Gli ultimi giorni di quiete

La scoperta finale è che non ci sono vincitori o sconfitti, e persino il confine tra Bene e Male tende a scomparire, quando il dramma di un assassinio marchia le nostre esistenze.

Gli ultimi giorni di quiete

Funziona così: per certi autori compro a prescindere.
Vedo che è uscito un loro nuovo romanzo e lo prendo, senza neppure guardare la terza di copertina per valutare la trama. Spesso non ricordo neppure il titolo, ma so che devo leggerlo.
Succede soprattutto con gli autori di gialli, ma non solo…

Quando sabato sono entrato in libreria per la mia solita “visita settimanale” tra gli altri libri ho anche ritirato l’ultima fatica di Antonio Manzini che ho imparato ad apprezzare seguendo le vicende del commissario (pardon, vice-questore) Rocco Schiavone.

L’ho messo sul comodino e l’ho lasciato lì preferendo iniziare con un altro testo, ma poi ieri sera mi è scivolato in mano e ne sono rimasto letteralmente stregato.

Gli ultimi giorni di quiete non è un giallo.
Ha i ritmi serrati del thriller e tratta di un assassino e di morte. Non sai dove va a parare, ti immagini dei possibili epiloghi ma alla fine cedi e ti lasci guidare dall’autore.

La storia è presto detta. Una donna, mentre torna a casa in treno, riconosce tra i passeggeri l’uomo che ha ucciso suo figlio. E la sua vita cambia.

L’idea è semplice ma l’abilità di Manzini nello scavare dentro i personaggi crea un vero e proprio universo. Nora (la protagonista) e il marito Pasquale sono entrambi schiavi del dolore provocato dalla perdita di Corrado, il loro unico figlio, ma reagiscono in modo molto diverso.

Manzini, che avevo apprezzato anche in “Sull’orlo del precipizio” dove il giallo scompare ed emerge più l’analisi della nostra società, usa la trama del noir per farci riflettere. Ci offre la possibilità di immedesimarci in tutti i protagonisti e verificare cosa avremmo fatto al loro posto.

La scoperta finale è che non ci sono vincitori o sconfitti, e persino il confine tra Bene e Male tende a scomparire, quando il dramma di un assassinio marchia le nostre esistenze.

Un gran bel libro. Da leggere e su cui riflettere.

Gli ultimi giorni di quiete
Antonio Manzini
Sellerio Editore, La Memoria
231 pagg. / 14,00 euro

Arcipelago Altitudini

Una recensione del nuovo libro rivista Arcipelago Altitudini, edito da Mulatero Editore e disponibile in tutte le librerie

Arcipelago Altitudini

Grazie alla segnalazione dell’amico Franco Faggiani (che appare anche in questa prima selezione di autori) ho passato un paio di giorni immerso in un Arcipelago particolare…

Io chiaramente sono di parte.
Sfogliando questo libro-rivista ho ripensato alla splendida avventura di Xrun (la rivista di cui sono stato editore per alcuni anni) e non potevo non notare le tantissime analogie: a partire dal sottotitolo (Xrun – storie di corsa / Arcipelago Altitudini – storie di montagna), fino al formato più vicino al libro che alla rivista, alla scelta di dare spazio importante alle immagini.

Questo progetto, lanciato da Teddy Soppelsa grazie al coraggio di un editore che stimo sempre di più (Mulatero), si pone come obbiettivo quello di raccontare le Terre Alte.

Lo fa senza cadere in quella retorica di genere che è un po’ il cancro della letteratura di montagna. Bando alla dimensione epica, bando al racconto in prima persona sulla conquista della vetta, bando al romanticismo radical chic di chi si trasferisce in montagna. E spazio invece alle voci di chi magari vive in montagna e di montagna, ma che lo fa come scelta di vita, alla ricerca di un suo equilibrio o per storia familiare.

Esperienze diverse. Racconti reali o di fantasia. Zero tecnica, zero informazioni pratiche, 100% umanità.

Arcipelago Altitudini è dunque un libro (chiamarlo rivista sarebbe fuorviante) che raccoglie racconti di autori più o meno conosciuti e che cerca il proprio spazio tra le pubblicazioni legate alla montagna. Una sfida vera, considerando quanto sia difficile il mercato per la parola scritta.

