Nell’editoriale dell’ultimo numero di Internazionale (il 1680 uscito lo scorso 28 agosto) c’è una citazione di Fainos Mangena, professore di filosofia all’università dello Zimbawe, che spiega come per un africano usare l’IA per chiedere consigli di vita (come sempre più spesso accade) sia fuorviante. Le intelligenze artificiali riflettono i valori e le idee dei testi di cui sono state nutrite e delle risposte che ricevono. Poiché le intelligenze artificiali sono state sviluppate in Occidente, riflettono stili di vita e idee occidentali. Abeba Birhane, una scienziata cognitiva di origine etiope chiama questo fenomeno “colonialismo algoritmico”.
È una tesi stimolante che richiama la nostra responsabilità, come Occidente, di creare un’intelligenza artificiale che rifletta il globo non una parte di esso.
Mentre leggevo l’articolo ho pensato che questo tipo di colonialismo nei confronti dell’Africa, di parte dell’Asia e non solo, è sempre avvenuto. Abbiamo imposto religioni, cultura, forme politiche, mode e gusti. Ci sono poi volute decine di anni, a volte centinaia, perché i popoli “colonizzati” riuscissero a ritornare ai loro valori culturali e tradizionali. In alcuni casi e per alcune aree, il processo è ancora in corso.
Poi ho pensato ad un altro aspetto della cosa: l’intelligenza artificiale è sviluppata dalla popolazione colta e ricca.
Se invece di osservare la contrapposizione tra Occidente e Africa osservassimo quella tra ceti abbienti e gente povera, l’assunto rimane valido. L’IA, attraverso gli smartphone, è a disposizione di tutti (anche i più poveri hanno uno smartphone, approfondisco il tema nel Post-Scriptum), ma lo stile di vita, gli ideali e la cultura, sono in mano alle classi più ricche, che attraverso l’IA impongono uno standard.
E il ragionamento potrebbe essere portato avanti pensando anche alle idee politiche (si è discusso molto delle devianze destrorse di Grok, l’IA sviluppata da Elon Musk – qui trovate un approfondimento), alla cultura main-stream e via dicendo.
Quindi l’intelligenza artificiale rischia di diventare uno strumento di pressione come lo erano i media tradizionali in passato, ma in forma molto più subdola.
Quando cerchi informazioni su Google o su Wikipedia, ti aspetti di tutto, ma non che menta. E l’IA sta, sempre di più, diventando un suggeritore di risposte, un fedele aiutante, un amico che consiglia… sarebbe spaventoso scoprire che il suggeritore, l’aiutante, l’amico sono stati addestrati da un mondo cui noi non apparteniamo.
Chiudo questa riflessione con due pensieri, anzi con una suggestione ed un pensiero.
La suggestione: ai tempi della bellissima serie “Ai confini della realtà” sarebbe stato bello un episodio in cui si scopriva che ad addestrare l’IA fossero stati gli alieni, una popolazione extraterrestre.
Il pensiero: Non sono contrario all’intelligenza artificiale, anzi la uso e mi diverto (vedi ad esempio l’immagine che correda questo post). Ma invece di combatterla, credo che dovremmo rilanciare l’intelligenza umana e i rapporti fisici invece che quelli digitali.
Un buon amico davanti ad un bicchiere di vino può aiutarci a crescere e a migliorare, l’IA cerca solo di sostituirsi a noi nel fare le cose che non riusciamo a fare.
Post-Scriptum: riprendo il tema del rapporto tra ricchezza e uso del telefonino. Seppure le classi più agiate, usino gli smartphone come status symbol (più è nuovo, più è di moda e più io valgo), ciò non toglie che chiunque possiede un device di connessione.
Per i clochard è uno dei pochi modi di accedere ai servizi di base e, al tempo stesso, per raggiungere o essere raggiunti. E senza arrivare ai senza dimora, in generale nei minori di famiglie non abbienti, il tempo passato davanti ad uno smartphone è inversamente proporzionale alla ricchezza: significa che meno sei ricco e più tempo passi davanti allo schermo. Sembra controintuitivo, ma se ci si pensa bene, i genitori poveri dedicano meno tempo a controllare i figli e, di conseguenza, questi ripiegano sui cellulari.