Il ritiro

E la terza notte al Tor des Géants è passata.
In realtà è la quinta per quelli del Tor des Glaciers, ma loro sono una categoria a parte.

Il meteo che era stato un problema per i primi due giorni, finalmente volge al bello. E la cosa è importante, perché restano ancora da salire parecchi colli.

Osservando da Milano la tabella dei passaggi e il numero di ritiri che si sta normalizzando (al momento sono 216 sui 957 partenti), ho iniziato a riflettere su questo tema.

E’ ovvio dire che è più facile che si ritiri un campione rispetto ad un amatore.
Il campione è lì per vincere, tirerà dal primo minuto e, una volta che si renderà conto che non può più andare a podio o piazzarsi, verrà meno lo stimolo di correre.
Quindi il duplice fattore alto rischio infortunio/correre al limite + calo motivazione rende il ritiro quasi l’unica scelta.

Ma il ritiro per un amatore è tutta un’altra cosa.

In primo luogo, per lui il Tor è probabilmente la gara dell’anno.
Ci si è preparato a lungo, ha coccolato l’idea e quando è stato sorteggiato ha iniziato a vivere per il Tor.

In secondo luogo, per un amatore il vero obbiettivo è arrivare in fondo nelle 150 ore di tempo massimo: essere un finisher.
Quindi accetta di procedere lentamente, l’importante è continuare ad andare.

Ma credo che l’aspetto più interessante sia quello psicologico.

Alba su un colle al Tor des Géants (ph Stefano Jeantet - Archivio TdG)
Alba su un colle al Tor des Géants (ph Stefano Jeantet – Archivio TdG)

Il campione ha addosso molte aspettative.
Non deve deludere i fan e gli sponsor.
Da lui la gente si aspetta un risultato eclatante ma paradossalmente accetta un ritiro (“Ha dato tutto, è un grande anche se si è fermato” oppure “Ha veramente fatto di tutto per vincere, pensa che si è dovuto fermare”).

L’amatore, tolta la famiglia e gli amici della società di corsa, deve solo soddisfare se stesso.
Ma questo genera una fortissima barriera alla tentazione di mollare.
Il concetto di “magari sui gomiti, ma arrivo” che per un campione è difficilmente accettabile, per un amatore è una strategia.

Così, tra i 216 ritirati al Tor, in percentuale il numero dei campioni, delle wild card (gli invitati), è eccezionalmente più elevato di quello degli amatori.

Non sto facendo un monumento a noi “tapascioni”, a noi che non abbiamo velleità di podio.
Sto solo suggerendo a chi guarda solo la prima pagina della classifica, di volgere lo sguardo verso gli ultimi.
Tra di loro ci sono le storie più interessanti, le battaglie personali più dure, e – spesso – gli esempi da imitare.

Post Scriptum per i più curiosi aggiungo un po’ di notizie.
Al Tor des Glaciers c’è in testa Luca Papi, un italiano residente in Francia (lavora ad EuroDisneyland)
Al Tor des Géants c’è in testa Oliviero Bosatelli che arriverà a Courmayeur verso mezzogiorno di oggi, tra le donne la spagnola Silvia Garrote Trigueros (che ha vinto anche lo scorso anno)

Infine ieri sera alle 21 è partito il Tot Dret, la gara di 130 km che da Gressoney arriva a Courmayeur.

Il re del bosco

Stamattina, dopo un paio di settimane in cui non riuscivo a farlo, ho indossato i pantaloni da trekking, calzato le scarpe da trail, impugnato i bastoncini e sono uscito.

Proprio sopra casa mia parte un sentiero.
Con l’amico Pietro lo avevamo pulito poco tempo fa, poi aveva nevicato, insomma ero curioso di vedere in che situazioni si trovasse.

Volevo poi vedere a che punto erano i lavori di bonifica delle miniere di serpentino, un minerale di amianto tristemente noto per essere il componente base dell’eternit.

Quindi, spinto dall’entusiasmo, sono uscito appena il termometro è salito sopra lo zero e mi sono avviato.

Già da subito ho notato che, nonostante fossi il primo essere umano a passare di lì dopo le recenti nevicate, non ero di certo l’unico essere vivente.
Tracce di ogni dimensione e forma seguivano il sentiero.

