Il garbato censore

Avremmo bisogno di altri come lui: persone che con l’ironia sappiano instillare il dubbio. Gaber è stato un esegeta della società in cui viveva

Sabato scorso, facendo zapping, sono finito su RAI3 e sono stato catturato dalle immagini in bianco e nero di Giorgio Gaber che cantava.
La trasmissione fa parte di una serie curata da Paolo Mieli e dal titolo “Italiani”. La puntata specifica (che potete vedere a questo link) si chiamava “Giorgio Gaber, l’utopia possibile“.

Ovviamente conosco bene Gaber e alcune larghe parti della sua produzione.
Ero un ragazzino quando canticchiavo “Lo shampoo” che, all’epoca, mi faceva morire dal ridere (l’ho postato qui sotto per chi non l’avesse visto).
Ai tempi del liceo ci sfidavamo con altri studenti sul piano ideologico citando “La libertà”.
Ma anche in tempi più recenti la sua celebre canzone “Destra – Sinistra” fotografava perfettamente un disagio condiviso da molti. La mancanza di quell’ideologia che, un tempo, aveva sostenuto le nostre battaglie.

Ho passato volentieri la serata in compagnia di quell’uomo vestito come un agente segreto, un man-in-black da palcoscenico, che cantava testi mai banali, aggiungendo smorfie e gesti che lo rendevano perfetto per il teatro.
Poco meno di un’ora e ne avrei voluto molto di più.

In fondo avremmo bisogno di altri come lui.
Persone in grado di interpretare la realtà che ci circonda.
Capaci di essere censori, pur garbati ed ironici, di un mondo che si allontana dall’umanità (intesa come virtù non come specie animale).

Il giovane Gaber faceva parte del clan di Celentano, cantava con Iannacci e Tenco, si esibiva in televisione e imitava le rock star.

Il Gaber adulto, post anni ’60, non ha più rincorso il successo scrivendo canzoni per andare in classifica.
Aveva delle idee e voleva condividerle.
Lo faceva usando un linguaggio semplice e diretto.
E’ stato capace di impegnarsi e di capire quando sbagliava.
Di cambiare idea, elaborando il suo vissuto.
Non ha mai accettato di seguire la corrente.

Un grande artista, ma soprattutto un grande uomo.
Come dicevo prima: ce ne vorrebbero altri come lui, adesso.

P.S. riascoltate “Il conformista” e scoprirete che non è poi passato così di moda

Piccoli affetti

Gli oggetti, anche i più piccoli, portano con loro un carico di ricordi ed emozioni: averne cura significa anche godere di brevi istanti di grande felicità

Il valore delle cose, il loro VERO valore, non è dato dal prezzo d’acquisto ma dall’importanza che noi diamo ad esse.
In economia si direbbe che il valore di un oggetto è il prezzo in cui si incontrano domanda ed offerta, quindi la somma che uno è pronto a darmi e per la quale io sono pronto a cederlo. Ma io rifuggo da questa visione strettamente monetaria.
Ad ogni cosa rimane attaccata una parte della nostra vita.
Ricordi ed emozioni, sensazioni provate, pensieri e sogni.

Prendiamo un libro.
Sfogliando un vecchio volume che ci ha fatto compagnia per qualche giorno in una lontana estate di anni fa, possiamo ritrovare tracce di noi stessi.
Fili d’erba o foglie secche usate come segnalibro, granelli di sabbia della spiaggia su cui lo leggevamo, l’alone di gocce di pioggia (o forse erano lacrime?) che arricciano un foglio o il segno circolare del fondo di una tazza di caffé che abbiamo usato per tenerlo aperto…

Le cose usate raccontano storie.
Per questo, da un po’ di tempo, quando voglio acquistare un classico della letteratura la cui copia è rimasta indietro in qualche angolo della mia vita passata, ne cerco uno usato. Quasi volessi rimpiazzare con frammenti di vita altrui quella parte della mia vita che ho lasciato nel volume perduto.

Natura morta

Poi ci sono quegli oggetti che sembrano essersi adattati a noi (anche se è quasi sempre il contrario).

