Oggi è una buona giornata, il miracolo è avvenuto. Dopo qualche settimana di corse casuali e le prime due settimane di corse regolari (con l’inizio del progetto #26W26M), qualcosa è scattato in me.
Stamattina sono andato al campo con la voglia di correre.
Gli inglesi usano il termine “alcoholic” per definire l’alcolista, e lo stesso suffisso “-holic” viene usato in altri casi (ad esempio “workholic” è il maniaco del lavoro). Ecco io sono tornato ad essere un “runholic“ Non è la dipendenza fisica dell’alcolista, ma quella sana voglia che ti prende quando non corri per due giorni. L’appetito che non ti fa vedere l’ora di sederti a tavola.
Nel weekend si va a ricaricare le batterie in montagna: al cospetto del Monte Bianco
Tornare in forma è una questione d’abitudine. In questi ultimi mesi avevo sperimentato come fosse difficile fare i piccoli gesti che un tempo scandivano le mie giornate. Alzarsi presto al mattino e indossare le scarpette. Portare con se la borsa con il cambio. Dare appuntamento ad un amico al campo. Tornare a casa e per prima cosa fare la lavatrice con la roba da corsa…
Piccoli gesti che mi sembravano formare un ostacolo enorme. Ma appena ho ricominciato a farli, mi sono venuti estremamente naturali. E gli altri pezzi del puzzle sono andati a posto da soli.
Il nostro corpo è una macchina che si adatta velocemente. Nell’allenamento sfruttiamo questa sua capacità di adattarsi per crescere fisicamente. Ma in parallelo crescono anche altre nostre attitudini.
Non posso dire che sono tornato del tutto a regime. Anzi… Mi mancano ancora velocità e resistenza. Ma è cambiato il mio atteggiamento nei confronti della corsa. Tutto il resto seguirà.
Al momento riesco a correre poco più di 30 chilometri a settimana. Però il trend è positivo. Miglioro di volta in volta e questo aumenta la mia voglia di continuare. E’ come se avessi invertito la tendenza e la forza che mi teneva seduto sul divano adesso mi spinge fuori.
Non è neppure l’entusiasmo delle prime uscite, un fuoco di paglia che brucia l’entusiasmo di tanti neofiti. So cosa mi aspetta dietro la prossima curva, alla prossima seduta di allenamento, dopo l’ennesima salita. E non vedo l’ora di essere lì…
Il progetto* prende forma nella mia mente, ormai mancano pochi giorni al debutto, ed inizio a fare un mini bilancio delle settimane passate tra il 2 aprile (giorno in cui per la prima volta ci ho pensato) e questo 8 maggio inizio ufficiale del viaggio.
L’obbiettivo è tornare ad allenarsi per correre una maratona. Cosa si deve fare prima di iniziare? Alcuni amici spiritosi mi avevano suggerito di riposare il più possibile, ma io sapevo che la realtà è molto diversa: dovevo prepararmi all’allenamento. Ho iniziato a lavorare sulle due cose più urgenti: guadagnare fiato e perdere peso. Ho iniziato a regolarmi un po’ sul cibo, pizza e birra una volta alla settimana, il dolce dopo cena solo quando sono fuori con gli amici, niente extra pasti. Non ho rinunciato al cappuccio e brioche del mattino che, insieme alla lettura del quotidiano, incarnano il mio rituale di inizio giornata. E ho applicato una regoletta che a me serve tantissimo. Ho incollato un foglio sullo specchio del bagno e ogni mattina segno il peso… non c’è stimolo migliore che quel controllo diuturno per scoraggiarmi dall’ordinare la seconda porzione… so che il giorno dopo o quello successivo sarei inchiodato alle mie responsabilità.
E poi ho ricominciato a correre. Senza metodo ne’ forzature. Uscivo quando potevo, per quanto tempo potevo, senza preoccuparmi di velocità o di distanze. Sono partito da dietro casa, esplorando una zona che non conoscevo e da lì ho ampliato i miei giri verso i percorsi che mi sono familiari. Ho approfittato di amici compiacenti che accettavano di riscaldarsi un po’ più a lungo ai miei ritmi. Unica regola, non far passare tre giorni senza essere uscito almeno una volta, anche solo per 30 minuti.
