La serpe in seno

Lo confesso, il pensiero si era già affacciato un paio di volte alla mia mente, ma con nonchalance lo avevo ricacciato indietro, spingendolo nella zona inconscia.

Ma oggi lei, la serpe in seno, la traditrice che si nasconde sotto il mobiletto del bagno, prima mi ha sorriso seduttrice invitandomi su di lei e poi ha spiato sardonica le mie reazioni, quando ho letto il responso.
Bastarda di una bilancia!

Dopo settimane di alimentazione controllata e di attività fisica costante, il mio peso che era sceso dapprima rapidamente e poi con rassicurante continuità, ha smesso di calare.
Dagli 87 chili abbondanti di inizio anno ero sceso agli 83.5 di inizio giugno, ma da quel momento, etto più etto meno, sono rimasto costante.

Avevo già raccontato (qui) che sullo specchio del bagno ho incollato un foglietto dove segno ogni mattina il peso e che ho messo delle semplici regole sul cibo… ma a quanto pare non bastano più.

L’avevo intuito dai commenti degli amici con i quali sono tornato a correre.
“Beh Franz, a guardarti direi che era ora che tu riprendessi”
Maledetti. Manco fossero pelle ed ossa!
Arrancando alle loro spalle, con il sudore negli occhi, non riesco a non notare che anche le loro pance tendono il tessuto della maglietta… eppure vanno più veloci.

Poi ci sono gli amici non sportivi.
“Beato te che corri e puoi mangiare di tutto”
E mentre io finisco la pizza margherita con la birra, loro trangugiano la seconda porzione di pasta alla Norma e discutono cosa ordinare per secondo.

In Montagnetta o al campo sportivo, in pausa pranzo, ci sono quelli che odio di più.
I podisti che sudano felici a petto nudo, mentre io mi vergogno della mia ballonzolante adipe.

Devo perder peso!
Ci sono certe mattine in cui adotto delle tecniche diversive: provo ad ingannare la bilancia.
Mi peso prima di colazione e dopo essere andato in bagno.
Rifletto se è meglio farlo prima o dopo la doccia (“peserò più nudo e bagnato o in maglietta ma asciutto?”).
E quando esco a correre aspetto di bere per poter vedere la bilancia fermarsi un chilo e mezzo abbondante sotto il peso solito…

io e la bilancia
Un grazie speciale all’amico Chiod per aver reinterpretato la mia esperienza. Scoprite “Il maratoneta principiante” e molto di più su ilmaratonetaprincipiante.it NdA

Ma sono tutti trucchetti che non portano da nessuna parte.

Prendo sempre in giro i ciclisti che quando comprano la bicicletta scelgono il manubrio in carbonio perché pesa 300 gr di meno dell’altro e poi hanno almeno 10kg di pancia da portare a spasso.
Ecco, oggi io non sono poi così diverso.

E’ stato calcolato che per un podista amatore medio, un chilo di peso in più significa un ritardo di circa 4 minuti al traguardo della maratona.
Io di chili extra ne ho quasi quattro, significa un bel quarto d’ora secco da aggiungere al mio tempo potenziale.

Quindi da domani (che fortunatamente è il primo giorno di luglio) si cambia vita.

Non voglio mangiare di meno, ma mangiare meglio.

Devo riorganizzare un po’ le mie abitudini alimentari.
Arricchire la colazione di proteine ed eliminare la brioche (vorrà dire che al bar leggerò il quotidiano sorseggiando un caffé).
Fare un pasto più completo (non la solita insalata) ed evitare troppi carboidrati la sera.
Devo mangiare un po’ di più nei giorni di allenamento e un po’ di meno in quelli di riposo.

Proverò ancora per qualche settimana, e poi deciderò se parlare con un nutrizionista che mi possa indirizzare meglio.

Avanti così, che novembre si avvicina…

Post Scriptum:
La sapete la differenza tra un podista agli inizi e uno navigato?
Il primo corre per perdere peso, il secondo perde peso per correre…

La sindrome del collezionista

Non so se esista e sia studiata in psicologia, ma so per certo che gli esperti di marketing fanno leva su di essa per spingerci ad acquistare i loro prodotti.

La sindrome del collezionista è quella spinta interna che ci invoglia a raccogliere oggetti simili, a completare la serie di fascicoli della Treccani, ad acquistare l’ultimo cd del nostro gruppo preferito o l’ultimo libro del giallista che amiamo.
In pratica è la necessità di mettere ordine, di concludere la serie, di ritrovare una logica nel caos.

[Tanto per chiarire non ha nulla a che fare con la disposofobia che è diventata tristemente famosa grazie ad alcuni documentari americani che raccontano le vicende di accumulatori seriali sepolti in case trasformate in discarica]

A mio giudizio le tabelle di allenamento hanno tantissimo a che fare con la sindrome del collezionista.

