Nostalgia canaglia

Per una volta tanto ho invertito la tendenza.
Ho corso per poterne scrivere nell’appuntamento del lunedì su Repubblica dei Runner.

Durante il weekend sono andato a Trieste, come mi capita spesso (leggete qui, ad esempio). Avevo dietro la roba per correre ma zero voglia.
Poi sabato, spinto appunto dalla consapevolezza che lunedì ne avrei dovuto scrivere, ho bandito la pigrizia e sono uscito a correre.
Sono partito tranquillo, sul lungo mare di Barcola, e presto sono stato superato da due podisti che procedevano tranquilli mentre chiacchieravano dei fatti di cronaca.

Li ho lasciati andare. Viaggiavano ad una quindicina di secondi al chilometro più veloci di me (almeno ad occhio).
Poi li ho ripresi perché uno si era fermato a bere ad una fontanella. Ma sono stato subito superato nuovamente.
Al giro di boa classico su quel percorso, il bivio di Miramare, anche loro hanno fatto dietrofront e, regolari come un metronomo, sono tornati verso la città.

Non so cosa mi sia scattato dentro, forse solo la voglia di sentire le gambe girare, ma ho deciso di aumentare e, nei quattro chilometri che ci dividevano dal punto in cui io sarei arrivato a casa, qualche metro alla volta, ho raggiunto e superato i miei inconsapevoli bersagli.

In pratica un allenamento con la prima metà tranquilla e la seconda metà in progressione.

La corsa è come le sigarette. Produce dipendenza.

E come per le sigarette (“ne fumo una e basta”) appena esci e ti diverti un po’, subito ricaschi nel vizio.
Così il giorno dopo, la domenica, approfittando dell’ora in più regalatami dal passaggio all’ora solare, ho fatto un viaggio nel tempo e sono andato a riprovare un vecchio percorso sul Carso.

Strada Vicentina - Napolenica

La prima volta che vi avevo corso (probabilmente 35 anni fa) mi aveva accompagnato Sergio, un amico che adesso è anche diventato mio cognato. Avevamo fatto la Napoleonica partendo dall’Obelisco, eravamo saliti alla Vedetta Italia (332 mt slm), da lì avevamo raggiunto Monte Grisa e, nei boschi, eravamo tornati all’Obelisco.
E quello era rimasto il “nostro” percorso; quello che ogni settimana ripetevamo.

All’epoca – ricordo – lo consideravamo un giro impegnativo.
Adesso, dopo anni di trail running, è poco più di un’uscitina (8km e 200D+).

Ma ripercorrendo quei sentieri mi sembrava quasi di essere tornato ragazzo, di avere Sergio al mio fianco, di chiacchierare di progetti per il futuro (che oggi è il mio passato).

Un’esperienza dolce e malinconica allo stesso tempo.

Ogni volta che torno a Trieste, vecchi fantasmi prendono vita.
E qui mi rendo conto del potere della nostra mente, della nostra immaginazione.

Le persone ci mancano soprattutto per i ricordi delle emozioni che associamo loro.
E la misura in cui ci mancano è proporzionale all’intensità di quelle emozioni.

Uno stato di sospensione

Et voilà.
La scorsa settimana la magia è stata replicata. Ancora una volta.

ore 7.30 – a Milano il cielo è sereno, ma al bar mi dicono che è prevista pioggia.
ore 12.00 – infatti un’acquerugiola fastidiosa bagna l’asfalto e i tetti delle macchine.

Devo decidere cosa fare.
Avevo previsto di correre, ma non ho voglia di prendere l’acquazzone serale, quindi salto il pranzo e vado al campo XXV Aprile.
Si corre in Montagnetta!

Il cervello registra automaticamente le sensazioni. Tutte negative.
Le gambe non girano; il fiato è corto; il mio corpo è una massa ballonzolante intorno allo scheletro.

Cerco di convincermi: Sono già qui, so che dopo starò meglio, e poi sfogo un po’ di tensione della giornata

correndo nella pioggia

La pioggia sembra aumentare, si mescola al sudore che mi cola negli occhi.
Scollego il cervello dalla corsa e lo metto a riflettere sulla mia vita, sulle scelte che sto facendo, sugli affetti.

