A caccia di passeri

Ho letto un interessante articolo su Internazionale a firma di Emma Holten, una giornalista ed attivista danese, il cui titolo era: “L’enorme spreco dell’intelligenza artificiale”. Rimando a quel testo per gli approfondimenti del caso (è stato pubblicato sul numero 1682 dell’11 settembre scorso e per gli abbonati questo è il link), ma c’è un concetto che mi ha colpito e mi ha dato un ulteriore spunto di riflessione.

La Holten disserta sul costo di ogni richiesta fatta all’intelligenza artificiale. Per noi, che la usiamo gratuitamente, tale costo è trasparente, ma per far funzionare i modelli linguistici AI (quelli che usiamo principalmente) è necessaria una grande potenza di calcolo, quindi grandi computer che consumano elettricità e che vengono raffreddati ad acqua.

La giornalista teorizza il fatto che l’IA non è efficiente, se si intende per efficienza (come da definizione) il raggiungimento di un risultato con la minor quantità di risorse possibili.

E di conseguenza, facendo leva sull’ambientalista che si nasconde in ciascuno di noi, spezza una lancia contro l’uso (e soprattutto l’abuso) dell’IA. Dice che, considerando che Google sarebbe in grado di rispondere alla maggior parte delle domande che la gente sottopone all’intelligenza artificiale, chiedere a Gemini come si cambia una ruota ad una bicicletta è come usare una gru per spostare un chilo di sabbia.

Partendo da questa analisi che, fondamentalmente condivido, mi sono interrogato su quante cose facciamo in modo non efficiente, cioè sprecando un sacco di risorse.

Dobbiamo andare a prendere il pane, 10 minuti a piedi, 3 in bicicletta, invece andiamo in auto. [Non è un esempio mio, viene dall’articolo che ho citato prima NdA]. Quindi per muovere 500gr di pane, invece che muovere solo i 90 kg del nostro corpo muoviamo i 1500 kg dell’auto con noi dentro. Non ci fa cambiare idea il costo astronomico del carburante, perché non lo percepiamo come un costo o, ancor più ridicolo, giustifichiamo l’uso dell’auto per “risparmiare tempo”.

E gli sprechi di risorse sono tantissimi. Alcuni evidenti come i termosifoni accesi, case a 24 gradi e abitanti in maglietta o auto in coda con un solo passeggero a bordo; altri lo sono di meno, come la ricerca fatta con Gemini invece che con Google.

Mi sono chiesto il motivo di questo comportamento dissennato, e sono giunto alla conclusione che, in molti casi, non sappiamo valutare il costo effettivo di una scelta.

Al supermercato è tutto semplice: compro il tonno A invece che il B perché la confezione costa meno.. anzi no, compro il tonno C perché confrontando il prezzo al chilo è quello più conveniente.

Qui andrebbe aperta una parentesi sul rapporto prezzo/qualità ma ne parleremo (eventualmente) in un altro post.

Dicevo, al supermercato tutto sembra chiaro. Ma nella vita?

Compro su Amazon, perché costa meno. È vero, il prezzo è più basso e risparmi pure il carburante per andare dalla signora Maria al negozietto. Ma qual è il costo di non trovare più una signora Maria a consigliarti?

Voto per il rinnovo della funivia della località sciistica, costerà un po’ di più ma viaggerà più veloce e riuscirò a fare più corse nella giornata. Ma qual è il costo di una montagna con meno foresta di prima?

O, ancor più diabolico, non compro il biglietto dell’autobus perché le probabilità che il controllore mi dia la multa sono poche e la somma dei biglietti non pagati prima di essere “pizzicato” coprirà il costo della sanzione. E qui ci sono molti costi occulti: l’aver svenduto la propria coscienza, l’aver abusato di un mezzo il cui costo salirà per i viaggiatori paganti e via dicendo.

C’è il tema della differenza tra prezzo e valore (ne ho già scritto qui e qui) ma non spiega ancora la leggerezza con la quale prendiamo certe decisioni.

C’è l’egoismo che permea la nostra società, ma di nuovo, non spiega alcune scelte che pagherò in prima persona anche se in modo non diretto.