Gli animali sono furbi, o forse siamo noi uomini che copiamo gli animali quando tracciamo i sentieri.
Sta di fatto che decine di animali erano già passati di là.

Si riconosceva l’orma tonda del capriolo, quella più grossa del cinghiale, lo zampino della volpe, quello inconfondibile dei gatti.

Salivo e leggevo il terreno.
Ero così preso a seguire le orme, che spesso ero portato fuori traccia, e lo capivo dalle pendenze innaturali cui le mie gambe lunghe e poco agili, rispetto agli animali che mi avevano preceduto, faticavano ad adattarsi.

albero
Un albero d’inverno nella piana d’Ersaz (ph Franz Rossi)

Sono arrivato sulla piana, dove il vento soffia sempre impetuoso.
Oggi ero graziato da una meravigliosa giornata di sole, ma le raffiche avevano disegnato con la neve delle morbide onde in cui affondavo fino al ginocchio.

Ancora in salita. Cercando di indovinare dove passa il sentiero.
Ero stupito di come nessuno fosse passato. In fondo ero a poche decine di minuti dal villaggio.
Finalmente raggiungo il paese che rappresentava il punto più alto, il gran premio della montagna, e quasi a celebrare l’avvenimento il campanile suonava mezzogiorno.

Ho salutato la chiesetta e mi sono lanciato in discesa.
Nelle zone d’ombra, nel bosco, la neve lasciava il passo al ghiaccio.
Così i bastoncini aiutavano a mantenere l’equilibrio e, tutto sommato, anche la velocità ne beneficiava.

Mi sono spostato verso ovest, fino a quando ho visto la mia casa, un puntino dall’alto, tutto sulla sinistra.
Era il momento di tornare.

traccia di lupo

Ho imboccato un sentiero che conosco a menadito.
Che ho percorso decine di volte, sia di giorno che di notte.
E’ stato allora che ho notato che le uniche tracce sul sentiero ero quelle di un grosso cane.
Ma nessun animale domestico si avventura in quei boschi senza il padrone.

Da almeno un anno sento storie di lupi che girovagano intorno alle nostre case, ma solo oggi ne ho avuto una prova diretta.

Ho parlato con i miei vicini, loro sono preoccupati per le pecore e gli altri animali.
Per loro l’arrivo del lupo è sinonimo di povertà. Di perdita.

Ma io non riesco a non pensare che sono loro i veri re del bosco.
Non il maestoso cervo, il cinghiale che ara il terreno, o il goffo tasso.

I lupi, che percorrono decine di chilometri ogni notte per andare a predare un animale debole.
I lupi, che vengono dall’Appennino, e sono risaliti fino alla Liguria e da lì lungo le Alpi sono arrivati da noi.
I lupi, che solitari o in branco, si muovono come un individuo.

E, pensando a questi miei nuovi vicini, sono arrivato a casa.
Felice, una volta di più, che la Natura trovi ancora un suo spazio.

Quasi un trail…

“Sapessi com’è strano / correre di notte / a Milano…”

Sono un orgoglioso membro di una ASD (Associazione Sportiva Dilettantistica) che si chiama almosthere, sponsorizzata e sostenuta da una SRL (Società a Responsabilità Limitata) che si chiama almostthere.

Se siete anglofoni o anglofili i nomi vi piaceranno da matti.

Almost There è usato nelle gare per incitare i maratoneti e può essere tradotto in “ci sei quasi!”, ma il suo significato si declina in vari modi. “Quasi lì” sottende alla pulsione, innata nell’essere umano, verso il raggiungimento dei propri limiti. E’ un inno all'”andar oltre”.

Almost Here (“quasi qui”) è stato il nome che abbiamo deciso di dare all’associazione sportiva un po’ perché richiama il nome della società madre, un po’ perché gioca sul fatto che cerchiamo di attrarre a noi e al nostro modo di vivere lo sport altri amici, un po’ perché ogni traguardo (there) è anche una linea di partenza (here) per nuove avventure.

A questo punto, dalle cervellotiche spiegazioni di cui sopra, avrete capito che siamo un po’ malati e che con le parole amiamo giocare.

