E gli altri?

Dico sempre che corsa e vita si somigliano, ma spesso la corsa è la bella copia della vita.

Stamattina vedo il tweet di Beppe Sala che celebra l’accensione in Galleria dell’albero Swarovski.
Di seguito leggo una serie di commenti tra i quali spiccano quelli sarcastici nei confronti di Virginia Raggi e di Roma.
Anche se è vero e se Milano è gestita meglio di Roma (per merito del sindaco ma anche e soprattutto della mentalità efficentista dei milanesi), non comprendo questa necessità di usare il successo di uno per denigrare un altro.

E’ un vizio diffuso a tutti i livelli.

Il politico di turno gongola non per l’aver fatto una buona legge ma per aver eliminato una legge fatta da altri.
(E al contrario non si preoccupa di risolvere un problema ma solo di evidenziare gli errori dell’altra parte politica che lo hanno provocato).

Quando fai notare ad una persona che sta commettendo un atto sbagliato, immediatamente si difende con un “lo fanno tutti”.
(Però, al contrario, non si ispirano ai gesti positivi o generosi degli altri, minimizzandoli con un “facile per lui che è ricco… famoso… bello…”)

Invece se in una corsa arrivi ultimo, non accampi scuse tipo “è colpa degli altri che non mi hanno aspettato”.
L’unica cosa che conta è quello che hai fatto tu.
Vale per la corsa e per la maggior parte degli sport (anche se ho notato una preoccupante ascesa dell’incolpare i compagni negli sport di squadra).
E dovrebbe valere per la vita.

Ieri sera sono andato al cinema e ho visto Bohemian Rapsody (bellissimo!).
Come sapete è la storia dei Queen e di Freddie Mercury (“io non sono il leader dei Queen, sono il solista”) un genio assoluto.
Mi ha colpito, come sempre mi accade quando leggo o vedo biografie di grandi persone, questa sua continua, spasmodica, tensione a migliorarsi, ad aprire nuove strade, a realizzare se stesso.
Qualcuno potrà notare un ego spropositato che lo ha reso cieco di fronte alle critiche altrui.
Io vedo un uomo che traccia la sua strada senza accampare scuse per risparmiarsi.

Allora, come mai siamo sempre così veloci a guardare cosa fanno gli altri invece che concentrarci su migliorare noi stessi?
E soprattutto dove ci porterà questo atteggiamento?
Io pavento una lunga discesa all’inferno invece che una trionfante salita all’empireo.

Ma c’è ancora tempo per invertire la tendenza.

Agli altri dovremmo pensare quando si tratta di dare, non quando si tratta di criticare.
Natale è alle porte, spero tanto che Babbo Natale ci porti meno regali, meno critiche gratuite, e una confezione magnum di voglia di migliorarci.

Qualcuno con cui correre

Ci sono dei concetti che nel mondo del marketing sono stati acclarati.
Se io produco, unico in Italia, la Grappa di Papà Franz e la vendo attraverso dei negozi, devo applicare a tutti i miei rivenditori lo stesso prezzo.
Posso decidere di vendere il mio prodotto direttamente, ma il prezzo di listino dev’essere lo stesso che applico ai miei rivenditori, altrimenti ottengo solo un boicottaggio da parte di questi ultimi.

Se ho la fortuna di avere la legge dalla mia parte, “L’unico ammazzacaffé che si può bere in Italia è la Grappa di Papà Franz (art.1 del ddl 666/1964)” allora posso fare il bello e il cattivo tempo, ma devo rispettare i miei rivenditori.

Questa cosa è chiara a tutti, ma non alla FIDAL.

Qualche anno fa si è inventata la RunCard che doveva essere un incentivo ad affiliarsi.
Durava un anno, costava poco (rispetto all’iscriversi ad una società podistica) e doveva garantire le iscrizioni alle gare (una disamina, meno negativa della mia, nell’articolo di Marco Raffaelli).

