Sulla corsa

Un libro che sono stato in dubbio se comprare o meno, invece Mauro Covacich e il suo Sulla corsa mi hanno conquistato

Ammetto di aver raggiunto un certo grado di saturazione e di non voler più leggere libri che parlano della corsa.
Non dico i manuali, che avevo letto imparando un sacco di cose nella fase iniziale del mio amore per il running e avevo presto abbandonato, ma libri che parlano di corridori e di corse in generale.

Così, quando ho scoperto che Mauro Covacich aveva scritto un nuovo libro e proprio sulla corsa… beh ammetto che non ero stato particolarmente interessato.

Mi piace come scrive Covacich. Il suo romanzo A perdifiato è, tra i romanzi che parlano di atletica, uno dei miei preferiti.
Gioca anche il fatto, totalmente irrazionale, che lo sento vicino, vuoi per età vuoi perché è nato e cresciuto a Trieste come me, vuoi per la passione smisurata per l’atletica.

Insomma, sono andato in libreria e ho comperato questo suo Sulla corsa, che fin dal titolo rivela di cosa tratta: una raccolta di riflessioni e ricordi incentrati sulle esperienze personali dell’autore.

Sulla corsa Mauro Covacich

Inizia dall’inizio, cioè dal momento in cui Covacich ha scoperto cosa significava correre. Per lui è avvenuto in giovanissima età, 11 anni, e direttamente in una gara organizzata dal dopolavoro del padre.

Nei capitoli seguenti assistiamo al crescendo che tutti i runners ben conoscono. La voglia di raggiungere la maratona, la voglia di misurarsi e di migliorare il proprio personal best, quell’isolamento (quasi autistico) nei confronti del mondo normale, del mondo che non corre.

Covacich è un giornalista e quindi gli capitano incontri che in molti sognano: i grandi nomi dell’atletica, gli altopiani africani, la Grande Mela.

Leggevo con piacere i vari capitoletti e intanto mi interrogavo su dove andava a parare. Su come sarebbe terminata la parabola della passione.
C’erano state delle avvisaglie, sparse qui e là, che la storia di Mauro corridore doveva avere un epilogo mesto. Infatto ecco puntuale la visita medico sportiva e il mancato rinnovo del certificato: uno dei mostri che chi corre teme di più.

Ma come in tutte le storie che funzionano, il giro di boa rappresentato da questa apparente sconfitta rende il racconto più intenso, più umano.

Non vi rivelo il finale, anche se non si tratta di un giallo è sempre bello navigare da soli tra le ultime pagine dei libri. Dico solo che sono stati 15 euro spesi davvero bene.

Un libro che a mio avviso offre una visione completa e matura della passione per il correre. Ottimo sia per gli agonisti che per i joggers da par mio.

Quindi, dato il tema, correte a comprarlo in libreria.

Sulla corsa
Mauro Covacich
La nave di Teseo, collana Le Onde
159 pagg / 15,00 euro

Ascolta “Sulla corsa” su Spreaker.

La voglia di correre

Dopo alcuni anni, stimolato dalla bilancia, sono tornato a correre e questa volta è scattata di nuovo la magia…

Ai tempi del liceo, nonostante fosse uno scientifico, ricordo che si diceva che la matematica era una scienza ancillare, serviva a dimostrare gli assunti delle altre scienze.
Similmente, quando al pomeriggio mi recavo all’allenamento di canottaggio, il coach ci diceva che correre serviva a potenziare fiato, cuore e resistenza. La corsa era ancillare alla voga.

Invece io, bastian contrario, amavo la matematica per la sua eleganza formale e la corsa per la musicalità del suo ritmo. Insomma, erano ancillari per gli altri, ma regine per me.

Pensavo a tutto ciò mentre correvo sulla sterrata sotto casa.

Negli ultimi tre anni avevo abbandonato la corsa.
Prima c’era stata la decisione di non gareggiare più e di correre non per allenarmi ma per il piacere di farlo.
Poi, con la mancanza della continuità, anche il piacere era andato calando.
Poi c’è stato il primo lockdown, l’aumento del peso, un piccolo infortunio, i tentativi (peraltro subito abortiti) di ricominciare, la scusa della neve, del freddo, e tutte quelle migliaia di “ottime ragioni” che ciascuno di noi è maestro nell’inventare per rimandare l’uscita di corsa.

All’inizio della stagione invernale, uscendo con le pelli, mi ero reso conto che – rispetto all’anno precedente – ero migliorato come tecnica e drammaticamente peggiorato come forma fisica. A fine febbraio, sul quadrante della bilancia, il numero 93 mi ricordava impietoso che ero almeno 10 chili più pesante non del peso forma, ma di una condizione accettabile.

