Il teatrino

Sono nauseato dal teatrino che i nostri politici hanno messo su a Roma. Invece di concentrarsi sulla pandemia fanno i loro sporchi giochini di potere

Sono nauseato dal teatrino della politica.
Una manica di mestieranti si arabatta per guidare il Paese in questo tempo di crisi.
Si dividono in governo ed opposizione. Ma nessuno dei due fa il proprio mestiere.

Il governo dovrebbe governare. C’è una buona norma che dovrebbe seguire chi comanda: parlare una volta sola ed agire di conseguenza. Che significa prendere una decisione, stabilire una strategia ed attenersi ad essa.
Invece chi ci guida continua a farsi tirare la giacchetta da tutte le parti. Impone una regola dura e poi l’ammorbidisce appena qualcuno si lamenta. Prospetta mirabolanti piani di sostegno e non riesce a metterli in campo. In un periodo caotico come questo non riesce a comunicare con esattezza cosa sta succedendo e cosa è bene che noi facciamo.

L’opposizione ha il ruolo di avvocato del diavolo. Dovrebbe vigilare sull’operato del governo per aiutarlo a non sbagliare in attesa di nuove elezioni quando, magari, salirà al governo. Invece critica in maniera chiassosa e senza costrutto. Sfrutta ogni momento per farsi bella agli occhi della gente. E si è specializzata nel fare promesse roboanti su cosa avrebbe fatto se fosse stata al governo, ben sapendo che al governo non è e che quindi quelle promesse sono vane chiacchiere.

In questo ultimo anno a noi popolo viene chiesto di comportarsi con responsabilità.
E i nostri governanti, intanto, mostrano il loro senso di responsabilità facendo cadere un governo traballante nel momento più sbagliato per l’Italia.

Non ci sono più destra e sinistra, perché non è più un sistema di valori, un’ideologia, a guidare le scelte dei politici, ma una mera ricerca di consenso. Se il Parlamento fosse FaceBook, diremmo che sono a caccia di like. Ma chi queste cose le studia, parla di demagogia e qualunquismo.

parlamento

E se c’è una cosa che mi fa ancor più ribrezzo dei politici sono i commentatori politici che continuano a dire “li abbiamo votati noi”.
Vorrei ricordare a queste persone che l’ultima volta che abbiamo votato era il marzo 2018.
Ne nacque un papocchio.

5 Stelle e Lega sono usciti (nettamente) vincitori dalle urne.
Hanno impiegato mesi per mettere in piedi un governo (quello gialloverde) che è stato suicidato da Matteo Salvini (un demagogo e non uno statista, come appare chiaro con il senno di poi).
Il PD (pallida ombra della vecchia sinistra) ha colto al balzo l’occasione per spingere lontano dal tavolo la Lega e convolare a nozze con il Movimento 5 Stelle generando il governo giallorosso.

Intanto scoppia il Covid.
E noi persone normali ci preoccupiamo della salute dei nostri vecchi e di cercare di sbarcare il lunario in un momento difficilissimo per l’economia italiana e mondiale.

A questo punto: colpo di scena. Cosa decide il buon Renzi? Di mettere in crisi il governo.
Per dovere di cronaca, ricordo che Renzi era stato a capo del PD e primo ministro in un governo di sinistra. Si era suicidato politicamente trasformando un referendum confermativo (per la legge che riduceva il numero di Senatori) in un referendum su di lui ed aveva perso.
Con la coda tra le gambe era riuscito a rientrare nel Parlamento nelle elezioni del 2018, salvo aspettare qualche mese nell’ombra per poi fondare (nel settembre 2019) Italia Viva, un nuovo movimento che non ha mai partecipato ad un’elezione e che quindi non ha mai preso un voto. Però, raccattando parlamentari qui e là, vale un qualche punto percentuale (tra il 4 e il 5%). Proprio quei punticini che possono far traballare la maggioranza.

Adesso, dopo aver detto che Conte è un incapace e un affossatore della democrazia, dopo aver fatto cadere il governo, si rimangia tutto e dice al povero Mattarella (santo subito) che è disposto ad appoggiare un terzo governo Conte.

Tornando ai miei amici buonisti, che dicono che questa genìa di politici l’abbiamo votata noi, vorrei spiegare che io il 4 marzo 2018 avevo votato PD per essere contro la Lega, contro il centrodestra e contro i 5 Stelle.
Ho votato PD perché ero (e sono) fortemente convinto dei valori che un tempo caratterizzavano la sinistra.

Il teatrino della politica oggi dimostra che la democrazia è morta.
Non perché non siamo liberi di andare a votare, ma perché votiamo una persona ed un partito che poi è autorizzato a piegare la testa e anestetizzare la coscienza per opportunismo politico.
Che senso ha dare il mio voto sapendo che l’eletto non è tenuto a rispettare quanto ha detto prima delle elezioni? Che può saltare da uno schieramento ad un altro?

