Sembra quasi che tutti abbiano paura di restare soli, invece la solitudine può essere una grande opportunità…
Ci sono frasi e modi di dire che ti restano in testa. Possono essere un verso di un poema, o di una canzonetta, o la frase di una pubblicità, o qualcosa che ti spiega un professore ai tempi della scuola…
Dal mio personale florilegio di ricordi, oggi ho estratto “horror vacui”, letteralmente “paura del vuoto”, che ben si adatta a questo periodo.
Ovviamente l’accezione più comune in cui veniva usato dai latini erano le vertigini, la paura di cadere quando si è in un luogo aperto e di fronte ad un salto verticale. Il vuoto esercita un fascino particolare: ci respinge e ci attira al tempo stesso. Abbiamo paura di cadere, ma vogliamo provare quel brivido lungo la schiena del pericolo sotto controllo.
Volendo fare della psicologia spicciola, l’horror vacui ben si adatta ai nostri tempi in cui siamo presi da mille impegni, circondati da migliaia di persone. Il vuoto di cui abbiamo paura, in questo caso, è l’agenda vuota, la serata da soli.
Abbiamo paura di questa solitudine, di questa forzata inattività, perché non siamo in pace con noi stessi. Non siamo in equilibrio.
Ai tempi dell’auto isolamento da corona virus, questa paura si legge tra le righe dei post sui social, nella necessità di fare gli aperitivi via skype. Ed è un disagio condiviso…
Ma siate fiduciosi, se vi regalate del tempo da soli con voi stessi scoprirete che ognuno ha delle riserve inaspettate di creatività. Navigando sui social ho trovato decine di esempi. Persone che suonano, che disegnano, che scrivono, o che si inventano giochi per i loro figli.
Non dobbiamo essere spaventati dalla solitudine, è l’ambiente ideale per farci crescere, per sviluppare le nostre potenzialità, per imparare ad apprezzare la nostra compagnia.
Sono comodamente stravaccato sul divano e rifletto sul binomio sport e coronavirus. Non lo sport professionale ma quello amatoriale; quello che pratichiamo un po’ tutti, alcuni per diletto o per salute, altri in modo agonistico, cercando nella competizione una gratificazione extra al semplice star bene.
Il decreto del Presidente del Consiglio ha specificato che si può uscire di casa solo per comprovate necessità: lavoro, spesa, assistenza medica. E lì è partita la girandola delle interpretazioni, tanto che in successive comunicazioni istituzionali si è dovuto specificare che non vi è il divieto assoluto di uscire, ma quello di creare assembramenti.
Ad un occhio oggettivo appare evidente che vietare ai bambini di frequentare la scuola e poi trovarsi tutti assieme sulle altalene del parco non aveva molto senso. Altrettanto evidente la chiusura delle palestre e delle piscine non doveva essere rimpiazzata da allenamenti collettivi in giro per le strade del centro.
Sembra che questa cosa sia stata abbastanza capita. Ci martellano con #iorestoacasa e sembra funzionare. Così qualcuno esce di corsa, evitando il contatto con altri, evitando di mettersi in pericolo (che senso avrebbe caricare il sistema sanitario di un deficiente che si è rotto una caviglia correndo su una pietraia?) ma scaricando la tensione della quarantena.
Eppure, proprio noi che amiamo lo sport e in particolare lo sport di resistenza, dovremmo facilmente gestire questo periodo.
In primis, sappiamo bene cosa significa fare un sacrificio temporaneo per ottenere un risultato a lungo termine. Quando siamo infortunati restiamo a casa e non corriamo. Farlo significherebbe rischiare di non correre per mesi o per anni. Con il covid19 se non teniamo botta adesso fino ai primi di aprile (almeno) dovremo fronteggiare crisi ben maggiori.
In secundis, sappiamo cosa vuol dire superare le difficoltà per arrivare al traguardo. Qui in gioco c’è molto di più di una gara finita: parliamo della salute di tutto il mondo (noi italiani ne abbiamo la consapevolezza già oggi, il resto del mondo ci arriverà a breve).
