Un computer ci ucciderà?

La presenza del computer in tutte le nostre attività comporta molti vantaggi ed alcuni rischi. Siamo consapevoli di questo?

Io lavoro in una software house, cioè in una società specializzata nello scrivere programmi che verranno dati in pasto ai computer per far loro eseguire dei compiti. O meglio, questo è quello che facevamo in passato.

Oggi i computer sono dappertutto. Non solo sulle scrivanie dell’ufficio, ma dentro il vostro smart phone, dentro il microonde, comandano l’automobile e l’ascensore. Di conseguenza anche noi che scriviamo programmi siamo passati da fare un lavoro di nicchia a coprire ogni attività umana.

Dico questo per chiarire il fatto che:

  1. conosco la tecnologia da dentro e da fuori, da utente ma anche da produttore
  2. uso la tecnologia regolarmente (per lavoro e non solo)
  3. non ho pregiudizi generici sul suo uso

Credo sia sotto gli occhi di tutti il fatto che abbiamo abdicato.
Abbiamo lasciato sempre più attività alle macchine.
Siamo partiti usando degli attrezzi per fare meno fatica; poi per metterci meno tempo; ora abbiamo demandato a loro alcuni compiti decisionali.

Esagero?

Quando salite in auto per andare in un posto che non conoscete, chi decide quale percorso seguire? Voi o Google Maps?

Quando accedete a Netflix per guardare un film rilassante, cercate qualcosa in autonomia o vi fate consigliare dalla televisione?

Se poi passiamo agli usi professionali: chi pensate determini quante tasse sono dovute al fisco? l’ordine di produzione di un’automobile? la pubblicità che appare quando scorrete FaceBook?

braccio di ferro

E’ un bene o è un male?

Non mi interessa discutere qui delle implicazioni etiche dell’uso della tecnologia. Voglio solo far notare come queste scelte hanno delle conseguenze.

Il nostro cervello e il nostro corpo sono simili alla vecchia bicicletta che tenete in cantina, soppiantata dalla nuova gravel che usate ogni giorno: sono impolverati, arrugginiti, rigidi.

La tecnologia, come ogni giovane rampante, lascia alle sue spalle una traccia di cadaveri. Di vecchie carcasse non utilizzate.

Tra esse, ci siamo anche noi.

L’automobile ci ha tolto la capacità di muoverci.
Il computer rischia di toglierci la capacità di pensare.

I muscoli sono già atrofizzati, tant’è che il medico consiglia di fare attività fisica.

Ma sono molte altre le nostre “funzionalità” che iniziano ad atrofizzarsi.

Pensate alle capacità sensoriali: non facciamo più affidamento su olfatto e vista per riconoscere potenziali pericoli. Non contiamo più sull’udito per muoverci all’aperto. Non usiamo il tatto per rapportarci con l’esterno (gli altri o l’ambiente).

Anche il cervello si sta impigrendo.
Fatichiamo a ricordare, a prendere decisioni basate su fatti, ad interpretare la realtà che ci circonda.

Dovremmo spegnere i computer?
Penso di no. Dovremmo solo essere noi a scegliere quando e quanto utilizzarli. Mantenere il controllo.

Se devo fare un viaggio di 1000 chilometri uso l’aereo, per uno di 200 uso l’auto, dal panettiere vado a piedi.
Perché dovrebbe essere diverso per il computer?

La maschera

Indossare la mascherina per sconfiggere il Covid19. Tante discussioni, ma dobbiamo accettare che le nostre vite sono cambiate

Mi è tornato sotto gli occhi un post che avevo scritto nell’Ottobre 2019 (Tempus fugit) che resta attuale nei suoi contenuti.
Mentre lo rileggevo e notavo la curiosa coincidenza di date, ho iniziato a pensare a quante cose sono cambiate (e stanno ancora cambiando) tra il 22 Ottobre 2019 e oggi, 16 Ottobre 2020.

359 giorni, quasi una rivoluzione terrestre, e la vita non è più come prima.

Il Covid19 ha spinto sull’acceleratore dei cambiamenti. La pandemia, perché noi tendiamo a dimenticare il fatto che i problemi che ci sono nella nostra città sono gli stessi che stanno accadendo in tutte le città del mondo, dicevo la pandemia sta modificando le nostre vite.

Ricordate quando sorridevamo con sufficienza vedendo i turisti giapponesi attraversare la città con le mascherine sul volto per timore dell’inquinamento?

La mascherina è diventata un complemento d’abbigliamento esattamente come le scarpe o il cappotto d’inverno. La useremo per sempre? Non lo so, ma di certo nei prossimi anni si continuerà a portarla con se e ad indossarla nei momenti di “assembramento”.

gente che indossa la mascherina - coronavirus

Sento tante discussioni su cosa si dovrebbe fare… e per ogni ricetta c’è sempre pronto un capro espiatorio sul quale puntare il dito.

Il sindaco che non mette a disposizione mezzi pubblici a sufficienza, i ragazzi che bevono birra al parco senza mascherina, gli “altri” che non stanno attenti quando vanno in ferie, i dottori che non sono più come quelli di una volta.
E così via, in una litania inutile e qualunquista.

La verità è che non ci sono colpevoli.

Non è colpa del governo. Non è colpa dei nostri concittadini.
E’ colpa di una malattia invisibile e sconosciuta che ci ha travolti. Il mondo, la natura, muta. E noi dobbiamo adattarci per sopravvivere.

E’ così da sempre e sempre così sarà.

Ci sforziamo di modificare le leggi naturali, creiamo ambienti più confortevoli per noi, sconfiggiamo alcune malattie, creiamo protesi per organi non funzionanti, allunghiamo la vita. Ma non siamo onnipotenti.

La natura tiene il banco nel casinò della vita (funzionava anche senza accento finale in realtà). E il banco vince sempre.

Quindi cosa possiamo fare?

Bob Dylan ha ben rappresentato nella celebre Times they are a-changing l’inutile sforzo di ribellarsi all’impermanenza delle nostre esistenze.

In realtà lui si riferiva all’evoluzione della società, ai mutamenti interni, a come è inutile lottare per mantenere lo status quo. I cambiamenti sociali avvengono nonostante il Sistema.

Ma a maggior ragione, nulla può l’essere umano di fronte alle modifiche che ci impone il nostro ambiente.

Non dico che non bisogna lavorare sul vaccino e, nel tempo, sconfiggere il CoronaVirus come abbiamo già sconfitto la poliomielite, ma dobbiamo anche accettare che non siamo superiori alle leggi naturali e ad esse dobbiamo adeguarci.

La pandemia ci ha preso alle spalle.
Nessuno avrebbe potuto ipotizzare un effetto così ampio e così veloce.

Ha messo in ginocchio l’economia e ci ha trasformati.

L’ho visto succedere, su piccola scala, dopo i terremoti o lo tsunami o le eruzioni vulcaniche.

Dobbiamo accettare il cambiamento, ricostruire quanto è andato perso, e cominciare una nuova vita.
Non potremo tornare alla vecchia, dobbiamo trovare un nuovo equilibrio e ricominciare da capo.

Fiori e cuori

Lavorando in giardino ho notato un parallelo curioso tra le piante e i rapporti umani, parentela, amicizia, amore

Un titolo così fa venire in mente una mano di poker, ma in realtà ieri, mentre lavoravo in giardino, mi è venuto in mente questo strano parallelo. In effetti c’è una cosa che hanno in comune…

L’autunno incalza e porta con se tutta una serie di piccoli lavori che vanno fatti. Dalla pulizia delle foglie che cadono regolari sul terreno, alla preparazione dell’orto per l’inverno (quest’anno mi sono preso tardi e non ho piantato cavoli e verze).

Così approfittando della bella giornata di sole, mi sono dedicato al pezzo di terra che ho davanti a casa (che sto trasformando un po’ alla volta in un giardino).

Ho tagliato i rami secchi, ho pulito le aiuole, ho strappato le erbacce.

Un giardino richiede una cura costante. Ed è pensando a questo che mi è venuto in mente il parallelo con i rapporti umani.

I rapporti che abbiamo con le altre persone sono come le piante, hanno bisogno di cura costante nel tempo.

Ho così voluto fare un gioco, provare a creare i paragoni tra piante e persone.

Iniziando dal più semplice: i parenti.

I parenti sono come gli alberi: la maggior parte sono già lì quando acquisti il terreno. Devi solo trattarli bene, bagnarli di quando in quando e, una volta all’anno potarli. Lo stesso vale per i componenti della tua famiglia, genitori in primis. Qualche telefonata ed un paio di visite e sei a posto.
Il vincolo di parentela è forte, sopravvive anche alla disattenzione. Così al pranzo di natale magari si lasceranno scappare un “non ti fai sentire mai” ma poi ti abbracceranno e tutto sarà dimenticato.

Gli amici sono difficili da catalogare, perché ce ne sono di tanti tipi.

Ma volendo fare di tutta l’erba un fascio (e mai come in questo caso il modo di dire è azzeccato) gli amici sono come le piante da appartamento.

Ci sono i cactus, che te ne puoi anche dimenticare ma che non muoiono mai. Amici da una vita, che quando li vedi è come se li avessi visti la settimana prima. Con loro basta davvero una telefonata (meglio se seguita da una birra insieme) all’anno e quell’amicizia non muore mai.

Ci sono i ficus benjamin, che resistono a qualunque condizione, ma che richiedono comunque attenzione regolare e una bella sessione di pulizia potatura a primavera ed autunno. Sono gli amici con cui ti vedi spesso e quando non ti vedi li chiami perché ti manca qualcosa.

gerani

Infine ci sono i gerani del balcone. Li curi amorevolmente e quelli ti riempiono la casa di colore. Da aprile a novembre crescono rigogliosi, ma tu devi accudirli un giorno sì ed uno no. Bagnarli e rimuovere i fiori secchi per averli sempre splendenti.

Sono gli amici speciali, chiedono tanto e ti restituiscono tantissimo. Sono forti e resistono a lungo anche se non li bagni, se li trascuri, ma basta rinnovare l’attenzione e quelli rifioriscono anche dopo l’inverno più freddo.


E l’amore?
A cosa vogliamo paragonare il rapporto di coppia?

Ahimé, in questo campo non sono un grande esperto.
Credo che l’amore sia come un fiore che ti viene donato.

Se sei fortunato ti capita un fiore forte, magari proprio un geranio, devi averne cura, ma sopravvive a mille prove.

In altri casi ti capita un’orchidea, bellissima e difficilissima da curare.

I rapporti umani hanno bisogno di cura ed attenzioni.
Dobbiamo aspettarcele e dobbiamo offrirle.

E la cosa curiosa è che se non doniamo queste attenzioni, non si secca solo l’amicizia o l’amore, ci inaridiamo anche noi…

Il processo alle intenzioni

Uno sfogo che nasce da un caso personale: parlo di intenzioni ed azioni, e di come sia facile sbagliarsi nel giudicare

Dio quanto amo l’italiano.
Ci sono parole ed espressioni che definiscono esattamente ogni cosa.
Quando sono confuso, quando il mio animo ribolle ma non riesco a capirne il motivo, quando c’è qualcosa che mi fa soffrire o arrabbiare allora agito un po’ le acque di quel calderone che è la mia testa e cerco di dare forma scritta al mio tumulto interiore.

Oggi ho recuperato questo modo di dire che sta diventando desueto ma che, secondo me, rappresenta bene questa nostra epoca.

martelletto del giudice

Con processo alle intenzioni si intende un giudizio basato non sui fatti oggettivamente occorsi ma su quelle che si pensano siano state le motivazioni o le intenzioni della persona sotto accusa.

Quindi se io rompo una finestra con una pallonata e mi si chiede di ripagare il costo del vetro è un processo normale. Se invece mi si accusa di averlo fatto intenzionalmente e mi si chiede il rimborso anche dei danni morali, allora diventa un processo alle intenzioni.

La cosa può spingersi oltre.
Per continuare nel mio esempio, mi vedono giocare con il pallone contro il muro e mi accusano di voler rompere il vetro. In questo caso giudicano un’intenzione a prescindere dalle conseguenze reali. Giudicano un’idea e non un fatto.

Storicamente, il processo alle intenzioni ha un’origine cattolica: è stata la Santa Inquisizione che, dovendo parlare di peccati e castighi, si trovava a giudicare non tanto le azioni dei peccatori, ma l’intenzione che aveva portato a quell’azione. E parlando di streghe ed eretici, sappiamo come è andata a finire.

Oggi il processo alle intenzioni è di moda.

Si attribuisce a qualcuno una colpa (basandosi su elementi totalmente ipotetici) e lo si mette in croce. O peggio ancora alla gogna.

Ogni frase che inizia con un “ti puoi immaginare se uno come lui non voleva…” è di per se un processo alle intenzioni.

L’evidente problema di questo approccio è il distacco netto tra realtà fattuale e ipotesi sulle motivazioni.

Quando dimentichiamo ciò che viene fatto e ci concentriamo sul perché corriamo il rischio di commettere degli errori. Infatti è decisamente più facile dimostrare un’azione che un’intenzione.

Tutto questo sfogo solo per dire che, quando il vostro atteggiamento nei confronti di una persona è dettato non da quello che fa, ma da quello che voi pensate sia il motivo per cui lo fa, rischiate di finire nella giungla dei pregiudizi.

E questo è sempre un male…

Clacson

A volte la paura fa più danni della cosa che temiamo, è un istinto antico, ma saperlo padroneggiare fa di noi uomini prudenti

Una sera d’estate salivo a casa in auto. Affrontavo i tornanti con la sicurezza di chi conosce a memoria ogni centimetro di asfalto, sfruttavo al massimo le curve: dove c’era visibilità stringevo al centro invadendo la corsia opposta; dove sapevo che la curva era cieca, mi tenevo tutto a destra, sfiorando il bordo della strada.

All’improvviso, nel buio, i fari di un’auto che scendeva in direzione opposta. Sarà stata la velocità o forse la scarsa esperienza alla guida o della strada, ma il conducente ha preso paura e ha scaricato la sua rabbia in un poderoso colpo di clacson.

Io, che avevo visto i fari arrivare fin dal tornante precedente, avevo già recuperato la posizione a destra della carreggiata e non ho potuto fare a meno di pensare che il tempo che gli era servito per suonare il clacson sarebbe stato meglio utilizzato per raddrizzare la macchina e portarsi nella sua parte di strada.

fari nella notte

E’ questo che fa la paura: blocca la razionalità e lascia spazio all’istinto.

E’ un meccanismo antico, che ci salvava la vita quando incontravamo un pericolo improvviso. Si chiama reazione attacco/fuga e fa sì che quando ci sentiamo in pericolo aggrediamo la fonte del timore o la fuggiamo.

Ovviamente è ancora utile quando incrociamo un cane feroce, ma nel 99% dei casi, è fonte di stress o di problemi.

Se abbiamo paura del capoufficio, prenderlo a schiaffi o chiudersi in bagno quando arriva non ci mette in una posizione migliore.

E così come sfogare la nostra paura suonando il clacson (o urlando improperie) non ci garantisce una maggior sicurezza, similmente quando andiamo in montagna fare gli “uomini veri” e affrontare passaggi richiosi (o al contrario bloccarsi su un passaggio perché già temiamo di doverlo ripercorrere in discesa) non è una buona idea.

La paura è un salvavita potente, ma deve essere sempre utilizzato insieme ad una buona dose di razionalità e di buon senso. Così diventa prudenza.

Si dice che la paura di un evento, nove volte su dieci, è mal riposta. La prudenza è la capacità di individuare la singola paura reale.

Lasciare il segno

Un’esperienza comune, quando si cammina in mezzo alla Natura, è notare l’apparente contrasto tra quanto questa sia forte (le montagne, il temporale, il mare e via dicendo) e quanto al tempo stesso sia fragile.

Basta veramente poco per provocare piccoli danni cui Madre Natura porrà rimedio in decenni di lavoro.
Se lasciamo il torsolo di una mela (“la mangeranno le formiche”) ci vorranno da 15 a 90 giorni prima che venga consumato.
Se invece lasciamo un fazzolettino di carta (4 settimane), una lattina di coca (dai 20 ai 100 anni), un sacchettino di plastica (dai 100 ai 1.000 anni) o, peggio, una bottiglietta (oltre 1.000 anni e non verrà mai distrutta completamente) stiamo condannando nostra madre ai lavori forzati.

Insomma dovremmo fare attenzione a quello che ci cade dalle tasche.

Devo dire che in questi ultimi anni, la coscienza ecologista si è risvegliata e noto che è sempre più raro trovare le tracce del passaggio di altri escursionisti.

Insieme alla buona notizia, però, devo dire che la quantità di immondizia aumenta con il diminuire della difficoltà della meta: i luoghi facilmente raggiungibili sono più sporchi di quelli che comportano lunghe marce.
Da un lato è dovuto al maggior numero di “turisti” presenti, dall’altro – ahimé – dalla minor consapevolezza di questi “escursionisti della domenica” rispetto a chi è abituato ad andar per monti.

Dobbiamo fare uno sforzo costante per promuovere una cultura di rispetto e conoscenza dell’ambiente alpino.

Un’altra sana abitudine che inizio a riscontrare è quella di raccogliere i rifiuti degli altri. Sempre più spesso noto persone che mettono in tasca l’involucro di una barretta o infilano nello zaino una palla di stagnola che avvolgeva una cioccolata.

ombra

Si dice che l’unico segno che dovremmo lasciare del nostro passaggio sia la nostra ombra.

Ecco, forse questo è esagerato, ma se facessimo tutti un po’ più di attenzione e pensassimo a quanto tempo sia necessario per far ricrescere il ramo che abbiamo spezzato per gioco, o a ripristinare il corso del torrente che abbiamo riempito di pietre per creare una pozza in cui refrigerare le lattine di birra, magari ne gioveremmo tutti.

Specialmente i nostri figli e i nostri nipoti che si troveranno in eredità un mondo bello come quello che anche noi abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto.

La prossima volta che percorrerete un bosco o salirete un colle, provate ad alleggerire il passo. Ci vuole davvero poco…

La pausa

Una vacanza particolare: senza allontanarmi da casa e senza cambiare troppo le cose che faccio, sono riuscito a rilassarmi

Sono stato in vacanza.
Magari non ve ne siete neppure accorti, ma io ho tirato i remi in barca e per un paio di settimane ho staccato la spina (dal mondo digitale) e mi sono rifugiato sui sentieri.

Staccare per qualche giorno è una necessità più che un lusso.

Se mi volto indietro e osservo cosa ho fatto in questi 15 giorni, in realtà, non noto grandi differenze con i mesi precedenti.

colle tournalein
Il Monte Rosa visto dal colle Tournalein @photo by Franz Rossi

Sono andato in montagna.
Ho visto qualche amico.
Ho letto, ho pensato a nuovi progetti, ho immaginato storie e avventure.
Ho persino risolto qualche sporadico problema di lavoro…

Eppure mi sono rilassato, perché mi sono finalmente reimpossessato del mio tempo.

Le scadenze che ognuno di noi ha, siano lavorative, familiari o magari anche di divertimento, ci impongono ritmi.
Poter decidere all’ultimo minuto cosa si farà nelle ore successive è un privilegio raro.

La mia vacanza è finita.
Da ieri sono tornato al lavoro.

Ma ho deciso di portarmi dietro un briciolo di libertà.
Di lasciare ogni giorno un paio d’ore in cui non ho nulla da fare.
Un buco da riempire, magari oziando, oppure ascoltando musica. Ma senza scadenze da rispettare…

Questione di stile

Il selfie è la piaga dei social media. Inutile sfoggio dello zero assoluto, inquinano la rete rubando spazio alla bellezza

Faccio davvero fatica a capire come si possa riempire il web di foto di sè stessi. I famigerati selfie che hanno già poco senso quando posti una tua foto in compagnia di un personaggio famoso ma che diventano una inutile manifestazione di vanità quando sono semplici autoscatti.

Non li capisco per gli uomini, che spesso postano immagini totalmente inutili: vado a fare un viaggio all’isola di Capri ed invece dei faraglioni faccio sfoggio del mio faccione.

Li capisco ancor meno per le donne, che giustamente pretendono di non essere considerate oggetti, di non essere ridotte ad un corpo senza cervello, e poi invece di postare un pensiero o un verso, sfoggiano decolté o l’ultimo bikini nel camerino del negozio.

Gli sportivi, tra cui annovero molti amici, sono una categoria a parte e dividono equamente il primo piano tra viso e cronometro.

selfie

Non mi soffermo su tutti quelli che si atteggiano, impostando una boccuccia a culo di gallina, una smorfietta che vorrebbe essere simpatica, uno sguardo beota che vorrebbe essere intenso…

Il selfie è spesso costruito: pancia in dentro, petto in fuori, maglietta sapientemente rimboccata a nascondere la ciccia, un braccio mollemente piegato per non far vedere troppo seno, in favore di luce, dal lato migliore…

L’apoteosi la raggiungono quelli che il selfie se lo fanno fare, mettendosi in posa, oppure piazzando lo smart phone in modo da scattare in sequenza delle immagini che poi saranno ritoccate, filtrate, accuratamente selezionate e finalmente pubblicate con una didascalia del tipo “semplicemente io”.

Ormai non posso più esimermi, ogni volta che vedo un faccione trionfante su instagram o facebook, di pensare al momento e al modo in cui è stato realizzato e tutta la simpatia crolla miseramente.

Il selfie è la punta dell’iceberg del malcostume imperante sui social.

So che dovrei semplicemente passar oltre, ma oggi, dopo aver visto l’ennesima sequenza di abbronzature, non sono riuscito a trattenermi.

Calendario minimo

Durante il lockdown abbiamo goduto di molto più Tempo a disposizione in cui dedicarci alle nostre cose. Con la ripresa, la vita torna frenetica

Non so se è capitato anche a voi, ma con la riapertura dei confini regionali, la mia vita ha ripreso a scorrere alla sua velocità consueta e, d’improvviso, mi sono trovato a far fatica a restare dietro alle cose che facevo fino a Maggio (e l’aggiornare il mio blog è una di queste).

Lo scorrere del Tempo è relativo (ne ho già scritto qui Tempus Fugit…) ma durante il periodo del lockdown avevo apprezzato il fatto di poter esercitare un controllo maggiore sulla mia agenda.

meridiana

Adesso mi trovo a dover scegliere come usare le ore della giornata.

E’ un esercizio importante: un setaccio naturale che mi permette di eliminare alcune cose superflue e concentrarmi sulle altre.