Così le gambe entrano nel ritmo giusto.
Assaporo la fatica per quello che è.
La mente vaga libera e io mi diverto una volta in più.

Quando incontro un amico che mi saluta, mi spiace persino uscire da questo stato di sospensione.

Ma giro l’angolo, arrivo all’auto, fermo il cronometro.
Erano mesi che non riuscivo a correre 10 chilometri in progressione.

Sono di nuovo pronto a reimmetermi nella routine.
E il pomeriggio in ufficio è volato

Perdere la testa

Io sono un tipetto razionale. Fin troppo…
Amo farmi una ragione di qualsiasi cosa, di comprendere i meccanismi, di gestire gli effetti.

Anche quando corro, ovviamente.

Bene, la scorsa settimana ho fatto un’esperienza per alcuni versi illuminante.

Come forse ricorderete, da inizio settembre mi sono rimesso di buzzo buono a correre con regolarità.
Esco tre volte durante la settimana, e nel weekend mi dedico al trekking.

Il giro settimanale dura circa un’oretta. Prevede un primo tratto in discesa, un lungo falsopiano in leggera salita, e una parte finale in cui corro nel bosco con saliscendi continui e una lunga discesa finale.

Poiché le prime volte mi trovavo già in affanno lungo il falsopiano, sono subentrate testa ed esperienza a mettermi il pilota automatico. Così partivo tranquillo e poi mi gestivo: in pratica restavo con il freno a mano tirato in modo da non soffrire troppo nella seconda parte.

La scorsa settimana mentre mi scaldavo mi è venuta in mente un’idea nuova e ho iniziato a cullarla.
Il mio cervello la osservava da tutti i lati e, così facendo, si è distratto e non ha inserito il pilota automatico.

Sono arrivato alla fine del falsopiano senza affanni e sono partito per il tratto sul sentiero bello pimpante.
Insomma per farla breve, senza freno tirato ho guadagnato un paio di minuti (e questo è ovvio, direte voi); ma la cosa che più mi ha colpito è che non ero per nulla stanco.

Il pensatore di Rodin
Il pensatore, l’opera di Auguste Rodin a Parigi

tic… tic… tic…
gli ingranaggi del mio cervello hanno iniziato a ponderare l’esperienza e, la volta successiva, ho scelto a bella posta di spingere in modo leggero e costante nel primo tratto e, sorpresa sorpresa, il miracolo si è ripetuto.

Allora, mi sono chiesto, quante volte ho lasciato che il buon senso (la prudenza, la tattica, chiamatelo come volete) mi bloccasse prima di arrivare a mettermi davvero in gioco?

Ma non sono io quello che ha scritto Una seducente sospensione del buon senso? E allora?

Magari in gara è anche giusto. Ma nelle mie corsette settimanali, non sarebbe meglio andare a raschiare il fondo del barile? Questa settimana ci riprovo. Non sia mai che per andare più veloce, i chili di troppo da togliere siano quelli sopra il collo.

Passatempo per una mattinata uggiosa

Volete provare con me un giochino?
Adesso enuncerò alcune frasi tratte direttamente dall’esperienza comune del corridore.

1. Nella corsa, specialmente quella di lunga durata, la cosa più importante è saper individuare il ritmo giusto. Conoscere a fondo sè stessi prima che le altre persone che corrono con te e non delegare ad altri le proprie scelte. Non farsi trascinare, non ingaggiare sfide con altre persone e soprattutto non lasciare che gli altri impongano a te il loro ritmo: tu conosci te stesso, gli altri no.

2. Nella corsa è fondamentale essere realisti. Sapere esattamente fino a dove puoi arrivare e prepararti bene per affrontare la sfida di andare un po’ oltre.

3. Nella corsa è basilare la preparazione alle sfide, ma non basta. Bisogna anche essere pronti a gestire tutti gli imprevisti, le piccole e grandi difficoltà che certamente troverai.

4. Uno degli errori tipici che si fanno correndo è quello di pensare sempre al futuro: se non ti godi ogni singolo momento della corsa finirai con perdere la motivazione a correre. Passerai le tue giornate in attesa di riuscire a correre senza fatica e meglio.

