Sulla corsa

Un libro che sono stato in dubbio se comprare o meno, invece Mauro Covacich e il suo Sulla corsa mi hanno conquistato

Ammetto di aver raggiunto un certo grado di saturazione e di non voler più leggere libri che parlano della corsa.
Non dico i manuali, che avevo letto imparando un sacco di cose nella fase iniziale del mio amore per il running e avevo presto abbandonato, ma libri che parlano di corridori e di corse in generale.

Così, quando ho scoperto che Mauro Covacich aveva scritto un nuovo libro e proprio sulla corsa… beh ammetto che non ero stato particolarmente interessato.

Mi piace come scrive Covacich. Il suo romanzo A perdifiato è, tra i romanzi che parlano di atletica, uno dei miei preferiti.
Gioca anche il fatto, totalmente irrazionale, che lo sento vicino, vuoi per età vuoi perché è nato e cresciuto a Trieste come me, vuoi per la passione smisurata per l’atletica.

Insomma, sono andato in libreria e ho comperato questo suo Sulla corsa, che fin dal titolo rivela di cosa tratta: una raccolta di riflessioni e ricordi incentrati sulle esperienze personali dell’autore.

Sulla corsa Mauro Covacich

Inizia dall’inizio, cioè dal momento in cui Covacich ha scoperto cosa significava correre. Per lui è avvenuto in giovanissima età, 11 anni, e direttamente in una gara organizzata dal dopolavoro del padre.

Nei capitoli seguenti assistiamo al crescendo che tutti i runners ben conoscono. La voglia di raggiungere la maratona, la voglia di misurarsi e di migliorare il proprio personal best, quell’isolamento (quasi autistico) nei confronti del mondo normale, del mondo che non corre.

Covacich è un giornalista e quindi gli capitano incontri che in molti sognano: i grandi nomi dell’atletica, gli altopiani africani, la Grande Mela.

Leggevo con piacere i vari capitoletti e intanto mi interrogavo su dove andava a parare. Su come sarebbe terminata la parabola della passione.
C’erano state delle avvisaglie, sparse qui e là, che la storia di Mauro corridore doveva avere un epilogo mesto. Infatto ecco puntuale la visita medico sportiva e il mancato rinnovo del certificato: uno dei mostri che chi corre teme di più.

Ma come in tutte le storie che funzionano, il giro di boa rappresentato da questa apparente sconfitta rende il racconto più intenso, più umano.

Non vi rivelo il finale, anche se non si tratta di un giallo è sempre bello navigare da soli tra le ultime pagine dei libri. Dico solo che sono stati 15 euro spesi davvero bene.

Un libro che a mio avviso offre una visione completa e matura della passione per il correre. Ottimo sia per gli agonisti che per i joggers da par mio.

Quindi, dato il tema, correte a comprarlo in libreria.

Sulla corsa
Mauro Covacich
La nave di Teseo, collana Le Onde
159 pagg / 15,00 euro

Ascolta “Sulla corsa” su Spreaker.

Te lo ricordi il West?

Due libri ambientati nel Far West, due successi letterari, due stili molto diversi. Provo a fare una recensione parallela…

Sono cresciuto, come molti della mia età, con negli occhi le immagini dei film che RAIUNO proponeva al lunedì sera.
Ricordo con un po’ di nostalgia i cicli dedicati ad un attore o ad un regista o anche ad un tema specifico. Poche parole di presentazione e via, immersi in un mondo diverso, senza interruzioni pubblicitarie, fino ai titoli di coda quando noi ragazzi filavamo a letto mentre i genitori discutevano su quanto avevano visto.

Ecco, per me il west, il Far West, era soprattutto questo.
John Wayne, John Huston, la battaglia tra gli indiani e il settimo cavalleggeri, le pianure desertiche con i cespugli che rotolavano, i cowboy che erano eroi e non pastori di mucche.

Forse anche la nostalgia per quelle serate del lunedì mi ha spinto a comperare Lonesome Dove, il tomo di Larry McMurtry che ha in copertina un cowboy che doma un cavallo nel controluce della sera.
La nostalgia e il solito tam tam dei lettori che lo aveva indicato come il caso letterario del momento.

Un librone di 976 pagine che prometteva una storia di Texas Rangers e mandrie da spostare.

L’ho letto in un lungo weekend di pioggia. Senza alcuno sforzo, grazie alla grande abilità dell’autore che ha saputo creare personaggi estremamente ben caratterizzati e una sequenza di avvenimenti che rendono il libro estremamente cinematografico.

