Effetto menù pizza

Oggi sul Sole24ore c’è un articolo sulla produzione di libri in Italia (ecco il link) che si riferisce al 2018. Scopriamo così che in quell’anno sono stati pubblicati ben 75.758 libri (che significa quasi 210 libri al giorno, feste comprese).
Se analizziamo meglio, i nuovi titoli sono “solo” 128 al giorno (il resto sono ristampe e riedizioni).
Voi direte, ma ci sono anche i testi scolastici… vi sorprenderà scoprire che i testi scolastici rappresentano solo 27 dei 210 libri prodotti ogni giorno.

Di fronte a numeri così grandi, e sapendo che i lettori in Italia sono pochissimi, mi viene spontaneo chiedermi se davvero ha senso questa produzione smodata.

libri

Io, che vado in libreria almeno una volta alla settimana e che leggo mediamente oltre 60 testi all’anno (sì, spendo più di libri che di riscaldamento), sicuramente non riesco a visionare (non dico leggere) le quasi 1000 nuove proposte alla settimana.

Fortunatamente posso escludere a priori una serie di prodotti che non mi interessano (la maggior parte degli instant book, tutte le trasposizioni in libro di eventi o personaggi televisivi, la maggior parte delle strenne natalizie ecc) ma rimane una mole impressionante di libri che molto probabilmente mi sfuggiranno.

E’ come andare in una pizzeria.

Se il menù ha due pagine di pizze, sceglierò tra esse.
Se ne ha 5 o 6, impiegherò dieci minuti e sceglierò preso da mille dubbi.
Ma se ne avesse 40 o 50 ordinerei un’ortolana o una margherita senza consultare il menù.

Un altro dato interessante che si evince dall’articolo è il numero di editori.

In Italia nel 2018, ben 1.564 editori hanno pubblicato almeno un libro.
Più precisamente, 800 di loro hanno pubblicato da 1 a 10 libri, circa 530 ne hanno pubblicati da 11 a 50 e solamente i restanti 234 hanno pubblicato più di 50 libri.

Quindi il 15% degli editori ha inondato il mercato con l’80% dei titoli.

Se lo fanno vuol dire che ci guadagnano. Perché l’editore, ormai, è un lavoro come tutti gli altri.

(E qui mi correggo, fare il Grande Editore è un lavoro come tutti gli altri, per i piccoli c’è ancora uno zoccolo duro di appassionati che lo fanno per vocazione, per fare cultura.)

Ma l’impatto di questa produzione esagerata sul mercato è devastante.

Una scelta così ampia (a scapito della qualità, ovviamente) non genererà nuovi lettori, anzi tenderà ad allontanarli.

Accontentare tutti i gusti va bene, ma fare dei prodotti di qualità mediocre per soddisfare dei gusti mediocri è un grave errore.

Per restare al parallelismo con il mondo della ristorazione, va benissimo che ci siano i Cracco, gli Oldani insieme alle trattorie, alle pizzerie e persino ai McDonald’s. Ma sarebbe un errore madornale se da Cracco servissero gli Happy Meal e in trattoria proponessero delle bottiglie di vino da 60 euro.

Perché in libreria è diverso?

La misura del tempo

La misura del tempo

Torna in libreria Gianrico Carofiglio con il suo personaggio più amato, l’avvocato Guido Guerrieri con tutti i suoi dubbi, le sue divagazioni, le sue preziose imperfezioni che ce lo fanno sentire vicino ed umano.

La storia è semplice: un ragazzo è stato condannato per un omicidio. A coinvolgere Guerrieri è la madre del condannato, vecchia fiamma dell’avvocato barese, che dovrà quindi difenderlo in appello provando ad instillare nei giudici il celeberrimo ragionevole dubbio.

Per Carofiglio è l’occasione per affrontare in parallelo due temi che lo appassionano.

Il primo, che è anche il motivo del titolo, è il Tempo e il suo scorrere.
Nelle parole di Guerrieri si riconosce anche la voce dell’autore che si interroga sull’invecchiare.

Il Tempo sembra eterno quando si è giovani ed è invece un’unità ben definita e veloce via via che si invecchia. La formula per ingannare il Tempo è continuare a cambiare, uscire dalla routine, ma così facendo si tendono ad anestetizzare le emozioni…

Il secondo tema è il rapporto tra la giustizia (intesa come insieme di apparato giuridico e apparato legislativo) e l’etica.
Carofiglio esplora ripetutamente questo tema, prima attraverso una lectio magistralis che fa pronunciare a Guerrieri di fronte ad aspiranti magistrati (un capitolo che da solo vale il libro) e poi spiegando fin nei dettagli come funziona il sistema giudiziario italiano (senza mai diventare professorale o noioso).

A contorno di questi temi scorre la storia e i soliti personaggi estremamente ben caratterizzati, dalla collega/amante di turno al gestore di un’improbabile libreria aperta solo di notte.

Gianrico Carofiglio è davvero bravo.
La sua prosa chiara ed avvincente evidenzia la lucidità del pensiero e la passione per l’approfondimento filosofico (in parte trattato esplicitamente attraverso il professore che cura la mente con la filosofia).

Peccato duri poco… avrei voluto ci fossero almeno altre dieci capitoli…

La misura del tempo
Gianrico Carofiglio
Einaudi, Stile Libero
288 pagg. / 18,00 euro

Il figlio della montagna

Tom Ballard il figlio della montagna

Non dev’essere stato facile per Marco Berti scrivere questo libro.
Arrivato in libreria pochi mesi dopo la morte di Tom Ballard, il giovane alpinista inglese scomparso insieme a Daniele Nardi mentre tentavano la prima invernale sul Nanga Parbat.

La vicenda è stata vivisezionata nel mondo della montagna ed è stata oggetto di attenzione mediatica.

Un breve riassunto dei fatti.
A fine febbraio 2019 (il giorno 24) si perdono i contatti con la cordata formata da Nardi e Ballard mentre tentavano l’ascesa alla vetta del Nanga Parbat lungo lo Sperone Mummery.
Scattano i soccorsi, ma sono rallentati dal cattivo tempo. Solo dopo il 2 marzo alcuni soccoritori raggiungono il campo base ed iniziano le esplorazioni per cercare di individuare i due alpinisti (pur sapendo che le probabilità di trovarli vivi fossero molto remote).
Il 9 marzo viene ufficializzata la notizia che i due corpi sono stati individuati con un telescopio e che non si può più fare nulla.

Come dicevo all’interno del mondo dell’alpinismo si discute molto (e si era già discusso in precedenza) su quanto accaduto. Anche polemicamente.
Daniele Nardi e Tom Ballard sono una “strana coppia”, tanto il primo era un personaggio quanto il secondo preferiva restare in ombra.

I media non specialistici si impossessano delle polemiche e, nei giorni delle ricerche, anche con poco senso di correttezza, ne danno ampio risalto.
E come al solito, trovati i corpi e finita l’enfasi dell’attenzione nazionale ed internazionale, se ne dimenticano.

Non così Marco Berti, che è quanto di più vicino ad un amico di Tom Ballard si possa immaginare.
A lui propongono di scrivere una biografia del giovane alpinista. A lui che avrebbe voluto più volte celebrare le grandi imprese dell’amico ma che mai si sarebbe aspettato (anche per motivi anagrafici) di doverne scrivere dopo la morte.

Alla fine accetta e ne esce un libro strano, Tom Ballard il figlio della montagna.

La prima sezione è firmata da Messner che spiega cosa sia lo Sperone Mummery sul Nanga, la seconda sezione è opera di Alessandro Filippini che inquadra la spedizione, la terza sezione è formata dal rapporto scritto da Alex Txicon l’alpinista basco che ha guidato i soccorsi.

Poi inizia il corpo centrale che racconta, attraverso le sue scalate, la vita di Tom Ballard. E’ la parte più viva e vivida, scritta da Marco Berti e nella quale traspare sia l’affetto che unisce i due sia, soprattutto, il dolore per la perdita.

A chiudere il libro una corposa serie di appendici che offrono informazioni utili a chi vuole approfondire meglio.

Come dicevo un libro formalmente strano, ma che si legge tutto d’un fiato; con tante sezioni che, all’inizio spiazzano ma che alla fine sono le parti di un calco in gesso, di un’immagine in negativo, che fa intuire quello che è stato Tom Ballard.

Un personaggio descritto dai suoi silenzi e dalle sue assenze, che ha lasciato traccia di se soprattutto nell’incredibile lista di ascensioni di qualità altissima che ha compiuto.

La storia di Tom Ballard è tragica fin dall’inizio.
La madre è una famosa alpinista, Alison Hargreaves, morta sul K2 all’apice della fama, lasciando Tom (che aveva sei anni) e la sorella Kate.
Il padre, Jim, porta i due figli al campo base della spedizione a rendere l’ultimo saluto alla mamma. E negli anni a venire, rispettando una promessa fatta alla moglie, fa vivere ai figli una vita avventurosa.

Se cerco di immaginarmi Tom Ballard mi viene in mente Christopher McCandless, il giovane reso celebre dal libro Into the Wild di Krakauer, idealista fino all’estremo, amante della natura nella sua forma più selvaggia.

Tom Ballard è tutto questo e molto di più.
Ha un approccio poetico alla montagna cui si avvicina seguendo lo stile etico dei primi alpinisti, concentrato nella ricerca di un suo piacere estetico per la vetta e totalmente immune al risvolto pubblico di essa.

Non gli interessa apparire. Anche a costo di rinunciare a sponsorizzazioni che gli permetterebbero di compiere più “comodamente” le sue imprese.
Non so se fosse timido o se, semplicemente, preferisse la solitudine.

Di certo è l’ultimo dei romantici, anche se spero per il bene dell’Umanità, che continuino ad esistere persone come lui.

Tom Ballard il figlio della montagna
Marco Berti
Edizioni Solferino
267 pagg. / 18,00 euro

Niente è impossibile

Niente è impossibile

Non avevo molti dubbi, l’ho comperato praticamente a scatola chiusa, senza sapere quello che avrei trovato, ma ne sono rimasto assolutamente soddisfatto.

Sarà che mi piace il genere delle autobiografie, quando puoi comprendere i meccanismi mentali che hanno portato una persona a comportarsi in un certo modo. Ma sentir raccontare da un Kilian estremamente schietto i retroscena degli ultimi due/tre anni della sua incredibile carriera, vale assolutamente l’acquisto del libro.

In teoria, di Kilian Jornet Bourgada sappiamo tutto.

E’ una star del web. E’ l’influencer per eccellenza nel mondo del running e del trail running (probabilmente anche nello scialpinismo). La Salomon, suo sponsor storico, ha pescato un jolly quando ha iniziato a raccontare di questo ragazzino catalano che vinceva le gare con una semplicità disarmante.

Nel suo primo libro, Correre o morire, avevo già apprezzato la schiettezza della scrittura del giovane Kilian. Nel secondo, La frontiera invisibile, aveva affrontato i suoi demoni in una chiave introspettiva che andava di pari passo con il suo spostare l’attenzione dalle gare alle imprese in montagna.

In Niente è impossibile fa un ulteriore passo: raccontando la sua vita si apre e ci lascia intravvedere cosa lo spinge a fare quello che fa. Ci fa capire cosa lo stimoli e da dove attinga la sua (apparentemente) inesauribile energia.

Kilian Jornet è un personaggio.
Nel libro lui riesce finalmente a far uscire l’uomo.

Alcuni dei capitoli sono delle chicche: gli anni dell’università e i suoi esperimenti sul corpo umano (il suo); il suo rapporto con Ueli Steck e la loro salita sulla nord dell’Eiger; l’esperienza del terremoto.

E poi, la parte finale del libro, che è anche quello che più di tutto aspettavo, il racconto della doppia salita all’Everest.
Era stato criticato moltissimo la scorsa estate. C’era persino chi aveva affermato che non l’avesse compiuta.