5. Infine l’ultima cosa da tenere bene in mente: il modo in cui corri dipende solo da te. Non esistono polveri magiche, non esistono libri da leggere, non esitono persone con la verità in tasca. Devi uscire e correre. E poi correre, correre e ancora correre. E dalla corsa imparare.

OK, direi che possiamo essere tutti d’accordo.
Forse non sono perle di saggezza, ma sono frasi sensate nelle quali ci possiamo certamente riconoscere.

passeggiando nel bosco


Bene adesso il giochino. Sostituiamo la parola corsa con la parola vita e il verbo correre con il verbo vivere…

1. Nella vita, specialmente quella di lunga durata, la cosa più importante è saper individuare il ritmo giusto. Conoscere a fondo sè stessi prima che le altre persone che vivono con te e non delegare ad altri le proprie scelte. Non farsi trascinare, non ingaggiare sfide con altre persone e soprattutto non lasciare che gli altri impongano a te il loro ritmo: tu conosci te stesso, gli altri no.

2. Nella vita è fondamentale essere realisti. Sapere esattamente fino a dove puoi arrivare e prepararti bene per affrontare la sfida di andare un po’ oltre.

3. Nella vita è basilare la preparazione alle sfide, ma non basta. Bisogna anche essere pronti a gestire tutti gli imprevisti, le piccole e grandi difficoltà che certamente troverai.

4. Uno degli errori tipici che si fanno vivendo è quello di pensare sempre al futuro: se non ti godi ogni singolo momento della vita finirai con perdere la motivazione a vivere. Passerai le tue giornate in attesa di riuscire a vivere senza fatica e meglio.

5. Infine l’ultima cosa da tenere bene in mente: il modo in cui vivi dipende solo da te. Non esistono polveri magiche, non esistono libri da leggere, non esitono persone con la verità in tasca.
Devi uscire e vivere. E poi vivere, vivere e ancora vivere. E dalla vita imparare.

Divertente no?
Non è certo filosofia, ma uno spunto come un altro, in questa mattina con il cielo nero

La prospettiva del corridore

Senza scomodare i filosofi che vogliono che la semplice osservazione di un evento comporti un’interazione con l’evento stesso, è nell’esperienza comune che ogni realtà è percepita in modo diverso a seconda di chi la osserva o la vive.

Per noi che corriamo la vita appare completamente diversa.
Migliore? Peggiore? Provate a seguirmi per qualche capoverso…

L’idea mi è venuta qualche tempo fa, quando un’amica mi raccontava che, di ritorno da un cross è rimasta bloccata in autostrada per un incidente occorso qualche minuto prima. Il problema era che quella sera doveva andare alla Scala ad assistere ad un balletto e il ritardo stava mettendo in forse l’arrivo a teatro. Il giorno dopo le ho chiesto com’era andata e lapidariamente mi ha risposto: “Sono arrivata a casa alle 18.45, mi sono tolta il fango con una pezza bagnata e alle 19 era di nuovo in strada. Il balletto è stato bellissimo!”

Ora quale donna può andare nel tempio della lirica italiana senza aver dedicato almeno un paio d’ore alla preparazione? Beh, una podista! Un misto di senso pratico, abitudine al controllo del tempo, e una dose inesauribile di volontà di riuscire.

Un altro esempio che mi tocca da vicino.
Qualche anno fa sono dovuto restare fermo ai box per sei mesi a causa di un’ernia al disco. La cosa si è presentata come una lombo-sciatalgia con una spiccata discopatia al disco tra la L5 e la S1 (so che scrivo geroglifici, ma so anche che chi ci è passato sa di cosa parlo). I medici aspettavano di vedere se consigliarmi l’operazione o se l’ernia non peggiorasse e il dolore passasse. Nel frattempo mi avevano impedito di correre.

Dal mio punto di vista, dalla mia prospettiva, la preoccupazione non era il dolore (siamo tutti abituati ad una minima dose di dolore in maratona), non era l’autocommiserazione per il mio status di “malato“ (propria di alcuni malati e di tutti gli ipocondriaci), non era la paura dell’operazione o la volontà di evitarla.
Io ero focalizzato sulla ripresa dell’attività sportiva. E questo mi permetteva di andare avanti, mettendo tutte le cose che ho citato al loro posto, accettando la cura (e anche lo stop forzato è parte di questa), obbligandomi a reagire.

E’ il mio “essere“ podista che ha plasmato il carattere in questo modo.

[Per i più curiosi dirò che l’ernia si è disinfiammata, è rimasta una leggera protrusione e, senza essere operato, da quella volta ho corso anche il Tor des Géants, NdA]

Concludo con un tema lieve, che però esemplifica bene come attraverso gli occhi di un podista la realtà venga distorta.

Andate a pranzo con un corridore. Mangerà probabilmente molto di più di quello che, giudicandolo dall’aspetto fisico, vi potreste aspettare; mangerà meglio, con una maggiore attenzione alla qualità del cibo. E soprattutto si esprimerà in modo assolutamente particolare, misurando le porzioni di dolce in ore di lungo lento e il piatto di pasta in carico di carboidrati.

Tendenzialmente sarà un piacevole commensale, pronto a “spazzolare“ il proprio piatto e magari a fare a metà con voi di una seconda pizza…

Per giungere alla conclusione, correre ci cambia la vita, ma cambia anche il modo in cui noi percepiamo la nostra esistenza. E abitualmente lo cambia in meglio.

Sicuramente ci sono motivi chimico-fisiologici, penso ad esempio alle endorfine in circolo, ma credo che in primo luogo il miglioramento stia nella nostra testa, nell’ottimismo che diventa un atteggiamento abituale, nella prospettiva migliore da cui – noi che corriamo – affrontiamo gli ostacoli.

E questa, a mio avviso, rimane la più importante tra le ragioni per cui correre…

Le mucche e la condivisione

Intorno a casa mia, come dappertutto in montagna, quando una persona ha un pezzo di terreno e non lo usa per far fieno, lo impresta ad un amico perché ci porti a pascolare le bestie (mucche o pecore che siano).

Il secondo si garantisce cibo gratis agli animali, il primo si trova il terreno senza erbacce e ben concimato (!)

Così da qualche giorno, durante la notte mi fanno compagnia i campanacci di una mezza dozzina di mucche che pascolano placide sotto casa. E al mattino, invece che il gallo è un muggito poderoso che mi tira giù dal letto.

Domenica, invece che alzarmi e fare colazione, ho deciso che sarei uscito a fare una corsetta.

Di solito esco in pausa pranzo o la sera, ma – visto che ero sveglio – ho pensato di inaugurare le uscite mattutine. Erano le 6 e 30 circa, l’aria era fresca, pulita, odorosa di bosco.

Dopo il riscaldamento e un tratto di sterrata, visto che le gambe giravano poco, ho tagliato per un sentiero sul quale da un po’ volevo tornare. Tra grosse rocce e tronchi d’albero, la traccia si insinuava tortuosa nel bosco. C’ero già stato, come detto, ma non ancora quest’anno. Quindi volevo sincerarmi della percorribilità.

Come spesso mi accade, dopo una decina di minuti mi sono distratto completamente ed ho iniziato ad osservare la natura. Specialmente al mattino presto, è facile incrociare degli animali, anche se ad agosto tendono a restare più verso le vette. Comunque ho incrociato una cerva che è fuggita emettendo il suo caratteristico verso così simile al cane, ed un capriolo che mi osservava dai bordi di un pascolo.

Senza quasi accorgermene sono uscito dal bosco e arrivato sulla poderale che porta al paese sopra il mio.

Ho alzato gli occhi e ho visto le cime che sovrastano quella zona, trasformate dal sole che sorgeva. Avevano un colore rosa tenue che regalava loro un fascino speciale, meglio che in qualsiasi altra ora del giorno.

Benedette le mucche che mi aveavno svegliato!

mucca

Mi sono un po’ dispiaciuto di non avere con me il cellulare e non poter scattare una foto. Ma procedendo lungo la strada e riempiendomi gli occhi di quello spettacolo che cambiava di minuto in minuto, mi sono ricreduto. Perché fare una foto quando potevo usare quel tempo per notare i particolari?

