Ode al cammino

Le carte geografiche vere e mentali e il piacere di ripercorrere i sentieri

C’è un’esperienza, piuttosto comune per chi va per monti, per la quale provo un fascino assoluto.
Se non è il principale motivo per il quale amo andare lungo i sentieri, è certamente il principio a cui mi ispiro nella scelta dei percorsi.

Parto da lontano.
La mia testa funziona in modo bizzarro: sono capace di perdermi al volante della mia auto, ma ogni metro che faccio a piedi lascia una traccia indelebile nelle mie sinapsi. E ogni traccia va a comporre un’accurata mappa generale con la quale mi oriento.

Le tracce nel mio cervello sono molto particolari e molto dettagliate: so che salendo un sentiero incontrerò un albero torto o che poco dopo la curva, appena oltre il rudere della stalla, ci sarà una fonte d’acqua. E a rendere vivido il particolare, a fissarlo in modo permanente nella mia testa, ci sono i ricordi personali (qui mi sono fermato a mangiare, qui ho visto quel gruppo di stambecchi, qui mi sono sdraiato a prendere il sole) e le emozioni (il vento sul viso quel giorno con le nuvole, la paura di dover tornare indietro, la soddisfazione di una vetta).

Così la sensazione che più amo è quando un pezzo di sentiero si congiunge ad un altro pezzo, e la mia mappa si allarga, delle aree grigie diventano vivide. Quel piccolo click mentale della tessera del puzzle che va al suo posto.

carta sentieri

Amo le carte geografiche, le mappe dei sentieri, le studio prima dell’escursione e le riguardo dopo. Collego ogni simbolo grafico ai miei ricordi. Così spesso mi basta scorrere il dito su una vecchia cartina per rivivere dei bellissimi istanti.

Nelle giornate di pioggia o in questi giorni di autoisolamento, è bello passare un pomeriggio in compagnia di queste vecchie amiche.

Poi ci sono gli atlanti stradali.
Carte pensate per chi viaggia in automobile. Grosse linee che balzano fuori dalla carta e annullano i particolari. Paesi che diventano puntini, ponti che sono un tratteggio, montagne appiattite e fiumi trasformati in linee sottili e quasi invisibili.
Un po’ quello che succede quando viaggi in autostrada e la velocità rende sfocato il paesaggio, annulla odori e suoni, confonde i colori.

Ed ecco che torniamo al punto di partenza.
Nulla mi dà più soddisfazione di quando, valicando un colle e scendendo al paese di fondo valle, realizzo che a piedi ho fatto molta meno strada che gli altri in automobile. E’ la vendetta di Davide su Golia, la rivincita dei poveri, ma mi riempie il cuore di orgoglio.

Potete immaginare la Valle d’Aosta come una lisca di pesce. Dalla valle centrale dove scorre la Dora, si dipartono numerose valle laterali.
Per congiungere il paese in testa ad una valle laterale con il suo omologo nella valle parallela, le strade asfaltate ridiscendono fino alla valle centrale.

Noi no. Noi balziamo di colle in colle, di paese in paese, senza mai deviare dall’obbiettivo.

Questo prendere la distanza dall’asfalto, il ricercare uno spazio ancora selvaggio, un cammino a misura d’uomo e non di veicolo, è il mio Sacro Graal.

Le due Alte Vie che cingono la Valle (il percorso del Tor des Géants per i trailers) sono un perfetto esempio di tutto ciò.
Ma ce ne sono molte altre: i percorsi dei ru (i canali disegnati dall’uomo per portare acqua ai campi), le vie che congiungono le valli, e quelle che io chiamo concatenazioni (rubando il termine all’alpinismo) linee immaginarie che mettono insieme luoghi a me cari o, più semplicemente, le case degli amici alla mia.

In questo inverno strano, sto percorrendo a tratti il Cammino Balteo, che pecca forse di essere troppo vicino alla valle centrale e all’autostrada che la percorre, ma in cambio regale scorci particolarissimi e piccole gemme dimenticate.

Ma di questo bisognerà parlarne in un altro momento…

Strani fenomeni dal mondo inverso

Le prime volte che sono venuto in Valle d’Aosta cercando una casa dove potermi trasferire, mi avevano parlato del versante envers (che si pronuncia alla francese anvèrs) e di quello adret (che si pronuncia adrè). In pratica sono i due lati della valle centrale, quello posto alla sinistra orografica è quello adret (letteralmente dritto o diretto) mentre quello dall’altra parte del fiume Dora è l’envers (letteralmente inverso).

Chi vende case magnifica appezzamenti ed edifici costruiti all’adret, spiegando che il sole illumina quel versante della Valle.
Cosa che per uno che veniva dalla pianura, dove tutto è illuminato nello stesso modo, non aveva alcun senso.

Negli anni seguenti, a cena tra amici, mi capitava spesso che, magari prendendosi in giro, i valdostani si dividessero tra quelli dell’envers e quelli dell’adret.
I primi erano considerati dai secondi un po’ strani, più “tardi” degli altri, a causa della mancata esposizione al sole.
Le frasi si concludevano spesso con un “che cosa ne vuoi capire tu che vedi il sole per tre mesi all’anno” e via dicendo.

Vivendo all’adret, non mi ero mai posto il problema.
Anzi, l’estate quando andavo per sentieri all’envers, notavo che non c’era questa grande differenza.

Poi un giorno d’inverno ho capito. E la mia visione del mondo inverso è cambiata.

stelle di ghiaccio

Sui monti era scesa la neve, ma a bassa quota (il letto della Dora è intorno ai 500 mt sul livello del mare) non ce n’era proprio.
Eppure, risalendo lungo la statale da Saint Vincent verso Morgex, i campi e i pascoli a sinistra erano bianchissimi; un osservatore superficiale avrebbe potuto pensare che lì fosse nevicato, ma sembrava strano che ci fosse neve sul fondo valle e niente sulle pendici…

La sera sono dovuto passare per un paese all’envers e così ho proseguito da quel lato e subito mi sono reso conto di un fenomeno particolare.
L’umidità dell’aria (dovuta alla presenza della Dora) e il minor irradiamento solare (con le montagne che schermavano il sole) facevano sì che si formassero delle concrezioni ghiacciate in tutto e per tutto simili ai cristalli minerali.

Uno spettacolo strano e meraviglioso, tanto da fermarmi a fare qualche scatto con il telefono.

stelle di ghiaccio

Da quando vivo qui non finisco di stupirmi dei fenomeni naturali che prima in città restavano nascosti.
Cose semplici, come il percepire il cambio delle stagioni, o il modificarsi della terra nelle varie ore del giorno.
Come il canto del vento al mattino tra le fronde o l’arrivo dell’autunno annunciato dalle danze delle foglie nel cielo.

Ovviamente vale per me.
Magari altri noterebbero il freddo o la scomodità del negozio distante, ma ogni giorno che passa sono più felice di aver scelto di vivere in un luogo dove la natura detta ancora legge.

Cronache da un altro pianeta

Ieri è partito il Tor des Géants.

Come ogni seconda domenica di Settembre, un migliaio di trailer appassionati si danno appuntamento a Courmayeur per compiere il periplo della Valle d’Aosta lungo le due Alte Vie [per chi non lo sapesse sono 330km e 24.000 mt di dislivello positivo da percorrere, senza soste, in 150 ore di tempo massimo NdA]

Questa è la decima edizione (quindi il TorX) e viene festeggiato in modo epico, aggiungendo alle due gare classiche (Tor des Géants e Tot Dret) due nuove prove. Una, il Passage au Malatrà, è fatta apposta per i “vorrei ma non posso”, chi non ha nelle gambe la distanza ma vuole “assaggiare” il clima Tor. 30 km e 2300 mt D+, gli ultimi 30 del TdG, quelli caratterizzati dal mitico passaggio al col Malatrà, appunto.

Ma la seconda gara è quella davvero leggendaria, al limite del possibile. Si chiama Tor des Glacier (il Glas, per gli addetti), percorre le due Alte Vie dimenticate (la 3 e la 4), passa a filo ai ghiacciai, è lungo 450km e sale per 34.000 mt. E come se non bastasse, non è segnato e si fa in semi autonomia.

Venerdì sera ero a Courmayeur a veder partire questi 100 coraggiosi, scelti tra i finisher delle passate edizioni. Una partenza da brividi, non fosse altro perché il meteo era volto al brutto e la temperatura scesa di parecchi gradi. Loro si apprestavano a partire nella notte, con il cielo coperto da nubi e avvisaglie di neve sui colli alti.

Sono in gara, in questo momento, hanno passato tre notti all’addiaccio e stanno ancora viaggiando, sui confini della leggenda (nessuno l’ha mai fatto e non è ancora certo che il prossimo anno il Glas si farà di nuovo).

Ma torniamo al Tor des Génts.
Ieri mattina sono salito verso il ristoro all’alpe Youlaz, sotto il primo colle.

Salendo l’aria si è via via raffreddata e ad un paio di centiaia di metri sotto il ristoro, ha iniziato a nevicare.

Già, a nevicare. Non i fiocchi larghi e morbidi della neve invernale, quelli pungenti e duri, a metà tra grandine e neve. E pensavo al resto d’Italia, dove l’estate è agli sgoccioli. Mi sembrava quasi di essere su un altro pianeta.

Lisa Borzani al Col Arp
Lisa Borzani al col Arp – TdG 2019 (ph Giacomo Buzio – Archivio TdG)

Arrivato al ristoro ho osservato il vallone da cui sarebbe a breve scesi i concorrenti del Tor. Era imbiancato e magico. Certo una prova di accesso non banale per i concorrenti di questa edizione.

Arrivavano segnati in volto, con il cappello coperto di neve, le giacche svolazzanti nel vento, concentrati sulla loro gara. Mangiavano un boccone, dicevano due parole, salutavano gli amici e ripartivano.

Un’edizione davvero segnata da toni di straordinarietà, quasi epici.

Da ieri sera, ovviamente, passo regolarmente nel sito del Tor per verificare la situazione dei tanti amici in gara. E’ una droga di cui mi libererò solo sabato prossimo quando, anche per quest’anno, tutto sarà finito.

Ma sarà una settimana lunghissima…

Oggi non si vedono le montagne

Per un fortunato caso del destino, da quando vivo in Valle d’Aosta, ogni volta che vengo a Milano dalla finestra dell’ufficio riesco a vedere le montagne.

Oggi no.
E c’è una nuova sensazione che mi opprime l’anima.
Quasi un senso di claustrofobia.

Così ho deciso di andare a correre.
Per sentirmi libero…

Domenica si corre la Milano Marathon.
Ed io, nel mio piccolo, correrò una frazione di una staffetta per Emergency.

E’ record di iscritti: 3.700 staffette che si aggiungono agli oltre 7.000 maratoneti.
Sono curioso di vedere come reagirò in mezzo a tanta gente.

Magari ci sarà di nuovo quel senso di claustrofobia.

In effetti quello che mi ha spinto verso il trail, la corsa in Natura, è stato il senso di libertà che mi dava correre senza essere costretto in percorsi definiti; correre in solitudine o in piccoli numeri.

Però ci sono dei lati negativi di questa visione romantica della corsa.

Nelle ultime settimane ho ripreso ad allenarmi con una certa regolarità (per evitare figuracce drammatiche domenica in gara).
Ovviamente alterno uscite a Milano (quando sono in città) con uscite sulla sterrata sotto casa (quando sono in valle).

E ho scoperto che a parità di fatica, a Milano guadagno una quindicina di secondi a chilometro.

Bella scoperta! Direte voi.
In montagna non ci sono tratti piani, a Milano fai fatica a trovare le salite.
E’ vero, ma a volte abbiamo bisogno di sbatterci il naso per renderci conto delle cose.

Un altro problema, in montagna, è che devi trovare tutta la forza dentro di te.
In città, invece, ci sono talmente tante persone a correre che è facile trovare “stimoli esterni”, che sia un runner da raggiungere, un amico che incontri per caso, o solamente la gioia condivisa di correre dove tutti corrono.

A fine corsa sono tornato in ufficio.
La nostra prigione quotidiana.
E ho apprezzato, una volta di più, quel senso di libertà che la corsa ti regala…

Il re del bosco

Stamattina, dopo un paio di settimane in cui non riuscivo a farlo, ho indossato i pantaloni da trekking, calzato le scarpe da trail, impugnato i bastoncini e sono uscito.

Proprio sopra casa mia parte un sentiero.
Con l’amico Pietro lo avevamo pulito poco tempo fa, poi aveva nevicato, insomma ero curioso di vedere in che situazioni si trovasse.

Volevo poi vedere a che punto erano i lavori di bonifica delle miniere di serpentino, un minerale di amianto tristemente noto per essere il componente base dell’eternit.

Quindi, spinto dall’entusiasmo, sono uscito appena il termometro è salito sopra lo zero e mi sono avviato.

Già da subito ho notato che, nonostante fossi il primo essere umano a passare di lì dopo le recenti nevicate, non ero di certo l’unico essere vivente.
Tracce di ogni dimensione e forma seguivano il sentiero.

Gli animali sono furbi, o forse siamo noi uomini che copiamo gli animali quando tracciamo i sentieri.
Sta di fatto che decine di animali erano già passati di là.

Si riconosceva l’orma tonda del capriolo, quella più grossa del cinghiale, lo zampino della volpe, quello inconfondibile dei gatti.

Salivo e leggevo il terreno.
Ero così preso a seguire le orme, che spesso ero portato fuori traccia, e lo capivo dalle pendenze innaturali cui le mie gambe lunghe e poco agili, rispetto agli animali che mi avevano preceduto, faticavano ad adattarsi.

albero
Un albero d’inverno nella piana d’Ersaz (ph Franz Rossi)

Sono arrivato sulla piana, dove il vento soffia sempre impetuoso.
Oggi ero graziato da una meravigliosa giornata di sole, ma le raffiche avevano disegnato con la neve delle morbide onde in cui affondavo fino al ginocchio.

Ancora in salita. Cercando di indovinare dove passa il sentiero.
Ero stupito di come nessuno fosse passato. In fondo ero a poche decine di minuti dal villaggio.
Finalmente raggiungo il paese che rappresentava il punto più alto, il gran premio della montagna, e quasi a celebrare l’avvenimento il campanile suonava mezzogiorno.

Ho salutato la chiesetta e mi sono lanciato in discesa.
Nelle zone d’ombra, nel bosco, la neve lasciava il passo al ghiaccio.
Così i bastoncini aiutavano a mantenere l’equilibrio e, tutto sommato, anche la velocità ne beneficiava.

Mi sono spostato verso ovest, fino a quando ho visto la mia casa, un puntino dall’alto, tutto sulla sinistra.
Era il momento di tornare.

traccia di lupo

Ho imboccato un sentiero che conosco a menadito.
Che ho percorso decine di volte, sia di giorno che di notte.
E’ stato allora che ho notato che le uniche tracce sul sentiero ero quelle di un grosso cane.
Ma nessun animale domestico si avventura in quei boschi senza il padrone.

Da almeno un anno sento storie di lupi che girovagano intorno alle nostre case, ma solo oggi ne ho avuto una prova diretta.

Ho parlato con i miei vicini, loro sono preoccupati per le pecore e gli altri animali.
Per loro l’arrivo del lupo è sinonimo di povertà. Di perdita.

Ma io non riesco a non pensare che sono loro i veri re del bosco.
Non il maestoso cervo, il cinghiale che ara il terreno, o il goffo tasso.

I lupi, che percorrono decine di chilometri ogni notte per andare a predare un animale debole.
I lupi, che vengono dall’Appennino, e sono risaliti fino alla Liguria e da lì lungo le Alpi sono arrivati da noi.
I lupi, che solitari o in branco, si muovono come un individuo.

E, pensando a questi miei nuovi vicini, sono arrivato a casa.
Felice, una volta di più, che la Natura trovi ancora un suo spazio.

Il senso di colpa

Foto tratta dall’Archivio Tor des Géants

Non tutti i salmi finiscono in gloria e non tutte le favole hanno un lieto fine.

Il mio Tor è finito il primo giorno. Esattamente dopo 18 ore, 55 km e 5mila metri di dislivello.
Sono passati quattro giorni e ho finalmente trovato la forza di sedermi alla tastiera per raccontare.

Sono arrivato alla prima base vita ampiamente nei cancelli orari, ho anche dormito un’ora per provare a recuperare un po’, ma quando sono ripartito ho capito che mi aspettava solo uno sforzo immane ed inutile.
Le gambe vuote non spingevano in salita, il cuore a mille mi obbligava a fermarmi ogni pochi passi, un senso di nausea mi tormentava dal giorno prima.

Ma soprattutto ero stato colpito dalla maledizione di chi ritorna al Tor: sapevo quello che mi aspettava e non riuscivo a staccare la testa da quell’eterno susseguirsi di salite e discese.

Così mi sono fermato.

Al momento è sembrata l’unica scelta possibile.
Ma dopo è subentrato il senso di colpa.

Se solo avessi resitito ancora un po’.
Se solo avessi tentato di salire un altro colle.