Non capita anche a voi di cancellare con evidente soddisfazione un allenamento concluso?
E magari sfogliare con malcelato piacere l’agenda o il foglio excel dove annotate i lavori fatti?

Non capita anche a voi di provare un fastidio che sfiora il malessere quando siete obbligati a spostare una seduta o (diocenescampi!) cancellarla?

agenda
Il libretto rosso degli allenamenti del Franz 🙂

Insomma avete capito cosa intendo.
Seguo la tabella di Danilo da poco più di una settimana e già mi ci sono affezionato.
Non vedo l’ora, la domenica sera, di riceverne l’aggiornamento per potermi pregustare quello che mi tocca nei giorni successivi.

Qualcuno di voi solleverà il sopracciglio e mi considererà un filo masochista.
Ma non è così.
Pregusto le uscite tranquille (un’ora lenta + 10 allunghi) e temo i lavori duri (i lavori lattacidi in pista, ad esempio) ma che soddisfazione chiudere la giornata con la coscienza a posto, sapendo di aver fatto un altro piccolo passo verso il mio traguardo.
Questo incedere regolare soddisfa completamente la mia sindrome del collezionista (e tra l’altro mi evita di acquistare tutti i primi numeri delle collezioni dei libri di montagna, dei gialli di Simenon eccetera).

Ecco, credo che il vero segreto delle tabelle di allenamento sia proprio nel dare ordine al caos.
Devo correre tra sei mesi la maratona, come potrò mai riuscirci?
La risposta è: facendo bene tutti gli allenamenti che settimana dopo settimana il tuo coach ti raccomanda.

Già che sono in vena di confidenze, vi svelo anche che io – come tutti – uso le più moderne tecnologie, gps, runtastic, strava e compagnia cantante.
Ma sono ancora profondamente legato alla mia agenda cartacea sulla quale annoto con certosina precisione i lavori da fare e quelli fatti.
Vergare alla fine della giornata i tempi delle ripetute sui mille, le sensazioni provate, le caratteristiche del terreno o le condizioi atmosferiche, soddisfa sia la mia passione per la scrittura che quella per la corsa.

Se poi sarà servito, lo scopriremo assieme a novembre… per intanto colleziono allenamenti e vado avanti.

L’importanza del gruppo

Dopo aver preso atto che, nonostante abbia corso regolarmente nelle ultime quattro settimane, continuo a non raggiungere delle velocità di base accettabili, ho deciso di giocarmi l’asso.

Il vantaggio di essere in una società sportiva dove corre anche Danilo Goffi è che puoi far finta di nulla ed infilarti nell’allenamento domenicale del gruppo e buttare lì un “senti Danilo, ma non è che mi daresti una mano?”

Per chi non lo sapesse, Danilo Goffi con il suo 2 ore 8 minuti e 33 secondi è uno dei più veloci maratoneti italiani di sempre, ha vestito i colori dell’Italia alle Olimpiadi di Atlanta (giunto nono), insomma uno che quando parla della regina delle distanze sa cosa dice.
Ma quello che non trovate su Wikipedia o sui libri, è che Danilo è una persona incredibilmente umile e disponibile, sempre pronto a dispensare consigli o fustigarti con una battuta.

gruppo allenamento
Il gruppo di allenamento D41! di almosthere, la mia società sportiva

Domenica mattina, di ritorno da uno splendido giro in montagna, mi sono presentato al campo sportivo con l’idea di chiedergli un consiglio.
A Danilo il progetto #26W26M è piaciuto e ha preso a cuore la mia situazione. Per dirla in tre parole mi ha “sbattuto in pista”.

Il gruppo faceva (a ritmi diversi, ovviamente) un lavoro di potenziamento.
800 mt – 1600 mt – 800 mt
cinque minuti di recupero e poi
600 mt – 1200 mt – 600 mt

Mi ha infilato nel gruppetto dei più lenti e mi ha detto “prova a stare con loro”.
Più facile a dirsi che a farsi.
I primi 800 a 5’00” sono venuti quasi facili… per il primo giro.
Non è un caso che la distanza degli ottocento metri, i due giri di pista, siano chiamati il giro della morte.
Fabio “tira” il gruppo, cioè impone il ritmo, noi ci adeguiamo.

Incredibilmente concludo gli 800 restando attaccato a loro.