Insomma, a tutti sembra assurdo andare a caccia di passeri con un lancia missili, ma sembra normale acquistare automobili sempre più potenti per stare in coda in centro o viaggiare a 130 km/h in autostrada…

Credo che, alla fine, il problema sia la disabitudine a valutare quello che si sta facendo. Si decide basandosi non sulla colpevolezza, ma su quello che è il trend più diffuso, non sui dati ma sulle emozioni che altri ci hanno instillato.

Bibliofilie

Philippe Delerm è un prolifico scrittore francese diventato famoso per un libro in cui sono raccolti dei poemi in prosa, cioè dei brevi testi iconici. Il libro era “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita”. Un breviario da consultare per sorridere e apprezzare le cose che abbiamo tutti e che, di solito, non notiamo nemmeno. [qui il link a Wikipedia]

Il titolo è geniale (forse ancor più del testo) e racchiude una grande verità.

Ci sono tanti piccoli piaceri che rendono la nostra vita bella da vivere.
Il primo sorso di birra in estate dopo una corsa o dopo un’escursione è un ottimo esempio. Ma anche uscire a settembre indossando una felpa dopo i calori di agosto; oppure sbucare in cima ad un colle e osservare il panorama che si dischiude davanti a noi; o restare nel letto nei mattini d’inverno avvolgendosi nelle coperte per trattenere il calore del corpo mentre sul viso si sente il freddo nella stanza…

Insomma, avete capito di cosa parlo.

Da poco ho aggiunto un nuovo piacere ai molti di cui già godo, ma devo fare un piccolo passo indietro.

Amo i libri. Amo leggerli prima che scriverli. Amo sfogliarli. Amo scoprirli attraverso i consigli di un amico, attraverso un testo in cui incappo, attraverso una visita in libreria o un colpo di fortuna.

Quando mi sono spostato dalla grande casa di Milano al primo piccolo alloggio in montagna ho deciso che avrei lasciato la gran parte della mia collezione (avevo circa 5mila libri) per far spazio ai nuovi acquisti. Non è stato facile: mi ero messo in testa di portarne solo 100, ma alla fine a salire in quota con me sono stati più del doppio. Comunque, sono ripartito da lì.

Quando ho incontrato mia moglie, anche lei appassionata di libri, abbiamo acquistato una casa molto più grande con librerie dappertutto e le nostre due biblioteche si sono unite. Ovviamente c’era il problema dei libri doppi (sorpresa sorpresa, abbiamo interessi comuni) così da allora c’è una scatola vicino alla porta di casa che contiene libri a disposizione dei nostri amici che possono prendere tutto quello che vogliono.

Un paio d’anni fa è morto mio padre, solo sei mesi dopo la morte di mia madre. Da lui avevo preso la passione per la lettura e i miei genitori avevano una biblioteca di oltre 10 mila volumi. Ce li siamo divisi tra fratelli e ne abbiamo donati tanti, ma comunque una decina di scatoloni è arrivata a casa nostra.

E finalmente arriviamo ai piccoli piaceri della vita.

Apro uno scatolone ogni tanto (ormai sono alla fine) ed estraggo i libri di mio padre. Mi incuriosisce sapere cosa amava leggere e mi sembra di scoprine un lato segreto.

Era un uomo che leggeva soprattutto saggi, pochi romanzi, eppure nell’ultima parte della sua vita si era appassionato a Isabel Allende. Era interessato alla storia (decine di libri sulla Shoah) alla geopolitica del NordEst, alla sua nativa Venezia, ai temi spinosi della religione (tra tutti un incredibile libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano” che mio padre, ateo convinto, ha probabilmente usato per comprendere).

Mi piace sfogliare le pagine polverose (alcuni hanno più di 70 anni), mi piace vedere la sua firma sul frontespizio. Mi piace notare come la firma sia cambiata nel corso degli anni.

Mi sembra di ritrovare un padre più umano, meno distaccato di come io lo ricordavo.

Così nelle mie routine di lettura alterno libri che acquisto o ricevo in regalo con un volume tratto dalla collezione di mio padre. E mi piace scoprire le parole sottolineate, le note a margine scritte a matita (usando un termine più preciso e desueto si tratta di glosse).

È come se leggessi da sopra la spalla di mio padre e lui mi confidasse i sui pensieri, le sue ingenuità, i suoi segreti interessi.

E il mio amore per i libri cresce ogni giorno di più.