Ho reagito nell’unico modo che conosco: ho infilato le scarpette e sono uscito a correre, pur con la paura che sarebbe stato l’ennesimo fuoco di paglia.

Invece sono passate le settimane, le corse – pur brevi, pur lente – hanno preso una certa regolarità (tre volte a settimana), ho notato che fatico meno con gli sci e, soprattutto, mi è ritornata la voglia di correre.

panorami montani

Dico subito che il peso non è poi calato tanto. Mangio e bevo come al solito, sicuramente troppo, e così la bilancia non mi regala grandi soddisfazioni.

Ma ho ritrovato la bellissima sensazione di accorgermi del miglioramento da uscita a uscita. Non tanto sul crono (che ancora trascuro) ma proprio sulla facilità con cui corro e sul piacere nel farlo.

Certo è complice anche la stagione.
La Natura si sta lentamente svegliando, in pausa pranzo il sole batte caldo sulle spalle e compensa l’aria fredda che ti entra nei polmoni.
Tra gli alberi e nei prati che sono ancora gialli (qui ha nevicato anche ieri) si percepisce l’immensa energia che trasformerà tutto tra poche settimane.

C’è un pezzo del percorso che amo più di ogni altro.
Esco dal bosco in salita, compio ancora 500 metri su una poderale e sbuco su un altipiano dove, alzando lo sguardo, vedo le montagne stagliarsi candide contro il cielo azzurro.

E’ il mio premio.

Anche perché da lì inizia una discesa che “precipita” tra gli alberi fino al cancello di casa.

Negli ultimi anni, considerata l’età che aumenta, mi ero rassegnato a non poter più fare certe cose, a non poter più provare certe emozioni. Avevo in testa una lista di “piaceri che ormai era tardi per rivivere” e questa lista includeva anche il piacere della corsa.

La grande scoperta di oggi è che non è vero.
E vi dirò di più, se posso divertirmi ancora a correre su un sentiero, allora probabilmente devo rivedere la mia lista e darmi un’altra chance anche sugli altri fronti.

Ascolta “Il piacere di correre” su Spreaker.

La salute nella corsa

Ecco la mia recensione al manuale “La salute nella corsa” che ci introduce ad un metodo scientifico per conoscere meglio la nostra passione

La salute nella corsa

Negli ultimi tre anni il mio rapporto con la corsa ha trovato un nuovo equilibrio.
Ho smesso di gareggiare e di correre con quella regolarità che solo quando ti alleni riesci a mantenere.
La corsa non è più il fine, ma solo un mezzo per stare meglio con il mio corpo e per avere un rapporto più intenso con l’ambiente che mi circonda.

Dopo il primo periodo di lockdown mi ero fermato completamente (i 200 metri da casa non mi permettevano nessuna uscita vera e propria).
Poi durante l’estate ho camminato tanto e corso poco, così a settembre e nel secondo lockdown ho pensato fosse meglio ridare una certa regolarità alle mie uscite.

Più o meno nello stesso periodo mi è capitato tra le mani un libro particolare.
Si tratta de La salute nella corsa, scritto da Blaise Dubuois e Frèdèric Berg (Mulatero Editore).
Il primo è una sorta di running guru, il secondo un giornalista e runner appassionato.

Non si tratta di un manuale nell’accezione classica del termine.
Non hanno come scopo quello di insegnarti un metodo o di farti raggiungere un risultato.
Si tratta piuttosto di un compendio di informazioni che coprono tutti gli aspetti della pratica della corsa.

Non a caso Dubois è il fondatore della Clinica del Running, un’organizzazione che ha lo scopo di creare una rete di professionisti della corsa (preparatori e terapisti) che possano poi supportare atleti professionisti ed amatori.
Un progetto ad ampio respiro, nato per essere internazionale e basato sull’approccio scientifico sperimentale.

Blaise Dubois è anche il coproprietario delle cliniche PCN (cliniche fisioterapiche e di medicina dello sport in Quebec), non solo teoria dunque, ma tanta pratica.
La Clinica del Running è arrivata in Italia nel 2015 e potete scoprire molto di più direttamente sul loro sito.

Ma torniamo al libro.
Da buon bibliofilo sono partito da pagina uno e ne sono rimasto un po’ confuso.
Si inizia con una prefazione di Emelie Forsberg, seguita subito da un capitolo scritto da Frédéric Berg in cui si spiega il senso del libro e chi sia Dubois.
“Bene, ma adesso passiamo al sodo” ho pensato e ho continuato a leggere arrivando alla prima sezione che parla dei vantaggi della corsa e ospita l’intervento di Karim Khan e subito dopo di Ian Adamson… insomma mi sono chiesto “ma questo libro chi lo ha scritto veramente?”

In realtà il senso dell’opera è proprio questo. Una raccolta di testi e di testimonianze di 50 esperti (scienziati, professori universitari, atleti professionisti, allenatori, nutrizionisti e via dicendo) che coprono tutti i più importanti aspetti del running.

Ho smesso di leggere in sequenza e ho iniziato a saltare avanti ed indietro tra le pagine, prendendo spunto dall’indice ed esplorando un po’ alla volta i vari capitoli.
Si parla di alimentazione (ad esempio, cosa sapete del digiuno ad intermittenza?) e di scarpe (sapevate che la scarpa più antica risale a 5.500 anni fa?); si parla di trail (l’esperto è Guillaume Millet, un professore universitario che ho conosciuto quando è arrivato terzo al Tor des Geants) e di cicli di allenamento; quando si dice che la corsa è per tutti non si parla di anziani (anche se c’è un capitolo dedicato) ma di atleti con le protesi.

Mi ha incuriosito una parte stampata su pagine con una cornice rossa (!) ed è scoperto che è quella relativa alla prevenzione degli infortuni (chi corre sa che questa è la parte più importante in assoluto). Più avanti c’è anche un capitolo sulle ultradistanze e uno sul benessere e uno sul doping.

Alla fine posso tranquillamente affermare (senza averlo letto completamente) che nelle quasi 500 pagine di libro sono coperti davvero tutti gli argomenti associati al running.

Ho messo via il volume, ma non tra i manuali della corsa (che sono nello scaffale più alto della mia libreria) ma a portata di mano.
So che tornerò a consultarlo nuovamente nelle prossime settimane, via via che qualche curiosità o nuova esigenza affiorerà alla mia mente.

Un giudizio finale?
Come ho scritto, più che una guida o un manuale, è un approccio scientifico (e parzialmente filosofico) al mondo del running.
La salute nella corsa, oltre ad essere il titolo, è anche un manifestazione di intenti, un principio guida.
Sicuramente un volume interessante che non deve mancare nella libreria del runner esigente.

Mentre scrivo queste righe fuori dalla mia finestra nevica.
Mi sa che per qualche giorno non correrò, ma dovrò integrare l’allenamento con un esercizio diverso: spalare neve.
Fammi un po’ controllare cosa dice il libro sul cross training?

La salute nella corsa
Blaise Dubois, Frédéric Berg
Mulatero Editore, Specialist
496 pagg. / 35,00 euro

Come alberi caduti

Una riflessione sulla caducità della vita e sul senso della morte. Niente male per una corsetta all’ora di pranzo…

Ieri durante la solita corsa, sono passato per un sentiero dopo parecchie settimane che non lo percorrevo.
E’ uno di quegli anelli che ormai mi è entrato dentro: lo ripeto ad occhi chiusi o, come dicono con una bella espressione gli inglesi, by heart.
Così, dopo aver girato intorno alla croce del colle, ho iniziato il ritorno verso casa.

All’inizio del bosco non ho notato grandi differenze, solo un sacco di foglie e ricci di castagne a terra. Ma appena dopo una salitella che ti porta nel suo cuore, ho trovato un grosso pino di traverso sul sentiero. L’ho aggirato e ho proseguito, solo per dovermi fermare di nuovo dopo pochissimi metri.
Un temporale, probabilmente uno di quelli che ad ottobre hanno colpito duramente tutto il Nord-Ovest, ha compiuto una vera e propria strage di alberi.

alberi caduti

Pini giganteschi erano crollati a terra, trascinando con loro alberi più giovani.
Alzando lo sguardo più in là, allontanandosi dal sentiero, come in un gigantesco gioco dello shangai, decine e decine di tronchi giacevano incastrati tra loro.

Un campo di battaglia coperto di caduti.
Uno spettacolo che stringeva il cuore.

Dopo aver perso quasi mezz’ora per percorrere, come un novello Barone Rampante, poche centinaia di metri, tutto è tornato normale.
Il sentiero muschioso, gli alberi svettanti, le rocce calde per il sole del pomeriggio.

Riprendendo a correre, ho iniziato a pensare a quanti anni ci sarebbero voluti per tornare alla situazione precedente.
– un mese di lavoro per gli operai forestali della Regione (quel sentiero è un tratto del Cammino Balteo).
– un anno perché le fronde si trasformino in compost.
– un lustro perché delle giovani piante sfruttino il nuovo spazio creato dalla tempesta.
– un decennio perché in quella porzione il bosco torni ad essere fitto come il resto.
– un quarto di secolo perché le nuove piante diventino alte come quelle cadute.

