Gabbiani o falchi?

Sono cresciuto in una città di mare, avevo 6/7 anni quando uscì in Italia il romanzo più famoso di Richard Bach: Il gabbiano Jonathan Livingstone.
Già all’epoca ero un lettore appassionato e lo divorai in un pomeriggio.

Per i pochissimi che non lo hanno letto, è la storia di un giovane gabbiano più interessato a scoprire come perfezionare la tecnica di volo che a riempirsi la pancia (trovate qui la scheda su Wikipedia).

All’epoca andava tantissimo. Le mamme lo regalavano ai figli adolescenti per formarne il carattere, per dimostrare loro come sia importante credere in un progetto e dedicarvisi completamente.

Io lo adoravo.
L’ho letto decine di volte.
Osservavo incantato le immagini delle evoluzioni dei gabbiani che, stampate su carta traslucida, corredavano il volume.

E volevo volare.

Non in senso letterale (imparare a pilotare un aereo non mi è mai interessato) ma in senso metaforico. Volevo imparare a spingermi ai miei limiti.
Poi sono cresciuto (e ho amato altri libri che hanno segnato le mie diverse età).

Il gabbiano restava un simbolo di libertà, ma il simbolo si scontrava con la dura realtà dei grossi volatili che scorgevo, sgraziati e rauchi, lottare per gli scarti dei pescherecci nel porto di Trieste. O, ancora peggio, che vedevo strappare i sacchi dell’immondizia nei cassonetti delle vie del centro.

Ma il gabbiano Jonathan Livingstone mi è tornato in mente un paio di settimane fa, mentre passeggiavo in un bosco dietro casa in Valle d’Aosta, ho sentito il grido acuto del falco e ne ho scorto l’ombra scivolare leggera sull’erba di una radura.

Mi sono detto con una punta di autocompiacimento “Preferisco il falco al gabbiano! Sono un uomo di montagna e non di mare”, ingannando me stesso, sovrapponendo l’animale al simbolo.

gabbiano

Il falco o il gabbiano sono solo la proiezione del nostro desiderio di volare, di innalzarci, di essere liberi.

Non hanno nulla a che fare con l’individuo che solca il cielo sopra di noi, ma sono quel cumulo di emozioni che vola dentro di noi. Nella testa. Nel cuore.

Allora mi è venuto da pensare agli altri simboli che infarciscono il nostro quotidiano. Simboli del bene e del male.

Il lupo, la volpe, per restare tra gli animali.
Ma anche l’immigrato, lo zingaro.

Prendiamo ad esempio il nero, l’uomo di colore per essere politically correct, una frangia di uomini lo bolla come usurpatore di diritti mentre quelli dell’altra parte lo promuove a povero oppresso.

Ma lui è solo un uomo. Sarà un buon padre o picchierà il figlio? Sarà intelligente o stupido? Pigro o gran lavoratore?
A seconda dei propri pregiudizi gli si tende ad incollare addosso una serie di vizi o di virtù… ma lui è soltanto un uomo.

Come il gabbiano o il falco.

Dovremmo liberarci di queste sovrastrutture e osservare la realtà per quello che è.
E solo allora ci libereremo di razzismi, maschilismi, omofobie e tutte le malepiante che dai pregiudizi discendono.

Come treni sui binari

Gli sportivi lo sanno.
Il principio dell’allenamento è spingere il tuo corpo un po’ più in là, un po’ fuori dalla tua comfort zone.
Se ti viene facile correre fino alla fine della salita per tre volte, è la quarta quella che ti allena.
Se non fatichi ad andare a 5’00″/km sono i chilometri corsi a 4’50” quelli che ti donano la brillantezza…

Stamattina mi chiedevo se la stessa regola si applica anche alla vita.

treno a vapore

Viviamo come dei treni sui binari.
Ogni passo è condizionato dalle scelte che abbiamo fatto precedentemente, magari 30 anni fa.
Abbiamo orari da rispettare, compiti da eseguire, convenzioni cui adeguarci.
E siamo bravi a farlo. Arriviamo puntuali, non ci scordiamo le cose, non generiamo risentimenti…

E’ la nostra area di comfort, quella in cui sappiamo di poter far tutto, quella che non ci costa troppa fatica.

Ma non impariamo nulla di nuovo. Non ci alleniamo, non miglioriamo.

Sappiamo chi siamo, ma non chi potremmo essere.

Certo, qualcuno potrà obbiettare che non occorre puntare sempre più in alto.
Magari la nostra routine è la ricetta perfetta per essere felici.

Sarà anche vero. Ma, di nuovo, ci viene in soccorso il parallelo con la corsa.
C’è una regola che abbiamo imparato tutti: se continui a correre alla stessa velocità ogni giorno, quella velocità diventerà sempre più difficile da mantenere.
Se non spingi il tuo corpo ad andare più veloce, inesorabilmente rallenterai.

Nella corsa, come nella vita, abbiamo bisogno di variazioni di ritmo.
Abbiamo bisogno di allenarci, di uscire dall’area di comfort e di metterci in discussione.
Fuor di metafora, abbiamo bisogno di esperienze nuove, di stimoli, di sfide.

Ed è importante capire che questo non serve solo a migliorare, ma semplicemente a non morire.

Si può ancora parlare di razzismo?

ANTEFATTO: durante la partita Verona-Brescia, Mario Balotelli interrompe l’azione, calcia la palla in tribuna e sembra voler lasciare il campo.
L’arbitro, che in un primo momento non capisce, lo ammonisce per il gesto antisportivo.
Tutti gli altri giocatori (di entrambe le squadre) si accalcano attorno a Balotelli, lo confortano e cercano di convincerlo a rientrare.
L’arbitro comprende che il gesto di stizza era dovuto a degli insulti provenienti dalla curva veronese, ritira l’ammonizione, e – dopo circa 4 minuti e dopo che Balotelli è tornato in campo – fischia la ripresa del gioco.
Per i pochi che non lo sapessero, Mario Balotelli è un giocatore italiano di colore.

nike against racism
La campagna Nike a supporto del calciatore Raheem Sterling (Manchester United) che si era schierato contro il razzismo

Nella serata e il giorno dopo sono seguiti commenti di ogni genere.

Leggo esterefatto le deliranti esternazioni di uno dei capi del tifo dell’Hellas Verona (ad esempio qui).

Sono talmente tante le considerazioni che potrebbero essere fatte che, sovente, le persone normali tacciono, indecise tra enunciare l’ovvio o preferire il silenzio.

Di solito taccio, ma stavolta, quasi per ridere, preferisco dire anch’io la mia.

Numero uno.
Sgombriamo il campo, per me “razzista” e “coglione” sono sinonimi.
Non è una questione di avere opinioni diverse, chiunque oggi pensi che la razza in qualche modo influisca sulle capacità di una persona è semplicemente un coglione.
Non è male informato (su questo tema è impossibile esserlo).
Non è stupido (non occorre grande intelligenza per capire un concetto così semplice).
E’ semplicemente in mala fede.

Numero due.
Il capo degli ultras afferma che Balotelli non è italiano.
Non so cosa possa definire l’italianità.
Balotelli è nato in Italia.
E’ cresciuto ed ha studiato in Italia.
Come calciatore ha vinto tre scudetti, una Coppa Italia e una Champions League con la maglia dell’Inter.
La maggior parte della sua carriera calcistica ha giocato in squadre italiane.
Ha giocato nella nazionale di calcio italiana.
E’ vero che fa fatica a parlare italiano, ma solamente perché usa più spesso il dialetto.

Numero tre.
Sarebbe anche da chiedersi se poi a Balotelli interessi davvero essere italiano.
Nel mio piccolo (e non sono certo un campione di calcio né un personaggio famoso) non sono così sicuro di voler essere italiano se significa essere accomunato al signore a capo degli ultras.
Ma sono italiano a prescindere, nel bene e nel male.
Proprio come Balotelli.

Numero quattro.
Tutti quelli che tifano contro, sminuendo gli avversari invece di incitare la propria squadra, non si rendono conto che così facendo ottengono l’effetto opposto?
Se io dico che ho battuto un avversario in una gara e allo stesso tempo affermo che questi è una pippa cosa dimostro se non che sono riuscito a battere una pippa?
E se malauguratamente perdo? Battuto da una pippa!

Numero cinque.
Non ho ancora capito cosa c’entrino gli ultras con lo sport.
Mi verrebbe da dire che il calcio è più spettacolo e meno sport di tanti altri, ma sarebbe dettato dal pregiudizio e dal fatto che mi senta “figlio di un dio minore” in quanto appassionato di atletica e di basket, più che di pallone.
Di certo non hanno aiutato a rasserenarmi le dichiarazioni del presidente della Hellas Verona, che ha minimizzato l’accaduto dicendo che gli sfottò sono ammessi. Quasi a tenersi buoni quei facinorosi che affollano le curve degli stadi italiani.
Forse il problema della “coglioneria” non è relegato solo in curva… (ricordo deliranti affermazioni dell’allora presidente della Lega Calcio a proposito di calcio femminile…)

Bene bene, mi sono sfogato.

Tanto per evitare inutili strascichi polemici:
Non ho detto (perché non lo penso) che Verona sia una città razzista, è accaduto lì, ma era accaduto in molte altre città. E’ un fenomeno tipico del tifo estremizzato.
Non entro nel merito di cosa sia accaduto davvero nella partita (non lo so), mi baso solo sulle esternazioni del capo degli ultras e del presidente della squadra.

E se non bastasse, aggiungo due post scriptum tanto per chiarire ulteriormente.

PS1: non mi intendo di calcio. Ma quando Balotelli l’estate scorsa sfidò un amico a lanciarsi in mare col motorino e poi pubblicarono il video, pensai che Balotelli fosse un viziato ragazzino con poco sale in zucca. E lo penso ancora, a prescindere da ogni altra considerazione.

PS2: ho a bella posta evitato di mettere nomi: hanno già avuto troppa visibilità mediatica e temo che alla fine siano più interessati a questa che a questioni di principio.

Fino alla fine del gioco

Qualche sera fa me ne sono andato a letto con una triste considerazione che continuava a far capolino tra i miei pensieri.

Se proviamo ad astrarci dalla nostra vita, se guardiamo la società in cui viviamo da una certa distanza, allora ci appare evidente il pattern comune delle nostre vite.
Per pattern si intende quell’insieme di elementi che si ripetono. Nella trama di un tessuto forma il disegno, nella geometria frattale è lo schema che si ripete all’infinito, nella musica è il tema portante che ritroviamo in tutta l’opera.

Se guardiamo l’insieme delle vite degli uomini troviamo che una serie di eventi si ripetono con disarmante frequenza.

Nascite, morti, amori, tradimenti, malattie, colpi di fortuna, e l’elenco potrebbe continuare.
La cosa ancora più interessante è che anche le reazioni umane agli eventi sono fondamentalmente uguali. A stimolo uguale corrisponde reazione uguale.
Insomma il pattern è facilmente riconoscibile.

E quindi che ne è del libero arbitrio?
Siamo delle marionette inconsapevoli nelle mani della nostra risposta genetica? O per dirla in modo più fatalistico, del destino?

Così mi sono addormentato con in mente la domanda delle domande:
Che senso ha tutto questo nostro darsi da fare se poi i risultati alla lunga sono sempre gli stessi?

Non ho dormito bene la notte.
Tanti pensieri, alcuni problemi e un dolore sordo in mezzo al petto.
Ho riacceso la luce e ho cercato di distrarre la mente con qualche pagina di un libro.

Sto leggendo, peraltro con parecchio piacere, Shantaram. E ho trovato la risposta (o almeno la chiave per dare una risposta) alla domanda con la quale mi ero addormentato.

Ogni singolo evento che ci accade e ogni reazione ad esso, per quanto scontato e noiosamente ripetitivo possa essere, è la vita.
La nostra vita, insomma non è nell’insieme di ciò che ci accade, ma è in ogni singolo momento.

Il dolore è vita.
La fatica è vita.
La felicità è vita.

Vivere è agire in risposta a tutti gli stimoli che riceviamo.
Maggiore è il numero di stimoli, maggiori sono le nostre risposte e più intensa è la vita.

E già che ci sono mi tolgo un sassolino dalla scarpa (da running).
Ho le palle piene di quelli che mi dicono che la corsa è la metafora della vita.

La vita non ammette metafore.
Correre, una storia, un film.
La fatica, il dolore, le delusioni d’amore e le ubriacature.
Il senso di gioia al mattino presto o quel senso di impotenza al termine delle giornate storte.
Le incazzature. La fame. Il primo sorso di birra. Un verso di una poesia.
Una ragazza che ti sorride senza motivo.
Una colpa che ti addossano.
La parola giusta che chiude una frase, una cena tra amici intelligenti, una foto, una battuta in un film.
Tutto questo è vita.

