzo.
Tutto De André, moltissimo Bennato, e ancora Guccini, De Gregori, Dalla.
E poi ho cercato su Google e ho trovato un po’ dei grandi classici in inglese che 40 anni fa avevo ignorato per scarsa o nulla conoscenza dell’idioma.
Confesso che ho rispolverato anche alcune vecchie hit pop da spiaggia: Mare nero (che è il nome con cui conoscevamo la Canzone del sole di Battisti) o Il ragazzo della via Gluck e Azzurro di Celentano o persino Un mondo d’amore di Morandi.

Leggo tanto.
Molti gialli che filano veloci e ti distraggono dal resto.
Alcuni saggi, tutti inerenti al rapporto Uomo Moderno / Natura.
Alcuni volumi sulla montagna: storie eroiche dell’alpinismo classico o testi che trasmettono la passione per le Terre Alte.

Passo parecchio tempo al telefono.
Con gli amici, con i miei genitori, con persone che non sentivo da tempo.
La distanza fisica è un potente incentivo a creare ponti. Anche solo via cavo.

Ho iniziato a ricercare il piacere dei lavori manuali.
Il gusto di scrivere con la penna, di provare a fare qualche schizzo con matita e bloc notes.
Il bricolage, che poi significa semplicemente fare la manutenzione delle proprie cose, averne cura.
Quasi che ritornare ad usare le mani, a fare cose reali, mi offrisse una dimensione diversa della creatività.

Ecco, rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto che tutto si riduce semplicemente a manutenere il mio mondo messo a repentaglio dal Covid19.
Non ho paura della malattia (forse scioccamente, penso che la supererei abbastanza facilmente) ma sono turbato dalla svolta cui mi ha obbligato.
Per la prima volta non sono io che decido cosa fare. Ci sono steccati a limitarmi, distanze da mantenere, viaggi proibiti.
La mia reazione naturale è di aver cura delle mie emozioni, dei miei pensieri, delle persone a cui tengo, delle cose che ho scelto di portare con me.

Una cosa semplice, in fondo.
La condizione minima e necessaria per continuare a vivere la mia vita.

Detto, fatto

Per noi runners, la vera fase due è rappresentata dal poter correre regolarmente, seguendo i ritmi dell’allenamento o della nostra voglia.

Lunedì 4 maggio, primo giorno della fase due, primo giorno in cui è stato possibile allontanarsi da casa per correre.
E io l’ho fatto. Anche se ritagliando solo poco più di un’ora alla giornata lavorativa, ma l’ho fatto.

E’ andato tutto come mi aspettavo.
Ben diverso da come avrei voluto… ma erano più di due mesi che non correvo e si è visto.

Sono partito baldanzoso, in leggera discesa, su asfalto.
La sensazione di volare è durata giusto il tempo di formulare il pensiero: “Beh però, pensavo peggio, non sono poi così inchiodato!”
La realtà dei fatti mi è piombata come un macigno sulle spalle a far compagnia alla bisaccia tremolante che mi è apparsa sul ventre in queste ultime 8 settimane di inattività compensata emotivamente con cibo e aperi-skype.

Io non ho avuto il coraggio di correre nel giardino e sulle scale di casa come hanno fatto in molti. Per me correre significa essere libero, e farlo in pochi metri quadrati era un controsenso. Ma oggi mi pentivo della mia scelta.

Appena è iniziata la sterrata in falso piano (non salita, falso piano!) ho avvertito la difficoltà di fiato.
Ho iniziato a sbanfare, ma non ho voluto rallentare il passo (anche perché se rallentavo mi avrebbero superato gli alberi).
Ho provato una fitta di residuo orgoglio quando ho trovato un altro podista* che si dava un tono leggendo un avviso del Comune sopra una transenna che bloccava il traffico. Ho raddrizzato le spalle e allungato il passo, come se mi sentissi al primo chilometro di una maratona, salvo continuare a guardarmi alle spalle nei successivi 10 minuti temendo di essere raggiunto.

