A volte il silenzio è la cosa migliore

Premetto che è un pezzo per addetti ai lavori, persone appassionate di editoria, gli altri possono saltarlo a piè pari. Però è un argomento che mi appassiona e vorrei dire la mia…

Riflettendo sullo sciopero dei giornalisti di ieri 16 aprile, terza giornata di un pacchetto che ha visto gli operatori dell’informazione incrociare le braccia dopo quelle del 28 novembre e del 27 marzo, mi è venuta in mente Michele, il protagonista di Ecce Bombo, che, parlando di una festa dice:

Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni in là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”

In un mondo in cui l’interesse per l’informazione tradizionale è in caduta libera, può capitare che i giornalisti scioperino e la maggior parte del pianeta vada avanti come se non fosse accaduto nulla.

Lavorare per i giornali è stato a lungo il mio interesse principale. Iniziato come una missione negli anni ‘Ottanta si è trasformato in un compito sempre meno gratificante fino al 2020, quando ho abbandonato definitivamente quel mondo.

Lo dico solo per spiegare che parlo per aver avuto conoscenza diretta del quarto settore, nello specifico dell’editoria stampata. E ho tantissimi amici che sono stati e sono giornalisti.

Il motivo per cui la categoria sciopera è giustissimo: da dieci anni lavorano senza un contratto di lavoro rinnovato.

Per contro, gli Editori sostengono che il contratto di lavoro dei giornalisti sia talmente tanto favorevole ai dipendenti (con una serie di vantaggi anacronistici) che andrebbe ridiscusso, ma al ribasso. Allineandolo agli altri contratti di lavoro nazionali.

È chiaro che sono solidale con chi difende il proprio posto di lavoro. Ancor di più con quelli che, oltre a difendere il proprio status, cercano di difendere i free lance, i collaboratori a contratto, che sono dei veri e propri schiavi dell’informazione, sottopagati e non considerati (si legga a questo proposito l’articolo del Post).

Ma credo anche che, dopo decenni in cui si è messa la testa sotto la sabbia, abbandonando al loro destino i poligrafici (che fino a poco prima erano stati compagni di barricata), non ponendo questioni sullo sviluppo industriale dei giornali, usando le innovazioni tecnologiche solo per monetizzare degli aumenti in busta paga, piangere ora è poco credibile.

È chiaro che i giornalisti di oggi si trovano in eredità un mondo rovinato dai loro colleghi di ieri. Molti professionisti non hanno assistito all’ingresso del web nel gioco, se lo sono trovato come un dato di fatto. Però è chiaro anche, che è un mondo che scricchiola.

Vi riassumo alcuni fatti.

I grandi editori puri sono spariti. Oggi resta solo il Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport.

Una volta c’era il gruppo GEDI (famiglia Agnelli Elkann) che in rapida sequenza ha venduto: Repubblica, come se fosse una pertinenza di Radio DJ, ad un gruppo greco; la Stampa è stata ceduta ad un piccolo editore che ha già ramazzato sul mercato altre testate locali (parlo della SAE, che dalla GEDI aveva già comprato Il Tirreno, La Nuova Sardegna, La Provincia Pavese ecc); il Secolo XIX, storica testata genovese, è di proprietà del gruppo MSC (che si occupa di crociere, di logistica, di sanità).

C’è Caltagirone che è proprietario de Il Messaggero (Roma), Il Mattino (Napoli), Corriere Adriatico (Ancona), Il Gazzettino (Venezia – Veneto) ma che non è un vero editore, e usa i giornali come strumento di pressione per gli altri suoi business.

C’è Antonio Angelucci, politico ed imprenditore della sanità, che possiede Libero, Il Giornale, Il Tempo, Il Corriere dell’Umbria. Ma anche lui pensa ai giornali solo come uno strumento di potere.

In tutto questo usare la carta stampata non per informare né, e sarebbe altrettanto accettabile, per arricchirsi, ma solo per esercitare pressioni, chi ci è andato di mezzo è la libera informazione.

Quindi i lettori abbandonano i giornali.

Quando io ho iniziato a lavorare in quel mondo (1985) in Italia si vendevano 6 milioni di copie al giorno, quando me ne sono andato (2020) se ne vendevano 1,7 milioni. Un quarto. Oggi (dato riferito al primo semestre 2025) siamo scesi a 1,3 milioni di copie. Comprese le copie digitali. Le stime dicono che in questo aprile 2026 si vende circa 1 milione di copie al giorno.

La pubblicità, che una volta sosteneva l’editoria, abbandona i giornali alla stessa velocità in cui i lettori li abbandonano.

Allora, non si può e non si deve discutere di rinnovare un contratto (anche, ovviamente), ma soprattutto di come rifondare completamente l’informazione in Italia e nel mondo.

Non ho soluzioni pronte (altrimenti farei l’editore e diventerei ricco), ma quello che credo è che bisogna abbandonare la quantità e scegliere la qualità.

