Vivere di montagna

Trasferirsi a vivere in montagna è stato un passaggio importante nella ricerca di un equilibrio che questa fase della mia vita richiedeva

Odio le mode.
Sono una di quelle persone che sceglie ostinatamente di allontanarsi dal pensiero comune (il mainstream come dicono gli inglesi); uno di quelli che cerca la propria strada, che evita i best seller, che non compera l’abito alla moda, non ascolta le hit.

Eppure mi trovo coinvolto in questa tendenza che sta diventanto moda.
Nel 2018, dopo che per anni ho fatto il pendolare – settimana a Milano, weekend in montagna – mi sono trasferito in Valle d’Aosta.

A dirlo così sembra un colpo di testa, invece era un progetto a lungo cullato.
Ho cercato ed acquistato una casa; mentre aspettavo che i miei figli abbandonassero il nido ho sistemato la casa, trasformandola da alloggio vacanza in abitazione; e finalmente ho compiuto il grande passo e spostato il mio baricentro nelle Terre Alte.

Sono due le domande che mi vengono poste più frequentemente: perché lo hai fatto? E adesso lo rifaresti?

scialpinismo

Partiamo dalla seconda. Lo rifarei? Adesso sì.
Milano è una città che ho amato e amo ancora. E’ viva, è energizzante, ricca di opportunità e stimoli, culturalmente all’avanguardia. Ci ho vissuto per quasi vent’anni e mi ha dato tantissimo. Professionalmente certo, ma anche umanamente.

Il passaggio dalla metropoli al paese di poche decine di abitanti, paradossalmente non è stato un trauma. Forse perché non è stato un abbandono ma un allontanamento.
Oggi so che Milano è là. Ci torno sovente per lavoro e per amicizia, ma sto bene qui.

Ogni vita ha le sue fasi e, nella mia esperienza personale, ogni fase ha un suo luogo.
Milano è stato quello dell’agire. Emarése, il paese dove vivo, è quello del riflettere.

Arriviamo così alla prima domanda: perché?

Credo che sia tutta una questione di equilibrio.
Avevo bisogno di ritrovare un contatto onesto con la Natura, con il mondo, con la materia da cui veniamo.
Volevo recuperare quella semplicità delle cose essenziali, dei gesti minimi.

Sia chiaro, non dipende dagli altri o dal luogo dove abiti. Il processo di semplificazione (il downsampling per usare un altro termine inglese) dipende esclusivamente da noi, dalla nostra mente.
Ma per me significava molto allontanarmi fisicamente dal mondo artificiale e complesso della grande metropoli.

Oggi sono sereno.
Vivo in montagna. Vivo di montagna.
Non tanto per il sostentamento economico, ma per l’orientamento esistenziale.

Andar per monti ti insegna uno stile che poi applichi naturalmente anche nel sentiero della vita.

Contare sulle tue forze; accettare la fatica; tenere il passo; appoggiare bene un piede prima di muovere l’altro; confrontarti con i tuoi limiti. Ed ancora, continuare ad esplorare; accettare le condizioni metereologiche su cui non hai controllo; adattarti alle stagioni.

E’ uno stile di vita che diventa parte della tua natura.
E’ quello che cercavo quando mi sono trasferito.
E’ quello che intendo quando dico che vivo di montagna.

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Permettiti di essere felice

Non ci sono ricette segrete per raggiungere la felicità. Certe volte basta soltanto permettersi di essere felici

Burian impazza.
Ore 6:30 di sabato, la sveglia suona e il cellulare si premura di informarmi che fuori ci sono sette gradi sottozero.
Con gli occhi ancora chiusi, mi sfilo da sotto il piumone e vado in sala. Fuori una nuvola bassa circonda la casa, ma la nevicata di ieri sera, probabilmente grazie al calo di temperatura, ha lasciato solo un paio di centimetri di neve sulla strada.

Permettiti di essere felice.
Ho tanta voglia di tornare a letto, ma ho appuntamento con gli amici. Vado in bagno, indosso controvoglia gli abiti che ho preparato la sera prima. Calzo berretto e guanti, metto lo zaino, prendo gli scarponi e finalmente esco.