Il coltellino compagno di tante escursioni, la cui lama – senza apparente differenza – ha staccato una fetta di pane o reciso un bastone da usare per appoggio.
Il mio Opinel mi è stato regalato qualche natale fa dai miei consuoceri. Era la prima volta che ci trovavamo assieme intorno all’albero e il dono (inaspettato) mi aveva sorpreso per quanto fosse azzeccato. Ricordo il sorriso di lei nel porgermelo, sorriso che non potrò più vedere perché quello è stato il penultimo natale prima della malattia. E le parole di lui, mentre osservavo quel piccolo oggetto perfetto, che rivelavano come, essendo entrambi appassionati di montagna, avevamo un terreno comune ad unirci…

Il quaderno sul quale sto scrivendo, acquistato a Londra in uno di quei negozietti che vendono un po’ di tutto, obbedendo alla necessità di riempire di parole scritte il tempo che mi divideva dal momento in cui avrei incontrato mia figlia che usciva dal lavoro. La scrittuta vergata con una penna nera, su un tavolino di un pub, bevendo birra e registrando sensazioni…

L’affetto che provo per questi oggetti semplici li rende preziosi ai miei occhi.
Lo stesso affetto mi ha introdotto a due pratiche che sono diventate nel tempo filosofie di vita.

La prima è quella di far attenzione alle mie cose. Capita che io smarrisca un oggetto. Allora ripercorro mentalmente tutto ciò che ho fatto dall’ultima volta che l’ho usato. E passo e ripasso per i luoghi attraversati fino a quando lo ritrovo. Tra le pieghe del divano, nella tasca laterale di un vecchio zaino in ripostiglio, sotto il sedile dell’auto.
La seconda è che cerco sempre più spesso di riparare quello che ho, piuttosto che sostituire l’oggetto con uno nuovo.
Non sempre è possibile, ma la gioia profonda che provo ogni volta che utilizzo una cosa – perduta e ritrovata o rotta e riparata – mi ripaga di ogni sforzo e aggiunge valore all’oggetto stesso.

Ritrovare e riparare, dicevo.
Ultimamente è un trattamento che riservo non solo alle cose ma anche ai sentimenti.
Mai come adesso, aver cura di ciò che proviamo è più importante di affannarsi alla ricerca di nuove emozioni.

Ode al cammino

Le carte geografiche vere e mentali e il piacere di ripercorrere i sentieri

C’è un’esperienza, piuttosto comune per chi va per monti, per la quale provo un fascino assoluto.
Se non è il principale motivo per il quale amo andare lungo i sentieri, è certamente il principio a cui mi ispiro nella scelta dei percorsi.

Parto da lontano.
La mia testa funziona in modo bizzarro: sono capace di perdermi al volante della mia auto, ma ogni metro che faccio a piedi lascia una traccia indelebile nelle mie sinapsi. E ogni traccia va a comporre un’accurata mappa generale con la quale mi oriento.

Le tracce nel mio cervello sono molto particolari e molto dettagliate: so che salendo un sentiero incontrerò un albero torto o che poco dopo la curva, appena oltre il rudere della stalla, ci sarà una fonte d’acqua. E a rendere vivido il particolare, a fissarlo in modo permanente nella mia testa, ci sono i ricordi personali (qui mi sono fermato a mangiare, qui ho visto quel gruppo di stambecchi, qui mi sono sdraiato a prendere il sole) e le emozioni (il vento sul viso quel giorno con le nuvole, la paura di dover tornare indietro, la soddisfazione di una vetta).

Così la sensazione che più amo è quando un pezzo di sentiero si congiunge ad un altro pezzo, e la mia mappa si allarga, delle aree grigie diventano vivide. Quel piccolo click mentale della tessera del puzzle che va al suo posto.

carta sentieri

Amo le carte geografiche, le mappe dei sentieri, le studio prima dell’escursione e le riguardo dopo. Collego ogni simbolo grafico ai miei ricordi. Così spesso mi basta scorrere il dito su una vecchia cartina per rivivere dei bellissimi istanti.

Nelle giornate di pioggia o in questi giorni di autoisolamento, è bello passare un pomeriggio in compagnia di queste vecchie amiche.