Eppure sono tutti eventi naturali.
Accaduti chissà quante volte in passato e che accadranno di nuovo.

Questo pensiero mi ha rasserenato.

Vedere tutti quegli alberi a terra mi aveva fatto pensare alla morte.

Un albero rigoglioso muore così, spazzato da una tromba d’aria.
Niente di crudele, solo un giro della ruota della vita.
E della sua morte beneficiano decine di altre piante, che trovano lo spazio e la luce per crescere, che trovano nutrimento dal suo corpo in decomposizione.

A ben pensarci, la morte di un albero diventa meno tremenda…

Allora mi è venuto in mente Maradona che proprio ieri se n’è andato.
Lui e i tanti che sono morti e hanno lasciato in me un segno.
Penso a Fabrizio De André, a Gianni Brera, a Giorgio Gaber tanto per citare alcuni nomi che conoscono tutti.
Ma c’è anche una lista di nomi meno noti al grande pubblico, ma per me altrettanto importanti.
Persone che mi hanno ispirato, o semplicemente mi hanno mostrato una via.

Nessuno di loro era perfetto.
Ma ognuno era importante.

Ecco, loro come gli alberi, morendo hanno creato lo spazio perché noi crescessimo prendendo forza dai loro esempi.

Se viviamo una vita degna di essere vissuta, anche la nostra morte avrà un significato.

Reperti

In visita ai miei genitori che stanno passando qualche giorno nelle montagne friulane, ho trovato – ancora in uso nel bagnetto a me assegnato – un reperto storico: l’asciugamano premio della prima 24 x 1 ora cui ho partecipato in vita mia.

Un balzo indietro nel tempo!

asciugamano 24 x 1 ora

Non ricordo bene che anno fosse, probabilmente i primi anni Ottanta. All’epoca praticavo il triathlon e la corsa, come per buona parte della mia vita, era una sana abitudine.

Un compagno di squadra mi ha invitato a partecipare a questa gara che si teneva allo stadio ed era organizzata dai mitici “Amici del Tram de Opcina”.
Regole semplici: facevi parte di un team di 24 persone che si alternavano per un’ora in pista coprendo la maggior distanza possibile.

A me sarebbe toccato il turno dalle 3 alle 4 del mattino.

Ero giovane, ero pieno di energia, era estate… come dire di no?

Così cenai a casa e mi misi a guardare un po’ di televisione per ingannare l’attesa.
La serata era afosa e colsi come un segnale positivo l’aumentare del vento.

Verso l’una di notte, afferrai la borsa e salii in macchina in direzione stadio.
Il cielo era uno spettacolo di nubi gonfie di pioggia, i fulmini lo solcavano e i brontolii lontani dei tuoni non promettevano nulla di buono.

Le prime gocce iniziarono a cadere mentre mi stavo cambiando.

Pantaloncini e canotta, decisi di saltare il riscaldamento e rimasi al coperto fino all’ultimo.

Come dicevo, all’epoca mi dilettavo di triathlon, ed in effetti più che correre sul tartan dovetti nuotare.

Ma ricordo ancora l’inebriante sensazione della pioggia che mi scrosciava addosso e di come io, a bocca aperta, bevessi acqua e sudore.

Non ho ricordi di quanti chilometri feci. Di certo non molti.
Ma ero felice.

Quando, al termine della prova, mi regalarono l’asciugamano come premio mi sembrò un segno del destino. Lo misi attorno al collo e tornai a casa a dormire.

Adesso è uno straccetto, logorato e stinto dal tempo.
Ma è riuscito a regalarmi il dolce ricordo di una nottata diversa… e mai (allora) avrei pensato di correre una maratona, di affrontare le ultra, o di scrivere di corsa.

Gli scherzi della vita!

Il paradosso della corsa

Ma davvero la corsa deve essere per forza sofferenza? Ovviamente dipende dai propri obbiettivi: se vuoi il successo devi essere pronto a soffrire

La giornata di ieri era partita con un programma ambizioso: sveglia alle 6:15, corsetta dalle 6:30 alle 7:30, doccia, colazione e alle 8 e spiccioli pronto alla scrivania…
Ma come tutti i programmi ambiziosi, si era subito scontrato con la dura realtà e alle 6 ero stato svegliato dal tambureggiare della pioggia sul tetto. Ho disattivato la sveglia programmata e mi sono girato dall’altra parte.

La colazione con tè caldo e lo sguardo perso tra le nuvole fuori dalla finestra e sul termometro che segnava 9 gradi, mi hanno confortato nell’idea di rinviare la corsa alla pausa pranzo. Però verso le 12 la pioggia continuava a scendere e io già mi cullavo nella scelta di cosa preparare da mangiare.

I programmi ambiziosi, come dicevo, muoiono infrangendosi contro i dettagli quotidiani.

asfalto

Un momento, ma cos’è quella luce strana? Un raggio di sole brilla sull’asfalto reso lucido dalla pioggia che ha smesso di cadere.
Cogliere l’attimo… mi cambio al volo e sono fuori.

Ho un’oretta scarsa, quindi giro solito.
So già che soffrirò, l’aria è gonfia di umidità e quindi sembra di non riuscire a riempire i polmoni fino in fondo.
Decido di ignorare completamente il cronometro: oggi mi limiterò a far girare le gambe.

Al primo cambio di pendenza inizio a sbuffare. Poi i muscoli si imballano, la salitina che di solito affronto prudente ma rilassato, stavolta sembra un muro.
Per fortuna inizio il tratto in asfalto che porta al giro di boa… ancora due-trecento metri e si torna a casa.
La strada del ritorno sembra scorrere più veloce: sono in leggera discesa ma faccio ugualmente fatica.
Finalmente gli ultimi cento metri, tanto vale allungare.
Mi fermo e fermo il cronometro. Leggo e rileggo il tempo che segna e mi scappa un sorriso: ho impiegato un paio di minuti meno del solito (e su 8 km fanno la differenza).

Questa cosa è davvero buffa, quasi un paradosso: meno ti godi l’allenamento, più soddisfazione ricavi nel vedere il risultato. E al contrario meno soffri durante, più sei insoddisfatto dopo.

Ovviamente è un falso paradosso, più un gioco che altro.
Il runner evoluto è soddisfatto proprio dal capire che ha messo sotto stress il proprio corpo.
Per ottenere un successo devi soffrire.

Però il fatto stesso che ne stia scrivendo, rende evidente che non sono più uno che cerca la soddisfazione in un allenamento ben riuscito, ma si gode una corsa ben riuscita.

Cambio di filosofia?
Mah, forse solo un po’ di pigrizia.

Per oggi archivio con gioia il risultato acquisito e mi godo la giornata di recupero.
Domani vedremo…

Chi l’ha dura…

Ci sono volute tre settimane ma finalmente sono tornate le prime sensazioni positive dopo l’allenamento. Adesso si tratta solo di perseverare…

Finalmente.
Ci sono volute tre settimane e mezza per far sì che succedesse di nuovo: ieri sono tornato a casa dopo la corsa soddisfatto dell’allenamento.

Sia ben chiaro che non mi riferisco al riscontro cronometrico (ho corso lento come non mai) o alla distanza percorsa (otto chilometri scarsi).

Ma le sensazioni erano quelle giuste, quelle di una volta.

Sono partito legato ma appena i muscoli si sono scaldati, ho iniziato a sentire il ritmo (e il ritmo nella corsa è tutto… leggi qui, ad esempio).

Ho fatto fatica, mi rendevo conto di andare lento ma sapevo anche di non poter spingere di più.
Il fiato era corto. E questo è buono: se quando corriamo non siamo un minimo affannati vuol dire che non siamo fuori dalla nostra comfort zone.

Il percorso prevedeva una prima metà in leggera salita e, ovviamente, il ritorno in leggera discesa.
Ciò mi ha permesso di compensare l’affaticamento e ne è venuto fuori il cosiddetto negative split (termine che si applica in maratona quando fai la prima mezza più lenta della seconda).

Mi fa ridere applicarlo a soli otto chilometri, ma mi è rimasta dentro la sensazione piacevole di essere in spinta nel finale.
Mancava poco e ho aumentato l’andatura.
A poche centinaia di metri dall’arrivo le gambe erano di marmo, ma ho cercato di continuare a spingere…

correre nel bosco

Come al solito correvo e pensavo.
O meglio, correre mi suggeriva delle nuove associazioni mentali.

Mi è tornato alla mente un articolo che avevo letto la mattina in cui si diceva che era importante trovare delle routine nel lavoro.
L’autore suggeriva che usare dei percorsi sperimentati permette di risparmiare tempo e fatica.

Io sono d’accordo solo parzialmente.
Ne avevo scritto anche in passato (qui il post): affidarsi ad una routine permette di avvolgersi in una specie di coperta di Linus. Calda, confortevole, ma di certo poco adatta alla creatività.

Fare le cose per abitudine è meno faticoso ma più rischioso.
Io preferisco cercare sempre strade nuove. Mi obbliga ad un perenne stato di allerta che mi stimola, mi mantiene giovane, vitale.

Mia sorella mi ha regalato un “Calendario Filosofico” che sfoglio giorno dopo giorno. Qualche volta ci azzecca, qualche volta finisce nel luogo comune.
Comunque ieri diceva “E’ fare ciò che serve quando non ne hai voglia che ti porterà al traguardo”.

Voi adesso ridete, ma non è un calendario della corsa… eppure il concetto è giusto. Fare ciò di cui non si ha voglia è una palestra per forgiare la propria forza di carattere. Ti abitua ad arrivare dove vuoi e non dove ti è comodo.

Questo cosa c’entra con la routine? In realtà molto.
Spingersi fuori dalla strada segnata, fare ciò di cui non si ha voglia, continuare a correre anche quando i risultati non vengono… sono tutti aspetti dello stesso concetto.

Sei tu che sei al centro del tuo progetto.
Tu puoi raggiungere un obbiettivo.
Non è una questione di farcela o non farcela, ma solo di quando riuscirai.

Do it. Or do not. There is no try.

Il maestro Yoda lo diceva a Luke nella fortuna serie Star Wars.
“Fare o non fare. Non esistere tentare”.

Ecco qui la mia filosofia spicciola, tratta da un filmone di fantascienza.

Non mi interessa quanto ci vorrà, so solo che tornerò a correre per il puro piacere di farlo.
Fino a ieri mi sembrava impossibile, ma da ieri il mio umore è cambiato.
Restano da limare i minuti al chilometro, restano da allungare le distanze… ma per il momento accolgo come un premio questi abbozzi di sensazioni positive.

Lo so bene. E’ solo il punto di partenza.
Ma da qualche parte bisogna pure iniziare!

Continuare a correre

Siamo finalmente liberi di andare a correre, ma – almeno per me – le cose non vanno esattamente come avevo sperato. Tutto è più difficile

Avevano ragione gli autori di Niente panico si continua a correre quando hanno stilato la regola numero 99 che recita:

#99: Se allenarsi è faticoso, prova a riprendere

Riprendere a correre dopo un periodo di stop forzato è davvero difficile. Tanto che, appunto, è meglio non smettere mai.

Ma nel nostro caso siamo stati obbligati a fermarci a causa del distanziamento sociale e, dopo due mesi di inattività, abbiamo riguadagnato i nostri parchi, le nostre strade, le alzaie di navigli o fiumi, i lungomari, i monti… insomma non più legati al guinzaglio dei 200 metri dalla propria abitazione, abbiamo finalmente ripreso a correre.

Il 4 maggio, fatidica data di riapertura, sono uscito per il primo allenamento. E da quel momento non mi sono più fermato, alternando diligentemente corsa e trekking (a dire il vero, anche un’ultima uscita stagionale di scialpinismo).

Oggi, a due settimane di distanza, provo a tirare le somme. E devo dire che è stato (anzi che è ancora) tutto molto più difficile del previsto.

podista

C’è, ovviamente, lo scarso allenamento e i chili di troppo accumulati.
C’è anche un po’ di pigrizia che si è formata come ruggine intorno alla forza di volontà.
Ma il primo vero ostacolo è il cervello.

La corsa, per me, è stata da sempre libertà del corpo dalle regole imposte dalla mia componente razionale.

Non basta volerlo per andare a 5’/km o per finire una gara o per arrivare prima di un altro concorrente.
E’ necessario un sapiente mix di testa che guida, senza perdere il contatto con il corpo che deve eseguire.

Mai come nelle attività fisiche (specialmente quelle ritmate) il cervello regredisce ad una forza quasi istintuale (sembrerebbe una contraddizione). So cosa devo fare, ma è il corpo che detta le condizioni.

Ebbene, in lunghi anni di pratica, ho imparato bene la lezione e – in qualche modo – mi aspettavo che il team lavorasse ancora all’unisono.

Invece no. Il cervello, fidandosi delle tante altre esperienze simili, si aspetta che il corpo proceda al ritmo richiesto. Ma il tapino fatica e quello, invece di dargli tregua, si blocca ed interpreta i segnali di affaticamento come un collasso in corso.

Il risultato finale è che, in tutte le ultime uscite, le mie performance sono peggiorate.

Parto senza pormi obbiettivi (questo è il cervello razionale), appena esco dalla fase di riscaldamento mi aspetto di ingranare (e questa è l’esperienza che parla). Invece inizio a faticare sempre di più.

Lo so che è solo questione di risvegliare le abitudini, di ritrovare un minimo di smalto.
Ci vorranno ancora un paio di settimane, o di mesi. Ma non ho fretta.

