Sono uno di quelli per cui il valore delle cose non è legato al valore materiale. E questo vale sia per gli oggetti che le persone. Io do grande importanza ai sogni, ai progetti, al valore ideale e simbolico.
Provo a spiegarmi meglio.
Ieri sera, finito di lavorare, sono tornato in albergo e sono uscito a correre. Era tardi, c’era buio, eppure le strade brulicavano di macchine e di persone.
Mentre mi avvicinavo al parco di Trenno, ho iniziato a pensare a quello che volevo fare. Al momento non ho obbiettivi sportivi, corro per restare in forma. Anzi per ritornare in forma. Correre è uno dei modi di affermare il controllo sul mio corpo, è piegare il mio essere ad un progetto di vita che ho per me stesso.
Ho deciso di dedicarmi ai bidoni.
Il circuito in asfalto di Trenno è lungo 4 km ed è punteggiato di cestoni per l’immondizia. Sono sparsi un po’ a caso, in prossimità delle panchine, distanziati a volte di una ventina di metri a volte di un centinaio. “Fare i bidoni” per me significa alternare un tratto di corsa veloce ad uno di recupero usando come partenza ed arrivo quegli affari verdi. Un metodo per stimolare muscoli, cuore e polmoni in modo non cadenzato.
Sono partito prudente. Oggi per me 4km di fartlek sono una sfida. Via via che mi inoltravo nel parco prendevo confidenza e spingevo di più nei tratti veloci. Un po’ baravo (lo confesso) cercando con gli occhi il bidone successivo e regolando il mio passo sulla distanza che mi separava da esso. Comunque ho terminato soddisfatto il mio anello e ho ripreso la strada verso l’hotel mantenendo una velocità dignitosa e, finalmente, facendo volare i pensieri.
Tra meno di una settimana esce il nuovo libro, “Niente panico, si continua a correre”, scritto ancora una volta con Giovanni Storti. Si tratta del seguito di “Corro perché mia mamma mi picchia” che tante soddisfazioni ci ha dato, compresa la vittoria del premio Bancarella per la letteratura sportiva.
Così sono finito a pensare alle coppe che ho vinto in vita mia e come nessuna di esse trovi spazio nella mia vita. Quella vinta da ragazzo ai campionati di canottaggio è stata buttata in uno dei traslochi, quella vinta alla Monza Resegone (quinta squadra mista) è a casa di un altro membro del team, e quella del premio Bancarella è a casa di Giovanni.
Più che le coppe a me piacciono i bidoni.
La coppa è un bel promemoria di quello che abbiamo ottenuto. I bidoni del parco sono un obbiettivo per quello che vogliamo ottenere.
Correvo e provavo a mettere ordine nella mia vita. Come per le coppe e i bidoni, riflettevo sul fatto che non bisogna fossilizzarsi su quanto si ha ma su quello che si desidera.
Mi piacciono le persone con una luce di desiderio negli occhi. Quelle che non si preoccupano di dove cenare alla sera ma di cosa fare da grandi. E quasi mai questo atteggiamento si fa mettere in gabbia dall’età.
Pensieri sparsi e 10 km a un buon ritmo. Non male per un martedì sera qualsiasi…
C’entra poco con la corsa, se non fosse che ad invitarmi è stato un amico che avevo conosciuto quando correva. Riccardo Taolin è stato una delle lepri più gettonate della maratona di Venezia e uno dei miei punti di riferimento in molti trail. Veneziano come me, seguendo il cuore si è trasferito in Valle d’Aosta qualche anno fa, così capita sovente che ci frequentiamo.
La corsa, tra i tanti benefici permanenti che regala, ti fa conoscere persone speciali.
Il pretesto per vedersi, questa volta, era la presentazione di un libro. Si tratta di Cadenze d’inganno, opera prima di Alessandro Sbrogiò. E’ un appassionante giallo che si svolge nell’ambiente della musica.
L’appuntamento era fissato alle 20:30 al castello di Introd. In lieve ritardo, ho lasciato la macchina nel parcheggio e seguendo una coppia mi sono incamminato nell’oscurità. Ho capito ben presto che ero finito nel cimitero del paese, ho fatto marcia indietro ed ho preso un altro vialetto che mi ha portato all’ingresso del vecchio maniero (risale al XII secolo, qui maggiori dettagli).
