Runner inside

C’è un paradosso che è proprio del correre che rende quest’attività particolarmente affine al mio carattere.
Mi riferisco al fatto che, per quanto la corsa sia basata su misure precise, produce effetti non misurabili.

Prendiamoci un momento per pensare a quante cose misuriamo quando iniziamo a correre.
Le prime volte, ovviamente, controlliamo l’orologio per vedere per quanti minuti abbiamo resistito prima di iniziare a camminare.
Via via che miglioriamo iniziamo ad essere assilati da quanti chilometri abbiamo corso in quella sessione.
Poi iniziamo ad ascoltare i consigli dei più esperti e ci alleniamo tenendo d’occhio i BPM (battiti per minuto) cioé la frequenza cardiaca.
Se vogliamo preparare una gara metodicamente, iniziamo ad incrociare Tempo e Spazio per misurare la velocità (espressa in minuti per chilometro).

La corsa diventa tutto un misurare, un registrare, un calibrare ritmi e distanze per partorire la misura delle misure, il Sacro Graal del podista: il Personal Best.

Quando due cani si incontrano si annusano reciprocamente il sottocoda.
Quando due podisti si incontrano si chiedono reciprocamente “Quanto hai nella mezza?”

Ma dov’è il paradosso di cui accennavo all’inizio?
Fino a questo momento abbiamo scandito ogni passo, misurato ogni frequenza, paragonato ogni ritmo.
Eppure il prodotto ultimo del corridore evoluto non è misurabile: correre dà felicità. E la felicità non è misurabile.

corridore felice

L’Homo Sapiens (e l’Homo Currens è una sua derivazione) non è in grado di misurare le proprie emozioni.
So che non ci credete, ma è così…

Parlavamo di felicità: sareste in grado di dire se vi rende più felice rivedere un vecchio amico o passare una sera a leggere un buon libro o svegliarvi al mattino con la consapevolezza di aver dormito accanto alla persona giusta per voi?
Magari un giorno la felicità è l’amico, e magari un altro giorno è il libro. Dipende dallo stato d’animo.

Naturalmente ci sono cose che ci rendono più felici di altre in un determinato momento, perché (e questa è una delle caratteristiche dell’emozione) la felicità è fatta di attimi non è uno status permanente.

E noi Uomini non siamo in grado di prevedere quanta felicità riceveremo da un incontro ne’ di misurarla dopo che l’abbiamo provata.

Sarebbe troppo facile entrare nella Bottega delle Emozioni e chiedere “Mi dia un chilo di felicità. E già che c’è mi aggiunga un etto e mezzo di malinconia che, prese assieme, mi si esalta il gusto…”

La felicità è un atto di fede: tu vivi la tua vita e fai le tue scelte non per raggiungere la felicità ma perché quella è la tua vita e quelle sono le tue scelte.
La felicità è una conseguenza.
Più quello che fai è vicino a quello che sei, più è probabile che tu viva felice.

E la corsa?
Se sei fatto per correre, correre ti rende felice.
Poi puoi usare le gare per motivarti,
puoi inseguire un tempo per far accrescere la tua autostima,
puoi tenere d’occhio i battiti per non farti del male…
ma se scavi in fondo a te stesso, il primo motivo per uscire a correre dev’essere che sei un runner.

La filosofia del Running

La filosofia del running

Il titolo del libro mi aveva colpito fin dal primo momento; il fatto che l’autore, Luca Grion, scrivesse su Repubblica dei Runner e che avessi già apprezzato alcuni suoi aritcoli aggiungeva interesse; ma ci è voluta una presentazione a Milano, quando ho avuto modo di passare alcune ore con Luca, prima ad assistere alla conferenza e poi a correre insieme e a mangiare una pizza con alcuni amici, per darmi la spinta finale alla lettura.

Luca Grion è un giovane docente di filosofia morale.
L’età, ai miei occhi, non è mai una questione importante, ma oggi la cito perché sembra in antitesi con la materia che studia ed insegna.
Quasi che gioventù e pensiero non possano andare a braccetto.

