Speranza, ultima dea

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una grande determinazione.
Sposarsi dopo essere già stata sposata, con dei bambini che chiameranno papà due persone diverse, dopo esserti abituata a contare solo su te stessa e su quel risicato assegno mensile, sul quale sai che non puoi far di conto per le spese fisse, ma che accumuli per le emergenze, per evitare di doverlo richiamare.

Capisco le storie.
Sei giovane, hai voglia di divertirti e soprattutto bisogno di sentirti amata. Hai bisogno di sentire che la tua carne è viva. Non bastano le ore in palestra o la tranquillizzante immagine dello specchio. Vuoi sentire ancora la pelle d’oca quando ti accarezza. Però, per questo, basta una bella storia. Fatta di weekend al mare e qualche serata tirata un po’ più a lungo.

Ilaria appoggiò la matita sul tavolo della cucina, sciolse i capelli che fino a quel momento aveva tenuti raccolti sul capo e bevve un lungo sorso di tisana dalla tazza sbeccata che le teneva compagnia ogni sera.
“Ci vorrebbe qualcosa di più forte. Di alcolico” ma non aveva voglia di bere da sola.
La notizia che la sua amica Flavia le aveva dato quel pomeriggio l’aveva lasciata senza fiato.
Di gioia. E di paura. Perché Flavia sì e lei no?

matrimonio

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una grande fede.
Fede nell’essere umano. Come fai a pensare a legarti in modo indissolubile ad un altro uomo, sapendo che la separazione sarà dolorosa? Come fai a dare al destino un’altra chance di farti a pezzi? Soffrirai tu e i tuoi figli. Magari soffrirà anche lui. Perché? Non sarebbe più facile fare una vacanza insieme? Provare a convivere per qualche mese o anno? Sposarsi vuol dire crederci. E lei non sapeva se aveva dentro ancora abbastanza fede.

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una buona dose di incoscienza.
Magari qualcuno lo chiama amore. Dicono che renda ciechi. Davvero affideresti la vita dei tuoi figli e la tua, il mondo che così faticosamente hai messo insieme, ad un cieco?
Non sarebbe più facile scendere dalla macchina e prendere un treno? Sì, la macchina va dove vuoi tu, il treno più o meno nella direzione giusta… ma è molto meno rischioso. Soprattutto se si è ciechi!

Ilaria sentiva dentro a sè sensazioni diverse che montavano ad ondate.
Speranza, amore, gioia per la sua amica e per l’umanità intera. Senso di colpa, paura, insicurezza per sè stessa.
E poi le parti si invertivano e si preoccupava per la sua amica ed era fiera della fermezza che lei aveva raggiunto.

Non è una questione di trovare l’uomo giusto.
Così come non dipende dagli altri il lavoro che fai, o dai cibi della mensa se ingrassi o meno. Sei tu che comandi il gioco. Sei tu che fai funzionare o meno le cose.
Quindi solo a te stessa spetta decidere se cambiare vita o meno. Se unire la tua famiglia quasi completa alla sua solitudine.
Ma era pronta ad assumersi la responsabilità di una scelta così? Non era più facile tirare avanti e non scegliere?

Amica mia,
ho paura di questo sentimento che sembra spingerti ed animarti.
Ho paura del sorriso che vedo e sento quando mi parli dei tuoi progetti per il futuro. Ho paura per te e ho paura per me.
Temo con eguale intensità che tu sbagli e che tu abbia ragione.
Come ti ho scritto, ci vuole coraggio a fare un passo del genere. E dietro al coraggio una grande spinta. Sento in te questa forza e te la invidio. Ma è una forza che non potrai controllare sempre, devi solo accettarla ed usarla. Un po’ come quando usi le onde per surfare o il vento per far volare un aquilone.

Lasciò di nuovo cadere la matita, si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra. Fuori la notte silenziosa e la nebbia che rendeva irreali i contorni degli alberi nel parco.
Il cane si avvicinò scodinzolando. “Non è ancora ora Fritz” gli disse. E poi pensò “Ma se non è ora adesso, fino a quando dovrò aspettare? Chi mi darà il segnale che lui è quello giusto?”

Tornò al tavolo e appallottolò la lettera.
Magari domani avrebbe chiamato Flavia e l’avrebbe invitata fuori a bere. Certe cose è meglio dirle a voce, non lasciarle scritte su un pezzo di carta.

Decise di cambiarsi e di fare una corsetta per cacciare quelle idee che la tormentavano dal pomeriggio.
“Andiamo Fritz, facciamo un giro un po’ più lungo oggi”.
Lui scosse il testone facendo volare la bava ogniddove. Lui sì che la capiva…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Di natale, magari, ma che palle

Paolo percorreva velocemente corso Vercelli, rinchiuso nel suo cappotto. Il fiato formava nuvole di vapore che davano corpo alle luci delle luminarie.
Era di nuovo natale, il periodo che più odiava nell’anno.
La fretta, l’obbligo dei regali, l’ipocrisia delle cene in famiglia.

La colpa era sua. Gli altri stavano bene a natale. Si sentivano davvero più buoni.
Tocca inavvertitamente una signora che gli veniva incontro trasportando innumerevoli sacchetti di carta con marchi importanti sopra. Borbotta un “Mi scusi” a mezza voce e ne riceve in cambio uno sguardo assente. C’è gente con pacchi ognidove.
Paolo sperava solo di arrivare presto in fondo alla via. In fondo al mese. In fondo alla vita.

passanti natale

“E’ la classica depressione natalizia dei separati” – la mattina dopo, alla macchinetta del caffé, il suo collega e amico Filippo non aveva dubbi – “Ti manca una famiglia con cui festeggiare. La cosa migliore è farti una settimana di vacanza: a Sharm o Curma se vuoi fare il tamarro, in qualche località alternativa, tutta salute e attività fisica, se vuoi fare il figo”

E se Filippo avesse avuto ragione?
Paolo lo ascoltava, annuiva e rideva. Ed intanto pensava al fatto che ha bisogno di stare un po’ da solo.
Sarà una fuga. Ma la cosa che in questo momento gli mancava era di tararsi un po’. Di ritrovare il giusto equilibrio con se stesso. Insomma una bella vacanza, un trekking invernale con gli sci. Raggiungere un bivacco e passare lì la notte. Efanculoilnatale

Però c’era quell’invito di Ilaria. Nulla di importante, un aperitivo natalizio con alcuni suoi amici. Di loro gli importava quasi niente, ma Ilaria l’aveva vista così poco nelle ultime settimane.
Aveva cercato di infittire i loro appuntamenti e lei si era ritratta nel suo guscio come fanno i paguri sulla battigia. Così aveva lasciato perdere. Non per cercare una nuova strategia, semplicemente perché non aveva energia per impegnarsi di più.
Poi lei lo aveva chiamato.

“Perché è sempre tutto così complicato? Perché le cose non vengono manifestate chiaramente? Cosa voleva lei da lui?”

Automaticamente Paolo si fermò a riflettere su cosa lui volesse da lei. Cosa cercasse.
Non di certo un’avventura e probabilmente neppure un nuovo matrimonio.
“Calore”, la parola gli era venuta fuori a voce alta, tanto che Filippo lo aveva guardato incuriosito e lui si era dovuto scusare.
In fondo la cosa di cui sentiva bisogno era un po’ di calore. Quello che deriva dal sapere di avere una persona cui raccontare cosa ti era capitato nella giornata. Quello che resta nel letto al mattino, dopo che ti sei svegliato in sua compagnia. Quello che ti senti dentro mentre la guardi scartare il semplice oggetto che tu avevi visto in una vetrina e avevi associato a lei.

No. Doveva essere colpa del natale.
Lui non era un romantico, anzi. Era pratico, calcolatore, decisamente freddo. Cos’era quello sproloquiare sul calore?
L’unico calore di cui sentiva la mancanza era un po’ di sesso ogni tanto. Niente di più.

Si rimise a lavorare per cacciare gli altri pensieri. In pausa pranzo scese in mensa con i colleghi.
Mentre entrava nella sala vide uscire Ilaria mescolata tra le ragazze del suo dipartimento. Avrebbe dovuto rispondere a quell’invito. Magari più tardi.
Appoggiò il vassoio con il pranzo sul tavolo e fece cadere il piccolo albero natalizio che addobbava ogni centro tavola facendo partire il jingle bells registrato.
Allora era una congiura!

Ma in fondo cosa gli costava fare un aperitivo? un’oretta e qualche sorriso. Niente complicazioni…
Cercò l’email di invito sull’iPhone e rispose:
“Ciao Ilaria, vengo molto volentieri, avevo proprio voglia di vederti. A domani”

Raddrizzò l’alberello di natale, cercando di fermare la musica.
Maledizione, avrebbe fischiettato Jingle Bells per tutta la giornata.
Ne era certo.

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Il mestiere di vivere

Mamma mia che freddo.
Fritz sembrava immune e zampettava tranquillo al suo fianco. Ma Ilaria si stringeva le braccia al petto cercando di trattenere quel po’ di calore che aveva dentro.
“Non posso ammalarmi – pensò – almeno non questa settimana”. Nel weekend sarebbe tornata a correre una maratona dopo quasi tre anni in cui non gareggiava. Ma i compagni di allenamento l’avevano coinvolta in questa trasferta pazza che culminava con la gara. Tre giorni in giro in auto per l’Italia…

Fritz si era fermato, annusava intorno cercando il posto che lo ispirasse di più.
Ilaria lo osservava nervosa e nonostante stesse spostando il peso da un piede all’altro, il freddo di quella notte le entrava dentro attraverso le suole delle scarpe.
Il cane iniziò a girare su se stesso e lei distolse lo sguardo, era convinta che Fritz si vergognasse, che se si sentiva osservato non riusciva a farla velocemente. E lei aveva fretta di ritornare nel calore della sua casa.

Central Park

Una macchina entrò a gran velocità nella stradina accanto al parco, i freni stridettero mentre si bloccava proprio davanti al suo portone.
La portierà si spalancò di colpo e dall’auto eruttarono all’unisono il ritmo sincopato di una musica e una ragazza che urlava tutta la sua rabbia verso il guidatore.
Si fermò, si girò un attimo tanto per gridare “Ma vattene a fare in culo, stronzo!” e, senza richiudere la portiera, la ragazza si avviò verso il portone. Solo allora Ilaria la riconobbe.

I capelli erano stati piegati in modo da sembrare ancora più corti ed avevano delle sfumature viola/azzurre; la bocca era marcata da un rossetto scuro, forse nero; la gonna era così corta che le gambe sembravano lunghissime, fasciate da un paio di leggins con disegni astratti. Trascinava la giacca quasi a terra, mentre cercava rabbiosamente nella borsetta le chiavi di casa.
Ad Ilaria sovvenne la bambina timida che si nascondeva dietro la vicina di casa nelle poche volte che si incrociavano sulle scale. Erano passati solo pochi anni, eppure guarda come si era trasformata.
Di riflesso iniziò a pensare a come fosse cambiata lei negli ultimi cinque anni.