Sia chiaro che non penso che la soluzione siano leggi che impongano agli eletti di essere coerenti. E neppure credo che sia utile chiedere per ogni decisione a noi elettori (il patetico tentativo dei 5 stelle con la piattaforma Rousseau dimostra che noi popolo non possiamo essere consultati).
Io delego con il mio voto una persona (ed un partito) a rappresentarmi, a prendere le decisioni che io non sono sufficientemente documentato per prendere.
Ma pretendo coerenza dagli eletti.
La democrazia è morta con il senso dell’onore dei politici.

Non voglio fare di tutte le erbe un fascio, ci sono politici appassionati, persone perbene, ma se nel canestro di mele basta una mela marcia per far marcire tutto, purtroppo non è vero il contrario.

Chiudo questo mio sfogo con un’ultima riflessione.

Io penso che oggi ognuno di noi debba combattere la sua battaglia: evitare di contagiarsi e di contagiare, continuare a lavorare senza farsi deprimere dalla situazione, aiutare come può i tanti che non possono lavorare. Continuare a vivere.

Non mi aspettavo e non mi aspetto grandi cose da chi ci governa.

Ma vorrei almeno che avessero la decenza di non fare in piazza i loro giochetti sulla pelle degli altri.

Ascolta “Il teatrino” su Spreaker.

Rituali e speranze

Nella mia vita prima della pandemia (adesso va molto di moda usare questa locuzione) c’era il rituale della lettura del giornale al caffé.
Il sabato, a metà mattina, scendevo a Saint Vincent e mi fermavo in uno dei bar per leggere il quotidiano mentre sorseggiavo l’amata bevanda. Me ne uscivo poi a passeggiare per la via centrale della cittadina, con in bocca quel gusto speciale che il caffé ti lascia e nella testa le ultime notizie.

Come ricorderete, una delle prime ordinanze aveva imposto ai baristi di rimuovere tutto ciò che veniva passato di mano in mano: la zuccheriera, il contenitore dei tovagliolini di carta e, ovviamente, anche il giornale.

“Poca cosa – mi ero detto – lo compro in edicola e lo leggo al bar”.

Invece non era così. Il piacere di sfogliare un giornale già usato, di vedere i segni della tazzina di caffé stampati sulla pagina dove un altro avventore l’aveva appoggiata mentre leggeva un articolo, erano cose che mi mancavano.

Comunque, nel mio “giro dei bar” (so che suona male, ma a me fa sorridere) facevo spesso tappa al Rouge et Noire, proprio in piazza.
Non era tanto per la qualità del caffé o per la gentilezza delle bariste, ma per l’incredibile energia positiva che ogni particolare di quel locale trasmetteva.

Valentina, la proprietaria, ha l’entusiasmo dei giovani. No, scusate, mi correggo: Valentina è l’entusiasmo dei giovani. Incarna quella fiducia nel futuro che noi cinici tendiamo a dimenticare.

Il suo bar riflette tutto questo.

Mi aveva fatto sorridere una piccola paletta taglia-torte di ceramica con scritto “Happines is a piece of cake” giocando sul doppio senso della frase.
In inglese “It’s a piece of cake” è l’equivalente di “Facile come bere un bicchier d’acqua”, quindi la felicità è alla portata di tutti, ma è anche una fetta di torta…

Aveva esposto un foglio con dattiloscritte una serie di regole (ne cito alcune):
1. Ogni volta che cadi, raccogli qualcosa
5. Fuori dalla paura c’è un sole bellissimo
68. Se resti seduta, non saprai mai quanto sei alta
71. Le parole sono importanti se non sono solo parole

Insomma avete capito il tipo.

piantine al rouge et noire

Oggi, quando vado a trovarla, a seconda del colore della nostra regione, posso prendere il caffé e salutarla di corsa mentre esco o sedermi in un cantuccio e chiacchierare abbastanza.
Per lei, come per tutti i bar, e i ristoranti, e molte altre categorie, la situazione è davvero complicata. I costi rimangono invariati ma i ricavi sono precipitati.

Eppure questo non le ha spento il sorriso.
La sera è più stanca del solito, forse un po’ curvata dalle preoccupazioni, ma la mattina è di nuovo sorridente.

Qualche giorno fa ho notato un nuovo pezzo d’arredamento: una coppia di piantine grasse in due vasetti bianchi.
Sul primo c’era scritto “Non mettere fretta alle cose che hanno bisogno di tempo per crescere” sul secondo “Casa è dove sta il cuore”.

Valentina e la sua battaglia sono fonte di grande ispirazione per me.