Poi ci sono gli atlanti stradali.
Carte pensate per chi viaggia in automobile. Grosse linee che balzano fuori dalla carta e annullano i particolari. Paesi che diventano puntini, ponti che sono un tratteggio, montagne appiattite e fiumi trasformati in linee sottili e quasi invisibili.
Un po’ quello che succede quando viaggi in autostrada e la velocità rende sfocato il paesaggio, annulla odori e suoni, confonde i colori.

Ed ecco che torniamo al punto di partenza.
Nulla mi dà più soddisfazione di quando, valicando un colle e scendendo al paese di fondo valle, realizzo che a piedi ho fatto molta meno strada che gli altri in automobile. E’ la vendetta di Davide su Golia, la rivincita dei poveri, ma mi riempie il cuore di orgoglio.

Potete immaginare la Valle d’Aosta come una lisca di pesce. Dalla valle centrale dove scorre la Dora, si dipartono numerose valle laterali.
Per congiungere il paese in testa ad una valle laterale con il suo omologo nella valle parallela, le strade asfaltate ridiscendono fino alla valle centrale.

Noi no. Noi balziamo di colle in colle, di paese in paese, senza mai deviare dall’obbiettivo.

Questo prendere la distanza dall’asfalto, il ricercare uno spazio ancora selvaggio, un cammino a misura d’uomo e non di veicolo, è il mio Sacro Graal.

Le due Alte Vie che cingono la Valle (il percorso del Tor des Géants per i trailers) sono un perfetto esempio di tutto ciò.
Ma ce ne sono molte altre: i percorsi dei ru (i canali disegnati dall’uomo per portare acqua ai campi), le vie che congiungono le valli, e quelle che io chiamo concatenazioni (rubando il termine all’alpinismo) linee immaginarie che mettono insieme luoghi a me cari o, più semplicemente, le case degli amici alla mia.

In questo inverno strano, sto percorrendo a tratti il Cammino Balteo, che pecca forse di essere troppo vicino alla valle centrale e all’autostrada che la percorre, ma in cambio regale scorci particolarissimi e piccole gemme dimenticate.

Ma di questo bisognerà parlarne in un altro momento…

Correre per una lacrima, una lacrima per correre

Ho scritto questo pezzo a dicembre 2011, il giorno dopo essere stato a Reggio Emilia in occasione della Maratona del Tricolore (la cui 24^ edizione si è corsa ieri). Non ero andato lì per partecipare alla gara, ma avevo lo stand di X.RUN (la rivista che ho fondato) e di Emergency.
Ma lo trovo ancora attuale…

partenza Maratona del Tricolore

Ero alla Maratona di Reggio Emilia.

Scrivo “ero” perché la mia presenza si è limitata a presenziare allo stand di X.RUN for EMERGENCY e non a correre la gara.
Se provo a definire le sensazioni che regnavano dentro di me in quel sabato premaratona, la parola che mi viene in mente è fastidio.
Fastidio per non poter correre, fastidio per sentirmi tagliato fuori da quel bel gioco che tanto mi prende, e invidia per questa folla di persone in tuta che stringe tra le mani la busta con il pettorale.

Ho individuato la ragazza quando era ancora un po’ lontana dallo stand di Emergency.
La prima cosa che mi ha colpito è stata l’andatura: sembrava esitante, si avvicinava rapida agli stand come sospinta da una grande determinazione e una volta arrivata a contatto si ritraeva di un passo o due. Curioso…
La seconda cosa, una volta che è stata più vicina, è stato il suo sorriso: un sorriso generoso, bello e buono, eppure trattenuto, timido… in linea con la sua andatura.
La terza cosa, quella che mi ha strappato un sorriso invidioso, è stato il suo cappellino: uno dei classici cappellini a visiera, ma con la scritta Randagio ricamata sopra…

La ragazza si è avvicinata, mi ha detto a mezza voce “ritorno dopo” (come fanno in mille alle fiere) e si è allontanata verso l’area del ritiro magliette e pacchi gara.
Poi, però, lei è tornata e abbiamo parlato un po’.
Ho rotto il ghiaccio io, parlando di Emergency e di cosa fanno nel mondo.
Lei mi ha detto che è un medico e che lavora in Pronto Soccorso.
Le ho raccontato perché X.RUN supporta Emergency e di come la corsa possa essere molto di più di un passatempo.
E lei mi raccontato della sua passione per la montagna e di come qualche tempo prima fosse stata coinvolta in un incidente d’auto mentre era sull’ambulanza e avesse rischiato di rimetterci la vita.
Prima di salutarla le ho chiesto cosa pensava di fare il giorno dopo. Se cercava il record personale o voleva semplicemente divertirsi.