La sala del castello d’Introd (ph Franz Rossi)
All’interno mi attendeva una sala bellissima, affrescata con toni rossi, il soffitto in legno, un immenso caminetto che all’epoca scaldava le serate dei signori di Introd e che troneggiava alle spalle dei relatori.
Riccardo aveva invitato, oltre all’autore del libro, alcuni altri amici che fanno parte della Baroque Venice Orchestra (in effetti Alessandro Sbrogiò, Riccardo Taolin e i musicisti si erano conosciuti proprio mentre l’orchestra faceva i primi passi) così un quartetto d’archi si apprestava a far risuonare la sala della musica di Vivaldi.
Ed è stato subito magia. Sono stato trasportato in un’altra epoca, quando invece della televisione, le famiglie si dilettavano a suonare delle partiture di musica. Antonio Vivaldi, Wolfgang Amadeus Mozart, Johann Sebastian Bach e via dicendo.
Così, mentre noi del pubblico venivamo introdotti allo splendido mondo della musica barocca, Alessandro Sbrogiò ci dava qualche piccola anticipazione del suo libro, a partire dal titolo. Le cadenze, spiegava Sborgiò, sono le frasi musicali che chiudono un brano. Possono essere “perfette” e dare un senso di compimento o “d’inganno” e lasciare la porta aperta ad un nuovo brano.
Lui, musicista classico, aveva mutuato le tecniche musicali per la scrittura e nel romanzo, una serie di cadenze d’inganno strizzano l’occhio al lettore suggerendogli possibili finali (e colpevoli) e lo sorprendendono poi con sviluppi diversi.
La storia è ambientata nella Venezia dei nostri giorni, e più precisamente nel mondo della musica antica. Il lavoro filologico del musicista lo porta a cercare le partiture originali scritte dagli autori (e tutti i trattati di musica dell’epoca) allo scopo di ricostruire il più fedelmente possible il brano musicale. A volte capita di trovare dei manoscritti originali che aiutano in quest’opera di ricostruzione. A volte capita persino di trovare dei manoscritti di autori sconosciuti. Ed è questo che accade ad un direttore d’orchestra che, proprio mentre si appresta a far conoscere al mondo un antico musicista sconosciuto, perde in circostanze drammatiche il secondo violoncellista e a Sauro Parisi, protagonista del giallo, toccherà sostituirlo.
Di più non svelo, ma il romanzo (e la serata di presentazione) è l’occasione per essere introdotti in questo mondo nuovo, fatto di musicisti, di concerti e, ovviamente, di tutte le umane passioni.
Un bel libro, che scorre veloce e che ti tiene avvinto fino all’ultima pagina. Un’opera prima che ha vinto il Premio Lorenzo Da Ponte 2017 e che grazie a questa vittoria è stata pubblicata da Diastema Editrice.
La mia serata si è conclusa nella brasserie ai piedi del Castello, chiacchierando fino a notte inoltrata con i musicisti e con l’autore, confrontando ricordi veneziani e tradizioni valdostane, e mescolando grappe e liquori. Come dicevo, non c’entra molto con la corsa o con lo sport, ma ho scoperto che il terzo tempo del trail e del rugby è stato adottato anche dai mucisti barocchi.
Venerdì l’ho ritirato, e sabato mattina lo avevo letto. Perché Running Wild, il libro scritto da Markus Torgeby ed edito da Utet, si legge tutto d’un fiato. Esattamente nello stesso modo in cui l’autore vive.
Alla fine sì, è anche un libro di corsa, ma in un modo diverso da tante autobiografie che ho letto in passato.
Torgeby non è un campione (anche se, viste le velocità a cui viaggia, lo metterei tra gli amatori semi professionisti). Ma a lui non importa gareggiare, importa solo correre.
Un’autobiografia, dicevo, ma di una persona, non di un corridore. E proprio per questo ti tira dentro fin dalle prime pagine. Forse anche per quel po’ di curiosità morbosa che ci fa spiare attraverso la porta del vicino, per vedere cosa combina.
E Markus Torgeby di cose “particolari” ne fa parecchie. Fin da bambino, quando fatica a restare fermo in classe, e la maestra – tanto per garantirsi la sua attenzione – ogni tanto gli permette di fare tre giri di corsa intorno alla scuola prima di rimettersi al banco con gli altri.
Una storia estremamente umana e raccontata con il cuore aperto. Dalla malattia della madre che segna lui e la sua famiglia, a quel senso di irrequietezza che gli fa cercare di spingersi sempre un po’ oltre: magari a lanciarsi da una scogliera, o correre fino a sfinirsi, o – ed è questo il cuore del libro – ad abbandonare tutto e tutti e vivere per mesi in una sorta di tenda autocostruita in mezzo ad una foresta svedese.
Non si tratta di una fuga dagli altri ma un modo per cercare di capire come vivere. Come gestire il turbinio di sensazioni, paure, pensieri, emozioni che lo spingono a correre o sciare fino ad esaurirsi.
In Running Wild la corsa è omnipresente. Dopo aver visto una staffetta di atleti africani gareggiare, si innamora della loro falcata leggera e chiede di potersi allenare con loro. E parte per sei mesi in Tanzania, dove condividerà la vita di questi ragazzi, resitutendoci uno spaccato intenso della vita in un campus africano, dove correre è un mestiere che ti permette di avere un futuro diverso, ma che è mille miglia lontano da quello che possiamo immaginare noi europei.
L’esperienza in Tanzania, con tutti i problemi che ha comportato, compresa un’incipiente anoressia, tratteggiata e non dichiarata nel libro, segna il punto di maturazione di Markus Torgeby, che ha sperimentato (probabilmente) abbastanza e si sente pronto ad affrontare una nuova fase della propria vita. Una fase condivisa con una nuova famiglia, una fase in cui trova un equilibrio, ma che non cancella il percorso che ha fatto per arrivare fin lì, tanto che porta spesso i figli in quella radura dove ha vissuto intensamente la sua maturazione.
Una storia potente. Una storia estremamente “umana”, che ci permette di specchiarci negli impulsi di Torgeby, e di misurare la nostra voglia di realizzarci contro tutto.
Avevo titolato il mio ultimo post, quello in cui raccontavo lo strano percorso attraverso il quale questo libro mi aveva raggiunto, “Il cuore del corsaro”. Era stata una capriola carpiata, avevo un titolo in svedese (lingua che non conosco assolutamente) e avevo usato Google Translator per arrivare ad una versione inglese (The raider’s heart). Poi un amico che lo svedese lo parla mi ha spiegato che significava “Il cuore del corridore”.
Però le parole a volte seguono percorsi strani per arrivare a svelare significati inattesi. Credo che Markus Torgeby sia un corsaro: un uomo che vive intensamente, al di fuori delle regole e delle convenzioni. E poi è evidente la radice “corsa” nella parola “corsaro” (anche se so bene che di altre corse si trattava) e mi piace pensare che anche lui amerebbe essere definito così.
Leggete, leggete, leggete. E fatemi sapere cosa ne pensate.
Nel maggio 2015, nell’ambito della trasmissione “Oltre il limite”, ero andato a Goteborg a correre la mezza maratona.
Di quella città (e di quella gara) ho ricordi diversi e tutti intensi (sia nel bene che nel male). Arrivandoci in aereo notavi come fosse completamente circondata da foreste, e anche in automobile (tra aeroporto e città) avevo apprezzato quanto fosse selvaggia la natura che la circondava
Una volta dentro la città, invece, avevo scordato la Natura e apprezzato gli abitanti: mi sembravano tutti giovani, in salute, in forma. Amavano mangiare e bere (i locali erano tutti pieni) ma al contempo si muovevano in bicicletta, la città era disseminata di campi da basket, di circuiti per gli skateboards… insomma una sensazione più che positiva.
Il giorno della gara era stata una sorpresa: erano così tanti i partecipati (oltre 50mila credo) che si partiva ad ondate come a New York, salvo che mentre ero allineato sulla mia linea di partenza ho visto arrivare i primi concorrenti (sotto l’ora). Sul percorso era pieno di famiglie che incitavano i corridori, che ti invitavano a fermarti a bere una birra, che facevano festa ignorando del tutto la gara.
