Nuovi occhi

Sono un lettore curioso e vorace, ogni anno faccio fuori una cinquantina di libri, e uno dei miei problemi è quello di trovare cose da leggere. Ogni anno vengono messi sul mercato italiano 85mila libri (senza contare gli e-book, senza contare la scolastica, senza contare gli autoprodotti), significa circa 230 libri al giorno, domeniche comprese.

Con una proposta così ampia, come si fa a scegliere?

Io seguo alcune semplici regole:

  1. Ho un elenco di autori di cui leggo tutto quello che esce (in ordine sparso Carofiglio, Manzini, Lansdale, Robecchi, Gimenez-Bartlet, Vargas, De Silva ecc) fino a quando uno di loro non mi stufa e allora lo mollo e lo sostituisco con un nuovo amore.
  2. Se nei libri trovo menzionati altri libri, li valuto e, se mi pigliano, li leggo.
  3. Ho un paio di amici lettori del cui giudizio mi fido: se mi raccomandano un libro, lo cerco immediatamente.
  4. Sono curioso, quando trovo un tema che mi appassiona approfondisco in Rete e da lì trovo autori, saggi, citazioni che diventano uno stimolo per nuove letture.
  5. Leggo alcuni siti e alcune riviste (sostanzialmente IlPost.it e L’Internazionale) che sono una fonte di consigli assolutamente preziosi (di solito non nelle pagine letterarie o di consigli di lettura).

Non è un sistema perfetto. Anzi… il problema più grosso che fatico ad uscire dalla mia zona di lettura. Trovo libri ed autori che sono sostanzialmente in linea con il mio pensiero e non libri che mi stupiscono con punti di vista diversi o contrari al mio.

Però è un sistema che mi regala delle grandi soddisfazioni. Ad esempio quando pesco una perla. Ed eccoci finalmente al tema di oggi.

Avevo conosciuto Vasco Brondi al festival Il Richiamo della Foresta qualche anno fa. Conosciuto nel senso che lo avevo incrociato per la prima volta.

Vasco Brondi è un cantautore italiano con uno stile riconoscibile, una predilezione per i testi complessi e profondi, e con un seguito di fan che mi sembra abbastanza importante per essere comunque un autore di nicchia.

Non entro nel merito della musica, perché non lo conosco abbastanza come cantante ed autore. Fa un genere diverso dal pop (e questo mi piace) ma i suoi album finiscono quasi sempre nella Top 10 italiana.

A metà aprile è uscito un suo libro per Einaudi (aveva già pubblicato diverse cose) che ho preso e letto in un paio di sere.

Il titolo è Una cosa spirituale (Non fare niente e altre forme d’arte) ed è una sorta di diario personale della sua ricerca del rapporto tra creatività, arte e anima.

Sono 40 suggestioni (sono andato a contarle) di una o due paginette in cui ragiona sul rapporto tra arte e mondo spirituale partendo dall’esempio di alcuni grandi artisti.

È geniale.
Fulminante.
Sono dei cortocircuiti che ti fanno pensare e che ti propongono delle letture da cui continuare la tua ricerca.

La creatività è un tema che mi appassiona. I meccanismi per cui prima non c’è una cosa e poi, di colpo, la realizzi. E da quel momento è autonoma da te e provoca reazioni e nuove creazioni e creature.

Ho letto e scavato tanto su questo, eppure leggendo il libro di Vasco Brondi ho trovato tantissime nuove idee. Persino partendo da storie e libri che anch’io avevo letto.

Nuovi occhi per vedere nuove cose da vecchie storie.

Post Scriptum è uno dei pochi libri in cui le note sono una miniera di idee quasi quanto il testo

Una cosa spirituale
di Vasco Brondi
Einaudi
160 pp / 13,00 euro

La montagna, con altri occhi

Più passano gli anni e più divento disilluso, se non cinico. Eppure, capita che incontro storie che mi ridanno fiducia.
Una di queste è un esperimento a metà tra giornalismo e impegno sociale, tra ambientalismo e passione per le montagne: un gruppo di giornalisti e ricercatori ha creato, complice un editore con la vista lunga, un giornale on line che si chiama L’altramontagna.

Un po’ di background.

Nel Settembre 2016 nasce un giornale on line che si chiama ilDolomiti.it che ha alcune caratteristiche particolari: un editore “laico” con quattro soci interessati al territorio (stiamo parlando di Trento e la sua provincia) e una cooperativa a cui è assegnata la gestione dei contenuti. I temi trattati, come suggerisce già il nome, sono fortemente legati a quella zona e alle montagne.

Nel Gennaio 2024 nasce, come una costola del progetto principale, L’AltraMontagna che raccoglie gli articoli specializzati sul tema Terre Alte e che promuove un approccio diverso, più attento e ambientalmente consapevole, alla passione per la Montagna (il maiuscolo non è un errore).

A scrivere per l’AltraMontagna vengono invitati dei veri esperti, a cominciare da Pietro Lacasella e Marco Albino Ferrari che si sono sempre distinti per il loro impegno ambientalista a difesa della montagna. Tutto ciò appare evidente leggendo gli articoli, ascoltando i podcast o guardando i video.