[* E qui apro e chiudo una parentesi sul runner misterioso: dove vivo io ci conosciamo tutti, chi poteva essere quell’uomo di mezza età, vestito da runner professionale con fouseaux attillati, cuffiette e bandana in testa? Non era di qui, forse uno degli “sfollati” dalle città di cui si vocifera. In ogni caso sono molte più le volte in cui esco senza incontrare nessuno rispetto a quelle in cui incrocio altre persone e tra queste i runner sono comunque una minoranza. E’ proprio vero che il 4 maggio è stato il giorno della Festa della Liberazione per i podisti!]

faggeta del Cansiglio

Comunque rieccomi a correre con la sola compagnia dei miei pensieri che andavano via via facendosi più tetri.
Mi domandavo dov’era quella bellezza della corsa che ho tanto decantato, quelle sensazioni di libertà e di gioia del gesto.
Per fortuna sono arrivato alla croce che, nel mio anello abituale, rappresenta la boa del ritorno e l’inizio del sentiero vero e proprio.
Ho iniziato ad alternare cammino e corsa a seconda della pendenza del terreno e mi sono immerso nella natura.

Devo dire che i due mesi nella bolla dell’isolamento, dove il Tempo sembrava quasi fermo, mi hanno un po’ spiazzato.
Mi sono fermato ad inizio Marzo e mi sono trovato di colpo nei profumi e nei colori di un Maggio rigoglioso.
E anche la temperatura mi ha fregato.
Non so cosa mi sia passato per la mente, ma sono uscito con pantaloni a mezza gamba e maglia con la manica lunga sopra la maglietta.
Mi rimproveravo tra me e me (“azz! Franz ma i guanti? Perché non ti sei messo anche i guanti?”) mentre sudavo copiosamente.
Appena entrato nel bosco la leggera brezza che mi aveva accompagnato fino a quel momento si è spezzata tra i tronchi degli alberi, aumentando la sensazione di calore.

Sarà stato il contatto con la natura o, più probabilmente, il fatto che sapessi che stavo tornando verso casa, ma i pensieri tetri mi hanno abbandonato e ho iniziato ad apprezzare ogni passo.
Ho ritrovato i vecchi amici (il sasso messo sopra un gruppo di rocce a fare da sentinella, il pino abbattuto che spande intorno il suo profumo di resina, la strettoia muschiosa dove il passo sembra rimbalzare…) e piano piano mi sono perso dentro me stesso.

Nell’ultima lunga discesa che mi porta a casa non ho avuto il coraggio di controllare il crono per non provare una fitta di delusione.
Sulla soglia di casa ho fermato l’orologio, poi sono entrato, mi sono spogliato e infilato al volo in doccia.

Allora sì che ho apprezzato la bellezza della corsa!
Le sensazioni solite sono tornate a scorrermi nelle vene sotto forma di endorfine.
Seduto sul divano, mentre mangiavo una mela (niente come correre quando sei sovrappeso ti fa venir voglia di metterti a dieta!), ho guardato il gps e ho scoperto che non ero poi andato così male.

Il giorno dopo, 5 maggio, in onore della celebre ode manzoniana (“Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro…”) avevo le gambe dure come la spoglia di Napoleone Bonaparte (“…stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”).
Ma oggi si ripete il giro, non tanto per rosicchiare un minuto al tempo fatto lunedì, quanto per riprendere un po’ il controllo delle gambe.

Mai come adesso, per noi runners, la rinascita passa – prima che altro – dal tornare a correre con regolarità.

Chiasso mediatico

La mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno rotto le palle nell’ultima fase dell’isolamento. E non è ancora finita

In questo giorno di inzio della Fase Due vi comunico ufficialmente (se a qualcuno dovesse interessare o semplicemente per sfogarmi) che inizio ad avere le palle piene.

Ecco la mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno scocciato.

NUMERO UNO:
Pubblicità che con la scusa di dirci quanto siamo bravi e che l’Italia ce la farà, cerca di venderci qualcosa. Ragazzi, siamo consumatori ma non siamo scemi…

NUMERO DUE:
Inchieste giornalistiche, dibattiti, reportage sul Corona Virus. Eccheppalle! la vita va avanti, non so se ve ne siete accorti…

NUMERO TRE:
Discussioni eterne e ricorsive sui vari decreti del presidente del consiglio dei ministri (è questo che significa l’acronimo DPCM). Nelle varie versioni:
a. cosa si può e non si può fare
b. okkei per questa cosa, ma quella? Come avete fatto a non pensare a quella?
c. poteva scriverlo più chiaramente…

NUMERO QUATTRO:
Storie edificanti. Sappiamo tutti che Gramellini è il nuovo De Amicis, ma è un dilettante a confronto con la pletora di microfonati che ci inondano gli schermi di storie strappalacrime, di “nuovi eroi”. Il bimbo che rivede la nonna, la ragazzina a cui manca il cane, l’infermiere che torna a casa distrutto. Tutto vero, tutto commovente, tutto dolcissimo… mò basta però!

NUMERO CINQUE:
Gli ottimisti a prescindere. Che poi sono l’altra faccia della medaglia dei catastrofisti.
Sono morte 30mila persone, ma andrà tutto bene.
La gente non lavora, ma l’Italia è di esempio al mondo.
Chi ci guida (e non mi riferisco solo al governo centrale) procede anaspando a tentoni, ma uniti ce la faremo.
Non siamo bambini piagnucolosi che vogliono sapere quando si arriva! Voglio, non dico dati e strategie, ma almeno non essere preso in giro. Ammettete gli errori: state facendo un lavoro difficile che nessuno ha mai fatto prima. E’ normale sbagliare e riprovare.

Franz Rossi

Ah, che soddisfazione.
Mi sono tolto un po’ di sassolini dalla scarpa.

Adesso approfitto della fase due e me ne vado a correre nel bosco dietro casa.
Sì, perché nonostante tutto, io come molti altri, le regole le rispetto. Anche se non sono d’accordo, anche se “tanto non faccio del male a nessuno”.

Vado nel bosco, perché mi manca un po’ di quel silenzio che è il terreno fertile nel quale germogliano i miei pensieri.

Di questo chiasso mediatico ne ho davvero abbastanza.

Il senso della legge

Di nuovo su diritto di correre e sui limiti imposti dal Corona Virus. Ma non potremmo usare un po’ di buon senso?

Ai tempi in cui studiavo giurisprudenza (prima di mollare l’università e iniziare a lavorare) la materia che più mi aveva affascinato era Filosofia del Diritto.
Mi era piaciuta così tanto che avevo deciso di fare la tesi su un aspetto peculiare: come la legge si adatta al mutare della nostra società.
Come fa una regola scritta negli anni ’50 a valere ancora nel 2020?
Fondamentalmente ci sono due meccanismi: il primo sono i concetti generici (pensate ad esempio al “comune senso del pudore” o la “cura del buon padre di famiglia”) il secondo è la giurisprudenza, cioé l’interpretazione che i magistrati danno alla legge.

Il compito delicato dei tribunali è quello di non attestarsi al senso letterale delle norme ma perseguire la volontà del legislatore (la cosiddetta ratio legis).

Tutto questo mi è venuto in mente commentando il mio post di ieri (che trovate qui) quando parlavo con alcuni amici delle difficoltà che abbiamo in Valle d’Aosta a praticare l’attività sportiva.

posto di blocco dei carabinieri

E’ un problema comune che affligge tutta Italia, ma ovviamente andrebbe contestualizzato.

Se vivo in centro a Milano ed esco a correre andrò al parco e, come me, andranno le decine di altri runners che vivono nei palazzi attorno al mio.
Persino allenarmi sulle scale della mia abitazione potrebbe creare problemi di distanziamento sociale.

Se vivo in un paesino della Valle d’Aosta, è più probabile che incontri qualcuno restando nei 200 metri dalla mia abitazione che imboccando il sentiero dietro casa e inoltrandomi nel bosco.

Ci sono tutta una serie di considerazioni e precisazioni che vanno fatte.

  1. Il mio andar per boschi deve essere solitario e non in gruppo con altri.
  2. La difficoltà tecnica dell’uscita dev’essere minima per non rischiare di finire giù da una parete e dover chiedere l’intervento del Soccorso Alpino.
  3. Devo evitare i luoghi di possibile incontro con altri (niente passaggi per centri abitati ecc)
  4. Devo adottare un comportamento prudente (non allontanarmi troppo, non rischiare di ammalarmi, ecc), persino più prudente del solito.

Ma tutto considerato, mi sembra più sano allontanarmi da casa che girare nei 200 metri.

Dico questo perché in Valle (ma mi dicono anche altrove) ci sono pattuglie della forestale, a piedi, in auto, con elicotteri e droni, che controllano chi va a camminare in montagna.
Non lo trovo sbagliato, se lo scopo è quello di evitare situazioni a rischio.
Ma mi sembrerebbe un inutile perseguimento del senso letterale della norma qualora si cercasse chi sta soltanto beneficiando del vivere in una zona poco abitata.

In questo caso la giurisprudenza non si è ancora formata (norme troppo recenti), ma un gruppo di nove magistrati ha scritto una lettera (qui il link) in cui, parlando da privati cittadini, sostanzialmente chiede una revisione dell’applicazione della regola, una sua interpretazione più vicina alla ratio.

Un paio di giorni prima, in quasi 7.500 persone abbiamo firmato una petizione (qui il link per firmare anche tu) in cui si chiedeva di poter riavere le nostre montagne.