Un brivido le salì lungo la schiena, non sapeva se fosse il freddo o l’improvvisa consapevolezza del Tempo.
Ricordava un vecchio proverbio che sua nonna citava sorridendo “Ad essere giovani si impara da vecchi”. Quel retrogusto amaro delle cose scivolate via. E sopra ogni altro pensiero, il figlio che aveva sempre pensato dovesse arrivare e che mai sarebbe arrivato.

Quasi avesse percepito il turbamento della sua amica, Fritz le trotterellò accanto e alzò il muso nero per osservarla.
“Che dici? Possiamo andare a casa ora?” si avviò verso il portone stringendosi nel cappotto. Le gambe intorpidite dal freddo e il passo reso incerto dalla patina di ghiaccio che faceva scrcchiolare la ghiaia del sentiero.

Si constrinse a pensare ai dettagli del viaggio che l’aspettava, a cosa doveva mettere in valigia, alle pratiche da concludere l’indomani in ufficio per non lasciare nulla in sospeso.
Era stata a lungo indecisa se invitare o meno Paolo. Non era un corridore, anzi lo aveva anche visto fumare, però era intrigata da quella strana storia che non si decideva a decollare. Forse avrebbe dovuto, ma ormai era troppo tardi. Un’altra occasione persa.

Decise di mettere in valigia anche quel vecchio libro che l’insegnante di lettere del liceo le aveva fatto amare, Il mestiere di vivere di Cesare Pavese.
Possedeva ancora la copia sulla quale aveva studiato trent’anni prima. Le pagine sgualcite dai tanti viaggi casa-scuola-casa. Le note a matita scritte sui margini bianchi, inframezzate da disegnini figli della noia e da nomi di vecchi amori.
E quella frase che l’aveva colpita così tanto, ricopiata sul frontespizio quasi fosse una dedica:
Tutto ciò che non bastiamo da soli a compiere, diminuisce la nostra libertà

Sarebbe diventato il motto della sua vita…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Un padre fallito

Come ogni mercoledì, Paolo sedeva tra gli altri genitori sugli spalti della piscina, osservando Maia che instancabile inanellava vasche su vasche, sentendosi a disagio tra quegli sconosciuti di cui sentiva di non far parte.
Si chiedeva spesso cosa ci fosse di sbagliato in lui.

La loro separazione era stata civilissima, persino troppo.
Come tutti quelli che non riescono ad arrabbiarsi, lui e Patrizia avevano discusso in modo pacato e razionale come gestire quello che restava di un fidanzamento durato 8 anni e di un matrimonio lungo la metà.
E, oltre alla casa a Santa Margherita e le porcellane di Limoges, si erano divisi anche il tempo di Maia, dodici anni di energia pura, e come amava dire la sua ex moglie “l’unica cosa da salvare” del loro matrimonio.

Il mercoledì era di corvée. Usciva dal lavoro alle cinque meno un quarto, correva a recuperarla dopo il catechismo e la portava all’allenamento di nuoto. Due ore dopo la riportava sotto casa di Patrizia. Tutto qui.
E naturalmente c’era un weekend ogni due, da passare con quella piccola donna sconosciuta. Le prime volte era andato a prenderla il venerdì sera, quando ancora Patrizia usciva con il suo nuovo compagno. Poi loro si erano sposati e lui passava a prendere la figlia il sabato dopo la scuola e la riportava a casa domenica pomeriggio.
20 fine settimana all’anno. 20 domeniche in cui si sforzava di trovare sempre qualcosa di nuovo e di eccitante da fare, cercando di sopperire con le novità e le sorprese alla mancanza di dialogo con la figlia. Insomma era un padre fallito.

Gli altri genitori attorno a lui leggevano qualcosa sul tablet o chiacchieravano tra loro.
Lui si sentiva un pesce fuor d’acqua. Non riusciva a ricordare i nomi dei bambini e questo gli precludeva ogni conversazione con le altre persone. Una volta o due qualche mamma più gentile si era avvicinata per presentarsi. Ma lui non ci riusciva. Quando incominciavano a chiedergli come andava Maia a scuola o cosa pensasse di fare finita la terza media, lui si rendeva conto di quanto sua figlia fosse un’estranea per lui e questo lo faceva star male. Così la volta dopo si limitava ad un cenno del capo. Magari lo avrebbero considerato uno stronzo, ma era più forte di lui.

bimba che nuota sottacqua

L’allenatore a bordo vasca battendo le mani chiamò i ragazzi fuori dall’acqua.
Maia, senza rivolgergli uno sguardo, filò verso gli spogliatoi chiacchierando fitta con Virginia la sua migliore amica. Paolo aveva conosciuto la mamma di Virginia, una donna separata con la quale aveva anche fantasticato di uscire. Ma poi aveva rinunciato immaginando le complicazioni legate al rapporto tra le figlie.

S’incamminò verso l’uscita. Aveva il tempo di fumare una sigaretta prima che le ragazzine sciamassero verso casa.
Mentre passeggiava davanti alla biglietteria della piscina, il pensiero corse ad Ilaria e cercò di immaginarsi come si sarebbe sviluppata la loro relazione. Quella donna lo aveva incantato. Il suo essere schiva, l’aura di mistero che avvolgeva il suo passato e molte zone del suo presente. Voleva sapere tutto di lui e non gli diceva nulla di se.
Paolo si era aperto completamente con lei. Le aveva rivelato le sue intime paure, le debolezze che nascondeva a tutti. Le aveva raccontato della sua ex moglie, del loro rapporto gelido e cortese, della difficoltà di parlare con la figlia, di avere un rapporto con una ragazzina cui si sentiva quasi imposto.

Ed Ilaria prima lo ascoltava e poi lo metteva all’angolo con le sue domande. Era così abile ad insinuare il dubbio in ogni affermazione di Paolo. Ma era davvero proprio tutta di Patrizia la colpa del loro divorzio? Ma davvero Paolo amava Maia o tentava di sfuggire alle sue responsabilità? Ma era sicuro di volersi impegnare con lei?
Quando c’era Ilaria di mezzo, Paolo non era mai sicuro di nulla. E per uno come lui, abituato ad essere sempre certo delle proprie scelte, Ilaria era un fattore destabilizzante.

Eppure, l’amava così tanto…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Back to Milano

Niccolò si sedette su una panchina nel parco dietro a Pagano.
Si sentiva un cretino.
E non perché stava fingendo di fare stretching da più di mezz’ora.

Era tornato dall’Australia ed era stato travolto da una ridda di emozioni contrastanti.

Milano lo aveva accolto bene. Quell’indifferenza che contraddistingue le grandi città era quello di cui aveva bisogno per rimettersi in equilibrio.
Troppo affetto, troppa attenzione, lo avrebbero fatto sentire a disagio.
Nella sua città poteva nascondersi dai vecchi amici e al tempo stesso ripercorrere all’indietro i passi della sua fuga.

Sua madre aveva riarredato per lui la vecchia cameretta. Aveva persino ritrovato i suoi vecchi libri, gli amori di gioventù (Philip Dick gli aveva fatto compagnia prima di diventare un autore di culto), la chitarra…
Con la scusa di cercare un lavoro, girava pigramente il quartiere e riconosceva le persone. Ma erano tutti cambiati, più vecchi. Il parroco non l’aveva riconosciuto, il suo migliore amico adesso aveva la pancia, una moglie e due bambini.
Lui si sentiva identico a come quando era andato via, possibile che gli altri fossero tutti così diversi? Gli sembrava di essere finito in un episodio di Ai confini della realtà: nel quartiere il tempo era passato più velocemente che per lui…

Un po’ alla volta aveva allargato il giro e aveva cercato le vecchie abitudini.
I locali dove faceva tardi con i compagni dell’università. Il negozio di dischi dove passava i sabato pomeriggio piovosi. L’Arena dove andava a correre con quelli della Pro Patria. L’alzaia e il Naviglio pavese che seguiva fino alla Certosa: la gita in bicicletta per il Lunedì di Pasquetta.
Tutto gli sembrava estraneo, lontano. Finché…

stretching al parco

Erano passati più di due anni dal suo ritorno in Italia e in quel periodo stava cercando un libro che ricordava di aver letto prima di laurearsi.
Dopo aver girato parecchie librerie lo aveva trovato al Libraccio di via Santa Tecla, tra i libri in offerta.
Era in fila alla cassa, dietro un signore che aveva acquistato un confanetto con tutte le opere di Verdi (che strano come certi particolari ti si fissino nella mente).
Lei era entrata sovrappensiero, aveva girato un po’ e poi si era fermata a sfogliare un libro con la copertina rovinata.

Non lo aveva visto.
D’improvviso la lentezza del commesso non era stata più un problema.
I ricordi tornavano vividi, come quando sorge il sole e la nebbia sui campi inizia a sfaldarsi.

Aveva puntato Ilaria fin dal primo anno di corso.
Le aveva fatto la corte come se fosse stata una delle gare cui partecipava. Conoscerla di persona era stato il primo successo, ottenere la sua attenzione e poi la fiducia, le tappe successive.
La storia aveva seguito il suo corso naturale. Niccolò imprimeva brusche accelerazioni alla relazione e lei seguiva più prudente.
Era stato così orgoglioso di chiederle di sposarsi da non notare la sua titubanza. Per lui esisteva solo il suo grande progetto e Ilaria non poteva non essere d’accordo.

Il giorno del matrimonio era stato come tagliare il traguardo.
Il rinfresco con gli amici erano la celebrazione della sua vittoria.
Il viaggio di nozze era stato il periodo di recupero post gara.

Ricordava con angoscia il giorno in cui erano tornati a casa dopo 10 giorni in un villaggio in Messico.
Aveva lasciato cadere i borsoni in entrata.
Ilaria era così felice di iniziare la nuova vita. Lui si sentiva svuotato.
L’unico pensiero era stato: “E adesso cosa faccio?”

Niccolò si rimise a correre.
Da quel pomeriggio al Libraccio si era messo in testa di ritrovare Ilaria.
Fortuna che c’era FaceBook. Aveva cercato vecchi amici comuni e attraverso loro l’aveva trovata, nonostante lei usasse un nomignolo e non il suo vero nome.
D’altronde anche lui preferiva restare nell’ombra, non le aveva neppure chiesto l’amicizia.
Leggeva tutto quello che scriveva e spiava le foto in cui appariva.
Aveva scoperto che era single, che non aveva figli, che viveva ancora a Milano in zona Pagano.

Niente da fare. Si rimise a camminare.
Per lui gambe e coscienza funzionavano in sincronia: se era bloccato dentro anche i piedi non giravano.

Aveva provato a consultare le vecchie pagine bianche a caccia di numero di telefono ed indirizzo. Ma non aveva avuto fortuna, nessuno le usava più.
Aveva pensato di scriverle un messaggio su FaceBook, qualcosa di intelligente e fulminante. Ma poi aveva sorriso alla stupida romanticheria della sua idea.
Così aveva iniziato a fare jogging nei parchi intorno a dove lei aveva detto di stare, sperando di incontrarla.

Chissà perché poi aveva così tanto bisogno di parlarle.
Probabilmente era quella sua mania di finire le cose. Di portare a termine le gare. Di dare un senso di completezza.
E la storia con Ilaria, risolta in una fuga, era stata come ritirarsi al primo ristoro.
Quella volta era ancora troppo giovane, non aveva capito.
Adesso che vedeva le cose da una certa distanza gli era chiaro che avrebbe dovuto rimettersi di nuovo con lei.

Sorrise tra se e se.
Chissà come sarebbe stata felice Ilaria!

Riprese a correre con foga.
Doveva essere felice!

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

La fuga

Anche se la gara era appena iniziata, la voce dello speaker aveva una forza ed una tonalità degna della segnatura di un goal in una finale della coppa del mondo.

“And out they go, leaving the stadium after one lap.
Ten man fighting to get the head.
Among them Nik The Snake Parenti.
Will the local runner be able to compete against the strongest athletes of the country?”

In pochi mesi intorno a lui era cresciuto un tifo degno delle partite di rugby australiano.
Era arrivato a Bunbury per caso.
Una sera stava surfando sull’oceano a Biarritz in Francia e aveva incrociato una ragazza. Una faccia nuova, una biondina esile che cavalcava leggera le onde. Si chiamava Ana e veniva dalla Spagna.

Quella sera si era fermato con lei e i suoi amici sulla spiaggia. Avevano bevuto e mangiato delle salsicce bruciacchiate su un falò, discutendo di onde e di sogni. Il loro era di andare in Australia.
Così seguendoli si era trovato sulla Bells Beach e dopo un paio di settimane e una gigantesca litigata con Ana li aveva mollati e aveva iniziato a girare il paese.
Tornato sulla costa alla fine dell’estate, aveva scoperto che loro erano rientrati in Europa e lui aveva preferito cercarsi un lavoro.

La gara di oggi si preannunciava dura. Era la finale del campionato nazionale di corsa campestre. 8 chilometri (non si era ancora abituato a ragionare in miglia), partendo da dentro lo stadio, uscendo nel parco e percorrendo due volte un anello da due miglia prima di andare a tagliare il traguardo di nuovo nello stadio.
Incitato dalla folla era riuscito a tenere la corda in pista e restare con i primi, ma era fuori giri. Forse si era scaldato poco, forse l’aveva presa con troppa foga. Di fatto i polmoni gli bruciavano e il cuore batteva impazzito.
Però era davanti, nei cinque che facevano il ritmo.

Anche al campo di atletica era arrivato per caso.
Lo vedeva ogni giorno mentre andava a lavorare al bar. Così si era informato e aveva scoperto che poteva entrarci gratis.
Aveva deciso di riprendere a correre in modo da restare in forma durante l’inverno e per poter sfruttare la doccia calda. A casa sua c’era solo una piccola vasca nella quale faticava a lavarsi.
Era entrato in un team e, grazie ai tanti allenamenti fatti da ragazzino alla Pro Patria di Milano, presto aveva scoperto di essere tra i più veloci della sua categoria.
E dopo una trionfale serie di gare vinte, eccolo a disputare la finale.

Il biondino era l’osso duro.
Nik gareggiava così. Individuava l’atleta più forte e ingaggiava con lui un corpo a corpo furioso fatto di scatti e controscatti. Un braccio di ferro di forza pura. E quando arrivava in vista del traguardo scattava e lasciava sul posto l’avversario esausto: questo gli aveva guadagnato parecchie medaglie e il soprannome The Snake.

Usciti sullo sterrato il gruppetto si era ulteriormente assottigliato. I velocisti puri avevano ceduto e solo in tre continuavano ad imprimere alla corsa un ritmo forsennato.
Alla fine del primo giro erano rimasti in due, il biondino e lui. Nik attaccò di nuovo in salita, sentiva l’ansimare dell’avversario alle sue spalle, voleva liberarsene. C’era una curva secca e ne approfittò per verificare il suo vantaggio, una decina di metri, forse ce l’aveva fatta.
Ma sulla discesa successiva il biondino gli fu di nuovo addosso e lo infilò in uno slargo. Costretto a sua volta ad inseguire Nik si arrabbiò con se stesso.

corsa campestre

“Che cretino! Pensavo di avercela fatta e non sono ancora a metà gara. Mi sono preoccupato di come mi sentivo invece che continuare a spingere.”
Ecco di nuovo lo stadio, poco più di un giro di pista li separava dal traguardo.
Il biondo correva leggero e veloce, sembrava non far fatica, invece Nik ansimava pesantemente, le gambe erano di marmo ed ogni passo gli provocava una fitta al fegato.
Sentì crescere dentro di lui la rabbia. Abbassò la testa, spense il cervello, ignorò il dolore e la fatica e si mise in scia.

