Oltre il fumetto

locandina Joker

Hanno preso un fumetto, lo hanno sezionato ottenendo lo spin-off della storia del cattivo per antonomasia e creando un capolavoro.
Alla fine esci dalla sala a bocca aperta. Sai di aver visto qualcosa di grande ma è contrario a tutto il sistema di valori che hai dentro.

Joker, nei fumetti DC, è poco più di una caricatura del cattivo.
Ma ecco il colpo di genio, dargli profondità, creare una storia che – in qualche modo – da un senso (perché di certo non lo giustifica) al suo essere un malvagio perfetto.

A questo aggiungiamo un grandissimo attore come Joaquin Phoenix che viene lasciato libero di creare un mostro. Gioca sopra le righe, ricorda un po’ Johnny Depp quando ha dato vita al celebre Capitano Jack Sparrow, ma questa volta ne esce un personaggio drammatico e sempre sul sottile filo della pazzia.

Deve aver lavorato moltissimo sul personaggio, così che ogni particolare, ne trasmette l’immagine amplificata.

La risata di Joker, malata, angosciosa, sintomo del suo disagio.
La faccia di Joker, truccata o meno, da cui traspare tutto il suo dilaniarsi interiore.
Il corpo di Joker, magro, scavato, anch’esso incarnificazione della pazzia.
I balli di Joker, unico momento in cui la sua anima trova pace, come una sospensione sull’abbisso.

Il regista, Todd Phillis, non fa altro che lasciare ampi spazi alla prova attoriale di Phoenix, richiamando con alcune citazioni i più celebri Batman del passato (Gotham sotto la pioggia, il manicomio, la rivolta finale) e sottolineando la bravura del protagonista.

Persino Robert De Niro (che interpreta Murray Franklin, una specie di Letterman) rimane sullo sfondo.

Gran bel film. Sicuramente da guardare.

La drammatica considerazione finale è che il film è lo specchio di questa nostra era. Il bene ed il male si confondono. Persino i valori negativi diventano un buon motivo per opporsi al potere.

E’ un film destabilizzante. Esci con la sensazione che il vuoto delle motivazioni di Joker, basate sulle sue allucinazioni psicotiche, diventano paradigma per una rivoluzione del popolo contro il potere.
E tu non sai più a cosa credere.

Omicidio in Galles

Morte dietro la cresta

Ed eccomi arrivato al primo dei libri tradotti in Italiano da Mulatero Editore, scritti da Carr e che hanno come protagonista Abercrombie Lewker.
Potete leggere le altre due recensioni ai seguenti link: Assassinio sul Cervino e Un cadavere al campo due.

Questa volta  Abercrombie Lewker, che non sa ancora di essere un detective seppur dilettante, finita la stagione teatrale si prende qualche giorno di vacanza da passare tra le sue amate montagne. E sceglie come meta il Galles e, in particolare, il monte Tryfan.

Da un passaggio ad una ragazza e si trova coinvolto nelle escursioni di un gruppo variegato di personaggi guidato da un pastore. Le vicessitudini personali si intrecciano e all’occhio attento di Lewker non sfuggono le dinamiche e le tensioni. Così quando uno dei più esperti componenti del gruppo ha un incidente durante una semplice scalata, scatta il sospetto.

Per non coinvolgere da subito la polizia e non generare scandalo, il buon Abercrombie si mette in proprio e, con l’aiuto di Hillary l’autostoppista che lo aveva introdotto nel gruppo, inizia ad investigare.

330 pagine che si leggono senza stancarsi, un ambiente, quello delle falesie gallesi, descritto benissimo e con toni a tratto magici che fanno venir voglia di visitare il paese.

Una soluzione non prevedibile che lascia anche i giallisti soddisfatti.

Glyn Carr è lo pseudonimo di Frank Showell Styles (qui il link alla pagina inglese di Wikipedia) un alpinista e scrittore inglese molto prolifico, portato in Italia da Mulatero Editore che ha inaugurato con lui la sua collana Brividi.
E’ nato nel 1908 (morirà quasi centenario) e il suo stile è influenzato sia dall’epoca che dagli studi al college. Si sentono gli influssi dei giallisti più noti dell’epoca.
Sarei curioso di leggere qualcuno dei suoi libri umoristici.

MORTE DIETRO LA CRESTA
Glyn Carr
Mulatero Editore, collana Brividi
19 euro
4 stelle su 5

Salvare il mondo?

copertina Possiamo salvare il mondo prima di cena

C’è da dire che Jonathan Safran Foer è un autore che amo, ho letto tutti i suoi libri e mi sono sempre divertito.
Forse quello che avevo iniziato con meno entusiasmo era “Se niente importa” in cui promuove la scelta vegetariana. Temevo di scoprirlo scontato, almeno per me che sono vegetariano da oltre 30 anni, ma alla fine lo avevo apprezzato.

Così giovedì sera ho iniziato questo nuovo saggio di Foer dedicato alla crisi climatica mondiale. E mi ci sono subito appassionato.

Il suo linguaggio semplice e la sensazione che l’autore si sia documentato coscienziosamente rendono questo libro un caposaldo per comprendere l’entità del problema.

La soluzione cui Foer accenna fin dal titolo (Possiamo salvare il mondo prima di cena) è un gioco di parole. Gli allevamenti intensivi di animali ad uso alimentare sono una delle principali cause della crisi climatica, quindi noi stessi possiamo provare a porvi rimedio limitando l’assunzione di cibi ad origine animale almeno nei pasti giornalieri, lasciando aperta l’opzione non vegana per la cena.

Foer per primo ammette di non riuscire a portare avanti questa scelta. Anzi confessa di continuare a mangiare ogni tanto della carne. Ma con altrettanta onestà intellettuale spiega le sue ragioni, mostrando i pro e i contro.

Ovviamente se 100 persone diventano vegane il problema non si risolve. Qui è necessario far cambiare stile di vita all’intero pianeta (salvo zone povere, come India e Africa, dove la carne è una rarità) e questa è la vera sfida.

Alla fine non sono certo di esser stato convinto, ma mi ha appassionato il modo in cui ha argomentato il tema.
Alcune delle considerazioni generali valgono in assoluto, per ogni problema sociale, non solo per il clima.

Una lettura piacevole che mi ha fatto compagnia per un paio di sere. Un saggio che si legge quasi come un romanzo. Una tesi ben esposta ed interessante.

In fondo io non chiedo altro ad un buon libro.

Possiamo salvare il mondo prima di cena
Jonathan Safran Foer
Guanda Editore
18,00 euro


Assassinio sul Cervino

Assassinio sul Cervino
Sul mio comodino, reduce da Umbria Libri, ho appena finito il secondo Glyn Carr

Nella mia lettura in senso contrario – ho iniziato con l’ultimo pubblicato e sto tornando indietro – eccomi a recensire Assassinio sul Cervino, Glyn Carr, Mulatero Editore, 19 euro

Il detective dilettante (che nel finale diventa Detective Dilettante con le maiuscole nella sua sfida con il Capo Commissario svizzero) Abercrombie Lewker si trova, in questo romanzo, alle prese con un incidente alpinistico che presto svela tinte fosche.

Glyn Carr mi ha abituato al suo stile pomposo e all’ambientazione british (un po’ stile Agatha Christie, un po’ Signora in giallo) che nel primo romanzo che avevo letto (qui la recensione) mi aveva spiazzato un tantinello.

In Assassinio sul Cervino, la vera protagonista è lei, la Gran Becca, vista dal lato svizzero (l’intera vicenda si svolge a Zermatt) ma non per questo meno affascinante.

A Carr va dato il merito di saper rendere molto bene l’ambientazione alpina (è evidente il suo background alpinistico e la sua passione per la montagna) tanto che mi è rimasta la voglia di fare una capatina sul versante che non conosco, magari partendo da Cervinia e facendo la traversata del versante italiano che anche l’investigatore si concede come premio per la sua indagine.

In breve la storia. Una vecchia conoscenza di Lewker, un francese esponente della Resistenza, decide di scendere in politica e si attira numerosi nemici. In più il carattere ruvido e la passione per le donne, gli attirano parecchie antipatie. Un numeroso gruppo di sospettati tra i quali il nostro investigatore dilettante dovrà individuare il vero colpevole.

Un vero giallo, da leggere senza patemi d’animo e senza l’angoscia dei thriller, un’ottima compagnia per un paio di serate in poltrona.

Glyn Carr è lo pseudonimo di Frank Showell Styles (qui il link alla pagina inglese di Wikipedia) un alpinista e scrittore inglese molto prolifico, portato in Italia da Mulatero Editore che ha inaugurato con lui la sua collana Brividi.
E’ nato nel 1908 (morirà quasi centenario) e il suo stile è influenzato sia dall’epoca che dagli studi al college. Si sentono gli influssi dei giallisti più noti dell’epoca.
Sarei curioso di leggere qualcuno dei suoi libri umoristici.

ASSASSINIO SUL CERVINO
Glyn Carr
Mulatero Editore, collana Brividi
19 euro
4 stelle su 5

Il senso della frase

Avevo sentito parlare talmente tanto di Pinketts che covavo la curiosità di leggerne un romanzo da lungo tempo. L’occasione è stata un viaggio a Perugia, ero senza libri a portata di mano e ho trovato abbandonata una vecchia copia di “Il senso della frase”. Detto fatto, presa e letta mentre in treno scendevo in Umbria.

Diciamo che mi ha messo in guardia una frase di Fernanda Pivano sulla quarta di copertina, che osannava la scrittura di questo giovane autore. Non il romanzo, proprio la scrittura.

Ed in effetti è la cosa che ti colpisce come un pugno in faccia dalla prima all’ultima riga.

Andrea G. Pinketts scrive con un linguaggio rutilante, denso di giochi di parole, di salti logici che mi hanno ricordato un po’ Bergonzoni. E’ talmente affascinante questo suo gioco da rendere difficile seguire, anche solo intravedere, la trama. E questo, per un giallo, è un po’ un problema.

Poi ci sono i personaggi. Immaginifici, spettacolari, caratteristici, esagerati. Ognuno di loro è una storia nella storia. Funzionali al progetto, ma degni da soli, di prendersi la ribalta.

E’ un caleidoscopio surreale, in cui il protagonista, Lazzaro Santandrea, si muove disinvolto e garantisce attraverso la sua voce, quel minimo di coerenza narrativa che alla fine porta alla soluzione del caso.

La lettura, una volta abituati allo stile, è piacevole anche se – a fine libro – ti gira un po’ la testa.

A conti fatti darei al libro tre stelle piene su cinque, ma credo che non leggerò altri libri di Piniketts, almeno per un po’.

Il senso della frase
Andrea G. Pinketts
Universale Economica Feltrinelli

Un cadavere al campo due

Due sono i motivi che mi hanno spinto a scegliere questo libro in libreria.
Il primo è che Mulatero Editore (specializzato in pubblicazioni di montagna, dalle riviste Skialper e la splendida alvento dell’amico Emilio Previtali, ai libri – questo il link) ha da poco inaugurato una collana di romanzi gialli dal titolo Brividi.
Il secondo è che l’autore del libro è un alpinista appassionato oltre che un prolifico autore.

Glyn Carr è lo pseudonimo di Frank Showell Styles (qui il link alla pagina inglese di Wikipedia) un alpinista e scrittore inglese molto prolifico, portato in Italia da Mulatero Editore che ha inaugurato con lui la sua collana Brividi.
E’ nato nel 1908 (morirà quasi centenario) e il suo stile è influenzato sia dall’epoca che dagli studi al college. Si sentono gli influssi dei giallisti più noti dell’epoca.
Sarei curioso di leggere qualcuno dei suoi libri umoristici.

Ma veniamo al libro.

un-cadavere-al-campo-due

Il protagonista è un detective dilettante, Abercrombie Lewker, attore shakespeariano con il debole per la citazione e per i colpi di teatro.
Dietro ad un aspetto pingue e bonario si nasconde un cervello acuto ed una memoria ferrea che lo hanno aiutato nel suo passato nei servii segreti di Sua Maestà (di cui credo si parli nel primo libro della serie).

Lewker ha una grande passione per l’alpinismo che lo hanno portato ad alcune esplorazioni nel mondo e che fanno sì che, per un capriccio della fortuna, venga coinvolto in una spedizione himalaiana che ha come obbiettivo la prima salita di un settemila.

Compagni di viaggio estremamente caratteristici (qui viene fuori il Carr umorista) che aspirano tutti alla vetta, ma solo un ristretto numero di essi potrà coronare il sogno.

Intanto al campo base avanzato si consuma un delitto. E al nostro detective dilettante spetterà l’arduo compito di indagare.

Lettura piacevole, dai toni classici.
Alcuni colpi di scena rendono difficile da individuare il colpevole fino alle ultime pagine.

UN CADAVERE AL CAMPO DUE
Glyn Carr
Mulatero Editore, collana Brividi
19 euro
3 stelle su 5

Ed è subito magia

C’entra poco con la corsa, se non fosse che ad invitarmi è stato un amico che avevo conosciuto quando correva.
Riccardo Taolin è stato una delle lepri più gettonate della maratona di Venezia e uno dei miei punti di riferimento in molti trail.
Veneziano come me, seguendo il cuore si è trasferito in Valle d’Aosta qualche anno fa, così capita sovente che ci frequentiamo.

La corsa, tra i tanti benefici permanenti che regala, ti fa conoscere persone speciali.

Il pretesto per vedersi, questa volta, era la presentazione di un libro.
Si tratta di Cadenze d’inganno, opera prima di Alessandro Sbrogiò.
E’ un appassionante giallo che si svolge nell’ambiente della musica.

L’appuntamento era fissato alle 20:30 al castello di Introd.
In lieve ritardo, ho lasciato la macchina nel parcheggio e seguendo una coppia mi sono incamminato nell’oscurità.
Ho capito ben presto che ero finito nel cimitero del paese, ho fatto marcia indietro ed ho preso un altro vialetto che mi ha portato all’ingresso del vecchio maniero (risale al XII secolo, qui maggiori dettagli).

Castello d'Introd
La sala del castello d’Introd (ph Franz Rossi)

All’interno mi attendeva una sala bellissima, affrescata con toni rossi, il soffitto in legno, un immenso caminetto che all’epoca scaldava le serate dei signori di Introd e che troneggiava alle spalle dei relatori.

Riccardo aveva invitato, oltre all’autore del libro, alcuni altri amici che fanno parte della Baroque Venice Orchestra (in effetti Alessandro Sbrogiò, Riccardo Taolin e i musicisti si erano conosciuti proprio mentre l’orchestra faceva i primi passi) così un quartetto d’archi si apprestava a far risuonare la sala della musica di Vivaldi.

Ed è stato subito magia.
Sono stato trasportato in un’altra epoca, quando invece della televisione, le famiglie si dilettavano a suonare delle partiture di musica. Antonio Vivaldi, Wolfgang Amadeus Mozart, Johann Sebastian Bach e via dicendo.

Così, mentre noi del pubblico venivamo introdotti allo splendido mondo della musica barocca, Alessandro Sbrogiò ci dava qualche piccola anticipazione del suo libro, a partire dal titolo.
Le cadenze, spiegava Sborgiò, sono le frasi musicali che chiudono un brano. Possono essere “perfette” e dare un senso di compimento o “d’inganno” e lasciare la porta aperta ad un nuovo brano.

Lui, musicista classico, aveva mutuato le tecniche musicali per la scrittura e nel romanzo, una serie di cadenze d’inganno strizzano l’occhio al lettore suggerendogli possibili finali (e colpevoli) e lo sorprendendono poi con sviluppi diversi.

La storia è ambientata nella Venezia dei nostri giorni, e più precisamente nel mondo della musica antica. Il lavoro filologico del musicista lo porta a cercare le partiture originali scritte dagli autori (e tutti i trattati di musica dell’epoca) allo scopo di ricostruire il più fedelmente possible il brano musicale.
A volte capita di trovare dei manoscritti originali che aiutano in quest’opera di ricostruzione. A volte capita persino di trovare dei manoscritti di autori sconosciuti.
Ed è questo che accade ad un direttore d’orchestra che, proprio mentre si appresta a far conoscere al mondo un antico musicista sconosciuto, perde in circostanze drammatiche il secondo violoncellista e a Sauro Parisi, protagonista del giallo, toccherà sostituirlo.

Di più non svelo, ma il romanzo (e la serata di presentazione) è l’occasione per essere introdotti in questo mondo nuovo, fatto di musicisti, di concerti e, ovviamente, di tutte le umane passioni.

Un bel libro, che scorre veloce e che ti tiene avvinto fino all’ultima pagina.
Un’opera prima che ha vinto il Premio Lorenzo Da Ponte 2017 e che grazie a questa vittoria è stata pubblicata da Diastema Editrice.

La mia serata si è conclusa nella brasserie ai piedi del Castello, chiacchierando fino a notte inoltrata con i musicisti e con l’autore, confrontando ricordi veneziani e tradizioni valdostane, e mescolando grappe e liquori.
Come dicevo, non c’entra molto con la corsa o con lo sport, ma ho scoperto che il terzo tempo del trail e del rugby è stato adottato anche dai mucisti barocchi.

Correre per ritrovarsi

Venerdì l’ho ritirato, e sabato mattina lo avevo letto.
Perché Running Wild, il libro scritto da Markus Torgeby ed edito da Utet, si legge tutto d’un fiato.
Esattamente nello stesso modo in cui l’autore vive.

Alla fine sì, è anche un libro di corsa, ma in un modo diverso da tante autobiografie che ho letto in passato.

Torgeby non è un campione (anche se, viste le velocità a cui viaggia, lo metterei tra gli amatori semi professionisti).
Ma a lui non importa gareggiare, importa solo correre.

Un’autobiografia, dicevo, ma di una persona, non di un corridore. E proprio per questo ti tira dentro fin dalle prime pagine.
Forse anche per quel po’ di curiosità morbosa che ci fa spiare attraverso la porta del vicino, per vedere cosa combina.

E Markus Torgeby di cose “particolari” ne fa parecchie.
Fin da bambino, quando fatica a restare fermo in classe, e la maestra – tanto per garantirsi la sua attenzione – ogni tanto gli permette di fare tre giri di corsa intorno alla scuola prima di rimettersi al banco con gli altri.

Una storia estremamente umana e raccontata con il cuore aperto.
Dalla malattia della madre che segna lui e la sua famiglia, a quel senso di irrequietezza che gli fa cercare di spingersi sempre un po’ oltre: magari a lanciarsi da una scogliera, o correre fino a sfinirsi, o – ed è questo il cuore del libro – ad abbandonare tutto e tutti e vivere per mesi in una sorta di tenda autocostruita in mezzo ad una foresta svedese.

Non si tratta di una fuga dagli altri ma un modo per cercare di capire come vivere. Come gestire il turbinio di sensazioni, paure, pensieri, emozioni che lo spingono a correre o sciare fino ad esaurirsi.

In Running Wild la corsa è omnipresente.
Dopo aver visto una staffetta di atleti africani gareggiare, si innamora della loro falcata leggera e chiede di potersi allenare con loro. E parte per sei mesi in Tanzania, dove condividerà la vita di questi ragazzi, resitutendoci uno spaccato intenso della vita in un campus africano, dove correre è un mestiere che ti permette di avere un futuro diverso, ma che è mille miglia lontano da quello che possiamo immaginare noi europei.

L’esperienza in Tanzania, con tutti i problemi che ha comportato, compresa un’incipiente anoressia, tratteggiata e non dichiarata nel libro, segna il punto di maturazione di Markus Torgeby, che ha sperimentato (probabilmente) abbastanza e si sente pronto ad affrontare una nuova fase della propria vita. Una fase condivisa con una nuova famiglia, una fase in cui trova un equilibrio, ma che non cancella il percorso che ha fatto per arrivare fin lì, tanto che porta spesso i figli in quella radura dove ha vissuto intensamente la sua maturazione.

Una storia potente.
Una storia estremamente “umana”, che ci permette di specchiarci negli impulsi di Torgeby, e di misurare la nostra voglia di realizzarci contro tutto.

Avevo titolato il mio ultimo post, quello in cui raccontavo lo strano percorso attraverso il quale questo libro mi aveva raggiunto, “Il cuore del corsaro”. Era stata una capriola carpiata, avevo un titolo in svedese (lingua che non conosco assolutamente) e avevo usato Google Translator per arrivare ad una versione inglese (The raider’s heart). Poi un amico che lo svedese lo parla mi ha spiegato che significava “Il cuore del corridore”.

Però le parole a volte seguono percorsi strani  per arrivare a svelare significati inattesi.
Credo che Markus Torgeby sia un corsaro: un uomo che vive intensamente, al di fuori delle regole e delle convenzioni. E poi è evidente la radice “corsa” nella parola “corsaro” (anche se so bene che di altre corse si trattava) e mi piace pensare che anche lui amerebbe essere definito così.

Leggete, leggete, leggete.
E fatemi sapere cosa ne pensate.

[Questo il link ad un estratto del libro su Repubblica dei Runner]

A volte corro piano

Ieri sono andato ad assistere alla presentazione di un libro uscito solo 15 giorni fa.

Lo avevo letto in anteprima,
Patrick Trentini, l’autore, mi aveva contattato per un parere preliminare, quando il libro era ancora un manoscritto in fase di editing da parte della casa editrice (Reverdito).

Tendenzialmente non leggo manoscritti, ma in questo caso mi aveva colpito il progetto.
Patrick è un pianista che corre.
Di solito si esprime componendo brani musicali, in questo caso aveva scelto di scrivere (era il suo primo libro) e di accompagnare ogni capitolo con un brano in un nuovo cd allegato al libro.

Parole e musica.
In pratica due dei linguaggi che amo di più, mescolati per convogliare delle storie sul terzo linguaggio che prediligo: la corsa…

A volte corro piano, già dal titolo svela il senso.
Racconta l’esperienza di Patrick Trentin, il musicista, il runner, l’uomo.

Ieri alla presentazione ero curioso di conoscerlo personalmente, di vedere se il personaggio che mi ero creato in mente leggendo il libro era lo stesso che avrei incontrato.

Patrick era reduce dalla 100km del Passatore.
La sua prima 100, e l’esperienza aveva lasciato il segno.

E ho ritrovato la stessa persona che era uscita dalle pagine.
Secondo Patrick, è proprio questo quello che cerchiamo nella corsa.
Delle cicatrici che diano senso a quello che siamo.
Delle esperienze significative e sfidanti, che ci permettano di prendere le misure di noi stessi.

Leggete il libro mentre ascoltate in sottofondo la sua musica.

Trasmette passione.
Trasmette a tutto tondo il carattere dell’autore: un uomo determinato, abituato a imporsi una disciplina rigida (non è un caso che si cimenti anche nelle arti marziali), un uomo che sceglie dove andare ma ha l’umiltà di farsi guidare dal proprio destino.

PS: per tutti quelli che pensano “Non se ne può più! Un altro libro sulla corsa…” Abbiate fede, si parla di musica, di corsa, di umanità… sono 19 euro davvero spesi bene

Di seguito il booktrailer:

La scienza del respiro

Faccio parte di quella generazione convinta che per ogni problema esista un libro dove trovare la soluzione.

La generazione che ha divorato manuali su qualunque argomento, salvo poi liquidarli con cinico fatalismo e affidarsi per trovare consiglio su problemi pratici a romanzi e racconti.

Ecco che, proprio mentre sto mettendo a punto tutti i particolari per la maratona di New York, ricevo l’invito alla presentazione di un libro e resto folgorato dal titolo “La scienza del respiro” rinforzato da un altisonante sottotitolo “Da uno scienziato e campione di apnea la ricetta per dire addio allo stress e vivere appieno“.

La copertina de La Scienza del respiro di Mike Maric
La copertina de La Scienza del respiro di Mike Maric

Come resistere? Ho letto il libro tutto d’un fiato (mi si perdoni il facile gioco di parole) e ho trovato molti spunti interessanti.

Intanto la fisiologia del respiro che, per quanto ognuno di noi abbia un’infarinatura risalente alla scuola sul sistema polmonare e sappia cosa siano trachea e alveoli, rimaneva un mondo da scoprire.
Quanti litri d’aria respiriamo? Quanti respiri facciamo al minuto e perché? Cosa c’è nell’aria di cui ci riempiamo i polmoni?

Poi tutta una serie di curiosità. Dalla quantità di ossigeno presente nel sangue e della minima porzione che ne sfruttiamo al volume di muco che produciamo in un giorno (è un litro e viene spiegato cosa serve e che fine fa!).

Infine la cosa più importante: come il respiro modifica la qualità della nostra vita. E come influenzi le performance sportive e, più in generale, lavorative e di ogni giorno.

A guidarci in questo viaggio è Mike Maric. Un professore di patologia forense, sì quelli di CSI e delle serie tv. Uno scienziato,  dunque, ma con un passato di sportivo (campione mondiale di apnea nel 2004) e un presente di preparatore di grandi campioni (cito Pellegrini e Magnani perché forse i più noti, ma la lista è lunghissima).

Il libro prende le mosse dal vissuto dell’autore. Esperienze di vita sportiva (e non) che lo hanno portato ad esplorare con puntiglio accademico le tecniche del respiro e come queste ci influenzino.
In La scienza del respiro ci sono delle vere e proprie lezioni su come fare esercizi per migliorare specifici aspetti di questa funzione che ci aspetteremmo essere la più naturale ma che scopriamo poter essere corretta ed allenata.
Il tutto condito da notazioni scientifiche puntuali, alcuni aneddoti e molte stimolanti riflessioni. Non solo un manuale, quindi, ma molto di più.

Il libro mi è piaciuto. Molto.
Alla fine sono anche andato alla presentazione, incuriosito dal personaggio ed attratto da alcuni paralleli personali (la sua famiglia proviene da una zona che conosco bene e Maric andava in vacanza al mare a pochi chilometri da dove anch’io ho passato le estati dell’infanzia).

Così in un tardo mercoledì pomeriggio mi sono trovato in faccia al Duomo di Milano ad ascoltare la più curiosa presentazione di un libro cui mi sia capitato di partecipare.

A tenere banco Marco Bianchi, scienziato del cibo, autore della prefazione e “mentore” letterario di Maric (anche se è curioso pensare a Marco come mentore di Mike viste le età).
Sono due amici e l’intera presentazione è filata via come una serata in compagnia intorno al tavolo della cucina. Uno che faceva i complimenti all’altro, che a sua volta si schermiva e rilanciava sul primo.
E poi una serie di applausi e ringraziamenti ai molti amici presenti in sala, da Igor Cassina in poi si contavano svariate medaglie olimpiche e titoli iridati nelle più diverse discipline sportive.

Chiudo con una riflessione che prendo a prestito da La scienza del respiro.

Se è vero che siamo quello che mangiamo è anche vero che quello che respiriamo e il modo in cui lo facciamo influisce sul nostro equilibrio.

La parola chiave è – come sempre – consapevolezza.

E questo manuale aiuta in modo piacevole a raggiungerla anche per quell’atto che compiamo inconsciamente 20.000 volte al giorno.

La scienza del Respiro, Mike Maric
Edizioni Vallardi, pag. 221, euro 14,90

PS una quota del prezzo di copertina è devoluto alla Fondazione Umberto Veronesi