Certo avrei potuto aggiungerla a questo post e condividerla con voi.

Ma la verità è che non si sarebbe trattato di vera condivisione.
Avreste dovuto essere lì con me, allora sì avremmo condiviso quell’esperienza.

FaceBook ci ha abituato ad un linguaggio che confonde.

Il “Mi Piace” che non costa niente e che si dà a tutti, anche se poi magari non ci piace poi così tanto.
Il “Condividi” che, di nuovo, è un atto gratuito, che non costa nulla, neppure la fatica di pensare un momento.

Sono ancora legato al significato tradizionale di quei termini.

Mi ricordo come mi tremavano le ginocchia quando ho confessato alla prima ragazza che mi piaceva.
Mi ricordo il profondo senso di gratitudine che avevo provato quando, in un bivacco in cui mi ero dovuto fermare, un vecchio signore aveva condiviso con me (che non avevo nulla) la sua cena.

Sbaglierò, ma stiamo rischiando di annacquare il significato profondo delle cose.

Ho imboccato la discesa e sono arrivato di gran lena alle spalle delle mie amiche mucche suscitando un coro di sdegnati muggiti.

Pane al pane, vino al vino.
Credo sia meglio ritornare lì.

Il metronomo

Era quasi estate, le ultime faticose settimane di scuola, probabilmente in seconda o terza media.
Mia madre, a colloquio con il professore di matematica, ricevette uno strano invito a farci provare il canottaggio.
Fu così che il sabato successivo, mio fratello ed io ci recammo presso la Canottieri Nettuno a Trieste e io feci i primi passi nello sport.

Ero un simpatico ciccione (d’altronde esistono ciccioni antipatici?) che non sapeva nulla di attività fisica.
Me la cavavo a scuola, suonavo la chitarra ed avevo qualche amico. Ma sport zero.
Mi ricordo che l’allenatore mi osservò e, toccandomi prima la pancia e poi il petto, disse: “Franzile (un vezzeggiativo sloveno che suonerebbe Franceschino) sposteremo tutto quello che c’è qui sotto, qui sopra” e se ne andò.

Poi iniziò il percorso fatto di corse (che scopersi di amare a differenza degli altri canottieri) e di vasca voga, dove apprendevamo i rudimenti dell’arte rematoria.
C’ero portato. Tanto che, dopo aver spostato i chili dalla pancia al petto, sono entrato nella squadra e mi sono tolto parecchie soddisfazioni in gara.

Una delle prime lezioni che imparai fu di sentire il ritmo della barca.

Il canottaggio è uno sport di potenza. I remi piantati in acqua spingono in avanti lo scafo sottile. E quando il vogatore si precipita verso poppa per piantarli di nuovo in acqua il più avanti possibile, contrasta il moto dell’imbarcazione.
E’ tutta una questione di ritmo. Se ce l’hai la barca vola, se non ce l’hai la barca si pianta.

Ben presto scopersi che il ritmo è fondamentale in ogni cosa.
Nella corsa il ritmo è tutto. Imbriglia la potenza e la trasforma in armonia e poi in performance.
Nella musica, trasforma le note in melodia.
Nella vita, se riesci a imporre un ritmo, gli accadimenti si mettono in fila e le tue azioni producono risultati.

metronomo

Riflettendo su questo ho deciso che, come fatto già molte altre volte in passato, assegnerò alla corsa un ruolo di metronomo.

Le chiederò di essere la regola costante delle mie giornate.
Questa volta non per arrivare ad un risultato cronometrico o per partecipare ad una gara, ma per rimettermi in riga, per riportare la mia vita nel ritmo che io vorrei avesse.

Ho ripreso a correre.

Non guardo il cronometro (anche perché temo sia impietoso specchio della mia attuale forma) ma cerco di correre con costanza.
Alterno le corse e le camminate in montagna (altrettanto stimolanti per l’apparato muscolare e cardiocircolatorio ma meno logoranti per le articolazioni).
E l’uscita di corsa è diventata la cadenza attorno alla quale faccio girare i miei altri impegni: il lavoro, la scrittura, le passioni.

