Cose che capitano

Capita che un giovedì qualsiasi devi andare dal gommista per fare il cambio gomme estate/inverno. Hai preso appuntamento al mattino presto per poter andare in ufficio subito dopo.
La ragazza, efficentissima stile Milano, ha preso in carico la macchina e ti ha offerto un caffè.

Adesso sei comodamente seduto in sala d’attesa, con un canale che passa musica soul nell’impianto stereo, stai leggendo l’ultimo di Carofiglio (qui la recensione) nel tiepido abbraccio di una poltroncina, quando si spalanca la porta e un individuo (razza umana, massiccio, vestiti dimessi, trentenne che però ne dimostra 10 di più) fa la sua comparsa.

Si siede alla scrivania dell’accoglienza proprio davanti alla ragazza (dalla conversazione si capisce che è un cliente abituale) ed inizia a chiacchierare del più e del meno mentre attende la sua vettura.

sala d'attesa

Non appena la ragazza si alza per andare a recupera le chiavi dell’auto, quello si guarda intorno e mi chiede cosa sto leggendo.
Rispondo a mezzavoce, tanto per non far continuare la conversazione, ma – evidentemente – non gli interessava la mia risposta ma solo dare spazio alla sua voce.

Così, mentre io alzo gli occhi al cielo e abbasso il libro sulle ginocchia, inizia a raccontarmi della sua vita.
Che sta per chiudere la ditta; che si occupano di fornire manodopera non qualificata; che sta per andare a Cuneo per portare dei soldi alla squadra altrimenti non riescono a pranzare; che lavorano in una cartiera dove dividono carta e plastica; che le cartiere devono stare vicino al fiume; che a Cuneo troverà la neve; che lo ha mollato la compagna; che si sposta di camera in camera, di alloggio in alloggio; che in valigia ha solo un libro che, non avendo la televisione, continua a leggere; che lui non ha mai comprato libri ma che questo l’aveva scritto il cognato di suo suocero (ex suocero); che questo cognato era un personaggio famoso, tale Silvio Da Rù, attore e regista, oltre che scrittore…

Finalmente è tornata la ragazza e mi ha liberato dell’ingombrante presenza di questo signore (“adesso vado che devo arrivare presto; io pensavo di chiudere la ditta questa settimana, ma già la prossima tiro giù la clerc; ma non ti preoccupare per i soldi, adesso ti do un anticipo di 100 euro ma salda il capo domani o dopo…”)

Io ho googolato il nome del cognato e ho scoperto che aveva scritto anche una graphic novel sulla storia di Milano.
L’ho ordinata… mi arriva a giorni… poi vi faccio sapere!

L’Italia che cambia

L’Italia che cambia: 9 milanesi doc, dialetto compreso, sono venuti stasera a mangiare una pizza al Blu Istanbul, un kebabbaro dove vengo spesso a chiacchierare di calcio quando sono a Milano.
Ordinano le solite pizze, ma le 4 sciurette alla fine fanno il bis con una pizza kebab (“non piccante, me racumandi!”)
Ovviamente il padrone, un giovane egiziano, tifa Juventus…
Stasera ci sarà da divertirsi 😎😎😎

Milano finalmente c’è

Domenica ho corso la Milano Marathon.
La corro, da staffettista o da maratoneta, da molti anni ormai.
Quest’anno, per la prima volta, da non-milanese.

Però, pur con quello spirito ipercritico da milanese imbruttito, devo dire che il 2019 è stato l’anno della svolta.

Non si siedano sugli allori gli Organizzatori, si può ancora migliorare, ma tutti gli ultimi cinque anni passati a seminare, hanno finalmente cominciato a dare frutto.

Milano è la capitale d’Italia.

Forse non politicamente. Ma se per capitale si intende la città che marcia in testa verso il futuro, allora Milano c’è.
Nell’impegno ecologico, nell’attenzione ai problemi sociali, nell’apertura ad una dimensione davvero internazionale. Milano c’è.

E la maratona non è rimasta indietro.

Cito, in ordine cronologico.

L’expo maratona trasformata in Running Festival.
Quattro giorni di eventi che ruotavano intorno al mondo del running.
Non è stata un’operazione di marketing per la maratona (anche se ovviamente la distribuzione dei pettorali era l’evento chiave).
Si è parlato di trail. Si è parlato di atletica (con delle dimostrazioni di salto con l’asta affascinanti come uno spettacolo circense). Si è parlato di trend (lo yoga per i runners, l’alimentazione, le nuove frontiere tecnologiche). Si è parlato di sport (disabilità, sport per i bambini, sport e cultura) e di molto altro.
Quattro giornate intense, forse persino caotiche, ma con al centro il running.

