In nomen omen

Nella vita siamo stati e saremo tante cose: ma sono le parole che ci definiscono o noi che diamo forma alle parole?

Probabilmente la maggior parte di voi che mi leggete avrete sentito questa locuzione latina, che significa letteralmente “nel nome c’è un presagio”, citata quando qualcuno porta scritto nel cognome il suo destino.
Ricordo quanto ci faceva sorridere che il capo della polizia si chiamasse Antonio Manganelli (lo cito pur sapendo che è mancato qualche anno fa, perché è stato au contraire uno dei più amati personaggi a ricoprire quel ruolo).

Non penso che il nome che ci assegnano i nostri genitori o il cognome che ereditiamo dalla famiglia ci definiscano.

Però, stimolato da un tweet in cui, in occasione dell’8 marzo, una ragazza elencava una serie di “cose” che era stata, ho provato a rifare lo stesso giochino.

[Permettetemi una breve digressione. L’8 marzo non è la festa della donna. Ma la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne. Non sfugga la differenza. Non si paragoni l’8 marzo alla festa del papà. E’ una cosa seria, non una trovata commerciale. Fine digressione.]

nomen omen

Quindi, scimiottando il tweet di cui vi ho raccontato, ho provato a fare un elenco di sostantivi che mi hanno rappresentato. In ordine temporale, non di importanza.

Figlio: avete mai pensato che dal primo istante della vostra vita siete figli di qualcuno? Credo che il debito di riconoscenza verso i nostri genitori non si esaurisca mai. Noi siamo perché loro sono stati.

Studente: un’altra situazione perenne. Inizi quando hai poco meno di sei anni (nel mio caso) e non smetti più. O perlomeno non dovresti smettere più. Studiare per apprendere, all’inizio. Poi studiare per capire. Studiare per fare.

Canottiere: lo dico con un sorriso, la parola canottiere evoca in me più Fantozzi che i fratelli Abbagnale, ma con grande affetto. Il canottaggio è stato il primo sport che ho praticato e da allora non ho più smesso. Praticare una vita attiva mi definisce come persona.

Sagrestano: di nuovo farà sorridere, ma da quando avevo 14 anni ho iniziato a fare tutta una serie di lavoretti che mi permettevano di comperare dei dischi che volevo, di avere due soldi in tasca per sentirmi indipendente. Così sono stato badante, bidello, magazziniere di una latteria e sagrestano.

Cantautore: lo dico sottovoce, ma mi serve ad esprimere un concetto. Erano gli anni in cui tutti sapevano suonare la chitarra e in Italia impazzavano i cantautori. Io, come tutti i miei coetanei, strimpellavo il piano e pizzicavo la chitarra. Ed un bel giorno ho iniziato a scrivere canzoni. E’ stata un’epifania. Ho scoperto che c’erano linguaggi per esprimere quello che avevo dentro. Oggi non scrivo più canzoni, ma continuo a far parlare il mio cuore.

Informatico: di nuovo un titolo per definire un insieme. Avevo fatto un corso per capire come funzionavano i computer (all’epoca erano delle diavolerie di cui nessuno comprendeva ancora le potenzialità). Il corso serviva a trasformarmi in un venditore IBM, io lo usai per infilarmi in un’azienda che faceva la cosa che più mi attirava a quei tempi: un editore di giornali. Inizia così, occupandomi dei computer, a frequentare l’ambiente. Poi mi spostai sulla parte di impaginazione, poi sulla progettazione grafica, infine inizia a scrivere articoli. Un mestierante più che un professionista. Ma scoprii che la gavetta ti insegna più della scuola.

Imprenditore: nei gloriosi anni degli yuppies (anche se la mia anima era più da hippy), influenzato dal fatto che ero abituato a mettere in pratica quello che mi passava per la testa, creai la mia prima società che forniva servizi agli editori dei giornali. E non ho mai smesso di cercare di mettere insieme opportunità ed idee.

