Horror vacui

Sembra quasi che tutti abbiano paura di restare soli, invece la solitudine può essere una grande opportunità…

Ci sono frasi e modi di dire che ti restano in testa. Possono essere un verso di un poema, o di una canzonetta, o la frase di una pubblicità, o qualcosa che ti spiega un professore ai tempi della scuola…

Dal mio personale florilegio di ricordi, oggi ho estratto “horror vacui”, letteralmente “paura del vuoto”, che ben si adatta a questo periodo.

Ovviamente l’accezione più comune in cui veniva usato dai latini erano le vertigini, la paura di cadere quando si è in un luogo aperto e di fronte ad un salto verticale.
Il vuoto esercita un fascino particolare: ci respinge e ci attira al tempo stesso. Abbiamo paura di cadere, ma vogliamo provare quel brivido lungo la schiena del pericolo sotto controllo.

sul bordo del precipizio

Volendo fare della psicologia spicciola, l’horror vacui ben si adatta ai nostri tempi in cui siamo presi da mille impegni, circondati da migliaia di persone. Il vuoto di cui abbiamo paura, in questo caso, è l’agenda vuota, la serata da soli.

Abbiamo paura di questa solitudine, di questa forzata inattività, perché non siamo in pace con noi stessi. Non siamo in equilibrio.

Ai tempi dell’auto isolamento da corona virus, questa paura si legge tra le righe dei post sui social, nella necessità di fare gli aperitivi via skype. Ed è un disagio condiviso…

Ma siate fiduciosi, se vi regalate del tempo da soli con voi stessi scoprirete che ognuno ha delle riserve inaspettate di creatività. Navigando sui social ho trovato decine di esempi. Persone che suonano, che disegnano, che scrivono, o che si inventano giochi per i loro figli.

In alcuni casi sono delle vere e proprie perle:

Non dobbiamo essere spaventati dalla solitudine, è l’ambiente ideale per farci crescere, per sviluppare le nostre potenzialità, per imparare ad apprezzare la nostra compagnia.

Buon auto isolamento a tutti.

Le mucche e la condivisione

Intorno a casa mia, come dappertutto in montagna, quando una persona ha un pezzo di terreno e non lo usa per far fieno, lo impresta ad un amico perché ci porti a pascolare le bestie (mucche o pecore che siano).

Il secondo si garantisce cibo gratis agli animali, il primo si trova il terreno senza erbacce e ben concimato (!)

Così da qualche giorno, durante la notte mi fanno compagnia i campanacci di una mezza dozzina di mucche che pascolano placide sotto casa. E al mattino, invece che il gallo è un muggito poderoso che mi tira giù dal letto.

Domenica, invece che alzarmi e fare colazione, ho deciso che sarei uscito a fare una corsetta.

Di solito esco in pausa pranzo o la sera, ma – visto che ero sveglio – ho pensato di inaugurare le uscite mattutine. Erano le 6 e 30 circa, l’aria era fresca, pulita, odorosa di bosco.

Dopo il riscaldamento e un tratto di sterrata, visto che le gambe giravano poco, ho tagliato per un sentiero sul quale da un po’ volevo tornare. Tra grosse rocce e tronchi d’albero, la traccia si insinuava tortuosa nel bosco. C’ero già stato, come detto, ma non ancora quest’anno. Quindi volevo sincerarmi della percorribilità.

Come spesso mi accade, dopo una decina di minuti mi sono distratto completamente ed ho iniziato ad osservare la natura. Specialmente al mattino presto, è facile incrociare degli animali, anche se ad agosto tendono a restare più verso le vette. Comunque ho incrociato una cerva che è fuggita emettendo il suo caratteristico verso così simile al cane, ed un capriolo che mi osservava dai bordi di un pascolo.

Senza quasi accorgermene sono uscito dal bosco e arrivato sulla poderale che porta al paese sopra il mio.

Ho alzato gli occhi e ho visto le cime che sovrastano quella zona, trasformate dal sole che sorgeva. Avevano un colore rosa tenue che regalava loro un fascino speciale, meglio che in qualsiasi altra ora del giorno.

Benedette le mucche che mi aveavno svegliato!

mucca

Mi sono un po’ dispiaciuto di non avere con me il cellulare e non poter scattare una foto. Ma procedendo lungo la strada e riempiendomi gli occhi di quello spettacolo che cambiava di minuto in minuto, mi sono ricreduto. Perché fare una foto quando potevo usare quel tempo per notare i particolari?

Certo avrei potuto aggiungerla a questo post e condividerla con voi.

Ma la verità è che non si sarebbe trattato di vera condivisione.
Avreste dovuto essere lì con me, allora sì avremmo condiviso quell’esperienza.

FaceBook ci ha abituato ad un linguaggio che confonde.

Il “Mi Piace” che non costa niente e che si dà a tutti, anche se poi magari non ci piace poi così tanto.
Il “Condividi” che, di nuovo, è un atto gratuito, che non costa nulla, neppure la fatica di pensare un momento.

Sono ancora legato al significato tradizionale di quei termini.

Mi ricordo come mi tremavano le ginocchia quando ho confessato alla prima ragazza che mi piaceva.
Mi ricordo il profondo senso di gratitudine che avevo provato quando, in un bivacco in cui mi ero dovuto fermare, un vecchio signore aveva condiviso con me (che non avevo nulla) la sua cena.

Sbaglierò, ma stiamo rischiando di annacquare il significato profondo delle cose.

Ho imboccato la discesa e sono arrivato di gran lena alle spalle delle mie amiche mucche suscitando un coro di sdegnati muggiti.

Pane al pane, vino al vino.
Credo sia meglio ritornare lì.

Il dubbio

Come invidio le vostre certezze assolute, il sapere che esiste sempre e solo il bianco e il nero, il perfettamente giusto e l’assolutamente sbagliato. E la certezza di essere in grado di distinguerli.

Come invidio il vostro quotidiano pontificare sui social, forti della convinzione basata sul sentito dire, sul “ti puoi immaginare se…”, sull’ipotesi dell’ultimo minuto.

Come invidio la vostra agilità morale, sempre pronti a balzare da una granitica sicurezza al suo opposto, sempre pronti a sputare sentenze dall’alto di un’etica di facciata.

Io ho un’unica certezza, che mi è stata insegnata a forza in questo primo mezzo secolo di vita.

Dubitare di ogni cosa.
Formarsi autonomamente un’idea, basandosi sui fatti.
Riconoscere che, nonostante tutto, sbaglio moltissime volte.
Essere pronto a cambiare opinione.

La maggioranza comanda, ma raramente ha ragione.

L’amore al tempo dell’iPhone

L’aria condizionata nel vagone della metro era rotta, ma a Paolo la cosa non dava più di tanto fastidio. Era mattina presto, non c’era nessuno a bordo e ad autunno ormai inoltrato la temperatura non era poi così alta.

Alla fermata alzò lo sguardo dal telefonino per vedere se saliva qualcuno.
Si sentiva un cretino, ma si vergognava di far vedere che ingannava il tempo giocando a Candy Crush. Così quando quella signora si accomodò sul sedile più lontano dal suo abbandonò il gioco e si mise a navigare tra le pagine di FaceBook.

A breve iniziò ad annoiarsi e lasciato il social si mise a sfogliare le foto.
Immagini di quell’estate, scatti rubati ai colleghi di lavoro, frammenti di ricordi. Qualche foto la cancellava, su qualche altra si fermava con un sorriso.

interno tram

Procedeva lento nella memoria dell’iPhone. Conosceva bene la sequenza e sapeva che dopo le immagini della gita al lago, dopo quelle del compleanno del nipote, avrebbe trovato Ilaria.

Amava quella foto.
Era un sabato mattina, solo qualche mese prima, a primavera.
Stavano andando a vedere una mostra di Banksy a Palazzo Reale. Erano entrambi in bicicletta e lei aveva insistito per lasciarle a Brera e avvicinarsi al centro a piedi.
Così avevano legato le loro bici ad un palo, incrociando le catene come doppia sicurezza (ma chi poteva pensare di rubare quei catenacci?)
Si erano fermati in una vecchia latteria, una di quelle che stavano scomparendo ma che lui conosceva bene dai tempi in cui frequentava l’Accademia. La proprietaria si ricordava di Paolo e Ilaria sembrava aver apprezzato la confidenza con cui la signora lo trattava.
Mentre facevano colazione sui tavolini nella piazzetta, lei – alludendo alla sua “vena artistica” – lo aveva sfidato a farle un ritratto e si era messa in una posa buffa.
E lui l’aveva colta in contropiede rubandole una foto con il cellulare…

E adesso era lì, in metropolitana, intento ad accarezzare con un dito il suo sorriso sullo schermo di un telefonino.
Doveva scriverle… doveva riprendere i contatti…

Quando digitò il nome di lei nella rubrica, gli apparse l’elenco dei vecchi sms.
Non aveva avuto coraggio di cancellare gli ultimi, gli sembrava che facendolo avrebbe dato un taglio netto alla speranza di rivederla.
Risalì fino al primo.

Che stai facendo?
Lavoro! Mica tutti sono liberi di entrare ed uscire come te. Ci sentiamo dopo…”

Lei era così. Concreta. Senza voli pindarici e romanticherie.
Continuò a rileggere i vecchi messaggi.

“Sono contenta di uscire con te stasera”
“Anch’io non vedo l’ora”

Si ricordò del preciso istante in cui aveva ricevuto quel messaggio, della fitta di gioia che aveva provato in quel momento dopo mesi di inviti andati a vuoto.
E quella sua risposta stupida. Ma perché non riusciva ad essere brillante come i personaggi dei libri che leggeva?

Scorrendo gli sms gli sembrò di rivivere quelle settimane così intense.
E subito dopo il periodo di stasi, le discussioni sulle scemenze. La sua paura che fosse un’altra stupida storia di passaggio.
Paolo voleva così disperatamente che si trasformasse in una relazione seria, in una convivenza, magari in un matrimonio.
Così disperatamente da fargli sorgere il dubbio che era innamorato dell’idea di innamorarsi e sposarsi più che di Ilaria.

Digitò rapido un messaggino.
“Mi faccio mille seghe mentali, ho mille paure. Vorrei solo svegliarmi vicino a te. Perché è così difficile?”

Lo rilesse e subito dopo lo cancellò.
Ne aveva scritti decine per provare a riavvicinarsi. Ma non ne aveva inviato nessuno.

Mise in tasca l’iPhone e si preparò per scendere.
Tra una decina di minuti sarebbe stato a solo due piani di distanza dall’ufficio di Ilaria.
“Divisi da due piani, qualche scrivania e dalla mia incapacità di dire quello che provo…” pensò con un sospiro.

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani