Il garbato censore

Avremmo bisogno di altri come lui: persone che con l’ironia sappiano instillare il dubbio. Gaber è stato un esegeta della società in cui viveva

Sabato scorso, facendo zapping, sono finito su RAI3 e sono stato catturato dalle immagini in bianco e nero di Giorgio Gaber che cantava.
La trasmissione fa parte di una serie curata da Paolo Mieli e dal titolo “Italiani”. La puntata specifica (che potete vedere a questo link) si chiamava “Giorgio Gaber, l’utopia possibile“.

Ovviamente conosco bene Gaber e alcune larghe parti della sua produzione.
Ero un ragazzino quando canticchiavo “Lo shampoo” che, all’epoca, mi faceva morire dal ridere (l’ho postato qui sotto per chi non l’avesse visto).
Ai tempi del liceo ci sfidavamo con altri studenti sul piano ideologico citando “La libertà”.
Ma anche in tempi più recenti la sua celebre canzone “Destra – Sinistra” fotografava perfettamente un disagio condiviso da molti. La mancanza di quell’ideologia che, un tempo, aveva sostenuto le nostre battaglie.

Ho passato volentieri la serata in compagnia di quell’uomo vestito come un agente segreto, un man-in-black da palcoscenico, che cantava testi mai banali, aggiungendo smorfie e gesti che lo rendevano perfetto per il teatro.
Poco meno di un’ora e ne avrei voluto molto di più.

In fondo avremmo bisogno di altri come lui.
Persone in grado di interpretare la realtà che ci circonda.
Capaci di essere censori, pur garbati ed ironici, di un mondo che si allontana dall’umanità (intesa come virtù non come specie animale).

Il giovane Gaber faceva parte del clan di Celentano, cantava con Iannacci e Tenco, si esibiva in televisione e imitava le rock star.

Il Gaber adulto, post anni ’60, non ha più rincorso il successo scrivendo canzoni per andare in classifica.
Aveva delle idee e voleva condividerle.
Lo faceva usando un linguaggio semplice e diretto.
E’ stato capace di impegnarsi e di capire quando sbagliava.
Di cambiare idea, elaborando il suo vissuto.
Non ha mai accettato di seguire la corrente.

Un grande artista, ma soprattutto un grande uomo.
Come dicevo prima: ce ne vorrebbero altri come lui, adesso.

P.S. riascoltate “Il conformista” e scoprirete che non è poi passato così di moda

La condizione minima e necessaria

Ho reagito all’isolamento da corona virus facendo manutenzione delle mie emozioni e di tutte le piccole cose che ho scelto di portare con me nella mia vita

Farò outing.
Lo so che di solito questa parola è usata per un tipo specifico di ammissione. Ma in questo caso toglietevi dalla testa ogni tipo di pruderie e lasciate che io apra il mio cuore e vi confessi alcuni aspetti intimi e personali di questo periodo.

Probabilmente a causa della sovraesposizione alle notizie drammatiche provenienti da tutto il mondo, la mia corazza di cinismo si è andata vieppiù assottigliando e, dopo solo un paio di settimane di isolamento, ho notato che molte delle mie abitudini e dei miei gusti sono cambiati.

Ho smesso di guardare i telegiornali.
Le notizie le cerco per conto mio e sui siti che ritengo più affidabili, sia qui in Italia che all’estero.
Ho abbandonato tutti i talk show dove lo stesso fatto viene analizzato da ogni lato con un quasi lussurioso piacere per il macabro, per il dolore esposto, per la ricerca della tragedia.

La televisione, che – vivendo da solo – è l’unica voce che sento, la tengo accesa solo la sera per un’ora o poco più.
Ho iniziato a cercare i film comici o romantici, quelli stupidi e a lieto fine che a malapena sopportavo solo un paio di mesi fa.
Sono diventato dipendente dai telefilm. Non le serie, proprio i telefilm. Tra tutti, resto incantato a guardare i vecchi episodi di Big Bang Theory.
Non credo abbia bisogno di presentazioni. Quella comune di amici strani, con i personaggi caricaturizzati, dove i sentimenti sono semplici e la vita vera scorre lontana, non mi stanca mai.

chitarra

Ho ripreso a suonare la chitarra.
Sono andato a ricercare le vecchie canzoni che suonavo da ragazzo.
Tutto De André, moltissimo Bennato, e ancora Guccini, De Gregori, Dalla.
E poi ho cercato su Google e ho trovato un po’ dei grandi classici in inglese che 40 anni fa avevo ignorato per scarsa o nulla conoscenza dell’idioma.
Confesso che ho rispolverato anche alcune vecchie hit pop da spiaggia: Mare nero (che è il nome con cui conoscevamo la Canzone del sole di Battisti) o Il ragazzo della via Gluck e Azzurro di Celentano o persino Un mondo d’amore di Morandi.

Leggo tanto.
Molti gialli che filano veloci e ti distraggono dal resto.
Alcuni saggi, tutti inerenti al rapporto Uomo Moderno / Natura.
Alcuni volumi sulla montagna: storie eroiche dell’alpinismo classico o testi che trasmettono la passione per le Terre Alte.

Passo parecchio tempo al telefono.
Con gli amici, con i miei genitori, con persone che non sentivo da tempo.
La distanza fisica è un potente incentivo a creare ponti. Anche solo via cavo.

Ho iniziato a ricercare il piacere dei lavori manuali.
Il gusto di scrivere con la penna, di provare a fare qualche schizzo con matita e bloc notes.
Il bricolage, che poi significa semplicemente fare la manutenzione delle proprie cose, averne cura.
Quasi che ritornare ad usare le mani, a fare cose reali, mi offrisse una dimensione diversa della creatività.

Ecco, rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto che tutto si riduce semplicemente a manutenere il mio mondo messo a repentaglio dal Covid19.
Non ho paura della malattia (forse scioccamente, penso che la supererei abbastanza facilmente) ma sono turbato dalla svolta cui mi ha obbligato.
Per la prima volta non sono io che decido cosa fare. Ci sono steccati a limitarmi, distanze da mantenere, viaggi proibiti.
La mia reazione naturale è di aver cura delle mie emozioni, dei miei pensieri, delle persone a cui tengo, delle cose che ho scelto di portare con me.

Una cosa semplice, in fondo.
La condizione minima e necessaria per continuare a vivere la mia vita.

Milano ed io

Mi sono avvicinato a Milano con il sospetto di molti pregiudizi, ma grazie ad un amico che me ne ha fatto conoscere il cuore nascosto, mi sono innamorato di lei.

Milano

E’ accaduto una notte. Forse più mattina che notte. Stavamo bevendo una birra in un locale dopo un’interminabile giornata di lavoro in una redazione ed eravamo rimasti solo noi e un tipo mezzo addormentato. O ubriaco.

Indossava un paio di pantaloni scuri, una camicia bianchissima e un paio di bretelle appariscenti. La testa abbandonata sulle braccia conserte, seduto ad uno sgabello del bancone, i piedi appoggiati ad una custodia rigida nera.

Quando il barista lo ha scosso per ricordargli che era ora di chiudere, quello ha iniziato a suonare un trombone estratto dalla custodia. Una specie di canto della buonanotte, un pezzo in cui risuonava la sua solitudine e la sua volontà di restare in piedi. Alla fine, senza aggiungere una parola, ha riposto lo strumento, chiuso la custodia e se n’è andato.

Il barista, a mo’ di spiegazione, mentre lo salutavamo andandocene, ha detto “E’ uno dei trombonisti della Scala, viene qui un paio di volte al mese” e – quasi a spiegare la scena – “Dev’essere scozzese o irlandese”.

In quel momento ho capito che quella era la mia città.

A volte corro piano

Ieri sono andato ad assistere alla presentazione di un libro uscito solo 15 giorni fa.

Lo avevo letto in anteprima,
Patrick Trentini, l’autore, mi aveva contattato per un parere preliminare, quando il libro era ancora un manoscritto in fase di editing da parte della casa editrice (Reverdito).

Tendenzialmente non leggo manoscritti, ma in questo caso mi aveva colpito il progetto.
Patrick è un pianista che corre.
Di solito si esprime componendo brani musicali, in questo caso aveva scelto di scrivere (era il suo primo libro) e di accompagnare ogni capitolo con un brano in un nuovo cd allegato al libro.

Parole e musica.
In pratica due dei linguaggi che amo di più, mescolati per convogliare delle storie sul terzo linguaggio che prediligo: la corsa…

A volte corro piano, già dal titolo svela il senso.
Racconta l’esperienza di Patrick Trentin, il musicista, il runner, l’uomo.

Ieri alla presentazione ero curioso di conoscerlo personalmente, di vedere se il personaggio che mi ero creato in mente leggendo il libro era lo stesso che avrei incontrato.

Patrick era reduce dalla 100km del Passatore.
La sua prima 100, e l’esperienza aveva lasciato il segno.

E ho ritrovato la stessa persona che era uscita dalle pagine.
Secondo Patrick, è proprio questo quello che cerchiamo nella corsa.
Delle cicatrici che diano senso a quello che siamo.
Delle esperienze significative e sfidanti, che ci permettano di prendere le misure di noi stessi.

Leggete il libro mentre ascoltate in sottofondo la sua musica.

Trasmette passione.
Trasmette a tutto tondo il carattere dell’autore: un uomo determinato, abituato a imporsi una disciplina rigida (non è un caso che si cimenti anche nelle arti marziali), un uomo che sceglie dove andare ma ha l’umiltà di farsi guidare dal proprio destino.

PS: per tutti quelli che pensano “Non se ne può più! Un altro libro sulla corsa…” Abbiate fede, si parla di musica, di corsa, di umanità… sono 19 euro davvero spesi bene

Di seguito il booktrailer: