Il crinale

Affannarci a ricercare la felicità è il primo modo per mancare l’obbiettivo. Non esiste una ricetta, ma ci sono momenti che possono aiutare…

Mentre vagavo su una serie di crestine, lo sguardo che si perdeva lontano mentre sia a sinistra che a destra si aprivano due ampie valli, mi interrogavo sul senso della felicità. E sul senso della sua ricerca…

Ci era voluto davvero poco per raggiungere la serenità. Mi era bastato liberarmi della pigrizia che mi tratteneva a casa, salire qualche centinaio di metri di quota, ed eccomi lì sul crinale, a godermi quegli attimi perfetti.

Il crinale rappresenta la separazione di due valli. Poterci passeggiare sopra ti fa sentire in equilibrio tra queste due realtà.

Capita a molti di doversi bilanciare tra due mondi, vicini eppure non comunicanti. Anche in quel caso si cammina sul crinale, prestando attenzione ad entrambe le realtà e facendo attenzione a non scivolare in una perdendo contatto con l’altra.

crinale

Sono convinto che la felicità sia irraggiungibile.
E’ fatta di attimi, di fiammate. Non è qualcosa che si può perseguire e conquistare per sempre.

Noi dovremmo puntare alla serenità, che è il vivere in equilibrio, pur attraversando momenti di difficoltà e di dolore, così come momenti di esaltazione e di felicità.

Farlo non è poi così difficile. E’ uno stato che dipende da noi; da come noi accettiamo le cose che succedono, senza farci turbare troppo.
Non significa essere indifferenti a tutto, anzi sono convinto che l’empatia con le altre creature e il vivere pienamente il momento, siano delle componenti essenziali della serenità.

Ma l’accettazione attiva di ciò che accade, spesso fa a pugni con la ricerca della felicità. Desiderare di perpetuare l’attimo perfetto, sforzarsi di cercare lo straordinario, fa sì che dimentichiamo la bellezza di ciò che stiamo vivendo.

Tornando alla mia gita: avevo fatto fatica ad abbandonare la mia comfort zone. Il giro non mi sembrava così promettente. In più avrei voluto non essere solo quel giorno. Ma sono partito lo stesso e sono stato premiato.

Adesso conservo (e scrivendone qui, condivido con voi) quella sensazione di appagamento in modo da usarla per altre mattinate pigre.

PS ho scritto tempo fa un post su questo tema, se hai voglia puoi trovarlo qui: La serenità è un lavoro

La montagna

Ogni volta che esco per andare in montagna mi chiedo perché sia così importante per me. Alla fine credo si tratti del sentirmi parte della Natura

Ho salito la montagna.
Attraverso il bosco verso la prima croce, dove mi sono fermato a riempirmi gli occhi di paesaggio.

E poi ancora in alto, ma lungo la lama sottile del crinale, sempre ad un passo dal baratro da cui saliva caldo il respiro della parete arroventata dal sole.

Rododenri in boccio e tenere foglie di mirtillo formavano un tappeto verde.
Il sentiero si arrampicava in circonluzioni che spesso lo nascondevano dietro la vegetazione.
Qualche albero secco, testimone e vestigia di un tempo antico e di antiche tempeste, resisteva spoglio lungo la cresta.

Ad ogni salto che superavo, nuove gobbe nascondevano il cielo.
E cresceva la voglia di svelare l’arcano, di giungere lì dove più in alto non avrei potuto.

A sorpresa la vetta è un pianoro.
Verde d’erba e azzurro di cielo.
In lontananza si stagliano le vette amiche, i cui nomi sono ormai entrati nella mia coscienza. La Grivola, l’Emilius, la Becca di Nona.
La valle di Rhemes si svela da quassù, tagliata dal nastro argenteo del fiume che l’ha generata.

Ci fermiamo a bearci delle nostre sensazioni.
Pane, formaggio, una mela, un goccio d’acqua.
Piaceri semplici conditi da una macchia viola di fiori.

fiori viola

All’improvviso il volo alto del gipeto che sfiora il pianoro per scoprire chi si muove sul suo terreno.

Qui è tutto così naturalmente al proprio posto che anch’io mi sento appagato.
Andare o restare?
Nuovi passi mi attirano verso il fondo valle, la casa e l’agognata birra fresca.

Grazie a Riccardo che mi ha fatto conoscere un pezzo della sua “montagna dietro casa”.


Mi sono spesso chiesto cosa mi spingesse (e cosa spingesse tanti altri) a praticare le Terre Alte.
La ricerca di risposte alle domande della vita?
La ricerca delle domande giuste per proseguire nella vita?

O più semplicemente per godere del piacere della fatica e di un paesaggio?
O l’appagamento di raggiungere un obbiettivo (la vetta, il rifugio, il colle)?

Ma nessuno dei motivi che ho elencato mi soddisfa.
Se fosse una specifica ragione, una volta ottenuta/raggiunta smetteremmo di praticare la montagna.

Invece io ci torno.
Giorno dopo giorno.
Anche nello stesso posto, sugli stessi sentieri.

Non posso farci nulla. Se sono in montagna sto meglio, mi sento più a mio agio.
Ci sono illusioni della gioventù che so essere fiammate di vita, brevi ed intense.
Il grande amore, il successo, la notorietà, la felicità.
Ho smesso di inseguirle, preferendo le sorelle minori.
Una relazione appagante, la soddisfazione di fare bene una cosa, pochi amici, la serenità.

Salire la montagna per me è parte integrante del vivere sereno.
A Plan Cou, steso sull’erba, osservando il volo del gipeto, ero perfettamente sereno.
Integrato in una natura più ampia. Che tutto comprende.
Piccoli piaceri, piccole gioie, non desidero altro.

Una coperta di neve

Il nuovo libro di Enrico Camanni e un avvincente giallo ambientato intorno al Monte Bianco. Protagonista la guida Nanni Settembrini e un’alpinista…

Una coperta di Neve

Mi è oggettivamente difficile non avere un pregiudizio. Enrico Camanni, l’autore di questo giallo, è uno dei miei punti di riferimento per quanto riguarda la storia della montagna e dell’alpinismo. Giornalista e scrittore, è una di quelle voci che seguo regolarmente, sia attraverso la carta stampata che nelle conferenze pubbliche.

Paradossalmente ne ho apprezzato le capacità di romanziere in tutti i molti saggi che ho letto (cito a campione La guerra di Joseph e lo stesso Alpi ribelli), la sua scrittura – senza scivolare nell’epico – riesce a trasformare la Storia in un racconto.

Avevo letto, molto tempo fa, il primo romanzo in cui appariva lo stesso protagonista (La sciatrice, Vivalda Editore, 2006) mi era piaciuto ma non mi aveva lasciato un ricordo profondo, anche perché in quel periodo cercavo storie vere di montagna e non storie di fantasia.

Invece sono incappato in questo giallo nel momento perfetto: stavo leggendo parecchi saggi e avevo voglia di una lettura che mi distraesse.

In breve la storia: Nanni Settembrini è una guida alpina che vive in Valle d’Aosta ed è capo del locale Soccorso Alpino. In questo suo ruolo, viene coinvolto in un intervento a seguito di una valanga che travolge un’alpinista.

I soccorritori riescono ad estrarla ancora viva (seppur incosciente) e la caricano sull’elicottero in direzione dell’ospedale. Ma quando continuano le ricerche seguendo la corda cui era legata, arrivano ad un capo libero senza trovare il compagno.

L’alpinista si sveglia dal coma ma non ricorda più nulla, lasciando il dubbio se fosse sola o meno sul ghiacciaio.

Toccherà a Settembrini, insieme ad una psichiatra incontrata sul luogo dell’incidente (lei e il compagno avevano allertato i soccorsi) ricostruire l’intera vicenda.

Non aggiungo altri particolari del plot per non togliere la suspance alla storia. Ma mi piace segnalare che il romanzo è ambientato intorno al Monte Bianco, si parla di montagna con una proprietà ed una conoscenza davvero rara (e non potevo aspettarmi nulla di diverso da uno scrittore/alpinista come Camanni) ma soprattutto che non si parla di sola montagna.

C’è molta vita in questo “Una coperta di neve”. La storia di Settembrini e il suo passato che torna prepotentemente alla luce. I suoi problemi di uomo divorziato con due figlie molto diverse.

A ben pensarci è un libro tutto al femminile: due figlie, una ex moglie ed una compagna, una madre, un’alpinista vittima dell’incidente, una psichiatra che lo aiuta, un’infermiera burbera che svela il suo lato più umano.

Sembra che Camanni si sia avventurato in esplorazione di una nuova via: quella dell’universo delle donne.

Leggetelo e mi saprete dire…

Una coperta di neve
Enrico Camanni
Mondadori, I gialli
293 pagg. / 16,00 euro

La scoperta del Tempo

Vivere a contatto con la Natura mi ha permesso di uccidere l’illusione che potevo avere il controllo del Tempo che passava

I più fortunati di noi riescono a gestire il proprio destino. Non completamente: è ovvio che c’è sempre un evento imponderabile dietro l’angolo, una malattia, un incidente d’auto, ma anche un’offerta di lavoro irrinunciabile o un’eredità inaspettata.

