La partita doppia del volontariato

Avevo lasciato sospeso, nel post precedente, un tema sul quale sto riflettendo molto negli ultimi mesi, ed è quello del volontariato, più specificatamente del rapporto tra egoismo e altruismo, tra attenzione ai propri obbiettivi e obbiettivi della comunità cui si appartiene.

In teoria, il peso specifico del volontariato cresce in modo inversamente proporzionale alla grandezza della comunità in cui si opera.

Frase altisonante che significa che più piccola è la comunità maggior importanza ha sia il volontariato sia l’incidenza del singolo volontario.

Un piccolo Comune, come quello in cui vivo io, ha risorse limitate e lo stesso numero di problemi di centri più grandi. Un esempio classico è l’immondizia: se ci sono meno abitanti ci sarà meno immondizia, ma sarà necessario raccoglierla con la stessa frequenza che se gli abitanti fossero il triplo. Analogo discorso vale per i servizi pubblici: l’illuminazione delle vie o l’apertura degli Uffici Comunali è uguale che ci siano 10, 100 o 1.000 abitanti.

[Qui apro e chiudo una parentesi. Nei luoghi dove c’è tanto turismo la situazione si complica ulteriormente. Cittadine come Cervinia o Brusson hanno 2mila abitanti in bassa stagione e 20mila abitanti in alta stagione. Come reagiscono le infrastrutture (mezzi pubblici, fognatura, negozi ecc) a questi sbalzi? È una domanda retorica, ma vale la pena lasciarla lì, in un angolo del cervello.]

Tornando al volontariato, sovente nei piccoli comuni gli abitanti agiscono volontariamente per coprire alcune difficoltà dell’amministrazione pubblica. Servizi come spalare le strade o pulire le foglie sono cogestiti, i privati si arrangiano per i tratti di loro competenza e magari qualcosa in più. Ma certi servizi sono affidati totalmente al volontariato: le proloco, i vigili del fuoco volontari, alcune biblioteche e via dicendo.

E qui torno al punto di partenza. Se io faccio del volontariato nel mio paese miglioro direttamente la qualità della vita della mia comunità e quindi di me stesso. Inoltre, il mio apporto singolo è riconosciuto dalla comunità perché non si perde nel mare magnum della folla di volontari come può accadere in città o nelle grandi associazioni.

La riflessione su cui mi sto concentrando è la seguente. Assodato che fare del volontariato migliora direttamente la mia vita, fino a che punto devo spingermi? Come faccio a trovare l’equilibrio tra il fare e lo strafare?

Personalmente ho sempre fatto quello che pensavo andasse fatto. A volte è diventato un lavoro, a volte è stata un’attività non retribuita. Oggi però mi domando se il dare priorità alle attività fatte per la comunità non mi distragga dai miei obbiettivi personali.

Non sto parlando di guadagnare denaro (vedi anche il mio post precedente da cui sono partito per scrivere questo) ma di realizzare i miei progetti, di perseguire la mia serenità.

Fare volontariato, per faticoso che sia, è anche gratificante. Ma se mi distoglie dal compiere quelle attività che invece mi fanno crescere (siano esse lavorative o di svago) non diventa un autogoal? Se poi ci mettiamo il carico che, migliore divento come persona e maggiore sarà il valore del mio apporto volontario, la questione si chiude.

L’equilibrio tra pensare a sé stessi e pensare agli altri, tra egoismo e altruismo, non è solamente un fatto di interesse personale, ma diventa un fattore determinante per ogni attività che svogliamo.

Paese mio…

Su Artribune, un magazine che tratta di arte e, più in generale di vari temi legati alla società ma filtrati dagli occhi degli artisti, è apparso un articolo che mi è stato segnalato dall’amico Carlo Coronati e il cui titolo diceva: “Ma vanno salvati per forza? E se il destino dei piccoli paesi fosse semplicemente morire?”

L’estensore è Alex Urso, che non è nuovo a posizioni provocatorie su temi legati al turismo e allo spopolamento dei borghi. Infatti, anche questo pezzo [che potete trovare a questo link, NdA] è un tentativo di far riflettere.

L’autore dice che le persone associano il paesino allo stile di vita passato, “un mondo idealizzato che rimanda alla nostra infanzia, a un’epoca meno compromessa da consumismo e tecnologie” (cit.) e pertanto un luogo da salvare. Poi affronta il tema di cosa si fa per salvare questi borghi e critica il fatto che, sovente, vengano trasformati in mete turistiche, in luoghi dove i “cittadini” (perdonate questa generalizzazione) possono trovare il mondo idealizzato di cui sopra.

Ne consegue – secondo Urso – il rischio dell’overtourism e della spersonalizzazione. Quindi il rischio che ogni intervento sia inutile e non allontani il rischio di scomparsa per i paesini.

Al di là del fatto che è l’ennesimo esempio di ragionamenti sulla pelle degli altri (ho sentito raramente riportare idee da chi nei piccoli paesi ci vive) anche se, e non è cosa da poco, Urso nota come gli interventi governativi tendano a favorire più “chi arriva” (turisti e villeggianti) che “chi resta”. Ma io vorrei aggiungere qualche piccola riflessione, i cosiddetti “my two cents” o, come direbbe Zerocalcare, “du spicci”.

Lo spopolamento dei paesi delle aree interne è figlio della tensione al successo personale che, almeno negli ultimi 100 anni, è misurato dalla ricchezza economica. Cerco un lavoro che mi permetta di far carriera (o un talent che mi trasformi in un idolo delle masse) e nel mio paesino non trovo opportunità, quindi vado altrove.

È tutto sbagliato, almeno per me. Il successo non si misura in ricchezza, ma in serenità. Voglio vivere meglio, in mezzo a persone che mi permettono di farlo e, magari, condividono il mio obbiettivo. Quindi restare in un piccolo paese può essere un passo nella direzione giusta.

Può essere. Non è. Devono concorrere molte altre condizioni.

Credo che ogni singolo individuo debba fare un proprio progetto personale e debba perseguirlo. Credo che i piccoli paesi siano un terreno molto più fertile per sviluppare il proprio progetto. Sono certo che le grandi città non siano il luogo dove sviluppare il mio.

Credo anche che si debbano abbandonare alcuni paradigmi che, oggi, sono l’intelaiatura della società. La ricchezza o la fama come criterio di misurazione del successo. L’idea che tanto sia meglio di poco. Che cambiare il mondo sia meglio che adattarcisi. Che la fatica e il lavoro siano ostacoli e non mezzi per il raggiungimento dell’obbiettivo. Che andare veloce sia meglio che seguire il ritmo. Che la maggioranza abbia sempre ragione e che vox populi sia vox dei. Che innovativo sia sinonimo di migliore.

I piccoli paesi hanno bisogno di essere sostenuti? Beh, sì, ma non con una pioggia di denaro che cada dall’alto.

Noi vorremmo uno sguardo attento e rispettoso di chi ci governa. Più che un contributo a fondo perduto, auspico leggi che considerino anche le peculiarità dei nostri luoghi.

Le norme che regolano la convivenza in una città di 200mila abitanti devono essere modificate se gli abitanti sono 200. Le regole che fanno funzionare il Municipio, l’Ufficio Postale, la farmacia, la scuola delle città non possono essere replicate in modo identico nei paesini che, difatti, non hanno più Uffici Postali, farmacie, scuole.

Una nuova azienda qui a Emarese soggiace alle stesse regole di un’azienda creata a Milano. E non parlo di tassazione, ma di regole d’assunzione, di sicurezza sul lavoro, di obblighi burocratici.

Non ha senso. Ecco, vorrei che il buon senso tornasse ad essere un criterio del legislatore e non l’applicazione cieca di una norma.

Concludo dicendo che le cose cambiano molto tra chi sta affacciandosi alla vita, sta mettendo su famiglia, sta iniziando una carriera professionale e chi, come me, sta iniziando a tirare i remi in barca e pensa ai nipotini più che a cambiare casa.

C’è un equilibrio difficile, un sentiero che corre in cresta, tra progresso e benessere. Il mio sentiero passa per il paese in cui vivo.

Post Scriptum: C’è un altro tema che mi sta a cuore, ed è il rapporto tra egoismo e altruismo, tra attenzione ai propri obbiettivi e obbiettivi della comunità cui si appartiene. Non posso liquidarlo in una frase e quindi ci tornerò più avanti.

Questione di prospettiva

Dal particolare al generale, come se fosse una zoomata al contrario, come in quei finali di film americani da quattro soldi in cui vedi il personaggio inquadrato dall’alto e la camera alzarsi sempre di più verso lo spazio, tanto per stupirci, come se Google Earth non ci avesse abituato allo stesso effetto.

Credo che questa zoomata potrebbe essere la soluzione a molte tensioni interpersonali.

Viviamo in un mondo in cui, sembra, che le persone vadano in giro con il coltello tra i denti. Certe volte con esiti drammatici, come nel caso dell’automobilista nel torinese che, sabato scorso, supera suonando il clacson un gruppo di sei ciclisti e quando uno di questi gli risponde con un gesto (credo abbia allargato le braccia, nulla di più) decide che la misura è colma, ingrana la retro e li investe e, non ancora soddisfatto, rimetta la prima e li investe di nuovo. Altre volte semplicemente creando tensioni e frustrazione.

Ognuno si sente defraudato di qualche sorta di diritto. Ognuno saprebbe fare meglio e più velocemente il lavoro degli altri (del Comune, della cassiera, dell’impiegato dietro il bancone). Ognuno ha pronta la soluzione (ovvia e semplicissima) per risolvere il problema del momento.

Eppure, se ci fermassimo un momento e osservassimo non il caso specifico ma il quadro generale (la zoomata, appunto) ci renderemmo conto che le cose non sono così semplici come ci appaiono. Forse capiremmo che quello che sembra una piccola infrazione ad una regola potrebbe diventare un problema per chi viene dopo.

Ricordo una volta in treno. Avevano da poco introdotto la prenotazione obbligatoria sui Freccia Rossa, così ognuno saliva e aveva il suo posto assegnato.

Sale un uomo e, incontrato un conoscente, gli si siede vicino. Arriva una signora straniera con una grossa valigia e gli dice che quello è il suo posto.

È iniziata una discussione tra lui che le proponeva di fare cambio con un posto due vetture avanti e lei che insisteva per avere il suo posto e non doversi spostare. Di certo la signora era un po’ rigida (non le sarebbe costato nulla cambiare di posto) ma dalla sua aveva la grossa valigia e la paura di dover discutere con il capotreno. Ma lui ha iniziato ad alzare la voce come se lei gli negasse un diritto.

È arrivata la mia fermata e sono sceso… ma immagino che entrambi abbiano avuto la giornata rovinata.

Dicono che per evitare di arrabbiarsi bisogna sempre contare fino a dieci. Un trucco da bambini per invitare a riflettere e non farsi travolgere dall’istinto. Personalmente ho sempre trovato utile provare a mettermi nelle scarpe di chi mi sta di fronte.

Ma l’idea della zoomata ha un valore più generale. Serve nella lite, ma serve anche ogni volta che siamo frustrati perché sentiamo leso un nostro diritto (come sarebbe a dire che non avete più posto? Sono le 15 e io voglio solo un tavolo a cena!). Serve anche quando non capiamo perché non adottino un provvedimento ovvio (queste code in autostrada! Possibile che nessuno lavori di domenica?).

E serve anche per provare a capire il motivo di certe regole e di certe leggi dello Stato.

Io cerco di perseguire la mia serenità personale. A volte è necessario anche accettare delle situazioni fastidiose o negative. Allora cambio prospettiva, lascio che il mio pensiero prenda le distanze dal contesto.

Magari non risolvo il problema, ma di certo mi aiuta a rimanere sereno.

La montagna

Ogni volta che esco per andare in montagna mi chiedo perché sia così importante per me. Alla fine credo si tratti del sentirmi parte della Natura

Ho salito la montagna.
Attraverso il bosco verso la prima croce, dove mi sono fermato a riempirmi gli occhi di paesaggio.

E poi ancora in alto, ma lungo la lama sottile del crinale, sempre ad un passo dal baratro da cui saliva caldo il respiro della parete arroventata dal sole.

Rododenri in boccio e tenere foglie di mirtillo formavano un tappeto verde.
Il sentiero si arrampicava in circonluzioni che spesso lo nascondevano dietro la vegetazione.
Qualche albero secco, testimone e vestigia di un tempo antico e di antiche tempeste, resisteva spoglio lungo la cresta.

Ad ogni salto che superavo, nuove gobbe nascondevano il cielo.
E cresceva la voglia di svelare l’arcano, di giungere lì dove più in alto non avrei potuto.

A sorpresa la vetta è un pianoro.
Verde d’erba e azzurro di cielo.
In lontananza si stagliano le vette amiche, i cui nomi sono ormai entrati nella mia coscienza. La Grivola, l’Emilius, la Becca di Nona.
La valle di Rhemes si svela da quassù, tagliata dal nastro argenteo del fiume che l’ha generata.

Ci fermiamo a bearci delle nostre sensazioni.
Pane, formaggio, una mela, un goccio d’acqua.
Piaceri semplici conditi da una macchia viola di fiori.

fiori viola

All’improvviso il volo alto del gipeto che sfiora il pianoro per scoprire chi si muove sul suo terreno.

Qui è tutto così naturalmente al proprio posto che anch’io mi sento appagato.
Andare o restare?
Nuovi passi mi attirano verso il fondo valle, la casa e l’agognata birra fresca.

Grazie a Riccardo che mi ha fatto conoscere un pezzo della sua “montagna dietro casa”.


Mi sono spesso chiesto cosa mi spingesse (e cosa spingesse tanti altri) a praticare le Terre Alte.
La ricerca di risposte alle domande della vita?
La ricerca delle domande giuste per proseguire nella vita?

O più semplicemente per godere del piacere della fatica e di un paesaggio?
O l’appagamento di raggiungere un obbiettivo (la vetta, il rifugio, il colle)?

Ma nessuno dei motivi che ho elencato mi soddisfa.
Se fosse una specifica ragione, una volta ottenuta/raggiunta smetteremmo di praticare la montagna.

Invece io ci torno.
Giorno dopo giorno.
Anche nello stesso posto, sugli stessi sentieri.

Non posso farci nulla. Se sono in montagna sto meglio, mi sento più a mio agio.
Ci sono illusioni della gioventù che so essere fiammate di vita, brevi ed intense.
Il grande amore, il successo, la notorietà, la felicità.
Ho smesso di inseguirle, preferendo le sorelle minori.
Una relazione appagante, la soddisfazione di fare bene una cosa, pochi amici, la serenità.

Salire la montagna per me è parte integrante del vivere sereno.
A Plan Cou, steso sull’erba, osservando il volo del gipeto, ero perfettamente sereno.
Integrato in una natura più ampia. Che tutto comprende.
Piccoli piaceri, piccole gioie, non desidero altro.

La scoperta del Tempo

Vivere a contatto con la Natura mi ha permesso di uccidere l’illusione che potevo avere il controllo del Tempo che passava

I più fortunati di noi riescono a gestire il proprio destino. Non completamente: è ovvio che c’è sempre un evento imponderabile dietro l’angolo, una malattia, un incidente d’auto, ma anche un’offerta di lavoro irrinunciabile o un’eredità inaspettata.

Alcuni di noi sanno surfare tra queste onde della vita, a tenere la barra del timone fissa nella direzione in cui vogliono andare.

E’ curioso come io abbia usato delle metafore marinare per descrivere il processo che mi ha portato a vivere tra i monti.
Comunque, se riesci a mantenere abbastanza a lungo la direzione che hai scelto, prima o poi arriverai alla tua meta.

Ci sono molte componenti in gioco, e non mi riferisco agli eventi inattesi.
La prima è sapere dove vuoi andare.
La seconda è trovare la forza di restare in movimento.
La terza è essere sempre coerente con te stesso.

Vediamole più in dettaglio.

Sapere dove andare
Lucio Anneo Seneca diceva “Ignoranti quem portum petat, nullus suus ventus est” che potremmo tradurre liberamente in “Non c’è mai vento giusto per chi non sa a che porto dirigersi”. Ed è una grande verità. Troppo spesso manchiamo di una fase progettuale. Troppo spesso non pensiamo a cosa vogliamo veramente. I motivi possono essere tanti: la vita troppo impegnata, le responsabilità nei confronti della famiglia, le difficoltà economiche.
Ma sono tutte scuse. Dobbiamo avere un nostro traguardo e, ad ogni occasione (pur minima), dobbiamo fare un passettino in quella direzione.

Restare in moto
E’ parente stretta della prima, nel senso che spesso la prima porta alla seconda. Se non abbiamo un piano preciso, iniziamo a girare in tondo e poi – inesorabilmente – ci fermiamo.
Anche in questo caso siamo pronti a mettere in campo una miriade di scuse (l’arte di temporeggiare) e tra tutte quella regina: “Devo ancora decidere cosa fare” di cui sopra, appunto.
Muoversi è fondamentale. Se ci fermiamo inizia a crescerci sopra l’edera e siamo perduti.
Magari può sembrare la scelta migliore, fermarsi e rilassarsi un attimo, ma occhio che l’attimo non diventi un anno, un decennio, una vita. E vi ritroverete a navigare tra le cose che avreste voluto fare, ma non ne avrete più il tempo.

Coerenza con se stessi
James Russel Lowell diceva “Solo gli stupidi (e i morti) non cambiano mai opinione” e direi che ha ragione da vendere.
Ma stiamo parlando di scelte minori e non di principi. Per me un tempo la pastasciutta migliore erano le troffie al pesto, adesso amo la cacio e pepe. Oppure, più seriamente, ero convinto di aver ragione ma dopo aver ascoltato le tue riflessioni penso che ho avuto torto.
I principi fondanti del nostro essere, invece, non possono cambiare (o magari può succedere, ma al massimo una volta nella vita). Parlo di ciò che siamo nel profondo, delle leggi morali intorno alle quali abbiamo costruito la nostra personalità, la nostra esistenza.
Esistono ma, fortunatamente, non sono così tanti coloro che sono pronti a tradire loro stessi per un motivo futile. E’ molto più comune incontrare persone che si contraddicono senza accorgersene, che non danno peso alla coerenza. Come se fosse una virtù fuori moda.

cielo stellato notturno tra i monti

Come mio solito mi sono dilungato.
La riflessione di stamattina verteva sul perché il destino che mi sono costruito mi ha portato in questo paese tra le montagne.
Di certo c’è la serenità che questo mondo mi trasmette. Il contatto con la Natura e le sue cose semplici. La felicità pura di un cielo stellato incorniciato dalle sagome scure delle vette. L’odore della pioggia nel bosco. I giochi di nuvole di un cielo temporalesco.
Ho cambiato il mio stile di vita: il mondo cui agognavo adesso è proprio fuori dall’uscio di casa. Un mondo in cui mi riconosco, che sento mio.

Ma il vero cambiamento è che mi sono liberato dalla necessità di gestire il Tempo.
Prima facevo di tutto per incastrare più cose possibili nelle 24 ore della giornata, nei sette giorni della settimana. Mese dopo mese, anno dopo anno, mi impegnavo a mettere quanta più vita possibile nel Tempo che passava.

Sono venuto qui per uccidere l’illusione che Vita e Tempo viaggino parallele e che io potessi in qualche modo controllarne lo scorrere.

Ci sono cose che devono seguire il proprio ritmo. Io non ho potere su esso.
La gente di qui lo sa bene e non forza la propria vita.
E’ inutile seminare prima della giusta stagione e non si può raccogliere prima che sia giunta l’ora o rimandare il raccolto lasciandolo marcire nei campi.
Accettare il ritmo della vita mi ha permesso di fare pace con me stesso, di trovare la serenità.

Forse il mio viaggio dal mare ai monti cercava questa saggezza antica che dona quiete al cuore.

La serenità è un lavoro

Non so bene come sia iniziato, ma oggi si pensa che la felicità sia connessa alla gratuità, all’assenza di sforzi per ottenerla.
In qualche modo ci si aspetta un dono (o un premio i più immodesti) che arrivi dall’alto.

“Se vincessi la lotteria, farei questo o quello…”
“Anch’io ho diritto ad un po’ di serenità dopo tutto quello che mi è capitato…”

Non funziona così.
Per essere felici bisogna impegnarsi.

Anzi, ancora meglio, per ottenere qualsiasi cosa, felicità, salute, amore, bisogna lavorare sodo.

Invece noi pensiamo che tutto dipenda dal talento (nel caso volessimo diventare un atleta di successo o una rockstar) o dalla fortuna (per quanto riguarda lavoro, salute, amore). E quando ci capita qualcosa di brutto incolpiamo o la sfortuna o qualcun’altro… mai noi che di solito siamo i primi colpevoli.

fiore di zucchina
Un fiore di zucchina , che con il tempo si trasformerà in ortaggio (ph Franz Rossi)

Nell’ultimo anno ho coltivato il mio orto.

Oltre a zucchine e pomodori, da quel pezzo di terra ho raccolto anche un prezioso insegnamento: l’importanza dello sforzo continuato nel tempo.

Non basta impegnarsi tantissimo per una sola settimana; devi curarlo quotidianamente, togliere le erbacce, difenderlo dalle lumache, bagnarlo con costanza.

E non importa quanta fretta tu abbia, in ogni caso devi aspettare la stagione giusta per piantare e il tempo giusto per raccogliere.

Sono insegnamenti fondamentali anche per la vita.

Franz sopra il rifugio Semenza

Io sono uno che vuole tutto e subito. E sono pronto a fare uno sforzo grandissimo per raggiungere il mio obbiettivo. Ma è inutile se non lascio che le situazioni evolvano.

Ho sempre pensato che la felicità sia un attimo, una fiammata, ma che quello a cui dobbiamo aspirare sia la serenità.

Da qualche anno ho scelto di lavorare ogni giorno per quel risutato.

A volta bisogna fare scelte che ne escludono altre.
A volte la tua serenità dipende da qualcun altro e non puoi che sperare che scelga di accompagnarti per un pezzo di strada.
A volte la vita ti sgambetta e ti mette di fronte ad ostacoli che non puoi superare.

Ma bisogna accettare quello che non si può cambiare ed impegnarsi e faticare per raggiungere i nostri obbiettivi.

Alla fine è solo una questione di scegliere bene cosa vogliamo ottenere tra le cose che possiamo ottenere.

E non pensate che chi scrive abbia trovato la via.
Anzi…
Il pensiero di oggi è un memo che mi serve a rimettermi in carreggiata.