La controprova l’abbiamo avuta con un amico romano che quando ha voluto tradurre il nostro “almostthere” in italiano, ha usato un proverbio romanesco “te mancano sempre do sordi pe fa ‘na lira”.
Traduzione ineccepibile seppur meno epica.

trail running

Comunque, tutto questo lungo prologo per raccontarvi di una nuova avventura che prenderà il via il prossimo weekend.
Si chiama Una settimana di corsa e prevede 4 appuntamenti per vivere la corsa in 4 modi diversi (un 4×4, insomma).
Un modo divertente di provare ad assaggiare diversi modi di interpretare il running.

Si parte il 29 settembre con track&friends (gare in pista dai 1500 ai 5000 aperte a tutti).
Si prosegue il mercoledì 3 ottobre con il nighttrail (di questo vi parlo qui sotto)
Il venerdì è dedicato a milano loves you run (un’uscita all’alba a passo libero per raccogliere fondi per la LILT)
E si conclude sabato 6 ottobre con la celeberrima thirty training (un lunghissimo pre maratona, 33km da Pavia a Milano)

Volete maggiori info? Seguite almostthere su FaceBook (ecco il link).

Ma io volevo parlarvi del NIGHTTRAIL.
Ho sempre osteggiato gli urban trail, che considero un paradosso. O sei urban o sei trail.
Ma qui siamo riusciti, se non a portare il trail in città, almeno a ricreare quel senso giocoso di libertà propria del trail.
(In effetti io l’avrei chiamato almosttrail invece che nighttrail, ma poi mi avrebbero menato quelli del marketing!)

E’ una gara-non gara.
7 chilometri e 49 mt D+, quindi più un cross che un trail, ma con un percorso che mette alla prova.
Si aggiunga che si parte alle 21 (la frontale è l’unico materiale obbligatorio), che si corre sul wildside del Monte Stella, cioé fuori dai sentieri classici della nostra amata Montagnetta, e che tutto è (dis)organizzato in modo scientificamente caotico in modo da non dare indicazioni alle persone fino all’ultimo…
Non promettiamo nulla, ne’ ristoro ne’ premi.
Come detto, non è una gara, è solo un modo di provare a correre in modo selvaggio.
E di divertirsi…

Costa 10 euro la singola gara oppure 40 euro se si partecipa a tutta la settimana di corsa.
Per iscrivervi andate qui.

Io mercoledì prossimo (non oggi, ma il 3 ottobre) sarò lì.
Voi fateci un pensierino…

Io corro da solo

Ho passato lo scorso weekend a seguire il live dell’UltraTrail du Mont Blanc (per chi non lo sapesse, l’UTMB è il più importante evento mondiale di trail running, 6 gare intorno al Monte Bianco con il meglio del meglio dei trailer di ogni nazionalità).

Da quest’anno c’erano telecamere che offrivano una diretta della testa della corsa (sia maschile che femminile).
Significa un team di persone che in mountain bike o a piedi seguono degli atleti top nelle varie sezioni del percorso (uno sforzo organizzativo pazzesco, considerato che le gare durano una settimana e coprono un percorso di 160 chilometri).

Sono capitato su quel link per caso e sono rimasto stregato.
Conosco quel percorso a memoria, riconoscevo i sentieri, i ristori, gli incroci con le strade asfaltate, i tratti insidiosi… ero lì con loro.
Poi mi ha affascinato la gara, ho seguito con trepidazione lo svolgersi delle competizioni, ho tifato e sofferto con gli italiani in gara (che spesso sono persone che conosco bene), ho gioito per la vittoria di Francesca Canepa anche se è coincisa con il quinto posto di una splendida Katia Fori. Ho cercato di spingere Marco De Gasperi, quarto al suo debutto sulle lunghissime distanze, e ho ammirato la determinazione di Stefano Ruzza che con il suo settimo posto è il miglior italiano di sempre all’UTMB (tolto il mitico Marco Olmo).

Insomma, una gran bella esperienza virtuale.

E mentre li osservavo soffrire in diretta, tallonati dalla telecamera, riflettevo su quanto impietosa sia questa pratica.
Quando corri un’ultra (ancor di più se lo fai al limite delle tue possibilità) ti metti a nudo,
Non c’è spazio per atteggiamenti o pose, tu sei quello che riesci a mettere in campo in quel momento.

La tua forza e le tue debolezze sono in piena vista.
La corsa è molto onesta in questo. E’ una sorta di radiografia dello spirito, di TAC del cuore.