Adesso toccano i 1600 mt, 4 giri di pista, ritmo 5’10″/km.
Riparto prudente, sfruttando la scia, corriamo in seconda e terza corsia per non dare fastidio alle locomotive che sfrecciano in prima.
Al terzo giro inizio a perdere terreno, ma Danilo mi richiama e mi incita a stare con gli altri.
Ed io lo faccio, chiudo la distanza e mi aggancio agli amici.
E anche i 1600 sono andati.

Mai due minuti scorrono così veloci come quando stai recuperando.
Siamo di nuovo sulla linea di partenza per altri 800.
L’idea è di accelerare un po’ nel secondo giro.
Dentro di me penso “non li mollo, dovesse essere l’ultima cosa che faccio, non li mollo”.
Alla fine del secondo giro scopro che per la prima volta dopo più di un anno sono sceso sotto i 5’/km.

Nel recupero lungo tra una serie e l’altra, Danilo mi si avvicina.
Mi dice che corro tutto storto, la spalla destra molto più alta della sinistra, il collo bloccato, mi suggerisce di andare da un osteopata.
Non avevo considerato questa cosa.
Sapevo che correvo contratto, finisco tutti gli allenamenti con il tricipite femorale dolorante, ma non pensavo fosse così evidente.

Ma resta poco tempo per i pensieri.
“Il 600 lo fate a 4’50″/km magari accelerando un po’ al secondo giro”
E su questa frase si infrangono i miei sogni di velocità.
Tengo il primo giro ma poi, quando loro aumentano, non riesco a seguirli.

Danilo mi aspetta sul rettilineo finale e mima per me il movimento che dovrei fare con le braccia.
Ci provo, almeno negli ultimi 100 metri.
Per i prossimi 1200 e 600, mi consiglia di prendermela un pelo più lenta e chiede ad un altro atleta del gruppetto di stare con me.
Chiudiamo l’allenamento rispettando almeno gli stessi tempi della prima serie.

Perché vi racconto tutto questo?
Perché sono entusiasta.
Aver fatto un allenamento in pista con un gruppo di amici mi ha dato tantissimo.
Non solo mi ha permesso, in una calda domenica ambrosiana, di fare un bel lavoro di potenziamento a ritmi che da solo non avrei saputo tenere, ma mi ha fatto comprendere l’importanza di fare parte di una bella società sportiva.

Dopo la doccia, bevendo un caffè, Danilo ha condiviso con me le sue idee e i suoi suggerimenti.
Mi invierà una tabella (la famosa tabella degli allenamenti, croce e delizia di noi amatori) e fino a New York mi darà una mano.
“Solo che…” aggiunge “per par condicio devo dare una mano anche a Ippolito e Matteo”

Ecco qui, la doccia fredda in una giornata bollente.
Ippolito e Matteo sono gli altri due milanesi che concorrono con me al progetto “26 weeks for 26 miles” (Ippolito nella mia stessa società sportiva).
Speravo di avere un asso nella manica… e invece.

‘sti Campioni sportivi a volte esagerano con i valori!

Grazie Danilo, ne vedremo delle belle.

allenamento in pista
Io e Danilo Goffi dopo l’allenamento al campo. Indovinate chi ha corso e chi non ha neppure sudato?

Bollenti spiriti

Ho passato lo scorso weekend nel mio buen retiro in Valle d’Aosta.
Sabato una bella gita alla Becca d’Aver, domenica a lavorare di piccone e ramazza in giardino.
Ovviamente ne ho approfittato per andare a correre il mattino presto.

C’è una sterrata che percorro sovente, un po’ perché è molto panoramica, un po’ perché è la cosa più simile ad un percorso pianeggiante e se voglio fare le ripetute è il posto migliore.
Così domenica mattina alle sette, in pantaloncini e maglietta, mi sono trovato ad andare avanti ed indietro.

Eresaz
La piana di Eresaz, uno dei miei posti preferiti dove passeggiare

Era fresco, probabilmente intorno ai 15 gradi. L’aria era frizzante e il sole, per quanto ormai già alto, non era ancora arrivato a bucare le fronde degli alberi.
Correvo con ben presente nella mente la sensazione di soffocare che aveva caratterizzato gli ultimi allenamenti nell’afa cittadina.

Io corro basandomi sulla fatica che faccio. Quindi so quanto sforzo occorre per tenere un certo ritmo.
Ma il cronometro ha continuato a dirmi che ero molto più veloce di quanto pensassi.

Sono tornato a casa felice: era tanto che non riuscivo a correre a quei ritmi con così poco sforzo.
Certo, l’allenamento inizia a dare i suoi frutti, ma dentro di me pensavo che probabilmente il motivo era un altro.

Tornato a Milano ho letto un po’ di articoli sulla corsa al caldo e ho deciso che invece che correre lunedì sera avrei corso martedì al mattino presto.

Detto fatto, ieri alle 5:45 sono uscito per una corsetta tranquilla sul mio percorso abituale, quello che da casa mi porta alla Montagnetta di San Siro e poi al parco di Trenno.
E ho trovato di nuovo quella sensazione di leggerezza che aveva caratterizzato l’allenamento di domenica. Sul cronometro ho tagliato 20″ al chilometro senza fare sforzi.

Il fattore caldo mi mette in ginocchio. Specialmente i primi caldi stagionali.
Se poi alla temperatura si accoppia l’umidità per me è come correre con uno zaino da dieci chili.

Ho così deciso di prediligere l’alba al tramonto.
La frescura della notte che finisce alla calura della giornata che si spegne.
I bollenti spiriti non sono per me, preferisco abbandonare il letto ed uscire a correre.

A Caccia di storie

Chi segue il mio blog ha ormai sentito fino alla nausea che mi sto preparando per la maratona di New York che si correrà a Novembre e che lo faccio all’interno del progetto 26 settimane per 26 miglia (#26W26M), nel quale raccolgo fondi per Emergency (che mi ha offerto il pettorale della gara).

Ma magari qualcuno non sa che non sarò solo in questo viaggio.

Ho colto l’occasione di una sgambata in compagnia per fare qualche domanda ad uno dei miei compagni.
Si tratta di Matteo Caccia, la voce di Pascal (che potete ascoltare dal lunedì al venerdì alle 22:30 su Rai Radio2).
Personalmente sono un fan di Matteo da molti anni. Le sue storie mi hanno fatto compagnia, mi hanno fatto ridere, sognare, riflettere. Hanno suscitato emozioni che è quello che una buona storia dovrebbe fare…

Allora Matteo, come ti è nata questa passione per le storie?
“Mia mamma dice che sono stato bravo a trasformare un difetto in un mestiere: essere troppo curioso. Sono sempre stato naturalmente attratto da quello che raccontano di sé le persone. E quando durante un programma radiofonico che si chiama “amnèsia” raccontavo una storia e ho iniziato a riceverne diverse dagli ascoltatori ho pensato che in quei racconti ci fosse del materiale molto interessante”.

Matteo Caccia
Matteo Caccia conduce su RAI Radio2 il programma Pascal

Tra le attività che fai c’è un happening che si chiama “Don’t tell my mom”, un evento in cui delle persone si ritrovano in un locale e raccontano una loro storia personale con un fattore in comune, deve trattare di qualcosa che non confideresti alla mamma di Matteo. Un’idea geniale per cui una volta al mese si riempie un locale sui Navigli a Milano e in alcune altre città italiane.
Come ti è venuta l’idea? E quanto è difficile far parlare una persona?
“Lavoro da anni con le storie delle persone in forma scritta, che racconto poi io restituisco alla radio con la mia voce, volevo capire che cosa sarebbe successo se le storie fossero state raccontate dalle persone e dalla loro viva voce.  Avevo bisogno di un luogo accogliente e che non intimorisse (non un teatro per intenderci), e ho iniziato ad invitare degli amici a raccontare intorno ad un tema largo ma chiaro “cose che a tua madre non racconteresti”, poi lentamente le persone hanno iniziato ad arrivare e proporsi con le proprie storie. Ormai sono 3 anni che accade il primo lunedì di ogni mese e le storie e il pubblico sono sempre di più”.

Ma quindi ciascuno di noi ha qualcosa di interessante da raccontare?
“Ciascuno di noi ha degli episodi che di per sé sono interessanti perché hanno segnato la nostra vita, nel bene, nel male, in maniera evidente e immediata o in modo lento e graduale, tutto sta nel riuscire ad individuare quei momenti e raccontare in maniera onesta e sincera”.

Stiamo correndo, quindi la domanda è d’obbligo. Come ti è scattata questa cosa del podismo?
“Il podismo è arrivato perché un ascoltatore del mio programma che lavora nel mondo della corsa mi ha sentito dire che la corsa era noiosissima, perché non c’era né un palla, né un pallone in ballo e mi ha detto “come faccio a farti cambiare idea?” e io gli ho risposto: mandami a fare una maratona. Dopo 4 mesi ero a New York”.

Matteo Caccia
Matteo Caccia tornerà a correre la New York City Marathon il prossimo Novembre

Beh, è stato un bel salto nel buio… e adesso a New York tornerai anche per sostenere Emergency.
A proposito nel sito di Rete del Dono (dove è possibile fare le donazioni a sostegno del progetto) hai scritto: “Quande finisce è un grande sollievo” Quindi per te correre è bello soprattutto quando non lo fai?
“No correre è bello soprattutto quando ho finito. Invidio molto quelli che provano piacere nell’atto della corsa. Per me che sono pigro ogni volta che penso di dovere fare un lungo di 30 km cerco una qualche scusa per non farlo, poi essendo metodico mi vesto, esco, e dopo 3 ore sono a casa felicissimo perché è finita!”

Come concili la corsa con la tua vita professionale e familiare?
“Non ho un lavoro che mi obbliga a stare in un posto da una certa ora ad un’altra, se guardo il calendario di questo anno da settembre da oggi non ho avuto una settimana uguale ad un’altra. Lavorare per conto proprio da una parte è un vantaggio dall’altra è un impedimento perché non sai mai quando hai veramente finito di lavorare e quando invece è meglio che continui. Quindi serve molta autodisciplina per dirsi “ora, ti fermi ed esci a correre per un’ora, poi ritorni e prosegui”.
Spesso anche nei fine settimana sono via per eventi, spettacoli, presentazioni o festival e quindi mi è capitato di correre un po’ dappertutto in Italia, domenica ad esempio ho fatto l’allenamento sullo splendido lungomare di Livorno ed ero felicissimo”.

Com’è il tuo rapporto con le gare?
“Della gara la cosa che mi interessa è il fatto che sia un obiettivo da raggiungere. In uno sport come questo in cui non puoi “vincere una gara” ma l’unica gara è contro di te, per me sapere di avere una data, mi aiuta a organizzare la tabella e darmi degli appuntamenti. Per il resto non amando luoghi troppo affollati o pieni di casino cerco di starci lontano. Detesto, ad esempio, lo speaker che alla partenza delle gare urla con la musica a palla”.

Un’ultima domanda, ho appena letto il tuo ultimo libro “Il silenzio coprì le sue tracce”, la storia di un uomo che abbandona la città per la montagna. La storia presenta molte sfaccettature e degli sviluppi inaspettati tanto che il libro si legge d’un fiato. Direi che è rappresentato il prepotente bisogno di un ritorno alla Natura.
Com’è nato il romanzo? Ti sei ispirato a qualche storia che avevi raccolto in giro o è tutta fantasia? Quanto c’è di autobiografico?
“Il romanzo è nato per una passione sfrenata per il lupo e per tutto quello che simboleggia, per la sua natura selvatica e lontana dall’uomo, per il suo vivere sociale in mezzo al branco, la storia ci è nata intorno. C’è poco di auto biografico se non il desiderio latente di avere silenzio intorno, e di stare in silenzio a lungo (e per uno che parla alla radio tutti i giorni per un’ora è una bella sfida)”.

Com’è il tuo rapporto con la Natura?
“Io son un cittadino, vivo a Milano da 22 anni, anche se vengo un paese di campagna.
La natura che vivo è il mio cane che dorme sul divano e l’erba da tagliare nella casa di campagna.
Poi c’è la natura a cui aspiro, quella che non è ne benigna né maligna, ma è la natura che fa il suo corso e si riprende qualsiasi cosa di cui l’uomo non curi più”.

E così è finita la chiacchierata (o almeno la parte pubblica di essa), ma c’è un’interessante seguito.
Se vi interessa, potete venire a sentire alcune storie di corsa a Bologna alla Repubblica delle Idee venerdì 16 giugno alle 14:30.
Il titolo è “Tre minuti al via”.
Ci sarà Matteo Caccia, ci sarò io e ci sarà Giovanni Storti.
Maggiori info a questo link

Giuro che non smetto più

“Non smetterò mai più!
Giuro che non smetterò mai più!”

Questa frase mi rotolava in bocca come un mantra mentre arrancavo a passo paracarro (quella velocità per cui fai fatica a superare anche i pali della luce) nella calda serata milanese.

“Non smetterò mai più, è troppo faticoso riprendere a correre”.
In effetti, come motivazione, anche il timore di dover ripercorrere la lunga china che ti porta dalla poltrona alla maratona (citando il titolo del librettino di due amici) potrebbe funzionare.

Ma io credo che la motivazione vera, quella che ci spinge fuori giorno dopo giorno sia un’altra: la sfida del cambiamento.

La domanda che più spesso chiedono a noi runners è “Perché lo fai?”
Le risposte sono moltissime, tutte valide e tutte mutevoli nel tempo.
E’ così comune che, quando abbiamo scritto con Giovanni il libro sulle nostre (dis)avventure podistiche, come titolo abbiamo usato una possibile risposta: Corro perché mia mamma mi picchia.

Qualche volta a chiedercelo sono altri corridori, e – pur mutando lievemente la forma – la sostanza è la stessa.
“Ma tu come fai a restare motivato?”
“Dove trovi la voglia di continuare a correre?”

