È uno di quei periodi in cui mi sembra che le forze non bastino mai. Ogni lavoro iniziato si trasforma rapidamente in una punizione. Ogni impegno preso, ancor prima di arrivare alla data stabilita, sembra incombermi sul collo come un giogo.
Podisticamente parlando non ho obbiettivi, salvo quello di restare in una forma accettabile per essere credibile nelle presentazioni di “Niente panico, si continua a correre”
Ma dove trovare l’energia mancante? Come ricaricare le batterie? È qui che ci viene in aiuto la scienza.
Se, come dice la legge di De Lavoisier, “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” o, come chiosa il mio saggio amico Geo, “la somma deve sempre fare 100”, allora secondo me la questione sta tutta nel saper trasformare l’energia.
Il bosco bruciato nell’incendio, viene convertito in calore, in sostanze organiche che nutriranno il terreno, in particelle microscopiche che faranno bruciare i polmoni del runner che corre lì attorno. Certo non consola noi che volevamo stenderci all’ombra ma ci fa riflettere.
Nulla è sprecato.
Tutta la fatica che facciamo per affrontare questo periodo non fa altro che fortificare il nostro spirito e prepararlo ai prossimi impegni. Di nuovo, forse non allevia la fatica, ma almeno la rende un po’ più dolce…
Ieri sono andato ad assistere alla presentazione di un libro uscito solo 15 giorni fa.
Lo avevo letto in anteprima, Patrick Trentini, l’autore, mi aveva contattato per un parere preliminare, quando il libro era ancora un manoscritto in fase di editing da parte della casa editrice (Reverdito).
Tendenzialmente non leggo manoscritti, ma in questo caso mi aveva colpito il progetto. Patrick è un pianista che corre. Di solito si esprime componendo brani musicali, in questo caso aveva scelto di scrivere (era il suo primo libro) e di accompagnare ogni capitolo con un brano in un nuovo cd allegato al libro.
Parole e musica. In pratica due dei linguaggi che amo di più, mescolati per convogliare delle storie sul terzo linguaggio che prediligo: la corsa…
A volte corro piano, già dal titolo svela il senso. Racconta l’esperienza di Patrick Trentin, il musicista, il runner, l’uomo.
Ieri alla presentazione ero curioso di conoscerlo personalmente, di vedere se il personaggio che mi ero creato in mente leggendo il libro era lo stesso che avrei incontrato.
Patrick era reduce dalla 100km del Passatore. La sua prima 100, e l’esperienza aveva lasciato il segno.
E ho ritrovato la stessa persona che era uscita dalle pagine. Secondo Patrick, è proprio questo quello che cerchiamo nella corsa. Delle cicatrici che diano senso a quello che siamo. Delle esperienze significative e sfidanti, che ci permettano di prendere le misure di noi stessi.
Leggete il libro mentre ascoltate in sottofondo la sua musica.
Trasmette passione. Trasmette a tutto tondo il carattere dell’autore: un uomo determinato, abituato a imporsi una disciplina rigida (non è un caso che si cimenti anche nelle arti marziali), un uomo che sceglie dove andare ma ha l’umiltà di farsi guidare dal proprio destino.
PS: per tutti quelli che pensano “Non se ne può più! Un altro libro sulla corsa…” Abbiate fede, si parla di musica, di corsa, di umanità… sono 19 euro davvero spesi bene
Lunedì sera, mentre preparavo la borsa per la mia trasferta di questa settimana, consideravo con attenzione quali impegni avrei avuto in modo da non trovarmi impreparato sul “guardaroba”. Ovviamente non mi riferisco a camicia e cravatta per un incontro di lavoro, ma a scarpe e zainetto per un’uscita trail.
Mi ha fatto riflettere su come l’organizzare bene la propria agenda sia uno degli aspetti chiave per il successo. E su come, sempre di più, siamo schiavi della nostra agenda.
Fino a qualche anno fa, in una mia settimana tipo, gli allenamenti si incastravano senza problemi. Lunedì riposo (dopo la gara o l’uscita lunga di domenica). Martedì e giovedì corsa all’alba prima dell’ufficio, facendo martedì un lavoro intenso e giovedì uno leggero anche perché il mercoledì sera toccava piscina. Venerdì uscita al cazzeggio con gli amici, un’oretta tirando il collo a quelli più lenti. Sabato riposo e domenica gara o lungo.