Non fa poi così freddo!
Gli sci sono già in auto, in modo che le pelli siano fredde.
L’appuntamento con William è alle 7:50 a Quart. Poi insieme raggiungeremo Denis e Benoit a Gignod per un altro caffè e alle 8:30 saremo al parcheggio per incrociare gli altri e finalmente partire. Il termometro dell’auto segna cinque sottozero, fuori il mondo è di ghiaccio. Un cielo coperto di nubi sembra smentire le previsioni meteo.

Permettiti di essere felice.
Abbiamo indossato scarponi e sci e abbiamo fatto il test dell’ARTVA. Adesso ci incamminiamo lungo lo stradino che porta all’attacco.
L’aria entra gelida nei polmoni, meglio respirare con il naso e risparmiare le parole.
In fila indiana entriamo nel bosco ed iniziamo a salire. Sembra di essere in una foresta del Nord America.
Finalmente le mie mani iniziano a scaldarsi e io a sudare. E’ giunto il momento di togliere uno strato. Approfittiamo di una sosta al limitare superiore del bosco, mentre le guide ci indicano la meta di oggi – Costa Serena – un crinale immacolato che si staglia contro l’azzurro, 7-800 metri più in alto.
Il cielo si è aperto. Le nuvole sembrano essersi impigliate tra le cime degli alberi.

Riprendiamo a salire.
Sono proprio dietro il Guru. Lui traccia e io lo seguo.
Ha un passo tranquillo e costante, proprio come piace a me. Non amo le corse. Preferisco salire di conserva, preoccupandomi della discesa.

Permettiti di essere felice.
I pensieri della settimana, gli impegni al lavoro, la solitudine che si fa sentire di più in questi giorni, le cose da terminare. Tutto il caotico turbinio dentro al mio cervello, un po’ alla volta, si sfuoca. Si stempera. Si cheta.
Un passo dopo l’altro stiamo salendo.

Facciamo un’altra sosta, per bere e mangiare qualcosa, sulla sommità di un panettone nevoso.
Le nuvole dal fondo valle ci hanno raggiunto e coperto. Siamo avvolti da una coltre bianca che nasconde il panorama.
Sembra di essere fuori dal Tempo e dallo Spazio.
Le guide ci stanno illustrando i vari tipi di neve che abbiamo incontrato, spiegandoci come si sono formate e le insidie che nascondono.
Poi alzano lo sguardo ed indicano, agitando il bastoncino nell’aria, la direzione che seguiremo.

Permettiti di essere felice.
Continuiamo a salire. Quando ci siamo rimessi in moto, mi sono trovato in mezzo al gruppo. Chiacchiero un po’ mentre davanti aprono la traccia.
Siamo al sole ora. E tutto cambia. La luce; i riflessi brillanti; l’energia che si sprigiona dalle persone attorno. Ed il mio umore.

In molti fotografano il panorama alle mie spalle. Mi giro e scopro il motivo: abbiamo lasciato le nuvole a fondo valle, e stiamo salendo verso un paradiso fatto di neve fresca, immacolata e mai calpestata.

skialp
Salendo verso Costa Serena (@photo di Benoit Girod)

Permettiti di essere felice.
Come ad ogni uscita, temo di più la discesa che la salita.
Salire significa solo mettere un piede davanti all’altro. Sudare un po’. Gestire la fatica.
Scendere, date le mie scarse capacità, significa accettare di perdere il controllo. Accettare la possibilità di cadere. Di sprecare fatica in movimenti inutili e goffi.

Ma ad ogni uscita imparo qualcosa di più.
E la fatica della salita è un prezzo ben piccolo da pagare, per acquisire conoscenze ed esperienza.
Così, in un momento di illuminazione, decido di lasciare a fondovalle anche le mie preoccupazioni, i miei brutti pensieri della settimana, le mie ansie.
Decido semplicemente di godermi la giornata… di permettermi di essere felice.

