La Torre di Babele

Un vecchio paradosso postulato da George Berkeley, padre dell’immaterialismo, parte da una semplice domanda: “Un albero che cade in mezzo alla foresta fa rumore?” Sembra una domanda sciocca, ma ci sono due risposte, una scientifica e una filosofica/poetica che coincidono solo in parte.

Un suono è una somma di vibrazioni che attraverso l’aria (o un altro media come l’acqua o il cemento) raggiunge il nostro orecchio dove, attraverso l’elaborazione del cervello, viene interpretato e trasformato nel suono vero e proprio.

Quindi, l’albero che cade dove non c’è alcun orecchio non produrrà rumore.

Il filosofo trae da questo esempio la sua celebre massima: “essere significa essere percepito”. Se non ci sono testimoni, il fatto non accade.

Non mi infilo nel ginepraio della discussione filosofica (pensate che Berkeley considerava questa la base per dimostrare l’esistenza di dio). Ma la uso come trampolino di lancio per una riflessione sul nostro mondo.

L’uomo moderno vive in presenza di tre condizioni che, messe assieme, hanno peggiorato le nostre esistenze. Un accessorio potentissimo, lo smartphone; una platea infinita, il web; l’abbassamento del senso di consapevolezza dei propri limiti (e del senso del ridicolo). E forse quest’ultima condizione è figlia delle prime due.

Siamo convinti che abbiamo cose fondamentali da dire.

Un proverbio arabo recitava “Parla soltanto se ciò che dirai è più bello del silenzio”. Ma gli arabi vivevano nel deserto e apprezzavano l’assenza di suoni. Noi abbiamo deciso di riempire il web con ogni cosa ci passa per la testa.

50 anni fa non c’era internet. C’erano radio, televisione, giornali e libri. Lo sforzo per pubblicare qualcosa era sostanziale. E questo sforzo faceva da barriera d’ingresso al proliferare di contenuti inutili.

Oggi, non solo il numero di radio e canali tv è aumentato in modo sproporzionato, e persino quello dei libri (88mila nuovi titoli all’anno solo in Italia), ma pubblicare un libro o fare una trasmissione radio (podcast) o fare un film (reel) è alla portata di tutti.

L’effetto finale è un proliferare di contenuti e un abbassamento medio della qualità di questi. In pratica un bailamme continuo, una sorta di torre di babele moderna, in cui tutti – per catturare l’attenzione – o alzano il volume o fanno cose sempre più strampalate.

50 anni fa era importante l’idea o il talento nello svilupparla. Oggi non è più così. Se i Beatles si fossero formati nel 2020 invece che nel 1960 avrebbero avuto lo stesso dirompente effetto nel mondo della musica pop? Se Battisti e De André avessero debuttato su Spotify sarebbero sopravvissuti?

E torniamo al nostro buon Berkeley.

L’albero che cade lontano dall’orecchio non fa rumore, quindi non esiste.

Noi che cerchiamo di esistere facendo rumore non abbiamo capito che, prima, dobbiamo imparare ad ascoltare, poi ritornare a pensare e solo alla fine, se proprio è il caso, provare a dire qualcosa.

Il paradosso del pizzaiolo

Una scelta troppo vasta paralizza sia in pizzeria che nella vita, dobbiamo imparare a scegliere le cose di cui abbiamo bisogno e non accettare tutto ciò che ci viene proposto

Ogni pizzeria che si rispetti ha un menù diviso tra pizze classiche e pizze speciali. Le classiche le conosciamo tutti (e di solito saltiamo quella pagina), tra le speciali troviamo alcuni temi ricorrenti e alcune fantasie del pizzaiolo. Poi ci sono le varianti (integrale, cereali, bianca ecc) che moltiplicano ulteriormente le scelte. L’avventore si trova a dover decidere tra decine e decine di possibili soluzioni con il risultato finale che legge e rilegge il menù fino ad essere paralizzato. E il pizzaiolo che con tanta passione ha redatto quell’elenco si trova ad avere, invece che un cliente soddisfatto, un cliente indeciso.

pizza

Riflettevo su come anche in editoria valga lo stesso paradosso.
Nel 2018 in Italia sono stati pubblicati 75.758 libri (cfr qui) che significa 1.457 titoli a settimana, o se preferite 207 nuovi titoli ogni giorno. E siamo in Italia, un paese dove solo 4 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno.
Un povero cristo come me, che pure è considerato un “lettore forte” nelle statistiche con un libro a settimana, si trova a dover scegliere ogni giorno in un menù pizzeria composto da almeno 200 nuove proposte ogni volta che entra in libreria.
Altro che essere paralizzato! Non riesco a leggere i classici, non riesco a rileggere i libri che mi sono piaciuti e non mi avvicino neppure a restare aggiornato sulle novità letterarie.

Così finisce che leggo seguendo l’intuizione del momento. E se proprio devo scegliere, finisco che mi focalizzo su un argomento speciale del quale leggo i classici e magari le nuove uscite più promettenti.
È stato così per la letteratura di montagna, per i libri che parlano di natura e foreste, per i libri relativi alla corsa, per i saggi sulla creatività e via dicendo.
C’è di buono che, anche se la scelta è praticamente infinita, ho una ragionevole certezza che esistono migliaia di titoli che posso tranquillamente ignorare senza timore di perdere qualcosa di importante per me.

A questo punto sorge il dubbio: è mia la colpa o è degli editori che offrono troppo?

In realtà penso che la colpa sia del progresso, o meglio di come noi intendiamo il progresso.
Nell’immaginario comune, una scelta ampia è sinonimo di alta qualità.
Abbiamo praticamente tutto ciò che ci serve. Per invogliarci a spendere (sappiamo tutti che l’economia deve girare e che da tempo abbiamo accettato concetti come il consumismo e l’obsolescenza programmata) le aziende ci offrono un catalogo infinito di prodotti. Da qualche tempo è persino possibile personalizzare alcuni oggetti in modo che ne esista solo una versione, quella progettata da me e per me (ad esempio alcuni brand di calzature sportive permettevano di aggiungere scritte sulle scarpe, ma ci sono automobili per le quali il numero di optional è talmente alto da rendere la tua macchina unica).
Invece bisogna tornare indietro, il compito dell’editore dovrebbe essere quello di selezionare dei libri che valga la pena leggere, non dei libri che riuscirà a vendere.
E lo stesso discorso vale in tutti i campi della nostra esistenza.
Ritornare ad un minimalismo dei desideri, dove esistono pochi grandi sogni invece che una pletora di voglie passeggere.
La strada verso le grandi imprese passa proprio da qui.
San Francesco d’Assisi, che di povertà se ne intendeva, diceva:

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Troppo sovente confondiamo quantità e qualità.
In questo mondo inquinato dalla filosofia dell’All you can eat, diventiamo bulimici di esperienze, di emozioni, di risultati.
Invece dobbiamo imparare a rifiutare ciò che ci viene offerto se, effettivamente, non ne abbiamo bisogno.
Dobbiamo imparare a scegliere, a distillare dal catalogo delle esperienze che ci vengono proposte solo quelle che davvero sentiamo di dover fare.

Il rischio è che, nel tentativo di fare tutto, restiamo paralizzati a scorrere avanti ed indietro il menù della vita.

Ascolta “Il paradosso del pizzaiolo” su Spreaker.

Convergenze

Scrivo meno e vivo di più. E’ strano perché di solito mi capita il contrario, la vita è una grande ispiratrice…

A partire dal primo giorno dell’anno ho iniziato ad essere molto meno presente sul mio blog.
Ovviamente qui scrivo per piacere e non per dovere, non ho appuntamenti fissi ne’ obblighi (e mai li avrei accettati per questo spazio) ma desidero condividere con voi qualche buona notizia.

In passato il principale motivo per cui rallentavo la mia presenza era legato ad un calo dell’ispirazione figlio, di solito, di un calo delle cose che faccio e che mi fanno venir voglia di raccontare.

Questa volta, invece, il motivo è il convergere di parecchie novità che mi hanno riempito la vita e, parallelamente, tolto il tempo per scrivere.

Come sapete ho iniziato questa splendida avventura del podcast Passaggi a Nord Ovest. Con Denis Falconieri stiamo sperimentando le possibilità di questo media. Nel frattempo abbiamo ricevuto tante manifestazioni di simpatia (e tante proposte di nuove idee da sviluppare) che quello che era iniziato come un passatempo sta ritagliandosi una presenza giornaliera nella nostra agenda.
Va bene così, da febbraio lanceremo un nuovo format e abbiamo alcuni progetti in cantiere che mi stanno entusiasmando.

skialp
Questo romantico scatto durante la salita verso il col Serena lo ha postato il mio amico (e compagno di escursioni) Diego Milani

Un’altra bella novità è che, finite le feste, siamo tornati ad una “nuova” normalità: possiamo tornare a fare escursioni, seppure distanziati, seppure senza finire l’uscita in trattoria, seppure con le mascherine…

Sabato e domenica ho finalmente inforcato di nuovo gli sci e sono andato a fare due uscite.
La conseguenza diretta è che oggi ho la testa libera, il cuore gonfio di gioia e le gambe doloranti.

Infine, ma non per questo meno importante, sembra che il mondo abbia ripreso a girare. Ci sono nuovi progetti all’orizzonte, si torna a parlare di futuro e di pianificazione di eventi, e anche questo mi entusiasma e mi distrae dalla mia chiacchierata sul blog.

Quindi?

Se la convergenza di queste tre linee di novità mi ha tolto un po’ di fiato, la stessa cosa non è capitata per quella fonte inesauribile di idee e sogni che è la lettura.
Sto leggendo tanto e di argomenti molto diversi.

Ho quindi pensato (e qui lo preannuncio) che i miei prossimi post verteranno sulla recensione di alcuni libri.

La voglia di leggere non si spegne mai!
Al momento ho cinque volumi (ancora da cominciare) sul comodino, ma se a qualcuno venisse in mente un titolo che io non posso esimermi da leggere… beh aggiungete un commento qui sotto e iniziamo a parlarne.

Ascolta “Convergenze” su Spreaker.