Tra gli alti e bassi della nostra vita da runner, ognuno di noi ha sperimentato varie risposte.
Durante le prime fasi di “26 weeks for 26 miles” ho compreso che il mio stimolo questa volta è diverso.

Quante volte ci capita di pensare di voler cambiare vita, lavoro, partner?
Quello che non ci piace non sono la vita, il lavoro o il partner, ma ciò in cui essi ci hanno trasformato.
Siamo schiacciati dalla routine, dall’abitudine. Siamo plasmati dagli impegni che si sono accumulati sulle nostre giornate.

La nostra voglia di fuga è in realtà una voglia di cambiarci, di riavvicinare la persona che siamo alla persona che vorremmo essere.

Correre è un modo di trasformarci.
Di plasmare il tandem corpo-mente attraverso una disciplina chiamata allenamento.

Funzionerebbe anche con il tai chi, la danza o l’alpinismo.
Gli elementi chiave sono due: dev’essere un’attività protratta nel tempo e deve prevedere un impegno fisico.
E la corsa, nella sua semplicità, è lì pronta ad attenderci.

Non occorre acquistare nulla di particolare che non sia un paio di scarpe da running.
Non occorre andare in alcun centro sportivo.
Non occorre trovare qualcuno che ci insegni o che venga con noi.

Basta uscire e correre.

Un atto volontario e senza fine utilitaristico che non sia quello di trasformare noi stessi.
Un atto egoistico, rubare del tempo alle altre nostre attività per regalarlo a noi.
Un atto che ci permette di mettere in secondo piano il mondo delle idee e riportare il focus sulla nostra fisicità, su quello che siamo veramente, senza sovrastrutture e apparenze.

Un atto di libertà.

Magari la libertà di trascinarsi nei 34 gradi afosi di una serata meneghina.
Ma con la consapevolezza che sei lì solo perché sei stato tu a scegliere di volerti trasformare.

Tornare in forma è una questione d’abitudine

Oggi è una buona giornata, il miracolo è avvenuto.
Dopo qualche settimana di corse casuali e le prime due settimane di corse regolari (con l’inizio del progetto #26W26M), qualcosa è scattato in me.

Stamattina sono andato al campo con la voglia di correre.

Gli inglesi usano il termine “alcoholic” per definire l’alcolista, e lo stesso suffisso “-holic” viene usato in altri casi (ad esempio “workholic” è il maniaco del lavoro).
Ecco io sono tornato ad essere un “runholic“
Non è la dipendenza fisica dell’alcolista, ma quella sana voglia che ti prende quando non corri per due giorni.
L’appetito che non ti fa vedere l’ora di sederti a tavola.

Franz Rossi
Nel weekend si va a ricaricare le batterie in montagna: al cospetto del Monte Bianco

Tornare in forma è una questione d’abitudine.
In questi ultimi mesi avevo sperimentato come fosse difficile fare i piccoli gesti che un tempo scandivano le mie giornate.
Alzarsi presto al mattino e indossare le scarpette.
Portare con se la borsa con il cambio.
Dare appuntamento ad un amico al campo.
Tornare a casa e per prima cosa fare la lavatrice con la roba da corsa…

Piccoli gesti che mi sembravano formare un ostacolo enorme.
Ma appena ho ricominciato a farli, mi sono venuti estremamente naturali.
E gli altri pezzi del puzzle sono andati a posto da soli.

Il nostro corpo è una macchina che si adatta velocemente.
Nell’allenamento sfruttiamo questa sua capacità di adattarsi per crescere fisicamente.
Ma in parallelo crescono anche altre nostre attitudini.

Non posso dire che sono tornato del tutto a regime. Anzi…
Mi mancano ancora velocità e resistenza.
Ma è cambiato il mio atteggiamento nei confronti della corsa. Tutto il resto seguirà.

Al momento riesco a correre poco più di 30 chilometri a settimana.
Però il trend è positivo. Miglioro di volta in volta e questo aumenta la mia voglia di continuare.
E’ come se avessi invertito la tendenza e la forza che mi teneva seduto sul divano adesso mi spinge fuori.

Non è neppure l’entusiasmo delle prime uscite, un fuoco di paglia che brucia l’entusiasmo di tanti neofiti.
So cosa mi aspetta dietro la prossima curva, alla prossima seduta di allenamento, dopo l’ennesima salita.
E non vedo l’ora di essere lì…

Dica trentratrè

Dovevo farla e l’ho fatta.
Come ogni anno, puntuale come la dichiarazione dei redditi, è arrivata la scadenza della visita medico-agonistica.

Ecco, già il nome.
Noi l’abbreviamo, ma la versione completa recita Visita medica per il rilascio della certificazione per l’idoneità alla pratica sportiva agonistica.
La nostra versione, visita medico-agonistica, indica molto meglio la sua vera natura: è una gara!

