Sono un fautore della teoria. Mi piace pianificare le cose che faccio, magari senza scrivere tutto, ma almeno tracciando un piano nella testa e poi attenendomici.
Sono un fautore della teoria anche nel senso che mi piace capire perché le cose funzionano in un determinato modo. Mi piace smontare gli oggetti (o le situazioni, o i film) per capire perché certi vanno bene e certi no.
Insomma, mi piace risalire dall’esperienza empirica alla regola generale.
Tutto ciò detto, mi sento di affermare che la teoria senza la pratica sia un mero esercizio onanistico.
Tanti anni fa, a Trieste, ho conosciuto un professore del Centro Internazionale di Fisica teorica Abdus Salam. Io avevo intorno ai 20 anni, lui probabilmente 7-8 più di me. Veniva da un paese remoto (credo fosse pakistano, ma all’epoca per me tutto quello che non era Europa o USA era “paese strano”) e si chiamava Dash (o perlomeno questo è quello che avevo capito quando si era presentato).
Era una promessa della fisica teorica del suo paese ed era venuto in questo grande Istituto che si trovava a Trieste per condividere i suoi studi con altri geniali colleghi.
La sera, esausto dopo una giornata passata a pensare e a fare calcoli, cercava un po’ di quiete passeggiando lungo il mare. E lì lo aveva incontrato mio fratello prima e io poi.
Gli avevo provato a chiedere di cosa si occupasse e la risposta era stata “cerco di prevedere, attraverso modelli matematici, cose che i miei colleghi fisici sperimentali proveranno a dimostrare tra qualche anno”.
Io stavo muovendo i primi passi tra codici e manuali di diritto, e un ragazzo in grado di scoprire cose solo con la forza del pensiero, mi sembrava davvero un mito.
Ecco, Dash non era un onanista. Era un figo.
Ma oggi la situazione è diversa e io non ne posso davvero più di persone che teorizzano e non realizzano.
Sono reduce da una serie di incontri in cui persone ex cathedra spiegano la vita ad altre persone che vivono tutti i giorni. Conferenze di artisti vari che creano un ponteggio concettuale per giustificare (a volte anche solo spiegare) la loro opera. Esperti che sono in grado di pontificare su un argomento e poi sono impossibilitati ad appendere un quadro, cambiare una lampadina, montare le catene dell’auto. Manager che definiscono gli obbiettivi, pianificano le azioni, valutano rischi e opportunità… e poi mandano avanti gli altri ad agire.
E poi c’è un altro problema: specializzazione vs versatilità.
Da ragazzino lessi un’intervista ad un famosissimo scrittore (ho sempre avuto il sogno di scrivere e mi ispiravo ai grandi nomi) che diceva come a scuola non capisse nulla di matematica. Mi stupì il fatto che, invece di vergognarsi di questo suo limite, quasi se ne vantava.
Io penso che una persona dimostri la sua intelligenza, la sua capacità, in tutte le cose che fa. Certo, si può essere geni in musica e non altrettanto bravi a scrivere o dipingere. Ma l’ecletticità è un segno del genio.
Per raggiungere l’eccellenza bisogna essere quasi monomaniaci. Però senza chiudere la testa a tutte le altre cose. Altrimenti alla fine diventi, che so, un grande scrittore, ma non hai nulla da raccontare.
Credo che progettare sia importante, ma realizzare lo sia di più. Credo che per far bene la seconda cosa sia necessario fare bene anche la prima. Ma fare solo la prima sia uno sforzo inutile.
Credo che mantenere la mente aperta costi fatica, ma sia fatica spesa bene.
Poi, se volete diventare Agassi dovete palleggiare contro il muro un milione di volte (leggete la sua bellissima biografia Open). E il mio amico Dash eccelleva nella teoria a prescindere dalla pratica.
Ma noi, persone normali, proviamo ad arrivare fino in fondo.
Un vecchio modo di dire afferma che “il mondo è pieno di idee fantastiche, ma scarseggiano le idee realizzate”.
Usciamo dalla teoria e iniziamo ad agire. Magari il mondo un pochino migliora.