C’è un vecchio proverbio arabo, o almeno credo sia arabo, che dice : “Apri la bocca solo se ciò che vuoi dire è più bello del silenzio”.

Alcune indicazioni generali…

Non diventare i megafoni dei politici di turno, che con un microfono davanti sono obbligati a parlare e, naturalmente, non possono dire sempre e solo cose intelligenti. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non dare le notizie fino a quando non sono notizie: non ne possiamo più di ipotesi e opinioni, restiamo ai fatti, please.  A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non confondiamo l’informazione con la pubblicità. Basta pubblicare in modo prono tutto quello che arriva dalle aziende. Ricordate Pierino e il lupo? A forza di dire che questo o quello sono eccellenti avete perso la credibilità. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta guardarsi l’ombelico. Proviamo a spaziare, a dare un quadro extra territoriale. Della solita inchiesta sui ritardi degli autobus non ne possiamo più. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta inseguire il web, mutuandone il linguaggio e la tempestività. Approfondiamo. Verifichiamo. Magari ignoriamo se non vale la pena parlarne. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Mi sono sfogato. Grazie a chi è arrivato fino a qui.

Nel frattempo, leggo la notizia che l’ennesima rivista (WIRED nella fattispecie) smetterà le pubblicazioni.

Forse, più che combattere per il contratto, è tempo di cambiare lavoro…

Guardare oltre

Non ne sono certo, ma credo che sia un ricordo che risalga alle elementari, quando la maestra Degrassi che insegnava tutte le materie, tra cui storia e geografia, spiegandoci i confini dell’Italia, diceva: “Il nostro Paese è circondato per tre quarti dal mare che ne segna il confine naturale, mentre a nord sono le Alpi a dividerci dal resto dell’Europa”.

Questo concetto delle montagne come limite, come cesura, come barriera tra noi e l’ignoto o addirittura tra noi e “gli altri”, me lo sono portato dentro per decenni. Ed era rinforzato dalle gite domenicali con la famiglia, in cui si percorrevano i sentieri ma non si salivano le vette.

Poi ho iniziato a frequentare la montagna da solo. E ho iniziato ad allungare i miei giri, a fare le gare trail, ad inventarmi dei percorsi che mi portavano oltre i colli. A quel punto ho realizzato che le catene montuose non sono delle cesure ma delle cerniere. Che, per chi vive in montagna, il colle è un punto di contatto non una barriera.

Questa idea di montagna trova delle conferme in mille piccoli fatti concreti.

Chi è più simile al pastore che porta le mucche al pascolo negli alpeggi ai piedi del Monte Rosa? Il suo omologo svizzero o il pescatore di Chioggia?

Nei due versanti di una montagna crescono le stesse piante e vivono gli stessi animali, piante ed animali che diventano cibo con ricette simili.

Ci si veste in modo simile per proteggersi dallo stesso freddo o dall’esposizione diretta del sole.

Persino le lingue si assomigliano di più. Non parlo, ovviamente delle lingue ufficiai, ma dei dialetti: abbiamo termini che definiscono in modo simile gli stessi oggetti e sono figlie di contatti tra popoli.

Vivere in montagna ed avere la montagna come maestra, ti fa crescere in un modo simile. Così è più facile capirsi con gli Svizzeri di là dal colle che con gli Italiani di pianura.

E questo “guardare oltre”, spingere lo sguardo al di là del colle, essere incuriositi di cosa ci sia dall’altra parte, aiuta ad aprire la mente, a spingerci ad esplorare. Che, come avevo già scritto altrove, è il motivo per cui io sono arrivato qui lasciando il mare…

Sono ben conscio che siamo lontanissimi da una fratellanza tra i popoli delle Terre Alte, ma mi piace riaffermare che c’è una trasversalità che trascende le catene montuose e che unisce le persone.

Forse non è immediato per chi vive lontano, come la mia vecchia maestra Degrassi, ma che appare evidente a chi vive ai piedi della montagna.

Quanta vita in 5 minuti di coda?

In fila, davanti all’ingresso.
Ho appuntamento alle 9:00. Arrivo un quarto d’ora prima e, proprio quando sto per suonare, noto un cartello:
“Chi ha appuntamento non suoni ma aspetti di essere chiamato”.

Faccio un passo indietro e osservo.

Un uomo sulla trentina che era arrivato poco prima di me, se ne sta in piedi, una cartelletta sotto il braccio, e legge qualcosa sullo smartphone.

Arriva un’altra persona, un uomo che potrà avere una cinquantina d’anni, saluta e mi chiede, ansioso “Ma avete suonato?”.

Rispondo di no, che ho appuntamento alle 9 e attendo il mio turno. L’altro uomo alza gli occhi e dice “Alle 9 anch’io” e poi li riabbassa verso il telefono.

Il neo-arrivato, non contento, spia tra i cartelli della porta finestra e suona una volta. Controlla l’ora, dovrebbero essere aperti, e ci chiede “Ma non c’è nessuno?”. Non rispondiamo. Lui suona di nuovo… Torna indietro. È nervoso. Guarda ancora l’ora.