Non dobbiamo stare fermi ad aspettare il giorno in cui tutto tornerà normale, ma dobbiamo continuare a vivere la nostra vita.

Da un paio di settimane, ogni volta che scendo a Saint Vincent passo per il bar Rouge et Noire.

Loro pensano di offrirmi un caffé, ma io vado lì per fare il pieno di speranza.

Ascolta “Rituali e speranze” su Spreaker.

Il coraggio di chi resta

Il natale 2020 sarà molto più triste, funestato dalla lontananza dalle persone che amiamo, ci aiuterà la tecnologia e un pizzico di speranza

In questi giorni, per vicende personali, ho molto riflettuto sui distacchi.
Sia su quelli drammatici, come quando qualcuno muore, sia quelli meno definitivi ma pur sempre dolorosi, come una partenza o un “distanziamento sociale” imposto da una pandemia.

Quando muore una persona, il nostro pensiero corre subito a chi resta.
La compagna o il compagno, i figli, i genitori, gli amici. Persone che soffriranno molto più di chi se n’è andato.

Il dolore è provocato dall’impossibilità di avere accanto la persona che ti è cara. Da non poter ridere con lei, da non poter condividere emozioni e pensieri, da non poterle parlare, stringere, o anche solo osservare.

Questa sensazione è descritta dalla frase “quando muore qualcuno che ami, un po’ muori anche tu”.

gente che saluta

Facendo le dovute proporzioni, un dolore dello stesso tipo lo si prova quando una persona parte per un viaggio per un luogo lontano o per trasferirsi in una città diversa.
Certamente è mitigato dal fatto che non è per sempre, e – ovviamente – dalle meraviglie tecnologiche che ci permettono di fare videochiamate e scambiare messaggi continuamente.

Ma il senso di vuoto che lascia la distanza da una persona che si ama è lo stesso.

Stiamo per affrontare il natale più strano (e più triste) della storia dell’Uomo.

Tradizionalmente durante queste festività le famiglie si riuniscono (“Natale con i tuoi, pasqua con chi vuoi”), la gioia dello scambio dei doni o anche solo le chiacchiere con una fetta di panettone in mano in cui si rivivono vecchi ricordi o ci si aggiorna su quella zia che vive in Brasile e di cui non si hanno notizie dal natale precedente.

Ecco, questo 25 dicembre sarà orfano di tutto ciò.
Sarà più freddo e più triste.

Allora penso al coraggio delle madri che piangono i figli morti, delle mogli i cui mariti sono emigrati dall’Africa alla ricca Europa, alle coppie divise dalle esigenze di lavoro, ai fratelli separati.

E mi dico che se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.
Che il lockdown non durerà per sempre.

E faccio una proposta: scegliamo (uno per famiglia) una nuova data in cui festeggiare il natale.
Potrebbe essere il compleanno della nonna a febbraio, l’equinozio di primavera, o la ricorrenza del trasloco nella casa nuova.

Il natale quest’anno è solo rimandato.

Fare un regalo

Il senso di scambiarsi dei doni a natale è molto più profondo che un mero esercizio di shopping compulsivo. E quest’anno ancora di più

Ha colto nel segno la pubblicità olandese di DocMorris (una casa farmaceutica) che in un bel video (che potete vedere qui) ha spostato l’attenzione dal regalo al gesto di donare.

Nello spot un signore anziano sembra concentrarsi su se stesso e prepararsi ad una qualche impresa sportiva o, ancor peggio, ad allenarsi ai fini estetici.

E’ buffo, per non dire ridicolo.
Veste in modo antiquato e si allena senza criterio: ripete alla noia un gesto senza costrutto.
Un po’ alla volta i vicini, che prima lo osservavano con una punta di sufficienza se non fastidio, inizano a preoccuparsi e chiamano la figlia che però non riesce a farlo desistere.

Il finale (che non vi svelo) offre una spiegazione non solo logica ma anche poetica di tutto quell’allenamento.

regali-di-natale

Il regalo a natale dev’essere questo.

Non un dono acquistato in fretta e abbandonato sotto un abete posticcio, ma un allenamento a pensare agli altri. Uno sforzo costante ad aver a cuore la felicità altrui.

Quest’anno il natale sarà molto diverso dal solito. Specialmente per chi, come me, vive lontano dalle persone che ama di più.

Sarà un natale di lontananza fisica e di vicinanza emotiva.

I regali, come nella pubblicità olandese, non saranno importanti: sarà importante sapere che qualcuno ha pensato a me per tempo. Che si è prodigato per cercare la cosa giusta e farmela avere, senza scoprire le sue carte.

Questo è il vero segno dell’amore.
Questo è il vero dono che riceverò e che spero di saper ricambiare.

Il Magoo mascherato

Ritroviamo il vecchio Mr.Magoo e scopriamo le sue idiosincrasie da mascherina durante l’isolamento da Corona Virus

Forse ricorderete che avevo già parlato di Mr.Magoo quando avevo raccontato il suo difficile rapporto con il cibo ed il controllo del peso (altrimenti cliccate qui e trovate la storia), ma oggi voglio parlare di come l’adorabile vecchietto vive questo periodo di lockdown.

A marzo, la cosa che più infastidiva il buon Magoo era la mascherina.
Non la sopportava proprio!
Vivendo da solo in una casa isolata, non la indossava praticamente mai. Era costretto a mascherarsi solamente quando, una volta alla settimana, andava al supermercato per comperare le poche cose di cui abbisognava.
Anche in quel caso, però, parcheggiava vicino all’entrata, la indossava e poi si catapultava nel negozio, passava per tutte le corsie spingendo come un pazzo il carrello e raccattando generi alimentari e prodotti per la pulizia a caso, per poi frenare bruscamente alla prima cassa libera, pagare di tutta fretta e tornare in auto per potersi togliere l’odioso paramento.

Se incrociava un’altra macchina il cui conducente indossava la protezione, immediatamente scoppiava in una risata sgangherata e lo perculava dicendo “Ma guarda quell’imbecille: cosa te ne fai della mascherina se sei da solo? La indossi anche al gabinetto?” e felice di aver avuto la controprova della sua superiorità intellettiva, sgommava via seminando il panico tra i passerotti e i passanti.

Mr.Magoo sosteneva che la mascherina non gli permetteva di respirare. Aveva la netta sensazione che la gola si irritasse subito e così iniziava a tossire (attirando tra l’altro le occhiate malevole di chi gli stava attorno che lo considerava un untore).
Odiava a tal punto quell’oggetto di stoffa che tendeva a dimenticarlo dappertutto e aveva dovuto comperare un pacchetto da dieci pezzi per lasciarlo in automobile.

Magoo in auto

In questa seconda ondata, invece, l’amabile anzianotto ha invertito il senso di marcia.
Usa ancora la mascherina solo nei negozi o nei pochi metri di strada che deve fare per andare al bancomat o in libreria, però adesso la indossa felice.

“Signora, ma ha notato come tiene al caldo il viso?” dice ad un lampione che nella sua miopia ha scambiato per una passante.

Al supermarket, adesso, non corre più tra gli scaffali ma si dilunga nella scelta delle marmellate senza zucchero o dei cereali per la colazione.
Chiacchiera con le cassiere e ripone con calma la spesa nel bagagliaio.
Si è talmente abituato ad indossare la protezione che, anche salito in auto si dimentica di toglierla e, quando se ne rende conto magari dopo qualche chilometro, arrossisce, memore dei suoi sfottò primaverili, al pensiero che chi lo osserva da fuori lo prenderà per pazzo.

E un po’ pazzo, in questa seconda ondata, lo è diventato.
Gli manca la compagnia del nipote Waldo e così supplisce come può, parlando da solo, commentando ad alta voce le notizie del tiggì, ridendo alle battute trite e ritrite delle vecchie sitcom della tele o commuovendosi per le sdolcinate commedie romantiche di Hollywood.
Si è iscritto a tutti i seminari on line, a tutte le webzine, e sta meditando di comperarsi qualche attrezzo ginnico per rimettersi in forma prima della primavera.

Il nipote Waldo, che lo chiama di tanto in tanto per sincerarsi di come stia, pensa che il vecchio sopravviverà al CoronaVirus, ma non alla prossima maratona di Will & Grace su Mediaset.

Ozio e malinconia

In questo periodo di lockdown ci è stata tolta la sensazione di poter modellare il nostro futuro e questo ci rende malinconici

Il buon vecchio Arthur Bloch, autore del fortunato libretto Le leggi di Murphy, probabilmente esprimerebbe il concetto con una formula del tipo: “La sensazione di felicità è direttamente proporzionale alle attività in cui sei coinvolto”.

In questo periodo di lockdown colorato, o a macchia di leopardo che dir si voglia, mi capita sovente di oziare.

Per fortuna c’è il lavoro scaltro (lo smart working) che mi impegna per buona parte delle giornate, e poi la manutenzione della casa, la manutenzione del corpo (!), i libri, la musica, la scrittura…

Però, nonostante tutto, mi manca quella spinta propulsiva dell’agenda sempre piena di appuntamenti, di corse in macchina per trovarsi e parlare, di progetti di ampio respiro che si staccano dalla quotidianità.

nebbia mattutina

E’ vero. Potrei comunque lavorare su un viaggio a cui sto pensando da molto tempo, o iniziare a concretizzare quel libro su cui ho a lungo vagheggiato. Ma il senso di precarietà mi spegne la voglia di fare.