Infine, noi conosciamo bene il nostro corpo. Siamo abituati ad ascoltarlo, ad interpretare i suoi segnali. Sappiamo l’effetto del caldo, della sete, della mancanza di cibo, della mancanza del recupero. Grazie all’esercizio continuo, abbiamo un rapporto con noi stessi molto più affinato rispetto alla popolazione sedentaria. Il fiato corto per l’umidità dell’aria, o per i residui di una infreddatura, non ci spaventa. Sappiamo che passa… Diamo ascolto al nostro respiro e preserviamolo. Anche a costo di rinunciare a correre per un po’.
Io vivo tra i monti. Esco a passeggiare nel bosco senza timore di incontrare miei simili. Mi considero fortunato rispetto a chi vive in luoghi popolosi e non può uscire senza rischiare di incrociare altre persone.
Sono venuto qui proprio per quello. Per la necessità che sentivo prioritaria di ripristinare il rapporto uomo natura, di vivere in un mondo reale invece che in uno artificiale. Ho sempre sentito acuto il richiamo della montagna come palestra per il mio spirito.
Eppure, paradossalmente, adesso anche i cittadini hanno una grande opportunità. La quarantena per il coronavirus ha rallentato i ritmi, ha riordinato le priorità, ci obbliga a viaggiare dentro noi stessi e non fuori. Che è esattamente quello che cercavo quando ho abbandonato la città per la montagna.
Ovviamente sto cercando di trovare il lato positivo in una tragedia mondiale, ma pensateci un attimo. Forse si può sfruttare questo momento per cambiare in meglio.
Stamattina ci siamo svegliati tutti in quarantena. Fino a ieri erano i cinesi prima e quelli di Codogno dopo; avevamo come l’impressione che a noi non sarebbe toccato. Poi la chiusura della Lombardia e delle 14 province del nord Italia hanno scosso le nostre sicurezze e oggi ci siamo tutti dentro.
La stessa cosa con i bollettini dell’Istituto Superiore della Sanità e della Protezione Civile. All’inizio erano pochi contagiati (“Vengono dalla Cina, potevano stare a casa loro”) poi con l’aumentare dei numeri la cosa ha iniziato a preoccuparci e oggi, quando il Covid 19 ha contagiato qualche conoscente o conoscente di conoscente, siamo impauriti.
Sui social, il termometro della pancia della gente, siamo rapidamente passati dalle guasconate libertarie “CoronaVirus non ci fermi!” postate sotto foto di aperitivi e allenamenti collettivi, all’hashtag “#iorestoacasa” in cui si invita tutti all’autoisolamento. E anche qui, la disperata caccia di un colpevole da perseguire o denigrare riempie internet di contumelie contro chi adotta comportamenti sbagliati o esibisce la stessa tracotante arroganza che aveva riempito i nostri post fino a qualche giorno fa.
C’è poco da fare, nulla come le difficoltà mettono in luce chi siamo davvero. E prendere coscienza di questa nostra fragilità ci obbliga a confrontarci contro la mentalità tronfia e da supermacho di quest’era.
Io sono l’artefice del mio destino! Certo fino a quando non incontri una malattia, un camion in autostrada o una tegola che cade da un tetto.
Noi siamo mortali. Non ci rende più deboli o degli sfigati, fa semplicemente parte di quello che siamo. Ci definisce.
In questi giorni il salice del mio giardino sta mettendo le gemme. Nel frattempo ha nevicato ed è stato ricoperto. Ha gelato e i suoi ramoscelli erano rigidi. Sembravano morti. Poi è tornato il sole e ha sciolto la neve e le gemme sono ancora lì, con il loro verde tenero a ricordarmi che i cicli naturali non si sono fermati.
Per me è fonte di speranza.
Sono preoccupato per mia figlia a Londra, dove ancora non si è esteso il contagio e per mio figlio in provincia di Bergamo che è l’area più a rischio di questo momento. Sono preoccupato per i miei genitori, entrambi ultraottantenni, a Trieste. Sono preoccupato per le persone a cui voglio bene che vivono a Milano. Sono preoccupato per me stesso. Temo di ammalarmi ma temo soprattutto il post CoronaVirus, quando tutti assieme dovremo fronteggiare il disastro economico che ci lascerà in eredità.
Eppure ho in fondo al cuore questa bella sensazione di speranza. So che la Natura è più forte, che i cicli naturali sono appunto dei cicli, non temo la fine del mondo.
Non so nulla del Covid 19. Non ho soluzioni a questa situazione. Ho scelto semplicemente di adeguarmi, con fiducia, alle indicazioni che vengono dal coordinamento centrale, dalla Presidenza del Consiglio. Lavoro da casa (sono uno dei fortunati che possono fare lo smart working). Vado a fare la spesa e mi fermo a bere il caffè(*). Esco sempre, faccio i miei giri. Anche se, d’ora in avanti, le mie sciate domenicali dovrò farle da solo.
Ho scelto di riempire il mio tempo di cose che amo. Mi prendo cura di me stesso, faccio un po’ più di attività fisica all’aperto. Leggo di più e guardo meno i social. Cerco di dare una mano: al lavoro, chiacchierando al telefono con i miei genitori, evitando di diffondere il panico. Metto a posto le cose che avevo lasciato in sospeso, quei lavoretti che non trovavo mai il tempo per finire.
Insomma coltivo la normalità. Perché in questo tempo anomalo, forse la cura è tornare normali.
(*) questo post è stato scritto prima della chiusura dei bar
Nel mio schizofrenico dividermi tra la metropoli e l’eremo tra le montagne, perseguo una via di liberazione da alcune trappole. Non compro più su Amazon e disdegno i centri commerciali mentre prediligo i negozi; provo a dimostrare che lo smart phone è poco smart e molto phone, usandolo poco per cose diverse da comunicare; mi sforzo di creare un contatto umano con le persone e non di vederle solo come una commessa del supermercato, un tecnico dell’Enel, l’autista del pullman.
E’ una battaglia persa, la mia personale guerra ai mulini a vento.
Per questo ho quasi completamente abbandonato i social e frequento gli aperitivi al bar, le uscite con gli amici, gli incontri “fisici” e non digitali.
Però ogni tanto mi capitano cose curiose, che apprezzo. Ieri sera, ad esempio, dopo aver bevuto una birra in compagnia di un amico, mi sono fermato a cenare nel locale dove mi trovavo per guardare la partita dell’Inter. Finita la gara, ho buttato un occhio su FaceBook e ho trovato una simpatica frase di un’amica (Silvia) che diceva che il gorgonzola era la prova dell’esistenza di dio. Mi ha fatto sorridere e mi ha riportato alla mente le classifiche che proponeva CUORE, così senza stare troppo a pensarci ho buttato lì un post chiedendo agli amici di suggerirmi un decalogo delle cose che dimostravano che dio esiste.
Dopo 30 minuti sono arrivato a casa, mi sono fermato a guardare la stellata, grato – una volta in più – di abitare nel mio piccolo paese tra i monti, e sono andato a dormire sereno. Stamattina ho scoperto che avevano risposto in tantissimi al mio appello semiserio.
C’è chi l’ha presa come un gioco e chi, invece, mi ha risposto seriamente. Voglio ringraziarli tutti. Senza intenzione ho creato un piccolo esperimento sociologico che mi ha data la “temperatura” delle persone che sono in contatto con me su FaceBook. Ed è stata una bella sorpresa.
In primis va detto che tra gli amici conto un sacco di epicurei, la maggior parte alcolizzata: polenta e gorgonzola, birre medie, bionde e ambrate, vino a calici con e senza panorama.
Poi ci sono gli amanti della natura: montagna e mare si dividono la piazza con boschi, cielo stellato e neve. Curiosamente il mare vince di misura sui monti. Dico curiosamente perché sono certo che ho moltissimi amici che frequentano le terre alte, ma a quanto pare il mare ispira di più.
Sono felice di poter contare su uno zoccolo duro di poeti, che amano quello che fanno, che amano esprimersi con parole belle, per i quali l’amore è la moglie o i figli (o il cane).
C’è una buona fetta di burloni, direi equamente divisa tra le categorie che ho appena citato.
Ma infine, e sono quelli che mi hanno colpito di più, che hanno una fede profonda, che hanno capito che stavo scherzando ma hanno voluto ugualmente rispondere in modo serio su dio e la sua esistenza. A loro va il mio grazie più sincero, perché chi ha fede regala speranza a chi, come me, non ne ha.
Per una volta tanto FaceBook non è stata un’inutile perdita di tempo. Qui trovate il link al mio post (dove essere amici per poterlo leggere), credo sia un bell’esempio di umanità sincera.
Le prime volte che sono venuto in Valle d’Aosta cercando una casa dove potermi trasferire, mi avevano parlato del versante envers (che si pronuncia alla francese anvèrs) e di quello adret (che si pronuncia adrè). In pratica sono i due lati della valle centrale, quello posto alla sinistra orografica è quello adret (letteralmente dritto o diretto) mentre quello dall’altra parte del fiume Dora è l’envers (letteralmente inverso).
Chi vende case magnifica appezzamenti ed edifici costruiti all’adret, spiegando che il sole illumina quel versante della Valle. Cosa che per uno che veniva dalla pianura, dove tutto è illuminato nello stesso modo, non aveva alcun senso.
Negli anni seguenti, a cena tra amici, mi capitava spesso che, magari prendendosi in giro, i valdostani si dividessero tra quelli dell’envers e quelli dell’adret. I primi erano considerati dai secondi un po’ strani, più “tardi” degli altri, a causa della mancata esposizione al sole. Le frasi si concludevano spesso con un “che cosa ne vuoi capire tu che vedi il sole per tre mesi all’anno” e via dicendo.
Vivendo all’adret, non mi ero mai posto il problema. Anzi, l’estate quando andavo per sentieri all’envers, notavo che non c’era questa grande differenza.
Poi un giorno d’inverno ho capito. E la mia visione del mondo inverso è cambiata.
Sui monti era scesa la neve, ma a bassa quota (il letto della Dora è intorno ai 500 mt sul livello del mare) non ce n’era proprio. Eppure, risalendo lungo la statale da Saint Vincent verso Morgex, i campi e i pascoli a sinistra erano bianchissimi; un osservatore superficiale avrebbe potuto pensare che lì fosse nevicato, ma sembrava strano che ci fosse neve sul fondo valle e niente sulle pendici…
La sera sono dovuto passare per un paese all’envers e così ho proseguito da quel lato e subito mi sono reso conto di un fenomeno particolare. L’umidità dell’aria (dovuta alla presenza della Dora) e il minor irradiamento solare (con le montagne che schermavano il sole) facevano sì che si formassero delle concrezioni ghiacciate in tutto e per tutto simili ai cristalli minerali.
Uno spettacolo strano e meraviglioso, tanto da fermarmi a fare qualche scatto con il telefono.
Da quando vivo qui non finisco di stupirmi dei fenomeni naturali che prima in città restavano nascosti. Cose semplici, come il percepire il cambio delle stagioni, o il modificarsi della terra nelle varie ore del giorno. Come il canto del vento al mattino tra le fronde o l’arrivo dell’autunno annunciato dalle danze delle foglie nel cielo.
Ovviamente vale per me. Magari altri noterebbero il freddo o la scomodità del negozio distante, ma ogni giorno che passa sono più felice di aver scelto di vivere in un luogo dove la natura detta ancora legge.
Oggi sul Sole24ore c’è un articolo sulla produzione di libri in Italia (ecco il link) che si riferisce al 2018. Scopriamo così che in quell’anno sono stati pubblicati ben 75.758 libri (che significa quasi 210 libri al giorno, feste comprese). Se analizziamo meglio, i nuovi titoli sono “solo” 128 al giorno (il resto sono ristampe e riedizioni). Voi direte, ma ci sono anche i testi scolastici… vi sorprenderà scoprire che i testi scolastici rappresentano solo 27 dei 210 libri prodotti ogni giorno.
Di fronte a numeri così grandi, e sapendo che i lettori in Italia sono pochissimi, mi viene spontaneo chiedermi se davvero ha senso questa produzione smodata.
Io, che vado in libreria almeno una volta alla settimana e che leggo mediamente oltre 60 testi all’anno (sì, spendo più di libri che di riscaldamento), sicuramente non riesco a visionare (non dico leggere) le quasi 1000 nuove proposte alla settimana.
Fortunatamente posso escludere a priori una serie di prodotti che non mi interessano (la maggior parte degli instant book, tutte le trasposizioni in libro di eventi o personaggi televisivi, la maggior parte delle strenne natalizie ecc) ma rimane una mole impressionante di libri che molto probabilmente mi sfuggiranno.
E’ come andare in una pizzeria.
Se il menù ha due pagine di pizze, sceglierò tra esse. Se ne ha 5 o 6, impiegherò dieci minuti e sceglierò preso da mille dubbi. Ma se ne avesse 40 o 50 ordinerei un’ortolana o una margherita senza consultare il menù.
Un altro dato interessante che si evince dall’articolo è il numero di editori.
In Italia nel 2018, ben 1.564 editori hanno pubblicato almeno un libro. Più precisamente, 800 di loro hanno pubblicato da 1 a 10 libri, circa 530 ne hanno pubblicati da 11 a 50 e solamente i restanti 234 hanno pubblicato più di 50 libri.
Quindi il 15% degli editori ha inondato il mercato con l’80% dei titoli.
Se lo fanno vuol dire che ci guadagnano. Perché l’editore, ormai, è un lavoro come tutti gli altri.
(E qui mi correggo, fare il Grande Editore è un lavoro come tutti gli altri, per i piccoli c’è ancora uno zoccolo duro di appassionati che lo fanno per vocazione, per fare cultura.)
Ma l’impatto di questa produzione esagerata sul mercato è devastante.
Una scelta così ampia (a scapito della qualità, ovviamente) non genererà nuovi lettori, anzi tenderà ad allontanarli.
Accontentare tutti i gusti va bene, ma fare dei prodotti di qualità mediocre per soddisfare dei gusti mediocri è un grave errore.
Per restare al parallelismo con il mondo della ristorazione, va benissimo che ci siano i Cracco, gli Oldani insieme alle trattorie, alle pizzerie e persino ai McDonald’s. Ma sarebbe un errore madornale se da Cracco servissero gli Happy Meal e in trattoria proponessero delle bottiglie di vino da 60 euro.
E’ iniziata con la voglia, forse la necessità, di andarmene da solo in montagna. A cercare il silenzio.
Poi, con la scusa del trasloco, ho iniziato a vuotare la mia casa. A cercare il necessario.
Adesso non riesco più a farne senza.
Parlo del vuoto.
Una storiella zen, racconta che un giovane discepolo andò dal maestro e gli disse “Sono ormai mesi che vivo al convento ma non ho ancora raggiunto l’illuminazione, puoi aiutarmi?” Il maestro sorrise e gli chiese se volesse una tazza di té. Così posò una ciotola davanti al giovane ed iniziò a versagli lentamente la bevanda ambrata.
Presto la ciotola fu piena, ma il maestro continuava a versare. Il liquido arrivò al bordo ed iniziò a tracimare, ma il maestro continuava a versare. Il discepolo, imbarazzato, gli disse “Maestro la tazza è piena, non ci sta più nulla” E il maestro rispose: “E così è la tua anima. Prima di imparare una cosa nuova devi essere certo di aver creato lo spazio per essa dentro di te”
Adesso mi trovo nella fase in cui lo spazio c’è, ma al mattino i miei pensieri rimbombano in quel vuoto ed evocano nostalgie di persone, di sentimenti, di passioni. Ho bisogno di iniziare ad imparare qualcosa di nuovo. Altrimenti verrò risucchiato in tutto quel vuoto.
Ero a Milano, stavo percorrendo un controviale di corso Sempione alla ricerca di un parcheggio. C’era un furgoncino piccolo e scassato, con due ruote sul marciapiede e il portellone aperto. Rallentava il passaggio delle altre automobili.
All’interno del vano posteriore c’era un piccolo uomo, dai tratti sudamericani, affannato, sudatissimo, con gli abiti trasandati, che frugava tra decine di pacchetti che vagavano liberi nel furgone.
Dal pianale del furgone, un pacco oblungo scendeva in obliquo fermandosi sulla strada, dove altri pacchetti erano disseminati a terra in un caos che parlava di cadute recenti.
Il logo sulle scatole e l’inconfondibile nastro nero e azzurro palesavano la provenienza: Amazon (potere del marketing!)
Non mi fraintendete, questo post non è l’ennesimo sfogo contro l’incuria dei corrieri della società di Jeff Bezos.
Sono sicuro che: # 1. il corriere ha un contratto regolare (magari da fame) e ha firmato consapevolmente la sua condanna a questo tipo di attività # 2. gli oggetti arriveranno ai clienti integri (nonostante il pessimo trattamento cui sono sottoposti nel viaggio) grazie agli imballaggi extra resistenti ed extra large # 3. aggiungo che anche nel caso non fossero integri, Amazon provvederà a sostituirli gratuitamente, inviandone un nuovo esemplare (non so se il corriere che ha causato il danno ne pagherà le conseguenze, ma immagino di no)
Non voglio neppure far notare che i tempi stretti e le condizioni contrattuali con cui hanno a che fare i corrieri Amazon sono una nuova forma di schiavitù. E neanche che l’impatto sull’ambiente dello spreco di carta e plastica necessario a tutelare l’oggetto a causa delle pessime condizioni di cui sopra sarà pagato dalla collettività che seguirà la nostra generazione.
Io vorrei concentrarmi solo sul tema dell’impoverimento. Amazon vende tutto, consegna prima e ovunque, e costa meno. Un affare, direte. Invece no. Vi ruba in tasca.
Amazon toglie valore alle cose
Dovete fare un regalo. Andate in un negozio e, consigliati dal commesso, vagliate le varie possibilità. Poi, magari, visiterete un nuovo negozio dall’altra parte della città. Infine, effettuata la scelta, potrebbe persino capitarvi di dover aspettare qualche giorno che arrivi e poi tornare a ritirarlo.
Tutto questo lavorìo aumenta il valore di ciò che acquistate. Non in termini economici, ovviamente, ma aumenta l’importanza che voi gli attribuite (che alla fine è l’unica cosa che conta).
Pensate anche al prezzo. Su Amazon non comperate mai a prezzo pieno, ma sempre tutto scontato, al ribasso. Ma davvero vorreste regalare un oggetto in saldo al vostro amore?
A proposito, avete presente la pubblicità di Amazon? Una giovane coppia si scorda del proprio anniversario. Amazon vede e provvede. Entrambi comprano on line, ricevono il pacco a casa, e tutti vissero felici e contenti. Ma voi vorreste vivere con un partner che si dimentica dell’anniversario?
Ma torniamo al nostro corriere nel controviale.
Non c’è amore nel suo lavoro, non c’è professionalità né passione. Non per sua incapacità o mancanza di volontà, semplicemente per mancanza di tempo. Non c’è cura e attenzione nei confronti del pacco sballottato per chilometri (tanto da rendere necessario un imballo gigante anche per libri od oggetti non fragili).
Stanno impoverendo la nostra società. Stanno vendendo sottocosto i nostri desideri, il nostro lavoro, il nostro ambiente.
Il BlackFriday sta arrivando. Natale sta arrivando. Prima di ordinare su Amazon, pensate al corriere e andate ad acquistare i regali nei negozi. Vi costerà più danaro, più tempo, più fatica, ma contribuirete a frenare il declino.