Il percorso cittadino.
Ancora qualche piccola modifica, ma il percorso è sempre più adatto a Milano. Panoramico (tocca i punti più belli della città), non intrusivo con le macchine bloccate a distanza per il minimo tempo necessario (non si sono sentiti clacson di protesta!), veloce anche se con qualche obbligatoria difficoltà intrinseca (brevi salitelle e pietroni in alcuni tratti).

I numeri.
In primo luogo i tempi dei due vincitori. Record sia maschile (record della gara) che femminile (miglior prestazione assoluta su territorio italiano). Uno spettacolo per gli spettatori (anche per noi staffettisti che li abbiamo incrociati mentre andavano a terminare la loro fatica) e la riprova che con i nomi giusti si può fare il grande risultato.
La partecipazione: oltre settemila maratoneti iscritti e 6303 arrivati al traguardo. Oltre 3700 staffette e 3429 arrivate al traguardo. Insomma oltre 20mila persone che hanno animato Milano per una domenica intera.
La raccolta fondi per le charities, con il record assoluto italiano: un altro modo di dimostrare il cuore grande di questa città.

staffetta
Una delle oltre 3700 staffette che si sono iscritte alla Milano Marathon (ph Archivio Emergency)

Così Milano ha risposto.
Ha finalmente accettato la maratona come quel grande happening che dev’essere.
Come il Salone del Mobile, come è stata Expo, come saranno – se tutto va bene – le Olimpiadi invernali.

Milano, finalmente c’è.

E lo si deve all’oscuro lavoro dei milanesi che realizzano le idee.
Perché senza un progetto chiaro e la determinazione a lavorarci per anni, la MilanoMarathon non sarebbe mai diventata quello che è ora.

Milano ed io

Mi sono avvicinato a Milano con il sospetto di molti pregiudizi, ma grazie ad un amico che me ne ha fatto conoscere il cuore nascosto, mi sono innamorato di lei.

Milano

E’ accaduto una notte. Forse più mattina che notte. Stavamo bevendo una birra in un locale dopo un’interminabile giornata di lavoro in una redazione ed eravamo rimasti solo noi e un tipo mezzo addormentato. O ubriaco.

Indossava un paio di pantaloni scuri, una camicia bianchissima e un paio di bretelle appariscenti. La testa abbandonata sulle braccia conserte, seduto ad uno sgabello del bancone, i piedi appoggiati ad una custodia rigida nera.

Quando il barista lo ha scosso per ricordargli che era ora di chiudere, quello ha iniziato a suonare un trombone estratto dalla custodia. Una specie di canto della buonanotte, un pezzo in cui risuonava la sua solitudine e la sua volontà di restare in piedi. Alla fine, senza aggiungere una parola, ha riposto lo strumento, chiuso la custodia e se n’è andato.

Il barista, a mo’ di spiegazione, mentre lo salutavamo andandocene, ha detto “E’ uno dei trombonisti della Scala, viene qui un paio di volte al mese” e – quasi a spiegare la scena – “Dev’essere scozzese o irlandese”.

In quel momento ho capito che quella era la mia città.

E gli altri?

Dico sempre che corsa e vita si somigliano, ma spesso la corsa è la bella copia della vita.

Stamattina vedo il tweet di Beppe Sala che celebra l’accensione in Galleria dell’albero Swarovski.
Di seguito leggo una serie di commenti tra i quali spiccano quelli sarcastici nei confronti di Virginia Raggi e di Roma.
Anche se è vero e se Milano è gestita meglio di Roma (per merito del sindaco ma anche e soprattutto della mentalità efficentista dei milanesi), non comprendo questa necessità di usare il successo di uno per denigrare un altro.

E’ un vizio diffuso a tutti i livelli.

Il politico di turno gongola non per l’aver fatto una buona legge ma per aver eliminato una legge fatta da altri.
(E al contrario non si preoccupa di risolvere un problema ma solo di evidenziare gli errori dell’altra parte politica che lo hanno provocato).

Quando fai notare ad una persona che sta commettendo un atto sbagliato, immediatamente si difende con un “lo fanno tutti”.
(Però, al contrario, non si ispirano ai gesti positivi o generosi degli altri, minimizzandoli con un “facile per lui che è ricco… famoso… bello…”)

Invece se in una corsa arrivi ultimo, non accampi scuse tipo “è colpa degli altri che non mi hanno aspettato”.
L’unica cosa che conta è quello che hai fatto tu.
Vale per la corsa e per la maggior parte degli sport (anche se ho notato una preoccupante ascesa dell’incolpare i compagni negli sport di squadra).
E dovrebbe valere per la vita.

Ieri sera sono andato al cinema e ho visto Bohemian Rapsody (bellissimo!).
Come sapete è la storia dei Queen e di Freddie Mercury (“io non sono il leader dei Queen, sono il solista”) un genio assoluto.
Mi ha colpito, come sempre mi accade quando leggo o vedo biografie di grandi persone, questa sua continua, spasmodica, tensione a migliorarsi, ad aprire nuove strade, a realizzare se stesso.
Qualcuno potrà notare un ego spropositato che lo ha reso cieco di fronte alle critiche altrui.
Io vedo un uomo che traccia la sua strada senza accampare scuse per risparmiarsi.

Allora, come mai siamo sempre così veloci a guardare cosa fanno gli altri invece che concentrarci su migliorare noi stessi?
E soprattutto dove ci porterà questo atteggiamento?
Io pavento una lunga discesa all’inferno invece che una trionfante salita all’empireo.

Ma c’è ancora tempo per invertire la tendenza.

Agli altri dovremmo pensare quando si tratta di dare, non quando si tratta di criticare.
Natale è alle porte, spero tanto che Babbo Natale ci porti meno regali, meno critiche gratuite, e una confezione magnum di voglia di migliorarci.

Di biciclette, libertà e politica

Finita l’estate si ritorna alla routine lavorativa che per me prevede, tra le altre cose, passare sovente da Milano.

Amo questa città, la sua energia, la sua voglia di rinnovarsi che l’ha portata ad essere la città più moderna del nostro Paese.
Milano è all’avanguardia in molte cose, e tra queste la mobilità 2.0.
Trasporti pubblici efficaci e sistemi alternativi moderni: car sharing e bike sharing.

Correndo all’alba mi capita spesso di vedere le biciclette delle varie compagnie nei luoghi che frequento di più.
Ci sono tre società che offrono il servizio, BikeMi (la prima arrivata, con le biciclette gialle e il simbolo del Comune di Milano sul parafango), Mobike (biciclette avvenieristiche, alluminio e plastica arancione, compatte e con una serie di accorgimenti tecnologici innovativi) e OFO (biciclette sempre gialle ma dalla forma classica).

Diverso anche il modo d’utilizzo.
Le BikeMi (previo pagamento di un abbonamento annuale) vanno prelevate nelle apposite rastrelliere e lasciate nelle rastrelliere. C’è un’app (ormai c’è un’app per ogni cosa) che ti dice dove sono le rastrelliere con bici a disposizione (o posti bici vuoti dove riportarla) più vicine a te.

Le altre due, invece, prevedono di prendere la bicicletta a te più vicina (attraverso un’app che ti segnala la posizione) e di lasciarle dove smetti di utilizzarle (stile car sharing, per intenderci).

A fondamentale parità di costi (forse un po’ più caro il primo) il modello di business vincente sembrerebbe essere il secondo: maggiore libertà (trovi  le bici più vicino a te e le lasci dove vuoi) e costi minori. Successo garantito!

Ed invece no.
Nel lungo periodo a vincere è la BikeMi.
Quello che nessuno aveva previsto è il degrado del senso civico (persino nella civilissima Milano).

Le persone che usano le biciclette di Mobike e Ofo non rispettano le minime regole del buon senso.
C’è chi, una volta arrivato sotto casa, lega la bicicletta al palo o la mette dentro un cortile privato (rendendola inaccessibile al prossimo utente ma garantendosi di trovarla al mattino dopo).
C’è chi ruba la bicicletta non per usarla ma per compiere uno scherzo (appenderla ad un albero, gettarla nel Naviglio, imbrattarla con una vernice colorata).

Sembra così stupido: danneggi un servizio che è comodo a tutti. Ottieni un divertimento cretino per 5 minuti e, di fatto, rompi le scatole agli altri possibili utenti.
E’ la stessa miopia di quel marito che si evirò per fare un dispetto alla moglie.

Così Ofo e Mobike faticano a stare in piedi, mentre la più rigida BikeMI (che ha anche il deterrente che dal momento in cui stacchi la bici dalla rastrelliera a quando la riporti c’è un tassametro che corre e una tariffa che viene addebitata sulla tua carta di credito) spopola.

La regola che se ne deduce è che non siamo fatti per essere lasciati liberi.

Naturalmente il pensiero si allarga.
La totale mancanza di senso civico (che poi è senso della comunità) ha fatto sì che arrivassimo alla attuale situazione politica, dove si risponde alle domande per l’immediato e si dimentica la progettualità per il futuro.
Dove si premiano gli interessi dei singoli a discapito del bene comune.

Non è complicato da capire che, in una società complessa come quella umana, badare costantemente ed esclusivamente al proprio orticello significa che oggi e magari domani otterremo dei piccoli benefici, ma dopodomani perderemo tutto.