La filosofia morale, cioè l’elaborazione del pensiero intorno alla morale, è uno dei temi che più mi appassiona. E confrontarmi sulla corsa con chi è abituato ad approfondire gli aspetti etici, è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Ma lasciatemi fare un passo indietro autobiografico. Io ho il problema di essere troppo razionale.
Fin da piccolo ho sempre ragionato sui pro e i contro di ogni azione. Ho sempre visto il torto e la ragione in ogni disputa (anche quelle in cui ero – ahimé – coinvolto).
La componente razionale mi ha messo in gabbia. O per lo meno io mi sono sempre sentito legato ad essa. Anche nelle scelte che, per antonomasia, dovrebbero essere guidate dal cuore, dalle emozioni, dall’istinto, dalle passioni.

La corsa è stato il mio modo di liberarmi di quella prigione.

Di restituire il controllo al corpo, alla mia fisicità rispetto alla mia razionalità.

La corsa era il mio approccio empirico al mondo.
Conoscevo i miei limiti non ragionandoci sopra, ma sperimentandoli.
Facevo le cose e poi le analizzavo, invece che progettare e poi realizzare.

Luca Grion, invece, grazie alla sua formazione, applica le “regole” del pensiero alla corsa e ne deriva una serie di principi che si adattano perfettamente al runner.

Il libro è distinto in tre parti.

Nella prima, il Lessico del runner consapevole, analizza alcuni dei concetti che sono propri a tutti quelli che corrono, dalla dieta alle ripetute, offrendo un punto di vista più ragionato su quello che facciamo (o dovremmo fare).

Nella seconda, l’Intermezzo, parla di filosofia, svela il mondo dietro ad alcuni dei concetti che noi prendiamo per assodati. Spiega perché l’etica nello sport è fondante quanto la prestazione. E ci introduce al pensiero di Tommaso D’Aquino, un frate domenicano il cui pensiero è alla base della Teologia delle Virtù.

Nella terza, Le virtù del Maratoneta, vengono studiate le virtù che sono proprie di chi pratica la corsa di lunga distanza. Non vi spaventate dei nomi, prudenza, trasgressione, temperanza (tanto per citarne alcuni) che fanno pensare al catechismo: nel libro di Luca sono ben applicate agli allenamenti, alle gare, alla corsa.

Questa è la parte che mi ha stimolato di più.
L’applicare virtù morali alla nostra vita, e la corsa per noi runners è una parte importante di essa, in alcuni casi è ciò che ci definisce, è una pratica che sta diventando fuori moda. E ringrazio Luca per averle presentate in modo moderno ed interessante.

Non è certamente un manuale tecnico.
Chi ha amato Perché corriamo di Roberto Weber, o ancora di più Lungo lento di Paolo Maccagno, non può perdersi l’opera di Luca Grion.

Ho centellinato questo La filosofia del running, spendendo in sua compagnia diverse serate, godendone solo alcune pagine alla volta.

Ho trovato alcune conferme a principi che, pur non essendone consapevole, ho applicato nella corsa.
Non ho trovato risposte, ma non è questo, in fondo, il compito di un buon libro? Stimolare il pensiero, e offrire qualche indicazione per un nuovo percorso di ricerca.

La filosofia del Running
Luca Grion
Mimesis, collana Il Caffè dei Filosofi
140 pagg. / 12,00 euro

La corsa e lo star bene

Sabato sono partito dai piedi del Monte Bianco e sono andato a Rimini.

L’occasione era l’UlisseFest, il festival del viaggio (e del viaggiatore) organizzato dalla Lonely Planet Italia e il tema di cui avrei parlato, stimolato da Denis Falconieri e confrontandomi con Franco Faggiani, era “la corsa come modo per esplorare nuovi orizzonti”.

Sabato sera mi sono immerso nel clima del Festival, ho assistito ad alcune interessanti relazioni, ho conosciuto viaggiatori di tutti i tipi, e alla sera – come prevedibile – ho fatto davvero tardi in compagnia di alcuni autori delle guide Lonely Planet.