Riflettiamoci bene.
Bisogna iscriversi per tempo e per farlo hai bisogno della richiesta rilasciata (in originale) dalla tua società sportiva.
Ti presenti e sei già teso, molto più che alla partenza di una competizione, sai che lì la faccenda non si riduce ad arrivare prima o dopo i tuoi compagni di squadra, se vai male non potrai praticare l’amato sport.

Nel mio caso devo compilare un questionario con l’anamnesi personale e familiare secondo solo, per dettagli richiesti, agli interrogatori del KGB e al modulo della donazione del sangue (ma su questo tornerò un’altra volta).
Mentre sei lì che rifletti cercando di ricordare se il povero nonno è morto per problemi di cuore o per l’enfisema polmonare dovuto al pacchetto di Nazionali che fumava ogni giorno, la gentile segretaria ti invita a raccogliere il campione di urine.

E mai una volta che mi scappi
quando sono dal medico!

Va beh, dopo aver strizzato le ultime gocce, scopro che il cardiologo mi attende per sottopormi alla prova da sforzo.
In pantaloncini e a petto nudo, mi accomodo (sempre che di comodità si possa parlare) sulla cyclette mentre il medico sistema gli elettrodi.
Quindi, con un sorriso mellifluo, mi chiede “possiamo partire?”

Le prime pedalate sono facili, tanto per scaldarsi.
Sorrido e chiacchiero con il medico, che risponde a monosillabi ed intanto aumenta la pendenza.
Inizio a sudare, smetto di parlare e mi concentro sul mio giochino preferito: tenere bassi i battiti.
Il dottore dà un giro alla sua manopola, il cuore si impenna, io sbuffo e cerco di abbassarlo.
E così via, fino a quando, con un ultimo giro di manopola, spiando il mio volto sudato e il respiro affannoso, il medico sardonico mi chiede “ce la fa ancora?”

CHIOD_ECG-sotto-sforzo
L’ElettroCardioGramma sotto sforzo secondo Chiod

Non faccio a tempo a rivestirmi che passo sotto le grinfie del secondo medico.
A lui spetta impormi la più difficile delle prove: la spirometria.

Non so chi l’abbia inventata, ma è una di quelle cose che davvero mi fanno sentire impotente.
Nella mia testa la paragono alle battaglie contro i mulini a vento di Don Chisciotte.
Un tubo in bocca del diametro di tre centimetri e i polmoni che si svuotano in un nanosecondo.
Spesso il medico mi guarda, scuote la testa e dice “è nei parametri, ma potrebbe fare di meglio!”

E poi l’ordinaria amministrazione: vista, test colori, auscultazione, domande di rito, che medicine prendi, che gare corri, un sorriso e la frase di chiusura “Tutto bene, ci vediamo il prossimo anno”.

Io l’ho buttata in ridere, ma davvero noi runners abbiamo un rapporto anomalo con i medici.
In spogliatoio ci lamentiamo di ogni cosa, quasi che fossimo la dimostrazione ambulante di un trattato di medicina.
Ma poi con il medico sportivo minimizziamo tutto: “Problemi particolari? No, nessuno” “Ho la pressione un po’ alta? E’ che ho appena bevuto il caffé” e via dicendo.

Invece questo passaggio sotto le forche caudine della visita medica che ci impone la federazione andrebbe visto come una grande opportunità.
Facciamo fare il tagliando alla macchina, la revisione alla caldaia, il giro di antivirus al computer, ma trascuriamo il nostro corpo?

La visita medica dobbiamo farla per poter correre, cerchiamo di trasformarla in un momento di check up.

PS per tutti: non preoccupatevi se non avete capito questo era un post “for addicted only”!
PS per i RUNNERS: Ed anche quest’anno è andata!

[Un grazie speciale all’amico Chiod per aver reinterpretato la mia esperienza. Scoprite “Il maratoneta principiante” e molto di più sulla sua pagina FaceBook NdA]

Una guerra tra titani (ed io in mezzo)

Immagino che succeda anche a voi.
Correte, correte, correte, vi sembra di andare velocissimi e, anche se sapete che non dovreste farlo, sbirciate il gps.
E lui – bastardo – vi sorprende con un tempo al chilometro molto più lento di quello che pensate.
Unico effetto: rallentate di colpo e la vostra mente si riempie di pensieri negativi, meditate di smettere di correre per sempre, o per lo meno, di non farlo più con un gps al polso.

