Ma quanto manca?

Il solito amico Carlo mi ha mandato il link ad un geniale articolo di Franco Michieli, geografo, esploratore, appassionato camminatore, noto ai più per la sua modalità di viaggio a piedi senza usare carte, bussole o gps.

Ebbene, in questo articolo (che trovate qui nella sua interezza), Franco Michieli afferma che la domanda “quanto manca?” che ci sentiamo porre innumerevoli volte durante le nostre escursioni, sia irricevibile da chi ama davvero il vagar per i monti.

In sostanza, cercare di quantificare quello che si sta facendo durante l’escursione, è figlio della nostra necessità di “arrivare” da qualche parte e di quantificare ogni cosa. Secondo Michieli, la cui convinzione io condivido, continuare a misurare i chilometri percorsi, il dislivello effettuato, il tempo passato, ci fa perdere di vista la bellezza di quello che stiamo facendo.

Ed è vero. Continuare a pensare alla meta, comporta automaticamente distrarsi da quello che ci circonda. Per il vero viaggiatore, citando il celebre verso di Fabrizio De André, “…la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (Korakhané – A forza di essere vento).

La necessità di misurare tutto è molto occidentale. È un approccio scientifico che si sposa malvolentieri con la voglia di contemplazione orientale.

Ho sempre saputo che la mia natura è profondamente razionale. Ed ho sempre cercato di ingannare questa mia parte logica, creando spazi di irrazionalità nelle attività che svolgo per piacere.

Andar per sentieri è, tra le attività ludiche, quella dove mi è più facile mettere da parte il cervello. Mi perdo nella bellezza della natura, nei segnali fisici (e non razionali) del mio corpo, nelle emozioni che provo.

C’è un altro aspetto, che Michieli non cita ma che il suo articolo mi ha riportato alla mente, la necessità di sapere “quanto manca” ha molto a che fare con la necessità di avere tutto sotto controllo. Anche questa è un’abitudine squisitamente occidentale e moderna.

Non vogliamo lasciarci andare perché abbiamo paura di non saper ritrovarci.

Nei miei tanti anni di vagabondaggi, invece, ho scoperto che è proprio abbandonandosi che riusciamo a far emergere le nostre qualità. Accettando di “perdersi per ritrovarsi”, come diceva Tiziano Terzani.

Siamo un popolo che non molla mai il controllo perché teme che, se lo facesse, non saprebbe reagire all’ignoto. Eppure è quel piccolo passo verso l’ignoto che ci permette di crescere in consapevolezza. Oggi affronto la vita più sereno perché non ho bisogno di sapere cosa accadrà domani, per la convinzione di aver dentro di me gli strumenti adatti per affrontare le prove che incontrerò. E questa serenità deriva proprio da aver accettato di non chiedermi “quanto manca” alla meta, ma solo godendo del viag