Finalmente una signora si affaccia e gli chiede cosa desidera.

Intuisco che ha un appuntamento anche lui, alle 9. La signora gli dice che il suo appuntamento è al piano superiore, lui insiste, vuole spiegarsi, la signora gli ripete che deve andare di sopra. Lo fa entrare, scorre un elenco su un foglio di carta, e gli indica qualcosa. Poi lo accompagna fuori e lui, finalmente chetato, sale al piano di sopra.

La signora ci chiede i nomi e cosa dobbiamo fare. Ci fa entrare in un’altra sala d’attesa e lì ci dividiamo, il trentenne e il suo smartphone salgono tre gradini e si mettono in fila davanti ad una porta. Io aspetto di essere chiamato e rifletto.

Quanta vita c’è in cinque minuti di coda?

E ancora.
Il 30enne avrà notato quello che ho notato io, anche se era al telefono?

Sempre più spesso vedo che la maggioranza delle persone, aspettando il pullman o sulla banchina tra i binari del treno, si isolano dal mondo attorno per chiudersi in un mondo digitale. Un mondo dove ti sembra di essere vicino a tutti e intanto ti perdi le persone che sono davvero vicine a te.

Mi chiedo se questo affannarsi a riempire i silenzi, le pause, le attese, con qualcosa di stimolante sia una dipendenza o forse solo paura di restare soli con sè stessi, nel silenzio, nel vuoto. Liberi di pensare a ciò che si vuole.

E poi mi sono detto: “Ma non sei stufo di sentirti brontolare come un vecchio?”. Come il “mio” vecchio; quel padre che ho così tanto criticato e a cui somiglio sempre di più…

P.S. se avete voglia di approfondire, c’è un altro pezzo che in qualche modo è collegato: “Horror vacui”

Per un’ecologia delle idee

La montagna, oggi, si trova al centro di una tempesta mediatica.
È diventata un polo di attrazione per le persone che sono alla ricerca di recuperare un rapporto diretto con la natura e, attraverso questo rapporto, un contatto più vero, più sano con loro stessi, con il loro spirito.

Li comprendo benissimo, io sono stato tra loro, vivevo in una città, Milano, che rappresenta la quintessenza dell’essere una città. Veloce; fertile di idee ed iniziative; prodiga di stimoli ed opportunità. E naturalmente, caratterizzata anche da tutti i lati negativi che essere una città porta con sé.

L’uomo ha creato un mondo a sua misura e nel farlo ha sovvertito le regole naturali cui il nostro corpo soggiace.

C’è un concetto bellissimo che mi aveva affascinato quando ero un giovane studente di giurisprudenza: il concetto di “diritto naturale”, cioè quell’insieme di norme che gli uomini sentono dentro di loro senza bisogno che siano codificate. Il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza.

Ebbene, penso che esistano anche delle leggi fisiche che l’uomo dovrebbe riconoscere ed accettare, senza tentare di sovvertirle. Leggi che potrei riassumere in un unico concetto: “non tutto è sotto il nostro controllo”.

La pioggia, il caldo, le malattie, la vita e la morte (che poi sono due modi di chiamare la stessa cosa), la spinta alla riproduzione, la spinta a proteggere la propria vita e il proprio nucleo (famiglia, clan, comunità).

Non penso che siano cose che dobbiamo accettare per forza e subire passivamente. Se c’è freddo mi copro; se sto male mi curo… ma non penso neppure che dobbiamo portare questa “reazione” alle leggi naturali alle estreme conseguenze.

Ho fatto tutta questa ampia premessa per dire che oggi si vive in un mondo che è stato sovvertito per assecondare le necessità del genere umano (unica specie animale ad averlo fatto). Abbiamo portato questa scelta al limite, eliminando fisicamente gli ostacoli, non solo alla sopravvivenza dell’Uomo, ma anche alla sua comodità.

Viviamo perennemente a 20 gradi centigradi; d’estate e d’inverno. Non ci nutriamo più, perseguiamo i piaceri della buona tavola e subito dopo usiamo delle pillole per non ingrassare. Evitiamo la fatica come se fosse mortale, usiamo l’automobile ed ogni orpello che la tecnologia ci procura per non sforzarci, e poi andiamo in palestra per faticare. Chiediamo aiuto per fare qualsiasi cosa, da cambiare una lampadina a trovare un indirizzo nella città in cui siamo nati, e poi andiamo dallo psicologo perché il nostro senso di autoefficacia che è la capacità di risolvere da soli i problemi, e l’autostima calano vistosamente.

Questa scelta, operata molti anni fa, oggi porta come conseguenza una sorta di crisi di rigetto. Gli uomini non sono più contenti del mondo che hanno creato e di come questo mondo li ha trasformati. E vogliono tornare indietro. Per farlo idealizzano le poche aree rimaste incontaminate.