Adesso è diventata solo uno strumento per fare soldi.
La puoi rinnovare quante volte vuoi.
La comperi alla Decathlon (qui il link) al prezzo di 20 euro (30 con un buono sconto di 10 euro da spendere in negozio).
Genera problemi al momento delle iscrizioni alle gare perché boicottata da organizzatori (e in generale poco funzionante).

E, soprattutto, ha un peccato originale: uccide le società sportive.

Le ASD vivono esclusivamente grazie alle iscrizioni dei soci.
Mediamente chiedono 70 euro all’anno (6/7 euro al mese) per darti l’affiliazione alla FIDAL, una divisa con cui gareggiare, una serie di appuntamenti e persone con cui correre.

Se la FIDAL si mette a far concorrenza alle società ottiene solo il più grosso autogoal della storia.
Se poi lo fa per meri motivi economici è doppiamente condannabile.

L’associazionismo (specialmente quello sportivo) in Italia è il vero motore attraverso il quale lo sport (e la cultura) vengono promossi e diffusi.

Ed è per questo che puzza da morire vedere che la Federazione che unisce atleti e società sportive, di fatto lavora contro le società sportive stesse.
Viene da chiedersi se, una volta fatte fuori le società, chiederà agli atleti più soldi o magari di gareggiare di meno per non generare troppo lavoro ai sistemi di controllo.

Noi che corriamo abbiamo un’unica arma a nostra disposizione: iscriviamoci alle società sportive.

Facciamolo anche quando non frequenteremo troppo la sede e gli eventi.
Facciamolo anche quando ci costa il doppio (in fondo la differenza è poco più di un paio di caffè al mese).
Facciamolo con il sorriso sulle labbra: sono le società sportive che hanno reso possibile e rendono possibile partecipare alle tante manifestazioni (dalle non competitive alle maratone).

Suona strano parlare di senso civico in quest’era.
Ma anche il senso sportivo è ormai perduto?

Di biciclette, libertà e politica

Finita l’estate si ritorna alla routine lavorativa che per me prevede, tra le altre cose, passare sovente da Milano.

Amo questa città, la sua energia, la sua voglia di rinnovarsi che l’ha portata ad essere la città più moderna del nostro Paese.
Milano è all’avanguardia in molte cose, e tra queste la mobilità 2.0.
Trasporti pubblici efficaci e sistemi alternativi moderni: car sharing e bike sharing.

Correndo all’alba mi capita spesso di vedere le biciclette delle varie compagnie nei luoghi che frequento di più.
Ci sono tre società che offrono il servizio, BikeMi (la prima arrivata, con le biciclette gialle e il simbolo del Comune di Milano sul parafango), Mobike (biciclette avvenieristiche, alluminio e plastica arancione, compatte e con una serie di accorgimenti tecnologici innovativi) e OFO (biciclette sempre gialle ma dalla forma classica).

Diverso anche il modo d’utilizzo.
Le BikeMi (previo pagamento di un abbonamento annuale) vanno prelevate nelle apposite rastrelliere e lasciate nelle rastrelliere. C’è un’app (ormai c’è un’app per ogni cosa) che ti dice dove sono le rastrelliere con bici a disposizione (o posti bici vuoti dove riportarla) più vicine a te.

Le altre due, invece, prevedono di prendere la bicicletta a te più vicina (attraverso un’app che ti segnala la posizione) e di lasciarle dove smetti di utilizzarle (stile car sharing, per intenderci).

A fondamentale parità di costi (forse un po’ più caro il primo) il modello di business vincente sembrerebbe essere il secondo: maggiore libertà (trovi  le bici più vicino a te e le lasci dove vuoi) e costi minori. Successo garantito!

Ed invece no.
Nel lungo periodo a vincere è la BikeMi.
Quello che nessuno aveva previsto è il degrado del senso civico (persino nella civilissima Milano).

Le persone che usano le biciclette di Mobike e Ofo non rispettano le minime regole del buon senso.
C’è chi, una volta arrivato sotto casa, lega la bicicletta al palo o la mette dentro un cortile privato (rendendola inaccessibile al prossimo utente ma garantendosi di trovarla al mattino dopo).
C’è chi ruba la bicicletta non per usarla ma per compiere uno scherzo (appenderla ad un albero, gettarla nel Naviglio, imbrattarla con una vernice colorata).

Sembra così stupido: danneggi un servizio che è comodo a tutti. Ottieni un divertimento cretino per 5 minuti e, di fatto, rompi le scatole agli altri possibili utenti.
E’ la stessa miopia di quel marito che si evirò per fare un dispetto alla moglie.

Così Ofo e Mobike faticano a stare in piedi, mentre la più rigida BikeMI (che ha anche il deterrente che dal momento in cui stacchi la bici dalla rastrelliera a quando la riporti c’è un tassametro che corre e una tariffa che viene addebitata sulla tua carta di credito) spopola.

La regola che se ne deduce è che non siamo fatti per essere lasciati liberi.

Naturalmente il pensiero si allarga.
La totale mancanza di senso civico (che poi è senso della comunità) ha fatto sì che arrivassimo alla attuale situazione politica, dove si risponde alle domande per l’immediato e si dimentica la progettualità per il futuro.
Dove si premiano gli interessi dei singoli a discapito del bene comune.

Non è complicato da capire che, in una società complessa come quella umana, badare costantemente ed esclusivamente al proprio orticello significa che oggi e magari domani otterremo dei piccoli benefici, ma dopodomani perderemo tutto.

L’individualismo sfrenato ha raggiunto il suo apice.
Una volta si premiavano i singoli che si mettevano in luce (si parlava di persone egregie che viene dal latino, ex gregis, che escono dal gregge).
Oggi, per non scontentare nessuno, celebriamo con  falsi premi (i like su FaceBook, ad esempio) tutti quanti indistintamente, a prescindere dal loro valore.
E’ il trionfo della quantità sulla qualità, della massa sull’eccellenza.

Così il barista si sente in diritto di bacchettare il Ministro dell’Economia, l’impiegato spiega al chirurgo come operare, e tutti insieme critichiamo l’allenatore della Nazionale di volley (gioco che fino a ieri nessuno calcolava) per le scelte tecniche.

Siamo fatti così.
Quando noleggiamo le biciclette e quando andiamo a votare.

La politica dovrebbe aiutarci a migliorare, ma è molto più facile istigare i nostri istinti più bassi alla ricerca di un facile consenso e, incassati i voti necessari, consegnare ai nostri figli una situazione peggiore di quella attuale.

Va beh, chiedo scusa, mi sono fatto prendere la mano.
Meglio finire il mio giretto di corsa…

Un giorno

Un giorno proverai
cosa vuol dire essere soli.
Così soli, da bramare
un messaggio, una parola.
Così soli, da temere
di scordarsi di esser vivi.
Così soli, con il libro ed il bicchiere
a tenerti compagnia.

Tu oggi magari aneli
ad una nuova solitudine,
confondendo l’esser soli
con l’idea di libertà.
Ma domani scoprirai
quanto possano mancare
i silenzi di tuo figlio,
o le ansie per un suo ritardo.

Ed allora capirai,
ma sarà già troppo tardi
per rispondere ai messaggi
e colmare il mio esser solo.
O invece scorderai,
come ahimé spesso succede,
le parole del mio cuore,
attenta solo alla tua voce.

Così me ne resto qui,
inaridito dalla vita.
Come un tronco rinsecchito
che si staglia contro il cielo
a combattere col vento
confondendo ancora e ancora
la sua forza e la sua rabbia
con un voto di compagnia.

La difficile arte del titolista

Non è facile racchiudere in due righe il senso di un articolo. E lo è ancor di più quando il tuo social manager fa pressione per titoli che attirino l’attenzione (clickbaiting) del distratto lettore del web.

Ma si rischia grosso.

E’ capitato a Repubblica (e a molti altri giornali) a proposito della sentenza della Cassazione relativa al caso dello stupro di una donna alterata dall’alcol.

Il senso della sentenza (come spesso accade se a parlare sono i giudici) è non solo corretto ma anche eticamente condivisibile: hanno confermato che nei casi di abusi sessuali, se gli stupratori si avvalgono di armi o violenza fisica o sostanze (tra cui l’alcol) per riuscire più facilmente a forzare una donna bisogna applicare un’aggravante della pena.

Ma se la donna ha bevuto volontariamente e quindi non è in grado di difendersi, vale in toto l’accusa di violenza sessuale per cui gli stupratori saranno condannati, ma non si può applicare l’aggravante dell’alcol.

Si parla dell’uso dell’alcol come strumento per stuprare (che è inapplicabile) e non dell’aggravante dovuta all’essersi approfittati di una persona momentaneamente non presente a se stessa.

In quest’epoca in cui basta poco a scatenare gli istinti, c’è subito stato un coro unanime e bipartisan di biasimo per la sentenza.

Io vorrei che ci fosse un’altrettanto violenta reazione per ogni caso di stupro. Ancora oggi non c’è abbastanza attenzione alle violenze (verbali e fisiche) di cui le donne sono oggetto.

Incolpevolmente. Sempre e comunque.
Ho visto un bel grafico che indicava la principali cause di stupro: abiti provocanti, atteggiamenti disinibiti, alcol… ma erano tutte a percentuale zero. Il 100% delle ragioni di uno stupro sono gli stupratori.

E la sentenza della Cassazione non ha detto nulla di diverso da questo.

PS di seguito i link dell’articolo intero da cui (faticosamente) si evince il senso che ho testé raccontato.

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/16/news/cassazione_stupro_gruppo_alcol-201944316/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P3-S1.6-T1

Il mondo è un palla

Non sono un grandissimo appassionato di calcio.
Seguo i risultati della mia squadra e quelli della Nazionale, ma se devo scegliere tra fare un’uscita con gli amici e guardare una partita non ho mai dubbi, chiudo la porta ed esco di casa.

Ho iniziato a seguire questi campionati mondiali con poco interesse, ma ben presto mi sono trovato sempre più coinvolto.

E’ un po’ come seguire il Giro d’Italia, ogni giorno che passa ci sono nuovi accadimenti che ti tengono incollato al video.
Ti appassioni per la storia delle squadre (o dei corridori), tifi i più sfigati e provi un brivido di piacere quando Davide abbatte Golia.
Se poi ci sono dei programmi di intrattenimento che fanno da cornice all’evento sportivo (come il Mai dire Mondiali con la Gialappa’s) anche le partite più noiose diventano divertenti.

Ieri sera, dopo aver visto la Colombia essere quasi riuscita a far cadere l’Inghilterra (che meritava di passare il turno, intendiamoci) mi sono fermato a riflettere su cosa davvero mi piaceva della trasmissione su Mediaset Extra. E ho capito che la colonna portante sono il “divano tecnico”, in altre parole Ciccio Graziani e Fulvio Collovati, supportati a volte da altri campioni del mondo del 1982 (Paolo Rossi e Antonio Cabrini, ad esempio).

Quando parte il teatrino tra i due campionissimi (che si prendono bellamente per il sedere) la partita passa in secondo piano.
Si rivivono le storie di quegli anni, gli aneddoti sui giocatori famosi o famigerati, si fa un tuffo nel passato.

Il bello del calcio, in una nazione in cui lo sport alla televisione è al 90% calcio, è che per ogni mega evento ci sono agganciati i tuoi ricordi.
Quando l’Italia ha vinto il titolo e sei sceso in piazza a fare casino con degli sconosciuti.
Quando l’Italia ha perso una partita e per consolarti tuo padre ti ha offerto un gelato.
Quando eri a letto con la febbre alta, ma hai resistito sveglio fino a sentire il famoso “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo!”

Il nostro mondo è fatto a forma di pallone da calcio.
Non da basket (sport che amo di più) non da pallavolo o da rugby.
E’ bianco ad esagoni neri (le stravaganti versioni di questi giorni sono una licenza alla modernità).