E nel farlo si pone già un’ulteriore sfida: usare modalità narrative diverse. C’è la parola scritta, ovviamente, ma ci sono anche le immagini e le graphic novel fino ad arrivare all’affascinante voce narrante (una sezione rimanda attraverso Qr Code a dei file audio).

Ho letto, gustandomeli uno ad uno, questi primi racconti.
Tutti relativamente brevi, tutti relativamente diversi, tutti diversamente sorprendenti.

Alla fine delle oltre 200 pagine, avevo già la voglia di tornare in libreria per acquistare il nuovo numero… ma so che dovrò aspettare. Come per le stagioni, anche per questo prodotto ci vuole la pazienza di attendere.

Arcipelago Altitudini, storie di montagna
a cura di Teddy Soppelsa, Autori Vari
Mulatero Editore
222 pagg. – 19 euro

La montagna vivente

Recensione de La montagna vivente, un libro che è un atto d’amore per la montagna, scritto nel 1945 da Nan Sheperd

la montagna vivente

La verità è che non so se suggerire o meno la lettura de La montagna vivente, che sicuramente non è l’opera più nota di Nan Sheperd ma che per gli appassionati di montagna è diventata un classico.

Sono arrivato a questo libro su “raccomandazione” di Robert Macfarlane che nel suo splendido “Montagne della mente” ne intesse le lodi. Ho dovuto attendere per averlo, perché non era facile reperirlo e, una volta iniziato, mi ha respinto ed è rimasto a lungo sulla pila di libri accanto al mio letto.

Poi però l’ho ripreso e, magari perché è cambiato il mio atteggiamento, l’ho divorato in poche ore.

E’ un libro strano, scritto da una poetessa scozzese, nata nel 1893 e laureatasi nel 1915. Una donna d’altri tempi (anche se è morta nel 1981) la cui vita è girata tutta attorno al massiccio dei Monti Cairngorm in Scozia.

Montagne austere e dure, ben più di quanto la loro altezza potrebbe far pensare a noi abituati alle Alpi. Spazzate dai venti, conservano ancor oggi il loro lato selvaggio.

Nan Sheperd si innamora perdutamente di quei posti e passa l’intera vita a percorrerne ogni metro innumerevoli volte.

Attenzione, però. Non etichettate pregiudiziamente la Sheperd come un’insegnante di provincia. Amava viaggiare, e viaggiò moltissimo. Ma tornava sempre al suo vilaggio scozzese e trascorreva ogni minuto libero ad esplorare i monti intorno a casa.

Così il Cairngorm assurge ad archetipo della Montagna. Ed il libro, scritto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (la prima bozza fu inviata ad un amico nel 1945), è un’unica grande dichiarazione d’amore verso questo ambiente.

Dicevo all’inizio che non so se raccomandarlo o meno.

E’ scritto in una prosa forbita e datata che io personalmente apprezzo, ma che è lontana dai ritmi frenetici della scrittura di oggi.

Non ha una trama e, forse, neppure un vero filo logico.

E’ un flusso continuo di sensazioni dettata dal rapporto con la montagna che la scrittrice fissa nero su bianco. E’ la summa di una vita di esperienze da escursionista, predominata dalla passione incrollabile per le terre alte.

Alla fine mi è piaciuto.

Probabilmente perché mi sono riconosciuto in quell’amore cieco e irrazionale, in quelle emozioni suscitate dal profumo del muschio o dal fischio del falco.

Probabilmente perché ho apprezzato questa dedizione durata una vita intera e raccontata con più poesia che prosa. Senza capo ne’ coda. Senza uno scopo ultimo.

La montagna vivente
Nan Sheperd
Ponte alle Grazie, Passi
178 pagg. / 14,00 euro

Non esistono posti lontani

Finalmente posso parlare di questo libro che ho letto un paio di settimane fa e che da domani sarà in tutte le librerie

Ho avuto la fortuna di leggerlo un paio di settimane fa, quando l’ho ricevuto in anteprima per poterlo presentare durante la rassegna Saint-Vincent Livres, ma dal 9 luglio sarà in tutte le librerie.

non esistono posti lontani

Tutti i libri di Franco Faggiani scorrono veloci come l’acqua di un torrente: la storia si svela pagina dopo pagina, i personaggi appaiono e scompaiono mentre i protagonisti crescono e si fanno amare.