È la storia di un gruppetto di rangers che dopo aver combattuto indiani e messicani nel sud degli States si erano ritirati a fare i mercanti di bestiame, trafugando i cavalli dei messicani oltre confine per rivenderli agli americani, ma che decidono di cercar fortuna portando una mandria nel Montana, quando ancora il Montana era la nuova frontiera.

Come dicevo, l’ho bevuto tutto d’un fiato. Piacevole alla lettura e mai noioso. Ma mi aveva lasciato dentro un senso di insoddisfazione, come se mi mancasse qualcosa.

Mi è tornato in mente, allora, un libro che avevo sfiorato tempo fa. Subito dopo aver letto Stoner di John Williams, che mi aveva entusiasmato, ero andato a cercare altri libri dello stesso autore ed ero incappato in un titolo, Butcher’s Crossing. Avevo letto l’incipit on line e non lo avevo acquistato. Ricordavo che parlava di bisonti e cacciatori, così venerdì l’ho acquistato e durante il weekend l’ho letto.

libri a confronto

Nel romanzo di Williams, il protagonista è un giovane bostoniano che arriva nel west alla ricerca dell’avventura. Incontra un cacciatore che, a sua volta, sta cercando di realizzare un’impresa: ha scoperto una valle dove si rintanano migliaia di bisonti e vuole fare la caccia della vita. Si incontrano e partono; torneranno segnati, e forse sconfitti, dall’esperienza.

Sono libri con alcune evidenti similitudini.

Entrambi hanno come titolo il nome del paese da cui la storia prende il via. Entrambi sono ambientati nello stesso periodo storico e nella prateria americana (anche se geograficamente sono molto lontani). Entrambi parlano di un’avventura epica, la grande calvalcata in Lonesome Dove, la grande caccia in Butcher’s Crossing. Entrambi sono scritti in modo magistrale.

Ma la grande differenza è che John Williams narra una storia per presentare una sua teoria, i personaggi hanno tutti uno spessore interiore, pur nell’assoluta semplicità. E alla fine il libro ti lascia una serie di riflessioni e spunti da elaborare. Mentre Larry McMurtry ti toglie il fiato con la sequenza di eventi, ma alla fine dice tutto lui, la storia non lascia strascichi.

Non me la sento di dire che uno sia migliore dell’altro.
Di certo Butcher’s Crossing è più nelle mie corde.

Leggeteli e sappiatemi dire.

Lonesome Dove
Larry McMurtry
Einaudi, collana ET Scrittori
976 pp / euro 16,00

Butcher’s Crossing
John Williams
Fazi Editore, collana Le Strade
359 pp / euro 10,00

Ascolta “Te lo ricordi il west?” su Spreaker.

Flora

Alessandro Robecchi ci regala un altro giallo con Monterossi e soci impegnati questa volta nel rapimento di Flora De Pisis

Lo so di aver trascurato questo spazio. A mia parziale discolpa, vi invito a “prestare orecchio” al podcast Passaggi a Nord Ovest che dal 1 gennaio di quest’anno stiamo portando avanti con Denis Falconieri.
Sono cose diverse, ma assorbono entrambe tempo, e in queste ultime settimane ho prediletto il podcast a questo blog.
Comunque…

Non dirò nulla di nuovo quando vi racconto che amo i libri (e soprattutto i personaggi) di Alessandro Robecchi.

La settimana scorsa è uscito il suo ultimo giallo, Flora, l’ho acquistato, ho messo in pausa il mondo per qualche ora, e l’ho divorato.

Flora

Definirlo giallo, un po’ come per la maggior parte dei romanzi di Robecchi, è riduttivo. Si tratta di un’analisi della società contemporanea vestita da poliziesco.

La trama è presto detta.
Flora De Pisis, la conduttrice di Crazy Love un programma che Monterossi ha ideato diventando ricco e, al contempo, affondando nei sensi di colpa, viene rapita. La rete televisiva privata, amichevolmente definita dal protagonista “la fabbrica della merda”, produttrice del programma viene contattata per il riscatto, ma qui iniziano le sorprese.

E’ un giallo, non vi svelerò di più.
Al massimo potrei rimandarvi all’intervista con l’autore (che posto più sotto) in cui regala alcune indiscrezioni.

Vi dico però che per 365 pagine, Robecchi e la sua banda di investigatori, ci portano a spasso per una Milano estiva, con tutte le sue bellezze e i suoi controsensi.

