Bibliofilie

Philippe Delerm è un prolifico scrittore francese diventato famoso per un libro in cui sono raccolti dei poemi in prosa, cioè dei brevi testi iconici. Il libro era “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita”. Un breviario da consultare per sorridere e apprezzare le cose che abbiamo tutti e che, di solito, non notiamo nemmeno. [qui il link a Wikipedia]

Il titolo è geniale (forse ancor più del testo) e racchiude una grande verità.

Ci sono tanti piccoli piaceri che rendono la nostra vita bella da vivere.
Il primo sorso di birra in estate dopo una corsa o dopo un’escursione è un ottimo esempio. Ma anche uscire a settembre indossando una felpa dopo i calori di agosto; oppure sbucare in cima ad un colle e osservare il panorama che si dischiude davanti a noi; o restare nel letto nei mattini d’inverno avvolgendosi nelle coperte per trattenere il calore del corpo mentre sul viso si sente il freddo nella stanza…

Insomma, avete capito di cosa parlo.

Da poco ho aggiunto un nuovo piacere ai molti di cui già godo, ma devo fare un piccolo passo indietro.

Amo i libri. Amo leggerli prima che scriverli. Amo sfogliarli. Amo scoprirli attraverso i consigli di un amico, attraverso un testo in cui incappo, attraverso una visita in libreria o un colpo di fortuna.

Quando mi sono spostato dalla grande casa di Milano al primo piccolo alloggio in montagna ho deciso che avrei lasciato la gran parte della mia collezione (avevo circa 5mila libri) per far spazio ai nuovi acquisti. Non è stato facile: mi ero messo in testa di portarne solo 100, ma alla fine a salire in quota con me sono stati più del doppio. Comunque, sono ripartito da lì.

Quando ho incontrato mia moglie, anche lei appassionata di libri, abbiamo acquistato una casa molto più grande con librerie dappertutto e le nostre due biblioteche si sono unite. Ovviamente c’era il problema dei libri doppi (sorpresa sorpresa, abbiamo interessi comuni) così da allora c’è una scatola vicino alla porta di casa che contiene libri a disposizione dei nostri amici che possono prendere tutto quello che vogliono.

Un paio d’anni fa è morto mio padre, solo sei mesi dopo la morte di mia madre. Da lui avevo preso la passione per la lettura e i miei genitori avevano una biblioteca di oltre 10 mila volumi. Ce li siamo divisi tra fratelli e ne abbiamo donati tanti, ma comunque una decina di scatoloni è arrivata a casa nostra.

E finalmente arriviamo ai piccoli piaceri della vita.

Apro uno scatolone ogni tanto (ormai sono alla fine) ed estraggo i libri di mio padre. Mi incuriosisce sapere cosa amava leggere e mi sembra di scoprine un lato segreto.

Era un uomo che leggeva soprattutto saggi, pochi romanzi, eppure nell’ultima parte della sua vita si era appassionato a Isabel Allende. Era interessato alla storia (decine di libri sulla Shoah) alla geopolitica del NordEst, alla sua nativa Venezia, ai temi spinosi della religione (tra tutti un incredibile libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano” che mio padre, ateo convinto, ha probabilmente usato per comprendere).

Mi piace sfogliare le pagine polverose (alcuni hanno più di 70 anni), mi piace vedere la sua firma sul frontespizio. Mi piace notare come la firma sia cambiata nel corso degli anni.

Mi sembra di ritrovare un padre più umano, meno distaccato di come io lo ricordavo.

Così nelle mie routine di lettura alterno libri che acquisto o ricevo in regalo con un volume tratto dalla collezione di mio padre. E mi piace scoprire le parole sottolineate, le note a margine scritte a matita (usando un termine più preciso e desueto si tratta di glosse).

È come se leggessi da sopra la spalla di mio padre e lui mi confidasse i sui pensieri, le sue ingenuità, i suoi segreti interessi.

E il mio amore per i libri cresce ogni giorno di più.

I buoni maestri

Nella vita incontriamo persone che sono buoni maestri, persone che ci stimolano a diventare migliori e verso i quali abbiamo un debito immenso.

Oggi, e si capirà meglio in seguito il motivo, mi interrogo su cosa ci ha portato ad essere come siamo.
Ogni uomo è plasmato dal suo bagaglio di esperienze e soprattutto da come si è comportato di fronte ad esse. Ma cos’è che ci ha spinto a reagire in un modo piuttosto che in un altro? Sono convinto che ognuno di noi ha un debito enorme con coloro che ci hanno aiutato a formare la nostra personalità.

Io li chiamo i maestri.

Non è facile riunire sotto una sola categoria persone così diverse.

Ci sono, ovviamente, gli educatori e tutto il complesso sistema di conoscenze che va sotto il nome di scuola. Ma i “maestri” nell’accezione di cui ho appena parlato sono una cosa diversa. Sono persone che con le loro idee e con il loro esempio, hanno dato forma a come sono adesso.

Provo ad uscire dalla teoria ed entrare negli esempi concreti.

Avevo una dozzina d’anni quando la mia strada si incrociò con quella di un vero e proprio mito dello sport triestino: l’allenatore Francesco (ma per tutti, anche per noi suoi giovani atleti, Cesco) Dapiran.
Facevo canottaggio e mi ha insegnato praticamente tutto, dai fondamentali alla preparazione fisica. Ma quello che mi ha passato, insieme alla tecnica è stata una serie di regole che ancora oggi applico.
L’importanza della costanza e del rigore nell’allenarsi.
Il rapporto con i compagni di squadra.
Il rispetto di me stesso.
Per un ragazzo che era ancora un foglio bianco, ogni sua parola diventava una rivelazione.
Ricordo con un sorriso di aver iniziato a mangiare verdura ad ogni pasto perché Cesco, durante una trasferta, aveva detto casualmente che ogni atleta che si rispetti mangia verdura regolarmente.

Pochi anni più tardi ho incontrato un’altra maestra, una professoressa di italiano di cui, come spesso accade con i professori, ricordo solo il cognome: Van Der Heim.
Da lei non ho imparato solo le declinazioni latine o le regole della nostra lingua, ho imparato soprattutto l’amore per le parole, il fascino di un paragrafo ben costruito, il ritmo di un verso, gli universi che si celano in un libro.
Era una professoressa di quelle dure, non regalava voti, era alta e segaligna, ma ti trasferiva tutto il suo amore per la sua materia.

Chiaramente, più si è giovani, più è facile trovare uomini da cui imparare.
Per chi ha fame, ogni cibo è una delizia.

Ma i miei incontri con maestri hanno continuato negli anni successivi.

A volte erano persone che incontravo e che mi narravano della loro vita.
Più spesso persone di cui leggevo e che mi ispiravano.

Fabrizio De Andrè, ad esempio, con la sua poetica e il suo stile di vita, mi ha aiutato a creare un sistema di valori a cui ancora adesso mi ispiro.
Gino Strada, con il suo esempio e la sua lucida testardaggine, è stato ed è un esempio che cerco di emulare.
Per entrambi, non si tratta solo delle cose in cui credevano, ma anche del modo in cui vivevano aderendo ai loro ideali.

Nella maggior parte dei casi si trattava di uomini e donne più grandi di me, ma qualche volta erano anche giovani talenti ad impressionarmi. Campioni dello sport, artisti, scienziati. Ricordo ad esempio le notti dei mondiali di calcio del 1982, quando un giovanissimo Giuseppe Bergomi scese in campo, era nato pochi giorni prima di me, lui indossava la maglia della Nazionale, io lo tifavo dal divano di casa: quel giorno capii che era ormai troppo tardi per diventare un campione mondiale!

Tutte le persone che ho citato erano accese di un sacro fuoco, avevano una passione immensa e percepibile, che non nascondevano ne’ esibivano. Era la loro ragione di vita…

Tra i maestri che mi hanno reso quello che sono, un posto importante è occupato dai miei genitori.

tramonto a Emarese

Ieri mio padre avrebbe compiuto 88 anni, ma il 15 ottobre è morto seguendo a pochi mesi di distanza mia madre che era morta il 10 febbraio.
Ho molto riflettuto in questi giorni sul loro ruolo nella mia vita.
Come tutti i genitori mi hanno cresciuto, mantenuto e curato fino a quando, 24enne, me ne andai di casa per intraprendere il mio cammino.
Ma fino a quest’anno ci sono sempre stati.

Erano un team affiatato che si divideva i compiti dell’educazione: mio padre rappresentava il mondo delle idee, mia madre quello del fare. Mio padre ci guidava marciando avanti a noi, mia madre ci spingeva amorevolmente da dietro.

Ho un debito immenso con loro. Di amore, di insegnamenti, di esempi. Un debito che spesso temo di non riuscire a saldare con i miei figli.
Ma in questi ultimi giorni, mentre mio padre si spegneva, e lo rivedevo chino al mattino a leggere i suoi libri e a riflettere su quello che leggeva, ho capito che in fondo io devo solo cercare di essere il più trasparente possibile, permettere che quello che ho imparato passi attraverso me verso gli altri, e – soprattutto – che il mondo è pieno di maestri e che non si finisce mai di imparare.

Puoi ascoltarmi leggere questo post nel mio podcast Composteria:
Ascolta “I buoni maestri” su Spreaker.

L’ombra del padre

Quanto influisce nel rapporto padre figlio la nostra educazione? E dipende dai nostri genitori o dal figlio che siamo stati?

Sono più che altro sensazioni confuse, quelle che mi restano dentro dopo aver passato qualche giorno con i miei figli.

Ci vediamo raramente, complice la distanza e gli impegni di lavoro di entrambi, ma quando capita che riusciamo a passare del tempo assieme, sono sempre felice.

Eppure c’è un retro pensiero che era sempre presente in questi ultimi giorni di vacanza con mio figlio. Ogni cosa che facevo o dicevo, ogni mio atteggiamento nei suoi confronti veniva immediatamente paragonato a come mio padre si comportava con me.

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“Padre e figlio”, di Fausto Pirandello

Alla fin fine penso che sia piuttosto normale.
Esistono solo un padre ed una madre. Il nostro rapporto con loro è l’unico metro di paragone.
Però credevo di essermi riuscito ad allontanare dall’ombra ingombrante del rapporto con mio padre, invece eccolo presente in ogni istante.

Per mia madre è diverso. Forse se fossi una donna proverei sensazioni simili a quelle che provo ora. O forse la figura di mio padre, reso un gigante dal racconto di mia madre, occupava un ruolo di spicco.

Comunque, nonostante abbia da tempo raggiunto l’età adulta ed abbia percorso diversi lustri lontano dall’influenza dei genitori, mi scopro ancora adesso a misurarmi su di loro.

E a valutare se sono un buon padre non da quello che i miei figli dicono di me, ma da come io-bambino avrei reagito ai comportamenti di me-adulto.