E finalmente arriviamo al punto.

La montagna, vuoi perché è un ambiente poco antropizzato, vuoi perché fino a ieri non era un luogo ambito per trasferircisi, è rimasta per buona parte fuori dalle trasformazioni artificiali che ha subito la pianura.

Quindi si guarda ad essa come il nuovo Ovest, l’Ultima Thule in cui rifugiarsi. Abitata da esseri mitici, superiori nel loro essere lontani dai cliché dell’uomo moderno, salvifica e taumaturgica.

Ed ecco il problema. Anzi i problemi.

Il primo, più immediato, è che il “marketing” – mi si perdoni la genericità di questo termine, voglio intendere tutto quel complesso sistema culturale che trasforma ogni interesse umano in un potenziale sistema di creazione di fatturato – il “marketing” usa l’idealizzazione della montagna per promuovere prodotti che, nel migliore dei casi, non c’entrano nulla; nel peggiore, sono contrari al sistema di valori identificato con la “vita in montagna”.

Il secondo, meno evidente ma altrettanto pericoloso, è che – come si è fatto innumeri volte in passato – si confonda la tutela con la messa sotto una teca.

Facciamo un esempio concreto. La buona intenzione di proteggere il lupo (che avevamo quasi cancellato dalla terra) è diventata l’idealizzazione di un animale e la sua chiusura in aree protette dove l’uomo può osservarlo senza pericolo (per l’uomo, ovviamente). E adesso che il lupo è tornato a frequentare il suo ambiente, è partita una lotta tra chi vive a contatto con questo predatore e chi, magari dal suo ufficio in centro, proclama che dev’essere tutelato.

Stiamo facendo lo stesso con la montagna.

Prolificano i libri, gli studi, i festival, gli incontri in cui si parla di montagna. Fioriscono le iniziative in cui si invitano le persone a “vivere la montagna vera” con un fine settimana in alpeggio o con un tuffo in una sagra di paese dove la polenta si fa sul fuoco e il formaggio sa ancora di stalla.

Ma stiamo solo trasformando la montagna in una disneyland, in un parco a tema, in un’esperienza “all inclusive”. E questo è l’effetto del problema marketing.

Oppure stiamo cercando di spiegare a chi vive in montagna come dovrebbero vivere. E questo è l’effetto del problema “riserva indiana”.

Non sto dicendo che i problemi non esistono.

L’overtourism, la gentrificazione, la cementificazione delle località sciistiche, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico in corso, ma anche e soprattutto, la difficoltà di immaginare un futuro a misura d’uomo nei paesi di montagna, la possibilità di garantire pari opportunità di studio, di lavoro, di vita a prescindere dalla quota in cui si vive. Sono problemi seri che richiedono una riflessione approfondita.

La risposta non può e non deve venire da chi è capitato per caso in montagna. E neppure da chi ne ama l’idea. Dev’essere un movimento autonomo che parte dal basso. Dalla base, come si usava dire ai bei tempi in cui si era tutti ideologizzati.

Quindi se vi viene voglia di abbandonare la città e trasferirvi in montagna perché cercate lo esprit montagnard venite a trovarci e provate a vivere insieme a noi. A condividere il bello e il brutto delle Terre Alte.

E poi decidete se è più giusto impegnarvi per cambiare la nostra vita o se forse è la vostra vita in città che va cambiata.

Ci riempiamo la bocca dell’importanza di un approccio ecologico alla vita. Vorrei sfidarvi a riflettere su come anche le idee abbiano bisogno di una loro ecologia. Dobbiamo tutti tornare a spogliarci delle sovrastrutture culturali che creano mondi diversi da quelli reali in cui viviamo (la montagna, ad esempio). E affrontare le cose per come sono. Non per come ci piace pensare che siano.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non lo so. Potevo avere 13 o 14 anni la prima volta che inciampai in questa poesia di Eugenio Montale tratta da quella raccolta capolavoro che è Ossi di seppia. E ne rimasi folgorato, come mi era capitato poche altre volte.

Poi crebbi e iniziai a capirla.

Forse perché l’animo era giovane ed acceso di passioni, la cosa che più mi colpiva era la bellezza delle immagini e il ritmo dei versi.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ma appena uscii da quella fase ed entrai nell’età adulta, compresi fino in fondo la verità di quel lamento.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a sé stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Adesso che ho i capelli bianchi, apprezzo soprattutto quell’ultima strofa, dove il poeta afferma con forza tutti i limiti della nostra umanità.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

A tutto questo pensavo mentre leggevo un inutile post di chi saltava sull’ennesima data commemorativa.
Persone che si riempiono la bocca di valori per cui altri hanno combattuto. Valori che bisogna ancor oggi difendere, però non ricordando le battaglie del passato, ma scendendo in trincea per il presente, e per il futuro.

Lo so, sono criptico.

Ma davvero non ne posso più di questo iato che si allarga tra le parole e le azioni.