Dentro lo stadio la folla rumoreggiava. Il cronista gridava nel microfono ma le parole si confondevano nelle sue orecchie al fragore generale.
Ultima curva, rettilineo finale, meno di cento metri.
Smise di respirare adesso doveva solo correre. Affiancò la canotta biancoverde dell’avversario e continuò ad accelerare.
Ma non riusciva a superarlo. Venti metri, quindici, dieci, chiuse gli occhi tanto comunque aveva la vista offuscata e cercò di spingere un po’ di più.

Crollarono insieme oltre il filo di lana.
Tossendo ed ansimando, distesi a terra, si scambiarono una stretta di mano ed uno sguardo. Non sapevano ancora chi aveva vinto, ma entrambi sapevano di aver dato il massimo.
Ed era stata una grande gara.

Sul pullman che lo riportava a casa, Nik continuava a giocarellare con la medaglia.
I suoi lo avevano festeggiato come se avesse vinto, ma dentro di lui sentiva crescere quell’ansia che conosceva così bene.
Era una sensazione di insoddisfazione, di lavoro non finito. Sapeva che doveva andarsene da lì, dalla squadra, da Bunbury, dall’Australia.
Doveva cercare nuovi stimoli.

Era una vita che andava avanti così.
Aveva studiato chitarra classica al conservatorio e quando aveva capito che non poteva diventare un concertista aveva mollato.
Aveva convinto Ilaria ad uscire con lui, a fidanzarsi, a sposarsi e, dopo qualche mese, era fuggito.
Lo stesso valeva per il surf e per tutte le altre passioni che avevano costellato la sua esistenza.

Voleva essere il più bravo. Aveva necessità di essere il più bravo.
Nella corsa ci era quasi riuscito. In fondo correre era un modo di fuggire. Per questo gli veniva così bene, ma alla fine aveva fallito. Di nuovo.

E adesso doveva scappare…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

L’amore al tempo dell’iPhone

L’aria condizionata nel vagone della metro era rotta, ma a Paolo la cosa non dava più di tanto fastidio. Era mattina presto, non c’era nessuno a bordo e ad autunno ormai inoltrato la temperatura non era poi così alta.

Alla fermata alzò lo sguardo dal telefonino per vedere se saliva qualcuno.
Si sentiva un cretino, ma si vergognava di far vedere che ingannava il tempo giocando a Candy Crush. Così quando quella signora si accomodò sul sedile più lontano dal suo abbandonò il gioco e si mise a navigare tra le pagine di FaceBook.

A breve iniziò ad annoiarsi e lasciato il social si mise a sfogliare le foto.
Immagini di quell’estate, scatti rubati ai colleghi di lavoro, frammenti di ricordi. Qualche foto la cancellava, su qualche altra si fermava con un sorriso.

interno tram

Procedeva lento nella memoria dell’iPhone. Conosceva bene la sequenza e sapeva che dopo le immagini della gita al lago, dopo quelle del compleanno del nipote, avrebbe trovato Ilaria.

Amava quella foto.
Era un sabato mattina, solo qualche mese prima, a primavera.
Stavano andando a vedere una mostra di Banksy a Palazzo Reale. Erano entrambi in bicicletta e lei aveva insistito per lasciarle a Brera e avvicinarsi al centro a piedi.
Così avevano legato le loro bici ad un palo, incrociando le catene come doppia sicurezza (ma chi poteva pensare di rubare quei catenacci?)
Si erano fermati in una vecchia latteria, una di quelle che stavano scomparendo ma che lui conosceva bene dai tempi in cui frequentava l’Accademia. La proprietaria si ricordava di Paolo e Ilaria sembrava aver apprezzato la confidenza con cui la signora lo trattava.
Mentre facevano colazione sui tavolini nella piazzetta, lei – alludendo alla sua “vena artistica” – lo aveva sfidato a farle un ritratto e si era messa in una posa buffa.
E lui l’aveva colta in contropiede rubandole una foto con il cellulare…

E adesso era lì, in metropolitana, intento ad accarezzare con un dito il suo sorriso sullo schermo di un telefonino.
Doveva scriverle… doveva riprendere i contatti…

Quando digitò il nome di lei nella rubrica, gli apparse l’elenco dei vecchi sms.
Non aveva avuto coraggio di cancellare gli ultimi, gli sembrava che facendolo avrebbe dato un taglio netto alla speranza di rivederla.
Risalì fino al primo.

Che stai facendo?
Lavoro! Mica tutti sono liberi di entrare ed uscire come te. Ci sentiamo dopo…”

Lei era così. Concreta. Senza voli pindarici e romanticherie.
Continuò a rileggere i vecchi messaggi.

“Sono contenta di uscire con te stasera”
“Anch’io non vedo l’ora”

Si ricordò del preciso istante in cui aveva ricevuto quel messaggio, della fitta di gioia che aveva provato in quel momento dopo mesi di inviti andati a vuoto.
E quella sua risposta stupida. Ma perché non riusciva ad essere brillante come i personaggi dei libri che leggeva?

Scorrendo gli sms gli sembrò di rivivere quelle settimane così intense.
E subito dopo il periodo di stasi, le discussioni sulle scemenze. La sua paura che fosse un’altra stupida storia di passaggio.
Paolo voleva così disperatamente che si trasformasse in una relazione seria, in una convivenza, magari in un matrimonio.
Così disperatamente da fargli sorgere il dubbio che era innamorato dell’idea di innamorarsi e sposarsi più che di Ilaria.

Digitò rapido un messaggino.
“Mi faccio mille seghe mentali, ho mille paure. Vorrei solo svegliarmi vicino a te. Perché è così difficile?”

