La vetta

Qual è il senso della vetta e dello sforzo di raggiungerla. Alcune riflessioni raccolte nelle peregrinazioni tra le Terre Alte

La vetta è la metafora del traguardo.
E’ il motivo per cui siamo in viaggio.
E’ il premio per la fatica della salita.
La vetta è un luogo angusto che ci apre lo sguardo verso orizzonti immensi.
E’ il posto dove capiamo quanto siamo piccoli; e il fatto che si faccia tanta fatica per arrivarci è, di per sè, nuovamente carico di significato.

vetta del Lyskam

La vetta è lì. A prescindere da noi.
E’ immutata nel tempo.
Possiamo salirci oggi o ritirarci nel tentativo. Ma lei rimane impassibile ai nostri sforzi.

E’ dolce arrivare in vetta.
Lo spirito respira, lo sguardo spazia, il corpo si rilassa e si riposa.
Il premio è raggiunto.
Eppure siamo soltanto a metà strada. Dobbiamo ancora scendere.

Ogni vetta è solo il punto di partenza per un nuovo viaggio. Raggiungere una vetta ci fa venir voglia di salirne un’altra. E ci carica di energia.

La vetta, una volta salita, diventa parte di noi, del nostro bagaglio di esperienza.
Eppure in fondo al cuore sappiamo che la vetta era già parte di noi fin dalla prima volta che vi abbiamo posto gli occhi sopra.

L’uomo è la somma dei propri sogni.
Ogni vetta, ogni traguardo, ogni obbiettivo contribuiscono a definire la persona che vorremmo essere. Ogni vetta raggiunta, racconta il tipo d’uomo che siamo.

La vettà è il confine tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.

La solitudine

Spesso è vista come un male, ma imparare a stare da soli è l’unico modo per poter rafforzarsi e crescere e prepararsi a vivere con gli altri

Non c’è altro modo per godere davvero della montagna che la solitudine.
Stare bene in compagnia di te stesso significa aver raggiunto un equilibrio con i tuoi demoni.

Affrontare un lungo percorso da soli, significa anche aver fiducia nei propri mezzi, sapere di poter contare sulle proprie risorse.

La solitudine è il primo passo da compiere verso lo spogliarsi del superfluo. Non perché gli amici sono inutili, ma perché non devono essere necessari.
Dobbiamo imparare a lasciare al rifugio anche i compagni per imparare a lasciare indietro la stampella psicologica del loro supporto.

laghetto montano

La solitudine è il catalizzatore della nostra crescita interiore.
E solo quando avremo imparato a stare bene da soli potremo apririci agli altri.

Può sembrare crudele ed egoistico, ma chi ci sta vicino capirà che la compagnia di chi è abituato a stare da solo è più limpida e più ricca. Spogliata di tutti i discorsi inutili, di tutte le convenzioni sociali.

La solitudine è un percorso di purificazione che sembrerà doloroso all’inizio ma che, una volta interiorizzato, vi ripagherà di una visione più intensa, più ampia, più profonda.

C’è un livello superiore alla solitudine ed è la solitudine condivisa. La capacità di due anime di scegliersi e di accompagnarsi senza interagire ma, con la semplice presenza, facendo arricchire l’altrui esperienza.

Spesso la solitudine è avvicinata al vuoto. Nulla di più sbagliato.

La solitudine è l’acqua tersa di un torrente di montagna che ti permette di vedere le pietre sul fondo.
E’ l’aria limpida della vetta che ti svela distanze inimmaginabili.

E’ il tuo spirito che si svuota per fare spazio all’umana esperienza di vivere.

Arcipelago Altitudini

Una recensione del nuovo libro rivista Arcipelago Altitudini, edito da Mulatero Editore e disponibile in tutte le librerie

Arcipelago Altitudini

Grazie alla segnalazione dell’amico Franco Faggiani (che appare anche in questa prima selezione di autori) ho passato un paio di giorni immerso in un Arcipelago particolare…

Io chiaramente sono di parte.
Sfogliando questo libro-rivista ho ripensato alla splendida avventura di Xrun (la rivista di cui sono stato editore per alcuni anni) e non potevo non notare le tantissime analogie: a partire dal sottotitolo (Xrun – storie di corsa / Arcipelago Altitudini – storie di montagna), fino al formato più vicino al libro che alla rivista, alla scelta di dare spazio importante alle immagini.