Il giorno dopo faticavo a camminare in salita.
I glutei doloranti e il passo strascicato erano un’evidenza empirica che avevo fatto bene a scegliere lo stop. Anzi che non avrei potuto fare altrimenti e se non lo avessi fatto io sarebbero stati loro a fermarmi.

Però per giorni mi sono tormentato.

La mia testa non riusciva ad accettare di aver rinunciato.
La stessa forza di volontà che mi aveva portato sulla linea di partenza nonostante fossi conscio che la preparazione era stata insufficiente, adesso si accaniva contro la mia coscienza, generando quel senso di colpa figlio non dell’aver fallito ma di essermi dimostrato debole. Non all’altezza.

Cercavo di non ascoltare le notizie sul Tor, e al tempo stesso ne ero attirato.
Ho esultato per la vittoria di Franco e ho ammirato la prova di Scilla.
Ho seguito (e sto seguendo) l’avanzare dei tanti amici che sono in gara.

E un po’ alla volta ho fatto pace con me stesso.
Almeno quel tanto che basta per tornare a scriverne qui.

Si volta pagina. Si guarda avanti.
Serbando nel cuore le bellissime immagini della prima sera al Deffeyes, o della fila di luci che sale al Crosatie.
Serbando nel cuore i ricordi delle persone incontrate, dei frammenti di storie in cui mi sono imbattuto, dei tanti bei sorrisi dei volontari che mi hanno coccolato, spronato, accudito.

La ferita nel cuore si sta rimarginando.
Per la cicatrice ci vorrà ancora un po’…

Effetto Tor

Fuori è notte.
Seduto sulla poltrona accanto alla grande finestra osservo il cielo stellato.

“Sono fortunato, il bollettino meteo promette bello per i prossimi giorni” penso “almeno i primi colli non li farò con l’acqua ed il freddo”

E’ l’Effetto Tor.

Tutto, ormai da qualche settimana, è catalizzato dall’appuntamento di domenica mattina.
Tutto viene interpretato e filtrato attraverso le lenti distorcenti di questa gara-evento.

La mente si inerpica in ipotesi e previsioni; il cuore si proietta verso i colli che ricordo come se ci fossi passato ieri.
Sono completamente preso.

Non so perché avvenga.
Probabilmente perché, via via che ci si avvicina, si tende a non riuscire più a vedere la sfida nella sua interezza. Un po’ come quando, per osservare un edificio molto alto, sei costetto a fare un passo indietro.

Eppure il Tor des Geànts lo conosco bene.
Conosco il suo fascino segreto, e credevo di esserne ormai immune.

Una notte al Tor des Geants: Col Champillon edizione 2014 (ph. Enrico Romanzi - Archivio TdG)
Una notte al Tor des Geants: Col Champillon edizione 2014 (ph. Enrico Romanzi – Archivio TdG)

Il Tor è il regno della semplificazione.

Devi solo partire e camminare.
Abbandonando dietro a te, insieme agli oggetti superflui, anche tutti i pensieri e le preoccupazioni.

Camminare.
Salire e scendere i colli.
Mangiare, bere.
Quando sei stanco riposare.
Ma poco, perché c’è il sentiero che ti chiama.

Cosa c’è di più semplice di questo.

A me, uomo di azienda, cui viene richiesto di essere multitasking, di assumere decisioni e responsabilità ogni minuto, di avere risposte lineari a problemi complessi e soluzioni sorprendenti per imprevisti dell’ultimo minuto.

A me, uomo di famiglia, cui viene richiesto di essere presente ed efficace, ma rispettoso dell’indipendenza altrui.

A me, uomo di città, abituato a piegare gli eventi naturali con un semplice tasto di un telecomando o con un interruttore.

A me, dio delle situazioni complesse, spaventa la sfida di questa semplicità estrema.

Domenica (ormai tra poche ore) si parte.
Sarà un viaggio dalla durata incerta (potrei non riuscire a passare il cancello della prima base vita) ma della cui intensità non ho dubbi.

Questo è l’ultimo post sul blog fino a quando sarò ritornato a casa.
Posterò qualche foto su Instagram o magari qualche Tweet.
Ma la prossima volta che racconterò qualcosa sarà già venata dal rimpianto dell’esperienza finita.

Questo è l’Effetto Tor.
Un’esperienza totalizzante che non ti lascia tregua.

E adesso è meglio che vada a dormire, perché nella prossima settimana potrò farlo per solo qualche ora.

