Dietro un filtro Instagram

Durante il lungo fine settimana di Ognissanti, le nuvole hanno preso d’assedio il mio paese. Mi svegliavo avvolto da una coltre lattiginosa e la sera faceva buio prima di aver visto il cielo.

“Sembra di essere a Milano” mi sono detto.
Ma quando sono sceso a valle a fare la spesa, ho scoperto che si trattava proprio di nuvole, non di nebbia.

La controprova l’ho avuta sabato mattina quando sono uscito a correre.

Mi era sembrato che il cielo si aprisse (traduzione: ero riuscito a scorgere le altre case del paese) così, senza esitare, ho indossato le scarpette e sono partito.

Nei primi chilometri, invece, era proprio come correre nella nebbia.
Fiato corto, come se respirassi acqua, visibilità scarsa (tanto che ad un certo punto del mio solito giro ero incerto su dove fossi arrivato).

Correvo lungo una poderale, con prati alla mia destra e alla mia sinistra, avevo sentito il muggito di una mucca e qualche campanaccio poco prima, ma era l’unica traccia di vita animata attorno a me.

Decido di allungare un po’ e continuo fino a raggiungere la croce al colle, ma anche lì, nonostante si passi un tratto d’asfaltata, nessun segno di presenze umane.

Sconcertato piego a sinistra e decido di ritornare per il bosco.

E lì si compie la magia.

La bambagia bianca attraverso la quale correvo, non riesce a penetrare del tutto i fusti degli alberi, così le nuvole devono manifestarsi per quello che sono e si sfrangiano e si sfilacciano avvolgendo solo in parte le chiome degli alberi.

Se alzo gli occhi continuo a vedere in lontananza il muro bianco, ma è come se la foresta fungesse da scudo.

Foliage autunnale

La luce penetra e crea un effetto strano, quasi come un filtro di instagram. Tutti i colori, forse per il contrasto con il biancore esterno, appaiono più vividi: le foglie dei faggi sono d’oro, quelle dei castagni sono bronzee, e se abbasso lo sguardo verso il sentiero scopro di calpestare una tavolozza che va dal marrone scuro al giallo, passando per tutte le possibili sfumature.

Rincuorato da questa sinfonia di colori accelero il passo per arrivare al più presto sulla piana da dove solitamente scorgo il Monte Bianco, il Monte Zerbion, il Mont Avic e tutte le belle cime a cui ho imparato a dare del tu…

Ma grande è la mia delusione quando, sul limitar del bosco, scopro che ad attendermi c’è di nuovo il velo bianco che tutto copre.

Per ripicca ho allungato ancora, sono arrivato al paese sopra al mio e sono sceso lungo la strada asfaltata, tenendo un ritmo d’altri tempi (in discesa siamo buoni tutti!).

Ma anche qui non c’era traccia d’anima viva (e non scelgo le parole a caso, visto che sono passato proprio accanto al camposanto).

Arrivato a casa, prima di infilarmi sotto la doccia, ho acceso la televisione, tanto per essere sicuro che il mondo non fosse finito…

Cronache da un altro pianeta

Ieri è partito il Tor des Géants.

Come ogni seconda domenica di Settembre, un migliaio di trailer appassionati si danno appuntamento a Courmayeur per compiere il periplo della Valle d’Aosta lungo le due Alte Vie [per chi non lo sapesse sono 330km e 24.000 mt di dislivello positivo da percorrere, senza soste, in 150 ore di tempo massimo NdA]

Questa è la decima edizione (quindi il TorX) e viene festeggiato in modo epico, aggiungendo alle due gare classiche (Tor des Géants e Tot Dret) due nuove prove. Una, il Passage au Malatrà, è fatta apposta per i “vorrei ma non posso”, chi non ha nelle gambe la distanza ma vuole “assaggiare” il clima Tor. 30 km e 2300 mt D+, gli ultimi 30 del TdG, quelli caratterizzati dal mitico passaggio al col Malatrà, appunto.

Ma la seconda gara è quella davvero leggendaria, al limite del possibile. Si chiama Tor des Glacier (il Glas, per gli addetti), percorre le due Alte Vie dimenticate (la 3 e la 4), passa a filo ai ghiacciai, è lungo 450km e sale per 34.000 mt. E come se non bastasse, non è segnato e si fa in semi autonomia.

Venerdì sera ero a Courmayeur a veder partire questi 100 coraggiosi, scelti tra i finisher delle passate edizioni. Una partenza da brividi, non fosse altro perché il meteo era volto al brutto e la temperatura scesa di parecchi gradi. Loro si apprestavano a partire nella notte, con il cielo coperto da nubi e avvisaglie di neve sui colli alti.

Sono in gara, in questo momento, hanno passato tre notti all’addiaccio e stanno ancora viaggiando, sui confini della leggenda (nessuno l’ha mai fatto e non è ancora certo che il prossimo anno il Glas si farà di nuovo).

Ma torniamo al Tor des Génts.
Ieri mattina sono salito verso il ristoro all’alpe Youlaz, sotto il primo colle.

Salendo l’aria si è via via raffreddata e ad un paio di centiaia di metri sotto il ristoro, ha iniziato a nevicare.

Già, a nevicare. Non i fiocchi larghi e morbidi della neve invernale, quelli pungenti e duri, a metà tra grandine e neve. E pensavo al resto d’Italia, dove l’estate è agli sgoccioli. Mi sembrava quasi di essere su un altro pianeta.

Lisa Borzani al Col Arp
Lisa Borzani al col Arp – TdG 2019 (ph Giacomo Buzio – Archivio TdG)

Arrivato al ristoro ho osservato il vallone da cui sarebbe a breve scesi i concorrenti del Tor. Era imbiancato e magico. Certo una prova di accesso non banale per i concorrenti di questa edizione.

Arrivavano segnati in volto, con il cappello coperto di neve, le giacche svolazzanti nel vento, concentrati sulla loro gara. Mangiavano un boccone, dicevano due parole, salutavano gli amici e ripartivano.

Un’edizione davvero segnata da toni di straordinarietà, quasi epici.

Da ieri sera, ovviamente, passo regolarmente nel sito del Tor per verificare la situazione dei tanti amici in gara. E’ una droga di cui mi libererò solo sabato prossimo quando, anche per quest’anno, tutto sarà finito.

Ma sarà una settimana lunghissima…

Le mucche e la condivisione

Intorno a casa mia, come dappertutto in montagna, quando una persona ha un pezzo di terreno e non lo usa per far fieno, lo impresta ad un amico perché ci porti a pascolare le bestie (mucche o pecore che siano).

Il secondo si garantisce cibo gratis agli animali, il primo si trova il terreno senza erbacce e ben concimato (!)

Così da qualche giorno, durante la notte mi fanno compagnia i campanacci di una mezza dozzina di mucche che pascolano placide sotto casa. E al mattino, invece che il gallo è un muggito poderoso che mi tira giù dal letto.

Domenica, invece che alzarmi e fare colazione, ho deciso che sarei uscito a fare una corsetta.

Di solito esco in pausa pranzo o la sera, ma – visto che ero sveglio – ho pensato di inaugurare le uscite mattutine. Erano le 6 e 30 circa, l’aria era fresca, pulita, odorosa di bosco.

Dopo il riscaldamento e un tratto di sterrata, visto che le gambe giravano poco, ho tagliato per un sentiero sul quale da un po’ volevo tornare. Tra grosse rocce e tronchi d’albero, la traccia si insinuava tortuosa nel bosco. C’ero già stato, come detto, ma non ancora quest’anno. Quindi volevo sincerarmi della percorribilità.

Come spesso mi accade, dopo una decina di minuti mi sono distratto completamente ed ho iniziato ad osservare la natura. Specialmente al mattino presto, è facile incrociare degli animali, anche se ad agosto tendono a restare più verso le vette. Comunque ho incrociato una cerva che è fuggita emettendo il suo caratteristico verso così simile al cane, ed un capriolo che mi osservava dai bordi di un pascolo.

Senza quasi accorgermene sono uscito dal bosco e arrivato sulla poderale che porta al paese sopra il mio.

Ho alzato gli occhi e ho visto le cime che sovrastano quella zona, trasformate dal sole che sorgeva. Avevano un colore rosa tenue che regalava loro un fascino speciale, meglio che in qualsiasi altra ora del giorno.

Benedette le mucche che mi aveavno svegliato!

mucca

Mi sono un po’ dispiaciuto di non avere con me il cellulare e non poter scattare una foto. Ma procedendo lungo la strada e riempiendomi gli occhi di quello spettacolo che cambiava di minuto in minuto, mi sono ricreduto. Perché fare una foto quando potevo usare quel tempo per notare i particolari?

Certo avrei potuto aggiungerla a questo post e condividerla con voi.

Ma la verità è che non si sarebbe trattato di vera condivisione.
Avreste dovuto essere lì con me, allora sì avremmo condiviso quell’esperienza.

FaceBook ci ha abituato ad un linguaggio che confonde.

Il “Mi Piace” che non costa niente e che si dà a tutti, anche se poi magari non ci piace poi così tanto.
Il “Condividi” che, di nuovo, è un atto gratuito, che non costa nulla, neppure la fatica di pensare un momento.

Sono ancora legato al significato tradizionale di quei termini.

Mi ricordo come mi tremavano le ginocchia quando ho confessato alla prima ragazza che mi piaceva.
Mi ricordo il profondo senso di gratitudine che avevo provato quando, in un bivacco in cui mi ero dovuto fermare, un vecchio signore aveva condiviso con me (che non avevo nulla) la sua cena.

Sbaglierò, ma stiamo rischiando di annacquare il significato profondo delle cose.

Ho imboccato la discesa e sono arrivato di gran lena alle spalle delle mie amiche mucche suscitando un coro di sdegnati muggiti.

Pane al pane, vino al vino.
Credo sia meglio ritornare lì.

Il re del bosco

Stamattina, dopo un paio di settimane in cui non riuscivo a farlo, ho indossato i pantaloni da trekking, calzato le scarpe da trail, impugnato i bastoncini e sono uscito.

Proprio sopra casa mia parte un sentiero.
Con l’amico Pietro lo avevamo pulito poco tempo fa, poi aveva nevicato, insomma ero curioso di vedere in che situazioni si trovasse.

Volevo poi vedere a che punto erano i lavori di bonifica delle miniere di serpentino, un minerale di amianto tristemente noto per essere il componente base dell’eternit.

Quindi, spinto dall’entusiasmo, sono uscito appena il termometro è salito sopra lo zero e mi sono avviato.

Già da subito ho notato che, nonostante fossi il primo essere umano a passare di lì dopo le recenti nevicate, non ero di certo l’unico essere vivente.
Tracce di ogni dimensione e forma seguivano il sentiero.

Gli animali sono furbi, o forse siamo noi uomini che copiamo gli animali quando tracciamo i sentieri.
Sta di fatto che decine di animali erano già passati di là.

Si riconosceva l’orma tonda del capriolo, quella più grossa del cinghiale, lo zampino della volpe, quello inconfondibile dei gatti.

Salivo e leggevo il terreno.
Ero così preso a seguire le orme, che spesso ero portato fuori traccia, e lo capivo dalle pendenze innaturali cui le mie gambe lunghe e poco agili, rispetto agli animali che mi avevano preceduto, faticavano ad adattarsi.

albero
Un albero d’inverno nella piana d’Ersaz (ph Franz Rossi)

Sono arrivato sulla piana, dove il vento soffia sempre impetuoso.
Oggi ero graziato da una meravigliosa giornata di sole, ma le raffiche avevano disegnato con la neve delle morbide onde in cui affondavo fino al ginocchio.

Ancora in salita. Cercando di indovinare dove passa il sentiero.
Ero stupito di come nessuno fosse passato. In fondo ero a poche decine di minuti dal villaggio.
Finalmente raggiungo il paese che rappresentava il punto più alto, il gran premio della montagna, e quasi a celebrare l’avvenimento il campanile suonava mezzogiorno.

Ho salutato la chiesetta e mi sono lanciato in discesa.
Nelle zone d’ombra, nel bosco, la neve lasciava il passo al ghiaccio.
Così i bastoncini aiutavano a mantenere l’equilibrio e, tutto sommato, anche la velocità ne beneficiava.

Mi sono spostato verso ovest, fino a quando ho visto la mia casa, un puntino dall’alto, tutto sulla sinistra.
Era il momento di tornare.

traccia di lupo

Ho imboccato un sentiero che conosco a menadito.
Che ho percorso decine di volte, sia di giorno che di notte.
E’ stato allora che ho notato che le uniche tracce sul sentiero ero quelle di un grosso cane.
Ma nessun animale domestico si avventura in quei boschi senza il padrone.

Da almeno un anno sento storie di lupi che girovagano intorno alle nostre case, ma solo oggi ne ho avuto una prova diretta.

Ho parlato con i miei vicini, loro sono preoccupati per le pecore e gli altri animali.
Per loro l’arrivo del lupo è sinonimo di povertà. Di perdita.

Ma io non riesco a non pensare che sono loro i veri re del bosco.
Non il maestoso cervo, il cinghiale che ara il terreno, o il goffo tasso.

I lupi, che percorrono decine di chilometri ogni notte per andare a predare un animale debole.
I lupi, che vengono dall’Appennino, e sono risaliti fino alla Liguria e da lì lungo le Alpi sono arrivati da noi.
I lupi, che solitari o in branco, si muovono come un individuo.

E, pensando a questi miei nuovi vicini, sono arrivato a casa.
Felice, una volta di più, che la Natura trovi ancora un suo spazio.

Effetto Tor

Fuori è notte.
Seduto sulla poltrona accanto alla grande finestra osservo il cielo stellato.

“Sono fortunato, il bollettino meteo promette bello per i prossimi giorni” penso “almeno i primi colli non li farò con l’acqua ed il freddo”

E’ l’Effetto Tor.

Tutto, ormai da qualche settimana, è catalizzato dall’appuntamento di domenica mattina.
Tutto viene interpretato e filtrato attraverso le lenti distorcenti di questa gara-evento.

La mente si inerpica in ipotesi e previsioni; il cuore si proietta verso i colli che ricordo come se ci fossi passato ieri.
Sono completamente preso.

Non so perché avvenga.
Probabilmente perché, via via che ci si avvicina, si tende a non riuscire più a vedere la sfida nella sua interezza. Un po’ come quando, per osservare un edificio molto alto, sei costetto a fare un passo indietro.

Eppure il Tor des Geànts lo conosco bene.
Conosco il suo fascino segreto, e credevo di esserne ormai immune.

Una notte al Tor des Geants: Col Champillon edizione 2014 (ph. Enrico Romanzi - Archivio TdG)
Una notte al Tor des Geants: Col Champillon edizione 2014 (ph. Enrico Romanzi – Archivio TdG)

Il Tor è il regno della semplificazione.

Devi solo partire e camminare.
Abbandonando dietro a te, insieme agli oggetti superflui, anche tutti i pensieri e le preoccupazioni.

Camminare.
Salire e scendere i colli.
Mangiare, bere.
Quando sei stanco riposare.
Ma poco, perché c’è il sentiero che ti chiama.

Cosa c’è di più semplice di questo.

A me, uomo di azienda, cui viene richiesto di essere multitasking, di assumere decisioni e responsabilità ogni minuto, di avere risposte lineari a problemi complessi e soluzioni sorprendenti per imprevisti dell’ultimo minuto.

A me, uomo di famiglia, cui viene richiesto di essere presente ed efficace, ma rispettoso dell’indipendenza altrui.

A me, uomo di città, abituato a piegare gli eventi naturali con un semplice tasto di un telecomando o con un interruttore.

A me, dio delle situazioni complesse, spaventa la sfida di questa semplicità estrema.

Domenica (ormai tra poche ore) si parte.
Sarà un viaggio dalla durata incerta (potrei non riuscire a passare il cancello della prima base vita) ma della cui intensità non ho dubbi.

Questo è l’ultimo post sul blog fino a quando sarò ritornato a casa.
Posterò qualche foto su Instagram o magari qualche Tweet.
Ma la prossima volta che racconterò qualcosa sarà già venata dal rimpianto dell’esperienza finita.

Questo è l’Effetto Tor.
Un’esperienza totalizzante che non ti lascia tregua.

E adesso è meglio che vada a dormire, perché nella prossima settimana potrò farlo per solo qualche ora.

Post Scriptum: Aggiungo qualche nota per chi non sapesse cosa sia il Tor des Geants (chi lo conosce può saltare).

Si tratta di un trail lungo 330km e con un dislivello positivo di 24mila metri.
Si svolge lungo le due Alte Vie della Valle d’Aosta, valica colli oltre i 3.000 metri di quota e ha un tempo massimo di 150 ore (sei giorni e sei ore).

Si corre senza soluzione di continuità.
I primi dormono pochissimo per vincere.
Gli ultimi dormono pochissimo per arrivare nel tempo massimo.
In tutto si dormono tra le 10 e le 15 ore in sei giorni e sei notti.

Porti con te uno zaino con tutto il fabbisogno per passare da una base vita all’altra.
Le basi vita (sei in tutto) sono delle stazioni poste a fondo valle dove i concorrenti trovano cibo, assistenza medica, docce, letti per dormire e soprattutto un borsone con dentro abiti di ricambio e oggetti personali.

Si corre con qualsiasi tempo (salvo non vi sia pericolo per i concorrenti). Pioggia, nebbia, freddo.
Chi arriva in fondo (di solito circa il 60% dei partenti) viene ricompensato con una giacca con scritto Finisher.
Il premio più ambito per ogni trailer.

Un dolce Tor-mento

Si riparte.
Ho passato un bel mese rilassante andando per monti, anche se un appuntamento incombente mi ha un po’ tolto la serenità del viaggiare per viaggiare.
Mi riferisco a domenica prossima quando sarò di nuovo alla partenza del Tor des Geànts.

Ne ho parlato così tanto (e tanto ne hanno parlato gli altri) che mi sembra perfino inutile spiegare di che cosa si tratti.
E’ un ultratrail ed è una gara.
Il percorso è spettacolare: concatena le due Alte Vie della Valle d’Aosta, si parte da Courmayeur e lì si ritorna dopo aver percorso 330 km e salito 24.000 metri di dislivello positivo. Il tutto nel tempo massimo di 150 ore (sei giorni e sei ore).
Si chiama Tor des Geànts, che in patois significa Giro dei Giganti, perché tocca alcune delle più belle cime d’Europa: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso per citare solo quelli più noti.

E’ una gara speciale, che ho nel cuore.
Ma quest’anno, un po’ per incoscienza, un po’ perché ho saputo solo all’ultimo minuto che avrei partecipato, non l’ho preparata a sufficienza.

Quindi adesso sono qui, a sette giorni dal via, a preoccuparmi mentre leggo i cancelli orari, i dislivelli e – ahimé – i riscontri dei miei ultimi allenamenti. Troppo lento a salire. Troppo corte le uscite. Troppo poche le ore totali spese a vagar per monti.

Allo stesso tempo, però, mi ha preso un’incredibile euforia.
Leggere i nomi dei luoghi che conosco così bene (ho partecipato a tre Tor e percorso quei sentieri almeno il doppio delle volte) mi sta facendo rivivere tutte le emozioni di quelle partecipazioni.

Alla partenza del Tor des Geànts 2013
Alla partenza del Tor des Geànts 2013

Perché il Tor des Geànts è soprattutto questo: un flusso continuo di emozioni che sovrasta la fatica, il sonno, il dolore.
La testa mi dice che non sono pronto, il cuore mi dice che non vedo l’ora di schierarmi al via e che vada come vada.

Ho messo in conto di poter non superare il primo cancello alla base vita di Valgrisanche.
Ho detto che sarei felice di arrivare alla seconda base vita a Cogne.
Considererei una vittoria arrivare a Donnas, a metà giro.

Ma sono tutte supposizioni e calcoli.
La verità è che partirò cercando di tirare avanti per tutte le 150 ore della gara.
Il problema, per la prima volta, non sarà il sonno (che è il peggior nemico dei partecipanti) ma la fatica. O meglio la mia scarsa abitudine alla fatica di quest’anno.

La foto mi ritrae alla partenza dell’edizione 2013.
Quel giorno pioveva e le previsioni volgevano al peggio.
Eppure sorrido come un ebete. Come un innamorato.

Questo è il Tor, un tormento ed una passione.
O magari la via che, attraverso il tormento, conduce alla felicità.

Non penso altro che al Tor, in questi giorni.
Quindi preparatevi: tenderò ad essere monotematico per le prossime settimane!

L’uomo delle imprese impossibili

Ci sono uomini che vivono ad una velocità diversa degli altri.
Persone che infilano in una vita quello che noi faremmo fatica ad immaginare vivendone tre.

Sono andato a cercare uno di questi personaggi straordinari arrampicandomi sulla Grand Jorasses, sul Monte Bianco.
Un piccolo rifugio, senza frigo, senza forno, dove si arriva solo facendo una scarpinata di oltre tre ore, guadando un torrente, attraversando un nevaio, risalendo una morena e superando grazie a delle corde ed una provvidenziale scala verticale tre salti di roccia.

Parlo del rifugio Boccalatte-Piolti e della persona che da quattro anni lo sta gestendo, Franco Perlotto.

Rifugio Boccalatte Piolti
Il rifugio Boccalatte Piolti visto dalla val Ferret. Non lo riuscite a scorgere? guardate la foto successiva… (ph. Franz Rossi)

Per chi sa poco della storia dell’alpinismo e magari conosce solo alcuni grandi nomi come Bonatti o come Messner, oppure per chi legge fugacemente i titoli dei giornali e sente parlare delle imprese di Simone Moro, il nome di Perlotto non dice nulla.
Ma lui, insieme ad altri, ha tracciato la storia dell’alpinismo, vivendone soprattutto la rivoluzione al termine delle grandi imprese alpine (alcune delle quali ha firmato).

Devo ringraziare il mio amico Sergio che me ne ha parlato la prima volta e mi ha invitato ad andare a trovarlo.
Così sabato scorso ho lasciato la macchina in val Ferret e sono salito fino a quel nido d’aquila che si vede (e sembra irraggiungibile) dal fondo valle.

Rifugio Boccalatte Piolti
Ingrandendo l’immagine sopra iniziamo a vedere la bellissima posizione del rifugio… (ph. Franz Rossi)

Ingrandendo l’immagine sopra iniziamo a vedere la bellissima posizione del rifugio…

Il rifugio è dedicato a due grandi alpinisti, Gabriele Boccalatte e Mario Piolti, è stato costruito nel 1881 (incredibile cosa facessero in quegli anni) in un punto che si dice sia stato individuato da Edward Whymper a quota 2803 mt.
Di proprietà del CAI Torino era stato abbandonato (che significa lasciato incustodito) per alcuni anni fino a quando l’uomo delle imprese impossibili ha accettato di prenderlo in gestione e rivitalizzarlo.

Mi rendo conto che sto scadendo nella retorica.
Ma Franco Perlotto è davvero un uomo delle imprese impossibili.
Non mi riferisco tanto al suo impressionante curriculum alpinistico quanto a tutte le cose che ha fatto.

Alcuni esempi che forse vi daranno un’idea.

Avete presente il Salto Angel?
Nel film Point Break (l’ultima versione, di qualche anno fa) ad un certo momento la sfida finale (link) tra Bodi e Utah si svolge arrampicando un’incredibile cascata di mille metri… ecco la prima persona ad averla salita è stato Franco.

Avete presente il marchio Think Pink?
E’ stato uno dei più incredibili successi di una linea di abbigliamento sportivo che ha valicato i confini dello sport per diventare un modo d’essere… ecco l’idea originale era di Franco che lo ha consigliato a Bailo.

Avete presente El Capitan? Quella montagna imponente che sorge all’interno del parco dello Yosemite e che rappresenta la Mecca dei free climbers? Franco ha salito in libera alcune delle principali vie, tra cui la prima in solitaria sulla mitica Lurking Fear.

E come se tutto ciò non bastasse, Franco è stato artefice di una serie di operazioni di aiuto internazionale: anni in Amazzonia a combattere la deforestazione selvaggia, in Ruanda nella guerra civile tra Hutu e Tutsi, nei Territori Autonomi Palestinesi, in Sri Lanka, in Sudan…

Ha ospitato a casa sua Yvon Chouinard (il fondatore del marchio Patagonia), ha discusso di poesia con Allen Ginsberg, ha incrociato e ricevuto un passaggio da Bruce Chatwin e signora…

Devo aggiungere altro?

Lui si schermisce dicendo che erano dei ragazzacci, dei ribelli che vivevano in un’epoca speciale, ma la verità è che noi tutti siamo testimoni del nostro tempo, eppure fatichiamo ad uscire dal comodo trantran casa-ufficio e località fissa delle vacanze due settimane in agosto. Invece ci sono altri che sono capaci di essere al centro del mondo mentre il mondo sta cambiando.

Mi ha fatto molto riflettere la sua decisione di venirsi a rifugiare su questo sperone di roccia, a fianco ad un ghiacciaio, dove la fatica della salita opera una naturale selezione tra chi viene a trovarlo.
Franco ha parole per tutti, consigli per chi deve affrontare un’arrampicata nel meraviglioso mondo di guglie che circonda il rifugio, aneddoti per ingannare una parentesi di brutto tempo quando ci si raccoglie intorno alla stufa, battute e barzellette concluse tutte con quella sua incredibile e contagiosa risata.

Franco Perlotto
Franco Perlotto mentre beve il caffè al mattino presto (ph Franz Rossi)

E’ l’incarnazione evidente della differenza tra essere ed apparire.
In un mondo in cui tutti si sforzano di sembrare eroi, si ammantano di imprese, si riempiono la bocca di progetti sui quali stanno lavorando, a Franco basta aprire il libro dei ricordi, e mentre mescola il goulash che sta preparando per il gruppo di escursionisti che lo ha chiamato la sera prima prenotando il pranzo, raccontare di quella volta che Bonatti lo ha abbracciato o quella volta che è andato con Cassin in Inghilterra.

Mi ha accolto come un vecchio amico (in quanto amico di “Tovarish Sergej”) e abbiamo chiacchierato a lungo in questo weekend: affacciati sul mondo dalla terrazza del Boccalatte mi indicava le cime con cui ho una certa confidenza, cercavamo punti di contatto, amici comuni, vizi condivisi, insomma tutto quello che serve per sentirsi a proprio agio con un’altra persona.

Ho intrapreso la discesa sapendo che sarei ritornato a breve.
Non più per incontrare la leggenda, ma per passare ancora qualche ora in quel mondo un po’ più sano, in quell’aria pura dove è ancora importante quello che fai e non chi sei.

PS leggete il suo libro “Spirito Libero” e avrete una piccola dimostrazione di quello che vi ho raccontato. Poi però prendete lo zaino e salite al Rifugio Boccalatte-Piolti… ne vale davvero la pena.

Margò ed io

Una volta tanto non parlo di corsa, anche se il problema che vi propongo incide sulla mia vita e di conseguenza anche sul mio correre.
E’ una storia un po’ lunga, ma cercherò di riassumerla…

Due ragazzi si incontrano, si frequentano e decidono di andare a vivere assieme.
Hanno tante cose in comune, tra cui la passione per i cani.
Lei ha una bella cagnona nera, meticcia ma con chiare origini lupoidi.
Lui ha un cucciolo di shar pei di 6 mesi, goffo e simpaticone (avete presente quali sono vero? Quelli che sembrano gli abbiano presi per la coda e tirata tutta la pelle in avanti…)
I ragazzi sono tranquilli per quanto riguarda i rapporti tra i due animali: anche se lei non è sterilizzata, lui è ancora troppo giovane.

Il seguito prova che avevano torto.
Dopo qualche mese, la lupa nera diede alla luce nove cuccioli e una di loro, Margò, entrò nella nostra vita.

Margò ed io in vetta al Mombarone
Margò ed io in vetta al Mombarone

In famiglia avevamo già un cane (Lupen) e sembrava facile gestirne due, così rispondemmo subito alla richiesta di aiuto e adottammo la giovane bastarda (e non mi riferisco alla razza!).
Passano gli anni (Margò ne ha nove, oggi), la nostra famiglia prende strade diverse: il divorzio, la morte di Lupen, un figlio che lavora fuori Milano, l’altra che lavora 6 su 7 (weekend inclusi) e Margò rimane sempre di più con me.
La mattina sono il primo ad uscire di casa, quindi le preparo il cibo e la porto fuori la prima volta.
Poi in pausa pranzo vado a casa per la seconda uscita giornaliera.
La sera, il primo che arriva (a seconda degli orari) le prepara la cena e le fa fare un’altra passeggiata.
E finalmente la notte, mia figlia e Margò escono per l’ultima volta…

Fino a qui tutto bene.
Ma un paio di settimane fa siamo andati in ferie in montagna.
Due settimane di pacchia e relax.
Praticamente Margò ed io da soli, 24 ore su 24, gite nei boschi e sulle vette, abbiamo perfino fatto la spesa assieme (ad Aosta c’è un Carrefour che ha i carrelli per i cani…)

foto margò
Scene da una vacanza, Margò si gode la montagna sia da trekker che a far la spesa…

Ci siamo divertiti un sacco.
Soprattutto se trascuro la volta che si è persa nel bosco e per tre ore abbiamo vagato cercandola fino a quando l’abbiamo vista rispuntare bella bella sulla strada asfaltata.
O quando ha deciso che non avevo il diritto di lasciarla da sola a casa (ero andato a correre) e ha tentato di guadagnarsi la libertà mordendo la maniglia della porta-finestra.
O quando ha ben pensato di imparare a giocare a tzan (un gioco valdostano, qui il link con le spiegazioni) e ha iniziato ad inseguire la pallina di legno che un ragazzino usava per esercitarsi…

Insomma, ordinaria amministrazione, niente di cui lamentarsi.
Ma quando siamo tornati a Milano la musica è cambiata.
Ha deciso che se io la lascio da sola a casa (anche solo per le ore in cui sono a lavorare) lei deve dimostrare il suo dolore per l’abbandono e da navigata blues singer pianta su degli ululati da strappare il cuore.
Voi direte, lasciala sfogare che prima o poi le passa.
I miei vicini magari potrebbero dissentire (uno gentilissimo mi ha persino chiesto preoccupato se stesse male), ma il problema è che la sento ululare non quando vado via ma quando ritorno, dal che deduco che passa ore a lamentarsi.

Il problema si era manifestato anche nei mesi prima della montagna, ma in modo sporadico mentre adesso è continuo.
Non posso portarla in ufficio, non sono ancora in età di pensione, non ho genitori a Milano a cui affidarla…
Qualcuno sa suggerirmi come comportarmi?

Un amico mi ha consigliato di portarla a correre con me al mattino: per il resto della giornata se ne starà mezza addormentata fino al mio successivo arrivo.
Ma temo che dopo le prime settimane sarò io quello a cadere sul letto sfiancato…
E, considerati i bruschi stop&go delle passeggiate, se la portassi a correre probabilmente finirei a terra ogni pochi passi.

PS #noncisiannoiamai

Bollenti spiriti

Ho passato lo scorso weekend nel mio buen retiro in Valle d’Aosta.
Sabato una bella gita alla Becca d’Aver, domenica a lavorare di piccone e ramazza in giardino.
Ovviamente ne ho approfittato per andare a correre il mattino presto.

C’è una sterrata che percorro sovente, un po’ perché è molto panoramica, un po’ perché è la cosa più simile ad un percorso pianeggiante e se voglio fare le ripetute è il posto migliore.
Così domenica mattina alle sette, in pantaloncini e maglietta, mi sono trovato ad andare avanti ed indietro.

Eresaz
La piana di Eresaz, uno dei miei posti preferiti dove passeggiare

Era fresco, probabilmente intorno ai 15 gradi. L’aria era frizzante e il sole, per quanto ormai già alto, non era ancora arrivato a bucare le fronde degli alberi.
Correvo con ben presente nella mente la sensazione di soffocare che aveva caratterizzato gli ultimi allenamenti nell’afa cittadina.

Io corro basandomi sulla fatica che faccio. Quindi so quanto sforzo occorre per tenere un certo ritmo.
Ma il cronometro ha continuato a dirmi che ero molto più veloce di quanto pensassi.

Sono tornato a casa felice: era tanto che non riuscivo a correre a quei ritmi con così poco sforzo.
Certo, l’allenamento inizia a dare i suoi frutti, ma dentro di me pensavo che probabilmente il motivo era un altro.

Tornato a Milano ho letto un po’ di articoli sulla corsa al caldo e ho deciso che invece che correre lunedì sera avrei corso martedì al mattino presto.

Detto fatto, ieri alle 5:45 sono uscito per una corsetta tranquilla sul mio percorso abituale, quello che da casa mi porta alla Montagnetta di San Siro e poi al parco di Trenno.
E ho trovato di nuovo quella sensazione di leggerezza che aveva caratterizzato l’allenamento di domenica. Sul cronometro ho tagliato 20″ al chilometro senza fare sforzi.

Il fattore caldo mi mette in ginocchio. Specialmente i primi caldi stagionali.
Se poi alla temperatura si accoppia l’umidità per me è come correre con uno zaino da dieci chili.

Ho così deciso di prediligere l’alba al tramonto.
La frescura della notte che finisce alla calura della giornata che si spegne.
I bollenti spiriti non sono per me, preferisco abbandonare il letto ed uscire a correre.