Quello che il Covid mi ha tolto, ci ha tolto, è la sensazione di poter modellare il nostro futuro.

E purtroppo l’inattività si accompagna sempre ad un elevato livello di insoddisfazione che, a differenza del dolore o dell’infelicità, non si manifesta in picchi di sofferenza ma è come una nebbia mattutina che si diffonde e tutto avvolge, impedendoti di trovare l’energia necessaria per scuoterti dall’apatia.

La mia ricetta è semplice.
Preparare una lista di cose da fare e tenermi impegnato.

Nulla di trasecendentale, piccole cose quotidiane mescolate a compiti che da tempo avevo “parcheggiato” nel comodo dimenticatoio.

Per ogni spunta della lista, anche delle cose piccole, c’è la soddisfazione di poter dire “e anche questa è fatta”, c’è la sensazione di un progetto portato a termine.

I grandi sogni restano relegati nel futuro.
Adesso meglio praticare la politica dei piccoli passi.

Mal comune…

Questo nuovo lockdown ci pone di fronte ad una scelta: rinchiuderci in noi stessi o guardare avanti?

Il rischio più grande connesso a questa pandemia (e a tutte le misure necessarie per contenerla) è che perderemo di vista il quadro generale e ci fisseremo su quello iperlocale.
Mi spiego meglio.

I problemi legati al Corona Virus sono sotto gli occhi di tutti.
E’ una malattia che ha colpito l’intero globo e che si è tentato di contenere con strategie diverse.
Al momento la situazione è ancora grave: l’Europa conta un numero di malati e di morti impressionante, ma soprattutto continua ad esserci una velocità di propagazione elevata che – se non si interviene – metterà in crisi (nuovamente) le strutture sanitarie.

Il virus passa da persona a persona, se le persone non si incontrano (o si incontrano meno) la velocità di propagazione cala o si ferma.
Quindi, in attesa di vaccino e cure, gli Stati hanno bloccato più possibile le persone.
Naturalmente queste misure hanno tutta una serie di controindicazioni: economiche (moltissime aziende sono in crisi e di conseguenza le persone perdono il lavoro o lavorano meno) e psicologiche (la tensione sociale è alle stelle e le persone soffrono di questo isolamento forzato).

Chi governa (in Italia e in ogni altro paese) è costretto a prendere decisioni impopolari e si alza potente il coro dei dissensi e delle proteste.
Gli scontri che abbiamo visto accadere (e torno a ripetere che ciò succede sia in Italia che all’estero) ci hanno riportato alla mente le rivolte del passato. Sono comprensibili anche se insensate. Per protestare contro la chiusura dei negozi se ne distruggono le vetrine?

Da domani saremo di nuovo in stato di blocco.
Le regole variano a seconda della gravità della situazione (regione per regione), ma sostanzialmente prevedono una ridotta mobilità (spaziale e temporale) e la forzatura del distanziamento sociale.
Non critico la scelta (e sono felice di non dover essere io quello che l’ha dovuta fare), ma vorrei sottolineare un potenziale rischio.

Ognuno si arroccherà nel proprio comune, nel proprio paese, nella propria casa.
Si ridurranno le occasioni per vedere altre persone dal vivo mentre salirà la preoccupazione per il nostro futuro immediato.
Inizieremo a rinchiuderci in noi stessi, a guardare il nostro ombelico, a fare comunità con chi ci è vicino.

monte bianco

E’ una reazione naturale e, tutto sommato, sana.
Immagino aumenteranno i gesti di piccola solidarietà quotidiana tra vicini di casa (almeno nelle comunità piccole come in quella dove vivo io) così come aumenterà l’ostilità verso chi viene da fuori (e non mi riferisco solo agli extra comunitari, ma anche ai nostri compatrioti che vengono da altre regioni).

Ripeto, credo sia una reazione naturale e, tutto sommato, sana. Ci permetterà di fare fronte comune verso un nemico esterno ed invisibile. Sarà d’aiuto per non scivolare nella solitudine e nella depressione. Aiuterà chi è più debole e più solo.

Ma si correrà il rischio di perdere di vista cosa sta succedendo in Europa e nel mondo.
Invece la dimensione globale di questa pandemia è un elemento fondamentale per avere un corretto senso delle proporzioni su quello che ci accade.

Non siamo oggetto di un attacco mirato.
Siamo in balia di qualcosa di incredibilmente grande.

Non ce l’hanno con me, o con i miei vicini, la mia regione o il mio paese.
E’ un problema dell’intero pianeta.

Non è l’Italia o i nostri governanti che stanno sbagliando.
Tutto il mondo naviga a vista.