Ultra Trail du Mont Blanc
Alcuni concorrenti percorrono il sentiero a mezza costa in faccia al Monte Bianco

Ho ammirato i grandi campioni che vedevo correre, per quello che erano e anche perché hanno accettato di mettersi in mostra in mondovisione.
Persino io dal divano di casa potevo spiare la fatica sui loro volti.
Soffrire con Katia che stringeva i denti mentre un fastidioso problema muscolare la rallentava e si vedeva raggiungere dalle altre concorrenti che fino a quel momento l’avevano inseguita.

Uno spettacolo bellissimo e crudele.
Ho ammirato quelle persone che non una volta hanno dimostrato fastidio per quell’intrusione nella loro anima.
Ho sorriso quando, dopo che il cameramen aveva detto “ti lascio, aspetto che arrivi il prossimo concorrente” Katia aveva sorriso e tirato un sospiro di sollievo.

Non è facile correre sotto l’occhio curioso degli altri.
Non è facile accettare di mettersi in gioco così.

E naturalmente ho pensato alla prossima settimana, quando in gara ci sarò io a combattere con i miei demoni lungo i 330 km del Tor des Geànts.

Io amo correre da solo.
Nel 2013 rallentavo all’uscita dei ristori per evitare di trovarmi con altri concorrenti o partivo prima degli altri per godere della splendida solitudine delle notti in quota.

L’anno successivo avevo corso in coppia con Daniela.
Era stato molto diverso anche se, come dico sempre, abbiamo fatto talmente tante gare ed allenamenti assieme che a volte passiamo ore senza parlare sapendo esattamente cosa pensa l’altro.

Però, in qualche modo, avevo rimpianto quei momenti solitari dell’edizione precedente.

Domenica sarò di nuovo al via con Daniela, ma questa volta sarà un sollievo.
So che andrò in crisi e so che accadrà prima di quanto io speri e più spesso di quanto vorrei.
Allora mi aiuterà il poter staccare il cervello e seguire il suo passo.
Poter contare sulla sua volontà nel momento della crisi.

E spero di poter fare lo stesso per lei.

Io corro da solo, ma in certe occasioni non c’è nulla di più prezioso che un’anima di scorta su cui contare…

Un dolce Tor-mento

Si riparte.
Ho passato un bel mese rilassante andando per monti, anche se un appuntamento incombente mi ha un po’ tolto la serenità del viaggiare per viaggiare.
Mi riferisco a domenica prossima quando sarò di nuovo alla partenza del Tor des Geànts.

Ne ho parlato così tanto (e tanto ne hanno parlato gli altri) che mi sembra perfino inutile spiegare di che cosa si tratti.
E’ un ultratrail ed è una gara.
Il percorso è spettacolare: concatena le due Alte Vie della Valle d’Aosta, si parte da Courmayeur e lì si ritorna dopo aver percorso 330 km e salito 24.000 metri di dislivello positivo. Il tutto nel tempo massimo di 150 ore (sei giorni e sei ore).
Si chiama Tor des Geànts, che in patois significa Giro dei Giganti, perché tocca alcune delle più belle cime d’Europa: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso per citare solo quelli più noti.

E’ una gara speciale, che ho nel cuore.
Ma quest’anno, un po’ per incoscienza, un po’ perché ho saputo solo all’ultimo minuto che avrei partecipato, non l’ho preparata a sufficienza.

Quindi adesso sono qui, a sette giorni dal via, a preoccuparmi mentre leggo i cancelli orari, i dislivelli e – ahimé – i riscontri dei miei ultimi allenamenti. Troppo lento a salire. Troppo corte le uscite. Troppo poche le ore totali spese a vagar per monti.

Allo stesso tempo, però, mi ha preso un’incredibile euforia.
Leggere i nomi dei luoghi che conosco così bene (ho partecipato a tre Tor e percorso quei sentieri almeno il doppio delle volte) mi sta facendo rivivere tutte le emozioni di quelle partecipazioni.

Alla partenza del Tor des Geànts 2013
Alla partenza del Tor des Geànts 2013

Perché il Tor des Geànts è soprattutto questo: un flusso continuo di emozioni che sovrasta la fatica, il sonno, il dolore.
La testa mi dice che non sono pronto, il cuore mi dice che non vedo l’ora di schierarmi al via e che vada come vada.