Vivere è fare il pieno di tutto quello che ti capita.
Fino in fondo, fino alla fine del gioco.

Tempus fugit

Fa impressione la velocità in cui passano le giornate, le settimane, i mesi. Abbiamo appena smesso di usare le t-shirt e siamo già a fine ottobre.

Nei giorni bui, quelli in cui sono di cattivo umore per problemi di lavoro o per le ricorrenti angosce personali, sono felice che arrivi presto la sera e il sonno che ci fa dimenticare ogni problema.

Ma è un atteggiamento sciocco.
Ogni giorno che facciamo scorrere via senza viverlo pienamente è uno spreco.

calendario

In questi tempi di ecologismo (almeno di facciata) si parla molto di spreco. Ci viene raccomandato di non usare troppa acqua. Di fare un uso oculato dell’energia. Si fa attenzione persino all’immondizia, che dev’essere riciclata.

Sono d’accordo su tutto, e mi impegno nel mio piccolo per non sprecare… ma perché nessuno parla mai dello spreco del Tempo?

Facciamo passare le giornate (soprattutto quelle al lavoro) alzandoci al mattino e non vedendo l’ora che siano finite.

Ci siamo persino inventati dei giochini (i passatempo) per far scorrere la vita senza che ce ne accorgiamo.

Ma anche il Tempo, come le risorse del nostro pianeta, è limitato.

E allora com’è che lo buttiamo via in questo modo?

Il test della lotteria

Stimolato da un paio di commenti che mi sono stati fatti a seguito del post La serenità è un lavoro di un paio di giorni fa, ho pensato di raccontarvi di un piccolo giochino cui mi sottopongo un paio di volte all’anno. Io lo chiamo il test della lotteria…

Si tratta di una cosa molto semplice.
Basta chiedersi:
Se in questo momento vincessi centomila euro alla lotteria cosa farei?
Essendo una lotteria inventata c’è anche un’altra regola: i beneficiari del premio siete voi, non potete usare il denaro se non per motivi puramente egoistici…

Provate a rifletterci con un po’ di attenzione.
Scartate le prime risposte ispirate dall’umorismo (“Comprerei una fornitura annua di cioccolatini!”, “Pagherei la mia ditta per far licenziare il mio capo” etc) rimangono dei desideri reali.
Ovviamente si tratta solo di cose che possono essere comperate (e già questo limita di molto la scelta).
Ma sono desideri veri, cose che ci farebbero stare meglio.
“Farei una vacanza in Madagascar!”, “Cambierei casa”, “Userei quei soldi per sopravvivere mentre mi licenzio e cerco un altro lavoro”

La morale (carogna) di questa riflessione è che i nostri desideri più profondi, i sogni, sono limitati dai problemi economici.
La riflessione che ne consegue è che dovremmo pesare quanto valgono davvero questi nostri sogni.
Fare una vacanza in Madagascar costa 5mila euro. Riesco a risparmiare 200 euro al mese per andare in vacanza tra due anni?
Voglio cambiare lavoro, sto davvero cercandone un altro o mi nascondo dietro alla scusa del danaro?

Il test è tutto qui.
Misura i nostri sogni e ci stimola ad immaginare una strada per realizzarli.

Vent’anni fa, ipotizzando di aver vinto la lotteria, ho deciso che ero pronto per cambiare casa e città.
E’ stata una decisione che mi ha cambiato la vita e che mi ha portato dove sono oggi.

E il bello è che quel biglietto non l’avevo nemmeno acquistato…

La serenità è un lavoro

Non so bene come sia iniziato, ma oggi si pensa che la felicità sia connessa alla gratuità, all’assenza di sforzi per ottenerla.
In qualche modo ci si aspetta un dono (o un premio i più immodesti) che arrivi dall’alto.

“Se vincessi la lotteria, farei questo o quello…”
“Anch’io ho diritto ad un po’ di serenità dopo tutto quello che mi è capitato…”

Non funziona così.
Per essere felici bisogna impegnarsi.

Anzi, ancora meglio, per ottenere qualsiasi cosa, felicità, salute, amore, bisogna lavorare sodo.

Invece noi pensiamo che tutto dipenda dal talento (nel caso volessimo diventare un atleta di successo o una rockstar) o dalla fortuna (per quanto riguarda lavoro, salute, amore). E quando ci capita qualcosa di brutto incolpiamo o la sfortuna o qualcun’altro… mai noi che di solito siamo i primi colpevoli.

fiore di zucchina
Un fiore di zucchina , che con il tempo si trasformerà in ortaggio (ph Franz Rossi)

Nell’ultimo anno ho coltivato il mio orto.

Oltre a zucchine e pomodori, da quel pezzo di terra ho raccolto anche un prezioso insegnamento: l’importanza dello sforzo continuato nel tempo.

Non basta impegnarsi tantissimo per una sola settimana; devi curarlo quotidianamente, togliere le erbacce, difenderlo dalle lumache, bagnarlo con costanza.

E non importa quanta fretta tu abbia, in ogni caso devi aspettare la stagione giusta per piantare e il tempo giusto per raccogliere.

Sono insegnamenti fondamentali anche per la vita.

Franz sopra il rifugio Semenza

Io sono uno che vuole tutto e subito. E sono pronto a fare uno sforzo grandissimo per raggiungere il mio obbiettivo. Ma è inutile se non lascio che le situazioni evolvano.

Ho sempre pensato che la felicità sia un attimo, una fiammata, ma che quello a cui dobbiamo aspirare sia la serenità.

Da qualche anno ho scelto di lavorare ogni giorno per quel risutato.

A volta bisogna fare scelte che ne escludono altre.
A volte la tua serenità dipende da qualcun altro e non puoi che sperare che scelga di accompagnarti per un pezzo di strada.
A volte la vita ti sgambetta e ti mette di fronte ad ostacoli che non puoi superare.

Ma bisogna accettare quello che non si può cambiare ed impegnarsi e faticare per raggiungere i nostri obbiettivi.

Alla fine è solo una questione di scegliere bene cosa vogliamo ottenere tra le cose che possiamo ottenere.

E non pensate che chi scrive abbia trovato la via.
Anzi…
Il pensiero di oggi è un memo che mi serve a rimettermi in carreggiata.

Telespettatori e lombrichi

Ci sono giorni in cui ti alzi inverso.
Giorni in cui non hai voglia di lasciar correre.
Giorni in cui l’ennesimo commento gratuito ti fa mettere alla tastiera e scrivere di due specifiche tipologie di persone.

Sempre più spesso mi sento oppresso, schiacciato tra due categorie di persone: i tele spettatori e i lombrichi.

I tele spettatori, come dice l’etimo del sostantivo, sono coloro che osservano da lontano.
Sono coloro che non vivono calati nella realtà, ma sono convinti – proprio per la loro distanza dagli eventi – di essere in grado di dare giudizi ragionati e precisi su qualsiasi argomento.
Non a caso lo stesso sostantivo descrive anche i fruitori della magica scatola che invade ogni salotto (e cucina e camera da letto) d’Italia. E non a caso i tele spettatori si sono lasciati convincere che la realtà è quella che vedono nella loro scatola magica.

Così ai telegiornali (che già sono solo un racconto della realtà) si è sostituita Striscia la notizia, ai programmi d’inchiesta giornalistica si sono sostituite Le Iene e via dicendo…
Sempre più spesso si confonde la vita vera con i telefilm o, ancora peggio, con la pubblicità.
E i tele spettatori, impugnando il loro telecomando, sputano sentenze e cambiano canale…

I lombrichi, invece, mutuano il loro nome da quei simpatici anellidi che vivono nel terreno, scavano buche per mangiare la terra, digerirne la parte organica ed espellerla. Sono ermafroditi: quando incontrano un altro esemplare si riproducono… e sono persino in grado (se tagliati a metà) di ricostruire la parte mancante.
Per analogia, i lombrichi di cui parlo io vivono completamente immersi nella realtà quotidiana: di essa si nutrono, la digeriscono e la riespellono trasformata (spesso impoverita).
Anch’essi si credono profondi conoscitori della realtà, ma come gli anellidi ne conoscono una parte minima: quella in cui vivono immersi.
Sono talmente presi dal loro ambiente che non alzano mai la testa, sono autosufficienti al punto da non aver bisogno di una compagna ne’ tanto meno di un amico. Procedono scavando e triturando, invasati nel loro compito, aggirando gli ostacoli, senza conoscere sosta.
Se per caso gli chiedete un parere vi proietteranno nel loro sistema ed emetteranno una sentenza secca e priva di dubbio, perfettamente in linea con il loro piccolo mondo personale.

Li avete riconosciuti? Vi siete riconosciuti?

Tra i due estremi scorre in piena il fiume della vita.

kite
Tramuta il sogno in aquilone, dagli filo e volerà alto (cit. Daniela Banfi)

Oggi come oggi, amo cavalcare gli aquiloni e farmi trasportare in alto dai sogni.
Prima o poi cadrò (com’è già successo molte volte) e magari troverò la forza di ripartire.

Ma resterò sordo alle prediche dei tele spettatori e ai mugugni dei lombrichi…

Le mucche e la condivisione

Intorno a casa mia, come dappertutto in montagna, quando una persona ha un pezzo di terreno e non lo usa per far fieno, lo impresta ad un amico perché ci porti a pascolare le bestie (mucche o pecore che siano).

Il secondo si garantisce cibo gratis agli animali, il primo si trova il terreno senza erbacce e ben concimato (!)

Così da qualche giorno, durante la notte mi fanno compagnia i campanacci di una mezza dozzina di mucche che pascolano placide sotto casa. E al mattino, invece che il gallo è un muggito poderoso che mi tira giù dal letto.

Domenica, invece che alzarmi e fare colazione, ho deciso che sarei uscito a fare una corsetta.

Di solito esco in pausa pranzo o la sera, ma – visto che ero sveglio – ho pensato di inaugurare le uscite mattutine. Erano le 6 e 30 circa, l’aria era fresca, pulita, odorosa di bosco.

Dopo il riscaldamento e un tratto di sterrata, visto che le gambe giravano poco, ho tagliato per un sentiero sul quale da un po’ volevo tornare. Tra grosse rocce e tronchi d’albero, la traccia si insinuava tortuosa nel bosco. C’ero già stato, come detto, ma non ancora quest’anno. Quindi volevo sincerarmi della percorribilità.

Come spesso mi accade, dopo una decina di minuti mi sono distratto completamente ed ho iniziato ad osservare la natura. Specialmente al mattino presto, è facile incrociare degli animali, anche se ad agosto tendono a restare più verso le vette. Comunque ho incrociato una cerva che è fuggita emettendo il suo caratteristico verso così simile al cane, ed un capriolo che mi osservava dai bordi di un pascolo.

Senza quasi accorgermene sono uscito dal bosco e arrivato sulla poderale che porta al paese sopra il mio.

Ho alzato gli occhi e ho visto le cime che sovrastano quella zona, trasformate dal sole che sorgeva. Avevano un colore rosa tenue che regalava loro un fascino speciale, meglio che in qualsiasi altra ora del giorno.

Benedette le mucche che mi aveavno svegliato!

mucca

Mi sono un po’ dispiaciuto di non avere con me il cellulare e non poter scattare una foto. Ma procedendo lungo la strada e riempiendomi gli occhi di quello spettacolo che cambiava di minuto in minuto, mi sono ricreduto. Perché fare una foto quando potevo usare quel tempo per notare i particolari?

Certo avrei potuto aggiungerla a questo post e condividerla con voi.

Ma la verità è che non si sarebbe trattato di vera condivisione.
Avreste dovuto essere lì con me, allora sì avremmo condiviso quell’esperienza.

FaceBook ci ha abituato ad un linguaggio che confonde.

Il “Mi Piace” che non costa niente e che si dà a tutti, anche se poi magari non ci piace poi così tanto.
Il “Condividi” che, di nuovo, è un atto gratuito, che non costa nulla, neppure la fatica di pensare un momento.

Sono ancora legato al significato tradizionale di quei termini.

Mi ricordo come mi tremavano le ginocchia quando ho confessato alla prima ragazza che mi piaceva.
Mi ricordo il profondo senso di gratitudine che avevo provato quando, in un bivacco in cui mi ero dovuto fermare, un vecchio signore aveva condiviso con me (che non avevo nulla) la sua cena.

Sbaglierò, ma stiamo rischiando di annacquare il significato profondo delle cose.

Ho imboccato la discesa e sono arrivato di gran lena alle spalle delle mie amiche mucche suscitando un coro di sdegnati muggiti.

Pane al pane, vino al vino.
Credo sia meglio ritornare lì.