Un vecchio detto recita: “Mal comune mezzo gaudio”.
L’ho sempre trovato insopportabile.
Se io sto male e mi consolo pensando che altri sono nella mia situazione sono un piccolo uomo.

Preferisco chi dice: “Un peso portato in due è più leggero”.
Dobbiamo tutti portare il nostro fardello, contribuire con un atteggiamento responsabile.

E per comportamente responsabile non mi riferisco tanto all’indossare una mascherina (spero che ormai tutti abbiano capito quanto sia importante), ma a continuare ad essere positivi.
Dobbiamo giocare questa partita con le carte che abbiamo in mano.
Inutile recriminare, dobbiamo vivere al meglio.

Cerchiamo di avere cura di noi stessi e di chi ci sta vicino.
Continuiamo a fare progetti e portare avanti le cose che possiamo fare.
Non seppelliamoci prima del tempo.

Guardiamo avanti.
Viviamo.

La maschera

Indossare la mascherina per sconfiggere il Covid19. Tante discussioni, ma dobbiamo accettare che le nostre vite sono cambiate

Mi è tornato sotto gli occhi un post che avevo scritto nell’Ottobre 2019 (Tempus fugit) che resta attuale nei suoi contenuti.
Mentre lo rileggevo e notavo la curiosa coincidenza di date, ho iniziato a pensare a quante cose sono cambiate (e stanno ancora cambiando) tra il 22 Ottobre 2019 e oggi, 16 Ottobre 2020.

359 giorni, quasi una rivoluzione terrestre, e la vita non è più come prima.

Il Covid19 ha spinto sull’acceleratore dei cambiamenti. La pandemia, perché noi tendiamo a dimenticare il fatto che i problemi che ci sono nella nostra città sono gli stessi che stanno accadendo in tutte le città del mondo, dicevo la pandemia sta modificando le nostre vite.

Ricordate quando sorridevamo con sufficienza vedendo i turisti giapponesi attraversare la città con le mascherine sul volto per timore dell’inquinamento?

La mascherina è diventata un complemento d’abbigliamento esattamente come le scarpe o il cappotto d’inverno. La useremo per sempre? Non lo so, ma di certo nei prossimi anni si continuerà a portarla con se e ad indossarla nei momenti di “assembramento”.

gente che indossa la mascherina - coronavirus

Sento tante discussioni su cosa si dovrebbe fare… e per ogni ricetta c’è sempre pronto un capro espiatorio sul quale puntare il dito.

Il sindaco che non mette a disposizione mezzi pubblici a sufficienza, i ragazzi che bevono birra al parco senza mascherina, gli “altri” che non stanno attenti quando vanno in ferie, i dottori che non sono più come quelli di una volta.
E così via, in una litania inutile e qualunquista.

La verità è che non ci sono colpevoli.

Non è colpa del governo. Non è colpa dei nostri concittadini.
E’ colpa di una malattia invisibile e sconosciuta che ci ha travolti. Il mondo, la natura, muta. E noi dobbiamo adattarci per sopravvivere.

E’ così da sempre e sempre così sarà.

Ci sforziamo di modificare le leggi naturali, creiamo ambienti più confortevoli per noi, sconfiggiamo alcune malattie, creiamo protesi per organi non funzionanti, allunghiamo la vita. Ma non siamo onnipotenti.

La natura tiene il banco nel casinò della vita (funzionava anche senza accento finale in realtà). E il banco vince sempre.

Quindi cosa possiamo fare?

Bob Dylan ha ben rappresentato nella celebre Times they are a-changing l’inutile sforzo di ribellarsi all’impermanenza delle nostre esistenze.

In realtà lui si riferiva all’evoluzione della società, ai mutamenti interni, a come è inutile lottare per mantenere lo status quo. I cambiamenti sociali avvengono nonostante il Sistema.

Ma a maggior ragione, nulla può l’essere umano di fronte alle modifiche che ci impone il nostro ambiente.

Non dico che non bisogna lavorare sul vaccino e, nel tempo, sconfiggere il CoronaVirus come abbiamo già sconfitto la poliomielite, ma dobbiamo anche accettare che non siamo superiori alle leggi naturali e ad esse dobbiamo adeguarci.

La pandemia ci ha preso alle spalle.
Nessuno avrebbe potuto ipotizzare un effetto così ampio e così veloce.

Ha messo in ginocchio l’economia e ci ha trasformati.

L’ho visto succedere, su piccola scala, dopo i terremoti o lo tsunami o le eruzioni vulcaniche.

Dobbiamo accettare il cambiamento, ricostruire quanto è andato perso, e cominciare una nuova vita.
Non potremo tornare alla vecchia, dobbiamo trovare un nuovo equilibrio e ricominciare da capo.