Questo progetto, lanciato da Teddy Soppelsa grazie al coraggio di un editore che stimo sempre di più (Mulatero), si pone come obbiettivo quello di raccontare le Terre Alte.

Lo fa senza cadere in quella retorica di genere che è un po’ il cancro della letteratura di montagna. Bando alla dimensione epica, bando al racconto in prima persona sulla conquista della vetta, bando al romanticismo radical chic di chi si trasferisce in montagna. E spazio invece alle voci di chi magari vive in montagna e di montagna, ma che lo fa come scelta di vita, alla ricerca di un suo equilibrio o per storia familiare.

Esperienze diverse. Racconti reali o di fantasia. Zero tecnica, zero informazioni pratiche, 100% umanità.

Arcipelago Altitudini è dunque un libro (chiamarlo rivista sarebbe fuorviante) che raccoglie racconti di autori più o meno conosciuti e che cerca il proprio spazio tra le pubblicazioni legate alla montagna. Una sfida vera, considerando quanto sia difficile il mercato per la parola scritta.

E nel farlo si pone già un’ulteriore sfida: usare modalità narrative diverse. C’è la parola scritta, ovviamente, ma ci sono anche le immagini e le graphic novel fino ad arrivare all’affascinante voce narrante (una sezione rimanda attraverso Qr Code a dei file audio).

Ho letto, gustandomeli uno ad uno, questi primi racconti.
Tutti relativamente brevi, tutti relativamente diversi, tutti diversamente sorprendenti.

Alla fine delle oltre 200 pagine, avevo già la voglia di tornare in libreria per acquistare il nuovo numero… ma so che dovrò aspettare. Come per le stagioni, anche per questo prodotto ci vuole la pazienza di attendere.

Arcipelago Altitudini, storie di montagna
a cura di Teddy Soppelsa, Autori Vari
Mulatero Editore
222 pagg. – 19 euro

La montagna vivente

Recensione de La montagna vivente, un libro che è un atto d’amore per la montagna, scritto nel 1945 da Nan Sheperd

la montagna vivente

La verità è che non so se suggerire o meno la lettura de La montagna vivente, che sicuramente non è l’opera più nota di Nan Sheperd ma che per gli appassionati di montagna è diventata un classico.

Sono arrivato a questo libro su “raccomandazione” di Robert Macfarlane che nel suo splendido “Montagne della mente” ne intesse le lodi. Ho dovuto attendere per averlo, perché non era facile reperirlo e, una volta iniziato, mi ha respinto ed è rimasto a lungo sulla pila di libri accanto al mio letto.

Poi però l’ho ripreso e, magari perché è cambiato il mio atteggiamento, l’ho divorato in poche ore.

E’ un libro strano, scritto da una poetessa scozzese, nata nel 1893 e laureatasi nel 1915. Una donna d’altri tempi (anche se è morta nel 1981) la cui vita è girata tutta attorno al massiccio dei Monti Cairngorm in Scozia.

Montagne austere e dure, ben più di quanto la loro altezza potrebbe far pensare a noi abituati alle Alpi. Spazzate dai venti, conservano ancor oggi il loro lato selvaggio.

Nan Sheperd si innamora perdutamente di quei posti e passa l’intera vita a percorrerne ogni metro innumerevoli volte.

Attenzione, però. Non etichettate pregiudiziamente la Sheperd come un’insegnante di provincia. Amava viaggiare, e viaggiò moltissimo. Ma tornava sempre al suo vilaggio scozzese e trascorreva ogni minuto libero ad esplorare i monti intorno a casa.

Così il Cairngorm assurge ad archetipo della Montagna. Ed il libro, scritto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (la prima bozza fu inviata ad un amico nel 1945), è un’unica grande dichiarazione d’amore verso questo ambiente.

Dicevo all’inizio che non so se raccomandarlo o meno.

E’ scritto in una prosa forbita e datata che io personalmente apprezzo, ma che è lontana dai ritmi frenetici della scrittura di oggi.

Non ha una trama e, forse, neppure un vero filo logico.

E’ un flusso continuo di sensazioni dettata dal rapporto con la montagna che la scrittrice fissa nero su bianco. E’ la summa di una vita di esperienze da escursionista, predominata dalla passione incrollabile per le terre alte.

Alla fine mi è piaciuto.

Probabilmente perché mi sono riconosciuto in quell’amore cieco e irrazionale, in quelle emozioni suscitate dal profumo del muschio o dal fischio del falco.

Probabilmente perché ho apprezzato questa dedizione durata una vita intera e raccontata con più poesia che prosa. Senza capo ne’ coda. Senza uno scopo ultimo.

La montagna vivente
Nan Sheperd
Ponte alle Grazie, Passi
178 pagg. / 14,00 euro

Una sospensione del Tempo

Percorrendo a piedi pezzi d’Italia scopri che il Tempo scorre ad una velocità diversa e che le persone sanno apprezzare questo dono.

Percorrendo il Sentiero Italia CAI ti sembra che il Tempo, come lo conosciamo noi, perda significato.
Provo a spiegarmi…

Come primo effetto, il girare a piedi, sottoposto a variabili come il dislivello, il terreno, il meteo, le tue condizioni fisiche, ti fa capire che fare previsioni di percorrenza è pressoché impossibile. O perlomeno che devi sempre considerare un ampio margine di errore.

Si aggiunga a questo che molto spesso è bello “perdere tempo” a fermarsi a chiacchierare con chi incontri (tutti hanno una storia da raccontare!); oppure per fare una digressione dal sentiero per osservare meglio qualcosa che ti ha colpito; o magari semplicemente fermarti un’ora ad attendere che la luce sia giusta per una foto che hai in mente.

Un viaggio come questo non deve avere tabelle di marcia.

Un secondo effetto che ho notato è che anche il resto del “mondo” sembra essere sospeso in una dimensione temporale diversa.

Mai come in questi giorni ho trovato, attraversando paesini, dei Musei Etnografici. Piccole realtà che racchiudono scorci del passato. Oggetti risalenti a 50, 60, 100 anni fa, che fotografano un altro modo di vivere.

Ed anche le persone che incontri, magari in un rifugio oppure sul sentiero, vivono su una lunghezza d’onda antica, d’altri tempi appunto.

C’è il giovane (idealista, aggiungerei io) che cerca di recuperare il podere dei nonni; c’è il pastore che ti parla di Covid e dell’importanza dell’igiene ma che ha i capelli che non hanno visto lo shampoo da almeno la scorsa primavera; ci sono i vecchi escursionisti che ripetono come un mantra la bellezza della fatica “ma che i giovani d’oggi…”.

Figure fuori dal tempo e con valori antichi.

Gente che lavora duro e che è felice di portare a casa 500 euro al mese.
Gente che ha ancora il gusto di fare assaggiare le cose che ha coltivato con le proprie mani.
Gente che è orgogliosa delle radici da cui provengono.

Gente d’altri tempi.
Che io, in fondo in fondo, invidio…

Il castagno

Lungo il Sentiero Italia incontro persone interessanti e scopro come i lavori più umili hanno un grande valore per la collettività.

Durante uno dei miei giri in montagna sulle tracce del Sentiero Italia CAI, sono finito in Val Codera e ho passato la notte all’Osteria Alpina, uno dei rifugi che è punto d’accoglienza del SIC.
Il rifugio è gestito da una Cooperativa di volontari, e quella sera a servire ai tavoli c’era Nico, un giovane ragazzo barbuto che avevo già incrociato mentre giravo per il paese: io a visitare il Museo Etnografico, lui a chiudere le galline, a recuperare gli “odori” dall’orto, ad accompagnare un ospite in una delle case (l’Osteria Alpina è un albergo diffuso).

La Cooperativa è una costola dell’Associazione Amici della Val Codera, che raggruppa alcuni abitanti e molti simpatizzanti della valle e promuove, tra le tante cose, un interessante calendario di manifestazioni.

Tra esse, mi hanno colpito soprattutto quelle che mirano al recupero di alcune arti perdute (ad esempio, lo SfalciaCii o SfalciaSalina o SfalciaSanGiorgio che prevedono il taglio dell’erba nei prati di una delle frazioni di Codera, oppure la Di Muro in Muro, che verte sulla costruzione o la riparazione di muri a secco). Chiacchierando poi con il presidente dell’Associazione ho scoperto che queste iniziative (un po’ come il Campo di Lavoro Internazionale) servono a recuperare terreni da dedicare alla coltura dei prodotti tipici locali (fagioli, patate ecc).

La montagna, in particolare nelle piccole località chiuse come la Val Codera, richiede un impegno costante di manutenzione delle opere dell’uomo per evitare che la Natura si reimpossessi di prati e campi.

Questo impegno faceva parte delle tradizioni popolari, e gli abitanti erano abituati a scandire il passare delle stagioni con le attività rurali: lo sfalcio, l’alpeggio, la pulizia dei rii di irrigazione.

