Su Artribune, un magazine che tratta di arte e, più in generale di vari temi legati alla società ma filtrati dagli occhi degli artisti, è apparso un articolo che mi è stato segnalato dall’amico Carlo Coronati e il cui titolo diceva: “Ma vanno salvati per forza? E se il destino dei piccoli paesi fosse semplicemente morire?”
L’estensore è Alex Urso, che non è nuovo a posizioni provocatorie su temi legati al turismo e allo spopolamento dei borghi. Infatti, anche questo pezzo [che potete trovare a questo link, NdA] è un tentativo di far riflettere.
L’autore dice che le persone associano il paesino allo stile di vita passato, “un mondo idealizzato che rimanda alla nostra infanzia, a un’epoca meno compromessa da consumismo e tecnologie” (cit.) e pertanto un luogo da salvare. Poi affronta il tema di cosa si fa per salvare questi borghi e critica il fatto che, sovente, vengano trasformati in mete turistiche, in luoghi dove i “cittadini” (perdonate questa generalizzazione) possono trovare il mondo idealizzato di cui sopra.
Ne consegue – secondo Urso – il rischio dell’overtourism e della spersonalizzazione. Quindi il rischio che ogni intervento sia inutile e non allontani il rischio di scomparsa per i paesini.
Al di là del fatto che è l’ennesimo esempio di ragionamenti sulla pelle degli altri (ho sentito raramente riportare idee da chi nei piccoli paesi ci vive) anche se, e non è cosa da poco, Urso nota come gli interventi governativi tendano a favorire più “chi arriva” (turisti e villeggianti) che “chi resta”. Ma io vorrei aggiungere qualche piccola riflessione, i cosiddetti “my two cents” o, come direbbe Zerocalcare, “du spicci”.
Lo spopolamento dei paesi delle aree interne è figlio della tensione al successo personale che, almeno negli ultimi 100 anni, è misurato dalla ricchezza economica. Cerco un lavoro che mi permetta di far carriera (o un talent che mi trasformi in un idolo delle masse) e nel mio paesino non trovo opportunità, quindi vado altrove.
È tutto sbagliato, almeno per me. Il successo non si misura in ricchezza, ma in serenità. Voglio vivere meglio, in mezzo a persone che mi permettono di farlo e, magari, condividono il mio obbiettivo. Quindi restare in un piccolo paese può essere un passo nella direzione giusta.
Può essere. Non è. Devono concorrere molte altre condizioni.
Credo che ogni singolo individuo debba fare un proprio progetto personale e debba perseguirlo. Credo che i piccoli paesi siano un terreno molto più fertile per sviluppare il proprio progetto. Sono certo che le grandi città non siano il luogo dove sviluppare il mio.
Credo anche che si debbano abbandonare alcuni paradigmi che, oggi, sono l’intelaiatura della società. La ricchezza o la fama come criterio di misurazione del successo. L’idea che tanto sia meglio di poco. Che cambiare il mondo sia meglio che adattarcisi. Che la fatica e il lavoro siano ostacoli e non mezzi per il raggiungimento dell’obbiettivo. Che andare veloce sia meglio che seguire il ritmo. Che la maggioranza abbia sempre ragione e che vox populi sia vox dei. Che innovativo sia sinonimo di migliore.
I piccoli paesi hanno bisogno di essere sostenuti? Beh, sì, ma non con una pioggia di denaro che cada dall’alto.
Noi vorremmo uno sguardo attento e rispettoso di chi ci governa. Più che un contributo a fondo perduto, auspico leggi che considerino anche le peculiarità dei nostri luoghi.
Le norme che regolano la convivenza in una città di 200mila abitanti devono essere modificate se gli abitanti sono 200. Le regole che fanno funzionare il Municipio, l’Ufficio Postale, la farmacia, la scuola delle città non possono essere replicate in modo identico nei paesini che, difatti, non hanno più Uffici Postali, farmacie, scuole.
Una nuova azienda qui a Emarese soggiace alle stesse regole di un’azienda creata a Milano. E non parlo di tassazione, ma di regole d’assunzione, di sicurezza sul lavoro, di obblighi burocratici.
Non ha senso. Ecco, vorrei che il buon senso tornasse ad essere un criterio del legislatore e non l’applicazione cieca di una norma.
Concludo dicendo che le cose cambiano molto tra chi sta affacciandosi alla vita, sta mettendo su famiglia, sta iniziando una carriera professionale e chi, come me, sta iniziando a tirare i remi in barca e pensa ai nipotini più che a cambiare casa.
C’è un equilibrio difficile, un sentiero che corre in cresta, tra progresso e benessere. Il mio sentiero passa per il paese in cui vivo.
Post Scriptum: C’è un altro tema che mi sta a cuore, ed è il rapporto tra egoismo e altruismo, tra attenzione ai propri obbiettivi e obbiettivi della comunità cui si appartiene. Non posso liquidarlo in una frase e quindi ci tornerò più avanti.