Ovviamente nel mezzo c’erano trasferte di lavoro, impegni familiari, appuntamenti extra corsa (pochi invero).
Adesso che sono più vecchio e che si è spento il fuoco sacro del gareggiare, dedico più serate al cinema, alle cene con gli amici, alla lettura. Il giorno di recupero dopo un allenamento non è più un lusso ma una necessità. Ma, soprattutto, non vivo più schiavo della mia agenda. Seguo l’ispirazione del momento.
E’ ovvio che pago un prezzo per questo nuovo atteggiamento. Non sono più in forma come una volta. Le lunghe distanze sono pesanti e non più un “allenamento diverso dal solito”. Nelle corse del venerdì con gli amici sono diventato quello a cui si tira il collo.
Eppure un minimo di programmazione è rimasta.
Faccio attenzione (come detto) ad inserire i giorni di recupero o perlomeno alterno la corsa e un’altra attività (bicicletta o anche un’escursione). Cerco di alternare un lavoro lungo e uno veloce (anche se i concetti di lungo e di veloce hanno un significato ben diverso oggi). Infine, siccome ho provato la fatica necessaria per riprendere a correre dopo una sosta di sei mesi, faccio in modo di allenarmi (magari poco) ma con continuità.
La differenza tra allenanarsi e correre non sta nell’intensità o nella frequenza dei lavori, ma nella programmazione. E questa semplice verità rimane oscura a molti che, difatti, si chiedono “Come mai vado più piano dello scorso anno anche se corro ogni giorno?”
Trovate un allenatore e fatevi fare un piano d’allenamento e i risultati verranno. Oppure scordatevi di migliorare e godetevi la vostra corsetta quotidiana.
Ho passato lo scorso weekend a fare sport in montagna.
Sabato, con un’amica, ho fatto un bel giro di una ventina di chilometri e oltre mille metri di dislivello positivo. Un giro immaginato durante la notte precedente e modificato in corso d’opera quando, salendo da nord verso la vetta di un monte, abbiamo trovato la neve e non essendo attrezzati con ramponi o ciaspole, abbiamo cambiato programma e abbiamo aggirato la vetta invece che salirla. Appena rientrati a casa, abbiamo inforcato le mountain bike e abbiamo fatto un’altra decina di chilometri cercando il posto per l’allenamento di domenica.
Domenica, svegliatici con calma dopo una bella serata tra amici, abbiamo fatto colazione, ripreso le mountain bike e siamo andati a fare le ripetute lungo le condotte forzate dell’acqua (magari qualcuno non sa di cosa parlo, quindi ho messo una foto). Appena rientrati a casa, un bel pranzetto in terrazzo dove ci siamo soffermati a prendere il sole prima di rientrare a Milano.
Un’immagine della gara Valtellina Vertical Tube Race, che si corre lungo le condotte forzate dell’acqua
Non vi racconto tutto questo per farmi invidiare ( ), ma perché voglio parlarvi della mia idea di fare sport. E più precisamente di come il senso dello sport in generale e della corsa in particolare, cambi a seconda del luogo dove lo pratichiamo. Voi direte: “bella scoperta Franz, chiaro che è più bello correre nel bosco in montagna che tra gli ippocastani del parco Sempione”. Vero, ma non proprio così immediato.
Correre in montagna significa cambiare completamente atteggiamento.
Significa dimenticare la distanza in chilometri e misurare solo i dislivelli. Significa guardare l’orologio non per vedere a quanti minuti al chilometro stiamo andando, ma da quante ore siamo in giro. Significa essere flessibili, pronti a tornare indietro, ad aggirare un ostacolo, a prendere (anche quando si è stanchi) la strada più lunga e più sicura invece che la scorciatoia.
Correre in montagna, fare attività sportiva in montagna, richiede una maggior attenzione, una maggior esperienza, in una parola una maggior cosapevolezza.