Un piccolo esempio concreto è questo blog.
Cercherò di aggiornarlo con cadenza settimanale, il lunedì, tanto per partire con il piede giusto.
E se il miracolo si rinnoverà, corsa dopo corsa, settimana dopo settimana, mi rimetterò alla pari con il resto della mia vita.

E se per caso…

Sono uscito a correre.
Ero andato a trovare mia figlia che vive e lavora a Londra.
Una mini vacanza lampo, un weekend lungo, un volo low cost con solo bagaglio a mano, tanto che avevo dovuto valutare a lungo se infilarci anche le cose per correre.
Poi avevo ceduto alle insistenze di mia figlia che mi aveva detto “Dai papà, vicino a casa mia c’è la Montagnetta di Londra!”

E adesso le ero grato.
Poter correre il sabato mattina significa ritagliare un’ora solo per me in un weekend fatto di amici inglesi, di tour per i luoghi improbabili della capitale, di chiacchierate su brexit, sul lavoro, sui rapporti con i colleghi.

Abbey Road

Stavo risalendo la via principale, tra grandi magazzini del bricolage e autorimesse dei rossi double decker, i caratteristici autobus a due piani. Prestavo attenzione a dove avrei dovuto girare (“Risali la strada fino ad un grosso magazzino verde, proprio dopo le rotaie, lì giri a sinistra e ci sei…” aveva detto mia figlia), ma un cartello con la scritta Gladstone Park rendeva impossibile sbagliare.

Gladstone significa “pietra felice” che è il nome del B&B del mio amico Riccardo, a miglia di distanza, nella piccola Introd, così fantasticando di coincidenze mi sono trovato in faccia ad una piccola collinetta sul cui fianco era dislocato il parco.
Già avvicinandomi avevo notato un gruppo colorato di runners, cinque o sei, che correva compatto, seguito a breve distanza da un altro manipolo di podisti.
Sono entrato nel parco, immettendomi nel vialetto e seguendo la corrente che faticava lungo la salita spronata da un ragazzo con un gilet giallo.

“Forse è l’allenatore” ho pensato dentro di me mentre mi avvicinavo.
Dalla sommità della salita vedevo il vialetto scendere in picchiata e risalire più avanti, e scoprivo che i runner erano molte decine, forse un paio di centinaia.
Tutto il parco era una specie di toboga dedicato al running, punteggiato qui e là da gigantesche querce secolari che silenziose ci osservavano passare in mezzo a dei prati cui l’inverno aveva cambiato la livrea da verde brillante a verde spento, quasi blu.

“Troppa gente – mi sono detto – faccio un giro e me ne vado”.
Poi è scattato il solito meccanismo che tutti conosciamo.
In salita ho accelerato per andare a prendere un podista che mi precedeva e da lui ho puntato la coppia di ragazze qualche metro più avanti.
Intanto studiavo il percorso che era segnato con frecce colorate e presentava i cartelli con i chilometri.
Eppure non c’erano pettorali, quindi non si tattava di una gara.

All’incrocio successivo una signora di una certa età, anch’essa con il gilet giallo, indicava il percorso ai corridori.
Mi sono fermato ad interrogarla e lei, superato un attimo di smarrimento, mi ha spiegato che si trattava di uno degli allenamenti di parkrun.com.

Si tratta di una specie di critical mass per podisti.
Vai sul sito, scegli il percorso, ti registri e vai a correre.
Totalmente gratuito. Totalmente su base volontaria.
Esiste anche in Italia, grazie all’amico Giorgio Cambiano che per primo lo aveva importato.
(Trovate tutte le indicazioni qui)
“Come vedi ci sono persone di tutte le velocità, ci vediamo il prossimo sabato alle nove” mi  ha salutato la signora prima di tornare ad incitare gli altri runner.

Le ho sorriso e sono ripartito.
La signora mi aveva spiegato che il percorso era un anello da percorrere due volte per sommare i 5k che erano l’obbiettivo.
Quando mi ero unito a loro erano al secondo giro, ma mi è sembrato naturale finire l’allenamento e percorrere anch’io i due anelli canonici.

Tornato a casa riflettevo su quanto sia bella l’idea dei parkrun.
Volontari al servizio dei corridori con l’unico scopo di sentirsi ancora attivi (erano tutte persone in là con gli anni).
Runner che si trovavano lì per il solo piacere di condividere la stessa passione.

Un bel modo di restituire la corsa agli amatori, riprendendola dagli eventi di marketing e dalle gare organizzate.
Un’iniziativa che parte dal basso e, proprio per questo, riflette il senso democratico della corsa.

La morale è che, anche quando non ne abbiamo voglia, dovremmo uscire lo stesso a correre, ed essere aperti a quello che ci può capitare…

Un paio di occhiali neri

Non so se capita anche a voi, ma a me succede abbastanza spesso.
Quando esco a correre in orario di lavoro (a metà mattina o a metà pomeriggio).
Quando sono sovrappeso e tutte le magliette mi vanno strette.
Quando devo passare attraverso le vie più affollate, in mezzo alla gente.

Ecco in tutte queste occasioni (e in molte altre ancora) preferisco indossare un paio di occhiali scuri da corsa.

Blues Brothers
In alcuni casi gli occhiali da sole sono diventati un simbolo…

E’ un po’ come se nascondessi l’anima dietro alle lenti nere.
Non è proprio che provo vergogna, ma magari sono solo un po’ in imbarazzo.

Allora gli occhiali servono da protezione.

La falcata si fa più sciolta e i pensieri scorrono più liberi.

Coco Chanel diceva:
“Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro
come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali scuri”

La signora se ne intendeva.

Corro, dietro alle lenti da sole, e penso:
quanto più facile sarebbe, se fossimo capaci di fregarcene di cosa la gente pensi di noi…

La pioggia

E’ proprio vero che dipende tutto dal nostro atteggiamento mentale.

Sabato avevo una lunga serie di commissioni da svolgere (si sa che nel fine settimana si concentrano le rogne).
Barbiere, ritirare un libro, fare la spesa, pagare una multa in posta… insomma esco presto di casa e riesco a rientrare solamente alle due meno dieci.

Pioveva, ma non a dirotto come sarebbe poi successo per tutta la domenica, e non avevo particolarmente fame, così appena sistemate in frigo le cose comperate, ho indossato scarpette, pantaloncini e bandana, e sono uscito.

Un po’ meno di un’ora, senza alcuna fretta, godendomi solamente le sensazioni della pioggia sul viso, del calore sprigionato dai muscoli che mi scaldava, dei profumi del bosco accentuati dall’umidità.

pioggia

Ho corso leggero come non mi capitava da tempo.

Il nuovo libro è in libreria e, salvo qualche presentazione, è indipendente e ha ormai intrapreso la sua strada.
L’inverno è alle porte con la sua sonnolenta dose di mattinate in giro e pomeriggi davanti alla stufa.
La mia testa lavora su nuove idee, ma sono tutte in fase di decantazione.

Insomma il periodo più vicino alla tranquillità da un po’ di tempo a questa parte.

Anche da un punto di vista podistico sono in letargo.
Non ho obbiettivi e corro solo per il piacere di farlo (magari con qualche spintone da parte della bilancia che mi ricorda che non posso mangiare e non correre!).

Sabato è stata una delle più belle e liberatorie corse che mi capitavano da tempo.
Nonostante la pioggia.
O forse proprio per essa.

Giunto a metà strada, ho abbandonato la poderale e ho imboccato il sentiero.
Sono cambiati completamente i suoni.
Gli alberi ondeggiavano lenti e lasciavano cadere dalle chiome una pioggia che si univa alle gocce del cielo, centuplicandone l’effetto sonoro.
Il passo sul sentiero era silenzioso, così che potevo udire gli schiocchi dei rami mossi dallo scoiattolo o dalla ghiandaia.
Un riccio di castagne che cadeva all’improvviso sembrava un’esplosione nel silenzio della foresta.

Procedevo senza fretta e senza accorgermi della fatica.
La testa vuota. Il cuore lento. Il fiato corto.

Oggi piove ancora.
Le nuvole sono basse e ammantano i monti.
E non vedo l’ora che arrivi la pausa pranzo per uscire di nuovo a correre…