E come per magia il mio corpo ha iniziato a risvegliarsi. Il peso ha smesso di salire, si è normalizzato e finalmente ha iniziato a scendere (lento ed inesorabile come le mie uscite di corsa). La corsa è tornata ad essere, da obbligo che mi imponevo, un’abitudine che accetto e che so mi premierà con una scarica di endorfine sotto la doccia [l’endorfina è un neurotrasmettitore prodotto dal cervello dopo uno sforzo fisico che provoca un senso di benessere ed appagamento, NdA]. Tutto sembra filare via più liscio…
Adesso sono pronto per iniziare davvero.
* lo so che non ne ho ancora parlato, ma abbiate pazienza fino all’8 maggio e tutto sarà più chiaro
Quante volte abbiamo smesso e poi ricomnciato? E ogni volta ci sono motivi diversi ma lo stesso senso di innadeguatezza.
Mentre raggiungo i pacers delle 4 ore e 45 intorno al trentacinquesimo chilometro della MilanoMarathon lo scorso 2 aprile, mi stupisco di come loro siano freschi e pieni di vita mentre io sto letteralmente boccheggiando.
Un particolare da non trascurare: loro erano partiti da Corso Venezia alle 9:30 di quel mattino, io – quarto frazionista della mia staffetta per Emergency – ero partito 5 chilometri e 30 minuti prima.
Eppure…
Flash back. Ho 53 anni, sono stato (pesantemente) contagiato dal virus della corsa quando ne avevo 39 tanto che mi ero prefissato ed ero riuscito a correre la mia prima maratona entro i 40 (a Milano, anche quella volta). Ho corso tanto e su tutti i terreni, ho provato dalla pista all’ultratrail, ma negli ultimi 18 mesi non ho più gareggiato e nelle ultime 5 settimane non ho proprio corso. Neppure quella canonica uscitina alla domenica che ti lava la coscienza.
Allora eccomi qui, in una calda domenica di festa, con 10 chili di troppo e il fiato corto.
Intorno a me la gente fa festa, i corridori e – strano a dirsi per Milano – anche il pubblico. Quella mattina, mentre percorrevo al contrario il percorso, avevo incitato e salutato e supportato decine di runners, volti noti e perfetti sconosciuti, e avevo riprovato quell’emozione che chi ha gareggiato ben conosce.
Eppure…
Bastioni di Porta Venezia, striscione del 42esimo chilometro, Barbara Q e Barbara C, due quarti della mia staffetta, saltano dentro al percorso per fare con me gli ultimi 195 metri.
La folla applaude i maratoneti e io ben conosco le loro sensazioni, quel misto di fatica estrema e appagamento per essere arrivati alla fine. Un po’ li compatisco e un po’ li invidio.
Noi staffettisti viviamo di gloria riflessa, i veri protagonisti sono loro, ma gli applausi scendono a pioggia su tutti. La staffetta 399 taglia il traguardo bucando il muro delle 4 ore, ma sono felice come un bambino e penso che forse dovrei considerare di rimettermi a correre con serietà…
Allo stand di Emergency ci ritroviamo con gli altri staffettisti che hanno corso per l’associazione di Gino Strada, siamo quasi 500, riceviamo e restituiamo sorrisi e complimenti, bottigliette d’acqua e pacche sulle spalle.
Sarà il poco ossigeno, sarà quella strana magia della maratona per cui quando ci sei dentro pensi “chi me l’ha fatto fare?” e quando l’hai finita pensi “quando la prossima?”, fatto sta che un’idea inizia a farsi spazio nella mia testa.
Ho un pettorale per correre come fund raiser di Emergency alla New York City Marathon di novembre. La mia società organizza una trasferta nella Grande Mela. Ho davanti più di sei mesi… quasi quasi si ricomincia.
Ci vuole coraggio. Coraggio e una grande determinazione. Sposarsi dopo essere già stata sposata, con dei bambini che chiameranno papà due persone diverse, dopo esserti abituata a contare solo su te stessa e su quel risicato assegno mensile, sul quale sai che non puoi far di conto per le spese fisse, ma che accumuli per le emergenze, per evitare di doverlo richiamare.