Ho messo in conto di poter non superare il primo cancello alla base vita di Valgrisanche.
Ho detto che sarei felice di arrivare alla seconda base vita a Cogne.
Considererei una vittoria arrivare a Donnas, a metà giro.

Ma sono tutte supposizioni e calcoli.
La verità è che partirò cercando di tirare avanti per tutte le 150 ore della gara.
Il problema, per la prima volta, non sarà il sonno (che è il peggior nemico dei partecipanti) ma la fatica. O meglio la mia scarsa abitudine alla fatica di quest’anno.

La foto mi ritrae alla partenza dell’edizione 2013.
Quel giorno pioveva e le previsioni volgevano al peggio.
Eppure sorrido come un ebete. Come un innamorato.

Questo è il Tor, un tormento ed una passione.
O magari la via che, attraverso il tormento, conduce alla felicità.

Non penso altro che al Tor, in questi giorni.
Quindi preparatevi: tenderò ad essere monotematico per le prossime settimane!

Incontri ravvicinati del III tipo

Lunedì, al termine della giornata lavorativa, ho deciso di andare a fare una corsetta rigenerante.

Il percorso è quello che chiamo “Basso nel Bosco”.
Un anello che parte da casa e che amo particolarmente (non fosse altro perché è breve!)

Si parte con un tratto in discesa attraverso il paese fino ad imboccare una lunga sterrata in leggera salita.
Sono circa 4 chilometri, perfetti per scaldarsi bene.
Poi si lascia la strada e si imbocca il sentiero che con un continuo susseguirsi di salite e discese si inoltra nel bosco di abeti.
Si passano alcuni punti caratteristici, tra cui una pietraia gigantesca, fino a sfiorare un’altra frazione prima di rituffarsi in discesa e, attraverso un castagneto, rientrare a casa.

Se vogliamo dare i numeri:
Poco più di sette chilometri, poco meno di 400 mt di dislivello positivo, poco meno di un’ora per chiudere l’anello.

mucca volante

La magia della corsa ha iniziato a manifestarsi mentre attraversavo il primo bosco.
Ho lasciato alle mie spalle i problemi del giorno e ho iniziato a pensare ad altro.
Sulla pietraia stavo fantasticando su una possibile variante del percorso.

L’aria era tiepida e gonfia di umidità (aveva piovuto tutto il giorno).
Il sole giocava a nascondino tra le nuvole sui monti che chiudono la valle.
Ero circondato dai suoni della natura: il cinguettio degli uccelli tra i rami, il placido scampanio delle vacche al pascolo, persino il rintocco del campanile sembrava naturale.

Ho imboccato la discesa finale, la mente stava già pregustando la doccia.
Ho lasciato che la forza di gravità mi facesse accelerare.
Ho attraversato un pratone, saltato una poderale e sono piombato sul sentiero che taglia il castagneto.

Il fatto è che proprio quel bosco era stato scelto da una mandria di vacche e manzetti che stavano apprezzando il gusto pieno di quelle erbe montane.

Non so chi fosse più sorpreso, se io che non le avevo mai incontrate in quel tratto o loro che si sono viste precipitare addosso una macchia colorata, fulminea e silenziosa.
L’effetto è stato un fuggi fuggi generale.

Non potete immaginare quanto veloci si muovano quei quadrupedi.
Siamo abituati a pensarli placidi e ruminanti, ma se messi alle strette filano veloci come cavalli.
E non potete immaginare che strepito hanno fatto attraversando di corsa il bosco: era tutto uno schiocco di rami spezzati, un frastuono di massi rotolanti e un clangore di campane.

Superato il primo attimo di sbigottimento ho sorriso e proseguito la mia corsa, regalando un ultimo brivido a tre vitelli che non avevano fatto a tempo a seguire le madri attraverso il bosco.

Sono gli incontri che rendono così piacevole correre da queste parti.
A volte è il frullo d’ala di un falco che si alza in volo, a volte un lampo bianco della coda di un capriolo.
A volte una mandria di vacche in fuga…

Qui non ci si annoia mai!

Non mi resta che scegliere

E io che mi facevo beffe degli accumulatori compulsivi mentre facevo avanti e indietro dalla ricicleria con l’auto piena di cose che stavo lasciando…

Ieri ho messo ordine nella mia nuova casa.
E aprendo le varie scatole ho scoperto, quasi a sorpresa, che mi ero scordato di quante scarpe da running possedessi.
A parte un paio che uso per fare i lavori in giardino, tutte le altre sono scarpe nuove o quasi nuove, comunque tutte che posso tranquillamente usare per correre.

scarpe running
Allineate come soldatini alla parata, pronte ad esssere calzate: dove andiamo oggi?