Dopo il Covid 19

Rimettiamo il rapporto con la Natura al centro della proposta turistica.

Sto leggendo un bel saggio di Yuval Noah Harari, si intitola Homo Deus e il sottotitolo è “Breve storia del futuro”.
Fa parte di quel gruppo di libri che avevo acquistato da tempo, avevo appoggiato sul comodino, ed era stato sommerso da nuovi acquisti.
E’ stato pubblicato nel 2015 e scritto prima, ma offre una chiave di lettura davvero stimolante di quello che ci sta capitando in questi giorni.

Non l’ho ancora finito, ma nella prima parte propone di chiamare questa fase storica Antropocene invece che Olocene, asserendo che l’Uomo è stato l’autore di tutti i cambiamenti che caratterizzano quest’epoca. E’ una provocazione per sottolineare come tutto avvenga per merito (o a causa) dell’essere umano.
Abbiamo addomesticato il pianeta, conquistandolo.
Abbiamo modificato l’ambiente in cui viviamo, creando le città a nostra misura e modificando le speci animali e vegetali in modo a noi utile.

[Una nota a margine: Ma voi lo sapevate che misurando la biomassa dei grandi animali si scopre che gli animali selvatici cubano per 100 milioni di tonnellate, noi esseri umani valiamo 300 milioni di tonnellate e gli animali domestici ben 700 milioni di tonnellate?]

Nulla aveva mai impattato così drasticamente sulla Terra.
Se anche un vulcano eruttasse, o un terremoto gigantesco distruggesse un’area vastissima o persino un meteorite colpisse un continente, la vastità degli effetti sarebbe nulla paragonandola ai cambiamenti che l’uomo, che ha colonizzato tutte le terre emerse, provoca a livello globale.
I vantaggi e gli svantaggi della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti.
L’incredibile rapidità di diffusione del Covid 19 è uno di questi.

Il tema del rapporto Uomo/Natura è uno di quelli che mi sono più cari.
E’ ingenuo pensare che si possa tornare indietro: non siamo in grado di ricreare quello che abbiamo distrutto o modificato.
Ma c’è ancora spazio per i singoli individui per comportarsi in un modo diverso, più rispettoso, nei confronti della Terra.
E questa scelta permette a chi la compie di vivere meglio, più consapevolmente, la propria esistenza.
Sono così convinto di ciò da aver cambiato la mia vita in questo senso.

Osservando quello che accade in queste settimane nei centri urbani, attraverso la televisione, i racconti degli amici, persino le pubblicità, viene da pensare che la gente stia impazzendo.
Non nel senso che fanno cose da matti, ma che faticano a gestire lo stress.

Il Corona Virus ci ha spinto fuori dalla nostra comfort zone, minando le nostre sicurezze.

Pensavamo di esser pronti a fronteggiare qualsiasi malattia, ed ecco che un’influenza aggressiva e velocissima, cambia in modo drastico le nostre esistenze. Ci obbliga a stare a casa; ci rende più poveri; fa tremare il sistema sanitario.
E noi scopriamo di non essere in grado di gestire tutto questo.

rifugio Alpenzu
L’arrivo al rifugio Alpenzu (foto tratta da inalto.org)

Chi vive a contatto con la Natura, seguendo le sue regole, invece, subisce meno questo stress.
Probabilmente perché c’è l’abitudine a non avere il controllo su tutto, i ritmi di vita sono comandati da fattori esterni.
Prendiamo ad esempio un orto: si semina dopo l’ultima nevicata (sperando di non sbagliare perché altrimenti si deve buttare tutto e ricominciare), si bagna se non piove, si strappano le piante che invadono il terreno che hai dissodato, si spera nel sole per raccogliere e via dicendo.
I cicli naturali delle stagioni, poi, sono un manifesto alla continuità della vita. Potete indicare un messaggio più ottimista?

Tutto questo viene moltiplicato se si vive in montagna, dove gli imprevisti sono la norma, dove contare su te stesso come individuo e non sull’aiuto esterno è l’unica garanzia di sicurezza, dove anche la fatica è parte della vita.

Ecco quindi la mia proposta.
Tra poche settimane saremo a giugno ed inizierà l’estate, proprio in concomitanza con il probabile allentamento delle maglie dell’isolamento.
Dovremmo aprire le nostre case alla gente che viene dalle città.
Dovremmo invitarli a vivere come viviamo noi.
Restituirebbe un punto di vista più equilibrato e naturale sul mondo e magari tornerebbero a casa con un atteggiamento diverso nei rispetti del pianeta.