Alcuni di noi sanno surfare tra queste onde della vita, a tenere la barra del timone fissa nella direzione in cui vogliono andare.

E’ curioso come io abbia usato delle metafore marinare per descrivere il processo che mi ha portato a vivere tra i monti.
Comunque, se riesci a mantenere abbastanza a lungo la direzione che hai scelto, prima o poi arriverai alla tua meta.

Ci sono molte componenti in gioco, e non mi riferisco agli eventi inattesi.
La prima è sapere dove vuoi andare.
La seconda è trovare la forza di restare in movimento.
La terza è essere sempre coerente con te stesso.

Vediamole più in dettaglio.

Sapere dove andare
Lucio Anneo Seneca diceva “Ignoranti quem portum petat, nullus suus ventus est” che potremmo tradurre liberamente in “Non c’è mai vento giusto per chi non sa a che porto dirigersi”. Ed è una grande verità. Troppo spesso manchiamo di una fase progettuale. Troppo spesso non pensiamo a cosa vogliamo veramente. I motivi possono essere tanti: la vita troppo impegnata, le responsabilità nei confronti della famiglia, le difficoltà economiche.
Ma sono tutte scuse. Dobbiamo avere un nostro traguardo e, ad ogni occasione (pur minima), dobbiamo fare un passettino in quella direzione.

Restare in moto
E’ parente stretta della prima, nel senso che spesso la prima porta alla seconda. Se non abbiamo un piano preciso, iniziamo a girare in tondo e poi – inesorabilmente – ci fermiamo.
Anche in questo caso siamo pronti a mettere in campo una miriade di scuse (l’arte di temporeggiare) e tra tutte quella regina: “Devo ancora decidere cosa fare” di cui sopra, appunto.
Muoversi è fondamentale. Se ci fermiamo inizia a crescerci sopra l’edera e siamo perduti.
Magari può sembrare la scelta migliore, fermarsi e rilassarsi un attimo, ma occhio che l’attimo non diventi un anno, un decennio, una vita. E vi ritroverete a navigare tra le cose che avreste voluto fare, ma non ne avrete più il tempo.

Coerenza con se stessi
James Russel Lowell diceva “Solo gli stupidi (e i morti) non cambiano mai opinione” e direi che ha ragione da vendere.
Ma stiamo parlando di scelte minori e non di principi. Per me un tempo la pastasciutta migliore erano le troffie al pesto, adesso amo la cacio e pepe. Oppure, più seriamente, ero convinto di aver ragione ma dopo aver ascoltato le tue riflessioni penso che ho avuto torto.
I principi fondanti del nostro essere, invece, non possono cambiare (o magari può succedere, ma al massimo una volta nella vita). Parlo di ciò che siamo nel profondo, delle leggi morali intorno alle quali abbiamo costruito la nostra personalità, la nostra esistenza.
Esistono ma, fortunatamente, non sono così tanti coloro che sono pronti a tradire loro stessi per un motivo futile. E’ molto più comune incontrare persone che si contraddicono senza accorgersene, che non danno peso alla coerenza. Come se fosse una virtù fuori moda.

cielo stellato notturno tra i monti

Come mio solito mi sono dilungato.
La riflessione di stamattina verteva sul perché il destino che mi sono costruito mi ha portato in questo paese tra le montagne.
Di certo c’è la serenità che questo mondo mi trasmette. Il contatto con la Natura e le sue cose semplici. La felicità pura di un cielo stellato incorniciato dalle sagome scure delle vette. L’odore della pioggia nel bosco. I giochi di nuvole di un cielo temporalesco.
Ho cambiato il mio stile di vita: il mondo cui agognavo adesso è proprio fuori dall’uscio di casa. Un mondo in cui mi riconosco, che sento mio.

Ma il vero cambiamento è che mi sono liberato dalla necessità di gestire il Tempo.
Prima facevo di tutto per incastrare più cose possibili nelle 24 ore della giornata, nei sette giorni della settimana. Mese dopo mese, anno dopo anno, mi impegnavo a mettere quanta più vita possibile nel Tempo che passava.

Sono venuto qui per uccidere l’illusione che Vita e Tempo viaggino parallele e che io potessi in qualche modo controllarne lo scorrere.

Ci sono cose che devono seguire il proprio ritmo. Io non ho potere su esso.
La gente di qui lo sa bene e non forza la propria vita.
E’ inutile seminare prima della giusta stagione e non si può raccogliere prima che sia giunta l’ora o rimandare il raccolto lasciandolo marcire nei campi.
Accettare il ritmo della vita mi ha permesso di fare pace con me stesso, di trovare la serenità.

Forse il mio viaggio dal mare ai monti cercava questa saggezza antica che dona quiete al cuore.

Dopo il Covid 19

Rimettiamo il rapporto con la Natura al centro della proposta turistica.

Sto leggendo un bel saggio di Yuval Noah Harari, si intitola Homo Deus e il sottotitolo è “Breve storia del futuro”.
Fa parte di quel gruppo di libri che avevo acquistato da tempo, avevo appoggiato sul comodino, ed era stato sommerso da nuovi acquisti.
E’ stato pubblicato nel 2015 e scritto prima, ma offre una chiave di lettura davvero stimolante di quello che ci sta capitando in questi giorni.

Non l’ho ancora finito, ma nella prima parte propone di chiamare questa fase storica Antropocene invece che Olocene, asserendo che l’Uomo è stato l’autore di tutti i cambiamenti che caratterizzano quest’epoca. E’ una provocazione per sottolineare come tutto avvenga per merito (o a causa) dell’essere umano.
Abbiamo addomesticato il pianeta, conquistandolo.
Abbiamo modificato l’ambiente in cui viviamo, creando le città a nostra misura e modificando le speci animali e vegetali in modo a noi utile.

[Una nota a margine: Ma voi lo sapevate che misurando la biomassa dei grandi animali si scopre che gli animali selvatici cubano per 100 milioni di tonnellate, noi esseri umani valiamo 300 milioni di tonnellate e gli animali domestici ben 700 milioni di tonnellate?]

Nulla aveva mai impattato così drasticamente sulla Terra.
Se anche un vulcano eruttasse, o un terremoto gigantesco distruggesse un’area vastissima o persino un meteorite colpisse un continente, la vastità degli effetti sarebbe nulla paragonandola ai cambiamenti che l’uomo, che ha colonizzato tutte le terre emerse, provoca a livello globale.
I vantaggi e gli svantaggi della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti.
L’incredibile rapidità di diffusione del Covid 19 è uno di questi.

Il tema del rapporto Uomo/Natura è uno di quelli che mi sono più cari.
E’ ingenuo pensare che si possa tornare indietro: non siamo in grado di ricreare quello che abbiamo distrutto o modificato.
Ma c’è ancora spazio per i singoli individui per comportarsi in un modo diverso, più rispettoso, nei confronti della Terra.
E questa scelta permette a chi la compie di vivere meglio, più consapevolmente, la propria esistenza.
Sono così convinto di ciò da aver cambiato la mia vita in questo senso.

Osservando quello che accade in queste settimane nei centri urbani, attraverso la televisione, i racconti degli amici, persino le pubblicità, viene da pensare che la gente stia impazzendo.
Non nel senso che fanno cose da matti, ma che faticano a gestire lo stress.

Il Corona Virus ci ha spinto fuori dalla nostra comfort zone, minando le nostre sicurezze.

Pensavamo di esser pronti a fronteggiare qualsiasi malattia, ed ecco che un’influenza aggressiva e velocissima, cambia in modo drastico le nostre esistenze. Ci obbliga a stare a casa; ci rende più poveri; fa tremare il sistema sanitario.
E noi scopriamo di non essere in grado di gestire tutto questo.

rifugio Alpenzu
L’arrivo al rifugio Alpenzu (foto tratta da inalto.org)

Chi vive a contatto con la Natura, seguendo le sue regole, invece, subisce meno questo stress.
Probabilmente perché c’è l’abitudine a non avere il controllo su tutto, i ritmi di vita sono comandati da fattori esterni.
Prendiamo ad esempio un orto: si semina dopo l’ultima nevicata (sperando di non sbagliare perché altrimenti si deve buttare tutto e ricominciare), si bagna se non piove, si strappano le piante che invadono il terreno che hai dissodato, si spera nel sole per raccogliere e via dicendo.
I cicli naturali delle stagioni, poi, sono un manifesto alla continuità della vita. Potete indicare un messaggio più ottimista?

Tutto questo viene moltiplicato se si vive in montagna, dove gli imprevisti sono la norma, dove contare su te stesso come individuo e non sull’aiuto esterno è l’unica garanzia di sicurezza, dove anche la fatica è parte della vita.