Ogni storia che Franco Faggiani racconta, diventa un viaggio, e alla fine chiudi il libro e già hai nostalgia di quella voce che ti ha tenuto compagnia.

“Non esistono posti lontani” è il terzo romanzo che questo prolifico autore pubblica con Fazi.
Non si tratta di una serie, ma dopo le montagne del Piemonte de “La manutenzione dei sensi” e quelle giapponesi de “Il guardiano della collina dei ciliegi” ero curioso di scoprire su quali montagne l’avrebbe portato la fantasia. E non sono stato deluso…

Al centro della storia c’è di nuovo una coppia improbabile: Filippo Cavalcanti, un professore ed archeologo romano avanti negli anni e Quintino Aragonese, un giovane meccanico trafficone di origini campane. Impareranno a fidarsi l’uno dell’altro e il rispetto diverrà presto amicizia.

Siamo nei mesi finali della seconda guerra mondiale. I tedeschi stanno abbandonando l’Italia spinti dagli Alleati che sono sbarcati ad Anzio, ma vogliono portare con loro in Germania alcune opere d’arte che il regime fascista compiacente ha loro concesso.

All’archeologo, declassato a factotum del Ministero dell’Educazione Nazionale per non aver aderito al Partito, viene dato il compito di lasciare Roma e di andare a Bressanone per controllare che i capolavori fossero imballati con cura.

In lui scatta qualcosa e decide, aiutato dall’improbabile compagno di avventura napoletano, di rubare a sua volta i tesori ai tedeschi e di restituirli all’Italia.

A bordo di un vecchio camion, amorevolmente riparato e manutenuto dal napoletano, scenderanno la penisola lungo la dorsale degli Appennini. Il viaggio sarà denso di emozioni ed incontri e il finale, per nulla scontato, saprà sorprendervi.

Sono molte le sfaccettature appassionanti di “Non esistono posti lontani”.

In primis la figura del protagonista. Filippo Cavalcanti è austero, quasi ingessato, con i piedi ben piantati in un sistema di valori tradizionale e una solida cultura classica. Eppure saprà adattarsi ad un mondo che sta cambiando.

Il rapporto tra Filippo e Quintino nasce sotto un pessimo presupposto, ma si sviluppa rapidamente. Potrebbero essere padre e figlio, ma – pur non comprendendosi a pieno – si rispettano ed imparano l’uno dall’altro.

Infine il bellissimo sfondo a tutta la storia, quei panorami dell’Appennino, i piccoli paesi della Toscana e del Lazio, le figure evocate dall’autore, il pastore, il vecchio abate, il mercante… insomma un mondo antico riportato alla luce per fare da coprotagonista nella storia.

Mi mordo la lingua e mi fermo qui per non rubarvi il piacere di scoprire di più.

Non esistono posti lontani
Franco Faggiani
Fazi Editore, Le strade
285 pagg. / 18,00 euro

Continuare a correre

Siamo finalmente liberi di andare a correre, ma – almeno per me – le cose non vanno esattamente come avevo sperato. Tutto è più difficile

Avevano ragione gli autori di Niente panico si continua a correre quando hanno stilato la regola numero 99 che recita:

#99: Se allenarsi è faticoso, prova a riprendere

Riprendere a correre dopo un periodo di stop forzato è davvero difficile. Tanto che, appunto, è meglio non smettere mai.

Ma nel nostro caso siamo stati obbligati a fermarci a causa del distanziamento sociale e, dopo due mesi di inattività, abbiamo riguadagnato i nostri parchi, le nostre strade, le alzaie di navigli o fiumi, i lungomari, i monti… insomma non più legati al guinzaglio dei 200 metri dalla propria abitazione, abbiamo finalmente ripreso a correre.

Il 4 maggio, fatidica data di riapertura, sono uscito per il primo allenamento. E da quel momento non mi sono più fermato, alternando diligentemente corsa e trekking (a dire il vero, anche un’ultima uscita stagionale di scialpinismo).

Oggi, a due settimane di distanza, provo a tirare le somme. E devo dire che è stato (anzi che è ancora) tutto molto più difficile del previsto.

podista

C’è, ovviamente, lo scarso allenamento e i chili di troppo accumulati.
C’è anche un po’ di pigrizia che si è formata come ruggine intorno alla forza di volontà.
Ma il primo vero ostacolo è il cervello.