Post Scriptum: Aggiungo qualche nota per chi non sapesse cosa sia il Tor des Geants (chi lo conosce può saltare).

Si tratta di un trail lungo 330km e con un dislivello positivo di 24mila metri.
Si svolge lungo le due Alte Vie della Valle d’Aosta, valica colli oltre i 3.000 metri di quota e ha un tempo massimo di 150 ore (sei giorni e sei ore).

Si corre senza soluzione di continuità.
I primi dormono pochissimo per vincere.
Gli ultimi dormono pochissimo per arrivare nel tempo massimo.
In tutto si dormono tra le 10 e le 15 ore in sei giorni e sei notti.

Porti con te uno zaino con tutto il fabbisogno per passare da una base vita all’altra.
Le basi vita (sei in tutto) sono delle stazioni poste a fondo valle dove i concorrenti trovano cibo, assistenza medica, docce, letti per dormire e soprattutto un borsone con dentro abiti di ricambio e oggetti personali.

Si corre con qualsiasi tempo (salvo non vi sia pericolo per i concorrenti). Pioggia, nebbia, freddo.
Chi arriva in fondo (di solito circa il 60% dei partenti) viene ricompensato con una giacca con scritto Finisher.
Il premio più ambito per ogni trailer.

Un dolce Tor-mento

Si riparte.
Ho passato un bel mese rilassante andando per monti, anche se un appuntamento incombente mi ha un po’ tolto la serenità del viaggiare per viaggiare.
Mi riferisco a domenica prossima quando sarò di nuovo alla partenza del Tor des Geànts.

Ne ho parlato così tanto (e tanto ne hanno parlato gli altri) che mi sembra perfino inutile spiegare di che cosa si tratti.
E’ un ultratrail ed è una gara.
Il percorso è spettacolare: concatena le due Alte Vie della Valle d’Aosta, si parte da Courmayeur e lì si ritorna dopo aver percorso 330 km e salito 24.000 metri di dislivello positivo. Il tutto nel tempo massimo di 150 ore (sei giorni e sei ore).
Si chiama Tor des Geànts, che in patois significa Giro dei Giganti, perché tocca alcune delle più belle cime d’Europa: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso per citare solo quelli più noti.

E’ una gara speciale, che ho nel cuore.
Ma quest’anno, un po’ per incoscienza, un po’ perché ho saputo solo all’ultimo minuto che avrei partecipato, non l’ho preparata a sufficienza.

Quindi adesso sono qui, a sette giorni dal via, a preoccuparmi mentre leggo i cancelli orari, i dislivelli e – ahimé – i riscontri dei miei ultimi allenamenti. Troppo lento a salire. Troppo corte le uscite. Troppo poche le ore totali spese a vagar per monti.

Allo stesso tempo, però, mi ha preso un’incredibile euforia.
Leggere i nomi dei luoghi che conosco così bene (ho partecipato a tre Tor e percorso quei sentieri almeno il doppio delle volte) mi sta facendo rivivere tutte le emozioni di quelle partecipazioni.

Alla partenza del Tor des Geànts 2013
Alla partenza del Tor des Geànts 2013

Perché il Tor des Geànts è soprattutto questo: un flusso continuo di emozioni che sovrasta la fatica, il sonno, il dolore.
La testa mi dice che non sono pronto, il cuore mi dice che non vedo l’ora di schierarmi al via e che vada come vada.

Ho messo in conto di poter non superare il primo cancello alla base vita di Valgrisanche.
Ho detto che sarei felice di arrivare alla seconda base vita a Cogne.
Considererei una vittoria arrivare a Donnas, a metà giro.

Ma sono tutte supposizioni e calcoli.
La verità è che partirò cercando di tirare avanti per tutte le 150 ore della gara.
Il problema, per la prima volta, non sarà il sonno (che è il peggior nemico dei partecipanti) ma la fatica. O meglio la mia scarsa abitudine alla fatica di quest’anno.

La foto mi ritrae alla partenza dell’edizione 2013.
Quel giorno pioveva e le previsioni volgevano al peggio.
Eppure sorrido come un ebete. Come un innamorato.

Questo è il Tor, un tormento ed una passione.
O magari la via che, attraverso il tormento, conduce alla felicità.

Non penso altro che al Tor, in questi giorni.
Quindi preparatevi: tenderò ad essere monotematico per le prossime settimane!

Margò ed io

Una volta tanto non parlo di corsa, anche se il problema che vi propongo incide sulla mia vita e di conseguenza anche sul mio correre.
E’ una storia un po’ lunga, ma cercherò di riassumerla…

Due ragazzi si incontrano, si frequentano e decidono di andare a vivere assieme.
Hanno tante cose in comune, tra cui la passione per i cani.
Lei ha una bella cagnona nera, meticcia ma con chiare origini lupoidi.
Lui ha un cucciolo di shar pei di 6 mesi, goffo e simpaticone (avete presente quali sono vero? Quelli che sembrano gli abbiano presi per la coda e tirata tutta la pelle in avanti…)
I ragazzi sono tranquilli per quanto riguarda i rapporti tra i due animali: anche se lei non è sterilizzata, lui è ancora troppo giovane.

Il seguito prova che avevano torto.
Dopo qualche mese, la lupa nera diede alla luce nove cuccioli e una di loro, Margò, entrò nella nostra vita.

Margò ed io in vetta al Mombarone
Margò ed io in vetta al Mombarone

In famiglia avevamo già un cane (Lupen) e sembrava facile gestirne due, così rispondemmo subito alla richiesta di aiuto e adottammo la giovane bastarda (e non mi riferisco alla razza!).
Passano gli anni (Margò ne ha nove, oggi), la nostra famiglia prende strade diverse: il divorzio, la morte di Lupen, un figlio che lavora fuori Milano, l’altra che lavora 6 su 7 (weekend inclusi) e Margò rimane sempre di più con me.
La mattina sono il primo ad uscire di casa, quindi le preparo il cibo e la porto fuori la prima volta.
Poi in pausa pranzo vado a casa per la seconda uscita giornaliera.
La sera, il primo che arriva (a seconda degli orari) le prepara la cena e le fa fare un’altra passeggiata.
E finalmente la notte, mia figlia e Margò escono per l’ultima volta…

Fino a qui tutto bene.
Ma un paio di settimane fa siamo andati in ferie in montagna.
Due settimane di pacchia e relax.
Praticamente Margò ed io da soli, 24 ore su 24, gite nei boschi e sulle vette, abbiamo perfino fatto la spesa assieme (ad Aosta c’è un Carrefour che ha i carrelli per i cani…)

foto margò
Scene da una vacanza, Margò si gode la montagna sia da trekker che a far la spesa…

Ci siamo divertiti un sacco.
Soprattutto se trascuro la volta che si è persa nel bosco e per tre ore abbiamo vagato cercandola fino a quando l’abbiamo vista rispuntare bella bella sulla strada asfaltata.
O quando ha deciso che non avevo il diritto di lasciarla da sola a casa (ero andato a correre) e ha tentato di guadagnarsi la libertà mordendo la maniglia della porta-finestra.
O quando ha ben pensato di imparare a giocare a tzan (un gioco valdostano, qui il link con le spiegazioni) e ha iniziato ad inseguire la pallina di legno che un ragazzino usava per esercitarsi…

Insomma, ordinaria amministrazione, niente di cui lamentarsi.
Ma quando siamo tornati a Milano la musica è cambiata.
Ha deciso che se io la lascio da sola a casa (anche solo per le ore in cui sono a lavorare) lei deve dimostrare il suo dolore per l’abbandono e da navigata blues singer pianta su degli ululati da strappare il cuore.
Voi direte, lasciala sfogare che prima o poi le passa.
I miei vicini magari potrebbero dissentire (uno gentilissimo mi ha persino chiesto preoccupato se stesse male), ma il problema è che la sento ululare non quando vado via ma quando ritorno, dal che deduco che passa ore a lamentarsi.

Il problema si era manifestato anche nei mesi prima della montagna, ma in modo sporadico mentre adesso è continuo.
Non posso portarla in ufficio, non sono ancora in età di pensione, non ho genitori a Milano a cui affidarla…
Qualcuno sa suggerirmi come comportarmi?

Un amico mi ha consigliato di portarla a correre con me al mattino: per il resto della giornata se ne starà mezza addormentata fino al mio successivo arrivo.
Ma temo che dopo le prime settimane sarò io quello a cadere sul letto sfiancato…
E, considerati i bruschi stop&go delle passeggiate, se la portassi a correre probabilmente finirei a terra ogni pochi passi.

PS #noncisiannoiamai