E mentre, un po’ alla volta, scopriamo il folle progetto dei rapitori, veniamo coinvolti in una storia parallela, di altri tempi. Una storia tanto poetica quanto quelle proposte dalla televisione nazional popolare (che Flora De Pisis incorpora) sono invece grevi e senza spessore.

Robecchi offre una riflessione profonda che è un attacco alla televisione, mancato strumento di cultura e generatore di spazzatura mediatica.

Lo fa con garbo e con grande senso dell’umorismo. Non aspettatevi un saggio, ma una storia divertente che fa riflettere.


Flora
Alessandro Robecchi
Sellerio Editore
365 pp / 15,00 euro

Ascolta “Flora, un giallo di Alessandro Robecchi” su Spreaker.

Della gentilezza…

Un libro che è un manuale di sopravvivenza civile: ecco la mia recensione a “Della gentilezza e del coraggio” di Gianrico Carofiglio

Della gentilezza e del coraggio - Gianrico Carofiglio

Un libro strano di un autore che amo tantissimo.
Ho apprezzato Gianrico Carofiglio nella sua veste di scrittore, quando ho letto Ad occhi chiusi, seconda apparizione dell’avvocato Guerrieri. Un giallo particolare in cui è evidente la totale competenza con cui Carofiglio, ex magistrato, si muove nell’ambiente giudiziario.

Il libro mi era piaciuto così tanto che ho letto rapidamente gli altri gialli che aveva scritto, restando sempre più affascinato dalla lucidità di alcune riflessioni e dalla pulizia della scrittura. Entrambe doti che denotavano una grande chiarezza di idee.

Ma il vero colpo di fulmine è scattato nel 2010, quando ho acquistato, quasi per caso, La manomissione delle parole, opera curata da Margherita Losacco. In questo saggio Carofiglio, partendo dal presupposto che le parole sono importanti e che di esse bisogna aver cura e non manometterle a proprio uso e consumo, spiega il significato originale di cinque termini: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta.

Era il Carofiglio politico a parlare (era stato eletto nel 2008 al Senato della Repubblica) ma con la capacità di analisi del giurista. Per ogni parola spiegava l’uso e l’abuso che se ne faceva nei discorsi pubblici dei politici. Un grido di allarme, una richiesta di tornare ad un concetto alto di politica.

Lo leggevo e mi sembrava di leggere i miei stessi pensieri.

E quindi, quando è uscito questo “breviario di politica ed altre cose”, per usare il sottotitolo, l’ho iniziato e finito senza mai alzarmi dalla poltrona.

Si parla ancora di politica, ma questa volta da un punto di vista nuovo: è un manuale su come si dovrebbero affrontare le discussioni. Sia quando si è coinvolti, sia quando si è spettatori.

In un’epoca in cui vince chi urla più forte, Carofiglio propone di usare la gentilezza, il coraggio e il discernimento.

La gentilezza perché disarma e usa la violenza altrui come metodo di difesa.
Il coraggio come principale virtù per apportare i cambiamenti.
Il discernimento, cioè la capacità di porsi domande per capire se quello che ci viene detto è vero, verosimile o falso.

Un libretto di poco più di 100 pagine, ma denso di significato, da leggere e rileggere (e io non rileggo quasi mai un libro!).

Preziosa anche la bibliografia finale, che permette – se qualcuno ne avesse voglia – di approfondire il tema.

Un’ultima considerazione prima di lasciarvi alla lettura.
Non inganni il fatto che sia considerato un saggio: questo Della gentilezza e del coraggio è prima di tutto un manuale.

Un libretto d’istruzioni per il cittadino consapevole.

Della gentilezza e del coraggio
Gianrico Carofiglio
Edizioni Feltrinelli
119 pagg. / 14,00 euro

Ascolta “Della gentilezza e del coraggio” su Spreaker.

Il bosco del confine

Una storia delicata, un romanzo di formazione, una scrittura preziosa: tutti elementi che fanno de Il bosco del confine un grande romanzo

Come tutti i bibliofili, anch’io ho tutta una serie di piccole manie legate al libro, oggetto del desiderio.
Ovviamente osservo con un piacere fisico tutti gli aspetti più materiali: la carta, la forma, il colore delle pagine, l’odore dell’inchiostro.
Poi ragiono sulla posizione in cui sistemare il volume su uno scaffale della libreria: per autore, per casa editrice, per argomento.