Come è finito il nostro sabato?
Una sciata bellissima. Siamo scesi, divertendoci come bambini.
Poi, abbiamo recuperato le macchine e festeggiato l’ennesima uscita al foyer du fond con pasta, polenta, e birra.
Tornato a casa, fatta la doccia e sistemata l’attrezzatura, ho acceso il fuoco e, seduto sul divano mi sono goduto la partita dell’Armani.

A volte per essere felici, basta solo permettersi di esserlo.

Ascolta “Permettiti di essere felice” su Spreaker.

Gli spiriti dell’aria

Ascolta “Gli spiriti dell’aria” su Spreaker.

Ci sono libri che ti cercano. Li trovi, per combinazione, in un certo momento della vita, magari ne ignoravi l’esistenza, ma ti capitano in mano e li prendi.
Questo è uno di quelli…

C’è un negozio ad Aosta che esercita su di me un fascino irresistibile, si chiama Carta Canta e vende libri e dischi usati. Ogni volta che scendo nel capoluogo regionale, non perdo l’occasione per farci una capatina.

L’ultima volta, scorrendo la sezione dedicata ai libri di montagna, sono stato attratto dalla forma inconfondibile della collana originale de I licheni della Vivalda Editori.
[Questa sarebbe una storia nella storia: la Vivalda era una casa editrice torinese che nel 2013 cedette alla Priuli & Verlucca (altra casa editrice piemontese con il cuore nella letteratura di montagna) il loro fiore all’occhiella, la collana I Licheni che raccoglieva la crema degli autori di genere. I nuovi proprietari hanno saputo far evolvere la collana che oggi vanta 119 titoli…]

Si trattava de “Gli spiriti dell’aria” l’ultimo libro scritto da Kurt Diemberger nel lontano 1994. Avevo in mano una copia della prima edizione italiana (1997) che all’epoca costava 35mila lire.
Non serve che vi dica che sono andato alla cassa e me la sono portata a casa.

Gli spiriti dell'aria

Kurt Diemberger è un alpinista austriaco (è nato a Villach e ha vissuto a lungo a Salzburg) della generazione di Messner anche se è un po’ più vecchio del re degli Ottomila.

Nella sua vita ha avuto la fortuna ed il merito di fare grandi cose.
Ha scalato nel 1957 il Broad Peak insieme ad un mito assoluto come Hermann Buhl e, pochi giorni dopo, assistette alla sua morte mentre ritornavano dal tentativo di salita sul Chogolisa.
Per un periodo fu in corsa con Messner nella conquista degli Ottomila, ma non era una cosa che lo interessasse, preferì dedicarsi ad altro (basti pensare che tra il secondo e il terzo ottomila fece passare quasi 20 anni).

Ama l’Italia (e le italiane), vive vicino a Bologna con sua moglie, è stato guida alpina sul Monte Bianco, è noto allo stesso modo per le imprese e per le riprese fatte scalando. E’ diventato il cinereporter degli Ottomila (secondo la definizione incollatagli dalla spedizione francese all’Everest che lo ha visto partecipare come cameraman) e, grazie a questa attività, ha girato il mondo e le montagne.

Io lo conoscevo per aver letto ed apprezzato “K2, il nodo infinito”, così mi sono accinto alla lettura aspettandomi l’ennesimo racconto di conquista delle vette.

Invece questo “Gli spiriti dell’aria” mi ha sorpreso.

Sapevo che Diemberger era una sorta di spirito libero, un hippie della montagna, e in questo libro ha raccontato molto di se stesso mentre descriveva le sue “avventure minori” che però hanno il merito di restituire moltissimo del suo carattere, della sua filosofia di vita.

Si spazia dalla spedizione in Groenlandia al suo metodo di archiviare le cose sparse per il mondo; racconta la salita al Makalu ma anche le disavventure di conferenziere, traccia il ritratto di alcuni grandi alpinisti e quello di sua suocera (la tipica madre di famiglia italiana).