Kilian racconta la sua versione dei fatti. Senza pretendere riconoscimenti. Senza falsi trionfalismi. Con la trasparenza e la semplicità che lo caratterizzano.

Mi è sempre piaciuto. E, se possible, dopo aver letto (in poche ore) questo libro, mi piace ancora di più.

Niente è impossibile
Kilian Jornet Bourgada
Edizioni Solferino
250 pagg, 17 euro

La filosofia del Running

La filosofia del running

Il titolo del libro mi aveva colpito fin dal primo momento; il fatto che l’autore, Luca Grion, scrivesse su Repubblica dei Runner e che avessi già apprezzato alcuni suoi aritcoli aggiungeva interesse; ma ci è voluta una presentazione a Milano, quando ho avuto modo di passare alcune ore con Luca, prima ad assistere alla conferenza e poi a correre insieme e a mangiare una pizza con alcuni amici, per darmi la spinta finale alla lettura.

Luca Grion è un giovane docente di filosofia morale.
L’età, ai miei occhi, non è mai una questione importante, ma oggi la cito perché sembra in antitesi con la materia che studia ed insegna.
Quasi che gioventù e pensiero non possano andare a braccetto.

La filosofia morale, cioè l’elaborazione del pensiero intorno alla morale, è uno dei temi che più mi appassiona. E confrontarmi sulla corsa con chi è abituato ad approfondire gli aspetti etici, è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Ma lasciatemi fare un passo indietro autobiografico. Io ho il problema di essere troppo razionale.
Fin da piccolo ho sempre ragionato sui pro e i contro di ogni azione. Ho sempre visto il torto e la ragione in ogni disputa (anche quelle in cui ero – ahimé – coinvolto).
La componente razionale mi ha messo in gabbia. O per lo meno io mi sono sempre sentito legato ad essa. Anche nelle scelte che, per antonomasia, dovrebbero essere guidate dal cuore, dalle emozioni, dall’istinto, dalle passioni.

La corsa è stato il mio modo di liberarmi di quella prigione.

Di restituire il controllo al corpo, alla mia fisicità rispetto alla mia razionalità.

La corsa era il mio approccio empirico al mondo.
Conoscevo i miei limiti non ragionandoci sopra, ma sperimentandoli.
Facevo le cose e poi le analizzavo, invece che progettare e poi realizzare.

Luca Grion, invece, grazie alla sua formazione, applica le “regole” del pensiero alla corsa e ne deriva una serie di principi che si adattano perfettamente al runner.

Il libro è distinto in tre parti.

Nella prima, il Lessico del runner consapevole, analizza alcuni dei concetti che sono propri a tutti quelli che corrono, dalla dieta alle ripetute, offrendo un punto di vista più ragionato su quello che facciamo (o dovremmo fare).

Nella seconda, l’Intermezzo, parla di filosofia, svela il mondo dietro ad alcuni dei concetti che noi prendiamo per assodati. Spiega perché l’etica nello sport è fondante quanto la prestazione. E ci introduce al pensiero di Tommaso D’Aquino, un frate domenicano il cui pensiero è alla base della Teologia delle Virtù.

Nella terza, Le virtù del Maratoneta, vengono studiate le virtù che sono proprie di chi pratica la corsa di lunga distanza. Non vi spaventate dei nomi, prudenza, trasgressione, temperanza (tanto per citarne alcuni) che fanno pensare al catechismo: nel libro di Luca sono ben applicate agli allenamenti, alle gare, alla corsa.

Questa è la parte che mi ha stimolato di più.
L’applicare virtù morali alla nostra vita, e la corsa per noi runners è una parte importante di essa, in alcuni casi è ciò che ci definisce, è una pratica che sta diventando fuori moda. E ringrazio Luca per averle presentate in modo moderno ed interessante.

Non è certamente un manuale tecnico.
Chi ha amato Perché corriamo di Roberto Weber, o ancora di più Lungo lento di Paolo Maccagno, non può perdersi l’opera di Luca Grion.