Ecco quindi la mia proposta.
Tra poche settimane saremo a giugno ed inizierà l’estate, proprio in concomitanza con il probabile allentamento delle maglie dell’isolamento.
Dovremmo aprire le nostre case alla gente che viene dalle città.
Dovremmo invitarli a vivere come viviamo noi.
Restituirebbe un punto di vista più equilibrato e naturale sul mondo e magari tornerebbero a casa con un atteggiamento diverso nei rispetti del pianeta.

Anche chi ci governa, qui in Valle d’Aosta, dovrebbe seguire l’esempio di altre regioni montane e mandare un messaggio chiaro.
Venite a trovarci e scoprirete dei valori fondanti della vita che tra cemento ed aria condizionata avete perso di vista.
Sarebbe importante per l’economia della valle e rimetterebbe la natura ancora incontaminata che ci circonda al centro della nostra proposta turistica.

Evitare il turismo di massa (in rispetto al social distancing) e privilegiare i piccoli gruppi familiari.
Ritornare alla lentezza dei ritmi naturali allontanandosi dalla frenesia dei tempi moderni.
Assaporare i cibi semplici dei posti che attraversiamo dimenticando i prodotti artificiali od esotici.
Rivitalizzare il proprio corpo con attività motorie e riscoprire quello che sappiamo e possiamo fare.

Insomma, usiamo quest’opportunità per cambiare in meglio.
Accettiamo il cambiamento che ci è stato imposto e ripartiamo da esso.
In fondo cosa abbiamo da perdere?

Il senso della legge

Di nuovo su diritto di correre e sui limiti imposti dal Corona Virus. Ma non potremmo usare un po’ di buon senso?

Ai tempi in cui studiavo giurisprudenza (prima di mollare l’università e iniziare a lavorare) la materia che più mi aveva affascinato era Filosofia del Diritto.
Mi era piaciuta così tanto che avevo deciso di fare la tesi su un aspetto peculiare: come la legge si adatta al mutare della nostra società.
Come fa una regola scritta negli anni ’50 a valere ancora nel 2020?
Fondamentalmente ci sono due meccanismi: il primo sono i concetti generici (pensate ad esempio al “comune senso del pudore” o la “cura del buon padre di famiglia”) il secondo è la giurisprudenza, cioé l’interpretazione che i magistrati danno alla legge.

Il compito delicato dei tribunali è quello di non attestarsi al senso letterale delle norme ma perseguire la volontà del legislatore (la cosiddetta ratio legis).

Tutto questo mi è venuto in mente commentando il mio post di ieri (che trovate qui) quando parlavo con alcuni amici delle difficoltà che abbiamo in Valle d’Aosta a praticare l’attività sportiva.

posto di blocco dei carabinieri

E’ un problema comune che affligge tutta Italia, ma ovviamente andrebbe contestualizzato.

Se vivo in centro a Milano ed esco a correre andrò al parco e, come me, andranno le decine di altri runners che vivono nei palazzi attorno al mio.
Persino allenarmi sulle scale della mia abitazione potrebbe creare problemi di distanziamento sociale.

Se vivo in un paesino della Valle d’Aosta, è più probabile che incontri qualcuno restando nei 200 metri dalla mia abitazione che imboccando il sentiero dietro casa e inoltrandomi nel bosco.

Ci sono tutta una serie di considerazioni e precisazioni che vanno fatte.

  1. Il mio andar per boschi deve essere solitario e non in gruppo con altri.
  2. La difficoltà tecnica dell’uscita dev’essere minima per non rischiare di finire giù da una parete e dover chiedere l’intervento del Soccorso Alpino.
  3. Devo evitare i luoghi di possibile incontro con altri (niente passaggi per centri abitati ecc)
  4. Devo adottare un comportamento prudente (non allontanarmi troppo, non rischiare di ammalarmi, ecc), persino più prudente del solito.

Ma tutto considerato, mi sembra più sano allontanarmi da casa che girare nei 200 metri.

Dico questo perché in Valle (ma mi dicono anche altrove) ci sono pattuglie della forestale, a piedi, in auto, con elicotteri e droni, che controllano chi va a camminare in montagna.
Non lo trovo sbagliato, se lo scopo è quello di evitare situazioni a rischio.
Ma mi sembrerebbe un inutile perseguimento del senso letterale della norma qualora si cercasse chi sta soltanto beneficiando del vivere in una zona poco abitata.

In questo caso la giurisprudenza non si è ancora formata (norme troppo recenti), ma un gruppo di nove magistrati ha scritto una lettera (qui il link) in cui, parlando da privati cittadini, sostanzialmente chiede una revisione dell’applicazione della regola, una sua interpretazione più vicina alla ratio.