Un libro divertente, leggero. Che rivela molto di più dell’autore che delle sue imprese. Esattamente quello che mi ci voleva per farmi compagnia in questo periodo.

A marzo 2017, la Priuli & Verlucchi ha deciso di ristamparlo, per cui se vi fa piacere lo potete trovare in libreria.

Gli spiriti dell’aria
Kurt Diemberger
Priuli & Verlucchi editori, I licheni (volume 30)
384 pag. / 19,10 euro

Opinel

Oggetti che trascendono il loro uso e diventano un simbolo. Tra tutti il coltellino chiamato opinel è quello che amo di più

Ci sono prodotti di marca che hanno una così larga diffusione che il loro nome diventa sinonimo dell’oggetto. Alcuni esempi eccellenti: la moka per definire la caffettiera, il walkman per il registratore portatile, il kleenex per il fazzoletto di carta o il borotalco per la polvere di talco.
Erano tutti marchi che sono diventati nomi comuni di cosa.

Tra essi c’è un oggetto in particolare che mi è molto caro: l’opinel.

E’ un compagno di viaggio indispensabile. C’è chi ama il coltellino svizzero e i suoi molteplici strumenti.
Io preferisco l’opinel tradizionale.

E’ un oggetto essenziale, nella forma e nella funzionalità.

due opinel

Un manico di legno di faggio. Una lama in acciaio. E un collarino in metallo che funge da blocco di sicurezza.
Tutto qui…

Mi piace, giunto in vetta, trarre dallo zaino il pane e il pezzo di formaggio e con il mio coltellino tagliare fette dalla pagnotta ed eliminare la crosta al formaggio. Oppure usare la lama per tagliare a spicchi la mela e dividerla con il compagno di salita.

Sono gesti semplici. Primitivi.
Con un grande valore simbolico.
E l’opinel è parte integrante del rituale.

Dicono che i padri regalavano un opinel ai figli quando volevano spingerli fuori dal nido. Io non lo so, non mi è capitato.
Però ha un senso.
Il coltello è uno strumento. Buono o cattivo a seconda dell’uso che noi ne facciamo. Ed un ragazzo diventa uomo il giorno in cui gli viene riconosciuta la responsabilità di pilotare, con il proprio comportamento, con le scelte che fa, la bontà o la malvagità dei suoi strumenti.

Ne posseggo diversi. Con fogge e dimensioni specifiche.
Spesso li trovo in una tasca dello zaino mentre lo svuoto prima di metterlo a lavare.

Quello che mi è più caro, però, l’ho ricevuto un natale.
Era avvolto frettolosamente in un piccolo pezzo di carta da regalo.
Mi è stato donato da Pi e Patrizia, che sono poi diventati i miei consuoceri, un giorno che, per la prima volta, ero andato a trovarli.

Mancavano pochi giorni a natale ed ero passato per conoscerli.
Portavo con me una bottiglia di vino e una copia del libro che il mio editore aveva appena mandato in stampa.

Pi mi sorprese con questo piccolo oggetto aggiungendo, a mo’ di spiegazione, una frase “so che anche a te, come a noi, piace andare in montagna”.

Mentre scrivo queste poche righe, quell’opinel giace sul tavolo a fianco al mio computer.
Natale, quest’anno, è passato senza che incontrassi Pi (purtroppo Patrizia è mancata un gennaio di un paio d’anni dopo), ma in qualche modo lo sento vicino lo stesso, anche attraverso questo semplice oggetto che simboleggia il nostro modo di interpretare la vita.

La neve

Solo con la neve si può conoscere il vero spirito della montagna. La neve che tutto cambia e tutto rende magico.

Solo quando c’è la neve, la montagna è davvero montagna.
E’ bella sempre. Ma se vuoi conoscerla nella sua vera essenza, allora devi frequentarla quando c’è la neve.

Dicono che il popolo degli inuit abbia decine di nomi per la neve, perché non si può imprigionarla in un solo termine.