Insomma, un bellissimo esperimento di comunicazione e giornalismo impegnato. Bellissimo, almeno per me che faccio della montagna e dell’impegno uno stile di vita.

Ad un certo punto, gli autori de L’AltraMontagna incrociano la strada di un editore di libri, people, fondata da Giuseppe Civati, Stefano Catone e Francesco Foti (il politico e scrittore, non l’attore). Da questo incontro nasce una collana di libri, anch’essa chiamata L’AltraMontagna e curata da Marco Albino Ferrari.

E finalmente arriviamo al punto: il primo libro, uscito il 14 marzo 2025, si chiama “La montagna, con altri occhi”, porta come sottotitolo il claim “Ridisegnare le terre alte”, è firmato dal Collettivo L’AltraMontagna (e già nella scelta della parola “collettivo” c’è una scelta di campo) ed è, in buona sostanza, il manifesto di un certo movimento ben presente in montagna, seppure fluido e poco visibile.

Sono 18 capitoletti che trattano 18 argomenti diversi e sono firmati da autori diversi. Ogni capitolo è uno stimolo a riflettere su un tema, dalla gestione dei beni comuni al turismo, dai nuovi montanari all’alpinismo, dalla sfida climatica alla fauna selvatica.

Un grande libro, seppur di piccolo formato. Una gemma preziosa che non può mancare nella libreria di chi ama la montagna. Un coacervo di idee, suggestioni, riflessioni come da tempo non mi capitava di trovare.

Insomma, andate in libreria ed acquistatelo. Vale ogni centesimo del suo prezzo.

La montagna, con altri occhi
Ridisegnare le Terre Alte
di Collettivo L’AltraMontagna
Edito da people
227 pp / 14,00 euro

Guardare oltre

Non ne sono certo, ma credo che sia un ricordo che risalga alle elementari, quando la maestra Degrassi che insegnava tutte le materie, tra cui storia e geografia, spiegandoci i confini dell’Italia, diceva: “Il nostro Paese è circondato per tre quarti dal mare che ne segna il confine naturale, mentre a nord sono le Alpi a dividerci dal resto dell’Europa”.

Questo concetto delle montagne come limite, come cesura, come barriera tra noi e l’ignoto o addirittura tra noi e “gli altri”, me lo sono portato dentro per decenni. Ed era rinforzato dalle gite domenicali con la famiglia, in cui si percorrevano i sentieri ma non si salivano le vette.

Poi ho iniziato a frequentare la montagna da solo. E ho iniziato ad allungare i miei giri, a fare le gare trail, ad inventarmi dei percorsi che mi portavano oltre i colli. A quel punto ho realizzato che le catene montuose non sono delle cesure ma delle cerniere. Che, per chi vive in montagna, il colle è un punto di contatto non una barriera.

Questa idea di montagna trova delle conferme in mille piccoli fatti concreti.

Chi è più simile al pastore che porta le mucche al pascolo negli alpeggi ai piedi del Monte Rosa? Il suo omologo svizzero o il pescatore di Chioggia?

Nei due versanti di una montagna crescono le stesse piante e vivono gli stessi animali, piante ed animali che diventano cibo con ricette simili.

Ci si veste in modo simile per proteggersi dallo stesso freddo o dall’esposizione diretta del sole.

Persino le lingue si assomigliano di più. Non parlo, ovviamente delle lingue ufficiai, ma dei dialetti: abbiamo termini che definiscono in modo simile gli stessi oggetti e sono figlie di contatti tra popoli.

Vivere in montagna ed avere la montagna come maestra, ti fa crescere in un modo simile. Così è più facile capirsi con gli Svizzeri di là dal colle che con gli Italiani di pianura.

E questo “guardare oltre”, spingere lo sguardo al di là del colle, essere incuriositi di cosa ci sia dall’altra parte, aiuta ad aprire la mente, a spingerci ad esplorare. Che, come avevo già scritto altrove, è il motivo per cui io sono arrivato qui lasciando il mare…

Sono ben conscio che siamo lontanissimi da una fratellanza tra i popoli delle Terre Alte, ma mi piace riaffermare che c’è una trasversalità che trascende le catene montuose e che unisce le persone.

Forse non è immediato per chi vive lontano, come la mia vecchia maestra Degrassi, ma che appare evidente a chi vive ai piedi della montagna.

Per un’ecologia delle idee

La montagna, oggi, si trova al centro di una tempesta mediatica.
È diventata un polo di attrazione per le persone che sono alla ricerca di recuperare un rapporto diretto con la natura e, attraverso questo rapporto, un contatto più vero, più sano con loro stessi, con il loro spirito.

Li comprendo benissimo, io sono stato tra loro, vivevo in una città, Milano, che rappresenta la quintessenza dell’essere una città. Veloce; fertile di idee ed iniziative; prodiga di stimoli ed opportunità. E naturalmente, caratterizzata anche da tutti i lati negativi che essere una città porta con sé.

L’uomo ha creato un mondo a sua misura e nel farlo ha sovvertito le regole naturali cui il nostro corpo soggiace.

C’è un concetto bellissimo che mi aveva affascinato quando ero un giovane studente di giurisprudenza: il concetto di “diritto naturale”, cioè quell’insieme di norme che gli uomini sentono dentro di loro senza bisogno che siano codificate. Il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza.

Ebbene, penso che esistano anche delle leggi fisiche che l’uomo dovrebbe riconoscere ed accettare, senza tentare di sovvertirle. Leggi che potrei riassumere in un unico concetto: “non tutto è sotto il nostro controllo”.

La pioggia, il caldo, le malattie, la vita e la morte (che poi sono due modi di chiamare la stessa cosa), la spinta alla riproduzione, la spinta a proteggere la propria vita e il proprio nucleo (famiglia, clan, comunità).

Non penso che siano cose che dobbiamo accettare per forza e subire passivamente. Se c’è freddo mi copro; se sto male mi curo… ma non penso neppure che dobbiamo portare questa “reazione” alle leggi naturali alle estreme conseguenze.

Ho fatto tutta questa ampia premessa per dire che oggi si vive in un mondo che è stato sovvertito per assecondare le necessità del genere umano (unica specie animale ad averlo fatto). Abbiamo portato questa scelta al limite, eliminando fisicamente gli ostacoli, non solo alla sopravvivenza dell’Uomo, ma anche alla sua comodità.

Viviamo perennemente a 20 gradi centigradi; d’estate e d’inverno. Non ci nutriamo più, perseguiamo i piaceri della buona tavola e subito dopo usiamo delle pillole per non ingrassare. Evitiamo la fatica come se fosse mortale, usiamo l’automobile ed ogni orpello che la tecnologia ci procura per non sforzarci, e poi andiamo in palestra per faticare. Chiediamo aiuto per fare qualsiasi cosa, da cambiare una lampadina a trovare un indirizzo nella città in cui siamo nati, e poi andiamo dallo psicologo perché il nostro senso di autoefficacia che è la capacità di risolvere da soli i problemi, e l’autostima calano vistosamente.

Questa scelta, operata molti anni fa, oggi porta come conseguenza una sorta di crisi di rigetto. Gli uomini non sono più contenti del mondo che hanno creato e di come questo mondo li ha trasformati. E vogliono tornare indietro. Per farlo idealizzano le poche aree rimaste incontaminate.

E finalmente arriviamo al punto.

La montagna, vuoi perché è un ambiente poco antropizzato, vuoi perché fino a ieri non era un luogo ambito per trasferircisi, è rimasta per buona parte fuori dalle trasformazioni artificiali che ha subito la pianura.

Quindi si guarda ad essa come il nuovo Ovest, l’Ultima Thule in cui rifugiarsi. Abitata da esseri mitici, superiori nel loro essere lontani dai cliché dell’uomo moderno, salvifica e taumaturgica.

Ed ecco il problema. Anzi i problemi.

Il primo, più immediato, è che il “marketing” – mi si perdoni la genericità di questo termine, voglio intendere tutto quel complesso sistema culturale che trasforma ogni interesse umano in un potenziale sistema di creazione di fatturato – il “marketing” usa l’idealizzazione della montagna per promuovere prodotti che, nel migliore dei casi, non c’entrano nulla; nel peggiore, sono contrari al sistema di valori identificato con la “vita in montagna”.

Il secondo, meno evidente ma altrettanto pericoloso, è che – come si è fatto innumeri volte in passato – si confonda la tutela con la messa sotto una teca.

Facciamo un esempio concreto. La buona intenzione di proteggere il lupo (che avevamo quasi cancellato dalla terra) è diventata l’idealizzazione di un animale e la sua chiusura in aree protette dove l’uomo può osservarlo senza pericolo (per l’uomo, ovviamente). E adesso che il lupo è tornato a frequentare il suo ambiente, è partita una lotta tra chi vive a contatto con questo predatore e chi, magari dal suo ufficio in centro, proclama che dev’essere tutelato.

Stiamo facendo lo stesso con la montagna.

Prolificano i libri, gli studi, i festival, gli incontri in cui si parla di montagna. Fioriscono le iniziative in cui si invitano le persone a “vivere la montagna vera” con un fine settimana in alpeggio o con un tuffo in una sagra di paese dove la polenta si fa sul fuoco e il formaggio sa ancora di stalla.

Ma stiamo solo trasformando la montagna in una disneyland, in un parco a tema, in un’esperienza “all inclusive”. E questo è l’effetto del problema marketing.

Oppure stiamo cercando di spiegare a chi vive in montagna come dovrebbero vivere. E questo è l’effetto del problema “riserva indiana”.

Non sto dicendo che i problemi non esistono.

L’overtourism, la gentrificazione, la cementificazione delle località sciistiche, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico in corso, ma anche e soprattutto, la difficoltà di immaginare un futuro a misura d’uomo nei paesi di montagna, la possibilità di garantire pari opportunità di studio, di lavoro, di vita a prescindere dalla quota in cui si vive. Sono problemi seri che richiedono una riflessione approfondita.

La risposta non può e non deve venire da chi è capitato per caso in montagna. E neppure da chi ne ama l’idea. Dev’essere un movimento autonomo che parte dal basso. Dalla base, come si usava dire ai bei tempi in cui si era tutti ideologizzati.