Il mattino dopo, mentre facevo colazione prima di ripartire, ho chiacchierato con Nico e mi ha raccontato che è laureato in Agraria all’Università di Edolo (la cosiddetta Università della Montagna) con una tesi sulle biodiversità degli orti in Val Codera e adesso sta seguendo la magistrale.
Per lui venire in Codera è diventata un’abitudine. Passa qui almeno tre volte all’anno, in primavera, in estate ed in autunno. Una specie di laboratorio vivente.

Parlando con Nico di api, di ortaggi e di recupero di vecchie coltivazioni, è venuto fuori anche il discorso dei castagni che rappresentano una delle risorse più importanti della zona. La castagna si presta a mille usi: secca si conserva a lungo, macinata dà una farina da usare per gnocchi e pasta, fresca può essere servita lessa o arrosta.

Ma pochi sanno che è necessario innestare gli alberi per mantenere le qualità delle castagne.

tronco di castagno

I castagni si riproducono naturalmente attraverso le castagne che cadendo e finendo sotto terra creano una nuova pianta. Però le piante cresciute “naturalmente” tendono a perdere alcune caratteristiche importanti per noi uomini (la qualità della castagna, la resistenza alle condizioni meteo) e, soprattutto, impiegano molto più tempo a fruttificare.

Quindi bisogna prelevare un ramo di un castagno “buono” e innestarlo su un nuovo ceppo. In questo modo si salvaguardano le caratteristiche originali.

Mentre ascoltavo Nico spiegare queste cose, mi è tornato in mente che avevo visto fare la stessa cosa al mio paese. C’è una giovane e numerosa famiglia, nel villaggio in cui abito, che possiede un fazzoletto di terra di fronte alla mia finestra. Al centro del terreno due immensi castagni secolari.

Un giorno avevo visto il padre (un 40enne) che stava lavorando alla base del tronco mentre i bambini giocavano intorno a lui, così avevo chiesto lumi. Mi aveva raccontato che stava facendo gli innesti. E quando gli avevo fatto notare che prima che mangiasse le nuove castagne i suoi figli sarebbero stati adulti, mi aveva risposto sorridendo che suo nonno e suo padre lo facevano prima di lui, e che gli sembrava giusto continuare quella tradizione, anche perché – altrimenti – quella castagna buona sarebbe andata persa.

Penso che abbiamo tutti molto da imparare, viaggiando ed ascoltando.

Chi di noi, oggi, si impegnerebbe per un risultato che verrà tra 15/20 anni?

Chi si impegnerebbe in una attività i cui benefici ricadono non sull’individuo ma sull’intero territorio?

Seguendo il Sentiero

Il Sentiero Italia CAI è un incredibile viaggio di oltre settemila chilometri tra le montagne della nostra penisola

La vita è fatta di occasioni. A volte siamo noi a crearle; a volte è il caso a mettere sulla nostra strada delle opportunità.
Ma è sempre nostra la responsabilità di coglierle.

Un paio di settimane fa mi è stato proposto di collaborare alla stesura delle guide CAI del Sentiero Italia. Uno degli autori aveva avuto un intoppo e mi è stato chiesto se volessi sostituirlo.

Il Sentiero Italia CAI mette insieme decine di sentieri esistenti (o disegnati all’uopo) e collega l’intera penisola. Parte dalla Sardegna ed arriva al golfo di Trieste. Sono oltre 7000 chilometri di montagna.

E’ un sogno iniziato negli anni ’80, perseguito con determinazione fino a trasformarlo in un progetto che ha visto la luce alla fine del secolo scorso. Ora siamo nelle fasi finali, ed un gruppo di autori lo sta percorrendo per verificarne i singoli tratti e per descriverlo minuziosamente in modo da renderlo fruibile al grande pubblico.

campane

L’Italia è famosa nel mondo per il mare (siamo un popolo di santi, navigatori e poeti, ricordate?), per le sue splendide coste e per le acque trasparenti. Ma pochi si ricordano che il nostro territorio è al 23% pianeggiante, 41% collinare e il restante 36% è montagnoso. Nelle nostre Alpi ci sono le vette più alte d’Europa e, certamente, le più celebri.

Il Sentiero Italia CAI si propone di offrire agli appassionati (italiani e stranieri) il più lungo (e più bello, aggiungerei io) cammino a tappe del mondo.

E’ un’opera colossale centinaia di punti d’accoglienza da coordinare, migliaia di chilometri di sentiero da censire prima e tenere puliti poi, informazioni puntuali e sempre aggiornate per un territorio che, per sua stessa natura, è fragile e mutevole (si pensi solo alle molte frane di cui sono piene le cronache).

Ma è anche un’esperienza incredibile per chi compie quel viaggio. Una sorta di Cammino di Santiago laico, dove si esalta la spiritualità dell’incontro con la Natura.

Mi sono dilungato anche troppo, ma sono davvero entusiasta di questo progetto. Molte informazioni le trovate sul sito CAI che è in continua evoluzione, però lasciatemi aggiungere un quid di esperienza personale.

Lo scorso fine settimana ho iniziato il mio primo tratto (non aggiungo particolari geografici, ma via via che metterò insieme le tappe aggiornerò anche questo mio blog, perciò seguitemi) ed è stata un’esperienza unica.

Ho conosciuto persone che hanno ancora dentro i valori più puri dell’andar per monti. Non solo i gestori dei rifugi (santi subito!) ma anche le associazioni che promuovono e difendono il territorio, le famiglie che percorrono i sentieri (nonno e nipote, genitore e figlio, giovani coppie ecc) animati da una passione pura e disinteressata.

Un popolo intero di persone che condividono il rispetto per la montagna e per chi ci vive o la pratica.

Gente di città, che sale in montagna a respirare (in tutti i sensi). Ma anche vecchi che resistono e non vogliono scendere oppure, ancor più eroici, giovani che vogliono tornare alla montagna.

Ho conosciuto Celestino, un vecchio pastore di capre orgoglioso della foto che lo ritraeva con il suo caprone Michael (un fuoriclasse come Platini da cui ha ereditato il nome) e che, ancor oggi che non riesce più a muoversi bene, si dà da fare preparando la polenta per chi arriva da valle.

Oppure una giovane famiglia, padre madre e due bambini di 3 e 1 anno, che sale in alpeggio con 700 pecore e vive facendo il formaggio. Hanno scelto una vita dura e sicuramente non retribuita abbastanza. Hanno scelto una via semplice e dura perseguendo la loro idea di felicità.

Ecco cos’è per me percorrere con occhi curiosi il Sentiero Italia Cai: l’occasione per incontrare persone speciali, bella gente che rinnovi in me la speranza per un’umanità migliore.

Lasciare il segno

Un’esperienza comune, quando si cammina in mezzo alla Natura, è notare l’apparente contrasto tra quanto questa sia forte (le montagne, il temporale, il mare e via dicendo) e quanto al tempo stesso sia fragile.

Basta veramente poco per provocare piccoli danni cui Madre Natura porrà rimedio in decenni di lavoro.
Se lasciamo il torsolo di una mela (“la mangeranno le formiche”) ci vorranno da 15 a 90 giorni prima che venga consumato.
Se invece lasciamo un fazzolettino di carta (4 settimane), una lattina di coca (dai 20 ai 100 anni), un sacchettino di plastica (dai 100 ai 1.000 anni) o, peggio, una bottiglietta (oltre 1.000 anni e non verrà mai distrutta completamente) stiamo condannando nostra madre ai lavori forzati.

Insomma dovremmo fare attenzione a quello che ci cade dalle tasche.

Devo dire che in questi ultimi anni, la coscienza ecologista si è risvegliata e noto che è sempre più raro trovare le tracce del passaggio di altri escursionisti.

Insieme alla buona notizia, però, devo dire che la quantità di immondizia aumenta con il diminuire della difficoltà della meta: i luoghi facilmente raggiungibili sono più sporchi di quelli che comportano lunghe marce.
Da un lato è dovuto al maggior numero di “turisti” presenti, dall’altro – ahimé – dalla minor consapevolezza di questi “escursionisti della domenica” rispetto a chi è abituato ad andar per monti.

Dobbiamo fare uno sforzo costante per promuovere una cultura di rispetto e conoscenza dell’ambiente alpino.

Un’altra sana abitudine che inizio a riscontrare è quella di raccogliere i rifiuti degli altri. Sempre più spesso noto persone che mettono in tasca l’involucro di una barretta o infilano nello zaino una palla di stagnola che avvolgeva una cioccolata.

ombra

Si dice che l’unico segno che dovremmo lasciare del nostro passaggio sia la nostra ombra.

Ecco, forse questo è esagerato, ma se facessimo tutti un po’ più di attenzione e pensassimo a quanto tempo sia necessario per far ricrescere il ramo che abbiamo spezzato per gioco, o a ripristinare il corso del torrente che abbiamo riempito di pietre per creare una pozza in cui refrigerare le lattine di birra, magari ne gioveremmo tutti.

Specialmente i nostri figli e i nostri nipoti che si troveranno in eredità un mondo bello come quello che anche noi abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto.

La prossima volta che percorrerete un bosco o salirete un colle, provate ad alleggerire il passo. Ci vuole davvero poco…

La pausa

Una vacanza particolare: senza allontanarmi da casa e senza cambiare troppo le cose che faccio, sono riuscito a rilassarmi

Sono stato in vacanza.
Magari non ve ne siete neppure accorti, ma io ho tirato i remi in barca e per un paio di settimane ho staccato la spina (dal mondo digitale) e mi sono rifugiato sui sentieri.

Staccare per qualche giorno è una necessità più che un lusso.

Se mi volto indietro e osservo cosa ho fatto in questi 15 giorni, in realtà, non noto grandi differenze con i mesi precedenti.

colle tournalein
Il Monte Rosa visto dal colle Tournalein @photo by Franz Rossi

Sono andato in montagna.
Ho visto qualche amico.
Ho letto, ho pensato a nuovi progetti, ho immaginato storie e avventure.
Ho persino risolto qualche sporadico problema di lavoro…

Eppure mi sono rilassato, perché mi sono finalmente reimpossessato del mio tempo.

Le scadenze che ognuno di noi ha, siano lavorative, familiari o magari anche di divertimento, ci impongono ritmi.
Poter decidere all’ultimo minuto cosa si farà nelle ore successive è un privilegio raro.

La mia vacanza è finita.
Da ieri sono tornato al lavoro.

Ma ho deciso di portarmi dietro un briciolo di libertà.
Di lasciare ogni giorno un paio d’ore in cui non ho nulla da fare.
Un buco da riempire, magari oziando, oppure ascoltando musica. Ma senza scadenze da rispettare…

Il crinale

Affannarci a ricercare la felicità è il primo modo per mancare l’obbiettivo. Non esiste una ricetta, ma ci sono momenti che possono aiutare…

Mentre vagavo su una serie di crestine, lo sguardo che si perdeva lontano mentre sia a sinistra che a destra si aprivano due ampie valli, mi interrogavo sul senso della felicità. E sul senso della sua ricerca…

Ci era voluto davvero poco per raggiungere la serenità. Mi era bastato liberarmi della pigrizia che mi tratteneva a casa, salire qualche centinaio di metri di quota, ed eccomi lì sul crinale, a godermi quegli attimi perfetti.

Il crinale rappresenta la separazione di due valli. Poterci passeggiare sopra ti fa sentire in equilibrio tra queste due realtà.

Capita a molti di doversi bilanciare tra due mondi, vicini eppure non comunicanti. Anche in quel caso si cammina sul crinale, prestando attenzione ad entrambe le realtà e facendo attenzione a non scivolare in una perdendo contatto con l’altra.

crinale

Sono convinto che la felicità sia irraggiungibile.
E’ fatta di attimi, di fiammate. Non è qualcosa che si può perseguire e conquistare per sempre.

Noi dovremmo puntare alla serenità, che è il vivere in equilibrio, pur attraversando momenti di difficoltà e di dolore, così come momenti di esaltazione e di felicità.

Farlo non è poi così difficile. E’ uno stato che dipende da noi; da come noi accettiamo le cose che succedono, senza farci turbare troppo.
Non significa essere indifferenti a tutto, anzi sono convinto che l’empatia con le altre creature e il vivere pienamente il momento, siano delle componenti essenziali della serenità.

Ma l’accettazione attiva di ciò che accade, spesso fa a pugni con la ricerca della felicità. Desiderare di perpetuare l’attimo perfetto, sforzarsi di cercare lo straordinario, fa sì che dimentichiamo la bellezza di ciò che stiamo vivendo.

Tornando alla mia gita: avevo fatto fatica ad abbandonare la mia comfort zone. Il giro non mi sembrava così promettente. In più avrei voluto non essere solo quel giorno. Ma sono partito lo stesso e sono stato premiato.

Adesso conservo (e scrivendone qui, condivido con voi) quella sensazione di appagamento in modo da usarla per altre mattinate pigre.

PS ho scritto tempo fa un post su questo tema, se hai voglia puoi trovarlo qui: La serenità è un lavoro