La neve cambia l’atmosfera.
Nel momento in cui scende attutisce i suoni, modifica gli odori, sovverte il mondo che conosciamo.

Fatichiamo a riconoscere i passaggi usuali, i profili delle cose, i panorami soliti.

E una volta caduta, a seconda della quota e della temperatura, è compagna di giochi, avversaria nella progressione, aiutante nel districarsi nei labirinti dei sentieri.

camoscio nella neve
Un camoscio cerca il cibo in uno splendido scatto di Massimo Arcaro

A me piace la prima neve d’autunno che anticipa l’inverno.
E’ come l’avamposto di un esercito colonizzatore. La Natura le si ribella furiosa, cerca di scrollarsela dalle spalle, ma già sa che la battaglia è persa.
Da nord arrivano nuvole che copriranno con il loro bianco carico le pendici e inviteranno così il bosco al letargo.

E mi piace la neve tardiva di primavera. Quella che scende quando ormai i fiori sono apparsi nei prati e le gemme impreziosiscono i rami.
E’ una neve timida, gonfia di acqua, pronta a sparire nel volgere del mezzo giorno.

Amo la neve al suolo tra gli alberi, percorsa dalle tracce degli animali che scendono verso valle a cercare cibo.
E’ una mappa precisa delle loro abitudini. Ecco lo zampettare del corvo; i balzi a piè pari delle lepri; il trotterellare delle volpi e dei tassi. L’elegante incedere del camoscio che cerca le prime foglie sui rami bassi degli alberi.

La neve ignora noi uomini che pure così tanto la veneriamo.
Scende copiosa e tutto copre. Scalda le piante addormentate e le protegge dagli artigli del gelo ma se non la temi e non ti proteggi, diventa un sudario.

Così effimera.
Così volatile.
Così inesorabile.


Post Scriptum: ne avevo già scritto qui

La velocità

In montagna dobbiamo scoprire quanto veloci possiamo andare, per poi rallentare il passo e scegliere di progredire lentamente

Mai come in montagna è importante essere veloci per poter scegliere di andare lenti.
Questo apparente paradosso ci mette di fronte alla necessità di abituarci ad avere il controllo di noi stessi.

Imparate a conoscere i vostri limiti.
Spingete al massimo per scoprire quanto veloci potreste andare, e poi dimenticate la velocità per scegliere il passo giusto.

lupo nel bosco

Siate come i lupi, che possono trottare per decine di chilometri senza apparente fatica. Sempre pronti a raddoppiare la velocità per scappare da un pericolo o per raggiungere una preda.

Non accantonate tutte le energie a riserva.
Usate con generosità delle vostre risorse, ma lasciate sempre una piccola scorta da bruciare in emergenza.

Adoperiamo la nostra forza vitale in modo produttivo.
Che senso ha raggiungere la meta un’ora prima del tramonto? E’ così bella la sera! Se quello che amiamo davvero è andar per monti, allora perché accelerare il rientro a casa?

Impariamo a distinguere tra velocità e fretta.

La velocità può essere la nostra miglior difesa dagli imprevisti, ma va usata con consapevolezza.
Esser veloci, muoversi in sicurezza ma rapidamente nel territorio, ci permette di allargare gli orizzonti, ampliare l’esplorazione.
Però guai se per andar veloci non ci gustiamo il presente e quello che ci circonda.

La velocità è un’arma a doppio taglio.
Come ogni arma è uno strumento utile se usato dall’uomo saggio.

Progredire

A prescindere da quale, il movimento all’aperto e in natura (outdoor) è sinonimo di progressione nella nostra crescita come esseri umani

Camminare. Correre. Finanche arrampicare o fare scialpinismo.
In montagna possono tutti essere sostituiti dalla parola progredire.
Ed è bello e significativo che progredire indichi anche il processo di miglioramento da uno stadio primitivo ad uno più evoluto.

In montagna progredire ha un senso.
Camminare o correre sono due movimenti diversi che servono lo stesso scopo. Raggiungere un luogo, compiere un periplo, attraversare due valli, salire una vetta.

Camminare è una profonda esperienza spirituale che coinvolge l’Uomo nella sua interezza.
Gambe e polmoni, piedi e cervello, cuore e braccia. Ogni parte svolge un suo ruolo in armonia con le altre.
Il ritmo atavico che emerge quando camminiamo riporta in contatto la nostra parte senziente con quella istintiva, il conscio e l’inconscio.
Ed in questa epifania di consapevolezza noi siamo vivi.

Correre accelera tutti i processi.
I muscoli delle gambe bruciano, i polmoni succhiano l’aria, il cuore batte ritmi forsennati.
E viviamo più intensamente negli attimi in cui siamo nel flusso vitale. Ci sembra di essere al di là del tempo e della fatica. Ci sembra di volare. Poi il sistema collassa, e rallentiamo.
L’allenamento allunga di uno zic quell’attimo perfetto.

scialpinismo

Arrampicarsi è gattonare in verticale.
[La definizione non è mia ma di Simone Moro, che sostiene che i bambini che si muovono a quattro zampe arrampicano naturalmente].
Quando serve per superare un ostacolo è uno straordinario sforzo coordinato tra potenza fisica e concentrazione mentale.
Quando è fatto senza scopi (penso al bouldering o all’arrampicata sportiva) è una danza verticale, una straordinaria manifestazione della bellezza del corpo umano.

Lo scialpinismo è libertà.
Quando la neve ci imprigiona nelle nostre case di fondovalle, indossare un paio di sci con le pelli ci permette di riguadagnare la possibilità di muoverci.
La salita è concentrazione, è tecnica, è fatica focalizzata su un obbiettivo.
La discesa è gioia, è ritmo, è danza.

Progredire è muoversi.
Muoversi è progredire verso una nostra crescita come esseri umani.

La vetta

Qual è il senso della vetta e dello sforzo di raggiungerla. Alcune riflessioni raccolte nelle peregrinazioni tra le Terre Alte

La vetta è la metafora del traguardo.
E’ il motivo per cui siamo in viaggio.
E’ il premio per la fatica della salita.
La vetta è un luogo angusto che ci apre lo sguardo verso orizzonti immensi.
E’ il posto dove capiamo quanto siamo piccoli; e il fatto che si faccia tanta fatica per arrivarci è, di per sè, nuovamente carico di significato.

vetta del Lyskam

La vetta è lì. A prescindere da noi.
E’ immutata nel tempo.
Possiamo salirci oggi o ritirarci nel tentativo. Ma lei rimane impassibile ai nostri sforzi.

E’ dolce arrivare in vetta.
Lo spirito respira, lo sguardo spazia, il corpo si rilassa e si riposa.
Il premio è raggiunto.
Eppure siamo soltanto a metà strada. Dobbiamo ancora scendere.

Ogni vetta è solo il punto di partenza per un nuovo viaggio. Raggiungere una vetta ci fa venir voglia di salirne un’altra. E ci carica di energia.

La vetta, una volta salita, diventa parte di noi, del nostro bagaglio di esperienza.
Eppure in fondo al cuore sappiamo che la vetta era già parte di noi fin dalla prima volta che vi abbiamo posto gli occhi sopra.

L’uomo è la somma dei propri sogni.
Ogni vetta, ogni traguardo, ogni obbiettivo contribuiscono a definire la persona che vorremmo essere. Ogni vetta raggiunta, racconta il tipo d’uomo che siamo.

La vettà è il confine tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.

La solitudine

Spesso è vista come un male, ma imparare a stare da soli è l’unico modo per poter rafforzarsi e crescere e prepararsi a vivere con gli altri

Non c’è altro modo per godere davvero della montagna che la solitudine.
Stare bene in compagnia di te stesso significa aver raggiunto un equilibrio con i tuoi demoni.

Affrontare un lungo percorso da soli, significa anche aver fiducia nei propri mezzi, sapere di poter contare sulle proprie risorse.