Nel frattempo mi godo le mie uscite (specialmente quando arrivo alla fine, ad esser sincero), mi godo il calo di peso, e tutti i numerosi benefici connessi con la corsa.

Va anche detto, però, che in questi anni il mio modo di correre è cambiato.
Non c’è più l’interesse per la prestazione, ma il piacere dell’esplorazione dei luoghi che attraverso. Corro con tutti i sensi bene all’erta. Ascolto i suoni, apprezzo i profumi e i panorami.

Ma questo, invece che aiutarmi peggiora le cose. Appena sono stanco individuo subito un nuovo sentiero da esplorare o un albero da osservare. Insomma è facile trovare una scusa per fermarmi e tirare il fiato.

Sembra che io si diventato saggio.
Che abbia compreso il vero senso della corsa.

Invece sono il neofita di sempre: ad ogni fine allenamento interrogo il cronometro e calcolo la velocità media, i chilometri fatti, il dislivello guadagnato o perso… e ci resto male.

Se c’è una lezione da imparare, quindi, è che nulla cambia con l’età, con il coronavirus, con la saggezza: come dicevo all’inizio, non preoccupatevi, si continua a correre.

Detto, fatto

Per noi runners, la vera fase due è rappresentata dal poter correre regolarmente, seguendo i ritmi dell’allenamento o della nostra voglia.

Lunedì 4 maggio, primo giorno della fase due, primo giorno in cui è stato possibile allontanarsi da casa per correre.
E io l’ho fatto. Anche se ritagliando solo poco più di un’ora alla giornata lavorativa, ma l’ho fatto.

E’ andato tutto come mi aspettavo.
Ben diverso da come avrei voluto… ma erano più di due mesi che non correvo e si è visto.

Sono partito baldanzoso, in leggera discesa, su asfalto.
La sensazione di volare è durata giusto il tempo di formulare il pensiero: “Beh però, pensavo peggio, non sono poi così inchiodato!”
La realtà dei fatti mi è piombata come un macigno sulle spalle a far compagnia alla bisaccia tremolante che mi è apparsa sul ventre in queste ultime 8 settimane di inattività compensata emotivamente con cibo e aperi-skype.

Io non ho avuto il coraggio di correre nel giardino e sulle scale di casa come hanno fatto in molti. Per me correre significa essere libero, e farlo in pochi metri quadrati era un controsenso. Ma oggi mi pentivo della mia scelta.

Appena è iniziata la sterrata in falso piano (non salita, falso piano!) ho avvertito la difficoltà di fiato.
Ho iniziato a sbanfare, ma non ho voluto rallentare il passo (anche perché se rallentavo mi avrebbero superato gli alberi).
Ho provato una fitta di residuo orgoglio quando ho trovato un altro podista* che si dava un tono leggendo un avviso del Comune sopra una transenna che bloccava il traffico. Ho raddrizzato le spalle e allungato il passo, come se mi sentissi al primo chilometro di una maratona, salvo continuare a guardarmi alle spalle nei successivi 10 minuti temendo di essere raggiunto.

[* E qui apro e chiudo una parentesi sul runner misterioso: dove vivo io ci conosciamo tutti, chi poteva essere quell’uomo di mezza età, vestito da runner professionale con fouseaux attillati, cuffiette e bandana in testa? Non era di qui, forse uno degli “sfollati” dalle città di cui si vocifera. In ogni caso sono molte più le volte in cui esco senza incontrare nessuno rispetto a quelle in cui incrocio altre persone e tra queste i runner sono comunque una minoranza. E’ proprio vero che il 4 maggio è stato il giorno della Festa della Liberazione per i podisti!]

faggeta del Cansiglio

Comunque rieccomi a correre con la sola compagnia dei miei pensieri che andavano via via facendosi più tetri.
Mi domandavo dov’era quella bellezza della corsa che ho tanto decantato, quelle sensazioni di libertà e di gioia del gesto.
Per fortuna sono arrivato alla croce che, nel mio anello abituale, rappresenta la boa del ritorno e l’inizio del sentiero vero e proprio.
Ho iniziato ad alternare cammino e corsa a seconda della pendenza del terreno e mi sono immerso nella natura.

Devo dire che i due mesi nella bolla dell’isolamento, dove il Tempo sembrava quasi fermo, mi hanno un po’ spiazzato.
Mi sono fermato ad inizio Marzo e mi sono trovato di colpo nei profumi e nei colori di un Maggio rigoglioso.
E anche la temperatura mi ha fregato.
Non so cosa mi sia passato per la mente, ma sono uscito con pantaloni a mezza gamba e maglia con la manica lunga sopra la maglietta.
Mi rimproveravo tra me e me (“azz! Franz ma i guanti? Perché non ti sei messo anche i guanti?”) mentre sudavo copiosamente.
Appena entrato nel bosco la leggera brezza che mi aveva accompagnato fino a quel momento si è spezzata tra i tronchi degli alberi, aumentando la sensazione di calore.