Padre: ecco un’altra cosa che, una volta iniziata, non smetti più di fare. A differenza di marito, che sono stato solo per un lungo periodo, la mia vita da padre continua a regalarmi tensioni e gioie. Adesso che i miei due figli sono grandi e sistemati, ricevo solo gioie (e qualche mini preoccupazione auto indotta). Essere padre ti cambia. Soprattutto quando, dopo aver giurato e spergiurato che non avresti fatto gli errori dei tuoi genitori, ti ritrovi a ripetere le loro frasi. E capisci che siamo tutti espressione dello stesso ceppo.

Manager: è una parola che amo e che, spero, sia quella che mi rappresenta meglio. L’effetto Dunning-Kruger è un rischio che ho ben presente, ma direi che negli anni ho imparato a gestire le situazioni lavorative (e non solo). Credo che sia questo il compito di un vero manager.

Maratoneta: mentre approcciavo la boa dei 40anni e iniziavo a fare bilanci, non soddisfatto di come mi ero trasformato, ho cercato rifugio nello sport e, in particolare, nella corsa. Mi sono messo l’obbiettivo romantico di tagliare il traguardo di una maratona prima del compleanno e l’ho fatto. Poi però non sono più riuscito a smettere e la corsa è entrata prepotentemente nella mia vita, modellandola. Ho corso ovunque, poi ho scelto di correre sui sentieri e sono diventato un trailer ed un ultratrailer.

Scrittore: grazie alla corsa ho incontrato Giovanni e siamo diventati amici. E grazie a lui, siamo stati contattati da Mondadori per scrivere il nostro primo libro. Anche in questo caso è stata una specie di rivelazione. Una volta iniziato non sono più riuscito a smettere e ho scritto di tutto e dapperttutto. Scrivere mi aiuta ad interpretare la realtà in cui vivo. Sono diventato blogger per fissare per iscritto i pensieri che attraversano il mio cervello.

Sono stato tante altre cose per periodi più o meno lunghi, un conduttore televisivo, un presentatore di eventi, un volontario in cause in cui credevo, e penso che diventerò ancora molte cose.

L’ultima riflessione per oggi è la seguente.
Marzullo chiederebbe: “Le cose che siamo modellano la nostra esistenza o siamo noi a scegliere cosa diventare?”

Non tutti e non sempre abbiamo la fortuna di poter decidere, ma, qualsiasi sia il ruolo che il destino ci impone, è il modo in cui noi lo rivestiamo e, soprattutto, quello che impariamo facendolo, che definisce il tipo di persona che stiamo diventando.

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Vivere di montagna

Trasferirsi a vivere in montagna è stato un passaggio importante nella ricerca di un equilibrio che questa fase della mia vita richiedeva

Odio le mode.
Sono una di quelle persone che sceglie ostinatamente di allontanarsi dal pensiero comune (il mainstream come dicono gli inglesi); uno di quelli che cerca la propria strada, che evita i best seller, che non compera l’abito alla moda, non ascolta le hit.

Eppure mi trovo coinvolto in questa tendenza che sta diventanto moda.
Nel 2018, dopo che per anni ho fatto il pendolare – settimana a Milano, weekend in montagna – mi sono trasferito in Valle d’Aosta.

A dirlo così sembra un colpo di testa, invece era un progetto a lungo cullato.
Ho cercato ed acquistato una casa; mentre aspettavo che i miei figli abbandonassero il nido ho sistemato la casa, trasformandola da alloggio vacanza in abitazione; e finalmente ho compiuto il grande passo e spostato il mio baricentro nelle Terre Alte.

Sono due le domande che mi vengono poste più frequentemente: perché lo hai fatto? E adesso lo rifaresti?

scialpinismo

Partiamo dalla seconda. Lo rifarei? Adesso sì.
Milano è una città che ho amato e amo ancora. E’ viva, è energizzante, ricca di opportunità e stimoli, culturalmente all’avanguardia. Ci ho vissuto per quasi vent’anni e mi ha dato tantissimo. Professionalmente certo, ma anche umanamente.

Il passaggio dalla metropoli al paese di poche decine di abitanti, paradossalmente non è stato un trauma. Forse perché non è stato un abbandono ma un allontanamento.
Oggi so che Milano è là. Ci torno sovente per lavoro e per amicizia, ma sto bene qui.

Ogni vita ha le sue fasi e, nella mia esperienza personale, ogni fase ha un suo luogo.
Milano è stato quello dell’agire. Emarése, il paese dove vivo, è quello del riflettere.