Tutto questo lungo preambolo per dire che domenica mattina mi sono svegliato tardi e sono uscito a correre sul lungomare verso le 7.

rimini
La riviera adriatica a Rimini (ph Franco Faggiani)

Ho incontrato decine e decine di persone che correvano. Persino più di quelle che passeggiavano con il cane o andavano in bicicletta. E la cosa mi ha davvero sopreso.

La corsa, come sport agonistico, è in leggero calo. Nel 2018 i runners che hanno concluso una maratona sono di meno di quelli del 2017 (dopo anni di trend in crescita). Anche le gare vanno diminuendo: complice la difficile congiuntura economica, parecchie manifestazioni hanno dovuto trasformarsi in biennali o, addirittura, chiudere.

Eppure lì, lungo la striscia sottile tra strada e sabbia, c’erano numerose persone che sembravano provare il contrario. 

Però, e credo sia questa la risposta all’apparente paradosso, i veri runners, quelli con la falcata distesa, il ritmo elevato e lo sguardo concentrato, erano una sparuta minoranza. E correvano da soli.

La maggior parte di quelli che incontravo, invece, viaggiava a coppie. E chiacchieravano tutto il tempo.
Due signori anziani con la maglietta della Rimini Marathon, che se la raccontavano mentre procedevano lentamente.
Due amiche apparentemente 30enni, una parecchio più “formosa” dell’altra, che alternavano corsetta e passeggiata veloce.
Un padre ed una figlia, lui con un tutore al ginocchio lei con un completino fluorescente all’ultima moda.
Tre ragazzini (!), avranno avuto 13/14 anni, con una divisa da calcio, che andavano a scatti e sussulti, senza tenere una linea retta.
E ovviamente coppie vere e proprie, di ogni età, lui più veloce che aspettava lei, lei più in forma che regolava il passo su quello di lui… con l’unico scopo di stare insieme.

Insomma un vero e proprio universo in movimento. Che allargava il cuore.

La corsa fa star bene o meglio, la corsa (senza esagerare) fa star bene.
E questo lo si inizia a capire a tutti i livelli.

Sono tornato in albergo ed ho incrociato un’altra coppia che si apprestava ad uscire a correre.
Erano stranieri (tedeschi credo), lei magra ed alta, una maglietta tecnica rosa e un pantaloncino a righe, lui su una sedia a rotelle motorizzata.
Sono tornati mentre facevo colazione, rilassati e sorridenti.

Correre fa davvero stare bene.

Geloso io?

Sto scoprendo che sono sempre più geloso.
Ma non per amore.
Sono geloso dei miei spazi.
Dei luoghi e del Tempo che dedico alla riflessione.

Una volta accendevo la radio appena salito in macchina; spesso, anzi, la lasciavo accesa così che bastasse girare la chiave per sentire quelle chiacchiere di sottofondo.
Adesso la accendo solo quando c’è un programma che mi interessa e la spengo appena è finito.

Una volta non perdevo occasione per uscire in compagnia.
Adesso esco con qualcuno solo quando penso che ne valga la pena.

Sono cresciuto nella logica del fare più cose possibili, magari allo stesso tempo.
Ho raggiunto il culmine quando mi sono trasferito a Milano, la città che non si ferma mai.
Mi sono ubriacato dell’adrenalina che viene dall’essere sempre sotto pressione: nuove scadenze, nuovi obbiettivi, di più, di più, di più.

Anche correre, per me, aveva quel significato.
Allenarsi per migliorare il proprio crono, oppure per andare più lontano (la maratona, la 100k, la 100 miglia e ancora e ancora).

Ora non più.
Adesso rallento per godermi il paesaggio.
Faccio silenzio, per lasciar spazio ai pensieri.
Sto da solo, perché la mia compagnia non mi pesa.
Cancello gli impegni, invece di accumularli.