C’è un silenzio speciale quando nevica. Non solo la Natura tace, ma è come se le onde sonore non riuscissero a viaggiare tra i fiocchi di neve.
Eppure, in questo silenzio speciale, riesci a sentire il leggero crepitio causato dal posarsi di ogni fiocco sul manto che ormai copre il giardino.
C’è una luce speciale quando nevica. Di giorno una specie di lucore diffuso, quasi giallo, preannuncia la neve. Poi quando i fiocchi iniziano a scendere, l’aria si fa tersa.
E dopo la nevicata, tutto brilla. Di giorno le montagne si stagliano candide contro il cielo che per contrasto appare di un azzurro sfacciato. Di notte, la luce è amplificata dal candore del mantello nevoso. Ed è strana, perché viene dal basso invece che dall’alto, e modifica tutte le prospettive.
La neve altera tutti i nostri sensi. L’aria sottile ti entra nelle narici e le rende più sensibili agli odori, come se risaltassero dallo sfondo. Il freddo indirizzisce i tuoi polpastrelli e la neve farinosa sfugge alla tua presa. Oppure ti inganna, apparendo solida in superficie, ma appena appoggi il piede, la crosta ghiacciata si rompe e tu sprofondi.
La neve cambia anche le nostre emozioni.
Il Tempo sembra rallentare e tu acquisisci una calma speciale, quasi un distacco dalle cose che ti angustiano gli altri giorni.
La neve è la coltre sotto cui dorme la Natura.
Sotto la neve ho sepolto il mio cuore, se tutto andrà bene a Primavera germoglierà.
Sabato scorso, mentre tornavo a casa in auto, ho sentito uno spezzone di trasmissione. Non ricordo tutti i dettagli, ma la trasmissione era “Prendila così” su RadioDue (condotta da Diletta Parlangeli e Francesco De Carlo), avevano ospite in studio, Francesco Lancia, un autore radiofonico che fa parte della Compagnia Stabile I bugiardini e parlavano di “improvvisazione”.
Il tema generale della puntata era il fallimento.
Francesco Lancia, spiegando come funziona la scuola di improvvisazione, ha raccontato che chi segue i loro corsi, per un anno e mezzo lavora sull’accettazione del fallimento. Il motivo è chiaro. Se mentre sei sul palco continui a temere di sbagliare o di non riuscire, la creatività è bloccata. Nel caso di un copione mandato a memoria, con una mano dai colleghi o dal suggeritore, ti puoi riprendere. Ma se stai improvvisando il castello di carte crolla miseramente.
Ha poi eseguito un esercizio semplicissimo: ha chiesto alla conduttrice di inventarsi una bella storia e lei si è bloccata. Allora le ha posto la cosa in modo diverso, facendole delle domande generiche e lasciando lei libera di dire quello che voleva. E magicamente ne è uscita una breve storia buffa.
Il senso dell’esperimento è che quando abbiamo paura di fallire sentiamo la responsabilità sulle nostre spalle e ci blocchiamo.
Accettare il fallimento come passaggio fondamentale di ogni crescita è il primo passo verso la creatività.
Il termine fallimento è legato a quello di sconfitta. E accettare il fallimento suona come una cosa da vigliacchi.
Ma non lo è.
E per restare in tema teatrale, il buon Amleto si interrogava tra essere o non essere, tra vivere e morire, tra fare e non fare. Io credo che sia cento volte meglio fallire mentre si tenta che rinunciare prima di provarci.
Oggi penso e ripenso su questo tema. Sto cercando di trovare tregua. Mi sono reso conto di aver fallito in un progetto importante, probabilmente il più importante, di questa fase della mia vita.
Ma come ho già scritto altrove, la vita è fatta di tutti i passaggi che attraversiamo, e anche da questo devo imparare.
Sarà una lezione che terrò bene a mente: mi è stata insegnata nel modo più doloroso possibile.