Il Mondiale d’estate, con le finestre aperte e la gente in strada, con tutti i locali pubblici con la tele sintonizzata sulle stesse immagini, è un rito collettivo che va oltre lo sport ed entra nella nostra storia personale.

(en passant, forza Croazia!)

La vita non è semplice

A volte vorrei esser capace di correre ed ignorare quello che mi succede attorno.

Non parlo delle disgrazie: l’amico ucciso in un incidente in montagna, la famiglia cui muore il figlio per una malattia rara, il conoscente che perde il lavoro a 55 anni.
Non parlo neanche delle tragedie: l’insensata guerra in Siria, il metodico annullamento dei diritti umani in Turchia, le stragi nei licei americani, le decine di persone che ogni settimana affogano nel Mediterraneo.

Mi riferisco a come stia morendo la capacità di discernimento nel nostro paese.
Mi domando dove sia finita la razionalità nel genere umano.

Come si fa a non fare gli opportuni distinguo?
Come si fa ad accettare la semplificazione estrema?

Il mondo è complesso.
La vita è complessa.
Non possono essere ridotti a slogan.

Le parole sono importanti.
Hanno un significato intrinseco e uno che deriva dal contesto.

Se dico alla mia compagna “tu mi hai rubato il cuore” non sto giustificando il furto.

Se viene chiesto di censire i nomadi, la frase di per sè è innocua.
Meglio ancora se venisse formulata in modo più corretto: “anche i nomadi, come gli altri italiani, devono essere censiti”
Se però, insieme alla proposta di censimento, si aggiunge che “i rom italiani purtroppo te li devi tenere in casa”, ecco che tutto assume una valenza ben più sinistra.

Non sono io che vaneggio.
Persino Di Maio, il giorno dopo, volendo affermare che la pratica della raccomandazione va perseguita (e sono d’accordissimo) sceglie di parlare di “censimento dei raccomandati” come se si trattasse di un atto di repressione.

Capitemi bene, in ogni caso sono per la legalità.
Quindi chi ruba, chi delinque, deve essere punito.
A prescindere se è italiano, americano, tedesco o rumeno.

Ma come non accetto che tutti quelli che vengono dalla Sicilia siano mafiosi, che tutti i dipendenti pubblici siano dei fancazzisti, che tutti i professori rubino la paga, esattamente nello stesso modo non accetto che venga semplificato il concetto che rom=malvivente.
E di conseguenza non accetto che si facciano liste di rom (o di meridionali o di raccomandati).

Questa è la mia posizione e sono certo che ci sarà chi è d’accordo e chi no.
E mi sta bene. Non ho mai preteso di aver ragione a priori.

Ma per favore non semplificate le cose.
Non dite che “anche noi siamo stati censiti”.
Non dite che “lo Stato sa tutto di noi, perché non di loro?”

Non c’è un noi e un loro.
Siamo tutti nella stessa barca (alla deriva).
Qualcuno se ne approfitta e ruba dalla cassa comune.
Ci sono alcuni rom che rubano gli spicci, migliaia di evasori che rubano a man bassa, alcune organizzazioni (legali e non) che campano usando impropriamente i nostri soldi.

Non semplifichiamo tutto dicendo che i rom, tutti i rom, sono la causa della nostra situazione senza ricordare che lo siamo anche noi quando chiediamo di non pagare l’iva all’artigiano o quando non paghiamo la tassa sui rifiuti o il canone della televisione.

Provo un moto di stizza quando un vecchio sinti mi lava il vetro dell’auto e mi chiede una moneta.
Mi infastidisce quando un nero mi cerca di vendere un libro in piazza Duomo.
Mi fanno pietà (nel senso brutto del termine) i mocciosi sporchi portati in braccio da madri bambine.

Ma loro non sono il problema.
Sono solo un effetto del problema vero.

Non dovrebbe esistere una società in cui il valore in euro del mio cellulare equivale ad un mese di pensione di un anziano.
In cui un professore guadagna meno di un broker.
In cui un ragazzo non può permettersi di andare a vivere da solo se i genitori non gli comperano la casa.

Il censimento dei rom, di certo, non è la soluzione.
Non è neppure l’inizio della soluzione.
E’ solo agitare lo spauracchio degli zingari per farci dimenticare i problemi veri (di cui i furti ad opera dei nomadi sono solo una minuta parte).

Le soluzioni semplici a problemi complessi sono sbagliate.
Affascinanti. Ma sbagliate.

Il dubbio

Come invidio le vostre certezze assolute, il sapere che esiste sempre e solo il bianco e il nero, il perfettamente giusto e l’assolutamente sbagliato. E la certezza di essere in grado di distinguerli.

Come invidio il vostro quotidiano pontificare sui social, forti della convinzione basata sul sentito dire, sul “ti puoi immaginare se…”, sull’ipotesi dell’ultimo minuto.

Come invidio la vostra agilità morale, sempre pronti a balzare da una granitica sicurezza al suo opposto, sempre pronti a sputare sentenze dall’alto di un’etica di facciata.

Io ho un’unica certezza, che mi è stata insegnata a forza in questo primo mezzo secolo di vita.

Dubitare di ogni cosa.
Formarsi autonomamente un’idea, basandosi sui fatti.
Riconoscere che, nonostante tutto, sbaglio moltissime volte.
Essere pronto a cambiare opinione.

La maggioranza comanda, ma raramente ha ragione.

Una società al ribasso

Oggi non parlo di corsa, ma di umanità.

Viviamo tempi strani.
Tempi in cui in politica gli slogan funzionano meglio delle idee.
In cui sui social paga di più apparire che essere.

E’ un processo di disumanizzazione oppure, se si vuole essere più pessimisti, un processo di impoverimento della nostra umanità.

Stamattina ho letto un articolo sul sito di Repubblica.
Si racconta di un uomo che viene licenziato.
E’ una persona di 61 anni ed è privo di una mano.
Fino ad oggi lavorava in una fabbrica di taniche vicino a Milano. Il suo ruolo era quello di piazzare un tappo provvisorio prima della verniciatura. Tappo che viene poi rimosso e sostituito da quello finale.

Un lavoro noioso nella sua semplicità, ma che dava all’uomo la dignità di potersi definire un lavoratore.
Un lavoro che faceva la differenza tra essere utile ed essere un peso per la propria famiglia.

La fabbrica ha messo una macchina a fare quel lavoro.
Li capisco: più veloce, più precisa, meno rischio per l’uomo, meno costosa.

Ma come fa una persona di 61 anni a trovare un lavoro oggi?
Senza una mano, senza una qualifica particolare, come fa a rendersi utile?

Non voglio condannare la fabbrica perché non conosco i fatti. Non so cosa li abbia spinti a questa scelta.
Da uomo abituato a lavorare in azienda so che a volte bisogna sacrificare una persona per salvare il lavoro delle altre.

Ma siamo arrivati a questo perché abbiamo accettato di usare il profitto come unico metro del valore delle cose.

Viviamo in un sistema in cui è normale andare in un negozio e farsi spiegare tutto su un prodotto e poi comperarlo su internet perchè costa 10 euro di meno.

La nostra società vive al ribasso.
Vince chi abbatte il costo invece di chi incrementa la qualità.

E’ necessario ripensare il sistema, se vogliamo che i nostri figli siano ancora degli esseri umani e non dei robot.

E’ necessario reintrodurre il piacere di fare cose inutili (come andare a correre), di perseguire il bello nelle piccole cose.

E’ necessario rialzare l’asticella e smettere di guardare alle persone come risorse e vederle nella loro interezza.

In bocca al lupo all’amico senza una mano e oggi senza lavoro.
Sarà una strada in salita, spero solo che la forza che lo ha portato ad accettare di lavorare 8 ore a infilare tappi lo aiuti anche ad andare oltre a questo fase.

I remi in barca

Da bambino discutevo con il prete che ci insegnava il catechismo.
Lui mi diceva: “Devi credere questo e quello perché noi cattolici lo crediamo”
E io rispondevo a brutto muso: “No, io credo in questo e quello, ed è per questo mio credere che puoi definirmi cattolico”.

Rompipalle. Fin da piccolo.

Nel Day After della sinistra italiana, la mia reazione è figlia di quel mio modo di pensare.
Io credo in alcuni valori imprescindibili, ho alcune idee precise su come va il mondo e su come dovrebbe andare.
Ho votato cercando di appoggiare qualcuno che condividesse almeno la gran parte dei miei valori e idee.

Oggi posso dire che gli Italiani, la grande maggioranza di essi, la pensa in modo diverso da me.
E’ la democrazia e non ho nulla da obbiettare.
Ma non mi riconosco più in questa Italia che tra qualche settimana o mese inizierà a muoversi in una direzione diversa da quella mia.

Non sono meno Italiano di prima, ma un pezzo di me si è staccato dall’Italianità.

Non sono pessimista per l’Italia.
I numeri sono chiari, e l’intero sistema è pensato per aiutare chi vince le elezioni.
Lo Stato continuerà, tra alti e bassi esattamente come è successo con tutti gli altri governi, a legiferare e a gestire la cosa pubblica (la res publica, le parole sono importanti).
Quindi non credo che dovrò scappare dall’Italia o che i miei figli non avranno futuro.

Ma un senso di profonda stanchezza mi ha pervaso.
Non mi sento più fratello di chi incontravo sull’autobus, dei colleghi di lavoro, dei ragazzi che incrociavo sui campi gara di atletica.
Credo di essermi allontanato senza accorgermi dalla società civile. O meglio io credevo di essere dentro la società civile e non mi ero accorto che si erano tutti spostati.
A destra.

Quindi penso sia il momento di tirare i remi in barca.
Cercherò i miei simili e con loro cercherò di continuare a contribuire (con il lavoro e le tasse) al progredire dell’Italia.
Ma non mi impegnerò più per un progetto politico, che non sia in qualche pro loco o in qualche piccola associazione di paese.

Ho un’età anagrafica che mi dice che sono vecchio anche se non me lo sento addosso.
Credo di aver diritto di fare un passo indietro e di lasciare agli altri, ai vincitori, il compito di fare, di rinnovare, di proporre.
Me ne resterò seduto ad attendere il momento in cui il popolo italiano ed io la penseremo di nuovo alla stessa maniera.

Spero che accada. Ma anche se non succedesse, ho la consapevolezza di poter vivere serenamente la mia vita, di potermi rinchiudere nella cerchia dei miei affetti, dei miei amici, non più in un Paese che rispetto, ma nonostante il Paese che mi ha visto nascere.

Non ho recriminazioni.
Sono persino contento di aver votato, per l’ennesima volta, PD.
Io ho fatto tutto quanto in mio potere.

Ho una sorda rabbia che mi arde dentro.
Ma non nei riguardi di Cinque Stelle o Lega (e ovviamente non nei confronti di chi li ha votati), ma verso il PD.
Un partito che ha lasciato annacquare così tanto i valori che lo rendevano sano fino a perdere l’identità politica.
A dei dirigenti, Renzi in testa, che hanno accettato ogni compromesso, sacrificando l’ideale ad una manciata di voti.

Sono diventati un partito senza anima e senza passione.
Il popolo ha giudicato e li ha abbandonati.
Preferendo l’ignoto del nuovo all’esperienza e alla tradizione.

C’è una lezione da imparare, per quelli che si assumeranno l’ingrato compito di rifondare la Sinistra (o come si chiamerà…)

Continuerò a votare ed ad appassionarmi.
Continuerò a pensare e dire la mia.
Continuerò ad amare la mia terra e la mia gente.
Ma non mi riconosco nell’Italia che verrà.

Questo non è più un Paese per idealisti.