E corro per il piacere di farlo.
(Oltre che per dimagrire, per non avere il fiatone in salita, per non perdere tutti i benefici fisici che derivano dalla corsa).
Corro perché è un momento solo mio.

La contemplazione, che una volta era sinonimo di tempo buttato, è diventata una componente fondamentale della mia giornata.

Non sto parlando di esercizi mistici o di elevazione spirituale.
Mi limito ad assaporare i minuti; a rendermi conto di quello che faccio e perché.

Alla fine di ogni pausa di riflessione, mi sento più completo.
Alla fine di ogni corsa, ho le gambe pesanti ed il cuore leggero.

Come dicevo, da quando mi sono reso conto di questo mio modificato atteggiamento, sono diventato molto più geloso di questi spazi personali e li condivido sempre meno ed esclusivamente con alcune persone.

So che una mia amica mi prenderà in giro, dicendo che da sempre sa che sono uno snob.

Forse è vero.
Ma a prescindere da quello che dicono gli altri, credo che importi come mi sento io.

Ho intrapreso un viaggio verso la serenità.
E ho scoperto che da soli si viaggia più leggeri.

La routine

C’è un’arma segreta per i corridori di lungo corso (intendo quelli che sono anni che corrono).

Nei giorni in cui la voglia cala puoi usare gli amici come stimolo, oppure – ed è quello che ho fatto io ieri sera – affidarti alla routine.

Il martedì sera, quando sono a Milano, tendo ad unirmi al TricoTracoTeam che è il nome in codice del solito gruppetto di amici.
Si corre al Parco Sempione (ne avevo già scritto qui), di solito un paio di giri esterni ed un paio di giri dell’Arena Civica.

Ieri sera, dunque, mi sono unito a loro, pur sapendo che lo stato di forma mi avrebbe messo in crisi.
Ma la scusa era buona per rivedere gli amici e poi, dentro di me, contavo sul Buzz e sul suo passo (“lento ed inesorabile”).
Purtroppo il Buzz ha dovuto dare forfait, privando il gruppo delle sue battute surreali e, soprattutto, privando me di una buona scusa per rallentare.

Primo giro, complice il riscaldamento, passa tranquillo.

Salutiamo un po’ di amici che incrociamo (non finisco mai di stupirmi della quantità di persone che corrono al Sempione, ormai ce ne sono più lì che alla Montagnetta), chiacchieriamo del più e del meno, loro mi aggiornano sulle ultime vicende personali e io faccio lo stesso con le novità dal fronte occidentale.

Alla fine del primo giro loro scalpitano per accelerare, io ansimo per la velocità, così decido di mollarli al loro destino e di anticiparli verso la doccia.

Ho corso poco più di tre chilometri e così subentra un leggero senso di colpa.
“Per tre chilometri potevi anche fare a meno di cambiarti” dico tra me e me.
Ma la voglia è poca… bisogna inventarsi qualcosa.

Ed ecco che entra in gioco la routine.

Yelena Isinbayeva
Una delle routine più famose in atletica era quella che usava l’astista Yelena Isinbayeva per concentrarsi tra un salto e l’altro…

Se pensate alla routine come il monotono susseguirsi dei fatti della vita, allora ha un’accezione negativa.
Ma se invece considerate la routine come una serie di movimenti che si ripetono per ottenere un risultato, allora cambia.

Avete presente i grandi meeting di atletica e le routine ossessive di alcune star?
I velocisti ai blocchi di partenza, oppure i saltatori mentre cercano la concentrazione…

Ecco, la routine è una confortevole coperta di Linus nella quale rifugiarsi.

E io ieri ho fatto così.
Ho staccato il cervello (o meglio mi sono messo a pensare ad altro) e ho lasciato che le gambe facessero il loro lavoro.

Ho continuato a girare intorno all’Arena, variando il ritmo, cercando di aumentare in prossimità dei due rettilinei e recuperare in curva, cercando la spinta corretta dei piedi e sforzandomi di evitare strappi.
Già da subito la tentazione di mollare e fermarmi se n’era andata.
Dopo qualche giro sono uscito verso la strada ed ho atteso il resto del gruppo per tornare con loro verso casa (e la doccia e la pizza).

Ed ho scoperto che, alla fine, avevo corso quasi la loro stessa distanza (una differenza inferiore ai 500 metri).

Non dimenticatevi la routine, dunque.
Qualche volta salva un allenamento!

Il gps del cuore

Ho passato lo scorso fine settimana a Trieste.
I miei genitori abitano lì e torno sempre volentieri a trovarli.

C’è il mare, c’è il dialetto all’interno del quale sono cresciuto, c’è il vento.

Ho corso.
Meno di quello che avrei voluto, forse anche meno di quello che avrei potuto, ma ho corso.

lungomare Barcola a Trieste
Il lungomare di Barcola a Trieste con il castello di Miramare sullo sfondo (ph. Franz Rossi)

Ho ritrovato i percorsi che tante volte avevo calcato nel passato.
Il lungomare di Barcola, la salita del Faro, la Napoleonica

E mi sono reso conto di non aver davvero più bisogno del gps.
Voglio essere guidato solo dal cuore. Che mi detta il ritmo, mi guida il passo, mi riaccende la passione.

Correre a Trieste, per me, è come uscire con una vecchia fiamma.

Ho capito di essere fortunato ad avere solo ricordi dentro cui correre e nessun rimpianto.

Perché proprio per il fatto di essere in pace con il mio passato sono libero di spaziare avanti con il mio sguardo, alla prossima meta, alla prossima occasione.

La programmazione è tutto

Lunedì sera, mentre preparavo la borsa per la mia trasferta di questa settimana, consideravo con attenzione quali impegni avrei avuto in modo da non trovarmi impreparato sul “guardaroba”.
Ovviamente non mi riferisco a camicia e cravatta per un incontro di lavoro, ma a scarpe e zainetto per un’uscita trail.

Mi ha fatto riflettere su come l’organizzare bene la propria agenda sia uno degli aspetti chiave per il successo.
E su come, sempre di più, siamo schiavi della nostra agenda.

Fino a qualche anno fa, in una mia settimana tipo, gli allenamenti si incastravano senza problemi.
Lunedì riposo (dopo la gara o l’uscita lunga di domenica). Martedì e giovedì corsa all’alba prima dell’ufficio, facendo martedì un lavoro intenso e giovedì uno leggero anche perché il mercoledì sera toccava piscina. Venerdì uscita al cazzeggio con gli amici, un’oretta tirando il collo a quelli più lenti. Sabato riposo e domenica gara o lungo.

Ovviamente nel mezzo c’erano trasferte di lavoro, impegni familiari, appuntamenti extra corsa (pochi invero).

Adesso che sono più vecchio e che si è spento il fuoco sacro del gareggiare, dedico più serate al cinema, alle cene con gli amici, alla lettura.
Il giorno di recupero dopo un allenamento non è più un lusso ma una necessità.
Ma, soprattutto, non vivo più schiavo della mia agenda.
Seguo l’ispirazione del momento.

jogger

E’ ovvio che pago un prezzo per questo nuovo atteggiamento.
Non sono più in forma come una volta.
Le lunghe distanze sono pesanti e non più un “allenamento diverso dal solito”.
Nelle corse del venerdì con gli amici sono diventato quello a cui si tira il collo.

Eppure un minimo di programmazione è rimasta.

Faccio attenzione (come detto) ad inserire i giorni di recupero o perlomeno alterno la corsa e un’altra attività (bicicletta o anche un’escursione).
Cerco di alternare un lavoro lungo e uno veloce (anche se i concetti di lungo e di veloce hanno un significato ben diverso oggi).
Infine, siccome ho provato la fatica necessaria per riprendere a correre dopo una sosta di sei mesi, faccio in modo di allenarmi (magari poco) ma con continuità.

La differenza tra allenanarsi e correre non sta nell’intensità o nella frequenza dei lavori, ma nella programmazione.
E questa semplice verità rimane oscura a molti che, difatti, si chiedono “Come mai vado più piano dello scorso anno anche se corro ogni giorno?”

Trovate un allenatore e fatevi fare un piano d’allenamento e i risultati verranno.
Oppure scordatevi di migliorare e godetevi la vostra corsetta quotidiana.

Un bagno d’umiltà

Anche ieri, come spesso mi è accaduto negli ultimi mesi, quando vado ad allenarmi con gli amici del martedì al Parco Sempione, si ripete lo stesso scenario.

Ci cambiamo, partiamo al piccolo trotto da casa verso l’Arena Civica.
– oggi tranquilli, neh!
– ma certo, anzi sono ancora stanco dall’allenamento di ieri
– dillo a me che non corro da una settimana!
… e poi si parte come degli sciamannati.

Così, mentre faticavo dietro a loro correndo intorno al parco, mi interrogavo sui vantaggi di allenarsi con questo gruppo.

Da un punto di vista fisiologico, il fatto di essere portati a correre a ritmi più alti dei tuoi è uno stimolo sicuramente utile.
Ma è l’aspetto mentale che mi sembra predominante.

Ogni martedì che corro con Gianluca e company, mi rendo conto di quanta strada debba ancora fare per rientrare in uno stato di forma accettabile.
Gianluca, che potrebbe agevolmente andare a 4’15″/km corricchia sereno a 5’15” al mio fianco e chiacchiera chiedendomi le ultime novità.
Io giocandomi un polmone provo a rispondergli e, nel mentre, continuo a correre ad un ritmo che oggi per me è sfidante.

arco pace parco sempione
L’Arco della Pace sullo sfondo del Parco Sempione

Ho letto su Internazionale un articolo illuminante di Oliver BurkemanL’illusione di essere speciale, nel quale fa riflettere su come nella società odierna, ognuno di noi è portato a credere di essere in qualche modo unico. E come questo sia profondamente errato: la stragrande maggioranza di noi è “normale”, il riconoscerlo ci pone al riparo dalla depressione del vivere alla parenne ricerca di uno status migliore.

La sagezza dei nonni riassume questo concetto nell’adagio Chi si accontenta gode.

Correre al martedì con gli altri mi rende evidente che non solo sono assolutamente normale ma che probabilmente, almeno podisticamente parlando, sono sub-normale.
Insomma un salutare bagno d’umiltà…

Ho allungato per raggiungere Giovanni e condividere con lui questo pensiero, ma era impegnato a chiacchierare con Daniele Nardi (il famoso alpinista).
Allora mi sono girato verso Simone Leo che, in preparazione alla Badwater, raccontava a Marina Graziani di come si apprestava a fare 200 km quella settimana.
Gianluca e Nik si stavano sfidando nella classica volata degli ultimi duecento metri… e io ho aspettato il Buzz per decidere dove saremmo andati a cena.

Godendomi il privilegio di essere normale.

Breve storia d’amore e d’abbandono

Dopo il solito allenamento del martedì, con i capelli ancora umidi per la doccia e la camicia mezza fuori per la fretta, con un paio di amici abbiamo scaraventato le borse nei bagagliai delle auto e siamo andati a mangiare una pizza.
Le chiacchiere volavano leggere, le battute diventavano sempre più cattive con l’aumentare della birra in circolo.
Insomma un classico martedì post corsa.

E per l’ennesima volta ho mancato nei suoi confronti.
Ho preferito divertirmi con gli amici invece che fare attenzione a lei.
Lei che, pur entrata recentemente nella mia esistenza, ha saputo imporsi con gentilezza.
La sua leggerezza è diventata compagna di ogni mia ora di divertimento.
Il suo stile elegante ha dato colore alla mia vita.
Ed il suo supporto, costante e affidabile, ha – letteralmente – guidato ogni mio passo.

Eppure… ero riuscito a dimenticarmi di lei.
Abbandonarla in spogliatoio.

MizunoRider21.jpg

Cazzo.
Anni che frequento il XXV aprile, ed ancora mi capita di dimenticarmi qualcosa lì.
Che sia l’asciugamano o, come ieri, le Mizuno nuove, sta di fatto che al mattino dopo mi tocca tornare sui miei passi.
“Chi non ha testa ha gambe” recita un adagio delle mie parti.
E alla fin fine per un runner potrebbe persino non essere un male.

Scusate. Era una scemenza. Ma so che non sono il solo (e un po’ il pensiero mi consola).
Buona giornata e buon allenamento a tutti

PS ricordatevi di controllare la borsa PRIMA di essere a casa!

The running abroad series: Londra

Nelle ultime due settimane ho viaggiato parecchio.
Ecco alcuni brevi flash dalle città che ho visitato…

Corrono tutti.
Qui a Londra, intendo, tutti sembrano correre.

Non mi riferisco a quella frenesia dei milanesi, per cui inizi a sbuffare se il barista non ti chiede l’ordinazione un minuto dopo che hai varcato l’ingresso, oppure che ti fa fremere con il palmo della mano appoggiato sul clacson non appena la luce vrde si accende.
Qui a Londra no.
La gente è tranquilla, pronta a far code ordinate per qualunque cosa, dall’entrare al ristorante fino alla fermata del bus che non arriva.

Ma quando parlo del fatto che tutti corrono mi riferisco proprio alla moda del running.
Sabato pioveva eppure la Southbank del Tamigi o i sentieri lungo il Serpentine ad Hyde Park traboccavano di runners.
Mi superavano da dietro, mentre vagavo con la macchina fotografica al collo, o mi venivano incontro solitari o a gruppetti.

C’erano i soliti impallinati, tutto cronometri ed andature, ma la stragrande maggioranza erano joggers.
Procedevano tranquilli, senza parlare tra loro, direi anche affaticati, come se stessero pagando un tributo alla dea del fitness.
Tantissime donne, di ogni età e forma, tutte fasciate in completi perfetti. E questo stile impeccabile – devo dire – era condiviso anche dai rappresentanti maschili.
Fouseaux sgargianti all’ultima moda, scarpe fluorescenti, qualcuno osava la manica corta (persino la canottiera tra gli impallinati) ma la maggioranza preferiva la manica lunga della giacca della tuta.

E’ come se tenessero molto all’apparenza. Di certo spendono di più in sportswear che in vestiti normali (davvero i londinesi non brillano per eleganza: anzi quando si mettono in tiro per la sera riescono solo a mettere assieme in modo pacchiano dei capi improbabili). La sensazione è accentuata dal fatto che spesso vedi persone sedute al bar con scarpe e fouseaux da running che però sopra indossano un parka e magari fumano. Insomma qui l’abbigliamento sportivo è stato sdoganato come trendy anche da chi lo sport non lo pratica proprio.

Però, al netto di questi fenomeni di tendenza, rimane il fatto che a correre sono davvero tantissimi.
La conferma l’ho avuta anche domenica mattina quando da Trafalgar Square è partita la London Winter Run una 10K per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro.
Fin dal primo mattino avevo notato decine di persone, molte tra loro anziane e sovrappeso, confluire verso il cuore di Londra.
Alle 9:30 è partita la prima wave, e poi di seguito le altre. Alla fine erano diverse decine di migliaia.

London-Winter-Run
La partenza della London Winter Run 2018, domenica 4 febbraio a Trafalgar Square (ph. Franz Rossi)

Città bloccata ma festante.
Come al solito alcune persone erano vestite in costume, ho visto una renna di Babbo Natale correre fianco a fianco con un elfo, e persino qualcuno che vestito lo era davvero poco.
Faceva freddo, ma non mi stupivo tanto del coraggio dimostrato nel correre i dieci chilometri così scoperto, quanto dalla sua innegabile faccia tosta.

London-Winter-Run
Le mascotte della London Winter Run e la mise improbabile di uno dei concorrenti all’arrivo (ph Franz Rossi)