Io ho una certa praticaccia, ci sono stati dei momenti in cui potevo indovinare il ritmo a cui si andava con un errore inferiore ai 5 secondi.
Ma questa mia capacità sembra essere inversamente proporzionale alle performance: più rallento meno indovino.
Ero arrivato al punto di sbagliare la velocità di 30 o 40 secondi al chilometro.

Quindi, come ogni uomo che si rispetti,
ho scaricato la colpa sulla tecnologia…

Posseggo due gps, un Runtastic e un Suunto, uso il primo su strada e il secondo in montagna.
Sono entrambi un po’ datati (credo abbiamo un paio d’anni ciascuno) ma hanno sempre fatto egregiamente il loro dovere e sono comunque dei titani tra gli apparecchi di questo tipo.
Tranne in queste ultime settimane quando le distanze si accorciavano o le velocità diminuivano.

Allora venerdì scorso ho deciso di fare la prova ed uscirmene con due gps al polso.
Non come nella foto, ma uno sul braccio destro e l’altro sul sinistro.
Ogni volta che controllavo su uno la velocità mi sinceravo che anche l’altro riportasse gli stessi valori.

Potete immaginare come sia finita.
Dopo una decina di chilometri scarsi, la differenza tra le distanze rilevate era di 100 mt.
Un battito di ciglia dell’universo.

E tutte le mie speranze di dare la colpa alla tecnologia sono andate in fumo.

Insomma nella lotta tra Titani, l’unico che esce sconfitto sono io.

Buone corse…

La Via della Maratona

Ulisse e le sirene

Il mio amico Geo, commentando l’articolo di presentazione di questo progetto, scrive “La maratona tra 26 settimane è una sirena, mio caro Ulisse, che ti distoglie dai traguardi che ti stanno più a cuore.”
Geo è un uomo saggio che pesa le parole e sa miscelare in una battuta la giusta dose di ironia e serietà.
Quindi ogni volta che dice qualcosa presto orecchio con grande attenzione.

In effetti noi corridori tendiamo a vivere in un mondo corsacentrico.
Si parla solo di risultati cronometrici, infortuni, scarpe e gare.
Questo è più evidente se si frequenta un mondo di runners della prima ora.
Poi con l’aumentare dell’esperienza (e, ahimé, dell’età) per motivi squisitamente fisiologici si tende ad essere meno attenti alla performance sportiva e concentrarsi di più sulla parte ludico-gastronomica.
Ma rimane il fatto che, oltre alla corsa, c’è tutta una vita lì fuori che ci aspetta (non a caso il mio blog si chiama “la corsa attorno” e non “Corsa, corsa e solo corsa”) e qualche volta corriamo(!) il rischio di dimenticarlo.

I nostri obbiettivi sono molteplici, fare un bambino, l’auto nuova, visitare la Nuova Zelanda, scrivere un romanzo, vedere i tuoi figli sistemati, la Felicità, fare un lavoro che ti piace o semplicemente trovare lavoro, perdere peso, far sorridere tua madre, battere a scacchi il tuo vicino di casa… e via dicendo.
Alcuni sono piccoli sfizi da levarsi, altri hanno a che fare con la nostra serenità più profonda.

Correre una maratona lo classificherei tra gli sfizi, ma richiede un impegno molto maggiore.
Da qui la notazione di Geo: Sicuro che il gioco valga la candela?

Ma dentro a questo #26W26M ci sono due temi che per me sono fondamentali.

Il valore del viaggio non è nella meta.
Esiste una fase di progettazione in cui immagini dove vuoi andare e come.
Una fase di spostamento vera e propria (che è parte integrante del viaggio e anzi sovente è la più avventurosa).
C’è infine la meta e (non scordiamolo) il ritorno.

Il traguardo di Central Park è il simbolo di un triplice viaggio.
Le 26 settimane di preparazione sono la prima parte.
Il viaggio fisico a New York, la seconda.
I 42.195 metri della maratona, la terza.

Non si tratta, quindi, di correre una gara, ma di vivere un’esperienza lunga sei mesi.
E credo che sì, il gioco valga la candela.

Allenarsi per una maratona significa rimettere ordine nel caos

Ma il secondo tema, quello ancora più importante, è un altro.
Per come la vedo io, la preparazione alla maratona è un esercizio spirituale prima che fisico.
Allenarsi significa autoimporsi una disciplina, impostare ritmi e microobbiettivi al servizio di un traguardo così lontano da sembrare irraggiungibile se non inesistente.
Significa rimettere in equilibrio corpo e mente (che devono lavorare al reciproco servizio) e riappropriarsi della propria fisicità.

Allenarsi per una maratona significa rimettere ordine nel caos interno.
E’ una disciplina morale che passa attraverso una disciplina fisica.

Ci vediamo ad Itaca, Geo, buon vento!