Lo rilesse e subito dopo lo cancellò.
Ne aveva scritti decine per provare a riavvicinarsi. Ma non ne aveva inviato nessuno.

Mise in tasca l’iPhone e si preparò per scendere.
Tra una decina di minuti sarebbe stato a solo due piani di distanza dall’ufficio di Ilaria.
“Divisi da due piani, qualche scrivania e dalla mia incapacità di dire quello che provo…” pensò con un sospiro.

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

La lettera

Ma che ne sapevo io?
Come avrei potuto immaginare che le cose si sarebbero complicate così?

La prima volta che ti ho visto mi eri sembrato uno interessante.
Non so, forse perché non parlavi molto ma sembravi avere tanto da dire.
Forse perché sono attratta dalle persone che hanno una storia dietro.

Quella sera sono rimasta al tuo fianco, ed invece di ascoltare quello che gli altri dicevano, sorbivo ogni tuo più piccolo commento.
Come se avessi potuto ricostruire il tuo pensiero attraverso le cose che non dicevi.

D’altronde io sono così, invece che vivere la vita mi sforzo di scriverne il romanzo.

Ilaria, lasciò cadere la penna sul tavolo.
Fuori il vento scuoteva i vecchi scuri. Si strinse nel maglione colorato e prese tra le mani la tazza con la tisana. Una volta in più si rese conto di come la sua vita a volte somigliasse ad una pubblicità.

E il pensiero, invece di farle rabbia, in qualche modo le comunicò una profonda tristezza.

Scrivere una lettera
Un disegno di Ramon Casas che rappresenta una donna che scrive una lettera (1892) tratto dal Museo Nazionale d’Arte di Catalogna

I primi mesi mi era sembrato un sogno.
Non era una storia normale, era fatta di carezze furtive, di baci radi come il cielo azzurro a Milano.
Non mi illudevo. Ero certa che si trattasse di una storia sbagliata.

Tu dicevi che non c’erano donne nella tua vita, e io credevo che avessi aspettato me. Invece adesso so che tutto il tuo spazio vitale è riempito solo da te…
La prima volta che abbiamo fatto l’amore ti ho sentito così vicino.
Ma in fondo ogni uomo ha i suoi punti deboli.
Ad onor del vero ho dovuto insistere perché ci fosse una seconda volta.
Maledetta la mia mania di voler far succedere le cose!

Diede un’occhiata all’orologio sopra il tavolino dello studio, erano passate le due di notte. Avrebbe dovuto andare a dormire se il giorno seguente voleva trovarsi con gli altri per correre all’alba.

Se i suoi amici avessero saputo!
Qualcuno magari le sarebbe stato vicino, qualcun’altro avrebbe subito criticato. O magari l’avrebbe solo presa in giro con aria di sufficienza…
Ma si potevano davvero definire amici? O erano solo persone che il caso aveva messo insieme? Una somma di solitudini?

Mi fai una rabbia a volte…
Vederti elargire a piene mani agli altri quei momenti che io vorrei fossero solo nostri.
Leggere su FaceBook i tuoi stati e costruirci intorno un mondo ipotetico che in qualche modo mi comprenda.

Invece no.
Tu lì nella tua aura di poeta irraggiungibile, io qui sveglia di notte a tormentarmi.
E più cerco di creare occasioni per vederci più tu sembri sfuggirmi.

I messaggi che ci scambiavamo erano tutti interessanti.
Le infinite chiacchierate al telefono non mi bastavano mai.
Dov’è finito adesso tutto questo?

Rilesse le ultime righe e provò un moto di stizza.
Avrebbe dovuto tagliare. Troncare di netto quella “non-storia”.
Che senso aveva prolungare quella relazione se non le dava gioia?

Mi chiedo che senso abbia continuare tutto questo se per me è fonte di tensione e sofferenza e non di felicità?

Con un rapido tratto di matita cancellò quell’ultima parola e la sostituì con “serenità”.
Ma era giusto non aspirare alla felicità assoluta?

Va bene, adesso vado a letto.
Rispetto i patti e non rileggo quello che ho scritto.
Alla luce del mattino tutto sembrerebbe più incerto, più pericoloso.
Protetta dalla notte mi sono aperta e ho scritto cose che non avrei il coraggio di dirti in faccia…

Io sono qui, tu dove sei?
Ilaria

Meglio farlo subito, togliersi il pensiero.
Piegò il foglio di carta, cercò una busta e la sigillò dopo aver frettolosamente fatto scivolare dentro lo sfogo di quella notte.
L’avrebbe imbucata questa notte stessa, mentre accompagnava il vecchio Fritz nell’ultima passeggiata della giornata.

Mise il francobollo, prese la penna e vergò l’indirizzo con la calligrafia tonda e decisa di cui era così fiera:

Gentile Signora
Ilaria Schiavon
via Belfiore, 13
20145 – Milano (MI)

Il portinaio le sorrideva con aria complice da quando aveva cominciato a ricevere quelle lettere con una certa regolarità.
Chissà se aveva intuito qualcosa? Chissà se era solo curioso?
Prese la borsa, il guinzaglio di Fritz e uscì sulle scale.

Doveva decidersi ad andare a dormire prima…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Life is a song

E correndo la incontrai lungo le scale,
quasi nulla mi sembrò cambiato in lei.
La tristezza poi ci avvolse come miele,
per il tempo scivolato su noi due

“Ecco qua – pensò Ilaria con un moto di fastidio – 50 anni, una vita da ricominciare e l’unica cosa che so fare è usare versi di canzoni per cercare di fare chiarezza su quello che mi capita”.