Ho centellinato questo La filosofia del running, spendendo in sua compagnia diverse serate, godendone solo alcune pagine alla volta.

Ho trovato alcune conferme a principi che, pur non essendone consapevole, ho applicato nella corsa.
Non ho trovato risposte, ma non è questo, in fondo, il compito di un buon libro? Stimolare il pensiero, e offrire qualche indicazione per un nuovo percorso di ricerca.

La filosofia del Running
Luca Grion
Mimesis, collana Il Caffè dei Filosofi
140 pagg. / 12,00 euro

Fino alla fine del gioco

Qualche sera fa me ne sono andato a letto con una triste considerazione che continuava a far capolino tra i miei pensieri.

Se proviamo ad astrarci dalla nostra vita, se guardiamo la società in cui viviamo da una certa distanza, allora ci appare evidente il pattern comune delle nostre vite.
Per pattern si intende quell’insieme di elementi che si ripetono. Nella trama di un tessuto forma il disegno, nella geometria frattale è lo schema che si ripete all’infinito, nella musica è il tema portante che ritroviamo in tutta l’opera.

Se guardiamo l’insieme delle vite degli uomini troviamo che una serie di eventi si ripetono con disarmante frequenza.

Nascite, morti, amori, tradimenti, malattie, colpi di fortuna, e l’elenco potrebbe continuare.
La cosa ancora più interessante è che anche le reazioni umane agli eventi sono fondamentalmente uguali. A stimolo uguale corrisponde reazione uguale.
Insomma il pattern è facilmente riconoscibile.

E quindi che ne è del libero arbitrio?
Siamo delle marionette inconsapevoli nelle mani della nostra risposta genetica? O per dirla in modo più fatalistico, del destino?

Così mi sono addormentato con in mente la domanda delle domande:
Che senso ha tutto questo nostro darsi da fare se poi i risultati alla lunga sono sempre gli stessi?

Non ho dormito bene la notte.
Tanti pensieri, alcuni problemi e un dolore sordo in mezzo al petto.
Ho riacceso la luce e ho cercato di distrarre la mente con qualche pagina di un libro.

Sto leggendo, peraltro con parecchio piacere, Shantaram. E ho trovato la risposta (o almeno la chiave per dare una risposta) alla domanda con la quale mi ero addormentato.

Ogni singolo evento che ci accade e ogni reazione ad esso, per quanto scontato e noiosamente ripetitivo possa essere, è la vita.
La nostra vita, insomma non è nell’insieme di ciò che ci accade, ma è in ogni singolo momento.

Il dolore è vita.
La fatica è vita.
La felicità è vita.

Vivere è agire in risposta a tutti gli stimoli che riceviamo.
Maggiore è il numero di stimoli, maggiori sono le nostre risposte e più intensa è la vita.

E già che ci sono mi tolgo un sassolino dalla scarpa (da running).
Ho le palle piene di quelli che mi dicono che la corsa è la metafora della vita.

La vita non ammette metafore.
Correre, una storia, un film.
La fatica, il dolore, le delusioni d’amore e le ubriacature.
Il senso di gioia al mattino presto o quel senso di impotenza al termine delle giornate storte.
Le incazzature. La fame. Il primo sorso di birra. Un verso di una poesia.
Una ragazza che ti sorride senza motivo.
Una colpa che ti addossano.
La parola giusta che chiude una frase, una cena tra amici intelligenti, una foto, una battuta in un film.
Tutto questo è vita.

Vivere è fare il pieno di tutto quello che ti capita.
Fino in fondo, fino alla fine del gioco.

La fine è nota

La fine è nota

Un romanzo che deve la sua fama a Leonardo Sciascia il quale, come faceva sempre, durante un viaggio in treno acquistò un paio di gialli per fargli compagnia. Tra essi questo La fine è nota di uno sconosciuto Geoffrey Holiday Hall.
L’aneddoto (riportato nella nota finale al libro) termina con uno Sciascia ammaliato dalla scrittura di Hall che ne cerca – invano – altre opere.
La signora Sellerio è più abile, e recupera anche “Qualcuno alla porta” (del 1952) che è pubblicato nella stessa collana.