Quindi se vi viene voglia di abbandonare la città e trasferirvi in montagna perché cercate lo esprit montagnard venite a trovarci e provate a vivere insieme a noi. A condividere il bello e il brutto delle Terre Alte.

E poi decidete se è più giusto impegnarvi per cambiare la nostra vita o se forse è la vostra vita in città che va cambiata.

Ci riempiamo la bocca dell’importanza di un approccio ecologico alla vita. Vorrei sfidarvi a riflettere su come anche le idee abbiano bisogno di una loro ecologia. Dobbiamo tutti tornare a spogliarci delle sovrastrutture culturali che creano mondi diversi da quelli reali in cui viviamo (la montagna, ad esempio). E affrontare le cose per come sono. Non per come ci piace pensare che siano.

Cime Bianche, dubbi enormi

Si parla tanto di come modificare la montagna per renderla più adatta all’uomo… ma non dovrebbe essere l’opposto?

Continuano ad imperversare le polemiche tra sostenitori e detrattori di alcuni lavori in ambiente montano.
Qui vicino a dove vivo io il casus belli è l’impianto a fune nel vallone delle Cime Bianche, ma discussioni simili divampano in Lombardia, in Veneto, sui Monti Sibillini e in molti altri luoghi.
Non è facile giungere ad un giudizio informato, capire chi ha ragione e chi ha torto o persino se c’è una ragione ed un torto.

Io vorrei partire da un punto di vista diverso, forse un po’ utopico, ma più in linea con quelle che sono state e continuano ad essere le mie scelte di vita.
Amo la montagna perché mi aiuta ad essere me stesso. Mi aiuta a comprendere chi davvero io sia. Mi permette di misurarmi su una scala reale e non su parametri opinabili ed illusori.

Mi spiego meglio.

Vallone Cime Bianche con Gran Lago

Mi piace camminare tra i boschi, mi piace raggiungere le o valicare i colli, mi piace andare da un luogo all’altro senza usare mezzi meccanici.

Questo modo di procedere (premettendo che l’obbiettivo è personale e può tranquillamente non essere condiviso dagli altri) mi fa capire quanto io sia in grado autonomamente di soddisfare i miei bisogni.

Ci sono vette che posso raggiungere e altre che mi sono precluse.
Ci sono luoghi che richiedono due ore di cammino e altri che ne richiedono venti o più.
Ovviamente potrei andare in elicottero in vetta (come Mike Bongiorno sul Cervino) o usare l’automobile e dividere per dieci i tempi.
Ma snaturerebbe l’essenza stessa del mio muovermi.
Non lo faccio per la meta, ma per capire se io sono in grado di farlo.

Sciare, per me, è un’estensione di questo concetto.
Non mi interessa lo sci di discesa (anche se mi diverte un sacco), non mi interessa lo sci di fondo (anche se lo considero un’eccellente attività fisica outdoor), mi piace lo sci alpinismo e più precisamente lo sci escursionismo. Mi piace usare le pelli per percorrere anche d’inverno quei sentieri su cui mi muovo quando la neve non c’è.

Fatte queste premesse, trovo insensato (per i miei interessi personali) creare nuovi impianti di collegamento, funivie che raggiungono quote sempre più alte, ciclovie che allargano sentieri e appianano dislivelli, aiuti artificiali per rendere la montagna più accessibile.
Io cerco il modo di migliorare me stesso, di essere sempre più all’altezza della montagna, non di abbassare la montagna per renderla adatta a me.

Sono certo che ci siano ritorni economici che giustificano gli investimenti.
Sono certo che ci siano economie di scala per cui portare mille persone al giorno in un rifugio rende più redditizia la sua gestione e, di conseguenza, più semplice farlo sopravvivere.
Ma sono altrettanto certo di non voler andare in un rifugio per poi credere di essere in un bar del centro di una grande città. Sono certo di non voler faticare per giungere sulla cima di una montagna dove sono arrivate altre centinaia di persone in funivia.

Voi direte: beh questa è una tua scelta, non puoi imporla a tutti. Vorrà dire che cambierai meta per le tue escursioni.
Su questo avete ragione. Ma non sono sicuro di essere solo o in minoranza. Magari ce ne sono molti altri a pensarla come me.

Le migliaia di ambientalisti e di manifestanti sono solamente dei bastian contrari? Dei nostalgici che lottano per un’utopia?

Abbiamo pastorizzato il latte per poterlo far durare decine di giorni e trasportare su e giù per il mondo. Ma adesso non sa più di niente.
Abbiamo asfaltato le strade e le abbiamo trasformate in autostrade per viaggiare più veloci. E non sappiamo più cosa significhi una distanza.
Siamo certi di voler abbattere altri boschi, far nevicare artificialmente dove la neve non c’è più, far convergere centinaia di migliaia di persone in un ambiente dove – naturalmente – le persone non arriverebbero mai o arriverebbero in poche decine?