Nove paia, alla doppia cifra credo che scatti automaticamente l’appuntamento dallo psicologo.
Un bel record per me che, di scarpe “da civile”, ne ho solo due paia, quello da giacca e cravatta e l’altro.

D’altronde, e so che molti di voi mi capiranno, c’è il paio da asfalto, quello da allenamenti lunghi – e ho finito le scarpe normali ed iniziano quelle da trail – quello super leggero e “preciso” che uso per i percorsi sassosi, quello più “ciabattoso” che prediligo nelle lunghissime percorrenze, quello tiene da paura quando il terreno è bagnato… e via dicendo.

Le ho messe in fila sul terrazzo di casa, per fotografarle e per fare la conta.

Allineate come soldatini in una parata militare sembravano osservarmi e chiedere: dove andiamo oggi?

Così mi è venuta voglia di rimettere su un paio che non usavo da un po’ e sono andato a fare un giretto nel bosco, tanto per riassaporare le vecchie sensazioni.

E’ una delle tante sindromi che affliggono noi che corriamo.
Alzi la mano chi a casa non ha almeno un paio di scarpe di troppo; scarpe che potevano restare sulla scaffalatura del negozio ma…

Il faro di Volta

Ieri sera seconda uscita del gruppo Dis’ciùles.
Per la prima volta si è unita a noi Luisa, un’amica triestina che da qualche settimana si è trasferita a Milano, e di conseguenza questa serata l’abbiamo dedicata al turismo.

In treno da Milano a Como e poi a piedi su verso Brunate, avendo come meta il faro dedicato ad Alessandro Volta (che nacque a Como).
700 metri di dislivello positivo in poco più di 3,5 km… insomma una specie di vertical.

Alla stazione siamo stati battezzati da alcune gocce di pioggia che però hanno subito desistito lasciando nell’aria un’umidità appiccicosa.
La salita nel bosco è stata una vera e propria sauna, così, quando ci siamo finalmente affacciati dalla terrazza del faro, abbiamo goduto contemporaneamente del refrigerio dell’aria aperta e dello spettacolare panorama.

Como vista da Brunate
Lo spettacolare paesaggio che si gode dal faro di Volta a Brunate

Como si stende ai piedi della collina, adagiata sui bordi del lago celebrato da Manzoni.
Le sue ville più celebri (e non intendo quella comprata da George Clooney) si accendono alla sera di luci e colori.
In lontananza l’arco alpino chiude come un sipario l’orizzonte.

Poi, a rovinare un po’ la bellezza del posto, qualcuno ha ben pensato di erigere tre croci lignee, quasi che fossimo sul Golgota.

Siamo arrivati sbuffanti e sudati e abbiamo trovato seduti sulla panchina una coppietta di fidanzati che mangiavano una pizza mentre guardavano il panorama.
Abbiamo iniziato a fare e a farci foto, a cambiarci la maglietta, a commentare ad alta voce paesaggio e salita.
Ma i due non sono apparsi infastiditi dalla nostra presenza, anzi. Lui si è prestato anche ad aiutarci per la classica foto di gruppo.

Giuseppe sosteneva che, probabilmente, abbiamo spezzato la noia della loro serata.
Le ragazze non erano dello stesso parere.

gps
Il percorso di ieri (per gli amanti del cronometro l’ultimo km a 4’20” l’ho fatto in macchina prima di accorgermi che avevo lasciato il gps acceso)

Ad ogni buon conto, dopo dieci minuti stavamo già scendendo.
La sera era ancora chiara, ma in alcuni tratti nel bosco la prudenza consigliava di accendere la frontale.
Siamo sbucati proprio sopra la pizzeria al cui proprietario avevamo raccomandato di attenderci.

Detto fatto: pizza per tutti.
E mentre io spegnevo la sete con una bella birra spumeggiante, era già ora di riprendere il treno e tornare a Milano.

Prossimo appuntamento con il Dis’ciùles, mercoledì 6 giugno quando ripercorreremo l’ultimo tratto della mitica Monza Resegone.