Scommetto che vi mancava qualcuno a farvi la predica il lunedì mattina… Ma credo che questa sia una cosa davvero fondamentale. Ed è per questo che ho accettato con gioia l’idea della Società Escursionisti Milanesi (la sezione CAI cui sono iscritto) di introdurre una serata su questi temi.
Il CAI è, per chi va in montagna, l’equivalente dell’Accademia della Crusca per chi scrive. Racchiude in sè tutte le conoscenze legate alla montagna. E’ il punto di riferimento ufficiale (magari da alcuni percepito come un po’ noioso) delle attività alpine.
E’ chiaro che si può andare in montagna (persino a correre) anche senza aver parlato con il CAI. Ma se cercate informazioni sicure è lì che dovete rivolgervi.
Lunedì prossimo, 14 maggio, ci troveremo a Milano, nella nuova sede della SEM, per far incontrare il mondo di chi ama la corsa e di chi ama la montagna. Non bisogna assolutamente essere esperti di trail, ma non è necessario neppure essere dei neofiti (amici trailer di lunga data, venite a portare la vostra esperienza). Sarà un momento di dialogo e l’occasione di scoprire come avvicinino la montagna gli esperti del CAI.
Ci sarà un ospite d’eccezione, Alessandro Gogna, uno dei fondatori e garanti di Mountain Wilderness, che parlerà proprio dell’approccio etico alla montagna.
Sarà una grande serata. Confido che in molti veniate, con la mente aperta e la voglia di parlare.
Una serata come tante, a chiusura di una giornata come tante, magari con uno zic di stress in più del solito.
La mattina ci eravamo svegliati sotto una spolverata bianca di neve impalpabile. Come lo zucchero a velo sopra le frappe o il pandoro. Così, quasi come una preghiera, avevo infilato nel bagagliaio dell’auto la borsa con la roba per correre. E l’avevo dimenticata lì.
A metà mattina il whatsapp di un amico mi racconta di una corsa nel silenzio ovattato della nevicata. Ma io ho la testa persa nei casini dell’ufficio, archivio il suo messaggio in un recesso della memoria e tiro dritto.
Poi la sera, obbedendo ad un’ispirazione del momento, al semaforo giro a sinistra verso la Montagnetta invece che proseguire verso casa, e alle 18:30 inizio a correre.
Faccio fatica. Muovo i primi passi lentamente, con le gambe ancora imballate dall’ultimo allenamento tirato. Proseguo sui marciapiedi da dove la bianca coltre è stata cacciata verso il prato a colpi di sale. Dal cielo scende qualche corpuscolo ghiacciato che non posso chiamare neve.
Percorro in senso contrario uno dei giri che faccio di solito. Lascio la mente libera di vagare. Quando percepisco che sto faticando – a volte basta incrociare altri runner per aumentare involontariamente il passo – decido scientemente di rallentare. Mi dico che sono lì fuori per la neve e non per la corsa.
Lo sguardo fisso a terra, ad evitare ostacoli o tratti gelati. E la mente spazia. I pensieri e le preoccupazioni della giornata di lavoro sono dimenticati, lasciati chiusi nell’armadietto dello spogliatoio. Così posso pensare ai progetti, nuovi e più creativi, che in queste settimane affollano la mia mente.
Corro più con la fantasia che con le gambe. Immagino scenari futuri, creo progetti, elaboro idee… e poi mi accorgo che sono al semaforo prima del campo sportivo.
E’ come se, per un’ora, fossi finito ini una voragine spazio temporale. Ho dovuto scaricare i dati del GPS per essere certo di aver corso per intero i dieci chilometri del giro.
Già. La corsa è anche un modo per liberare il pensiero. E adesso sono curioso di scoprire dove mi porteranno i passi corsi, con la testa più che con i piedi, l’altra sera…
Ho sempre amato correre in compagnia dell’acqua. Che fosse il lungomare di Barcola a Trieste nella mia infanzia, o in vacanza sul lungolago di Bled o di Stresa, lungo la Drau, la Senna o il Reno, correre vicino ad un corso d’acqua mi ha sempre fatto sentire un po’ più sereno.
Quando sono a Milano corro lungo i Navigli.