La corsa, per me, è stata da sempre libertà del corpo dalle regole imposte dalla mia componente razionale.

Non basta volerlo per andare a 5’/km o per finire una gara o per arrivare prima di un altro concorrente.
E’ necessario un sapiente mix di testa che guida, senza perdere il contatto con il corpo che deve eseguire.

Mai come nelle attività fisiche (specialmente quelle ritmate) il cervello regredisce ad una forza quasi istintuale (sembrerebbe una contraddizione). So cosa devo fare, ma è il corpo che detta le condizioni.

Ebbene, in lunghi anni di pratica, ho imparato bene la lezione e – in qualche modo – mi aspettavo che il team lavorasse ancora all’unisono.

Invece no. Il cervello, fidandosi delle tante altre esperienze simili, si aspetta che il corpo proceda al ritmo richiesto. Ma il tapino fatica e quello, invece di dargli tregua, si blocca ed interpreta i segnali di affaticamento come un collasso in corso.

Il risultato finale è che, in tutte le ultime uscite, le mie performance sono peggiorate.

Parto senza pormi obbiettivi (questo è il cervello razionale), appena esco dalla fase di riscaldamento mi aspetto di ingranare (e questa è l’esperienza che parla). Invece inizio a faticare sempre di più.

Lo so che è solo questione di risvegliare le abitudini, di ritrovare un minimo di smalto.
Ci vorranno ancora un paio di settimane, o di mesi. Ma non ho fretta.

Nel frattempo mi godo le mie uscite (specialmente quando arrivo alla fine, ad esser sincero), mi godo il calo di peso, e tutti i numerosi benefici connessi con la corsa.

Va anche detto, però, che in questi anni il mio modo di correre è cambiato.
Non c’è più l’interesse per la prestazione, ma il piacere dell’esplorazione dei luoghi che attraverso. Corro con tutti i sensi bene all’erta. Ascolto i suoni, apprezzo i profumi e i panorami.

Ma questo, invece che aiutarmi peggiora le cose. Appena sono stanco individuo subito un nuovo sentiero da esplorare o un albero da osservare. Insomma è facile trovare una scusa per fermarmi e tirare il fiato.

Sembra che io si diventato saggio.
Che abbia compreso il vero senso della corsa.

Invece sono il neofita di sempre: ad ogni fine allenamento interrogo il cronometro e calcolo la velocità media, i chilometri fatti, il dislivello guadagnato o perso… e ci resto male.

Se c’è una lezione da imparare, quindi, è che nulla cambia con l’età, con il coronavirus, con la saggezza: come dicevo all’inizio, non preoccupatevi, si continua a correre.

Piccoli affetti

Gli oggetti, anche i più piccoli, portano con loro un carico di ricordi ed emozioni: averne cura significa anche godere di brevi istanti di grande felicità

Il valore delle cose, il loro VERO valore, non è dato dal prezzo d’acquisto ma dall’importanza che noi diamo ad esse.
In economia si direbbe che il valore di un oggetto è il prezzo in cui si incontrano domanda ed offerta, quindi la somma che uno è pronto a darmi e per la quale io sono pronto a cederlo. Ma io rifuggo da questa visione strettamente monetaria.
Ad ogni cosa rimane attaccata una parte della nostra vita.
Ricordi ed emozioni, sensazioni provate, pensieri e sogni.

Prendiamo un libro.
Sfogliando un vecchio volume che ci ha fatto compagnia per qualche giorno in una lontana estate di anni fa, possiamo ritrovare tracce di noi stessi.
Fili d’erba o foglie secche usate come segnalibro, granelli di sabbia della spiaggia su cui lo leggevamo, l’alone di gocce di pioggia (o forse erano lacrime?) che arricciano un foglio o il segno circolare del fondo di una tazza di caffé che abbiamo usato per tenerlo aperto…

Le cose usate raccontano storie.
Per questo, da un po’ di tempo, quando voglio acquistare un classico della letteratura la cui copia è rimasta indietro in qualche angolo della mia vita passata, ne cerco uno usato. Quasi volessi rimpiazzare con frammenti di vita altrui quella parte della mia vita che ho lasciato nel volume perduto.

Natura morta

Poi ci sono quegli oggetti che sembrano essersi adattati a noi (anche se è quasi sempre il contrario).

Il coltellino compagno di tante escursioni, la cui lama – senza apparente differenza – ha staccato una fetta di pane o reciso un bastone da usare per appoggio.
Il mio Opinel mi è stato regalato qualche natale fa dai miei consuoceri. Era la prima volta che ci trovavamo assieme intorno all’albero e il dono (inaspettato) mi aveva sorpreso per quanto fosse azzeccato. Ricordo il sorriso di lei nel porgermelo, sorriso che non potrò più vedere perché quello è stato il penultimo natale prima della malattia. E le parole di lui, mentre osservavo quel piccolo oggetto perfetto, che rivelavano come, essendo entrambi appassionati di montagna, avevamo un terreno comune ad unirci…

Il quaderno sul quale sto scrivendo, acquistato a Londra in uno di quei negozietti che vendono un po’ di tutto, obbedendo alla necessità di riempire di parole scritte il tempo che mi divideva dal momento in cui avrei incontrato mia figlia che usciva dal lavoro. La scrittuta vergata con una penna nera, su un tavolino di un pub, bevendo birra e registrando sensazioni…

L’affetto che provo per questi oggetti semplici li rende preziosi ai miei occhi.
Lo stesso affetto mi ha introdotto a due pratiche che sono diventate nel tempo filosofie di vita.

La prima è quella di far attenzione alle mie cose. Capita che io smarrisca un oggetto. Allora ripercorro mentalmente tutto ciò che ho fatto dall’ultima volta che l’ho usato. E passo e ripasso per i luoghi attraversati fino a quando lo ritrovo. Tra le pieghe del divano, nella tasca laterale di un vecchio zaino in ripostiglio, sotto il sedile dell’auto.
La seconda è che cerco sempre più spesso di riparare quello che ho, piuttosto che sostituire l’oggetto con uno nuovo.
Non sempre è possibile, ma la gioia profonda che provo ogni volta che utilizzo una cosa – perduta e ritrovata o rotta e riparata – mi ripaga di ogni sforzo e aggiunge valore all’oggetto stesso.

Ritrovare e riparare, dicevo.
Ultimamente è un trattamento che riservo non solo alle cose ma anche ai sentimenti.
Mai come adesso, aver cura di ciò che proviamo è più importante di affannarsi alla ricerca di nuove emozioni.

Una coperta di neve

Il nuovo libro di Enrico Camanni e un avvincente giallo ambientato intorno al Monte Bianco. Protagonista la guida Nanni Settembrini e un’alpinista…

Una coperta di Neve

Mi è oggettivamente difficile non avere un pregiudizio. Enrico Camanni, l’autore di questo giallo, è uno dei miei punti di riferimento per quanto riguarda la storia della montagna e dell’alpinismo. Giornalista e scrittore, è una di quelle voci che seguo regolarmente, sia attraverso la carta stampata che nelle conferenze pubbliche.

Paradossalmente ne ho apprezzato le capacità di romanziere in tutti i molti saggi che ho letto (cito a campione La guerra di Joseph e lo stesso Alpi ribelli), la sua scrittura – senza scivolare nell’epico – riesce a trasformare la Storia in un racconto.

Avevo letto, molto tempo fa, il primo romanzo in cui appariva lo stesso protagonista (La sciatrice, Vivalda Editore, 2006) mi era piaciuto ma non mi aveva lasciato un ricordo profondo, anche perché in quel periodo cercavo storie vere di montagna e non storie di fantasia.

Invece sono incappato in questo giallo nel momento perfetto: stavo leggendo parecchi saggi e avevo voglia di una lettura che mi distraesse.

In breve la storia: Nanni Settembrini è una guida alpina che vive in Valle d’Aosta ed è capo del locale Soccorso Alpino. In questo suo ruolo, viene coinvolto in un intervento a seguito di una valanga che travolge un’alpinista.

I soccorritori riescono ad estrarla ancora viva (seppur incosciente) e la caricano sull’elicottero in direzione dell’ospedale. Ma quando continuano le ricerche seguendo la corda cui era legata, arrivano ad un capo libero senza trovare il compagno.

L’alpinista si sveglia dal coma ma non ricorda più nulla, lasciando il dubbio se fosse sola o meno sul ghiacciaio.

Toccherà a Settembrini, insieme ad una psichiatra incontrata sul luogo dell’incidente (lei e il compagno avevano allertato i soccorsi) ricostruire l’intera vicenda.

Non aggiungo altri particolari del plot per non togliere la suspance alla storia. Ma mi piace segnalare che il romanzo è ambientato intorno al Monte Bianco, si parla di montagna con una proprietà ed una conoscenza davvero rara (e non potevo aspettarmi nulla di diverso da uno scrittore/alpinista come Camanni) ma soprattutto che non si parla di sola montagna.

C’è molta vita in questo “Una coperta di neve”. La storia di Settembrini e il suo passato che torna prepotentemente alla luce. I suoi problemi di uomo divorziato con due figlie molto diverse.

A ben pensarci è un libro tutto al femminile: due figlie, una ex moglie ed una compagna, una madre, un’alpinista vittima dell’incidente, una psichiatra che lo aiuta, un’infermiera burbera che svela il suo lato più umano.

Sembra che Camanni si sia avventurato in esplorazione di una nuova via: quella dell’universo delle donne.

Leggetelo e mi saprete dire…

Una coperta di neve
Enrico Camanni
Mondadori, I gialli
293 pagg. / 16,00 euro

La condizione minima e necessaria

Ho reagito all’isolamento da corona virus facendo manutenzione delle mie emozioni e di tutte le piccole cose che ho scelto di portare con me nella mia vita

Farò outing.
Lo so che di solito questa parola è usata per un tipo specifico di ammissione. Ma in questo caso toglietevi dalla testa ogni tipo di pruderie e lasciate che io apra il mio cuore e vi confessi alcuni aspetti intimi e personali di questo periodo.

Probabilmente a causa della sovraesposizione alle notizie drammatiche provenienti da tutto il mondo, la mia corazza di cinismo si è andata vieppiù assottigliando e, dopo solo un paio di settimane di isolamento, ho notato che molte delle mie abitudini e dei miei gusti sono cambiati.

Ho smesso di guardare i telegiornali.
Le notizie le cerco per conto mio e sui siti che ritengo più affidabili, sia qui in Italia che all’estero.
Ho abbandonato tutti i talk show dove lo stesso fatto viene analizzato da ogni lato con un quasi lussurioso piacere per il macabro, per il dolore esposto, per la ricerca della tragedia.

La televisione, che – vivendo da solo – è l’unica voce che sento, la tengo accesa solo la sera per un’ora o poco più.
Ho iniziato a cercare i film comici o romantici, quelli stupidi e a lieto fine che a malapena sopportavo solo un paio di mesi fa.
Sono diventato dipendente dai telefilm. Non le serie, proprio i telefilm. Tra tutti, resto incantato a guardare i vecchi episodi di Big Bang Theory.
Non credo abbia bisogno di presentazioni. Quella comune di amici strani, con i personaggi caricaturizzati, dove i sentimenti sono semplici e la vita vera scorre lontana, non mi stanca mai.

chitarra

Ho ripreso a suonare la chitarra.
Sono andato a ricercare le vecchie canzoni che suonavo da ragazzo.
Tutto De André, moltissimo Bennato, e ancora Guccini, De Gregori, Dalla.
E poi ho cercato su Google e ho trovato un po’ dei grandi classici in inglese che 40 anni fa avevo ignorato per scarsa o nulla conoscenza dell’idioma.
Confesso che ho rispolverato anche alcune vecchie hit pop da spiaggia: Mare nero (che è il nome con cui conoscevamo la Canzone del sole di Battisti) o Il ragazzo della via Gluck e Azzurro di Celentano o persino Un mondo d’amore di Morandi.

Leggo tanto.
Molti gialli che filano veloci e ti distraggono dal resto.
Alcuni saggi, tutti inerenti al rapporto Uomo Moderno / Natura.
Alcuni volumi sulla montagna: storie eroiche dell’alpinismo classico o testi che trasmettono la passione per le Terre Alte.

Passo parecchio tempo al telefono.
Con gli amici, con i miei genitori, con persone che non sentivo da tempo.
La distanza fisica è un potente incentivo a creare ponti. Anche solo via cavo.

Ho iniziato a ricercare il piacere dei lavori manuali.
Il gusto di scrivere con la penna, di provare a fare qualche schizzo con matita e bloc notes.
Il bricolage, che poi significa semplicemente fare la manutenzione delle proprie cose, averne cura.
Quasi che ritornare ad usare le mani, a fare cose reali, mi offrisse una dimensione diversa della creatività.

Ecco, rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto che tutto si riduce semplicemente a manutenere il mio mondo messo a repentaglio dal Covid19.
Non ho paura della malattia (forse scioccamente, penso che la supererei abbastanza facilmente) ma sono turbato dalla svolta cui mi ha obbligato.
Per la prima volta non sono io che decido cosa fare. Ci sono steccati a limitarmi, distanze da mantenere, viaggi proibiti.
La mia reazione naturale è di aver cura delle mie emozioni, dei miei pensieri, delle persone a cui tengo, delle cose che ho scelto di portare con me.

Una cosa semplice, in fondo.
La condizione minima e necessaria per continuare a vivere la mia vita.

La storia siamo noi?

Un saggio storico che si legge quasi come un romanzo. Harari fa centro di nuovo e ci offre una visione (terrorizzante) del futuro dell’umanità

Homo Deus Harari

Ci ho messo un bel po’ ad iniziarlo, ma sono arrivato in fondo quasi si trattasse di un romanzo più che di un saggio. D’altronde già il precedente Sapiens, Da uomini a dei dello stesso autore, mi aveva stregato.

Yuval Noah Harari è uno storico con una certa predisposizione alla divulgazione. In questo suo saggio, Homo Deus prosegue l’analisi del precedente e, come si evince dal sottotitolo (Breve storia del futuro) tenta di capire cosa ci aspetta.

Ho sempre invidiato lo sguardo dello storico.
Si pongono ad una distanza di sicurezza dai fatti, quasi non ne fossero coinvolti in prima persona.

Harari parte da un presupposto: l’umanità, dopo essersi garantita il predominio assoluto del mondo, ha sconfitto le tre grandi cause di morte che la minacciava di estinguersi nel passato: le guerre, le carestie, le epidemie.

Partiamo dalle epidemie (visto il Corona Virus). L’autore ha scritto il libro nel 2016 e sosteneva che ormai le grandi malattie del passato (vaiolo, peste, influenza spagnola) sono state debellate o sono controllabili. Attualmente si muore più per ragioni legate alla scarsa attenzione del paziente che per una pandemia. E i numeri del covid19, in effetti, gli danno ragione. Anche se ha stravolto la nostra vita, sicuramente non mette a repentaglio la razza umana.
[Qui trovate un articolo dello stesso autore sul Corona Virus]

Anche le carestie sono scomparse: muoiono più esseri umani di diabete che di fame. Similmente per le guerre: pur continuando ad esistere dei conflitti nel mondo, il numero dei suicidi batte il numero delle vittime di guerra.

L’idea di Harari, insomma, è che l’umanità – a meno che non decida di farsi del male da sola – non è più a rischio di estinzione. E può ora puntare ai tre nuovi grandi obbiettivi: l’immortalità, la felicità, diventare dio.

E qui mi fermo, non voglio anticipare altro.

Il bello di questo libro è che ogni teoria è accompagnata da esempi concreti che toccano la quotidianità della nostra esistenza. Si parla delle macchine a guida autonoma di Google piuttosto che dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’economia.

Ovviamente gli impatti a livello globale, non quelli del nostro piccolo mondo individuale.

Eppure, mentre scorrevo le pagine e, francamente, venivo terrorizzato dalle teorie di Harari, venivo stimolato a pensare come tutto ciò si riverberava nella mia vita di ogni giorno.
In più di un’occasione sono stato tentato di dire, mutuando un vecchio slogan pubblicitario del Cynar, “fermate il mondo, voglio scendere!” e subito dopo mi ritrovavo a pensare come sfuggire alle implacabili regole della storia.

Harari immagina un futuro in mano agli algoritmi, dove l’uomo è stato sostituito dalla macchina in tutti i lavori dove si richiede velocità di calcolo o un’enorme capacità di analisi dati.

Nella seconda metà del libro ho iniziato a trovarmi sempre meno d’accordo con lo scrittore che, anche per dare enfasi alla sua teoria, parlava per iperboli ardite (almeno a mio giudizio)… ma nel finale Harari torna a dubitare e questo, oltre a farmelo sentire più vicino, ha rimesso nella giusta prospettiva l’intero volume.

Da leggere. Sicuramente.

Homo Deus
Yuval Noah Harari
Bompiani, Tascabili
547 pagg. / 16,00 euro

Più di un libro, una saga

7 thriller disseminati di piccoli pezzi di un’unica storia. Da leggere assolutamente nell’ordine…

Oggi vorrei raccontarvi di un autore che ho conosciuto tramite il mio amico Geo che spesso mi consiglia dei libri (e non solo).
Si tratta di Lars Kepler, svedese, giallista, decisamente di successo.
La prima anomalia è che non è un autore, ma una coppia di autori (trovate qualche notizia in più qui su Wikipedia).
La seconda cosa che mi ha affascinato è che nei sette libri finora scritti, tutti con lo stesso cast, le idee si sviluppano non solo dal primo capitolo all’ultimo ma anche, almeno parzialmente, da un libro all’altro.
A ben vedere si tratta di un progetto unico che racconta dell’investigatore finlandese Joona Linna e di tutto il mondo che ruota intorno a lui.
Anche per questo è fondamentale leggerli nell’ordine.

Ipnotista

Come dicevo ci sono sette libri.

L’Ipnotista (2009), un uomo viene trovato morto in una palestra.
Quando i poliziotti vanno a casa sua per comunicare la notizia ai familiari scoprono che la moglie e i due figli sono stati barbaramente aggrediti.
Solo il ragazzo più grande è ancora in vita, seppure in gravi condizioni. Per interrogarlo chiamano un ipnotista…

L’esecutore (2010), un assassino spietato e infallibile miete delle vittime apparentemente a caso. Sarà Joona Linna a comprendere, pezzo per pezzo, la trama dietro alle esecuzioni fino a risalire ad un uomo in grado di trasformare i tuoi peggiori incubi in realtà.

La testimone del fuoco (2011), una storia davvero angosciante. Un duplice omicidio in una casa di recupero per ragazze con problemi mentali. Una delle pazienti è in fuga e rapisce un ragazzino. La polizia si concentra su di essa, ma Linna intravede delle discrepanze nella storia. Persino una medium si mette in contatto con lui…

L’uomo della sabbia (2012), per la prima volta le tracce disseminate nei precedenti libri, i flashback dell’ispettore Linna, diventano protagonisti. La storia inizia con un giovane trovato a passeggiare su una linea ferroviaria. Pronuncia frasi disconesse e viene direttamente dal passato del detective, un passato da cui ha disperatamente cercato di fuggire pagando un prezzo elevatissimo.

Nella mente dell’ipnotista (2014), un serial killer invia alla polizia un video delle donne che sta per uccidere. Il marito di una di esse, l’unico che potrebbe dare dei dati utili per individuare l’assassino è sotto shock. Per interrogarlo viene chiamato dalla polizia il dottor Bark, l’ipnotista coinvolto nel primo romanzo della saga. La storia si sviluppa ed inviluppa fino ad un imprevedibile finale.

Il cacciatore silenzioso (2016), l’omicidio del ministro degli esteri svedese è messo a tacere per non dare adito a sospetti di terrorismo, ma la polizia segreta indaga. L’affascinante ispettrice Saga, che avevamo conosciuto negli altri romanzi, è in prima linea. Il suo buon amico Linna, coinvolto quasi per caso, le darà una mano a scoprire che sotto c’è qualcosa di diverso. Intanto i morti continuano ad aumentare.

Lazarus (2018), è il romanzo che chiude la saga. Quando Joona Linna crede finalmente di aver fatto pace con il passato, scopre che il passato può ritornare. In una rocambolesca avventura contro un assassino spietato ed apparentemente invincibile, si rinnova l’epica sfida tra il bene e il male.

Un gran bel viaggio.
Tutti i romanzi sono thriller inquietanti ed angosciosi. Sono tutti ambientati nei paesi nordici (Svezia e Finlandia) e risentono della cultura di quelle zone.
Per nulla scontati, ti tengono con il fiato sospeso fino all’ultima improvvisa svolta nelle indagini.

Ben scritti e scorrevolissimi, mi hanno aiutato a passare qualche settimana di isolamento da Corona Virus.