Sarà stato il contatto con la natura o, più probabilmente, il fatto che sapessi che stavo tornando verso casa, ma i pensieri tetri mi hanno abbandonato e ho iniziato ad apprezzare ogni passo.
Ho ritrovato i vecchi amici (il sasso messo sopra un gruppo di rocce a fare da sentinella, il pino abbattuto che spande intorno il suo profumo di resina, la strettoia muschiosa dove il passo sembra rimbalzare…) e piano piano mi sono perso dentro me stesso.

Nell’ultima lunga discesa che mi porta a casa non ho avuto il coraggio di controllare il crono per non provare una fitta di delusione.
Sulla soglia di casa ho fermato l’orologio, poi sono entrato, mi sono spogliato e infilato al volo in doccia.

Allora sì che ho apprezzato la bellezza della corsa!
Le sensazioni solite sono tornate a scorrermi nelle vene sotto forma di endorfine.
Seduto sul divano, mentre mangiavo una mela (niente come correre quando sei sovrappeso ti fa venir voglia di metterti a dieta!), ho guardato il gps e ho scoperto che non ero poi andato così male.

Il giorno dopo, 5 maggio, in onore della celebre ode manzoniana (“Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro…”) avevo le gambe dure come la spoglia di Napoleone Bonaparte (“…stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”).
Ma oggi si ripete il giro, non tanto per rosicchiare un minuto al tempo fatto lunedì, quanto per riprendere un po’ il controllo delle gambe.

Mai come adesso, per noi runners, la rinascita passa – prima che altro – dal tornare a correre con regolarità.

Chiasso mediatico

La mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno rotto le palle nell’ultima fase dell’isolamento. E non è ancora finita

In questo giorno di inzio della Fase Due vi comunico ufficialmente (se a qualcuno dovesse interessare o semplicemente per sfogarmi) che inizio ad avere le palle piene.

Ecco la mia personalissima Top Five delle cose che mi hanno scocciato.

NUMERO UNO:
Pubblicità che con la scusa di dirci quanto siamo bravi e che l’Italia ce la farà, cerca di venderci qualcosa. Ragazzi, siamo consumatori ma non siamo scemi…

NUMERO DUE:
Inchieste giornalistiche, dibattiti, reportage sul Corona Virus. Eccheppalle! la vita va avanti, non so se ve ne siete accorti…

NUMERO TRE:
Discussioni eterne e ricorsive sui vari decreti del presidente del consiglio dei ministri (è questo che significa l’acronimo DPCM). Nelle varie versioni:
a. cosa si può e non si può fare
b. okkei per questa cosa, ma quella? Come avete fatto a non pensare a quella?
c. poteva scriverlo più chiaramente…

NUMERO QUATTRO:
Storie edificanti. Sappiamo tutti che Gramellini è il nuovo De Amicis, ma è un dilettante a confronto con la pletora di microfonati che ci inondano gli schermi di storie strappalacrime, di “nuovi eroi”. Il bimbo che rivede la nonna, la ragazzina a cui manca il cane, l’infermiere che torna a casa distrutto. Tutto vero, tutto commovente, tutto dolcissimo… mò basta però!

NUMERO CINQUE:
Gli ottimisti a prescindere. Che poi sono l’altra faccia della medaglia dei catastrofisti.
Sono morte 30mila persone, ma andrà tutto bene.
La gente non lavora, ma l’Italia è di esempio al mondo.
Chi ci guida (e non mi riferisco solo al governo centrale) procede anaspando a tentoni, ma uniti ce la faremo.
Non siamo bambini piagnucolosi che vogliono sapere quando si arriva! Voglio, non dico dati e strategie, ma almeno non essere preso in giro. Ammettete gli errori: state facendo un lavoro difficile che nessuno ha mai fatto prima. E’ normale sbagliare e riprovare.

Franz Rossi

Ah, che soddisfazione.
Mi sono tolto un po’ di sassolini dalla scarpa.

Adesso approfitto della fase due e me ne vado a correre nel bosco dietro casa.
Sì, perché nonostante tutto, io come molti altri, le regole le rispetto. Anche se non sono d’accordo, anche se “tanto non faccio del male a nessuno”.

Vado nel bosco, perché mi manca un po’ di quel silenzio che è il terreno fertile nel quale germogliano i miei pensieri.

Di questo chiasso mediatico ne ho davvero abbastanza.