Capisco le storie. Sei giovane, hai voglia di divertirti e soprattutto bisogno di sentirti amata. Hai bisogno di sentire che la tua carne è viva. Non bastano le ore in palestra o la tranquillizzante immagine dello specchio. Vuoi sentire ancora la pelle d’oca quando ti accarezza. Però, per questo, basta una bella storia. Fatta di weekend al mare e qualche serata tirata un po’ più a lungo.
Ilaria appoggiò la matita sul tavolo della cucina, sciolse i capelli che fino a quel momento aveva tenuti raccolti sul capo e bevve un lungo sorso di tisana dalla tazza sbeccata che le teneva compagnia ogni sera. “Ci vorrebbe qualcosa di più forte. Di alcolico” ma non aveva voglia di bere da sola. La notizia che la sua amica Flavia le aveva dato quel pomeriggio l’aveva lasciata senza fiato. Di gioia. E di paura. Perché Flavia sì e lei no?
Ci vuole coraggio. Coraggio e una grande fede. Fede nell’essere umano. Come fai a pensare a legarti in modo indissolubile ad un altro uomo, sapendo che la separazione sarà dolorosa? Come fai a dare al destino un’altra chance di farti a pezzi? Soffrirai tu e i tuoi figli. Magari soffrirà anche lui. Perché? Non sarebbe più facile fare una vacanza insieme? Provare a convivere per qualche mese o anno? Sposarsi vuol dire crederci. E lei non sapeva se aveva dentro ancora abbastanza fede.
Ci vuole coraggio. Coraggio e una buona dose di incoscienza. Magari qualcuno lo chiama amore. Dicono che renda ciechi. Davvero affideresti la vita dei tuoi figli e la tua, il mondo che così faticosamente hai messo insieme, ad un cieco? Non sarebbe più facile scendere dalla macchina e prendere un treno? Sì, la macchina va dove vuoi tu, il treno più o meno nella direzione giusta… ma è molto meno rischioso. Soprattutto se si è ciechi!
Ilaria sentiva dentro a sè sensazioni diverse che montavano ad ondate. Speranza, amore, gioia per la sua amica e per l’umanità intera. Senso di colpa, paura, insicurezza per sè stessa. E poi le parti si invertivano e si preoccupava per la sua amica ed era fiera della fermezza che lei aveva raggiunto.
Non è una questione di trovare l’uomo giusto. Così come non dipende dagli altri il lavoro che fai, o dai cibi della mensa se ingrassi o meno. Sei tu che comandi il gioco. Sei tu che fai funzionare o meno le cose. Quindi solo a te stessa spetta decidere se cambiare vita o meno. Se unire la tua famiglia quasi completa alla sua solitudine. Ma era pronta ad assumersi la responsabilità di una scelta così? Non era più facile tirare avanti e non scegliere?
Amica mia, ho paura di questo sentimento che sembra spingerti ed animarti. Ho paura del sorriso che vedo e sento quando mi parli dei tuoi progetti per il futuro. Ho paura per te e ho paura per me. Temo con eguale intensità che tu sbagli e che tu abbia ragione. Come ti ho scritto, ci vuole coraggio a fare un passo del genere. E dietro al coraggio una grande spinta. Sento in te questa forza e te la invidio. Ma è una forza che non potrai controllare sempre, devi solo accettarla ed usarla. Un po’ come quando usi le onde per surfare o il vento per far volare un aquilone.
Lasciò di nuovo cadere la matita, si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra. Fuori la notte silenziosa e la nebbia che rendeva irreali i contorni degli alberi nel parco. Il cane si avvicinò scodinzolando. “Non è ancora ora Fritz” gli disse. E poi pensò “Ma se non è ora adesso, fino a quando dovrò aspettare? Chi mi darà il segnale che lui è quello giusto?”
Tornò al tavolo e appallottolò la lettera. Magari domani avrebbe chiamato Flavia e l’avrebbe invitata fuori a bere. Certe cose è meglio dirle a voce, non lasciarle scritte su un pezzo di carta.