Come vorrei che fossimo tutti un po’ più umili e, nel riconoscere con il poeta “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, cercassimo di comportarci in modo coerente. Al di là degli sbandieramenti sui social. Al di là delle prese di posizione ideologiche.

Pane al pane. Vino al vino.

Post Scriptum per un curioso gioco del destino (alle coincidenze è sempre difficile credere) questo post finisce esattamente con il titolo del mio ultimo post, scritto quasi due anni fa… beh speriamo sia di buon auspicio per riprendere con costanza a riempire questo spazio.

La lepre di periferia

Gli uomini hanno modificato l’ambiente per renderlo più aderente alle loro esigenze. Ma per questo abbiamo pagato un prezzo

Fermo ad una rotonda che permette di immettersi in Milano da una strada laterale (se conosci le stradine ti risparmi decine di minuti) vedo che la donna a fianco del guidatore nell’auto che scorre parallela alla mia sta indicando il prato a bordo carreggiata.
Definirlo un prato, in realtà, è una pietosa bugia. Un pezzo di terreno su cui troneggiano i residui di un vecchio cantiere è stato piano piano colonizzato da delle piante. L’erba gialla e quasi secca dove sono passati a tagliarla è impolverata e richiama alla mente il deserto. Solo delle chiazze di vegetazione un po’ più in là danno un vago senso di vita.
Ad attirare l’attenzione della donna è stato un leprottino spelacchiato che sta correndo come un pazzo lungo il bordo della strada. Ancora pochi balzi e poi scarta secco a destra e si infila nell’erba più alta. La ragione di questa fuga è un grosso corvo nero che lo sorvola dall’alto ma deve abbandonare la caccia quando l’animaletto si mimetizza tra i cespugli. Intanto l’automobile che mi precede si muove e io la seguo.
Però quel leprotto mi è rimasto fisso in testa.

lepri a Milano

Ogni città, perfino Milano, è piena di questi clandestini. Animali e piante che dovrebbero vivere in campagna ma che si ricavano un loro spazio tra muri e cemento. Non sono belli, sembrano un po’ più magri, più spelacchiati, dei loro fratelli che incrocio intorno a casa mia. Sembrano quasi più opachi, come se una patina li avesse ricoperti.

L’altra sera, mentre percorrevo la sterrata dietro casa poco prima di cena, ho visto due piccoli tassi che giocavano. Si rincorrevano, sembravano quasi rotolarsi con quella loro forma tozza e quell’andatura strana che ricorda un po’ i panda, in quel punto la strada era asfaltata, ma loro sembravano non accorgersene. Anche quei loro balzi goffi e quello scappare da noi solo quando eravamo a meno di cinque metri di distanza, li avevano impressi nella mia mente.

Poi ho ripensato al leprotto di Milano e ho capito cosa mi avesse disturbato.
Lì era lui ad essere fuori posto. Qui è l’asfalto che sembra una forzatura.

Una cosa simile succede per gli esseri umani.
Se paragono i miei amici di città e quelli che vivono in montagna, sembra appartenere a due diverse speci di uomo.
I primi sono circondati da una brillante immagine di sè che sembrano proiettare continuamente. Cosa faccio, chi sono, cosa mi piace, cosa aborrisco, il mio lavoro, l’ultimo libro letto, la musica che amo e via dicendo. L’ambiente intorno a loro è uno schermo che li riflette ed amplifica.
Sia chiaro che questa non è una cosa che mi infastidisce, anzi penso di fare esattamente lo stesso, serve ad interagire tra persone. Il posto dove siamo è totalmente indifferente.
Quando esco con gli amici di qui, la situazione si rovescia. E’ l’ambiente ad avere la priorità, i luoghi, i panorami, i colori e gli odori, noi siamo, esistiamo, solamente nella misura in cui interagiamo con esso.
Lo ribadisco di nuovo, non si tratta di giudizi morali. Lo spaccone o il viscido esistono sia in città che qui. Ma le persone di fronte alla Natura sono più quello che sono non quello che dicono di essere.

Noi uomini abbiamo creato le città a nostra immagine e somiglianza, ma forse adesso ci siamo ubriacati di noi stessi e abbiamo bisogno di scendere con i piedi per terra e imparare a misurarci con la realtà vera, non con quella addomesticata che abbiamo creato a nostro uso e consumo.

La maggior parte delle persone ha voglia di questo cambiamento. Sente come innaturali le situazioni create artificialmente ed anela ad un ritorno alla naturalezza. Lo capisci quando li vedi perdersi nel bosco ad osservare il verde cangiante delle fronde, o quando apprezzano la puzza del letame nei pascoli. Sono strani. Sono goffi. Sono come adulti che tornano a giocare a pallone dopo 30 anni: sanno che è divertente ma sono impacciati, non hanno la stessa ingenuità dei ragazzini che giocano sul prato accanto.