L’individualismo sfrenato ha raggiunto il suo apice.
Una volta si premiavano i singoli che si mettevano in luce (si parlava di persone egregie che viene dal latino, ex gregis, che escono dal gregge).
Oggi, per non scontentare nessuno, celebriamo con  falsi premi (i like su FaceBook, ad esempio) tutti quanti indistintamente, a prescindere dal loro valore.
E’ il trionfo della quantità sulla qualità, della massa sull’eccellenza.

Così il barista si sente in diritto di bacchettare il Ministro dell’Economia, l’impiegato spiega al chirurgo come operare, e tutti insieme critichiamo l’allenatore della Nazionale di volley (gioco che fino a ieri nessuno calcolava) per le scelte tecniche.

Siamo fatti così.
Quando noleggiamo le biciclette e quando andiamo a votare.

La politica dovrebbe aiutarci a migliorare, ma è molto più facile istigare i nostri istinti più bassi alla ricerca di un facile consenso e, incassati i voti necessari, consegnare ai nostri figli una situazione peggiore di quella attuale.

Va beh, chiedo scusa, mi sono fatto prendere la mano.
Meglio finire il mio giretto di corsa…

Quasi un trail…

“Sapessi com’è strano / correre di notte / a Milano…”

Sono un orgoglioso membro di una ASD (Associazione Sportiva Dilettantistica) che si chiama almosthere, sponsorizzata e sostenuta da una SRL (Società a Responsabilità Limitata) che si chiama almostthere.

Se siete anglofoni o anglofili i nomi vi piaceranno da matti.

Almost There è usato nelle gare per incitare i maratoneti e può essere tradotto in “ci sei quasi!”, ma il suo significato si declina in vari modi. “Quasi lì” sottende alla pulsione, innata nell’essere umano, verso il raggiungimento dei propri limiti. E’ un inno all'”andar oltre”.

Almost Here (“quasi qui”) è stato il nome che abbiamo deciso di dare all’associazione sportiva un po’ perché richiama il nome della società madre, un po’ perché gioca sul fatto che cerchiamo di attrarre a noi e al nostro modo di vivere lo sport altri amici, un po’ perché ogni traguardo (there) è anche una linea di partenza (here) per nuove avventure.

A questo punto, dalle cervellotiche spiegazioni di cui sopra, avrete capito che siamo un po’ malati e che con le parole amiamo giocare.

La controprova l’abbiamo avuta con un amico romano che quando ha voluto tradurre il nostro “almostthere” in italiano, ha usato un proverbio romanesco “te mancano sempre do sordi pe fa ‘na lira”.
Traduzione ineccepibile seppur meno epica.

trail running

Comunque, tutto questo lungo prologo per raccontarvi di una nuova avventura che prenderà il via il prossimo weekend.
Si chiama Una settimana di corsa e prevede 4 appuntamenti per vivere la corsa in 4 modi diversi (un 4×4, insomma).
Un modo divertente di provare ad assaggiare diversi modi di interpretare il running.

Si parte il 29 settembre con track&friends (gare in pista dai 1500 ai 5000 aperte a tutti).
Si prosegue il mercoledì 3 ottobre con il nighttrail (di questo vi parlo qui sotto)
Il venerdì è dedicato a milano loves you run (un’uscita all’alba a passo libero per raccogliere fondi per la LILT)
E si conclude sabato 6 ottobre con la celeberrima thirty training (un lunghissimo pre maratona, 33km da Pavia a Milano)

Volete maggiori info? Seguite almostthere su FaceBook (ecco il link).

Ma io volevo parlarvi del NIGHTTRAIL.
Ho sempre osteggiato gli urban trail, che considero un paradosso. O sei urban o sei trail.
Ma qui siamo riusciti, se non a portare il trail in città, almeno a ricreare quel senso giocoso di libertà propria del trail.
(In effetti io l’avrei chiamato almosttrail invece che nighttrail, ma poi mi avrebbero menato quelli del marketing!)

E’ una gara-non gara.
7 chilometri e 49 mt D+, quindi più un cross che un trail, ma con un percorso che mette alla prova.
Si aggiunga che si parte alle 21 (la frontale è l’unico materiale obbligatorio), che si corre sul wildside del Monte Stella, cioé fuori dai sentieri classici della nostra amata Montagnetta, e che tutto è (dis)organizzato in modo scientificamente caotico in modo da non dare indicazioni alle persone fino all’ultimo…
Non promettiamo nulla, ne’ ristoro ne’ premi.
Come detto, non è una gara, è solo un modo di provare a correre in modo selvaggio.
E di divertirsi…

Costa 10 euro la singola gara oppure 40 euro se si partecipa a tutta la settimana di corsa.
Per iscrivervi andate qui.

Io mercoledì prossimo (non oggi, ma il 3 ottobre) sarò lì.
Voi fateci un pensierino…