Chiuse la porta dell’ascensore con un moto di fastidio, ma all’ultimissimo momento fece attenzione che non sbattesse per non dar noia alla dirimpettaia.
Si destreggiò a cercare nella borsetta le chiavi di casa, usando la gamba sollevata per appoggiare la borsa della spesa alla parete e non a terra.
Due mandate sopra, due mandate sotto, ed era dentro.

“Dovrei prendere un gatto, almeno ci sarebbe qualcuno che mi aspetta a casa”.
Senza accendere la luce arrivò in cucina e poggiò la spesa sul tavolo. Poi proseguì verso la camera, scalciando via le ballerine in prossimità della scarpiera dove le avrebbe riposte. Arrivò in bagno, abbassò con un unico gesto pantaloni e slip, sollevò il cappotto e si sedette sul water.
“Finalmente!”

copertina album Radici di Francesco Guccini

Alzando gli occhi si vide nello specchio.
Arruffata, fatta su nel cappotto come quei barboni che si avvolgono nelle coperte per passare la notte vicino alla stazione. Gli occhi pesti di chi non dorme abbastanza. La faccia magra, scavata, in alcuni giorni la rendeva orgogliosa del suo peso perfetto, ma oggi sembrava accentuare la profondità delle occhiaie.
Il sorriso che era stato la sua prima reazione, le si gelò sulla faccia.
“Cosa c’è poi da ridere… La situazione mi sembra tragica”

Niccolò. Quel figlio di puttana con un nome da bambino.
Con lui tutto era andato alla velocità della luce.
Si erano conosciuti da ragazzini, si erano sposati dopo meno di sei mesi e lui se n’era andato qualche settimana prima di festeggiare il primo anniversario delle nozze.
Aveva lasciato sul tavolo della cucina una lunga lettera piena di pensieri sugli errori e la necessità di ricominciare.
Aveva svuotato con maniacale attenzione l’armadio di tutti i suoi vestiti, il mobile del salotto di tutti i suoi dischi, e il cuore di Ilaria.

Poi c’erano state tante altre storie, durate tutte pochi mesi, fatte di innamoramenti fugaci, vacanze esotiche, cene e feste.
Come diceva quella canzone nel film con Madonna e Banderas?

I’m not talking of an hurried night
a frantic tumble and a shy goodbye

A lei quelle capitavano, notte veloci fatte di capriole frenetiche e vergognosi “ci-sentiamo-presto”.
Eppure non era quello che voleva. Lei sognava piuttosto una persona con cui restare a parlare a letto la domenica mattina.

Aveva sempre dato la colpa a lui.
Quel bastardo le aveva portato via alcuni mesi della sua gioventù e soprattutto l’ingenuità.
Non si fidava più degli altri, non avrebbe permesso mai più a nessuno di ferirla così.
Ma senza fiducia come poteva sperare di ricominciare una storia vera?

“Non ho bisogno di una relazione – pensò – anche se mi commuovo quando Jovannotti canta quella canzone ruffiana, non vuol dire che ci credo”

A te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più

Chissà come doveva essere sentirsi amata così. Incondizionatamente, pubblicamente, una dichiarazione d’amore fatta su milioni di dischi, rilanciata da tutte le radio, invidiata da milioni di donne.
Ma si costrinse a tornare con i piedi per terra. Sapeva che queste cose non esistevano.
Dietro Jovannotti c’era un Lorenzo Cherubini qualsiasi che al mattino probabilmente era di pessimo umore, che magari la faceva ingelosire perché faceva il cretino con le fans teen ager.

Siamo qualcosa che non resta,
frasi vuote nella testa,
e il cuore di simboli pieno

Ecco che tornava il vecchio Guccio, e aveva ragione. Frasi vuote per la testa e simboli per il cuore.
Eppure quando quel pomeriggio aveva rivisto Niccolò al Libraccio di via Santa Tecla, passato il primo istante di sorpresa, si era stupita di quanto poco provasse per lui.
L’uomo che le aveva cambiato gli ultimi 25 anni di vita era in fila alla cassa, lei gli aveva sorriso, aveva scambiato un paio di frasi di circostanza e se n’era andata.
Non contava nulla. Di lui era importante l’assenza non la presenza (“E questa da che canzone viene?”)

Decise che quella sera doveva uscire.
Voleva dare una possibilità a Paolo, il collega dell’IT con il quale da anni parlava di tutto, l’unica persona decente in quella banda di arrivisti rintronati con i quali passava otto ore al giorno cinque giorni alla settimana.
L’aveva invitata al cinema, per una rassegna sui film di montagna. La Paola della contabilità, quella che sapeva sempre tutto di tutti, diceva che era un tipo strampalato, da gite CAI più che da happy hours, ma in fondo a lei piaceva.

Si spogliò.
Fece scorrere l’acqua della doccia, e mentre aspettava che diventasse calda, accese la radio.
Una vecchia canzone di Brassen reinterpretata da De André:

Alla compagna di viaggio,
i suoi occhi il più bel paesaggio,
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla,
e la fai scendere senza seguirla,
senza averle sfiorato la mano

Ilaria prese il telefonino e digitò rapida un sms per Paolo.
“Sono contenta di uscire con te stasera”

Gli uomini sono creature semplici, hanno bisogno di conferme.
Era stufa di cercare altrove la felicità.

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani