Assenze che uniscono
Solitario trovo conforto
nel perpetuare un ricordo
Tag: poesia
Feeling blu in a Winter morning

Vorrei alzarmi in un mattino di pioggia
e sedermi in sala davanti al computer
con la compagnia di una tazza fumante
e di una nuvola di pensieri.
Vorrei alzare gli occhi e vedere
tra i rami brulli il profilo dei monti
che percorro in ogni stagione
al ritmo del fiato, e delle emozioni.
Vorrei saper trasformare in parole
quello che sento, che vedo, che annuso.
E da ogni persona che incontro,
carpire le memorie di un istante vissuto.
Vorrei trovare l’esatta distanza
a cui tenere il resto del mondo,
per godere della mia compagnia
ma non per questo sentirmi più solo.
Riempire il silenzio
Dentro di me le parole s’intrecciano, si scontrano, si fanno verso, frase, grido.
Ma non trovano un pertugio per uscire, per far diminuire questa pressione interna, per restituirmi serenità.
Conosco la medicina, e nel week end sarò a faticar per monti, a cercare un nuovo equilibrio.
Ma mi sento in debito verso queste pagine bianche, verso gli occhi assetati, verso un impegno che sento preso.
Allora faccio ciò che mi vien meglio, rubacchio… ripropongo.
Il testo che segue è di un poeta russo, Sergej Aleksandrovic Esenin, e si chiama Confessioni di un teppista.
Una versione riadattata in musica è stata resa celebre da Angelo Branduardi e la trovate (cantata da lui) in fondo al mio post.
Ma leggete prima i versi originali.
Lentamente.
Come se voleste seguire il ritmo di un passo cadenzato su una strada polverosa.
...
Confessione di un teppista
E non tutti possono cadere come una mela
sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
l’autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
solo allora stringo più forte tra le mani
la bolla tremula dei miei capelli.
È così dolce allora ricordare
lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano,
che da qualche parte vivono per me padre e madre,
che se ne fregano di tutti i miei versi,
e che a loro sono caro come il campo e la carne,
come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
e temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
che vostro figlio in Russia
è il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
quando le gambe nude
immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
e calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria
da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi nativi,
ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la terra natia!
Amo molto la terra dei miei padri!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
e nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
s’è accoccolato il nostro acero.
Ah, salendo sui suoi rami quante uova,
dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d’un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
e non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d’oro di versi,
vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.
Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico
che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M’occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
a cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
versa vino di capelli in tempesta.
Voglio essere una gialla velatura
verso il paese per cui navighiamo.
Danzando con il vento

E poi per caso un giorno
sullo stesso sentiero che hai salito cento volte
la nebbia si dirada mentre intravedi l’azzurro del cielo.
Il bosco si tace mentre con i passi misuri
quel che resta della fatica.
Corri verso la vetta,
nella luce del crepuscolo.
E resti lì per un istante
a godere del sole sulla pelle
prima di lanciarti in discesa
a danzare con il vento
La traccia

Giro a vuoto.
Seguendo le inclinazioni dei piedi,
che seguono le pendenze del terreno.
Lasciando che le circonlocuzioni del sentiero,
vengano imitate da quelle del pensiero.
Giro a vuoto.
Inseguo il vento,
cerco il tepore del sole sulla faccia,
aspiro alla salita
per il piacere di scollinare.
Giro a vuoto.
Affianco occasionali compagni di viaggio,
mi confronto e imparo.
Cerco di calpestare nè le mie, nè le altrui orme.
Giro a vuoto.
Straniero nella mia casa,
cerco il focolare nella terra di nessuno.
Ho abbandonato la sicurezza della bussola,
e giro a vuoto.
In compagnia di me stesso non sono perso,
se la testa cerca una rotta
lascio che siano i piedi e il cuore
a guidare la mia caccia al vento.
Dove gli aquiloni non possono volare c’è la casa del falco,
la sua ombra scivola sul pendio,
così io ho il mio tracciato.
E muovo il primo passo di una nuova avventura.
Le mie prigioni

Le mie prigioni sono fatte
di desideri lasciati indietro
Le mie prigioni sono fatte
di sogni che non oso seguire,
di sentimenti che tengo dentro
Le mie prigioni sono fatte
di scadenze che mi auto impongo,
di convenzioni che accetto di subire
Le mie prigioni sono fatte
di amici che non riesco a chiamare,
di persone che non riesco ad ignorare
Le mie prigioni sono fatte
di parole non dette,
di carezze non date,
di scelte ignorate.
L’importanza di capire
che solo io
sono il carceriere
di me stesso
Lasciarsi andare

Lasciarsi andare.
allentare la presa,
farsi cullare dalla corrente,
regolare il respiro al minimo,
e lasciarsi andare.
non per vigliaccheria,
non per opportunismo,
non perché “non ce la faccio più”,
ma lasciarsi andare.
geometrici, come gli storni che seguono lo stormo;
inesorabili, come le foglie cadute nel torrente;
inarrestabili, come le parole dette d’impulso;
semplicemente lasciarsi andare.
imparare a fidarsi
della vita, del fato, degli altri;
di noi stessi, del nostro cuore, della nostra mente;
fidarsi e lasciarsi andare.
Scrivere un curriculum
A volte mi imbatto in qualcosa di folgorante (spesso leggendo un libro, altre volte parlando con gli amici, oppure qualcosa che noto passeggiando…)
E su quel frammento elaboro idee che diventano pagine di questo blog. Questa volta sono rimasto senza parole, e ho deciso di riportare questa breve gemma, sperando che susciti anche in voi le mie stesse emozioni.
E’ uno scritto di Wislawa Szymborska una poetessa polacca che ci ha lasciato lo scorso primo febbraio (cliccate qui per saperne di più).

Scrivere un curriculum
Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
Il curriculum dovrebbe essere breve.
E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
E ricordi incerti in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza un perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
E ti evitassi.
Sorvola su, cani gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
E il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa,
che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che triturano la carta.
Tirannia
Che tiranno bastardo
è il nostro cuore.
Vince su tutto,
piega la volontà,
toglie la fame,
impedisce il sonno.
Ti consegna inerme
ad un carnefice incolpevole,
che ignaro giocherà con te.
Troppo diversa è la passione,
troppo diseguale il sentimento.
Scappare o soffrire?
Che tiranno bastardo
è il nostro cuore.
Provi ad ingannarlo
con i ragionamenti.
Provi ad anestetizzarlo
con poesie e parole.
Ma basta un battito in più
per renderti felice
e un battito mancato
per risvegliare l’angoscia.
E tu accetti cento miserie
per un istante di felicità.
Che tiranno bastardo
è il nostro cuore.
Ti trasforma come argilla:
Generoso un giorno,
crudele quello dopo.
Appassionato e freddo.
Vaghi nella landa dei sentimenti,
abbandonato dal lume della ragione.
E più sei perso, più ti perdi.
E fai perdere gli altri.
Che tiranno bastardo
è il nostro cuore.
Mille e una parola
parole che cesellano
che inquadrano, che spiegano
parole come sassi
per costruire ponti
che uniscano due mondi
sono i muri di parole
a rinchiudere le emozioni
nella mia anima già piena
parole senza eco
mi rimbalzano addosso
mi seducono e mi feriscono
una solitudine di parole
così dolorose, così vuote,
così senza senso
e io scappo nel silenzio
del vento e della notte
dove i suoni sono veri
solo i gesti possono parlarmi
di felicità raggiunte
di sospiri
di emozioni