Ieri sera, in compagnia degli amici di almosthere ASD, la mia società, sono andato ad allenarmi sul Naviglio Grande, quello che parte dalla Darsena e procede verso Ovest, in direzione Abbiategrasso e Turbigo fino a raggiungere il Ticino (da cui riceve le acque). Era una sera d’inverno fredda ma non umida. La bruma, che abitualmente circonda il canale, aveva lasciato spazio ad un cielo limpido e senza stelle.
Il fascino del Naviglio Grande di notte
Correvamo divisi in due formazioni, tra chi doveva fare delle ripetute e chi, come me, si limitava a mettere in cascina un po’ di chilometri a passo medio.
Quanto si chiacchiera in serate come queste! Gli altri si chiedono come facciamo ad avere il fiato per parlare, io mi chiedo come facciamo, alla lunga, ad avere ancora cose da raccontarci.
Il percorso è segnato ogni 500 metri, ma nel buio si faticava ad individuare le scritte gialle sull’asfalto. Ma ho corso qui talmente tanto spesso che ormai conosco a memoria ogni metro.
I Navigli mi affascinano. Sono delle vie d’acqua create in origine per far arrivare le merci dalle campagne nella città. Questo loro essere una strada le rende perfino più compatibili con il mio andare.
Così ieri riflettevo su come ci sia un legame tra il nostro correre e lo scorrere dell’acqua. Quasi come se anche noi scorressimo assieme a lei.
Gli inglesi hanno una bella espressione che descrive questa sensazione. Parlano di “to be in the flow”, letteralmente “essere nello scorrimento”, quando fai qualcosa in modo totalmente naturale ed inconscio, quando le sensazioni prendono il sopravvento sui pensieri, l’istinto sulla ragione.
E’ un attimo. Poi torni a correre, a pestare i piedi sull’asfalto, a prestare attenzione alle chiacchiere di chi ti sta a fianco.
Ma per quell’attimo tu sei stato acqua.
Con lei sei scivolato lungo i fianchi erbosi del canale, sotto i ponti illuminati di Milano, in direzione del fiume e, più in là, del mare. Ed il tempo è stato sospeso, non esisteva fatica, e tu eri un tutt’uno con il mondo.
Era un po’ che non andavo al XXV aprile la domenica a metà mattina. Complici gli appuntamenti del weekend, finiva sempre che io me ne andavo quando gli altri arrivavano. Domenica, invece, ho terminato dei lavori che dovevo fare a casa e verso le 11 ho preso la sacca e sono andato alla Montagnetta.
La domenica mattina il campo sportivo cambia faccia.
Ci sono tutti i soliti runners che incrocio durante la settimana, ma ad essi si aggiungono quelli che corrono solo la domenica, i ragazzi che si allenano sotto lo sguardo attento dei vari preparatori, e – il gruppo che amo di più – i podisti anziani. Quelli che hanno aperto un’epoca, quelli che negli anni ’70 per primi emulavano i vari Pizzolato e Bordin e si preparavano alle maratone quando ancora nessuno correva.
Oggi hanno un’età compresa tra i 65 e i 90 anni. Sono tutti in pensione e tutti acciaccati. Indossano con orgoglio le tute della loro società sportive… ma sono capi d’antan, quelli che indossavi alla fine dello scorso secolo.
Arrivano alla spicciolata, si confondono con gli altri runners, si cambiano e si aspettano fuori dal campo. Poi chiacchierando procedono sui loro percorsi abituali, ad un passo variabile tra la camminata veloce e la corsa lenta, salgono fino in cima all’amata Montagnetta, alcuni si spingono verso Trenno, ma immancabili si ritrovano circa 90 minuti più tardi per tagliare un panettone e farsi i tardivi auguri di buon anno.
Sono i pensionati della corsa. E ci insegnano che, nella corsa, non si va mai in pensione.
Hanno un sorriso per tutti e a tutti elargiscono un saluto o un aneddoto.
Sono orgoglioso di conoscerne molti. Mi fanno sentire parte di un fiume più grande, che è nato molto più a monte e che scenderà lontano a valle, verso il mare.
Li ho salutati e sono partito per il mio allenamento.
I runners popolano numerosi il Parco di Trenno la domenica mattina
Avevo in mente di fare un’uscita un po’ più lenta e un po’ più lunga del solito. Ma le gambe giravano e mi sono fatto prendere la mano. Ho costeggiato San Siro, tagliato per il Parco delle Cave, attraversato i campi prima di Boscoincittà e sono rientrato attraverso il parco di Trenno.
Ancor oggi mi stupisco di quanta Natura si possa incrociare qui a Milano.
Ho finito l’allenamento in leggera progressione, ignorando la zavorra di chili che ho caricato durante le festività. Poi accaldato e felice mi sono fiondato in doccia, tra i ragazzini e i pensionati.
Sabato scorso sono andato a correre al Parco del Roccolo. Per la prima volta avrei corso con Margò (il mio cane) e Zen (il cane di Geo, un mio amico). La temperatura era rigida, non sapevo se la mia cagnolina avrebbe corso per tutto il tempo, così mi ero bardato bene, temendo di dover rientrare camminando.
Invece è andato tutto molto bene.
Non abbiamo fatto foto, correndo con Margò e Zen, ma questa secondo me rendeva l’idea …
Zen (una forza della natura) saltava e sprintava tra i campi, all’inseguimento di conigli, veri o immaginari che fossero. Margò nel primo chilometro lo aveva seguito, poi aveva prudentemente optato per trotterellare al nostro fianco, cedendo agli istinti da cacciatrice solo quando qualche cornacchia si alzava in volo (non c’è nulla che lei ami di più di un buon inseguimento terra aria).
Geo ed io avanzavamo tranquilli. Chiacchierando del più e del meno. Attenti solamente alle evoluzioni dei nostri amici quadrupedi. Il percorso, perfezionato da Geo nelle diuturne corse mattutine, attraversa i campi della pianura lombarda, sfiora cascine, si immerge in boschetti. Il profumo di letame (e la scelta della parola profumo non è casuale) pervade le narici mentre all’orizzonte una fascia dorata circonda le montagne, come una promessa di bel tempo.
Dieci chilometri a passo meditativo. Tanto per farci venire appetito. Cani e umani soddisfatti e felici. Dopo la doccia ci avrebbe raggiunto Robi per un aperitivo e poi Nadia avrebbe imbandito la tavola con un risotto di zucca, caldo e profumato… I vetri appannati, qualche bicchiere di vino rosso e la prima fetta di panettone dell’anno avrebbero completato questo perfetto sabato invernale.
Tutto questo c’entra con la pratica del running? Magari qualche atleta storcerà il naso, ma per come la vivo io questa è la vera Corsa.
Se non siete così fortunati da avere un amico come Geo, potete cercare una delle tante non competitive che affollano i giorni di festa. I lombardi le chiamano tapasciate, e il termine rende bene l’idea. La pesciata era la pedata. L’etimo comune richiama il piede (il pé, appunto). Forse non sarà nobile, ma è proprio questo che le rende belle.
Sono una via di mezzo tra una gara e una scampagnata. Premiano tutti con una borsa di beni gastronomici. Accettano i camminatori e quelli che vogliono andare forte. Non giudicano i partecipanti; non controllano i tempi.
All’arrivo (e lungo il percorso) trovi thè caldo e pane e marmellata. In qualche tapasciata esagerano e all’arrivo offrono vino e polenta.
E’ la dimensione più sana e vera della corsa come attività popolare.
Cercatele nei siti internet e provate a partecipare. Ne resterete stregati…
A questo proposito, voglio segnalare agli amici veneti una gara speciale che si correrà venerdì 8 dicembre a Verona. E’ una stracittadina (quindi niente campi) ma lo spirito è quello delle non competitive.
Si chiama la Marcia del Giocattolo (due percorsi, uno da 5 km e uno da 12). Al ristoro finale trovate cioccolata calda e dolcetti. C’è anche una versione per i bambini e una in cosplay (vestiti da giocattoli).
E’ così bella che è giunta alla 40esima edizione. E’ così particolare che l’hanno voluta imitare anche a Milano. E’ così buona (il ricavato netto sarà devoluto al progetto “Un asilo per tutti”) che se siete in zona e non ci andate, Babbo Natale non vi porterà nulla!
Adesso che ho ripreso a correre con regolarità (inserendo anche lavori specifici e non solamente correndo un’oretta con gli amici di quando in quando) ho riscoperto uno degli aspetti del running che mi ha appassionato di più.
C’è un meccanismo diabolico che riempie le pagine dei giornali e i post su FaceBook. E’ amato da pochi e profondamente odiato dalla stragrande maggioranza degli umani. Sovraintende e regola il rapporto tra carburante a disposizione e carburante messo a deposito…
Insomma, sto parlando del metabolismo.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Appena la bilancia ci sbatte in faccia l’evidenza (e per chi non usa l’odioso strumento, saranno i jeans a fungere da ambasciatore), iniziamo subito ad inanellare una serie di motivazioni standard. I più grezzi diranno “Ho le ossa grosse”, ma quelli più preparati si giustificheranno incolpando il padre di tutte le adipi “Ho il metabolismo rallentato”, o la variante per i diversamente giovani “con l’età il metabolismo rallenta”…
L’ossessione dei runners per il cibo è evidente anche dalle magliette che indossano…
L’attività fisica regolare rimette in moto questo meccanismo, che – in soldoni – è piuttosto semplice. Il corpo si trova di fronte ad un bivio. Se ci considera pigri, se non ritiene che dobbiamo avere energia sempre a disposizione, si crea delle scorte e trasforma quello che mangiamo in grassi. Se invece sa che bruciamo regolarmente parecchio, tiene l’energia a disposizione e brucia la maggior parte di quello che mangiamo.
Ovviamente non basta passeggiare con il cane per 30 minuti al giorno, bisogna camminare veloci, fino a quando il respiro è corto. Oppure correre.
La corsa ci trasforma in fornaci dove tutto ciò che mangiamo diventa energia. Il bello è che più si mangia e meno si ingrassa. Se prima bisognava far attenzione al piatto di pasta alla sera, adesso è l’opposto bisogna ricordarsi di mangiare di tutto. Carboidrati, proteine, grassi.
Ovviamente per cibo si intende ogni nutriente solido e LIQUIDO
Il mio non è un incitamento a strafogarsi di cibo ma un sospiro di sollievo per essermi liberato dalla costante preoccupazione di limitarmi.
Ovviamente c’è il rovescio della medaglia. Il metabolismo attivo funziona e continua a funzionare anche quando smettiamo di correre. Ma solo per un po’…
Dopo qualche settimana si placherà e a noi rimarrà solo la sensazione di poter mangiare qualunque cosa. E gli effetti appariranno immediatamente attorno al girovita.
Ma per adesso sfrutto il momento. E visto che è quasi mezzogiorno mentre scrivo queste poche righe… buon pranzo a tutti!
Era uno di quei momenti che temevo. Tornare a gareggiare equivaleva a guardarmi allo specchio, fare il punto della stagione. Se aggiungete anche la classica domanda “E allora, com’è andata?” del lunedì mattina che ti fa sentire in un perenne stato da pre-interrogazione scolastica, beh allora la voglia di farlo era davvero poca…
Però, almeno questa volta, posso dire che è andato tutto bene. (E già lo so che ci sarà una prossima gara in cui pagherò questo ingiustificato atteggiamento festante).
Domenica sera, con il la mia società sportiva, abbiamo partecipato alla Magnolia Run. Una corsa di poco più di 6 chilometri intorno all’Idroscalo di Milano organizzata da “De ran clab” e “Purosangue Athletics Club” (un progetto davvero bello che seguo da qualche anno). E’ una non competitiva. Quindi niente pettorali, niente classifica finale e, oggettivamente, livello competitivo basso. C’erano alcuni atleti molto forti che hanno corso per il piacere della compagnia più che per far gara davvero.
Magnolia Run: Sempre belli noi di almostthere PRIMA della gara…
Comunque, tutto ciò detto, alle 19 meno qualche minuto ci siamo messi in posa sotto il gonfiabile per le foto di rito (ed essendo in gruppo con Danilo, eravamo in prima fila). Mi ero riscaldato per bene, ma sentire il gruppo che scalpitava alle mie spalle ansioso di partire mi ha fatto concentrare sul primo problema: dove infilarmi per non essere schiacciato?
Lo speaker annuncia il conto alla rovescia, e siamo in gara.
Mi ero ripromesso di non guardare mai il gps, ma di basarmi esclusivamente sulle sensazioni. Conoscendo molto bene il giro, sapendo in anticipo dove si trovavano i tratti in leggera salita o lo sterrato, sapevo come dosarmi. E così ho fatto.
Dopo il cartello del secondo chilometro (il primo non l’ho neppure visto) mi sono assestato sulla velocità di crociera (o meglio sulla quantità di fatica che pensavo di poter mantenere fino alla fine).
Nel frattempo avevo iniziato a far conoscenza con gli altri concorrenti. Chi non corre stenta a crederlo, ma in gara – anche quelle super veloci in cui non si parla – si crea uno speciale rapporto con i “pari-passo“, cioé con le persone che corrono al tuo stesso ritmo. Io avevo individuato tre possibili lepri, persone da tenere nel mirino, un gruppetto di filippini con un signore anziano che era partito in prima fila, un ragazzino di 10/12 anni, e Fabio, mio compagno di squadra capace di ritmi ben più veloci del mio, ma che potevo cercare di tenere per avere uno stimolo in più. Poi nel corso della gara ero stato raggiunto e superato da un bel gruppo di persone. Alcune se ne erano andate, ma altre si erano assestate su un ritmo simile al mio.
Al secondo chilometro avevo raggiunto il signore anziano (ti piace vincere facile, neh?), nella salitella in prossimità della prima grande curva avevo raggiunto il ragazzo, Fabio invece progrediva inesorabilmente lasciandomi indietro. Mi raggiunge la prima donna in gara (ripeto non c’erano atleti di livello elevatissimo, di solito fatico a tenere il passo della 30esima delle concorrenti) e la osservo sfilare via. La seconda donna mi raggiunge al cartello del terzo chilometro, è accompagnata da un amico e decido di provare a tenere il suo passo. So che Claudia, altra compagna di società, è partita subito dietro di me e dovrebbe procedere più o meno al mio ritmo, quindi mi faccio un appunto mentale di contare le donne che mi supereranno per incitarla.
Sullo sterrato inizio a faticare. Decido di calare un po’ il ritmo e resisto alla tentazione di spiare l’orologio. Al quarto chilometro punto due ragazzi con la maglia filippina (erano presenti in gran numero) e cerco di non lasciarli andare via. Sembrano andare tranquilli, ma li avvicino in discesa e li perdo in salita.
Mi supera la terza donna, il suo compagno la incita “dai che al quinto andiamo via in progressione…” Provo a stare con lei, visto che sembra essere in difficoltà, ma il seguito proverà che avevo torto.
Insomma è un continuo attaccarmi a qualcuno che mi supera da dietro. Ma non riesco a tenere i loro ritmi. Un ragazzo con la barba mi supera, lo raggiungo e lo risupero, dopo 50 metri è di nuovo lui ad andare avanti. Intanto siamo arrivati ai due ponticelli che precedono l’arrivo. I due ragazzi filippini hanno magicamente in mano una bandiera che sventolano trionfanti. Un ultimo sforzo – mi dico – e finalmente raggiungo gli altri componenti della squadra sotto il gonfiabile dell’arrivo.
Danilo mi prende i giro: “perché non hai fatto la volata? sei davvero un maratoneta!” Io fermo il cronometro e non riesco a credere al tempo finale. Ritmo medio 4’38″/km meglio di qualsiasi più rosea previsione. Se mi avessero chiesto a cosa puntavo avrei risposto che sarei stato felice di stare di un paio di secondi sotto i 5’/km.
Ebbro di endorfine vado al ristoro ed incontro un sacco di amici, Claudio, Mauro, incrocio perfino Max Monteforte (fondatore dell’associazione Purosangue) con il quale mi complimento per la bella manifestazione. E poi di corsa alla macchina per tornare a casa e godermi una serata con mia figlia…