E’ molto più di un giallo.
Inizia con il suicidio inspiegabile di un uomo che ha attraversato l’America per venire a morire in un lussuoso palazzo di New York.

Rimane da scoprire chi fosse quell’uomo e il motivo del suo gesto.

A questo si dedica Bayard Paulton, l’inquilino dell’appartamento da cui l’uomo si è gettato. E’ la voce narrante del libro ed il testimone di una storia che attraversa un’epoca e la provincia americana.

Capitolo dopo capitolo, i frammenti di vita di Roy Kearney si svelano, raccontando la storia di un uomo segnato, fin dalla nascita, dal destino della sua famiglia.

Hall è davvero bravo a rendere, come in un dipinto di Hopper, le immagini di quell’America e le vite dei personaggi che si alternano nel racconto. Personaggi tutti estremamente vividi e reali, tanto da mettere in crisi le certezze di Bayard Paulton, un uomo che ha raggiunto il successo: dirigente di un importante negozio, felicemente sposato con una donna perfetta (almeno per i party), con un appartamento lussuoso e finemente arredato.

Eppure anche Paulton, pagina dopo pagina, si trova coinvolto in questa storia, fino all’ultimo capitolo dove la storia giunge al suo – peraltro un po’ prevedibile – finale.

Ma perdono volentieri a Geoffrey Hall la mancanza di suspance.
In fondo, come ho detto fin dall’inizio, è un grande romanzo, non un giallo.

La fine è nota
Geoffrey Holiday Hall
Sellerio Editore
12,00 euro
4 stelle su 5

Omicidio in Galles

Morte dietro la cresta

Ed eccomi arrivato al primo dei libri tradotti in Italiano da Mulatero Editore, scritti da Carr e che hanno come protagonista Abercrombie Lewker.
Potete leggere le altre due recensioni ai seguenti link: Assassinio sul Cervino e Un cadavere al campo due.

Questa volta  Abercrombie Lewker, che non sa ancora di essere un detective seppur dilettante, finita la stagione teatrale si prende qualche giorno di vacanza da passare tra le sue amate montagne. E sceglie come meta il Galles e, in particolare, il monte Tryfan.

Da un passaggio ad una ragazza e si trova coinvolto nelle escursioni di un gruppo variegato di personaggi guidato da un pastore. Le vicessitudini personali si intrecciano e all’occhio attento di Lewker non sfuggono le dinamiche e le tensioni. Così quando uno dei più esperti componenti del gruppo ha un incidente durante una semplice scalata, scatta il sospetto.

Per non coinvolgere da subito la polizia e non generare scandalo, il buon Abercrombie si mette in proprio e, con l’aiuto di Hillary l’autostoppista che lo aveva introdotto nel gruppo, inizia ad investigare.

330 pagine che si leggono senza stancarsi, un ambiente, quello delle falesie gallesi, descritto benissimo e con toni a tratto magici che fanno venir voglia di visitare il paese.

Una soluzione non prevedibile che lascia anche i giallisti soddisfatti.

Glyn Carr è lo pseudonimo di Frank Showell Styles (qui il link alla pagina inglese di Wikipedia) un alpinista e scrittore inglese molto prolifico, portato in Italia da Mulatero Editore che ha inaugurato con lui la sua collana Brividi.
E’ nato nel 1908 (morirà quasi centenario) e il suo stile è influenzato sia dall’epoca che dagli studi al college. Si sentono gli influssi dei giallisti più noti dell’epoca.
Sarei curioso di leggere qualcuno dei suoi libri umoristici.

MORTE DIETRO LA CRESTA
Glyn Carr
Mulatero Editore, collana Brividi
19 euro
4 stelle su 5

Assassinio sul Cervino

Assassinio sul Cervino
Sul mio comodino, reduce da Umbria Libri, ho appena finito il secondo Glyn Carr

Nella mia lettura in senso contrario – ho iniziato con l’ultimo pubblicato e sto tornando indietro – eccomi a recensire Assassinio sul Cervino, Glyn Carr, Mulatero Editore, 19 euro

Il detective dilettante (che nel finale diventa Detective Dilettante con le maiuscole nella sua sfida con il Capo Commissario svizzero) Abercrombie Lewker si trova, in questo romanzo, alle prese con un incidente alpinistico che presto svela tinte fosche.

Glyn Carr mi ha abituato al suo stile pomposo e all’ambientazione british (un po’ stile Agatha Christie, un po’ Signora in giallo) che nel primo romanzo che avevo letto (qui la recensione) mi aveva spiazzato un tantinello.

In Assassinio sul Cervino, la vera protagonista è lei, la Gran Becca, vista dal lato svizzero (l’intera vicenda si svolge a Zermatt) ma non per questo meno affascinante.

A Carr va dato il merito di saper rendere molto bene l’ambientazione alpina (è evidente il suo background alpinistico e la sua passione per la montagna) tanto che mi è rimasta la voglia di fare una capatina sul versante che non conosco, magari partendo da Cervinia e facendo la traversata del versante italiano che anche l’investigatore si concede come premio per la sua indagine.

In breve la storia. Una vecchia conoscenza di Lewker, un francese esponente della Resistenza, decide di scendere in politica e si attira numerosi nemici. In più il carattere ruvido e la passione per le donne, gli attirano parecchie antipatie. Un numeroso gruppo di sospettati tra i quali il nostro investigatore dilettante dovrà individuare il vero colpevole.

Un vero giallo, da leggere senza patemi d’animo e senza l’angoscia dei thriller, un’ottima compagnia per un paio di serate in poltrona.

Glyn Carr è lo pseudonimo di Frank Showell Styles (qui il link alla pagina inglese di Wikipedia) un alpinista e scrittore inglese molto prolifico, portato in Italia da Mulatero Editore che ha inaugurato con lui la sua collana Brividi.
E’ nato nel 1908 (morirà quasi centenario) e il suo stile è influenzato sia dall’epoca che dagli studi al college. Si sentono gli influssi dei giallisti più noti dell’epoca.
Sarei curioso di leggere qualcuno dei suoi libri umoristici.

ASSASSINIO SUL CERVINO
Glyn Carr
Mulatero Editore, collana Brividi
19 euro
4 stelle su 5

Il senso della frase

Avevo sentito parlare talmente tanto di Pinketts che covavo la curiosità di leggerne un romanzo da lungo tempo. L’occasione è stata un viaggio a Perugia, ero senza libri a portata di mano e ho trovato abbandonata una vecchia copia di “Il senso della frase”. Detto fatto, presa e letta mentre in treno scendevo in Umbria.

Diciamo che mi ha messo in guardia una frase di Fernanda Pivano sulla quarta di copertina, che osannava la scrittura di questo giovane autore. Non il romanzo, proprio la scrittura.

Ed in effetti è la cosa che ti colpisce come un pugno in faccia dalla prima all’ultima riga.

Andrea G. Pinketts scrive con un linguaggio rutilante, denso di giochi di parole, di salti logici che mi hanno ricordato un po’ Bergonzoni. E’ talmente affascinante questo suo gioco da rendere difficile seguire, anche solo intravedere, la trama. E questo, per un giallo, è un po’ un problema.

Poi ci sono i personaggi. Immaginifici, spettacolari, caratteristici, esagerati. Ognuno di loro è una storia nella storia. Funzionali al progetto, ma degni da soli, di prendersi la ribalta.

E’ un caleidoscopio surreale, in cui il protagonista, Lazzaro Santandrea, si muove disinvolto e garantisce attraverso la sua voce, quel minimo di coerenza narrativa che alla fine porta alla soluzione del caso.

La lettura, una volta abituati allo stile, è piacevole anche se – a fine libro – ti gira un po’ la testa.

A conti fatti darei al libro tre stelle piene su cinque, ma credo che non leggerò altri libri di Piniketts, almeno per un po’.

Il senso della frase
Andrea G. Pinketts
Universale Economica Feltrinelli