Decise di cambiarsi e di fare una corsetta per cacciare quelle idee che la tormentavano dal pomeriggio. “Andiamo Fritz, facciamo un giro un po’ più lungo oggi”. Lui scosse il testone facendo volare la bava ogniddove. Lui sì che la capiva…
Niccolò si sedette su una panchina nel parco dietro a Pagano. Si sentiva un cretino. E non perché stava fingendo di fare stretching da più di mezz’ora.
Era tornato dall’Australia ed era stato travolto da una ridda di emozioni contrastanti.
Milano lo aveva accolto bene. Quell’indifferenza che contraddistingue le grandi città era quello di cui aveva bisogno per rimettersi in equilibrio. Troppo affetto, troppa attenzione, lo avrebbero fatto sentire a disagio. Nella sua città poteva nascondersi dai vecchi amici e al tempo stesso ripercorrere all’indietro i passi della sua fuga.
Sua madre aveva riarredato per lui la vecchia cameretta. Aveva persino ritrovato i suoi vecchi libri, gli amori di gioventù (Philip Dick gli aveva fatto compagnia prima di diventare un autore di culto), la chitarra… Con la scusa di cercare un lavoro, girava pigramente il quartiere e riconosceva le persone. Ma erano tutti cambiati, più vecchi. Il parroco non l’aveva riconosciuto, il suo migliore amico adesso aveva la pancia, una moglie e due bambini. Lui si sentiva identico a come quando era andato via, possibile che gli altri fossero tutti così diversi? Gli sembrava di essere finito in un episodio di Ai confini della realtà: nel quartiere il tempo era passato più velocemente che per lui…
Un po’ alla volta aveva allargato il giro e aveva cercato le vecchie abitudini. I locali dove faceva tardi con i compagni dell’università. Il negozio di dischi dove passava i sabato pomeriggio piovosi. L’Arena dove andava a correre con quelli della Pro Patria. L’alzaia e il Naviglio pavese che seguiva fino alla Certosa: la gita in bicicletta per il Lunedì di Pasquetta. Tutto gli sembrava estraneo, lontano. Finché…
Erano passati più di due anni dal suo ritorno in Italia e in quel periodo stava cercando un libro che ricordava di aver letto prima di laurearsi. Dopo aver girato parecchie librerie lo aveva trovato al Libraccio di via Santa Tecla, tra i libri in offerta. Era in fila alla cassa, dietro un signore che aveva acquistato un confanetto con tutte le opere di Verdi (che strano come certi particolari ti si fissino nella mente). Lei era entrata sovrappensiero, aveva girato un po’ e poi si era fermata a sfogliare un libro con la copertina rovinata.
Non lo aveva visto. D’improvviso la lentezza del commesso non era stata più un problema. I ricordi tornavano vividi, come quando sorge il sole e la nebbia sui campi inizia a sfaldarsi.
Aveva puntato Ilaria fin dal primo anno di corso. Le aveva fatto la corte come se fosse stata una delle gare cui partecipava. Conoscerla di persona era stato il primo successo, ottenere la sua attenzione e poi la fiducia, le tappe successive. La storia aveva seguito il suo corso naturale. Niccolò imprimeva brusche accelerazioni alla relazione e lei seguiva più prudente. Era stato così orgoglioso di chiederle di sposarsi da non notare la sua titubanza. Per lui esisteva solo il suo grande progetto e Ilaria non poteva non essere d’accordo.
Il giorno del matrimonio era stato come tagliare il traguardo. Il rinfresco con gli amici erano la celebrazione della sua vittoria. Il viaggio di nozze era stato il periodo di recupero post gara.
Ricordava con angoscia il giorno in cui erano tornati a casa dopo 10 giorni in un villaggio in Messico. Aveva lasciato cadere i borsoni in entrata. Ilaria era così felice di iniziare la nuova vita. Lui si sentiva svuotato. L’unico pensiero era stato: “E adesso cosa faccio?”