Anche chi ci governa, qui in Valle d’Aosta, dovrebbe seguire l’esempio di altre regioni montane e mandare un messaggio chiaro.
Venite a trovarci e scoprirete dei valori fondanti della vita che tra cemento ed aria condizionata avete perso di vista.
Sarebbe importante per l’economia della valle e rimetterebbe la natura ancora incontaminata che ci circonda al centro della nostra proposta turistica.

Evitare il turismo di massa (in rispetto al social distancing) e privilegiare i piccoli gruppi familiari.
Ritornare alla lentezza dei ritmi naturali allontanandosi dalla frenesia dei tempi moderni.
Assaporare i cibi semplici dei posti che attraversiamo dimenticando i prodotti artificiali od esotici.
Rivitalizzare il proprio corpo con attività motorie e riscoprire quello che sappiamo e possiamo fare.

Insomma, usiamo quest’opportunità per cambiare in meglio.
Accettiamo il cambiamento che ci è stato imposto e ripartiamo da esso.
In fondo cosa abbiamo da perdere?

Ascoltare il respiro

Sono comodamente stravaccato sul divano e rifletto sul binomio sport e coronavirus. Non lo sport professionale ma quello amatoriale; quello che pratichiamo un po’ tutti, alcuni per diletto o per salute, altri in modo agonistico, cercando nella competizione una gratificazione extra al semplice star bene.

Il decreto del Presidente del Consiglio ha specificato che si può uscire di casa solo per comprovate necessità: lavoro, spesa, assistenza medica.
E lì è partita la girandola delle interpretazioni, tanto che in successive comunicazioni istituzionali si è dovuto specificare che non vi è il divieto assoluto di uscire, ma quello di creare assembramenti.

Ad un occhio oggettivo appare evidente che vietare ai bambini di frequentare la scuola e poi trovarsi tutti assieme sulle altalene del parco non aveva molto senso.
Altrettanto evidente la chiusura delle palestre e delle piscine non doveva essere rimpiazzata da allenamenti collettivi in giro per le strade del centro.

Sembra che questa cosa sia stata abbastanza capita. Ci martellano con #iorestoacasa e sembra funzionare.
Così qualcuno esce di corsa, evitando il contatto con altri, evitando di mettersi in pericolo (che senso avrebbe caricare il sistema sanitario di un deficiente che si è rotto una caviglia correndo su una pietraia?) ma scaricando la tensione della quarantena.

Eppure, proprio noi che amiamo lo sport e in particolare lo sport di resistenza, dovremmo facilmente gestire questo periodo.

In primis, sappiamo bene cosa significa fare un sacrificio temporaneo per ottenere un risultato a lungo termine.
Quando siamo infortunati restiamo a casa e non corriamo. Farlo significherebbe rischiare di non correre per mesi o per anni.
Con il covid19 se non teniamo botta adesso fino ai primi di aprile (almeno) dovremo fronteggiare crisi ben maggiori.

In secundis, sappiamo cosa vuol dire superare le difficoltà per arrivare al traguardo.
Qui in gioco c’è molto di più di una gara finita: parliamo della salute di tutto il mondo (noi italiani ne abbiamo la consapevolezza già oggi, il resto del mondo ci arriverà a breve).

Infine, noi conosciamo bene il nostro corpo. Siamo abituati ad ascoltarlo, ad interpretare i suoi segnali.
Sappiamo l’effetto del caldo, della sete, della mancanza di cibo, della mancanza del recupero.
Grazie all’esercizio continuo, abbiamo un rapporto con noi stessi molto più affinato rispetto alla popolazione sedentaria.
Il fiato corto per l’umidità dell’aria, o per i residui di una infreddatura, non ci spaventa. Sappiamo che passa…
Diamo ascolto al nostro respiro e preserviamolo. Anche a costo di rinunciare a correre per un po’.

masso innevato nel bosco

Io vivo tra i monti.
Esco a passeggiare nel bosco senza timore di incontrare miei simili.
Mi considero fortunato rispetto a chi vive in luoghi popolosi e non può uscire senza rischiare di incrociare altre persone.

Sono venuto qui proprio per quello.
Per la necessità che sentivo prioritaria di ripristinare il rapporto uomo natura, di vivere in un mondo reale invece che in uno artificiale.
Ho sempre sentito acuto il richiamo della montagna come palestra per il mio spirito.

Eppure, paradossalmente, adesso anche i cittadini hanno una grande opportunità.
La quarantena per il coronavirus ha rallentato i ritmi, ha riordinato le priorità, ci obbliga a viaggiare dentro noi stessi e non fuori.
Che è esattamente quello che cercavo quando ho abbandonato la città per la montagna.

Ovviamente sto cercando di trovare il lato positivo in una tragedia mondiale, ma pensateci un attimo.
Forse si può sfruttare questo momento per cambiare in meglio.