Purtroppo dovevamo correre e allo stesso tempo registrare la puntata della trasmissione, così non me la sono goduta come avrei voluto. Inoltre il vip con cui correvo, Alex Belli, aveva avuto un problema fisico, così dovemmo camminare per lunghi tratti (ho chiuso la gara in oltre tre ore, buon tempo per una maratona, peccato fosse una mezza!) La delusione era stata così tanta, che il giorno dopo, mentre gli altri dormivano, ero tornato sul percorso e lo avevo rifatto nel mio allenamento giornaliero. Altri tempi!
Dopo la gara, mentre visitavo il quartiere generale degli organizzatori della mezza maratona, mi aveva colpito la copertina di un libro le cui copie riempivano alcuni scatoloni.
Era il primo piano, intenso, in bianco e nero, di un uomo. Era scritto in una qualche lingua nordica, altrimenti me lo sarei fatto regalare, ma feci una foto con il cellulare e mi ripromisi di cercarlo.
Tutti questi ricordi sono emersi oggi perché sul sito di La Repubblica del Runners si parla di Running Wild, un libro (questo il link) scritto da Markus Torgeby, un atleta svedese che ha deciso di abbandonare tutto e, ispirato dal celebre Walden di Thoreau si era ritirato nei boschi del suo paese e aveva vissuto di poco o niente.
Ho cercato nel mio cellulare e ho ritrovato la foto rubata oltre tre anni fa e, coincidenze misteriose, era proprio lui. Ovviamente ho chiesto a Maria Teresa, la mia libraia di fiducia, di procurarmene una copia… leggerò e vi dirò.
Nel frattempo, proverò a ripercorrerne le tracce questa sera, durante la mia uscita serale in montagna con gli amici del gruppo Dis’ciùles.
Ieri sono andato ad assistere alla presentazione di un libro uscito solo 15 giorni fa.
Lo avevo letto in anteprima, Patrick Trentini, l’autore, mi aveva contattato per un parere preliminare, quando il libro era ancora un manoscritto in fase di editing da parte della casa editrice (Reverdito).
Tendenzialmente non leggo manoscritti, ma in questo caso mi aveva colpito il progetto. Patrick è un pianista che corre. Di solito si esprime componendo brani musicali, in questo caso aveva scelto di scrivere (era il suo primo libro) e di accompagnare ogni capitolo con un brano in un nuovo cd allegato al libro.
Parole e musica. In pratica due dei linguaggi che amo di più, mescolati per convogliare delle storie sul terzo linguaggio che prediligo: la corsa…
A volte corro piano, già dal titolo svela il senso. Racconta l’esperienza di Patrick Trentin, il musicista, il runner, l’uomo.
Ieri alla presentazione ero curioso di conoscerlo personalmente, di vedere se il personaggio che mi ero creato in mente leggendo il libro era lo stesso che avrei incontrato.
Patrick era reduce dalla 100km del Passatore. La sua prima 100, e l’esperienza aveva lasciato il segno.
E ho ritrovato la stessa persona che era uscita dalle pagine. Secondo Patrick, è proprio questo quello che cerchiamo nella corsa. Delle cicatrici che diano senso a quello che siamo. Delle esperienze significative e sfidanti, che ci permettano di prendere le misure di noi stessi.
Leggete il libro mentre ascoltate in sottofondo la sua musica.
Trasmette passione. Trasmette a tutto tondo il carattere dell’autore: un uomo determinato, abituato a imporsi una disciplina rigida (non è un caso che si cimenti anche nelle arti marziali), un uomo che sceglie dove andare ma ha l’umiltà di farsi guidare dal proprio destino.
PS: per tutti quelli che pensano “Non se ne può più! Un altro libro sulla corsa…” Abbiate fede, si parla di musica, di corsa, di umanità… sono 19 euro davvero spesi bene
Faccio parte di quella generazione convinta che per ogni problema esista un libro dove trovare la soluzione.
La generazione che ha divorato manuali su qualunque argomento, salvo poi liquidarli con cinico fatalismo e affidarsi per trovare consiglio su problemi pratici a romanzi e racconti.
Ecco che, proprio mentre sto mettendo a punto tutti i particolari per la maratona di New York, ricevo l’invito alla presentazione di un libro e resto folgorato dal titolo “La scienza del respiro” rinforzato da un altisonante sottotitolo “Da uno scienziato e campione di apnea la ricetta per dire addio allo stress e vivere appieno“.