A volte penso che il vero progresso sia alle nostre spalle, che ci siamo spinti un po’ troppo oltre il buon senso, e che una pausa di riflessione si imponga.
E questo vale non solo per il futuro in montagna, ma anche per tutti gli altri campi dello scibile umano.
Magari le nostre tecnologie sono pronte. Ma lo sono anche il nostro corpo e il nostro cervello?

P.S. come al solito è possibile anche ascoltare il post di oggi…

Ascolta “Cime Bianche, dubbi enormi” su Spreaker.

Le montagne dentro

Il mare e la montagna sono entrambi potenti espressioni della Natura, e con entrambi l’uomo deve confrontarsi per capire il suo posto nell’universo

Vicessitudini familiari mi hanno portato a passare alcuni giorni a Trieste, e una sera mi sono trovato a passeggiare lungo il mare, a Barcola.
La temperatura era mite, il sole era calato e restavano solo i riflessi rosso-dorati sulla superficie dell’acqua, lo sciabordio lento delle onde che si rompevano sugli scogli sembrava aggiungere pace a quello scenario.

Sono nato al mare, ho vissuto per 25 anni a Trieste, mi sento e sono un figlio dell’acqua salata.
Allora, come mai anelo a tornare alla mia casa tra i monti?

Spesso in questi anni mi sono chiesto cosa significhino per me le montagne.
Ho pronta una lista lunghissima di ragioni per le quali amo vivere nelle Terre Alte.

Alcune sono molto pratiche: l’aria più sottile che vi si respira, le temperature frizzanti, l’assenza di zanzare e umidità.

Altre sono più legate alle mie passioni: camminare, correre, arrampicare, sciare.

Altre ancora sono più filosofiche: vivere a contatto con la natura per ristabilire un rapporto più vero tra ciò che siamo e il mondo in cui viviamo, lontano dai mondi artificiali delle città. Salire una vetta per imparare a conoscere i propri limiti.

Altre, infine, rasentano la spiritualità: cercare una dimensione sovrannaturale attraverso la bellezza pura dei paesaggi montani.

Sono tutti concetti che condivido e che mi affascinano, però hanno il retrogusto artificiale del pensiero fine a se stesso. Quando realizzi che la teoria che stai esponendo, seppur bella e credibile, ha perso il contatto con la realtà dei fatti.

Ebbene, passeggiando lungo il mare, cercavo di trovare la calma dopo una giornata che era stata difficile emotivamente.
Lasciavo che la brezza mi soffiasse sul viso come per cancellare i pensieri tumultuosi. Lasciavo che il mio cuore si sincronizzasse con le onde ed emulasse il lento respiro del mare.
Così ho ritrovato la quiete. In quegli spazi ampi che si confondono con l’infinito, nel moto regolare e soporifero dell’acqua, nelle tonalità di colore che spaziano tra l’azzurro e il blu.

Ed ho capito.
Nella mia vita non ho mai perseguito la quiete, ma il movimento.
Ho sempre amato le sfide, le scoperte, i nuovi traguardi.
Amo i numeri dispari perché non li puoi rappresentare in forma statica, sono “naturalmente” dinamici.

Il panorama montano è così. Una vetta che indica al tuo occhio il cielo. Un colle che ti invita a scavallarlo per scoprire nuovi mondi. Una tavolozza di colori che copre l’intero spettro del visibile e che muta a seconda delle stagioni e del meteo.

Io le montagne le ho dentro.

E a chi mi dice che, in fondo, chi ama le montagne ha una visione limitata, mentre chi ama il mare ama l’infinito degli spazi, ricordo la poesia di Giacomo Leopardi intitolata L’infinto appunto. Il poeta nei primi versi spiega come la siepe del giardino gli sia cara proprio perché evoca in lui tutto ciò che c’è oltre ad essa:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Leopardi esalta la sua natura umana nel desiderio di scoprire, di conoscere l’infinito.

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.

La sera, dal terrazzo della mia casa, scorgo le diverse dorsali montuose che separano le valli laterali della Valle d’Aosta. E mi perdo a pensare di percorrerle in un movimento continuo ed appagante.

Il mio amico Denis dice che a noi montanari fa bene andare al mare “per riposare gli occhi”.
Ha ragione.

Qui sul mare cerco il riposo.
Inseguendo le guglie alpine, cerco la vita.

Ascolta “Le montagne dentro” su Spreaker.

Il farfallino più famoso d’Italia

Una recensione dell’ultimo libro di Luca Mercalli, Salire in montagna, dove racconta il lungo viaggio per restaurare una casa in Val di Susa

Dopo la morte del critico d’arte Philippe Daverio, il titolo di farfallino più famoso d’Italia è passato a Luca Mercalli, lo scienziato e metereologo che spesso è ospite in televisione e che da anni si batte per convincere l’opinione pubblica della necessità di agire subito per contrastare il degrado del nostro pianeta.

Devo dire che l’uomo mi sta antipatico: con quel suo atteggiamento snob da primo della classe, da signorino so tutto io, mi sembrava quanto di più lontano si potesse pensare rispetto ad un divulgatore scientifico. Sentendolo parlare, però, dovevo accettare il fatto che fosse incredibilmente preparato (sono anche andato ad un paio di sue conferenze), ma il mio rapporto con Mercalli era un misto di stima e fastidio.