Niccolò si rimise a correre. Da quel pomeriggio al Libraccio si era messo in testa di ritrovare Ilaria. Fortuna che c’era FaceBook. Aveva cercato vecchi amici comuni e attraverso loro l’aveva trovata, nonostante lei usasse un nomignolo e non il suo vero nome. D’altronde anche lui preferiva restare nell’ombra, non le aveva neppure chiesto l’amicizia. Leggeva tutto quello che scriveva e spiava le foto in cui appariva. Aveva scoperto che era single, che non aveva figli, che viveva ancora a Milano in zona Pagano.
Niente da fare. Si rimise a camminare. Per lui gambe e coscienza funzionavano in sincronia: se era bloccato dentro anche i piedi non giravano.
Aveva provato a consultare le vecchie pagine bianche a caccia di numero di telefono ed indirizzo. Ma non aveva avuto fortuna, nessuno le usava più. Aveva pensato di scriverle un messaggio su FaceBook, qualcosa di intelligente e fulminante. Ma poi aveva sorriso alla stupida romanticheria della sua idea. Così aveva iniziato a fare jogging nei parchi intorno a dove lei aveva detto di stare, sperando di incontrarla.
Chissà perché poi aveva così tanto bisogno di parlarle. Probabilmente era quella sua mania di finire le cose. Di portare a termine le gare. Di dare un senso di completezza. E la storia con Ilaria, risolta in una fuga, era stata come ritirarsi al primo ristoro. Quella volta era ancora troppo giovane, non aveva capito. Adesso che vedeva le cose da una certa distanza gli era chiaro che avrebbe dovuto rimettersi di nuovo con lei.
Sorrise tra se e se. Chissà come sarebbe stata felice Ilaria!
Anche se la gara era appena iniziata, la voce dello speaker aveva una forza ed una tonalità degna della segnatura di un goal in una finale della coppa del mondo.
“And out they go, leaving the stadium after one lap. Ten man fighting to get the head. Among them Nik The Snake Parenti. Will the local runner be able to compete against the strongest athletes of the country?”
In pochi mesi intorno a lui era cresciuto un tifo degno delle partite di rugby australiano. Era arrivato a Bunbury per caso. Una sera stava surfando sull’oceano a Biarritz in Francia e aveva incrociato una ragazza. Una faccia nuova, una biondina esile che cavalcava leggera le onde. Si chiamava Ana e veniva dalla Spagna.
Quella sera si era fermato con lei e i suoi amici sulla spiaggia. Avevano bevuto e mangiato delle salsicce bruciacchiate su un falò, discutendo di onde e di sogni. Il loro era di andare in Australia. Così seguendoli si era trovato sulla Bells Beach e dopo un paio di settimane e una gigantesca litigata con Ana li aveva mollati e aveva iniziato a girare il paese. Tornato sulla costa alla fine dell’estate, aveva scoperto che loro erano rientrati in Europa e lui aveva preferito cercarsi un lavoro.
La gara di oggi si preannunciava dura. Era la finale del campionato nazionale di corsa campestre. 8 chilometri (non si era ancora abituato a ragionare in miglia), partendo da dentro lo stadio, uscendo nel parco e percorrendo due volte un anello da due miglia prima di andare a tagliare il traguardo di nuovo nello stadio. Incitato dalla folla era riuscito a tenere la corda in pista e restare con i primi, ma era fuori giri. Forse si era scaldato poco, forse l’aveva presa con troppa foga. Di fatto i polmoni gli bruciavano e il cuore batteva impazzito. Però era davanti, nei cinque che facevano il ritmo.
Anche al campo di atletica era arrivato per caso. Lo vedeva ogni giorno mentre andava a lavorare al bar. Così si era informato e aveva scoperto che poteva entrarci gratis. Aveva deciso di riprendere a correre in modo da restare in forma durante l’inverno e per poter sfruttare la doccia calda. A casa sua c’era solo una piccola vasca nella quale faticava a lavarsi. Era entrato in un team e, grazie ai tanti allenamenti fatti da ragazzino alla Pro Patria di Milano, presto aveva scoperto di essere tra i più veloci della sua categoria. E dopo una trionfale serie di gare vinte, eccolo a disputare la finale.
Il biondino era l’osso duro. Nik gareggiava così. Individuava l’atleta più forte e ingaggiava con lui un corpo a corpo furioso fatto di scatti e controscatti. Un braccio di ferro di forza pura. E quando arrivava in vista del traguardo scattava e lasciava sul posto l’avversario esausto: questo gli aveva guadagnato parecchie medaglie e il soprannome The Snake.
Usciti sullo sterrato il gruppetto si era ulteriormente assottigliato. I velocisti puri avevano ceduto e solo in tre continuavano ad imprimere alla corsa un ritmo forsennato. Alla fine del primo giro erano rimasti in due, il biondino e lui. Nik attaccò di nuovo in salita, sentiva l’ansimare dell’avversario alle sue spalle, voleva liberarsene. C’era una curva secca e ne approfittò per verificare il suo vantaggio, una decina di metri, forse ce l’aveva fatta. Ma sulla discesa successiva il biondino gli fu di nuovo addosso e lo infilò in uno slargo. Costretto a sua volta ad inseguire Nik si arrabbiò con se stesso.
“Che cretino! Pensavo di avercela fatta e non sono ancora a metà gara. Mi sono preoccupato di come mi sentivo invece che continuare a spingere.” Ecco di nuovo lo stadio, poco più di un giro di pista li separava dal traguardo. Il biondo correva leggero e veloce, sembrava non far fatica, invece Nik ansimava pesantemente, le gambe erano di marmo ed ogni passo gli provocava una fitta al fegato. Sentì crescere dentro di lui la rabbia. Abbassò la testa, spense il cervello, ignorò il dolore e la fatica e si mise in scia.
Dentro lo stadio la folla rumoreggiava. Il cronista gridava nel microfono ma le parole si confondevano nelle sue orecchie al fragore generale. Ultima curva, rettilineo finale, meno di cento metri. Smise di respirare adesso doveva solo correre. Affiancò la canotta biancoverde dell’avversario e continuò ad accelerare. Ma non riusciva a superarlo. Venti metri, quindici, dieci, chiuse gli occhi tanto comunque aveva la vista offuscata e cercò di spingere un po’ di più.
Crollarono insieme oltre il filo di lana. Tossendo ed ansimando, distesi a terra, si scambiarono una stretta di mano ed uno sguardo. Non sapevano ancora chi aveva vinto, ma entrambi sapevano di aver dato il massimo. Ed era stata una grande gara.
Sul pullman che lo riportava a casa, Nik continuava a giocarellare con la medaglia. I suoi lo avevano festeggiato come se avesse vinto, ma dentro di lui sentiva crescere quell’ansia che conosceva così bene. Era una sensazione di insoddisfazione, di lavoro non finito. Sapeva che doveva andarsene da lì, dalla squadra, da Bunbury, dall’Australia. Doveva cercare nuovi stimoli.
Era una vita che andava avanti così. Aveva studiato chitarra classica al conservatorio e quando aveva capito che non poteva diventare un concertista aveva mollato. Aveva convinto Ilaria ad uscire con lui, a fidanzarsi, a sposarsi e, dopo qualche mese, era fuggito. Lo stesso valeva per il surf e per tutte le altre passioni che avevano costellato la sua esistenza.
Voleva essere il più bravo. Aveva necessità di essere il più bravo. Nella corsa ci era quasi riuscito. In fondo correre era un modo di fuggire. Per questo gli veniva così bene, ma alla fine aveva fallito. Di nuovo.
Questa mattina avevo bisogno di stare da solo. Troppa gente, troppa musica, troppo cibo nei giorni scorsi. Oggi c’era bisogno di fare spazio per prepararsi all’altra immersione natalizia.
Alle 7:30 sono uscito da casa dei miei genitori e ho sceso rapido un’erta per giungere al porto vecchio. E poi via, per una decina di chilometri, sul lungomare di Barcola.
L’aria immobile, una bruma che aleggia a pelo acqua e lo sciabordio dello onde che lentissime lambiscono gli scogli. Un gabbiano ha catturato un granchio e affannosamente cerca di aprirlo prima che qualche compagno glielo rubi. Sul marciapiede qualche runner, qualche coppia di anziani e un po’ di cani con i loro padroni…
Trieste mi ha accolto così, in un abbraccio rispettoso. Come una madre che sa offrire conforto restando in silenzio.
Il mio passo si è fatto via via più baldanzoso mentre il naso e i polmoni si liberavano e il profumo salmastro del mare mi riempiva il petto. La mente viaggiava per conto suo e riordinava la ressa di sensazioni accumulate negli ultimi giorni.
E’ bellissimo tornare nei luoghi in cui si è passata una larga parte della vita. Tornare insieme a nuovi amici crea una specie di cortocircuito temporale tra passato e presente. Io poi ho la fortuna di avere girato molto e di avere tanti passati cui ritornare… anche se qui a Trieste sento le mie radici.
A Milano ho lasciato il mio presente e il mio futuro. A Milano c’è un pezzo importante del mio cuore. Porto con me Trieste racchiusa in una poesia, attraverso le parole del suo massimo cantore, Umberto Saba.
Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia.
L’ultimo tratto era in salita. Sono arrivato al portone di casa senza fiato e con la mente sgombra…
E’ un periodo strano della mia vita. Torbido e frenetico. Sono così preso dalle cose dell’anima che il corpo, finalmente libero dalla mente, si sta fortificando indipendentemente.
Cerco nella fatica la liberazione dello
spirito, inseguo fantasmi e demoni lungo le salite dei monti, rifuggo la
compagnia come mai avevo fatto prima, ignoro il piacere del cibo perché non mi
da più la stessa gioia.
Soffro più per l’inattività che per la fatica,
anelo ai grandi spazi e mi trovo imprigionato in frammenti di tempo, vorrei
fuggire e mutarmi in animale, tutto istinto e forza fisica.
La testa e il cuore in perenne duello
sfiancano la mia volontà, ma il corpo è libero e se ne va per conto suo.
Gli amici mi trovano più magro, ma il peso non è cambiato. Sono solo stato prosciugato, l’energia si è spostata dallo stomaco ai muscoli. Dal volto ai piedi.
Così ho scoperto che posso affrontare serenamente ritmi che prima non mi sognavo, distanze che erano proibite, uscite in giornate successive che prima mi erano negate dal dolore alle gambe. E non mi interessa più.
La paura di non farcela è rimasta in fondo al mio cuore. Prima temevo di non arrivare, adesso temo di non partire. Parlo un linguaggio che capisco io solo, il linguaggio dei miei passi. Sono come le api danzatrici che si intendono grazie ai complicati intrecci dei loro balli.
Cos’è il Linguaggio? Un modo per farsi capire tra simili. Ecco io oggi posso parlare solo quello. Non so se mi capiranno. Non so se ci sono miei simili. E forse alla fine non dovrebbe importarmi.
Come vorrei che quell’insulso muscolo che pompa il sangue nel corpo si chetasse per un’ora. Come vorrei che il cervello si stancasse di pormi tutte quelle domande. Solo nella salita trovo tregua, con il cervello che si spegne per aiutare il cuore a nutrire di ossigeno i muscoli.
Allora capisci che la gara non mi interessa.
Io cerco spazi da percorre non tracce da seguire. Ogni passo è un istante di libertà. La somma dei passi, un’attimo di vita. Vita mia.
Continua a correre, succhiando l’aria inseguendo il lampo giallo della canotta dell’avversario. E poi insisti, sul rettifilo puoi aumentare e tieni in curva il passo conquistato.
Stagli sotto, aspetta l’attimo, e quando passi non lasciarlo attaccarsi alla tua scia. Ancora un giro e una schiena sudata che ti separa da un sogno dorato.
La campana. Non mollare. Non ora. E i passi dietro che senti sempre più forti. E il respiro che ti brucia la gola. E il sangue che pulsa nel cervello.
La tribuna e la gente a bordo pista si trasformano in un tunnel sfocato Il sudore negli occhi ingradisce la linea immaginaria da tagliare.
Poi due ombre colorate a sinistra, ed un’altra che ti butta giù dal podio. Disteso sopra l’erba in mezzo al campo Bevi il cielo con la bocca e con gli occhi.
E comprendi quanta vita può passare anche solo in un decimo di secondo.