Non scordiamoci che, nonostante il tambureggiante ripetere dei media dell’hastag #stateacasa, non ci viene chiesto di rimanere nella nostra abitazione ma di non avvicinarci ad altri. L’hastag corretto dovrebbe essere #statelontani.
L’epidemia si combatte restando distanti dagli altri (in modo che il virus non si propaghi) ma la malattia si sconfigge con uno stile di vita sano che prevede, tra le altre cose, l’attività fisica.

Non sono qui a sobillare la gente, a proporre di uscire a qualunque costo.
Non voglio fomentare ribellioni e gridare alla violazione del diritto costituzionale di movimento (diritto sancito dalla Costituzione ma che può essere limitato da “maggiori interessi di salute pubblica”).
Vorrei solo che si usasse un po’ più di buon senso.

Un’ultima nota malinconica per i miei amici milanesi.
Mi spiace per voi. Davvero.
Io credo che se correrò quando voi non potete farlo, non sarà una mancanza di rispetto o di solidarietà nei vostri confronti.
Sono cose che capitano: questa volta è andata bene a me, la prossima toccherà a voi.
E speriamo davvero di poter ritornare tutti a correre al più presto.

Allenamento 2.0

L’abitudine all’allenamento può aiutarci ad affrontre i tempi del Covid19

Premessa importante per tutti i miei amici corridori: questo non è un post sulla corsa, o perlomeno non in senso stretto.

Fino a qualche anno fa, correre per me significava anche gareggiare.
Non era lo scopo principale, non sono mai stato un atleta di punta, ma la gara era un modo concreto per verificare il mio livello.
Provavo a chiudere una maratona entro un certo tempo o arrivare in fondo ad una ultramaratona o ad un ultra trail.

Per raggiungere gli obbiettivi che mi ero prefissato sapevo che l’unica strada era quella di allenarmi seriamente.
In una parola essere rigoroso nel rispettare una tabella di lavori.

Oggi parlo di tutto questo perché mi sono convinto che io debba applicare lo stesso rigore nella mia vita in questi tempi di isolamento forzato.

John_William_Waterhouse_-_Dolce_Far_Niente_(1880)

Il corona virus ci spaventa.
Se non temiamo per noi stessi, temiamo per i nostri figli o i nostri genitori.

La vita come la conoscevamo fino alla fine di febbraio non esiste più.
Non possiamo più andare a bere un caffé, comprare un libro, tagliarci i capelli.

Mancano i rapporti sociali, il cazzeggio con i colleghi alla macchinetta del caffé, la pizza del giovedì sera tornando da Milano, l’aperitivo con gli amici, il corso di scialpinismo e via dicendo.

Mancano le strette di mano, le carezze, gli abbracci.

Per evitare il diffondorsi del Covid 19 l’unica strategia è evitare i contatti umani. Ma noi uomini siamo geneticamente disegnati per tessere rapporti con i nostri simili.
Il virus ci colpisce nel profondo della nostra essenza.

Allora, esattamente come quando dovevo affrontare una gara su una distanza che non avevo mai percorso, ho deciso di fare due cose.
La prima è creare un rigoroso e metodico programma di avvicinamento al traguardo.
La seconda è quella di spezzare il percorso in micro obbiettivi.

Ovviamente l’allenamento in senso stretto non si applica. Ma rimangono le regole generali dell’allenamento.
#01. Mangiare bene: evitare eccessi e sostanze inutili (alcol e dolci extra); mangiare senza alzarsi gonfi da tavola; rispettare la piramide inversa (colazione abbondante, pranzo regolare, cena leggera).
#02. Non rimandare: fare oggi tutto quello che c’era in programma di fare.
#03. Curare i dettagli: ogni cosa deve essere fatta cercando di farla nel miglior modo possibile.
#04. Rispettare le regole: in questo caso mi sono imposto di scrivere regolarmente sul blog, di informarmi senza subire l’ondata dei media, di telefonare regolarmente ai miei vecchi (in modo da tranquillizzarli) e ai miei figli (per essere tranquillizzato), di contribuire come posso ad informare senza generare panico o rabbia.

Il vecchio trucco dei micro-traguardi o traguardi intermedi non ha quasi bisogno di spiegazioni.
Un traguardo lontano o, come nel nostro caso, un traguardo che non sappiamo quanto lontano sia, ci blocca.
Molto meglio operare per micro obbiettivi.

Il mio primo obbiettivo è il prossimo weekend quando ho in programma di finire un lavoro in giardino.
Poi c’è il 4 aprile, data in cui sapremo come evolverà il periodo di isolamento.
Ed in base a come arriviamo a quella data ci saranno altri possibili obbiettivi, non temporali ma di risultato (e questi per il momento sono ancora top secret).

Est modus in rebus

Se provassimo, per un attimo, a metterci nei panni degli altri forse riusciremmo a moderare i toni e a seguire il consiglio di Orazio.

La citazione viene dalle Satire di Orazio, significa, più o meno, “c’è una misura nelle cose” e si riferisce al fatto che esiste un naturale equilibrio nella vita reale e a quello dovremmo tendere.

Non so voi, ma la cosa di cui io ho più bisogno è un po’ di tranquillità.

Sono stanco di ascoltare il bollettino delle 18 con i suoi numeri e le parole a vuoto.
Di aspettare nella notte un comunicato che chiede ulteriori sacrifici.
Di vivere con il pensiero fisso al coronavirus e alle sue conseguenze.

Voglio poter vivere nella mia bolla almeno fino a quando non potrò di nuovo abbracciare le persone a cui voglio bene.

Immagino che sia lo stesso anche per voi.
Quindi non mi capacito del motivo per cui trovo postate in rete (e diventano virali) affermazioni che mettono gli uni contro gli altri.

donna alla finestra

Alcuni esempi…

“A montare gli ospedali da campo non c’erano le sardine ma i cattivissimi alpini”
E’ quanto di più cretino si possa dire.
In primis chi ha mai detto che gli alpini sono cattivi?
In secundis pensate che tra gli alpini non ci sia una Sardina? E poi come fate a paragonare un corpo militare con un gruppo di persone che non sono neppure un’organizzazione? Strano che a montare i campi non ci fossero il gruppo di amanti della fontina o i fans di Toto Cotugno.

“Dove sono i medici delle ONG e di Emergency…” e via dicendo.
Sono a fare il loro mestiere di volontari, in prima linea nelle regioni dove vivono. Dove pensate fossero?

“Tutti a criticare i runner, ma intanto ci sono le file alle tabaccherie”
Vi dà fastidio che non comprendano la vostra necessità di correre, ma siete intolleranti nei confronti delle esigenze altrui.

Non capisco questa necessità di contrapposizione.
Nessuno ha mai ragione al 100%.
Non esistono distinzioni nette, ci sono sempre delle eccezioni.

Se provassimo, per un attimo, a metterci nei panni degli altri forse riusciremmo a moderare i toni e a seguire il consiglio di Orazio.

E prima di lamentarvi della vostra quarantena, del fatto che dovete andare a lavorare, delle code al supermercato o degli errori degli altri (il governo, la regione, il sindaco, il vicino di casa ecc) pensate a chi lavora davvero per risolvere il problema o per contrastarlo.
Provate a dare il vostro contributo.

Magari solo tacendo.

Horror vacui

Sembra quasi che tutti abbiano paura di restare soli, invece la solitudine può essere una grande opportunità…

Ci sono frasi e modi di dire che ti restano in testa. Possono essere un verso di un poema, o di una canzonetta, o la frase di una pubblicità, o qualcosa che ti spiega un professore ai tempi della scuola…

Dal mio personale florilegio di ricordi, oggi ho estratto “horror vacui”, letteralmente “paura del vuoto”, che ben si adatta a questo periodo.

Ovviamente l’accezione più comune in cui veniva usato dai latini erano le vertigini, la paura di cadere quando si è in un luogo aperto e di fronte ad un salto verticale.
Il vuoto esercita un fascino particolare: ci respinge e ci attira al tempo stesso. Abbiamo paura di cadere, ma vogliamo provare quel brivido lungo la schiena del pericolo sotto controllo.

sul bordo del precipizio

Volendo fare della psicologia spicciola, l’horror vacui ben si adatta ai nostri tempi in cui siamo presi da mille impegni, circondati da migliaia di persone. Il vuoto di cui abbiamo paura, in questo caso, è l’agenda vuota, la serata da soli.

Abbiamo paura di questa solitudine, di questa forzata inattività, perché non siamo in pace con noi stessi. Non siamo in equilibrio.

Ai tempi dell’auto isolamento da corona virus, questa paura si legge tra le righe dei post sui social, nella necessità di fare gli aperitivi via skype. Ed è un disagio condiviso…

Ma siate fiduciosi, se vi regalate del tempo da soli con voi stessi scoprirete che ognuno ha delle riserve inaspettate di creatività. Navigando sui social ho trovato decine di esempi. Persone che suonano, che disegnano, che scrivono, o che si inventano giochi per i loro figli.

In alcuni casi sono delle vere e proprie perle:

Non dobbiamo essere spaventati dalla solitudine, è l’ambiente ideale per farci crescere, per sviluppare le nostre potenzialità, per imparare ad apprezzare la nostra compagnia.

Buon auto isolamento a tutti.

Un bisogno di normalità

Stamattina ci siamo svegliati tutti in quarantena. Fino a ieri erano i cinesi prima e quelli di Codogno dopo; avevamo come l’impressione che a noi non sarebbe toccato.
Poi la chiusura della Lombardia e delle 14 province del nord Italia hanno scosso le nostre sicurezze e oggi ci siamo tutti dentro.

La stessa cosa con i bollettini dell’Istituto Superiore della Sanità e della Protezione Civile.
All’inizio erano pochi contagiati (“Vengono dalla Cina, potevano stare a casa loro”) poi con l’aumentare dei numeri la cosa ha iniziato a preoccuparci e oggi, quando il Covid 19 ha contagiato qualche conoscente o conoscente di conoscente, siamo impauriti.

Sui social, il termometro della pancia della gente, siamo rapidamente passati dalle guasconate libertarie “CoronaVirus non ci fermi!” postate sotto foto di aperitivi e allenamenti collettivi, all’hashtag “#iorestoacasa” in cui si invita tutti all’autoisolamento.
E anche qui, la disperata caccia di un colpevole da perseguire o denigrare riempie internet di contumelie contro chi adotta comportamenti sbagliati o esibisce la stessa tracotante arroganza che aveva riempito i nostri post fino a qualche giorno fa.

C’è poco da fare, nulla come le difficoltà mettono in luce chi siamo davvero.
E prendere coscienza di questa nostra fragilità ci obbliga a confrontarci contro la mentalità tronfia e da supermacho di quest’era.

Io sono l’artefice del mio destino!
Certo fino a quando non incontri una malattia, un camion in autostrada o una tegola che cade da un tetto.

Noi siamo mortali.
Non ci rende più deboli o degli sfigati, fa semplicemente parte di quello che siamo. Ci definisce.

Salice innevato

In questi giorni il salice del mio giardino sta mettendo le gemme.
Nel frattempo ha nevicato ed è stato ricoperto.
Ha gelato e i suoi ramoscelli erano rigidi. Sembravano morti.
Poi è tornato il sole e ha sciolto la neve e le gemme sono ancora lì, con il loro verde tenero a ricordarmi che i cicli naturali non si sono fermati.

Per me è fonte di speranza.

Sono preoccupato per mia figlia a Londra, dove ancora non si è esteso il contagio e per mio figlio in provincia di Bergamo che è l’area più a rischio di questo momento.
Sono preoccupato per i miei genitori, entrambi ultraottantenni, a Trieste.
Sono preoccupato per le persone a cui voglio bene che vivono a Milano.
Sono preoccupato per me stesso.
Temo di ammalarmi ma temo soprattutto il post CoronaVirus, quando tutti assieme dovremo fronteggiare il disastro economico che ci lascerà in eredità.

Eppure ho in fondo al cuore questa bella sensazione di speranza.
So che la Natura è più forte, che i cicli naturali sono appunto dei cicli, non temo la fine del mondo.

Non so nulla del Covid 19.
Non ho soluzioni a questa situazione.
Ho scelto semplicemente di adeguarmi, con fiducia, alle indicazioni che vengono dal coordinamento centrale, dalla Presidenza del Consiglio.
Lavoro da casa (sono uno dei fortunati che possono fare lo smart working).
Vado a fare la spesa e mi fermo a bere il caffè(*).
Esco sempre, faccio i miei giri. Anche se, d’ora in avanti, le mie sciate domenicali dovrò farle da solo.

Ho scelto di riempire il mio tempo di cose che amo.
Mi prendo cura di me stesso, faccio un po’ più di attività fisica all’aperto.
Leggo di più e guardo meno i social.
Cerco di dare una mano: al lavoro, chiacchierando al telefono con i miei genitori, evitando di diffondere il panico.
Metto a posto le cose che avevo lasciato in sospeso, quei lavoretti che non trovavo mai il tempo per finire.

Insomma coltivo la normalità.
Perché in questo tempo anomalo, forse la cura è tornare normali.


(*) questo post è stato scritto prima della chiusura dei bar