Andar di corsa in montagna

Ho passato lo scorso weekend a fare sport in montagna.

Sabato, con un’amica, ho fatto un bel giro di una ventina di chilometri e oltre mille metri di dislivello positivo.
Un giro immaginato durante la notte precedente e modificato in corso d’opera quando, salendo da nord verso la vetta di un monte, abbiamo trovato la neve e non essendo attrezzati con ramponi o ciaspole, abbiamo cambiato programma e abbiamo aggirato la vetta invece che salirla.
Appena rientrati a casa, abbiamo inforcato le mountain bike e abbiamo fatto un’altra decina di chilometri cercando il posto per l’allenamento di domenica.

Domenica, svegliatici con calma dopo una bella serata tra amici, abbiamo fatto colazione, ripreso le mountain bike e siamo andati a fare le ripetute lungo le condotte forzate dell’acqua (magari qualcuno non sa di cosa parlo, quindi ho messo una foto).
Appena rientrati a casa, un bel pranzetto in terrazzo dove ci siamo soffermati a prendere il sole prima di rientrare a Milano.

Valtellina-Vertical
Un’immagine della gara Valtellina Vertical Tube Race, che si corre lungo le condotte forzate dell’acqua

Non vi racconto tutto questo per farmi invidiare (  ), ma perché voglio parlarvi della mia idea di fare sport. E più precisamente di come il senso dello sport in generale e della corsa in particolare, cambi a seconda del luogo dove lo pratichiamo.
Voi direte: “bella scoperta Franz, chiaro che è più bello correre nel bosco in montagna che tra gli ippocastani del parco Sempione”. Vero, ma non proprio così immediato.

Correre in montagna significa cambiare completamente atteggiamento.

Significa dimenticare la distanza in chilometri e misurare solo i dislivelli.
Significa guardare l’orologio non per vedere a quanti minuti al chilometro stiamo andando, ma da quante ore siamo in giro.
Significa essere flessibili, pronti a tornare indietro, ad aggirare un ostacolo, a prendere (anche quando si è stanchi) la strada più lunga e più sicura invece che la scorciatoia.

Correre in montagna, fare attività sportiva in montagna, richiede una maggior attenzione, una maggior esperienza, in una parola una maggior cosapevolezza.

Scommetto che vi mancava qualcuno a farvi la predica il lunedì mattina…
Ma credo che questa sia una cosa davvero fondamentale.
Ed è per questo che ho accettato con gioia l’idea della Società Escursionisti Milanesi (la sezione CAI cui sono iscritto) di introdurre una serata su questi temi.

Il CAI è, per chi va in montagna, l’equivalente dell’Accademia della Crusca per chi scrive.
Racchiude in sè tutte le conoscenze legate alla montagna. E’ il punto di riferimento ufficiale (magari da alcuni percepito come un po’ noioso) delle attività alpine.

E’ chiaro che si può andare in montagna (persino a correre) anche senza aver parlato con il CAI.
Ma se cercate informazioni sicure è lì che dovete rivolgervi.

Lunedì prossimo, 14 maggio, ci troveremo a Milano, nella nuova sede della SEM, per far incontrare il mondo di chi ama la corsa e di chi ama la montagna.
Non bisogna assolutamente essere esperti di trail, ma non è necessario neppure essere dei neofiti (amici trailer di lunga data, venite a portare la vostra esperienza).
Sarà un momento di dialogo e l’occasione di scoprire come avvicinino la montagna gli esperti del CAI.

Ci sarà un ospite d’eccezione, Alessandro Gogna, uno dei fondatori e garanti di Mountain Wilderness, che parlerà proprio dell’approccio etico alla montagna.

Sarà una grande serata.
Confido che in molti veniate, con la mente aperta e la voglia di parlare.

A lunedì prossimo…

[Dettagli della serata a questo link]

Miti e modelli

Sabato mattina, mentre completavo il mio allenamento di una decina di chilometri, pensavo ai concorrenti della HardRock 100.

Si tratta di una gara mitica che si svolge negli Stati Uniti.
I trail americani, di solito, ci fanno ridere.
Sono lunghi, alcuni hanno anche parecchio dislivello, ma nella gran parte sono privi di difficoltà tecniche.