Immagino siano follie comuni a molti.
Ed io rincaro, aggiungendo anche tutta un’altra serie di piccole manie. Mi piace ricordare il modo in cui sono entrato in possesso di un libro. Chi me lo ha consigliato o fatto conoscere. Mi piace associare, alla trama del romanzo, la mia storia personale, il momento in cui l’ho letto. Mi piace rileggere un libro dopo anni, per capire quanto sono cambiato.

Infine ho un modo di dividere i libri per grandi categorie. Ed una di queste è “libri da matita/libri senza matita”. Insomma libri che ho voglia di sottolineare e libri che invece leggo senza soffermarmi.

il bosco del confine

Sono incappato in uno di questi libri da matita grazie al consiglio di una delle mie sorelle (siamo una famiglia di appassionati di lettura). Sapendo che è un periodo in cui leggo molto di alberi e foreste, mi ha consigliato Il bosco del confine di Federica Manzon. L’autrice è cresciuta a Trieste (che considero la mia città di formazione) e la storia prende il largo nei boschi del Carso.

C’è una trama?
Sì, certamente. O meglio c’è una storia, quella drammatica di Sarajevo ai tempi della guerra del 1993, che fa da sfondo, da pretesto narrativo, alle vicende di una ragazza, che non viene mai chiamata per nome (salvo l’appellativo “Schatzi”, “tesoro”, con cui le si rivolge il padre).

Figlia di una coppia di genitori illuminati, madre italiana, padre serbo ma arrivato in Italia dopo aver girato l’Europa, risente dell’educazione aperta che riceve. Soprattutto dal padre, con il quale condivide la passione per le lunghe camminate nel bosco che si trasforma nel luogo dell’anima. Nel posto in cui lei scopre se stessa.

Vivendo a Trieste, città di confine per eccellenza, con una forte impronta europeista (non per visione moderna, ma per retaggio austroungarico), la protagonista ha l’occasione di assistere ai giochi olimpici invernali che si tengono nella capitale dell’allora Jugoslavia nel 1984.

Lì conosce alcuni ragazzi, in particolare stringe amicizia con Luka, che poi diverrà la voce narrante durante la guerra civile.

Dicevo che la storia principale potrebbe sembrare quella della città di Sarajevo, ma la vera storia è quella della maturazione della protagonista che, come in un bassorilievo, risulta dai vuoti lasciati dalla trama.

Ho molto invidiato la ragazza e la sua educazione.
Mi sono immedesimato in lei e ho riconosciuto (io che a Trieste ho vissuto una larga parte della mia vita) le atmosfere, i suoni delle parole, i fumi e profumi del cibo.

Dicevo che è un libro da matita.
Ci sono romanzi che leggo e che mi catturano per la scrittura o per la profondità di certe affermazioni lasciate cadere tra le righe.
In quei casi sento forte l’impulso di sottolineare quelle parole, quasi fossi un minatore che ricava da una vena le gemme preziose.

Questo Il bosco del confine è ricco di gemme.
Da assaporare con calma, da rileggere.

Alla fine mi è rimasta la curiosità di sapere quanto di autobiografico c’è nella storia. Federica Manzon, per ragioni anagrafiche, non può essere la protagonista, quindi devo accettare che si tratti di una storia inventata (o magari una storia vera romanzata) ma la vividezza dei pensieri potrebbe svelare che qualche aspetto di Schatzi sia un riflesso dell’autrice.

Oppure, semplicemente, che è veramente brava!

Il bosco del confine
Federica Manzon
Aboca, collana Il bosco degli scrittori
173 pag. / 14,00 euro

Ascolta “il bosco del confine” su Spreaker.

Riccardino

Dopo averlo snobbato, ho acquistato Riccardino di Andrea Camilleri. Ecco la mia recensione, ma vi anticipo che è stato subito amore

Voglio parlarvi di un grande amore, della sua fine e di un ritorno di fiamma.
Considero Andrea Camilleri uno dei grandi autori italiani. L’ho conosciuto a metà degli anni Novanta, quando iniziai a leggere la fortunata serie del commissario Montalbano. Credo che il primo fosse La forma dell’acqua.

Divenne in breve una droga e, come capita quando incontri una vecchia serie tv e puoi vedere molti episodi di seguito, mi beai dell’incredibile produzione di quell’autore.

Mi piaceva tutto. La dimensione dei libri (la collana blu di Sellerio e quella piccola di Adelphi hanno sempre risvegliato il collezionista che c’è in me); il tono scanzonato del protagonista, la sua ribellione alle convenzioni, la passione per il cibo, il suo essere profondamente umano; e poi adoravo la lingua, un italiano ricercato e preciso, impreziosito da alcune parole in dialetto o, ancora meglio, dall’uso dialettale di alcune parole italiane (ad esempio magari, usata nell’accezione di anche).

