Quanta vita in 5 minuti di coda?

In fila, davanti all’ingresso.
Ho appuntamento alle 9:00. Arrivo un quarto d’ora prima e, proprio quando sto per suonare, noto un cartello:
“Chi ha appuntamento non suoni ma aspetti di essere chiamato”.

Faccio un passo indietro e osservo.

Un uomo sulla trentina che era arrivato poco prima di me, se ne sta in piedi, una cartelletta sotto il braccio, e legge qualcosa sullo smartphone.

Arriva un’altra persona, un uomo che potrà avere una cinquantina d’anni, saluta e mi chiede, ansioso “Ma avete suonato?”.

Rispondo di no, che ho appuntamento alle 9 e attendo il mio turno. L’altro uomo alza gli occhi e dice “Alle 9 anch’io” e poi li riabbassa verso il telefono.

Il neo-arrivato, non contento, spia tra i cartelli della porta finestra e suona una volta. Controlla l’ora, dovrebbero essere aperti, e ci chiede “Ma non c’è nessuno?”. Non rispondiamo. Lui suona di nuovo… Torna indietro. È nervoso. Guarda ancora l’ora.

Finalmente una signora si affaccia e gli chiede cosa desidera.

Intuisco che ha un appuntamento anche lui, alle 9. La signora gli dice che il suo appuntamento è al piano superiore, lui insiste, vuole spiegarsi, la signora gli ripete che deve andare di sopra. Lo fa entrare, scorre un elenco su un foglio di carta, e gli indica qualcosa. Poi lo accompagna fuori e lui, finalmente chetato, sale al piano di sopra.

La signora ci chiede i nomi e cosa dobbiamo fare. Ci fa entrare in un’altra sala d’attesa e lì ci dividiamo, il trentenne e il suo smartphone salgono tre gradini e si mettono in fila davanti ad una porta. Io aspetto di essere chiamato e rifletto.

Quanta vita c’è in cinque minuti di coda?

E ancora.
Il 30enne avrà notato quello che ho notato io, anche se era al telefono?

Sempre più spesso vedo che la maggioranza delle persone, aspettando il pullman o sulla banchina tra i binari del treno, si isolano dal mondo attorno per chiudersi in un mondo digitale. Un mondo dove ti sembra di essere vicino a tutti e intanto ti perdi le persone che sono davvero vicine a te.

Mi chiedo se questo affannarsi a riempire i silenzi, le pause, le attese, con qualcosa di stimolante sia una dipendenza o forse solo paura di restare soli con sè stessi, nel silenzio, nel vuoto. Liberi di pensare a ciò che si vuole.

E poi mi sono detto: “Ma non sei stufo di sentirti brontolare come un vecchio?”. Come il “mio” vecchio; quel padre che ho così tanto criticato e a cui somiglio sempre di più…

P.S. se avete voglia di approfondire, c’è un altro pezzo che in qualche modo è collegato: “Horror vacui”

Vizi da cittadini

Un week end all’insegna delle escursioni rubate.

Sabato mattina ho tagliato l’erba al prato, così sono uscito solo all’una per andare a correre.

Ho scelto un’escursione lampo sulla cima del Monte Zerbion.
Sono salito spingendo dal primo all’ultimo metro e sono sceso correndo.
(Le gambe alla sera ce l’avevano un bel po’ con me).

Salendo, avevo incrociato al Col Portola un signore che scendeva. L’avevo notato perché era vestito come il tricolore: pantaloni verdi, maglia bianca, zaino rosso.
Scendendo l’avevo scorto da lontano ed avevo accelerato per raggiungerlo (solito discorso di mettersi degli obbiettivi per riuscire a spingere un po’ di più).
Superandolo in  discesa mi preparavo a salutarlo, quando ho notato che stava parlando ad alta voce.

Ora, capita spesso anche a me di parlottare mentre percorro in solitaria un sentiero, ma si tratta più che altro di pensieri mormorati a mezza voce, non di discorsi fatti e finiti enunciati con voce stentorea!
Il mistero è stato svelato quando, superandolo, ho intravisto l’auricolare e ho capito che stava parlando con un amico al telefono.

Parlavano di traslochi e di gru, di tariffe e di consigli su chi chiamare.

L’ho salutato con un cenno della mano (cui mi ha risposto ad alta voce immagino stupendo il suo interlocutore) ed ho continuato a correre fino al parcheggio.

Ho bevuto, ho cercato un posto per andare in bagno e mentre mi cambiavo, soddisfatto del mio allenamento, l’ho visto arrivare e dirigersi alla macchina parcheggiata a fianco alla mia.
Era ancora al telefono, sempre con la stessa persona (avevo sentito che si chiamava Mario), ma parlavano di una cena a cui l’amico era invitato.

Sorridendo l’ho salutato e sono  partito.

Uno degli aspetti che amo di più della montagna è la possibilità di scollegarsi dal mondo: vivere solo il momento e dimenticare quello che succede altrove.
Porto sempre con me il telefono come uno strumento di sicurezza, ma lo uso soprattutto per fare foto.

Amico tricolore che hai passato un’ora della tua gita conversando con Mario come se fossi al bar, magari la prossima volta invitalo a venire con te.

La montagna va goduta, in solitaria o in compagnia, ma di certo non al telefono.

Lago-della-Serva
Uno scorcio del Lago della Serva, all’interno del Parco del mont Avic (ph. Franz Rossi)

Post Scriptum domenica ho rubato un’altra uscita: dopo una giornata passata a pulire da rovi ed erbacce la stradina che porta a casa mia, alle 17 sono partito per un’altra escursione. Tre ore e mezza all’imbrunire possono regalarti scorci inattesi.
Ad esempio il Lago della Serva alle 20, che ho immortalato con il cellulare (allora sì che è utile!)