La solitudine è il primo passo da compiere verso lo spogliarsi del superfluo. Non perché gli amici sono inutili, ma perché non devono essere necessari.
Dobbiamo imparare a lasciare al rifugio anche i compagni per imparare a lasciare indietro la stampella psicologica del loro supporto.

laghetto montano

La solitudine è il catalizzatore della nostra crescita interiore.
E solo quando avremo imparato a stare bene da soli potremo apririci agli altri.

Può sembrare crudele ed egoistico, ma chi ci sta vicino capirà che la compagnia di chi è abituato a stare da solo è più limpida e più ricca. Spogliata di tutti i discorsi inutili, di tutte le convenzioni sociali.

La solitudine è un percorso di purificazione che sembrerà doloroso all’inizio ma che, una volta interiorizzato, vi ripagherà di una visione più intensa, più ampia, più profonda.

C’è un livello superiore alla solitudine ed è la solitudine condivisa. La capacità di due anime di scegliersi e di accompagnarsi senza interagire ma, con la semplice presenza, facendo arricchire l’altrui esperienza.

Spesso la solitudine è avvicinata al vuoto. Nulla di più sbagliato.

La solitudine è l’acqua tersa di un torrente di montagna che ti permette di vedere le pietre sul fondo.
E’ l’aria limpida della vetta che ti svela distanze inimmaginabili.

E’ il tuo spirito che si svuota per fare spazio all’umana esperienza di vivere.

Arcipelago Altitudini

Una recensione del nuovo libro rivista Arcipelago Altitudini, edito da Mulatero Editore e disponibile in tutte le librerie

Arcipelago Altitudini

Grazie alla segnalazione dell’amico Franco Faggiani (che appare anche in questa prima selezione di autori) ho passato un paio di giorni immerso in un Arcipelago particolare…

Io chiaramente sono di parte.
Sfogliando questo libro-rivista ho ripensato alla splendida avventura di Xrun (la rivista di cui sono stato editore per alcuni anni) e non potevo non notare le tantissime analogie: a partire dal sottotitolo (Xrun – storie di corsa / Arcipelago Altitudini – storie di montagna), fino al formato più vicino al libro che alla rivista, alla scelta di dare spazio importante alle immagini.

Questo progetto, lanciato da Teddy Soppelsa grazie al coraggio di un editore che stimo sempre di più (Mulatero), si pone come obbiettivo quello di raccontare le Terre Alte.

Lo fa senza cadere in quella retorica di genere che è un po’ il cancro della letteratura di montagna. Bando alla dimensione epica, bando al racconto in prima persona sulla conquista della vetta, bando al romanticismo radical chic di chi si trasferisce in montagna. E spazio invece alle voci di chi magari vive in montagna e di montagna, ma che lo fa come scelta di vita, alla ricerca di un suo equilibrio o per storia familiare.

Esperienze diverse. Racconti reali o di fantasia. Zero tecnica, zero informazioni pratiche, 100% umanità.

Arcipelago Altitudini è dunque un libro (chiamarlo rivista sarebbe fuorviante) che raccoglie racconti di autori più o meno conosciuti e che cerca il proprio spazio tra le pubblicazioni legate alla montagna. Una sfida vera, considerando quanto sia difficile il mercato per la parola scritta.

E nel farlo si pone già un’ulteriore sfida: usare modalità narrative diverse. C’è la parola scritta, ovviamente, ma ci sono anche le immagini e le graphic novel fino ad arrivare all’affascinante voce narrante (una sezione rimanda attraverso Qr Code a dei file audio).

Ho letto, gustandomeli uno ad uno, questi primi racconti.
Tutti relativamente brevi, tutti relativamente diversi, tutti diversamente sorprendenti.

Alla fine delle oltre 200 pagine, avevo già la voglia di tornare in libreria per acquistare il nuovo numero… ma so che dovrò aspettare. Come per le stagioni, anche per questo prodotto ci vuole la pazienza di attendere.

Arcipelago Altitudini, storie di montagna
a cura di Teddy Soppelsa, Autori Vari
Mulatero Editore
222 pagg. – 19 euro