La copertina de La Scienza del respiro di Mike Maric
Come resistere? Ho letto il libro tutto d’un fiato (mi si perdoni il facile gioco di parole) e ho trovato molti spunti interessanti.
Intanto la fisiologia del respiro che, per quanto ognuno di noi abbia un’infarinatura risalente alla scuola sul sistema polmonare e sappia cosa siano trachea e alveoli, rimaneva un mondo da scoprire. Quanti litri d’aria respiriamo? Quanti respiri facciamo al minuto e perché? Cosa c’è nell’aria di cui ci riempiamo i polmoni?
Poi tutta una serie di curiosità. Dalla quantità di ossigeno presente nel sangue e della minima porzione che ne sfruttiamo al volume di muco che produciamo in un giorno (è un litro e viene spiegato cosa serve e che fine fa!).
Infine la cosa più importante: come il respiro modifica la qualità della nostra vita. E come influenzi le performance sportive e, più in generale, lavorative e di ogni giorno.
A guidarci in questo viaggio è Mike Maric. Un professore di patologia forense, sì quelli di CSI e delle serie tv. Uno scienziato, dunque, ma con un passato di sportivo (campione mondiale di apnea nel 2004) e un presente di preparatore di grandi campioni (cito Pellegrini e Magnani perché forse i più noti, ma la lista è lunghissima).
Il libro prende le mosse dal vissuto dell’autore. Esperienze di vita sportiva (e non) che lo hanno portato ad esplorare con puntiglio accademico le tecniche del respiro e come queste ci influenzino. In La scienza del respiro ci sono delle vere e proprie lezioni su come fare esercizi per migliorare specifici aspetti di questa funzione che ci aspetteremmo essere la più naturale ma che scopriamo poter essere corretta ed allenata. Il tutto condito da notazioni scientifiche puntuali, alcuni aneddoti e molte stimolanti riflessioni. Non solo un manuale, quindi, ma molto di più.
Il libro mi è piaciuto. Molto. Alla fine sono anche andato alla presentazione, incuriosito dal personaggio ed attratto da alcuni paralleli personali (la sua famiglia proviene da una zona che conosco bene e Maric andava in vacanza al mare a pochi chilometri da dove anch’io ho passato le estati dell’infanzia).
Così in un tardo mercoledì pomeriggio mi sono trovato in faccia al Duomo di Milano ad ascoltare la più curiosa presentazione di un libro cui mi sia capitato di partecipare.
A tenere banco Marco Bianchi, scienziato del cibo, autore della prefazione e “mentore” letterario di Maric (anche se è curioso pensare a Marco come mentore di Mike viste le età). Sono due amici e l’intera presentazione è filata via come una serata in compagnia intorno al tavolo della cucina. Uno che faceva i complimenti all’altro, che a sua volta si schermiva e rilanciava sul primo. E poi una serie di applausi e ringraziamenti ai molti amici presenti in sala, da Igor Cassina in poi si contavano svariate medaglie olimpiche e titoli iridati nelle più diverse discipline sportive.
Chiudo con una riflessione che prendo a prestito da La scienza del respiro.
Se è vero che siamo quello che mangiamo è anche vero che quello che respiriamo e il modo in cui lo facciamo influisce sul nostro equilibrio.
La parola chiave è – come sempre – consapevolezza.
E questo manuale aiuta in modo piacevole a raggiungerla anche per quell’atto che compiamo inconsciamente 20.000 volte al giorno.
La scienza del Respiro, Mike Maric Edizioni Vallardi, pag. 221, euro 14,90
PS una quota del prezzo di copertina è devoluto alla Fondazione Umberto Veronesi
Ho avuto la fortuna di poter leggere in anteprima “Non ci resta che correre” di Biagio D’Angelo (Rizzoli, 18 euro) che trovate in tutte le librerie (qui la recensione pubblicata su Repubblica).
Un po’ per curiosità, un po’ perché tra runners milanesi ci si conosce tutti, ho cercato Biagio D’Angelo e ho scoperto che siamo amici su FaceBook (potere del social network!) Così, detto fatto, ci siamo organizzati per fare una chiacchierata.
Biagio, devo dire che dopo aver letto il tuo libro, mi sembra di conoscerti. O tu e il protagonista di “Non ci resta che correre” non vi assomigliate per niente? “Beh, è chiaro che c’è molto di me nel personaggio, diciamo che è uno che mi assomiglia moltissimo. Ci sono alcuni dei protagonisti del libro, di cui racconto la storia, che sono persone reali che inserisco nella trama. Un buon esempio è Fabrizio Cosi, quello che scrivo di lui è tutto vero, tranne il fatto che ci siamo incrociati alla Milano Relay Marathon… ma è il dettaglio meno importante”
Ecco, uno dei tratti più avvincenti del tuo romanzo è che racconti di alcune persone (e di alcuni luoghi) che sono facilmente riconoscibili tra i runners, specialmente quelli lombardi, e le loro storie si intrecciano con una trama verosimile ma inventata. Insomma leggendo non si capisce mai dove finisce il romanzo ed inizia la realtà. “Grazie. Questo era un po’ la mia intenzione. La corsa è entrata nella mia vita quando, da spettatore, ho assistito alla maratona di New York. E questo lo racconto fedelmente. Quel giorno era come se ognuno fosse lì a raccontare la sua storia. E in quel momento ho capito che anch’io avrei voluto essere dall’altra parte delle transenne.”
Così inizia il tuo rapporto con la corsa. “Certo. Tutti i passaggi obbligati, dal restare senza fiato dopo pochi minuti all’incontro con amici che ti danno i primi consigli e ti accompagnano nel tuo percorso da neofita. E poi il fuoco che arde sempre di più, la sveglia presto la domenica mattina per andare a correre, il ritrovarsi in una tribù che condivide passione e linguaggio… oltre a tutta una serie di piccole manie”
Biagio D’Angelo alla maratona di Amsterdam
E di nuovo è facile per ogni runner riconoscersi in questa descrizione. Ma è stato facile passare dalla vita vissuta al racconto? “Scrivere un libro, almeno per me, è molto simile al correre la maratona. E’ un sogno nel cassetto, anzi più che un sogno un progetto che continuavo a rimandare. Poi ho riflettuto sul fatto che quella passione per la corsa che mi ha preso circa quattro anni fa era condivisa da sempre più gente e forse era arrivato il momento di mettersi in gioco e provare a raccontare questo mondo”
E così hai fatto. Altre analogie tra scrittura e maratona? “In effetti sì – Biagio ride – Non puoi preparare una maratona se non decidi di impegnarti a fondo correndo con regolarità. Io ho fatto lo stesso con la scrittura. Ogni giorno per quattro mesi mi sono imposto di scrivere tutti i giorni, anche fosse solo una riga. Questa cosa per quattro mesi è diventata la cosa più importante della mia vita, quella attorno cui ruotava tutto. Proprio come quando uno prepara una maratona. E alla fine, eccoci qui”
Raccontami un po’ di te. Sei uno sportivo prestato alla corsa? “Hai presente che si dice che la corsa la possono praticare tutti? Ecco io sono la dimostrazione vivente che questo assunto è vero. Sono l’antisportivo per eccellenza, mai riuscito a far nulla di buono nello sport, fin da piccolo…”
Poi New York… “Esatto. New York mi ha fatto capire che la corsa non è solo fatica (anche se ce n’è parecchia) ma anche condivisione di una passione, partecipare a una festa. Domenica scorso ho preso parte alla DeeJay10 a Milano. 35mila persone che corrono. E non ci sono solo i maniaci della corsa, è un modo di condividere qualcosa che ti fa stare bene.”
Una cosa che appare chiara leggendo Non ci resta che correre, è che tu sei una persona con grandi passioni. Ad esempio, quando racconti di Milano e delle corse lungo il Naviglio grande, o l’alba attraversando il centro. “Il mio rapporto con Milano è particolare. Da bambino sono cresciuto qui, poi i miei sono tornati in Sicilia ed io con loro, fino a quando sono rientrato a Milano da adulto. E’ una città non facilissima da comprendere, ma quando scatta l’amore è per sempre.”
Molto interessante anche il tuo rapporto con la musica, ascolti un po’ di tutto. “Di nuovo, è il percorso standard del neofita. Si inizia a correre con le cuffie e ci si spara qualcosa che ti tenga sveglio o ti dia il ritmo. Poi inizi ad ascoltare te stesso. A me piacciono molti generi musicali, dal jazz alla musica leggera, e ho una grande passione per la musica classica. Credo che non CI sia contraddizione: tutta la bella musica parla al cuore e prima o poi finisce per toccare il corpo. Correre con la musica certe volte è un po’ come ballare.”
Ecco ritornare un concetto che esponi a proposito di maratona. “Sì, nel libro dico che correre una maratona è un’impresa così stupidamente umana e sovraumana insieme. E lo credo fermamente. Chiunque può impegnarsi per riuscire a correre i 42,195 (quindi è a misura d’uomo) ma è una dimensione sovraumana proprio perché ai limiti dell’incredibile. Eppure i maratoneti, soprattutto quelli che arrivano dopo le quattro o cinque ore, riescono a fare qualcosa di grande.”
Quindi è la maratona che ti ha rubato il cuore. “Devo dirti che nutro un grandissimo rispetto per la maratona. Correrla è stata una delle cose più belle che ho fatto… ma adesso sto avvicinandomi al mondo del trail, della corsa in natura, e devo dire che lo trovo molto affascinante. Se la maratona ti appaga (attraverso la fatica) nel raggiungimento di un obiettivo che ti sei posto, il trail (pur sempre faticoso) è proprio divertimento allo stato puro. Arrancare lungo le salite, correre in discesa, attraversare i boschi, scoprire paesaggi nuovi…”
Così si è conclusa la mia chiacchierata con Biagio D’Angelo, con la conferma già percepita durante la lettura del suo Non ci resta che correre, che abbiamo davvero tante cose in comune.
Ho sempre pensato che ogni viaggio debba avere anche una componente “letteraria”. Non me la sto tirando. Semplicemente, oltre alle guide del posto, cerco di leggere qualche romanzo o racconto legato al posto che vado a visitare.
Così, a sei settimane dalla New York City Marathon, ho selezionato alcuni libri che riempiranno le mie giornate di riposo dalla corsa.
Ovviamente New York è New York, così ci sono migliaia di libri ambientati nella città per antonomasia. Potevo scegliere a caso, cercando su Google “romanzo New York”, ma ho preferito scegliere un punto di vista particolare, un autore che sto seguendo da qualche tempo, mi riferisco a Paolo Cognetti, autore di “Le otto montagne”, un romanzo affascinante sull’amicizia e sul senso del vivere in montagna (tra l’altro vincitore del Premio Strega 2017). Cercavo l’occhio del viaggiatore, sapevo che Cognetti aveva vissuto a New York per un periodo, così sono andato quasi a colpo sicuro.
Due dei tre libri che ho selezionato per accompagnarmi verso New York
Due sono stati facili da reperire, il terzo arriverà a giorni. Nel weekend si inzia anche questa particolare fase della preparazione all’appuntamento di inizio novembre.
Perché in fondo io ho bisogno anche di questo. Devo creare una cornice più ampia nella quale inserire il mio correre. Voglio sapere cosa sono i cinque quartieri che attraverserò durante la gara. Voglio sapere chi ci abita, le loro storie.
Correre per me è sempre stato, prima di tutto, un modo di esplorare. Lo faccio con le gambe, ma al tempo stesso con occhi e orecchi spalancati, con cuore aperto e mente sveglia. Perché non di sole ripetute vive l’uomo!
Naturalmente vi racconterò come mi sono sembrati i libri. E magari aggiungerò la mia personale testimonianza su New York nelle settimane successive alla gara.
Nel frattempo so come impegnare le serate in cui il coach mi ha detto di riposare.
Sono stato fulminato, tra Jakarta e Kuala Lumpur, da un bellissimo libro di Eric-Emmanuel Schmitt, un francese con il nome tedesco, autore tra tanti altri bei libri di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Una perla. Leggetelo.
Ci sono tantissimi pensieri rinchiusi delicatamente in frasi che ti affascinano. Tra essi un passo sul viaggiare.
In buona sostanza il vecchio Ibrahim mentre viaggia per tornare a casa chiede a Momo di non usare le autostrade perché “sono buone per gli imbecilli che vogliono andare il più velocemente possibile da un punto all’altro. Noi non facciamo della geometria, noi viaggiamo”.
Ho trovato molto dello spirito trail in questo passaggio.
Naturalmente la mia preferenza è viziata dal fatto che io lento ci vado non per scelta ma per necessità. Ma alla fine la scelta del sentiero rispetto alla strada o alla pista sta proprio nella frase del vecchio Ibrahim.
Mamma mia che freddo. Fritz sembrava immune e zampettava tranquillo al suo fianco. Ma Ilaria si stringeva le braccia al petto cercando di trattenere quel po’ di calore che aveva dentro. “Non posso ammalarmi – pensò – almeno non questa settimana”. Nel weekend sarebbe tornata a correre una maratona dopo quasi tre anni in cui non gareggiava. Ma i compagni di allenamento l’avevano coinvolta in questa trasferta pazza che culminava con la gara. Tre giorni in giro in auto per l’Italia…
Fritz si era fermato, annusava intorno cercando il posto che lo ispirasse di più. Ilaria lo osservava nervosa e nonostante stesse spostando il peso da un piede all’altro, il freddo di quella notte le entrava dentro attraverso le suole delle scarpe. Il cane iniziò a girare su se stesso e lei distolse lo sguardo, era convinta che Fritz si vergognasse, che se si sentiva osservato non riusciva a farla velocemente. E lei aveva fretta di ritornare nel calore della sua casa.
Una macchina entrò a gran velocità nella stradina accanto al parco, i freni stridettero mentre si bloccava proprio davanti al suo portone. La portierà si spalancò di colpo e dall’auto eruttarono all’unisono il ritmo sincopato di una musica e una ragazza che urlava tutta la sua rabbia verso il guidatore. Si fermò, si girò un attimo tanto per gridare “Ma vattene a fare in culo, stronzo!” e, senza richiudere la portiera, la ragazza si avviò verso il portone. Solo allora Ilaria la riconobbe.
I capelli erano stati piegati in modo da sembrare ancora più corti ed avevano delle sfumature viola/azzurre; la bocca era marcata da un rossetto scuro, forse nero; la gonna era così corta che le gambe sembravano lunghissime, fasciate da un paio di leggins con disegni astratti. Trascinava la giacca quasi a terra, mentre cercava rabbiosamente nella borsetta le chiavi di casa. Ad Ilaria sovvenne la bambina timida che si nascondeva dietro la vicina di casa nelle poche volte che si incrociavano sulle scale. Erano passati solo pochi anni, eppure guarda come si era trasformata. Di riflesso iniziò a pensare a come fosse cambiata lei negli ultimi cinque anni.
Un brivido le salì lungo la schiena, non sapeva se fosse il freddo o l’improvvisa consapevolezza del Tempo. Ricordava un vecchio proverbio che sua nonna citava sorridendo “Ad essere giovani si impara da vecchi”. Quel retrogusto amaro delle cose scivolate via. E sopra ogni altro pensiero, il figlio che aveva sempre pensato dovesse arrivare e che mai sarebbe arrivato.
Quasi avesse percepito il turbamento della sua amica, Fritz le trotterellò accanto e alzò il muso nero per osservarla. “Che dici? Possiamo andare a casa ora?” si avviò verso il portone stringendosi nel cappotto. Le gambe intorpidite dal freddo e il passo reso incerto dalla patina di ghiaccio che faceva scrcchiolare la ghiaia del sentiero.
Si constrinse a pensare ai dettagli del viaggio che l’aspettava, a cosa doveva mettere in valigia, alle pratiche da concludere l’indomani in ufficio per non lasciare nulla in sospeso. Era stata a lungo indecisa se invitare o meno Paolo. Non era un corridore, anzi lo aveva anche visto fumare, però era intrigata da quella strana storia che non si decideva a decollare. Forse avrebbe dovuto, ma ormai era troppo tardi. Un’altra occasione persa.
Decise di mettere in valigia anche quel vecchio libro che l’insegnante di lettere del liceo le aveva fatto amare, Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Possedeva ancora la copia sulla quale aveva studiato trent’anni prima. Le pagine sgualcite dai tanti viaggi casa-scuola-casa. Le note a matita scritte sui margini bianchi, inframezzate da disegnini figli della noia e da nomi di vecchi amori. E quella frase che l’aveva colpita così tanto, ricopiata sul frontespizio quasi fosse una dedica: Tutto ciò che non bastiamo da soli a compiere, diminuisce la nostra libertà