Poi venne la serie televisiva, con Zingaretti a dare carne a Montalbano. Una sintesi perfetta. Credo che sia impossibile leggere Camilleri senza immaginare l’attore o vedere un film con Zingaretti senza immaginare la parlata di Montalbano.

Nel frattempo avevo letto anche gli altri libri, quei romanzi storici di cui Camilleri va fiero, come La concessione del telefono o Il birraio di Preston, e mi erano piaciuti persino di più… così, un po’ alla volta, come un amore che giunge al suo apice e poi sfiorisce in routine, mi sono annoiato e l’ho abbandonato. Ho smesso di acquistare ogni suo libro pensando che non aveva più nulla da dirmi.

Un paio d’anni fa ci siamo rincontrati per caso.
Un amico mi consigliò Km 123, edito dalla Mondadori. Un giallo strano, non tanto per la storia ma per come era scritto. Miscelando con sapienza sms, rapporti di polizia, brani di conversazioni, raccontava una storia per frammenti lasciando al lettore il piacere di ricomporla.

Mi piacque, ma non abbastanza per farmi ricadere nel trip di Camilleri.

Poco dopo, nel luglio del 2019, Camilleri morì.
Ovviamente, come sempre accade quando un grande scrittore muore, si susseguirono i coccodrilli, le recensioni sperticate, le ripubblicazioni dei romanzi. E come sempre accade in questi casi, io me ne stetti alla larga.

E mi persi una chicca.
Sellerio pubblicò Riccardino, un romanzo della serie di Montalbano, “L’ennesimo” pensai io, ma mi sbagliavo.

Riccardino

Camilleri scrisse Riccardino nel 2005 e lo rimaneggiò nel 2016, lo mandò all’editore chiedendo specificatamente che fosse pubblicato postumo. Una sorta di testamento…
Questo particolare mi ha incuriosito così, nei giorni scorsi, l’ho ordinato e, finalmente, letto.

E’ un piccolo capolavoro. Se non lo avete ancora letto, fatelo subito…

Iniziamo dalla cosa più scontata: è una classica storia di Montalbano, trama immaginifica e personaggi caratterizzati con la solita maestria.

La lingua è mutata.
Il dialetto ha preso il sopravvento. Per leggerlo ho impiegato il doppio del tempo che impiegherei per qualsiasi altro giallo. Restavo invischiato nelle parole, mi obbligava ad un’attenzione che di solito riservo ai saggi.

Ma mi ha ripagato in toto per la musicalità di quella lingua.
Non è difficile da seguire, anzi. Ti seduce con i suoi suoni meridionali, ti porta via con se, è davvero un piacere nel piacere.

Infine, l’ultimo affascinante aspetto, è che diventa multidimensionale.
Come dicevo, è esperienza comune leggere la storia di Montalbano ed immaginare Zingaretti che lo interpreta. Bene, Camilleri gioca su questo fatto e contrappone il Montalbano vero (quello inventato da lui) con quello televisivo. E come se non bastasse, a metà libro (non preoccupatevi non ci sono allarmi spoiler) fa apparire anche se stesso, con il pomposo nome di Autore, che dialoga con il suo personaggio.

La storia diventa quindi un pretesto per ragionare sul complesso rapporto tra scrittore e personaggi. Nulla è banale. Ogni capitolo contiene una riflessione, una frase, una perla di saggezza.

Camilleri se n’è andato lasciandoci Riccardino in dono.
E questo, invece che aiutarci, ci farà sentire ancor di più la mancanza della sua penna.

Riccardino
Andrea Camilleri
Sellerio Editore
288 pagg. / 15,00 euro

Ascolta “Riccardino” su Spreaker.

Gli spiriti dell’aria

Ascolta “Gli spiriti dell’aria” su Spreaker.

Ci sono libri che ti cercano. Li trovi, per combinazione, in un certo momento della vita, magari ne ignoravi l’esistenza, ma ti capitano in mano e li prendi.
Questo è uno di quelli…

C’è un negozio ad Aosta che esercita su di me un fascino irresistibile, si chiama Carta Canta e vende libri e dischi usati. Ogni volta che scendo nel capoluogo regionale, non perdo l’occasione per farci una capatina.