Un paio di giorni prima, in quasi 7.500 persone abbiamo firmato una petizione (qui il link per firmare anche tu) in cui si chiedeva di poter riavere le nostre montagne.

Non scordiamoci che, nonostante il tambureggiante ripetere dei media dell’hastag #stateacasa, non ci viene chiesto di rimanere nella nostra abitazione ma di non avvicinarci ad altri. L’hastag corretto dovrebbe essere #statelontani.
L’epidemia si combatte restando distanti dagli altri (in modo che il virus non si propaghi) ma la malattia si sconfigge con uno stile di vita sano che prevede, tra le altre cose, l’attività fisica.

Non sono qui a sobillare la gente, a proporre di uscire a qualunque costo.
Non voglio fomentare ribellioni e gridare alla violazione del diritto costituzionale di movimento (diritto sancito dalla Costituzione ma che può essere limitato da “maggiori interessi di salute pubblica”).
Vorrei solo che si usasse un po’ più di buon senso.

Un’ultima nota malinconica per i miei amici milanesi.
Mi spiace per voi. Davvero.
Io credo che se correrò quando voi non potete farlo, non sarà una mancanza di rispetto o di solidarietà nei vostri confronti.
Sono cose che capitano: questa volta è andata bene a me, la prossima toccherà a voi.
E speriamo davvero di poter ritornare tutti a correre al più presto.

Una vita di confine

Il confine ci sfida ad andare oltre per conoscere meglio chi siamo e chi potremmo essere

Tutti parlano di autoisolamento e quarantena, così mi sono venuti in mente due provvedimenti simili ma opposti: il confino e l’esilio.
Entrambi hanno a che fare con la libertà di movimento, ma il secondo consiste nell’impedirti di frequentare un certo posto (ad esempio l’esilio dall’Italia della famiglia Savoia) mentre il primo è una forma di prigionia in senso lato (divieto di abbandonare una città, una regione, una nazione).

In questo periodo siamo confinati nelle nostre case per la maggior parte del tempo, salvo poter uscire dall’abitazione, ma senza lasciare il territorio comunale, per alcuni specifici motivi. Tutte le polemiche sull’attività sportiva, sulle passeggiate dei bambini, sui supermarket più o meno affollati, vertono sulla larghezza di questi confini entro i quali, mi si perdoni il gioco di parole, noi siamo confinati.

Eppure a me il confine ha sempre fatto l’effetto opposto.
Non riesco a vedere un confine come qualcosa di diverso da un’opportunità, una sfida ad un mondo nuovo da conoscere.

Ho trascorso una grande parte della mia adolescenza a Trieste, una delle città di confine per antonomasia.
Infilata in quell’angolo d’Italia a Nord Est, tra Slovenia ed Austria, con una parte della popolazione che parla lo sloveno come madre lingua, città a vocazione marinara dal cui porto si dipartivano le rotte per l’oriente, ha nel suo dna l’essere poliedrica.
Si parla l’italiano, anche se il dialetto la fa da padrone, lo sloveno, il tedesco e – ovviamente – l’inglese.
Si prega in chiese cattoliche, greco ortodosse, serbo ortdosse, anglicane, valdesi oltre, naturalmente, la sinagoga e la moschea.
E’ fatta di contrasti: ruvida al limite del grezzo, vanta il maggior numero di librerie e teatri rispetto alla popolazione; terra di passaggio ha accolto illustri scienziati e letterati grazie all’osservatorio astronomico, all’acceleratore di particelle, al centro internazionale di fisica teorica.
Per me che ci sono cresciuto e che ne sono stato formato, il confine è sempre stato sinonimo di dualismo, di coesistenza pacifica tra mondi affini ma diversi.
E questo modo di essere mi è stato inoculato sotto pelle, come un virus.

Così ho sempre vissuto alla ricerca di quel confine, di quelle differenze con gli altri che mi completavano.

La vita e le mie scelte, mi hanno portato a traversare tutta l’Italia in senso trasversale, dal Nord Est al Nord Ovest e oggi vivo in Valle d’Aosta.
Di nuovo sul confine…

scialpinismo verso la vetta

Ma questa volta il confine che ho scelto non è tra l’Italia e la Francia o la Svizzera (pur essendo innegabilmente ai bordi del nostro Paese).
Ho scelto un piccolo villaggio di mezza montagna (1.000 metri sul livello del mare); una casa ai bordi dell’abitato cosicchè posso uscire dal cancelletto del mio giardino, attraversare la strada asfaltata, ed entrare nel bosco. Da lì posso salire le montagne senza più dover passare attraverso paesi, quasi senza vedere più le strade asfaltate.

