A volte il silenzio è la cosa migliore

Premetto che è un pezzo per addetti ai lavori, persone appassionate di editoria, gli altri possono saltarlo a piè pari. Però è un argomento che mi appassiona e vorrei dire la mia…

Riflettendo sullo sciopero dei giornalisti di ieri 16 aprile, terza giornata di un pacchetto che ha visto gli operatori dell’informazione incrociare le braccia dopo quelle del 28 novembre e del 27 marzo, mi è venuta in mente Michele, il protagonista di Ecce Bombo, che, parlando di una festa dice:

Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni in là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”

In un mondo in cui l’interesse per l’informazione tradizionale è in caduta libera, può capitare che i giornalisti scioperino e la maggior parte del pianeta vada avanti come se non fosse accaduto nulla.

Lavorare per i giornali è stato a lungo il mio interesse principale. Iniziato come una missione negli anni ‘Ottanta si è trasformato in un compito sempre meno gratificante fino al 2020, quando ho abbandonato definitivamente quel mondo.

Lo dico solo per spiegare che parlo per aver avuto conoscenza diretta del quarto settore, nello specifico dell’editoria stampata. E ho tantissimi amici che sono stati e sono giornalisti.

Il motivo per cui la categoria sciopera è giustissimo: da dieci anni lavorano senza un contratto di lavoro rinnovato.

Per contro, gli Editori sostengono che il contratto di lavoro dei giornalisti sia talmente tanto favorevole ai dipendenti (con una serie di vantaggi anacronistici) che andrebbe ridiscusso, ma al ribasso. Allineandolo agli altri contratti di lavoro nazionali.

È chiaro che sono solidale con chi difende il proprio posto di lavoro. Ancor di più con quelli che, oltre a difendere il proprio status, cercano di difendere i free lance, i collaboratori a contratto, che sono dei veri e propri schiavi dell’informazione, sottopagati e non considerati (si legga a questo proposito l’articolo del Post).

Ma credo anche che, dopo decenni in cui si è messa la testa sotto la sabbia, abbandonando al loro destino i poligrafici (che fino a poco prima erano stati compagni di barricata), non ponendo questioni sullo sviluppo industriale dei giornali, usando le innovazioni tecnologiche solo per monetizzare degli aumenti in busta paga, piangere ora è poco credibile.

È chiaro che i giornalisti di oggi si trovano in eredità un mondo rovinato dai loro colleghi di ieri. Molti professionisti non hanno assistito all’ingresso del web nel gioco, se lo sono trovato come un dato di fatto. Però è chiaro anche, che è un mondo che scricchiola.

Vi riassumo alcuni fatti.

I grandi editori puri sono spariti. Oggi resta solo il Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport.

Una volta c’era il gruppo GEDI (famiglia Agnelli Elkann) che in rapida sequenza ha venduto: Repubblica, come se fosse una pertinenza di Radio DJ, ad un gruppo greco; la Stampa è stata ceduta ad un piccolo editore che ha già ramazzato sul mercato altre testate locali (parlo della SAE, che dalla GEDI aveva già comprato Il Tirreno, La Nuova Sardegna, La Provincia Pavese ecc); il Secolo XIX, storica testata genovese, è di proprietà del gruppo MSC (che si occupa di crociere, di logistica, di sanità).

C’è Caltagirone che è proprietario de Il Messaggero (Roma), Il Mattino (Napoli), Corriere Adriatico (Ancona), Il Gazzettino (Venezia – Veneto) ma che non è un vero editore, e usa i giornali come strumento di pressione per gli altri suoi business.

C’è Antonio Angelucci, politico ed imprenditore della sanità, che possiede Libero, Il Giornale, Il Tempo, Il Corriere dell’Umbria. Ma anche lui pensa ai giornali solo come uno strumento di potere.

In tutto questo usare la carta stampata non per informare né, e sarebbe altrettanto accettabile, per arricchirsi, ma solo per esercitare pressioni, chi ci è andato di mezzo è la libera informazione.

Quindi i lettori abbandonano i giornali.

Quando io ho iniziato a lavorare in quel mondo (1985) in Italia si vendevano 6 milioni di copie al giorno, quando me ne sono andato (2020) se ne vendevano 1,7 milioni. Un quarto. Oggi (dato riferito al primo semestre 2025) siamo scesi a 1,3 milioni di copie. Comprese le copie digitali. Le stime dicono che in questo aprile 2026 si vende circa 1 milione di copie al giorno.

La pubblicità, che una volta sosteneva l’editoria, abbandona i giornali alla stessa velocità in cui i lettori li abbandonano.

Allora, non si può e non si deve discutere di rinnovare un contratto (anche, ovviamente), ma soprattutto di come rifondare completamente l’informazione in Italia e nel mondo.

Non ho soluzioni pronte (altrimenti farei l’editore e diventerei ricco), ma quello che credo è che bisogna abbandonare la quantità e scegliere la qualità.

C’è un vecchio proverbio arabo, o almeno credo sia arabo, che dice : “Apri la bocca solo se ciò che vuoi dire è più bello del silenzio”.

Alcune indicazioni generali…

Non diventare i megafoni dei politici di turno, che con un microfono davanti sono obbligati a parlare e, naturalmente, non possono dire sempre e solo cose intelligenti. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non dare le notizie fino a quando non sono notizie: non ne possiamo più di ipotesi e opinioni, restiamo ai fatti, please.  A volte il silenzio è la cosa migliore.

Non confondiamo l’informazione con la pubblicità. Basta pubblicare in modo prono tutto quello che arriva dalle aziende. Ricordate Pierino e il lupo? A forza di dire che questo o quello sono eccellenti avete perso la credibilità. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta guardarsi l’ombelico. Proviamo a spaziare, a dare un quadro extra territoriale. Della solita inchiesta sui ritardi degli autobus non ne possiamo più. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Basta inseguire il web, mutuandone il linguaggio e la tempestività. Approfondiamo. Verifichiamo. Magari ignoriamo se non vale la pena parlarne. A volte il silenzio è la cosa migliore.

Mi sono sfogato. Grazie a chi è arrivato fino a qui.

Nel frattempo, leggo la notizia che l’ennesima rivista (WIRED nella fattispecie) smetterà le pubblicazioni.

Forse, più che combattere per il contratto, è tempo di cambiare lavoro…

La montagna, con altri occhi

Più passano gli anni e più divento disilluso, se non cinico. Eppure, capita che incontro storie che mi ridanno fiducia.
Una di queste è un esperimento a metà tra giornalismo e impegno sociale, tra ambientalismo e passione per le montagne: un gruppo di giornalisti e ricercatori ha creato, complice un editore con la vista lunga, un giornale on line che si chiama L’altramontagna.

Un po’ di background.

Nel Settembre 2016 nasce un giornale on line che si chiama ilDolomiti.it che ha alcune caratteristiche particolari: un editore “laico” con quattro soci interessati al territorio (stiamo parlando di Trento e la sua provincia) e una cooperativa a cui è assegnata la gestione dei contenuti. I temi trattati, come suggerisce già il nome, sono fortemente legati a quella zona e alle montagne.

Nel Gennaio 2024 nasce, come una costola del progetto principale, L’AltraMontagna che raccoglie gli articoli specializzati sul tema Terre Alte e che promuove un approccio diverso, più attento e ambientalmente consapevole, alla passione per la Montagna (il maiuscolo non è un errore).

A scrivere per l’AltraMontagna vengono invitati dei veri esperti, a cominciare da Pietro Lacasella e Marco Albino Ferrari che si sono sempre distinti per il loro impegno ambientalista a difesa della montagna. Tutto ciò appare evidente leggendo gli articoli, ascoltando i podcast o guardando i video.

Insomma, un bellissimo esperimento di comunicazione e giornalismo impegnato. Bellissimo, almeno per me che faccio della montagna e dell’impegno uno stile di vita.

Ad un certo punto, gli autori de L’AltraMontagna incrociano la strada di un editore di libri, people, fondata da Giuseppe Civati, Stefano Catone e Francesco Foti (il politico e scrittore, non l’attore). Da questo incontro nasce una collana di libri, anch’essa chiamata L’AltraMontagna e curata da Marco Albino Ferrari.

E finalmente arriviamo al punto: il primo libro, uscito il 14 marzo 2025, si chiama “La montagna, con altri occhi”, porta come sottotitolo il claim “Ridisegnare le terre alte”, è firmato dal Collettivo L’AltraMontagna (e già nella scelta della parola “collettivo” c’è una scelta di campo) ed è, in buona sostanza, il manifesto di un certo movimento ben presente in montagna, seppure fluido e poco visibile.

Sono 18 capitoletti che trattano 18 argomenti diversi e sono firmati da autori diversi. Ogni capitolo è uno stimolo a riflettere su un tema, dalla gestione dei beni comuni al turismo, dai nuovi montanari all’alpinismo, dalla sfida climatica alla fauna selvatica.

Un grande libro, seppur di piccolo formato. Una gemma preziosa che non può mancare nella libreria di chi ama la montagna. Un coacervo di idee, suggestioni, riflessioni come da tempo non mi capitava di trovare.

Insomma, andate in libreria ed acquistatelo. Vale ogni centesimo del suo prezzo.

La montagna, con altri occhi
Ridisegnare le Terre Alte
di Collettivo L’AltraMontagna
Edito da people
227 pp / 14,00 euro

Il paradosso del pizzaiolo

Una scelta troppo vasta paralizza sia in pizzeria che nella vita, dobbiamo imparare a scegliere le cose di cui abbiamo bisogno e non accettare tutto ciò che ci viene proposto

Ogni pizzeria che si rispetti ha un menù diviso tra pizze classiche e pizze speciali. Le classiche le conosciamo tutti (e di solito saltiamo quella pagina), tra le speciali troviamo alcuni temi ricorrenti e alcune fantasie del pizzaiolo. Poi ci sono le varianti (integrale, cereali, bianca ecc) che moltiplicano ulteriormente le scelte. L’avventore si trova a dover decidere tra decine e decine di possibili soluzioni con il risultato finale che legge e rilegge il menù fino ad essere paralizzato. E il pizzaiolo che con tanta passione ha redatto quell’elenco si trova ad avere, invece che un cliente soddisfatto, un cliente indeciso.

pizza

Riflettevo su come anche in editoria valga lo stesso paradosso.
Nel 2018 in Italia sono stati pubblicati 75.758 libri (cfr qui) che significa 1.457 titoli a settimana, o se preferite 207 nuovi titoli ogni giorno. E siamo in Italia, un paese dove solo 4 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno.
Un povero cristo come me, che pure è considerato un “lettore forte” nelle statistiche con un libro a settimana, si trova a dover scegliere ogni giorno in un menù pizzeria composto da almeno 200 nuove proposte ogni volta che entra in libreria.
Altro che essere paralizzato! Non riesco a leggere i classici, non riesco a rileggere i libri che mi sono piaciuti e non mi avvicino neppure a restare aggiornato sulle novità letterarie.

Così finisce che leggo seguendo l’intuizione del momento. E se proprio devo scegliere, finisco che mi focalizzo su un argomento speciale del quale leggo i classici e magari le nuove uscite più promettenti.
È stato così per la letteratura di montagna, per i libri che parlano di natura e foreste, per i libri relativi alla corsa, per i saggi sulla creatività e via dicendo.
C’è di buono che, anche se la scelta è praticamente infinita, ho una ragionevole certezza che esistono migliaia di titoli che posso tranquillamente ignorare senza timore di perdere qualcosa di importante per me.

A questo punto sorge il dubbio: è mia la colpa o è degli editori che offrono troppo?

In realtà penso che la colpa sia del progresso, o meglio di come noi intendiamo il progresso.
Nell’immaginario comune, una scelta ampia è sinonimo di alta qualità.
Abbiamo praticamente tutto ciò che ci serve. Per invogliarci a spendere (sappiamo tutti che l’economia deve girare e che da tempo abbiamo accettato concetti come il consumismo e l’obsolescenza programmata) le aziende ci offrono un catalogo infinito di prodotti. Da qualche tempo è persino possibile personalizzare alcuni oggetti in modo che ne esista solo una versione, quella progettata da me e per me (ad esempio alcuni brand di calzature sportive permettevano di aggiungere scritte sulle scarpe, ma ci sono automobili per le quali il numero di optional è talmente alto da rendere la tua macchina unica).
Invece bisogna tornare indietro, il compito dell’editore dovrebbe essere quello di selezionare dei libri che valga la pena leggere, non dei libri che riuscirà a vendere.
E lo stesso discorso vale in tutti i campi della nostra esistenza.
Ritornare ad un minimalismo dei desideri, dove esistono pochi grandi sogni invece che una pletora di voglie passeggere.
La strada verso le grandi imprese passa proprio da qui.
San Francesco d’Assisi, che di povertà se ne intendeva, diceva:

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Troppo sovente confondiamo quantità e qualità.
In questo mondo inquinato dalla filosofia dell’All you can eat, diventiamo bulimici di esperienze, di emozioni, di risultati.
Invece dobbiamo imparare a rifiutare ciò che ci viene offerto se, effettivamente, non ne abbiamo bisogno.
Dobbiamo imparare a scegliere, a distillare dal catalogo delle esperienze che ci vengono proposte solo quelle che davvero sentiamo di dover fare.

Il rischio è che, nel tentativo di fare tutto, restiamo paralizzati a scorrere avanti ed indietro il menù della vita.

Ascolta “Il paradosso del pizzaiolo” su Spreaker.

Il bugiardo

Il sistema dell’informazione è in crisi. Colpa degli editori? Dei giornalisti? Difficile dirlo. Gli unici che non hanno colpa sono i lettori

Absit inuria verbis.
Metto i punti sulle i e sgombro il campo fin da subito: non cercate in questo post dei riferimenti ad una persona reale. Ho “creato” un personaggio mettendo insieme le caratteristiche e soprattutto i difetti di molte persone allo scopo di rendere più vivida l’immagine.

Ho un amico che è un grandissimo narratore. Ha proprio una dote innata.
Ha una voce profonda che arriva in tutta la stanza persino quando bisbiglia.
Ha una mimica facciale degna di un grande caratterista.
Quando parla sa calibrare il ritmo inserendo sapientemente le giuste pause.
Tiene agganciati gli ascoltatori con la voce e i movimenti delle mani.
Ogni barzelletta, raccontata da lui, diventa esilarante, e quando provi a ripeterla a casa, scopri che non funziona più.
Ma il meglio di sè lo dà quando racconta qualche aneddoto.
Gli sono capitate più cose che ad ogni altra persona. E sono tutte strane, emozionanti, commoventi.
Così che mi sono trovato a pensare che non si tratti veramente di ciò che gli capita, ma di come lo racconta.

Dovete capire che per uno come me, che aspira a vivere di parole, un personaggio di tale fatta è un libro da studiare.
Ho anche provato a rendere scrivendo quello che lui racconta, usando la punteggiatura e tutti gli strumenti retorici in mio possesso.
Un esercizio utile, che però si scontra con una realtà diversa, meno multicolor, quando scrivo qualcosa che è capitato a me.

Pinocchio

E il motivo è semplice.
Il mio amico è un bugiardo.
Usa la realtà fino a quando gli serve per imbastire la storia, ma quando deve prendere il volo non disdegna di travisarla o, persino, di inventarne una di sana pianta.
La verità ha tanti pregi, ma è prevedibile.
Per trasformare una storia normale, in una storia straordinaria, bisogna impreziosirla di svolte inaspettate.

In questo sta il discrimine tra narratore e giornalista.
Il narratore ha il dovere di tenere desta l’attenzione.
Il giornalista ha il dovere di non travisare mai la realtà.

Questa che è una distinzione ovvia, oggi si sta trasformando.
I giornalisti diventano filosofi e si autoassolvono discettano sui vari gradi della verità.
Le bugie bianche sono ammmesse, o persino date per scontate.
Le piccole spettacolarizzazioni a caccia di attenzione sono perdonate.

Ma c’è in gioco la credibilità (se ancora esiste) di un’intero sistema, quello dell’informazione.
Il quarto potere (per chi ama le citazioni roboanti) che bilancia gli altri tre poteri dello Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario.
Ai giornalisti spetta l’ingrato compito di osservare e riportare. Ponendo le domande scomode, facendo il lavoro sporco della verifica dei fatti, sfuggendo alla malìa degli altri poteri.

Gli editori hanno ceduto.
Devono far quadrare i conti e ogni sistema è valido.
Compreso tagliare gli investimenti sull’asset (il capitale) più importante: la professionalità dei giornalisti.

I giornalisti, orfani di un editore che li metta in grado di fare il loro vero lavoro, hanno scelto altre vie: quella dello spettacolo, della notorietà, del vendere copie a qualunque costo.

E così è avvenuta la crasi tra narratore e giornalista.

Se l’editoria è in crisi non è colpa dei giovani che non leggono più, ma degli operatori dell’informazione che hanno accettato di svendersi.

Ascolta “Il bugiardo” su Spreaker.

Effetto menù pizza

Oggi sul Sole24ore c’è un articolo sulla produzione di libri in Italia (ecco il link) che si riferisce al 2018. Scopriamo così che in quell’anno sono stati pubblicati ben 75.758 libri (che significa quasi 210 libri al giorno, feste comprese).
Se analizziamo meglio, i nuovi titoli sono “solo” 128 al giorno (il resto sono ristampe e riedizioni).
Voi direte, ma ci sono anche i testi scolastici… vi sorprenderà scoprire che i testi scolastici rappresentano solo 27 dei 210 libri prodotti ogni giorno.

Di fronte a numeri così grandi, e sapendo che i lettori in Italia sono pochissimi, mi viene spontaneo chiedermi se davvero ha senso questa produzione smodata.

libri

Io, che vado in libreria almeno una volta alla settimana e che leggo mediamente oltre 60 testi all’anno (sì, spendo più di libri che di riscaldamento), sicuramente non riesco a visionare (non dico leggere) le quasi 1000 nuove proposte alla settimana.

Fortunatamente posso escludere a priori una serie di prodotti che non mi interessano (la maggior parte degli instant book, tutte le trasposizioni in libro di eventi o personaggi televisivi, la maggior parte delle strenne natalizie ecc) ma rimane una mole impressionante di libri che molto probabilmente mi sfuggiranno.

E’ come andare in una pizzeria.

Se il menù ha due pagine di pizze, sceglierò tra esse.
Se ne ha 5 o 6, impiegherò dieci minuti e sceglierò preso da mille dubbi.
Ma se ne avesse 40 o 50 ordinerei un’ortolana o una margherita senza consultare il menù.

Un altro dato interessante che si evince dall’articolo è il numero di editori.

In Italia nel 2018, ben 1.564 editori hanno pubblicato almeno un libro.
Più precisamente, 800 di loro hanno pubblicato da 1 a 10 libri, circa 530 ne hanno pubblicati da 11 a 50 e solamente i restanti 234 hanno pubblicato più di 50 libri.

Quindi il 15% degli editori ha inondato il mercato con l’80% dei titoli.

Se lo fanno vuol dire che ci guadagnano. Perché l’editore, ormai, è un lavoro come tutti gli altri.

(E qui mi correggo, fare il Grande Editore è un lavoro come tutti gli altri, per i piccoli c’è ancora uno zoccolo duro di appassionati che lo fanno per vocazione, per fare cultura.)

Ma l’impatto di questa produzione esagerata sul mercato è devastante.

Una scelta così ampia (a scapito della qualità, ovviamente) non genererà nuovi lettori, anzi tenderà ad allontanarli.

Accontentare tutti i gusti va bene, ma fare dei prodotti di qualità mediocre per soddisfare dei gusti mediocri è un grave errore.

Per restare al parallelismo con il mondo della ristorazione, va benissimo che ci siano i Cracco, gli Oldani insieme alle trattorie, alle pizzerie e persino ai McDonald’s. Ma sarebbe un errore madornale se da Cracco servissero gli Happy Meal e in trattoria proponessero delle bottiglie di vino da 60 euro.

Perché in libreria è diverso?