L’ultima volta, scorrendo la sezione dedicata ai libri di montagna, sono stato attratto dalla forma inconfondibile della collana originale de I licheni della Vivalda Editori.
[Questa sarebbe una storia nella storia: la Vivalda era una casa editrice torinese che nel 2013 cedette alla Priuli & Verlucca (altra casa editrice piemontese con il cuore nella letteratura di montagna) il loro fiore all’occhiella, la collana I Licheni che raccoglieva la crema degli autori di genere. I nuovi proprietari hanno saputo far evolvere la collana che oggi vanta 119 titoli…]

Si trattava de “Gli spiriti dell’aria” l’ultimo libro scritto da Kurt Diemberger nel lontano 1994. Avevo in mano una copia della prima edizione italiana (1997) che all’epoca costava 35mila lire.
Non serve che vi dica che sono andato alla cassa e me la sono portata a casa.

Gli spiriti dell'aria

Kurt Diemberger è un alpinista austriaco (è nato a Villach e ha vissuto a lungo a Salzburg) della generazione di Messner anche se è un po’ più vecchio del re degli Ottomila.

Nella sua vita ha avuto la fortuna ed il merito di fare grandi cose.
Ha scalato nel 1957 il Broad Peak insieme ad un mito assoluto come Hermann Buhl e, pochi giorni dopo, assistette alla sua morte mentre ritornavano dal tentativo di salita sul Chogolisa.
Per un periodo fu in corsa con Messner nella conquista degli Ottomila, ma non era una cosa che lo interessasse, preferì dedicarsi ad altro (basti pensare che tra il secondo e il terzo ottomila fece passare quasi 20 anni).

Ama l’Italia (e le italiane), vive vicino a Bologna con sua moglie, è stato guida alpina sul Monte Bianco, è noto allo stesso modo per le imprese e per le riprese fatte scalando. E’ diventato il cinereporter degli Ottomila (secondo la definizione incollatagli dalla spedizione francese all’Everest che lo ha visto partecipare come cameraman) e, grazie a questa attività, ha girato il mondo e le montagne.

Io lo conoscevo per aver letto ed apprezzato “K2, il nodo infinito”, così mi sono accinto alla lettura aspettandomi l’ennesimo racconto di conquista delle vette.

Invece questo “Gli spiriti dell’aria” mi ha sorpreso.

Sapevo che Diemberger era una sorta di spirito libero, un hippie della montagna, e in questo libro ha raccontato molto di se stesso mentre descriveva le sue “avventure minori” che però hanno il merito di restituire moltissimo del suo carattere, della sua filosofia di vita.

Si spazia dalla spedizione in Groenlandia al suo metodo di archiviare le cose sparse per il mondo; racconta la salita al Makalu ma anche le disavventure di conferenziere, traccia il ritratto di alcuni grandi alpinisti e quello di sua suocera (la tipica madre di famiglia italiana).

Un libro divertente, leggero. Che rivela molto di più dell’autore che delle sue imprese. Esattamente quello che mi ci voleva per farmi compagnia in questo periodo.

A marzo 2017, la Priuli & Verlucchi ha deciso di ristamparlo, per cui se vi fa piacere lo potete trovare in libreria.

Gli spiriti dell’aria
Kurt Diemberger
Priuli & Verlucchi editori, I licheni (volume 30)
384 pag. / 19,10 euro

Fight Club, il libro

Per una volta, leggere il libro dopo aver visto il film ti fa gustare l’abilità di Palahniuk nell’accompagnarti nello schizofrenico mondo di Fight Club

fight club

Mai come per questo libro, è difficile – se avete visto l’omonimo capolavoro cinematografico firmato da David Fincher e con degli attori giganteschi come Brad Pitt ed Edward Norton – tenere separate nella lettura le scene immaginate capitolo dopo capitolo da quelle viste al cinema.

Ho deciso di ordinare il libro dopo aver letto un commento sui social in cui si diceva che il film era bellissimo ma il libro non era da meno.

Conoscevo l’autore, Chuck Palahniuk, che mi aveva letteralmente stregato con il suo Soffocare (anch’esso edito da Mondadori), ma avevo ritenuto superfluo leggere Fight Club (che tra l’altro è opera prima di Palahniuk) perché pensavo che davvero poco si potesse dare oltre a quanto espresso su pellicola.

Invece…

Dopo aver litigato con le prime pagine, che sembravano ostiche, e dopo aver accettato di usare le facce di Pitt, Norton e degli altri protagonisti del film, come controfigure alla mia immaginazione, ho finalmente iniziato a gustare il libro. E ne sono stato letteralmente risucchiato.

La storia è geniale. Non la racconto perché credo che il mondo si divida tra chi la conosce e chi, non conoscendola, mi odierebbe se la anticipassi qui.

Ma quello che Palahniuk riesce a fare, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è di creare un vortice frenetico di parole che rende perfettamente la sensazione dell’universo schizofrenico del protagonista/narratore.

Paragonandolo alla scrittura dei grandi classici, è stridente la differenza: nei primi, le parole sono usate per il loro significato. Ogni sfumatura di senso serve a dettagliare; le sensazioni sono descritte come lo sono i personaggi e le ambientazioni. In questo romanzo, invece, il suono e il ritmo delle parole travalica il significato e trasmette esso stesso le sensazioni che l’autore vuole ricreare.

Ne risulta un racconto avvolgente, con ripetizioni che – lungi da diventare pesanti – servono a condurre in quella spirale che lentamente ci porta al gran finale.

Finale che (allarme spoiler) si differenzia in parte dalla storia del film.

La realizzazione cinematografica del romanzo è un capolavoro essa stessa. Impossibile leggere il libro e non restare affascinati dalla maestria con cui il regista, David Fincher, ha creato il mondo di Tyler e ha diretto gli attori.

Quindi, riassumendo.
Avete visto il film? Leggete il libro.
Non avete visto il film, ma avete letto il libro? Guardate subito il film.
Non avete visto il film e non avete letto il libro? Per una volta date la precedenza al film, leggere il libro sarà ancor più piacevole conoscendo dove l’autore va a parare.

Fight Club
Chuck Palahniuk
Mondadori, Oscar
190 pagg, euro 13,00

La salute nella corsa

Ecco la mia recensione al manuale “La salute nella corsa” che ci introduce ad un metodo scientifico per conoscere meglio la nostra passione

La salute nella corsa

Negli ultimi tre anni il mio rapporto con la corsa ha trovato un nuovo equilibrio.
Ho smesso di gareggiare e di correre con quella regolarità che solo quando ti alleni riesci a mantenere.
La corsa non è più il fine, ma solo un mezzo per stare meglio con il mio corpo e per avere un rapporto più intenso con l’ambiente che mi circonda.

Dopo il primo periodo di lockdown mi ero fermato completamente (i 200 metri da casa non mi permettevano nessuna uscita vera e propria).
Poi durante l’estate ho camminato tanto e corso poco, così a settembre e nel secondo lockdown ho pensato fosse meglio ridare una certa regolarità alle mie uscite.

Più o meno nello stesso periodo mi è capitato tra le mani un libro particolare.
Si tratta de La salute nella corsa, scritto da Blaise Dubuois e Frèdèric Berg (Mulatero Editore).
Il primo è una sorta di running guru, il secondo un giornalista e runner appassionato.

Non si tratta di un manuale nell’accezione classica del termine.
Non hanno come scopo quello di insegnarti un metodo o di farti raggiungere un risultato.
Si tratta piuttosto di un compendio di informazioni che coprono tutti gli aspetti della pratica della corsa.

Non a caso Dubois è il fondatore della Clinica del Running, un’organizzazione che ha lo scopo di creare una rete di professionisti della corsa (preparatori e terapisti) che possano poi supportare atleti professionisti ed amatori.
Un progetto ad ampio respiro, nato per essere internazionale e basato sull’approccio scientifico sperimentale.

Blaise Dubois è anche il coproprietario delle cliniche PCN (cliniche fisioterapiche e di medicina dello sport in Quebec), non solo teoria dunque, ma tanta pratica.
La Clinica del Running è arrivata in Italia nel 2015 e potete scoprire molto di più direttamente sul loro sito.

Ma torniamo al libro.
Da buon bibliofilo sono partito da pagina uno e ne sono rimasto un po’ confuso.
Si inizia con una prefazione di Emelie Forsberg, seguita subito da un capitolo scritto da Frédéric Berg in cui si spiega il senso del libro e chi sia Dubois.
“Bene, ma adesso passiamo al sodo” ho pensato e ho continuato a leggere arrivando alla prima sezione che parla dei vantaggi della corsa e ospita l’intervento di Karim Khan e subito dopo di Ian Adamson… insomma mi sono chiesto “ma questo libro chi lo ha scritto veramente?”

In realtà il senso dell’opera è proprio questo. Una raccolta di testi e di testimonianze di 50 esperti (scienziati, professori universitari, atleti professionisti, allenatori, nutrizionisti e via dicendo) che coprono tutti i più importanti aspetti del running.