E’ il mio nuovo confine.
Il limite tra il mondo urbanizzato e quello ancora selvaggio.

Ho sempre amato viaggiare. Probabilmente proprio alla ricerca di quelle diversità che una vita al confine mi aveva insegnato a conoscere.
E il mio viaggio continua. Copro distanze molto più brevi e lo faccio a piedi e non più con l’aereoplano.
Sto cercando le nostre radici, quelle che l’uomo moderno sta dimenticando, sommerse da tecnologia e comodità.
Abbiamo piegato il mondo alle nostre esigenze, l’abbiamo modellato a misura d’essere umano, ma così facendo abbiamo sacrificato la nostra capacità di adattarci a qualcosa di diverso, abbiamo rinunciato alla capacità di cambiare e quindi di esplorare nuove possibilità.

Il confine è esattamente questo: il limite tra ciò che siamo e quello che potremmo essere.
Per il momento io proseguo nel mio viaggio, senza timore di perdere ciò che lascio alle mie spalle, spinto solo dalla curiosità di scoprire cosa ci sia oltre…

Ascoltare il respiro

Sono comodamente stravaccato sul divano e rifletto sul binomio sport e coronavirus. Non lo sport professionale ma quello amatoriale; quello che pratichiamo un po’ tutti, alcuni per diletto o per salute, altri in modo agonistico, cercando nella competizione una gratificazione extra al semplice star bene.

Il decreto del Presidente del Consiglio ha specificato che si può uscire di casa solo per comprovate necessità: lavoro, spesa, assistenza medica.
E lì è partita la girandola delle interpretazioni, tanto che in successive comunicazioni istituzionali si è dovuto specificare che non vi è il divieto assoluto di uscire, ma quello di creare assembramenti.

Ad un occhio oggettivo appare evidente che vietare ai bambini di frequentare la scuola e poi trovarsi tutti assieme sulle altalene del parco non aveva molto senso.
Altrettanto evidente la chiusura delle palestre e delle piscine non doveva essere rimpiazzata da allenamenti collettivi in giro per le strade del centro.

Sembra che questa cosa sia stata abbastanza capita. Ci martellano con #iorestoacasa e sembra funzionare.
Così qualcuno esce di corsa, evitando il contatto con altri, evitando di mettersi in pericolo (che senso avrebbe caricare il sistema sanitario di un deficiente che si è rotto una caviglia correndo su una pietraia?) ma scaricando la tensione della quarantena.

Eppure, proprio noi che amiamo lo sport e in particolare lo sport di resistenza, dovremmo facilmente gestire questo periodo.

In primis, sappiamo bene cosa significa fare un sacrificio temporaneo per ottenere un risultato a lungo termine.
Quando siamo infortunati restiamo a casa e non corriamo. Farlo significherebbe rischiare di non correre per mesi o per anni.
Con il covid19 se non teniamo botta adesso fino ai primi di aprile (almeno) dovremo fronteggiare crisi ben maggiori.

In secundis, sappiamo cosa vuol dire superare le difficoltà per arrivare al traguardo.
Qui in gioco c’è molto di più di una gara finita: parliamo della salute di tutto il mondo (noi italiani ne abbiamo la consapevolezza già oggi, il resto del mondo ci arriverà a breve).

Infine, noi conosciamo bene il nostro corpo. Siamo abituati ad ascoltarlo, ad interpretare i suoi segnali.
Sappiamo l’effetto del caldo, della sete, della mancanza di cibo, della mancanza del recupero.
Grazie all’esercizio continuo, abbiamo un rapporto con noi stessi molto più affinato rispetto alla popolazione sedentaria.
Il fiato corto per l’umidità dell’aria, o per i residui di una infreddatura, non ci spaventa. Sappiamo che passa…
Diamo ascolto al nostro respiro e preserviamolo. Anche a costo di rinunciare a correre per un po’.

masso innevato nel bosco

Io vivo tra i monti.
Esco a passeggiare nel bosco senza timore di incontrare miei simili.
Mi considero fortunato rispetto a chi vive in luoghi popolosi e non può uscire senza rischiare di incrociare altre persone.

Sono venuto qui proprio per quello.
Per la necessità che sentivo prioritaria di ripristinare il rapporto uomo natura, di vivere in un mondo reale invece che in uno artificiale.
Ho sempre sentito acuto il richiamo della montagna come palestra per il mio spirito.