Arriviamo così alla prima domanda: perché?

Credo che sia tutta una questione di equilibrio.
Avevo bisogno di ritrovare un contatto onesto con la Natura, con il mondo, con la materia da cui veniamo.
Volevo recuperare quella semplicità delle cose essenziali, dei gesti minimi.

Sia chiaro, non dipende dagli altri o dal luogo dove abiti. Il processo di semplificazione (il downsampling per usare un altro termine inglese) dipende esclusivamente da noi, dalla nostra mente.
Ma per me significava molto allontanarmi fisicamente dal mondo artificiale e complesso della grande metropoli.

Oggi sono sereno.
Vivo in montagna. Vivo di montagna.
Non tanto per il sostentamento economico, ma per l’orientamento esistenziale.

Andar per monti ti insegna uno stile che poi applichi naturalmente anche nel sentiero della vita.

Contare sulle tue forze; accettare la fatica; tenere il passo; appoggiare bene un piede prima di muovere l’altro; confrontarti con i tuoi limiti. Ed ancora, continuare ad esplorare; accettare le condizioni metereologiche su cui non hai controllo; adattarti alle stagioni.

E’ uno stile di vita che diventa parte della tua natura.
E’ quello che cercavo quando mi sono trasferito.
E’ quello che intendo quando dico che vivo di montagna.

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La filosofia del randagio

Preferisco muovermi che restare fermo; preferisco creare qualcosa che accettare quello che trovo pronto. E’ la mia filosofia randagia

Domenica, mentre attendevamo gli altri amici che stavano ancora sciando, parlavamo di compleanni tondi (i 20, i 30, i 40, i 50…) e dei dubbi che ci vengono quando affontiamo queste “boe” dell’esistenza.
Ciò mi ha fatto riflettere, ed è diventata l’occasione per fare un punto rotta sulla mia vita.

Tutti i nodi vengono al pettine.
Una per una le difficoltà, alcune previste, altre inattese, si frappongono tra me e quella serenità che cerco e perseguo con costanza da oramai quasi dieci anni.
Come tutti faccio fatica, ma – come tanti – vedo i progressi e sono premiato quando qualche nodo viene sciolto.

Ho sempre pensato di essere un randagio, un ramingo, un vagabondo, una persona che ha bisogno di essere in movimento, sia in senso figurato che letterale.

Il panta rhei – tutto scorre – di Eraclito, nella mia personale concezione della vita, è la più calzante descrizione della realtà in cui viviamo.
E’ la teoria del divenire contrapposta a quella dell’essere. Ed è la mia filosofia guida.

dune di neve
Dune di neve @ph Roberto Bellini (fotorobertobellini.it)

Così sono sempre in movimento.
Forse non ho radici. O forse le radici me le vado a cercare. Scelgo io dove piantarle.
Di strada ne ho fatta e ne faccio tanta, ma onestamente non posso dire di essere arrivato da qualche parte.
Qualcuno mi ha anche detto che sono volubile, ma credo che non sia vero. Credo che abbia confuso la coerenza con l’immobilismo. La curiosità con la scarsa tenacia.

Nulla è per sempre.
Alcuni possono trovare questa affermazione preoccupante o pessimistica, invece io la considero la vera fonte di speranza. La mia luce in fondo al tunnel.
Cambiare, sbagliare, cadere e rialzarsi. Accantonare un bagaglio di esperienze. Questi sono i pilastri sui quali ho costruito la mia vita.

Ecco un’altra parola chiave, l’ago della mia bussola esistenziale: costruire.

Ho sempre cercato di creare qualcosa. Nella mia vita professionale, nelle attività ricreative e sportive, nei rapporti con gli altri e, soprattutto, lavorando su me stesso.

Ho pagato un prezzo in macerie disseminate lungo la mia vita, in esperimenti falliti. Ma ho la presunzione di dire che il bilancio tra ruderi e costruzioni, fino ad oggi, è positivo.

Questo mi fa dire che ne vale la pena.
Vale la pena fare più fatica per costruire qualcosa, rispetto a scegliere la strada più facile dell’accettare lo status quo.
Vale la pena impegnarsi per creare una propria strada, una propria storia, rispetto ad accettare il sentiero battuto.

E se ti accorgi che quello che stai creando viene su storto, non aver timore di abbatterlo e di ricominciare.
E’ meglio disfare e rifare che star lì a pensare su come sarebbe potuto essere.

Ascolta “Filosofia randagia” su Spreaker.

La matrioska del Tempo

Una breve riflessione sul Tempo e su come lo utilizziamo, quello che conta è l’intensità con cui viviamo più della lunghezza della nostra vita

Avete presente quelle bambole russe che contengono un’altra bambola che, a sua volta, ne contiene un’altra e così via?
Ecco, a volte succede la stessa cosa con il Tempo.

matrioska

Facciamo un esempio pratico.
Ieri, giorno dell’epifania, avevo un appuntamento telefonico alle 9 e 30.
Mi sono alzato, ho fatto colazione, rassettato la camera, mi sono lavato ed essendo ancora presto, mi sono seduto con il mio tè sul divano a leggere.
Finito il capitolo ho guardato l’ora. Erano le 9:01…

Allora ho deciso di pulire la stufa. Ho preso tutte le cose che mi servivano, l’ho pulita, riaccesa, mi sono goduto il fuoco fiammeggiante e, già che c’ero, ho caricato un altro sacco di pellets. Erano le 9:13…

Perfetto. Giusto il tempo per rifare il tè. Ho riempito il bollitore d’acqua e l’ho acceso. Mentre aspettavo che l’acqua bollisse, ho deciso di rinforzare le scorte di semi che durante l’inverno, quando la neve rende più complicato nutrirsi, metto nella casetta degli uccelli in terrazza.
Torno in casa, controllo e l’acqua non bolle ancora. Così svuoto la lavastoviglie e finalmente verso l’acqua calda nella tazza. Sono le 9:19 ed ho ancora una decina di minuti prima della telefonata.

Avete capito cosa intendo.
Il Tempo è una materia elastica, si amplia e si contrae a seconda di quello che ci mettiamo dentro. Avere una vita piena di “cose da fare” ne aumenta il peso specifico.

Non conta quanto tempo è passato, ma quanto intensamente è stato vissuto.
O come ha detto meglio di me la poetessa Maya Angelou, “La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza respiro”.

Quindi, tornando alla matrioska, non accontentiamoci del Tempo che abbiamo, ma apriamolo, scardiniamolo, per poterne sfruttare ogni interstizio.

Una vita non è fatta di anni, mesi e giorni, ma di una lunga fila di attimi, ed è nostra responsabilità dare un senso a ciascuno di essi.


Potete ascoltare questo post qui:
Ascolta “La matrioska del Tempo” su Spreaker.

Come alberi caduti

Una riflessione sulla caducità della vita e sul senso della morte. Niente male per una corsetta all’ora di pranzo…

Ieri durante la solita corsa, sono passato per un sentiero dopo parecchie settimane che non lo percorrevo.
E’ uno di quegli anelli che ormai mi è entrato dentro: lo ripeto ad occhi chiusi o, come dicono con una bella espressione gli inglesi, by heart.
Così, dopo aver girato intorno alla croce del colle, ho iniziato il ritorno verso casa.

All’inizio del bosco non ho notato grandi differenze, solo un sacco di foglie e ricci di castagne a terra. Ma appena dopo una salitella che ti porta nel suo cuore, ho trovato un grosso pino di traverso sul sentiero. L’ho aggirato e ho proseguito, solo per dovermi fermare di nuovo dopo pochissimi metri.
Un temporale, probabilmente uno di quelli che ad ottobre hanno colpito duramente tutto il Nord-Ovest, ha compiuto una vera e propria strage di alberi.

alberi caduti

Pini giganteschi erano crollati a terra, trascinando con loro alberi più giovani.
Alzando lo sguardo più in là, allontanandosi dal sentiero, come in un gigantesco gioco dello shangai, decine e decine di tronchi giacevano incastrati tra loro.

Un campo di battaglia coperto di caduti.
Uno spettacolo che stringeva il cuore.

Dopo aver perso quasi mezz’ora per percorrere, come un novello Barone Rampante, poche centinaia di metri, tutto è tornato normale.
Il sentiero muschioso, gli alberi svettanti, le rocce calde per il sole del pomeriggio.

Riprendendo a correre, ho iniziato a pensare a quanti anni ci sarebbero voluti per tornare alla situazione precedente.
– un mese di lavoro per gli operai forestali della Regione (quel sentiero è un tratto del Cammino Balteo).
– un anno perché le fronde si trasformino in compost.
– un lustro perché delle giovani piante sfruttino il nuovo spazio creato dalla tempesta.
– un decennio perché in quella porzione il bosco torni ad essere fitto come il resto.
– un quarto di secolo perché le nuove piante diventino alte come quelle cadute.

Eppure sono tutti eventi naturali.
Accaduti chissà quante volte in passato e che accadranno di nuovo.

Questo pensiero mi ha rasserenato.

Vedere tutti quegli alberi a terra mi aveva fatto pensare alla morte.

Un albero rigoglioso muore così, spazzato da una tromba d’aria.
Niente di crudele, solo un giro della ruota della vita.
E della sua morte beneficiano decine di altre piante, che trovano lo spazio e la luce per crescere, che trovano nutrimento dal suo corpo in decomposizione.

A ben pensarci, la morte di un albero diventa meno tremenda…

Allora mi è venuto in mente Maradona che proprio ieri se n’è andato.
Lui e i tanti che sono morti e hanno lasciato in me un segno.
Penso a Fabrizio De André, a Gianni Brera, a Giorgio Gaber tanto per citare alcuni nomi che conoscono tutti.
Ma c’è anche una lista di nomi meno noti al grande pubblico, ma per me altrettanto importanti.
Persone che mi hanno ispirato, o semplicemente mi hanno mostrato una via.

Nessuno di loro era perfetto.
Ma ognuno era importante.

Ecco, loro come gli alberi, morendo hanno creato lo spazio perché noi crescessimo prendendo forza dai loro esempi.

Se viviamo una vita degna di essere vissuta, anche la nostra morte avrà un significato.

In equilibrio lungo il filo

Non ricordo più come mi sia capitato tra le mani, ma fu amore a prima vista. Uno di quei libercoli che inizi a sfogliare annoiato e che poi ti cattura.
Perfettamente inutile: senza trama e senza nozioni da acquisire (nonostante si atteggi a manuale). Poesia sotto forma di prosa.

Mi riferisco a Trattato di Funambolismo, del francese Philippe Petit.

L’autore è un artista celebre soprattutto per aver camminato su una fune tesa tra le due Torri Gemelle a New York, passeggiata che, oltre a qualche grana con la polizia, gli ha regalato imperitura fama attraverso il documentario High Wire e il film The wire. Ma era anche un giocoliere, un mago, uno street performer (come sono chiamati oggi gli artisti di strada). E, da bravo francese, è orgoglioso di questa sua anima circense.

Trattato di Funambolismo

Tendo a divagare, come sempre…

Nel suo Trattato di Funambolismo, parlando della paura, dice: “Questo vuoto atterrisce. [omissis] Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura”. Il vuoto è il motivo per cui è lì, sulla fune.
Ma teme la paura stessa. Sa che un giorno si impossesserà del suo cuore e gli impedirà di tornare a danzare sul filo.

Pensavo a tutto ciò mentre scorrevo i titoli dei giornali.

I deliri isterici dell’ex presidente Trump che arrivano dagli USA, la triste matematica dei contagi che è diventata un appuntamento fisso nelle nostre vite, le notizie dei morti (illustri e meno noti), la cronaca nera.

La nostra vita è un filo sul quale camminiamo. Amiamo farlo, pur con tutte le ansie e gli scossoni. E abbiamo trovato un nostro equilibrio, che ci permette di andare avanti. Nonostante queste notizie che ci destabilizzano.

La paura tende a prendere il sopravvento.
E come insegna Philippe Petit, una volta che ghermisce il nostro cuore, non rusciremo più a vivere.

Certo i media dovrebbero avere un maggior senso di responsabilità e dare le notizie per quello che sono, senza disegnarci attorno scenari apocalittici per guadagnare l’attenzione del pubblico. Il gusto per il macabro e per la tragedia vende più giornali dell’analisi pacata.

Ma noi dovremmo concentrarci sul nostro respiro, sul prossimo passo, sulla realtà che conosciamo e non su quella che ci viene raccontata.

Sarebbe triste smettere di vivere per la paura non di ciò che accade ma di quello che potrebbe accadere.

Mal comune…

Questo nuovo lockdown ci pone di fronte ad una scelta: rinchiuderci in noi stessi o guardare avanti?

Il rischio più grande connesso a questa pandemia (e a tutte le misure necessarie per contenerla) è che perderemo di vista il quadro generale e ci fisseremo su quello iperlocale.
Mi spiego meglio.

I problemi legati al Corona Virus sono sotto gli occhi di tutti.
E’ una malattia che ha colpito l’intero globo e che si è tentato di contenere con strategie diverse.
Al momento la situazione è ancora grave: l’Europa conta un numero di malati e di morti impressionante, ma soprattutto continua ad esserci una velocità di propagazione elevata che – se non si interviene – metterà in crisi (nuovamente) le strutture sanitarie.

Il virus passa da persona a persona, se le persone non si incontrano (o si incontrano meno) la velocità di propagazione cala o si ferma.
Quindi, in attesa di vaccino e cure, gli Stati hanno bloccato più possibile le persone.
Naturalmente queste misure hanno tutta una serie di controindicazioni: economiche (moltissime aziende sono in crisi e di conseguenza le persone perdono il lavoro o lavorano meno) e psicologiche (la tensione sociale è alle stelle e le persone soffrono di questo isolamento forzato).

Chi governa (in Italia e in ogni altro paese) è costretto a prendere decisioni impopolari e si alza potente il coro dei dissensi e delle proteste.
Gli scontri che abbiamo visto accadere (e torno a ripetere che ciò succede sia in Italia che all’estero) ci hanno riportato alla mente le rivolte del passato. Sono comprensibili anche se insensate. Per protestare contro la chiusura dei negozi se ne distruggono le vetrine?

Da domani saremo di nuovo in stato di blocco.
Le regole variano a seconda della gravità della situazione (regione per regione), ma sostanzialmente prevedono una ridotta mobilità (spaziale e temporale) e la forzatura del distanziamento sociale.
Non critico la scelta (e sono felice di non dover essere io quello che l’ha dovuta fare), ma vorrei sottolineare un potenziale rischio.

Ognuno si arroccherà nel proprio comune, nel proprio paese, nella propria casa.
Si ridurranno le occasioni per vedere altre persone dal vivo mentre salirà la preoccupazione per il nostro futuro immediato.
Inizieremo a rinchiuderci in noi stessi, a guardare il nostro ombelico, a fare comunità con chi ci è vicino.

monte bianco

E’ una reazione naturale e, tutto sommato, sana.
Immagino aumenteranno i gesti di piccola solidarietà quotidiana tra vicini di casa (almeno nelle comunità piccole come in quella dove vivo io) così come aumenterà l’ostilità verso chi viene da fuori (e non mi riferisco solo agli extra comunitari, ma anche ai nostri compatrioti che vengono da altre regioni).

Ripeto, credo sia una reazione naturale e, tutto sommato, sana. Ci permetterà di fare fronte comune verso un nemico esterno ed invisibile. Sarà d’aiuto per non scivolare nella solitudine e nella depressione. Aiuterà chi è più debole e più solo.

Ma si correrà il rischio di perdere di vista cosa sta succedendo in Europa e nel mondo.
Invece la dimensione globale di questa pandemia è un elemento fondamentale per avere un corretto senso delle proporzioni su quello che ci accade.

Non siamo oggetto di un attacco mirato.
Siamo in balia di qualcosa di incredibilmente grande.

Non ce l’hanno con me, o con i miei vicini, la mia regione o il mio paese.
E’ un problema dell’intero pianeta.

Non è l’Italia o i nostri governanti che stanno sbagliando.
Tutto il mondo naviga a vista.

Un vecchio detto recita: “Mal comune mezzo gaudio”.
L’ho sempre trovato insopportabile.
Se io sto male e mi consolo pensando che altri sono nella mia situazione sono un piccolo uomo.

Preferisco chi dice: “Un peso portato in due è più leggero”.
Dobbiamo tutti portare il nostro fardello, contribuire con un atteggiamento responsabile.

E per comportamente responsabile non mi riferisco tanto all’indossare una mascherina (spero che ormai tutti abbiano capito quanto sia importante), ma a continuare ad essere positivi.
Dobbiamo giocare questa partita con le carte che abbiamo in mano.
Inutile recriminare, dobbiamo vivere al meglio.

Cerchiamo di avere cura di noi stessi e di chi ci sta vicino.
Continuiamo a fare progetti e portare avanti le cose che possiamo fare.
Non seppelliamoci prima del tempo.

Guardiamo avanti.
Viviamo.

Raccontare la vita

Essere uno scrittore significa aver bisogno di raccontare la vita (propria ed altrui) per comprenderla fino in fondo

Scrittore è chi ha bisogno di raccontare la vita su carta allo scopo di comprenderla meglio.

C’è un legame indissolubile che lega quello che facciamo e quello che raccontiamo. Anche quando scegliamo di trasformare le cose di cui siamo testimoni in una storia di fantasia.

E questo assioma spiega alcuni aspetti che solo apparentemente sono in contraddizione.

Lo scrittore ha bisogno di vivere tanto ed intensamente.
Non parlo, ovviamente, della lunghezza della sua vita, ma della profondità di ogni minuto della sua esistenza.

Deve muoversi, deve incontrare persone, deve fare esperienze, deve farsi raccontare storie, deve riempirsi gli occhi di panorami.

Non solo cose belle.
Sono allo stesso modo importanti le esperienze magiche e quelle scioccanti. La noia come l’eccitazione. La paura come la gioia. L’odio e la cattiveria, l’altruismo e l’amore.

Lo scrittore ha bisogno di silenzio e solitudine.
Non si può riempire di parole un foglio già scritto.

Quindi c’è bisogno di vuoto per creare. Di solitudine per raccogliere le idee, far maturare i ricordi, dare un senso alle esperienze. Di silenzio per far parlare le storie.

E poi si devono smussare gli angoli e affilare le frasi.
Ascoltare le pause delle voci e tacitare i rumori di sottofondo.
Mettere in sintonia parole ed emozioni.

The Writer, olio su alluminio, di Kevin Richard

Lo scrittore è un ladro. Ed un truffatore.
Si impossessa delle vite altrui e le fa proprie.
Copia lo stile di altri scrittori per imparare a trovare il proprio.
Taglia e cuce i ricordi delle persone, mette in bella i chiaroscuri delle esistenze di chi incontra, vende come propri i pensieri di altri e propina come altrui le sue proprie riflessioni.

Gioca con i sentimenti.
Si insinua nei tuoi segreti.
Racconta con parole sue quello che tu provi.

Ma non c’è maestria o malizia in questo processo.

Lo scrittore scrive perché non può farne a meno.
Se vuole capire chi è, se vuole comprendere la sua vita, se vuole esorcizzare dolore e paura.

C’è chi scappa e chi combatte.
Lo scrittore può solo scrivere.

La montagna

Ogni volta che esco per andare in montagna mi chiedo perché sia così importante per me. Alla fine credo si tratti del sentirmi parte della Natura

Ho salito la montagna.
Attraverso il bosco verso la prima croce, dove mi sono fermato a riempirmi gli occhi di paesaggio.

E poi ancora in alto, ma lungo la lama sottile del crinale, sempre ad un passo dal baratro da cui saliva caldo il respiro della parete arroventata dal sole.

Rododenri in boccio e tenere foglie di mirtillo formavano un tappeto verde.
Il sentiero si arrampicava in circonluzioni che spesso lo nascondevano dietro la vegetazione.
Qualche albero secco, testimone e vestigia di un tempo antico e di antiche tempeste, resisteva spoglio lungo la cresta.

Ad ogni salto che superavo, nuove gobbe nascondevano il cielo.
E cresceva la voglia di svelare l’arcano, di giungere lì dove più in alto non avrei potuto.

A sorpresa la vetta è un pianoro.
Verde d’erba e azzurro di cielo.
In lontananza si stagliano le vette amiche, i cui nomi sono ormai entrati nella mia coscienza. La Grivola, l’Emilius, la Becca di Nona.
La valle di Rhemes si svela da quassù, tagliata dal nastro argenteo del fiume che l’ha generata.

Ci fermiamo a bearci delle nostre sensazioni.
Pane, formaggio, una mela, un goccio d’acqua.
Piaceri semplici conditi da una macchia viola di fiori.

fiori viola

All’improvviso il volo alto del gipeto che sfiora il pianoro per scoprire chi si muove sul suo terreno.

Qui è tutto così naturalmente al proprio posto che anch’io mi sento appagato.
Andare o restare?
Nuovi passi mi attirano verso il fondo valle, la casa e l’agognata birra fresca.

Grazie a Riccardo che mi ha fatto conoscere un pezzo della sua “montagna dietro casa”.


Mi sono spesso chiesto cosa mi spingesse (e cosa spingesse tanti altri) a praticare le Terre Alte.
La ricerca di risposte alle domande della vita?
La ricerca delle domande giuste per proseguire nella vita?

O più semplicemente per godere del piacere della fatica e di un paesaggio?
O l’appagamento di raggiungere un obbiettivo (la vetta, il rifugio, il colle)?

Ma nessuno dei motivi che ho elencato mi soddisfa.
Se fosse una specifica ragione, una volta ottenuta/raggiunta smetteremmo di praticare la montagna.

Invece io ci torno.
Giorno dopo giorno.
Anche nello stesso posto, sugli stessi sentieri.

Non posso farci nulla. Se sono in montagna sto meglio, mi sento più a mio agio.
Ci sono illusioni della gioventù che so essere fiammate di vita, brevi ed intense.
Il grande amore, il successo, la notorietà, la felicità.
Ho smesso di inseguirle, preferendo le sorelle minori.
Una relazione appagante, la soddisfazione di fare bene una cosa, pochi amici, la serenità.

Salire la montagna per me è parte integrante del vivere sereno.
A Plan Cou, steso sull’erba, osservando il volo del gipeto, ero perfettamente sereno.
Integrato in una natura più ampia. Che tutto comprende.
Piccoli piaceri, piccole gioie, non desidero altro.

Come treni sui binari

Gli sportivi lo sanno.
Il principio dell’allenamento è spingere il tuo corpo un po’ più in là, un po’ fuori dalla tua comfort zone.
Se ti viene facile correre fino alla fine della salita per tre volte, è la quarta quella che ti allena.
Se non fatichi ad andare a 5’00″/km sono i chilometri corsi a 4’50” quelli che ti donano la brillantezza…

Stamattina mi chiedevo se la stessa regola si applica anche alla vita.

treno a vapore

Viviamo come dei treni sui binari.
Ogni passo è condizionato dalle scelte che abbiamo fatto precedentemente, magari 30 anni fa.
Abbiamo orari da rispettare, compiti da eseguire, convenzioni cui adeguarci.
E siamo bravi a farlo. Arriviamo puntuali, non ci scordiamo le cose, non generiamo risentimenti…

E’ la nostra area di comfort, quella in cui sappiamo di poter far tutto, quella che non ci costa troppa fatica.

Ma non impariamo nulla di nuovo. Non ci alleniamo, non miglioriamo.

Sappiamo chi siamo, ma non chi potremmo essere.

Certo, qualcuno potrà obbiettare che non occorre puntare sempre più in alto.
Magari la nostra routine è la ricetta perfetta per essere felici.

Sarà anche vero. Ma, di nuovo, ci viene in soccorso il parallelo con la corsa.
C’è una regola che abbiamo imparato tutti: se continui a correre alla stessa velocità ogni giorno, quella velocità diventerà sempre più difficile da mantenere.
Se non spingi il tuo corpo ad andare più veloce, inesorabilmente rallenterai.

Nella corsa, come nella vita, abbiamo bisogno di variazioni di ritmo.
Abbiamo bisogno di allenarci, di uscire dall’area di comfort e di metterci in discussione.
Fuor di metafora, abbiamo bisogno di esperienze nuove, di stimoli, di sfide.

Ed è importante capire che questo non serve solo a migliorare, ma semplicemente a non morire.