Ho smesso di leggere in sequenza e ho iniziato a saltare avanti ed indietro tra le pagine, prendendo spunto dall’indice ed esplorando un po’ alla volta i vari capitoli.
Si parla di alimentazione (ad esempio, cosa sapete del digiuno ad intermittenza?) e di scarpe (sapevate che la scarpa più antica risale a 5.500 anni fa?); si parla di trail (l’esperto è Guillaume Millet, un professore universitario che ho conosciuto quando è arrivato terzo al Tor des Geants) e di cicli di allenamento; quando si dice che la corsa è per tutti non si parla di anziani (anche se c’è un capitolo dedicato) ma di atleti con le protesi.

Mi ha incuriosito una parte stampata su pagine con una cornice rossa (!) ed è scoperto che è quella relativa alla prevenzione degli infortuni (chi corre sa che questa è la parte più importante in assoluto). Più avanti c’è anche un capitolo sulle ultradistanze e uno sul benessere e uno sul doping.

Alla fine posso tranquillamente affermare (senza averlo letto completamente) che nelle quasi 500 pagine di libro sono coperti davvero tutti gli argomenti associati al running.

Ho messo via il volume, ma non tra i manuali della corsa (che sono nello scaffale più alto della mia libreria) ma a portata di mano.
So che tornerò a consultarlo nuovamente nelle prossime settimane, via via che qualche curiosità o nuova esigenza affiorerà alla mia mente.

Un giudizio finale?
Come ho scritto, più che una guida o un manuale, è un approccio scientifico (e parzialmente filosofico) al mondo del running.
La salute nella corsa, oltre ad essere il titolo, è anche un manifestazione di intenti, un principio guida.
Sicuramente un volume interessante che non deve mancare nella libreria del runner esigente.

Mentre scrivo queste righe fuori dalla mia finestra nevica.
Mi sa che per qualche giorno non correrò, ma dovrò integrare l’allenamento con un esercizio diverso: spalare neve.
Fammi un po’ controllare cosa dice il libro sul cross training?

La salute nella corsa
Blaise Dubois, Frédéric Berg
Mulatero Editore, Specialist
496 pagg. / 35,00 euro

Gli ultimi giorni di quiete

La scoperta finale è che non ci sono vincitori o sconfitti, e persino il confine tra Bene e Male tende a scomparire, quando il dramma di un assassinio marchia le nostre esistenze.

Gli ultimi giorni di quiete

Funziona così: per certi autori compro a prescindere.
Vedo che è uscito un loro nuovo romanzo e lo prendo, senza neppure guardare la terza di copertina per valutare la trama. Spesso non ricordo neppure il titolo, ma so che devo leggerlo.
Succede soprattutto con gli autori di gialli, ma non solo…

Quando sabato sono entrato in libreria per la mia solita “visita settimanale” tra gli altri libri ho anche ritirato l’ultima fatica di Antonio Manzini che ho imparato ad apprezzare seguendo le vicende del commissario (pardon, vice-questore) Rocco Schiavone.

L’ho messo sul comodino e l’ho lasciato lì preferendo iniziare con un altro testo, ma poi ieri sera mi è scivolato in mano e ne sono rimasto letteralmente stregato.

Gli ultimi giorni di quiete non è un giallo.
Ha i ritmi serrati del thriller e tratta di un assassino e di morte. Non sai dove va a parare, ti immagini dei possibili epiloghi ma alla fine cedi e ti lasci guidare dall’autore.

La storia è presto detta. Una donna, mentre torna a casa in treno, riconosce tra i passeggeri l’uomo che ha ucciso suo figlio. E la sua vita cambia.

L’idea è semplice ma l’abilità di Manzini nello scavare dentro i personaggi crea un vero e proprio universo. Nora (la protagonista) e il marito Pasquale sono entrambi schiavi del dolore provocato dalla perdita di Corrado, il loro unico figlio, ma reagiscono in modo molto diverso.

Manzini, che avevo apprezzato anche in “Sull’orlo del precipizio” dove il giallo scompare ed emerge più l’analisi della nostra società, usa la trama del noir per farci riflettere. Ci offre la possibilità di immedesimarci in tutti i protagonisti e verificare cosa avremmo fatto al loro posto.

La scoperta finale è che non ci sono vincitori o sconfitti, e persino il confine tra Bene e Male tende a scomparire, quando il dramma di un assassinio marchia le nostre esistenze.

Un gran bel libro. Da leggere e su cui riflettere.

Gli ultimi giorni di quiete
Antonio Manzini
Sellerio Editore, La Memoria
231 pagg. / 14,00 euro