Il leprotto di Milano non ha scelto di vivere lì. E similmente molte persone non hanno la possibilità di scegliere dove vivere. Ma già rendersi conto, attraverso un po’ di esperienze nel fine settimana o durante le vacanze, di cosa abbiamo lasciato fuori dalle nostre città, sarebbe un primo passo per spogliarsi dall’artificialità e riguadagnare un po’ di naturalezza.

Ascolta “La lepre di periferia” su Spreaker.

La caccia alle streghe

Un tema delicato: il sacrosanto diritto delle donne ad essere considerate alla pari degli uomini e il diritto di ogni uomo di non essere considerato un mostro.

Ne avevo scritto qualche tempo fa (leggi qui): spesso è difficile definire dove sia il confine tra bene e male. A volte si rischia che, per perseguire un fine eticamente giusto si accetti di usare mezzi che non lo sono.
Il famoso “il fine giustifica i mezzi” del buon vecchio Niccolò Macchiavelli.

Riflettevo su questo leggendo il post di un’amica che prendeva le parti di Aurora Leone (l’attrice del gruppo The Jackal) che era stata esclusa da una cena della Nazionale Cantanti.

Non voglio tornare sulla condanna (il fine), che comprendo e condivido, ma parlare del metodo. La mia amica si scagliava contro il genere maschile spesso colpevole di comportarsi in modi che colpiscono una persona per il suo essere donna.
E mentre lo faceva, commetteva lo stesso errore: scagliarsi contro gli uomini perché uomini.

amici

Tra i miei amici – non i conoscenti, dico proprio gli amici, le persone che mi sono vicine – non c’è nessuna persona che discrimina un’altra persona per il genere o la razza.

Ammetto che ci siano discrimini dettati da ideologie e scelte politiche e persino religione, ma di certo non per razza o genere.

Non credo di essere un fortunato circondato da Illuminati.
Così come non credo che il mio gruppo di amici sia un campione statisticamente valido.

Sono consapevole che le discriminazioni siano un problema vero e numericamente molto serio.
Sono consapevole che esista una sperequazione tra come il mondo del lavoro tratta un uomo e una donna.
Ho ben presente lo sbilanciamento assurdo tra vittime donne e vittime uomini nei crimini violenti (stupro e omicidio in primis).

Sono fermamente convinto che questa situazione vada combattuta a viso aperto, e che il primo passo sia la denuncia.

Però credo che non si debba fare di tutta l’erba un fascio.

Mi rendo conto che sia difficile.
La giustizia si impantana troppo spesso nella palude dei distinguo.
Ma il rischio opposto è persino più grave: la generalizzazione finisce spesso nella gogna mediatica che non risolve i problemi e che alimenta la polarizzazione tra le parti.

Dire che gli uomini sono maschilisti è uguale a dire che le bionde sono sceme.

Ci sono gli uomini che si comportano male, e vanno indicati.
Ci sono le donne che si comportano male, e vanno parimenti indicate.

Torno ad un punto fondamentale che ho già enunciato precedentemente e provo ad elencare i passi che io credo siano fondamentali per vincere questa battaglia di civiltà.

La prima cosa da fare è denunciare pubblicamente e ad alta voce.

La seconda cosa da fare è creare un fronte unico tra chi comprende e condanna il problema. Senza divisioni di genere.

La terza cosa è parametrizzare, cioé dare il giusto valore ai fatti.
Così come non si può paragonare chi ruba con chi uccide, alla stessa maniera non si deve paragonare chi fa una battuta sessista con chi stupra.

So bene che sto camminando su un terreno minato.
Purtroppo chi cerca un approccio di buon senso, moderato, viene spesso confuso con chi minimizza il problema.

Ma credo sia giusto che chi condanna la caccia alle streghe del Medioevo faccia attenzione a non vestire i panni dell’Inquisizione nella battaglia contro la discriminazione di genere.

E per concludere vorrei sottolineare come il più grande errore che si deve evitare sia quello di trasformare la lotta per la parità di genere in una guerra tra generi.

Non dev’essere donne contro uomini, maschi contro femmine, come avviene spesso. E’ naturale che una donna cerchi solidarietà tra le altre donne. E noi uomini dovremmo offrire la stessa identica solidarietà per far comprendere come il comportamento di uno non sia il comportamento di tutti.

Penso ci sia una piccola minoranza di uomini che si comporta male, coperta da una schiera molto ampia di uomini (e donne) che si girano dall’altra parte.

E’ su quella larga fetta della società che dobbiamo lavorare.
Denunciando, condannando, e soprattutto continuando un dialogo aperto e costruttivo.

Ascolta “La caccia alle streghe” su Spreaker.

I nuovi bulli

Siamo circondati dai nuovi bulli, persone che detengono il potere e lo usano per avere ragione a prescindere dal merito della questione

Trump, l’ex presidente degli USA, ha licenziato Christopher Krebs che era il direttore della CISA, l’agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture.
Il motivo? Krebs aveva definito le elezioni appena concluse come “le più sicure della storia americana”. E ovviamente ciò non poteva andar bene al tycoon che, ancor oggi, non ammette la sconfitta e parla di frodi.

Chissenefrega?
Magari sì. Ma è un ottimo spunto per trarre qualche riflessione più generale.

Il metodico zittimento delle voci contrarie tramite rimozione dagli incarichi o attacco sul piano personale (gogna mediatica) di chi ha idee diverse, è una strategia estremamente diffusa.
Sei contrario ad un mio progetto? Invece di discutere nel merito delle tue idee, attacco la tua persona per sminuirti o distruggerti.

donald trump

Lo facevano i bulli quando andavo a scuola e lo fanno i potenti oggi.
Non solo esponenti politici, ma anche imprenditori o personaggi famosi.

Forti del loro potere e di un meccanismo perverso che rende i media degli amplificatori privi di discernimento, i nuovi bulli spadroneggiano in rete.
E data l’equazione (totalmente priva di fondamento) “Più è virale, più è reale” raccolgono consensi ben al di là di quanto si meritino.

Esiste una soluzione a questo problema? O meglio, è davvero un problema?

Negli anni abbiamo accettato di barattare la libertà con la comodità.

Avviene in tutti i campi e a tutti i livelli.

Gli smartphone non richiedono un utente altrettanto “smart”.
La super specializzazione fin dai primi anni di scuola superiore ti trasforma in un esperto in un campo e un ignorante in tutti gli altri.
La comodità di acquistare on line e di avere i negozi aperti nei weekend (addirittura 24 ore) si paga con la perdita di posti di lavoro e lo sfruttamento delle persone.

Lo stesso meccanismo lo ritroviamo per le notizie.

Una volta ci informavano, adesso siamo informati.
Sembra un gioco di parole, ma è un fenomeno grave.
Abbiamo accettato un ruolo passivo nel processo di acquisizione delle informazioni.
Abbiamo delegato ad altri il discernimento tra ciò che è vero e ciò che è verosimile. Anzi, ormai anche ciò che è palesemente insensato, con la dovuta forza, può essere trasformato in reale.

Qualcuno dirà: “Ma chissenefrega di essere informati, io vivo bene nel mio piccolo mondo, a casa mia, nel mio quartiere…”
Questa nostra pigrizia nell’informarsi sul quadro generale si riflette tragicamente nel nostro vissuto quotidiano.

Non sapere cosa sia il MES o fregarsene di Lampedusa e degli sbarchi di persone in fuga o ancora, più recentemente, trascurare la pandemia (“la mascherina? io?”) e le conseguenze economiche (“‘sto governo di incapaci non riesce neppure a distribuire il fondo per le bici…”) sono tutte scelte che ci si ritorcono contro nel giorno in cui andremo a votare.
Allora non sceglieremo chi ha ragione (secondo noi) ma ci faremo influenzare da chi grida più forte.

Invece dovremmo cercare il confronto su un piano intellettuale, discutere sulle idee, ascoltare chi non è d’accordo senza prevaricarlo.
Smettere di seguire sui social chi la pensa come noi e provare ad ascoltare, invece, delle campane diverse.

In una parola, allargare la nostra visione.

Quando andavo a scuola, i bulli erano limitati e resi inoffensivi dal valore della cultura, dal rispetto per l’autorità che l’insegnante rappresentava e, non da ultimo, dalla forza del gruppo.
In quest’era di disimpegno, di ricerca di scorciatoie, di attenzione solo al proprio ombelico, i bulli la fanno da padroni.

E noi pagheremo il conto.

Il garbato censore

Avremmo bisogno di altri come lui: persone che con l’ironia sappiano instillare il dubbio. Gaber è stato un esegeta della società in cui viveva

Sabato scorso, facendo zapping, sono finito su RAI3 e sono stato catturato dalle immagini in bianco e nero di Giorgio Gaber che cantava.
La trasmissione fa parte di una serie curata da Paolo Mieli e dal titolo “Italiani”. La puntata specifica (che potete vedere a questo link) si chiamava “Giorgio Gaber, l’utopia possibile“.

Ovviamente conosco bene Gaber e alcune larghe parti della sua produzione.
Ero un ragazzino quando canticchiavo “Lo shampoo” che, all’epoca, mi faceva morire dal ridere (l’ho postato qui sotto per chi non l’avesse visto).
Ai tempi del liceo ci sfidavamo con altri studenti sul piano ideologico citando “La libertà”.
Ma anche in tempi più recenti la sua celebre canzone “Destra – Sinistra” fotografava perfettamente un disagio condiviso da molti. La mancanza di quell’ideologia che, un tempo, aveva sostenuto le nostre battaglie.

Ho passato volentieri la serata in compagnia di quell’uomo vestito come un agente segreto, un man-in-black da palcoscenico, che cantava testi mai banali, aggiungendo smorfie e gesti che lo rendevano perfetto per il teatro.
Poco meno di un’ora e ne avrei voluto molto di più.

In fondo avremmo bisogno di altri come lui.
Persone in grado di interpretare la realtà che ci circonda.
Capaci di essere censori, pur garbati ed ironici, di un mondo che si allontana dall’umanità (intesa come virtù non come specie animale).

Il giovane Gaber faceva parte del clan di Celentano, cantava con Iannacci e Tenco, si esibiva in televisione e imitava le rock star.

Il Gaber adulto, post anni ’60, non ha più rincorso il successo scrivendo canzoni per andare in classifica.
Aveva delle idee e voleva condividerle.
Lo faceva usando un linguaggio semplice e diretto.
E’ stato capace di impegnarsi e di capire quando sbagliava.
Di cambiare idea, elaborando il suo vissuto.
Non ha mai accettato di seguire la corrente.

Un grande artista, ma soprattutto un grande uomo.
Come dicevo prima: ce ne vorrebbero altri come lui, adesso.

P.S. riascoltate “Il conformista” e scoprirete che non è poi passato così di moda

Il corriere Amazon

Ero a Milano, stavo percorrendo un controviale di corso Sempione alla ricerca di un parcheggio.
C’era un furgoncino piccolo e scassato, con due ruote sul marciapiede e il portellone aperto. Rallentava il passaggio delle altre automobili.

All’interno del vano posteriore c’era un piccolo uomo, dai tratti sudamericani, affannato, sudatissimo, con gli abiti trasandati, che frugava tra decine di pacchetti che vagavano liberi nel furgone.

Dal pianale del furgone, un pacco oblungo scendeva in obliquo fermandosi sulla strada, dove altri pacchetti erano disseminati a terra in un caos che parlava di cadute recenti.

Il logo sulle scatole e l’inconfondibile nastro nero e azzurro palesavano la provenienza: Amazon (potere del marketing!)

pacco amazon

Non mi fraintendete, questo post non è l’ennesimo sfogo contro l’incuria dei corrieri della società di Jeff Bezos.

Sono sicuro che:
# 1. il corriere ha un contratto regolare (magari da fame) e ha firmato consapevolmente la sua condanna a questo tipo di attività
# 2. gli oggetti arriveranno ai clienti integri (nonostante il pessimo trattamento cui sono sottoposti nel viaggio) grazie agli imballaggi extra resistenti ed extra large
# 3. aggiungo che anche nel caso non fossero integri, Amazon provvederà a sostituirli gratuitamente, inviandone un nuovo esemplare (non so se il corriere che ha causato il danno ne pagherà le conseguenze, ma immagino di no)

Non voglio neppure far notare che i tempi stretti e le condizioni contrattuali con cui hanno a che fare i corrieri Amazon sono una nuova forma di schiavitù.
E neanche che l’impatto sull’ambiente dello spreco di carta e plastica necessario a tutelare l’oggetto a causa delle pessime condizioni di cui sopra sarà pagato dalla collettività che seguirà la nostra generazione.

Io vorrei concentrarmi solo sul tema dell’impoverimento.
Amazon vende tutto, consegna prima e ovunque, e costa meno.
Un affare, direte. Invece no. Vi ruba in tasca.

Amazon toglie valore alle cose

Dovete fare un regalo.
Andate in un negozio e, consigliati dal commesso, vagliate le varie possibilità. Poi, magari, visiterete un nuovo negozio dall’altra parte della città. Infine, effettuata la scelta, potrebbe persino capitarvi di dover aspettare qualche giorno che arrivi e poi tornare a ritirarlo.

Tutto questo lavorìo aumenta il valore di ciò che acquistate.
Non in termini economici, ovviamente, ma aumenta l’importanza che voi gli attribuite (che alla fine è l’unica cosa che conta).

Pensate anche al prezzo.
Su Amazon non comperate mai a prezzo pieno, ma sempre tutto scontato, al ribasso.
Ma davvero vorreste regalare un oggetto in saldo al vostro amore?

A proposito, avete presente la pubblicità di Amazon?
Una giovane coppia si scorda del proprio anniversario. Amazon vede e provvede. Entrambi comprano on line, ricevono il pacco a casa, e tutti vissero felici e contenti.
Ma voi vorreste vivere con un partner che si dimentica dell’anniversario?

Ma torniamo al nostro corriere nel controviale.

Non c’è amore nel suo lavoro, non c’è professionalità né passione.
Non per sua incapacità o mancanza di volontà, semplicemente per mancanza di tempo.
Non c’è cura e attenzione nei confronti del pacco sballottato per chilometri (tanto da rendere necessario un imballo gigante anche per libri od oggetti non fragili).

Stanno impoverendo la nostra società.
Stanno vendendo sottocosto i nostri desideri, il nostro lavoro, il nostro ambiente.

Il BlackFriday sta arrivando. Natale sta arrivando.
Prima di ordinare su Amazon, pensate al corriere e andate ad acquistare i regali nei negozi.
Vi costerà più danaro, più tempo, più fatica, ma contribuirete a frenare il declino.