In questi primi giorni di Giugno mi sono fatto travolgere dalla voglia di rifare cose cui ero abituato mesi fa. Uscire con gli amici, andare per negozi, visitare persone che non vedevo da un po’…

Così ho deciso di concedermi tutto il mese per questi “vizi”, ma sto già pianificando un calendario minimo, un’agenda risicata e specifica, in cui entreranno solo le cose cui tengo veramente, quelle che necessitano di attenzione e Tempo.

Riflettere a lungo su quello che leggo e su quello che scrivo, ad esempio, è un lusso che mi ero concesso nel periodo Covid e a cui non voglio rinunciare.

Esercitarmi in arti che arricchiscono solo me stesso, la cura del giardino, la chitarra, la corsa. Cose che non faccio per vivere, ma solo per stare bene.

La gestione del Tempo l’avevo sperimentata in grande scala: pensando alla mia vita mi ero concentrato su ciò che importa veramente.
Adesso devo imparare a farlo anche nel piccolo, ogni giornata, ogni ora, ogni minuto…

Il metereopatico

Può il meteo influire sul nostro umore o accade il contrario? Sicuramente ognuno di noi è ispirato in modo diverso da pioggia, vento, nubi o sole

Non so quale sia il meteo giusto per i giorni tristi.
Non so bene neppure se esista un meteo che si adatta al nostro umore.

Personalmente le giornate di pioggia, pur suggerendomi un generale senso di malinconia durante l’inverno, nel resto dell’anno portano con loro una giocosa voglia di uscire e respirare. Di bearmi della terra che si disseta, degli odori muschiosi che emana, del canto dell’acqua sulle fronde.
Insomma, tutto ma non tristezza.

Le giornate di sole sono vivificanti: il cielo azzurro solcato magari da qualche nuvola che spezza la monotonia di quello splendore; i raggi caldi che dardeggiano la pelle e che ti fanno apprezzare la frescura dell’ombra sotto la chioma di un albero.
Le giornate di sole si adattano all’umore ozioso, ad un generale stato di rilassatezza.

Il vento è vita.
A me, che sono cresciuto nella città del vento, mette voglia di muovermi, di andare. Nulla come una giornata ventosa, con continui mutamenti di cielo, mi riempie di energia e di gioia. (Ecco in versi le mie sensazioni).

La neve porta la pace, la riflessione, il silenzio. Ti invoglia a stare a casa.

La Senna nei pressi di Les Andelys, Félix Vallotton

Mi resta ancora da scoprire il meteo che associo alla tristezza.

Probabilmente sono quei giorni tipici del tardo inverno, inizio primavera, quando il cielo è velato e il sole, senza la forza piena dell’estate, manda sulla terra quella luce pallida, quasi bianca.

Il maestro Francesco Guccini, nella sua Canzone dei dodici mesi (che trovate qui sotto) li definisce “i giorni di malato sole”.

E’ un chiarore diffuso che mi parla di desideri irrealizzati, di energia insufficiente.

Rileggendo questi pensieri sparsi, appuntati al volo, mi rendo conto che non solo ci saranno sensazioni differenti per ognuno di voi che leggete, ma persino io stesso non ho una regola. Vivo il meteo secondo l’umore del giorno e non l’opposto.

Quindi, a ben pensarci, la metereopatia non esiste o forse è sovrastimata. Esistono piuttosto le distorsioni cognitive legate al nostro umore.

Il meteo non può essere controllato, ma possiamo controllare il modo in cui lo viviamo. Parafrasando la celebre affermazione dell’allenatore Bill Bowermann che sosteneva “Non esistono condizioni metereologiche avverse, ma solo persone arrendevoli” potremmo concludere che “Non esistono condizioni metereologiche deprimenti, ma solo persone giù di morale”.

PS dopo aver scritto questo post ho trovato una poesia (di autore ignoto, ma degna di Flavio Oreglio) che se non spiega il cattivo umore, almeno aiuta a combatterlo.

Il vento tra i capelli,
il gelo tra le mani,
il sole pallido che ti illumina il viso.
Eh niente,
ho dei serramenti di merda