Ci sono delle eccezioni e la HardRock è una di queste.
100 miglia, quindi 166 chilometri, e 10.000 metri di dislivello positivo.
Ma quello che la rende davvero difficile è il fatto che si attraversano situazioni climatiche completamente opposte.
Si parte nel caldo torrido e si arriva a colli dove c’è ancora la neve.
I primi concorrenti arrivano dopo 25 ore di gara, il record, di poco sotto le 24, è di Kilian Jornet Burgada (sì, sempre lui) che l’aveva vinta nelle scorse tre edizioni.

Pensavo all’HardRock100 perché era partita la sera del venerdì e mentre io giravo tra la Montagnetta di San Siro e il cimitero di Musocco, loro stavano affrontando la seconda metà del percorso.
Pensavo all’intervista a Kilian il giorno prima della partenza.
Aveva detto alcune cose che mi avevano fatto riflettere.
La prima, che lui si prepara a queste gare in circa una settimana (nel senso che è sempre in forma e dedica una settimana a fare lavori specifici rispetto all’evento).
La seconda, che il giorno prima (mercoledì) era andato a fare un’uscita su un monte che voleva scalare. 60km con non so più quanto dislivello due giorni prima della gara! Certo che hanno una considerazione diversa delle distanze.
La terza, quella che mi aveva colpito di più, è che nel 50% delle sue uscite deve rinunciare per motivi “esterni” (il meteo, le condizioni della montagna, la sua forma) e non prendersi troppi rischi.

Ecco, anche alla luce del mio post di lunedì scorso, credo che questa frase andrebbe scolpita.
Kilian, una volta su due, rinuncia alla sua meta per non rischiare troppo.

Kilian Jornet Bourgada
Kilian Jornet Bourgada e Joe Grant all’HardRock100

La sera cerco i risultati e scopro che il campione catalano, al rientro alle gare dopo aver scalato l’Everest, al 70esimo miglio, uscendo da un nevaio, è scivolato e cadendo si è lussato una spalla.
Ha corso così fino al primo ristoro dove si è fatto immobilizzare l’arto.
Mancavano ancora 30 miglia, quasi 50 chilometri, e lui ha continuato in un testa a testa con Joe Grant.
Le foto lo ritraggono sorridente mentre spinge con un solo bastoncino.

Mike Foote sarà l’ultimo a cedere e resterà indietro e Kilian, per la quarta volta consecutiva, sarà il primo a baciare il muflone disegnato sulla roccia, il simbolo della gara che segna il traguardo.
Tutto lo sforzo per raggiungere questo obbiettivo è chiaramente visibile sul volto di Kilian e traspare nella voce delle interviste sulla linea del traguardo.

Ma forse la cosa più bella è il suo tweet a commento della gara.
Una foto in bianco e nero e un “What a day!” (Che giornata!) prima di passare a ringraziare tutti gli HardRockers presenti (pubblico, organizzatori, volontari, concorrenti…)

Kilian Jornet Bourgada
What a day! Thanks all Hardrockers (runners, crew, pacers, volunteers, orga…) Photo by @BergGrand

C’è poco da fare.
Kilian Jornet Burgada è un mito assoluto.
Scia, corre, arrampica come un dio.
Ma si comporta come un uomo, con le sue paure, le sue fragilità, che rendono ancora più grandi le imprese.

E mentre faticavo a chiudere il mio anello di corsa, mi chiedevo: “E’ Kilian il mio modello di atleta?”

La risposta è no.
Io mi ispiro a Kilian, ma imito la tenacia di due ragazze di origini latine che da aprile ho spiato “allenarsi” al mattino presto sotto casa mia: corricchiano per 10 minuti, poi camminano facendo degli esercizi ginnici, poi riprendono a corricchiare.
Il mio modello è la passione di un runner che incrocio spesso in Montagnetta. Avrà 75 anni, e corre con buona lena, poi si ferma a bere il caffè dopo la doccia con i suoi compagni di allenamento.
Imparo l’organizzazione dai tanti amatori capaci di incastrare 50 minuti di ripetute tra lavoro e famiglia.

Quelli sono i miei modelli.
Quelle sono le persone che fanno cose che potrei/dovrei fare anch’io.

La differenza tra mito e modello è proprio in questo.
Il mito mi rende orgoglioso di essere un Uomo.
Il modello è il traguardo che voglio raggiungere.

Confondere uno con l’altro può rovinare la vita.