Colonialismo algoritmico

Nell’editoriale dell’ultimo numero di Internazionale (il 1680 uscito lo scorso 28 agosto) c’è una citazione di Fainos Mangena, professore di filosofia all’università dello Zimbawe, che spiega come per un africano usare l’IA per chiedere consigli di vita (come sempre più spesso accade) sia fuorviante. Le intelligenze artificiali riflettono i valori e le idee dei testi di cui sono state nutrite e delle risposte che ricevono. Poiché le intelligenze artificiali sono state sviluppate in Occidente, riflettono stili di vita e idee occidentali. Abeba Birhane, una scienziata cognitiva di origine etiope chiama questo fenomeno “colonialismo algoritmico”.

È una tesi stimolante che richiama la nostra responsabilità, come Occidente, di creare un’intelligenza artificiale che rifletta il globo non una parte di esso.

Mentre leggevo l’articolo ho pensato che questo tipo di colonialismo nei confronti dell’Africa, di parte dell’Asia e non solo, è sempre avvenuto. Abbiamo imposto religioni, cultura, forme politiche, mode e gusti. Ci sono poi volute decine di anni, a volte centinaia, perché i popoli “colonizzati” riuscissero a ritornare ai loro valori culturali e tradizionali. In alcuni casi e per alcune aree, il processo è ancora in corso.

Poi ho pensato ad un altro aspetto della cosa: l’intelligenza artificiale è sviluppata dalla popolazione colta e ricca.

Se invece di osservare la contrapposizione tra Occidente e Africa osservassimo quella tra ceti abbienti e gente povera, l’assunto rimane valido. L’IA, attraverso gli smartphone, è a disposizione di tutti (anche i più poveri hanno uno smartphone, approfondisco il tema nel Post-Scriptum), ma lo stile di vita, gli ideali e la cultura, sono in mano alle classi più ricche, che attraverso l’IA impongono uno standard.

E il ragionamento potrebbe essere portato avanti pensando anche alle idee politiche (si è discusso molto delle devianze destrorse di Grok, l’IA sviluppata da Elon Musk – qui trovate un approfondimento), alla cultura main-stream e via dicendo.

Quindi l’intelligenza artificiale rischia di diventare uno strumento di pressione come lo erano i media tradizionali in passato, ma in forma molto più subdola.

Quando cerchi informazioni su Google o su Wikipedia, ti aspetti di tutto, ma non che menta. E l’IA sta, sempre di più, diventando un suggeritore di risposte, un fedele aiutante, un amico che consiglia… sarebbe spaventoso scoprire che il suggeritore, l’aiutante, l’amico sono stati addestrati da un mondo cui noi non apparteniamo.

Chiudo questa riflessione con due pensieri, anzi con una suggestione ed un pensiero.

La suggestione: ai tempi della bellissima serie “Ai confini della realtà” sarebbe stato bello un episodio in cui si scopriva che ad addestrare l’IA fossero stati gli alieni, una popolazione extraterrestre.

Il pensiero: Non sono contrario all’intelligenza artificiale, anzi la uso e mi diverto (vedi ad esempio l’immagine che correda questo post). Ma invece di combatterla, credo che dovremmo rilanciare l’intelligenza umana e i rapporti fisici invece che quelli digitali.

Un buon amico davanti ad un bicchiere di vino può aiutarci a crescere e a migliorare, l’IA cerca solo di sostituirsi a noi nel fare le cose che non riusciamo a fare.

Post-Scriptum: riprendo il tema del rapporto tra ricchezza e uso del telefonino. Seppure le classi più agiate, usino gli smartphone come status symbol (più è nuovo, più è di moda e più io valgo), ciò non toglie che chiunque possiede un device di connessione.

Per i clochard è uno dei pochi modi di accedere ai servizi di base e, al tempo stesso, per raggiungere o essere raggiunti. E senza arrivare ai senza dimora, in generale nei minori di famiglie non abbienti, il tempo passato davanti ad uno smartphone è inversamente proporzionale alla ricchezza: significa che meno sei ricco e più tempo passi davanti allo schermo. Sembra controintuitivo, ma se ci si pensa bene, i genitori poveri dedicano meno tempo a controllare i figli e, di conseguenza, questi ripiegano sui cellulari.