Un bel giorno, però, stavo discutendo su come fosse importante inserire la variabile “ecosostenibilità” in ogni nuovo progetto e il mio interlocutore mi aveva citato l’ultimo libro di Mercalli, che io mi ero rifiutato di comprare.
Richiamato al dovere, sono passato dalla mia libraia di fiducia e, un po’ con sorpresa, ho scoperto che lo aveva disponibile.

Salire in montagna

Sono tornato a casa con la mia bella copia di “Salire in montagna” che era stato pubblicato nel 2020 e, ancora per un paio di settimane, l’ho lasciato vagare sul tavolo del soggiorno, sul comodino, sulla scrivania. Fino a quando, un mattino mentre facevo colazione, ho letto la dedica: “Ai montanari per scelta”… insomma sembrava fosse stato scritto apposta per me.

Per farla breve, non solo ho letto tutto d’un fiato il libro, ma sono andato anche a scavare nella libreria di un’amica per trovare altri libri di Mercalli.

Salire in montagna è un agile saggio che spiega nel sottotitolo il tema generale: “prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale”.

Ma l’approccio, più che di un testo scientifico, è quasi romanzesco: un diario personale dell’esperienza di Mercalli e di sua moglie Sofia che, nel marzo del 2017 vedono una casa in un piccolo borgo della Val di Susa e decidono, con un processo alquanto lungo e macchinoso, di acquistarla, restaurarla e finalmente iniziare ad abitarla.

E’ una storia appassionante, almeno per chi ha vissuta un’esperienza analoga.
La premessa è che scegliere dove vivere non può prescindere dalla valutazione delle mutazioni climatiche in corso. E similmente, scegliere come ristrutturare una casa, non può essere un mero esercizio estetico, ma deve considerare l’ecosostenibilità del progetto e dell’abitazione.

Lo stile di Mercalli è diretto. Non ha peli sulla lingua e non teme di risultare antipatico. Questo rende il libro assolutamente credibile. Mercalli è un uomo di città che però sta virtuosamente cercando di recuperare un rapporto più sano con il territorio. Vuole evitare sprechi e inquinamento. Vuole vivere in un piccolo borgo ma senza rinunciare al suo lavoro.
Nella sua visione, internet è una priorità esattamente come la tenuta termica di tetto e serramenti.

Ogni capitolo, poi, svela il modo di ragionare dell’autore, l’approccio scientifico ai problemi e alla ricerca di una soluzione. Infine, cosa da non trascurare, ogni tema legato alla casa è lo spunto per allargare lo sguardo alla situazione attuale.

Un libro godibilissimo che mi sento di consigliare a tutti, ma che è obbligatorio per chi ha comperato o sta comperando casa nelle Terre Alte.

Salire in montagna, di Luca Mer calli
Einaudi Editore
196 pagine / 17,50 euro

Ascolta “Il farfallino più famoso d'Italia” su Spreaker.

Vivere di montagna

Trasferirsi a vivere in montagna è stato un passaggio importante nella ricerca di un equilibrio che questa fase della mia vita richiedeva

Odio le mode.
Sono una di quelle persone che sceglie ostinatamente di allontanarsi dal pensiero comune (il mainstream come dicono gli inglesi); uno di quelli che cerca la propria strada, che evita i best seller, che non compera l’abito alla moda, non ascolta le hit.

Eppure mi trovo coinvolto in questa tendenza che sta diventanto moda.
Nel 2018, dopo che per anni ho fatto il pendolare – settimana a Milano, weekend in montagna – mi sono trasferito in Valle d’Aosta.

A dirlo così sembra un colpo di testa, invece era un progetto a lungo cullato.
Ho cercato ed acquistato una casa; mentre aspettavo che i miei figli abbandonassero il nido ho sistemato la casa, trasformandola da alloggio vacanza in abitazione; e finalmente ho compiuto il grande passo e spostato il mio baricentro nelle Terre Alte.

Sono due le domande che mi vengono poste più frequentemente: perché lo hai fatto? E adesso lo rifaresti?

scialpinismo

Partiamo dalla seconda. Lo rifarei? Adesso sì.
Milano è una città che ho amato e amo ancora. E’ viva, è energizzante, ricca di opportunità e stimoli, culturalmente all’avanguardia. Ci ho vissuto per quasi vent’anni e mi ha dato tantissimo. Professionalmente certo, ma anche umanamente.

Il passaggio dalla metropoli al paese di poche decine di abitanti, paradossalmente non è stato un trauma. Forse perché non è stato un abbandono ma un allontanamento.
Oggi so che Milano è là. Ci torno sovente per lavoro e per amicizia, ma sto bene qui.

Ogni vita ha le sue fasi e, nella mia esperienza personale, ogni fase ha un suo luogo.
Milano è stato quello dell’agire. Emarése, il paese dove vivo, è quello del riflettere.

Arriviamo così alla prima domanda: perché?

Credo che sia tutta una questione di equilibrio.
Avevo bisogno di ritrovare un contatto onesto con la Natura, con il mondo, con la materia da cui veniamo.
Volevo recuperare quella semplicità delle cose essenziali, dei gesti minimi.

Sia chiaro, non dipende dagli altri o dal luogo dove abiti. Il processo di semplificazione (il downsampling per usare un altro termine inglese) dipende esclusivamente da noi, dalla nostra mente.
Ma per me significava molto allontanarmi fisicamente dal mondo artificiale e complesso della grande metropoli.

Oggi sono sereno.
Vivo in montagna. Vivo di montagna.
Non tanto per il sostentamento economico, ma per l’orientamento esistenziale.

Andar per monti ti insegna uno stile che poi applichi naturalmente anche nel sentiero della vita.

Contare sulle tue forze; accettare la fatica; tenere il passo; appoggiare bene un piede prima di muovere l’altro; confrontarti con i tuoi limiti. Ed ancora, continuare ad esplorare; accettare le condizioni metereologiche su cui non hai controllo; adattarti alle stagioni.

E’ uno stile di vita che diventa parte della tua natura.
E’ quello che cercavo quando mi sono trasferito.
E’ quello che intendo quando dico che vivo di montagna.

Ascolta “Vivere di montagna” su Spreaker.

Permettiti di essere felice

Non ci sono ricette segrete per raggiungere la felicità. Certe volte basta soltanto permettersi di essere felici

Burian impazza.
Ore 6:30 di sabato, la sveglia suona e il cellulare si premura di informarmi che fuori ci sono sette gradi sottozero.
Con gli occhi ancora chiusi, mi sfilo da sotto il piumone e vado in sala. Fuori una nuvola bassa circonda la casa, ma la nevicata di ieri sera, probabilmente grazie al calo di temperatura, ha lasciato solo un paio di centimetri di neve sulla strada.

Permettiti di essere felice.
Ho tanta voglia di tornare a letto, ma ho appuntamento con gli amici. Vado in bagno, indosso controvoglia gli abiti che ho preparato la sera prima. Calzo berretto e guanti, metto lo zaino, prendo gli scarponi e finalmente esco.

Non fa poi così freddo!
Gli sci sono già in auto, in modo che le pelli siano fredde.
L’appuntamento con William è alle 7:50 a Quart. Poi insieme raggiungeremo Denis e Benoit a Gignod per un altro caffè e alle 8:30 saremo al parcheggio per incrociare gli altri e finalmente partire. Il termometro dell’auto segna cinque sottozero, fuori il mondo è di ghiaccio. Un cielo coperto di nubi sembra smentire le previsioni meteo.

Permettiti di essere felice.
Abbiamo indossato scarponi e sci e abbiamo fatto il test dell’ARTVA. Adesso ci incamminiamo lungo lo stradino che porta all’attacco.
L’aria entra gelida nei polmoni, meglio respirare con il naso e risparmiare le parole.
In fila indiana entriamo nel bosco ed iniziamo a salire. Sembra di essere in una foresta del Nord America.
Finalmente le mie mani iniziano a scaldarsi e io a sudare. E’ giunto il momento di togliere uno strato. Approfittiamo di una sosta al limitare superiore del bosco, mentre le guide ci indicano la meta di oggi – Costa Serena – un crinale immacolato che si staglia contro l’azzurro, 7-800 metri più in alto.
Il cielo si è aperto. Le nuvole sembrano essersi impigliate tra le cime degli alberi.

Riprendiamo a salire.
Sono proprio dietro il Guru. Lui traccia e io lo seguo.
Ha un passo tranquillo e costante, proprio come piace a me. Non amo le corse. Preferisco salire di conserva, preoccupandomi della discesa.

Permettiti di essere felice.
I pensieri della settimana, gli impegni al lavoro, la solitudine che si fa sentire di più in questi giorni, le cose da terminare. Tutto il caotico turbinio dentro al mio cervello, un po’ alla volta, si sfuoca. Si stempera. Si cheta.
Un passo dopo l’altro stiamo salendo.

Facciamo un’altra sosta, per bere e mangiare qualcosa, sulla sommità di un panettone nevoso.
Le nuvole dal fondo valle ci hanno raggiunto e coperto. Siamo avvolti da una coltre bianca che nasconde il panorama.
Sembra di essere fuori dal Tempo e dallo Spazio.
Le guide ci stanno illustrando i vari tipi di neve che abbiamo incontrato, spiegandoci come si sono formate e le insidie che nascondono.
Poi alzano lo sguardo ed indicano, agitando il bastoncino nell’aria, la direzione che seguiremo.

Permettiti di essere felice.
Continuiamo a salire. Quando ci siamo rimessi in moto, mi sono trovato in mezzo al gruppo. Chiacchiero un po’ mentre davanti aprono la traccia.
Siamo al sole ora. E tutto cambia. La luce; i riflessi brillanti; l’energia che si sprigiona dalle persone attorno. Ed il mio umore.