Eppure, paradossalmente, adesso anche i cittadini hanno una grande opportunità.
La quarantena per il coronavirus ha rallentato i ritmi, ha riordinato le priorità, ci obbliga a viaggiare dentro noi stessi e non fuori.
Che è esattamente quello che cercavo quando ho abbandonato la città per la montagna.

Ovviamente sto cercando di trovare il lato positivo in una tragedia mondiale, ma pensateci un attimo.
Forse si può sfruttare questo momento per cambiare in meglio.

Una cosa nuova

Lo volevo fare da tempo e un po’ per la pigrizia, un po’ per la mancanza di occasioni, un po’ perché l’elenco delle cose che vorresti fare supera il numero delle ore a disposizione, non era mai capitato.
Invece questo fine settimana, complice Denis Falconieri che mi ha coinvolto, ho per la prima volta fatto un’uscita di sci alpinismo.

Niente di speciale (anche perché io non indossavo gli sci da discesa da almeno 20 anni, forse più), siamo saliti nel bosco e siamo scesi su pista.
Percorso non impegnativo e giornata stre-pi-to-sa!

Siamo partiti prestino, così da essere in ombra per buona parte della salita ed evitare la ressa di Sant’Ambrogio in discesa.

Sci Alpinismo a Pila

E’ stato bello.
Certo un po’ faticoso a salire, ma ero così concentrato in quello che facevo (ed avevo così paura della discesa) che la fatica l’ho sentita poco.

Quando, bloccati gli attacchi, ho iniziato a sciare sono riaffiorati i ricordi dei movimenti e sono sceso. Magari a spazzaneve per i primi tratti, sicuramente non bello da vedere e sicuramente lentissimo, ma sono arrivato in fondo.

Insomma, esperienza da ripetere.

Ma c’è un corollario a questa esperienza.
Quando siamo partiti ho automaticamente impostato il gps, come faccio ogni volta che vado in montagna, e al momento di selezionare l’attività ho scelto “scialpinismo”. Era la prima volta che mi capitava e mi ha dato una scossa.

Quando era stata l’ultima volta che avevo fatto qualcosa di nuovo?

Tutta la giornata è stata così all’insegna del provare cose nuove: dagli sci che sono molto più tecnici al modo di usarli (in salita).

Rinnovarsi e sperimentare.
Sono sempre stato convinto che fossero le chiavi per mantenersi attivi. Ma forse negli ultimi anni me ne ero un po’ dimenticato.

Oggi, grazie a questa bella uscita, ho riprovato la sensazione di fare qualcosa di nuovo. E ne sono tornato carico di energia…

I segni del natale

Da quando vivo in un paesino della Valle d’Aosta (52 anime, per i più curiosi), ogni volta che vado a Milano, o visito un’altra città, mi sorprendo di piccole cose che, quando a Milano abitavo, non emergevano dall’inconscio fino alla soglia dell’attenzione.

Questa mattina, ad esempio, ho notato le innumerevoli luminarie che ogni città “indossa” per prepararsi al periodo natalizio.

Anche da noi, ovviamente, c’è qualche casa in cui fanno bella mostra di sé delle lucine natalizie, e il Comune (che è lo stesso per più paesi) si preoccupa di mettere un albero di natale in ogni centro abitato.

Ma è nulla se confrontato con quello che si vede in città.

Mi piace pensare che noi cerchiamo il natale in segni diversi.

Prima di tutto nella natura che ci circonda. La neve sugli alberi e sui sentieri del bosco, l’odore dei fuochi a legna che riscaldano le case, il freddo delle mattine presto quando esci di casa e nel cielo blu si stagliano le vette innevate. L’Inverno alle porte, insomma…

Poi nelle persone.

Tutto l’anno nelle micro comunità c’è una cordialità diversa rispetto ai grandi raggruppamenti urbani. Ci si conosce tutti per nome, ci si saluta sempre, si chiacchiera (molte volte alle spalle).
A natale, però, lo scambio di auguri e il maggior calore si ammanta di un sapore di vecchie tradizioni.

Anche grazie alle piccole iniziative: tutti i bambini e gli anziani del paese ricevono un regalo dalla comunità.
Per i bambini si fa una festa in cui si trovano tutti assieme e aspettano il babbo natale della proloco.
Gli anziani, invece, ricevono a casa loro la visita di un volonteroso che, con l’occasione di portare il regalo, scambia due chiacchiere e beve un bicchiere di vino.

Non ci sono vetrine.
Non ci sono luminarie.
Non c’è musica nell’aria.
Non ci sono file nei negozi (non ci sono proprio i negozi).

Eppure è lo stesso natale.

Eppure, è natale lo stesso.