In molti fotografano il panorama alle mie spalle. Mi giro e scopro il motivo: abbiamo lasciato le nuvole a fondo valle, e stiamo salendo verso un paradiso fatto di neve fresca, immacolata e mai calpestata.

skialp
Salendo verso Costa Serena (@photo di Benoit Girod)

Permettiti di essere felice.
Come ad ogni uscita, temo di più la discesa che la salita.
Salire significa solo mettere un piede davanti all’altro. Sudare un po’. Gestire la fatica.
Scendere, date le mie scarse capacità, significa accettare di perdere il controllo. Accettare la possibilità di cadere. Di sprecare fatica in movimenti inutili e goffi.

Ma ad ogni uscita imparo qualcosa di più.
E la fatica della salita è un prezzo ben piccolo da pagare, per acquisire conoscenze ed esperienza.
Così, in un momento di illuminazione, decido di lasciare a fondovalle anche le mie preoccupazioni, i miei brutti pensieri della settimana, le mie ansie.
Decido semplicemente di godermi la giornata… di permettermi di essere felice.

Come è finito il nostro sabato?
Una sciata bellissima. Siamo scesi, divertendoci come bambini.
Poi, abbiamo recuperato le macchine e festeggiato l’ennesima uscita al foyer du fond con pasta, polenta, e birra.
Tornato a casa, fatta la doccia e sistemata l’attrezzatura, ho acceso il fuoco e, seduto sul divano mi sono goduto la partita dell’Armani.

A volte per essere felici, basta solo permettersi di esserlo.

Ascolta “Permettiti di essere felice” su Spreaker.

Gli spiriti dell’aria

Ascolta “Gli spiriti dell’aria” su Spreaker.

Ci sono libri che ti cercano. Li trovi, per combinazione, in un certo momento della vita, magari ne ignoravi l’esistenza, ma ti capitano in mano e li prendi.
Questo è uno di quelli…

C’è un negozio ad Aosta che esercita su di me un fascino irresistibile, si chiama Carta Canta e vende libri e dischi usati. Ogni volta che scendo nel capoluogo regionale, non perdo l’occasione per farci una capatina.

L’ultima volta, scorrendo la sezione dedicata ai libri di montagna, sono stato attratto dalla forma inconfondibile della collana originale de I licheni della Vivalda Editori.
[Questa sarebbe una storia nella storia: la Vivalda era una casa editrice torinese che nel 2013 cedette alla Priuli & Verlucca (altra casa editrice piemontese con il cuore nella letteratura di montagna) il loro fiore all’occhiella, la collana I Licheni che raccoglieva la crema degli autori di genere. I nuovi proprietari hanno saputo far evolvere la collana che oggi vanta 119 titoli…]

Si trattava de “Gli spiriti dell’aria” l’ultimo libro scritto da Kurt Diemberger nel lontano 1994. Avevo in mano una copia della prima edizione italiana (1997) che all’epoca costava 35mila lire.
Non serve che vi dica che sono andato alla cassa e me la sono portata a casa.

Gli spiriti dell'aria

Kurt Diemberger è un alpinista austriaco (è nato a Villach e ha vissuto a lungo a Salzburg) della generazione di Messner anche se è un po’ più vecchio del re degli Ottomila.

Nella sua vita ha avuto la fortuna ed il merito di fare grandi cose.
Ha scalato nel 1957 il Broad Peak insieme ad un mito assoluto come Hermann Buhl e, pochi giorni dopo, assistette alla sua morte mentre ritornavano dal tentativo di salita sul Chogolisa.
Per un periodo fu in corsa con Messner nella conquista degli Ottomila, ma non era una cosa che lo interessasse, preferì dedicarsi ad altro (basti pensare che tra il secondo e il terzo ottomila fece passare quasi 20 anni).

Ama l’Italia (e le italiane), vive vicino a Bologna con sua moglie, è stato guida alpina sul Monte Bianco, è noto allo stesso modo per le imprese e per le riprese fatte scalando. E’ diventato il cinereporter degli Ottomila (secondo la definizione incollatagli dalla spedizione francese all’Everest che lo ha visto partecipare come cameraman) e, grazie a questa attività, ha girato il mondo e le montagne.

Io lo conoscevo per aver letto ed apprezzato “K2, il nodo infinito”, così mi sono accinto alla lettura aspettandomi l’ennesimo racconto di conquista delle vette.

Invece questo “Gli spiriti dell’aria” mi ha sorpreso.

Sapevo che Diemberger era una sorta di spirito libero, un hippie della montagna, e in questo libro ha raccontato molto di se stesso mentre descriveva le sue “avventure minori” che però hanno il merito di restituire moltissimo del suo carattere, della sua filosofia di vita.

Si spazia dalla spedizione in Groenlandia al suo metodo di archiviare le cose sparse per il mondo; racconta la salita al Makalu ma anche le disavventure di conferenziere, traccia il ritratto di alcuni grandi alpinisti e quello di sua suocera (la tipica madre di famiglia italiana).

Un libro divertente, leggero. Che rivela molto di più dell’autore che delle sue imprese. Esattamente quello che mi ci voleva per farmi compagnia in questo periodo.

A marzo 2017, la Priuli & Verlucchi ha deciso di ristamparlo, per cui se vi fa piacere lo potete trovare in libreria.

Gli spiriti dell’aria
Kurt Diemberger
Priuli & Verlucchi editori, I licheni (volume 30)
384 pag. / 19,10 euro