Ed ecco ripetersi il miracolo.
Mi ha detto che voleva solo arrivare in fondo, provare a se stessa che era davvero tornata a vivere dopo l’incidente.
Mentre parlava non ha saputo trattenere la commozione, la voce tremava e sugli occhi è passato rapido il velo liquido di una lacrima.
Mi ha sorriso imbarazzata, scusandosi per quell’attimo di debolezza.

In verità quello è stato il più bel regalo che poteva farmi.

Quella lacrima mi ha cambiato la giornata ed ha dato un senso al mio essere lì.
Per un brevissimo istante è saltato il tramezzo che costruiamo tra la nostra facciata e quello che siamo veramente.
Se sapremo far parlare la parte nascosta dietro il tramezzo, allora ci sarà ancora speranza per il genere umano.

Grazie anonima amica per aver condiviso con me per un paio di minuti la tua vera essenza.

Una cosa nuova

Lo volevo fare da tempo e un po’ per la pigrizia, un po’ per la mancanza di occasioni, un po’ perché l’elenco delle cose che vorresti fare supera il numero delle ore a disposizione, non era mai capitato.
Invece questo fine settimana, complice Denis Falconieri che mi ha coinvolto, ho per la prima volta fatto un’uscita di sci alpinismo.

Niente di speciale (anche perché io non indossavo gli sci da discesa da almeno 20 anni, forse più), siamo saliti nel bosco e siamo scesi su pista.
Percorso non impegnativo e giornata stre-pi-to-sa!

Siamo partiti prestino, così da essere in ombra per buona parte della salita ed evitare la ressa di Sant’Ambrogio in discesa.

Sci Alpinismo a Pila

E’ stato bello.
Certo un po’ faticoso a salire, ma ero così concentrato in quello che facevo (ed avevo così paura della discesa) che la fatica l’ho sentita poco.

Quando, bloccati gli attacchi, ho iniziato a sciare sono riaffiorati i ricordi dei movimenti e sono sceso. Magari a spazzaneve per i primi tratti, sicuramente non bello da vedere e sicuramente lentissimo, ma sono arrivato in fondo.

Insomma, esperienza da ripetere.

Ma c’è un corollario a questa esperienza.
Quando siamo partiti ho automaticamente impostato il gps, come faccio ogni volta che vado in montagna, e al momento di selezionare l’attività ho scelto “scialpinismo”. Era la prima volta che mi capitava e mi ha dato una scossa.

Quando era stata l’ultima volta che avevo fatto qualcosa di nuovo?

Tutta la giornata è stata così all’insegna del provare cose nuove: dagli sci che sono molto più tecnici al modo di usarli (in salita).

Rinnovarsi e sperimentare.
Sono sempre stato convinto che fossero le chiavi per mantenersi attivi. Ma forse negli ultimi anni me ne ero un po’ dimenticato.

Oggi, grazie a questa bella uscita, ho riprovato la sensazione di fare qualcosa di nuovo. E ne sono tornato carico di energia…

I segni del natale

Da quando vivo in un paesino della Valle d’Aosta (52 anime, per i più curiosi), ogni volta che vado a Milano, o visito un’altra città, mi sorprendo di piccole cose che, quando a Milano abitavo, non emergevano dall’inconscio fino alla soglia dell’attenzione.

Questa mattina, ad esempio, ho notato le innumerevoli luminarie che ogni città “indossa” per prepararsi al periodo natalizio.

Anche da noi, ovviamente, c’è qualche casa in cui fanno bella mostra di sé delle lucine natalizie, e il Comune (che è lo stesso per più paesi) si preoccupa di mettere un albero di natale in ogni centro abitato.

Ma è nulla se confrontato con quello che si vede in città.

Mi piace pensare che noi cerchiamo il natale in segni diversi.

Prima di tutto nella natura che ci circonda. La neve sugli alberi e sui sentieri del bosco, l’odore dei fuochi a legna che riscaldano le case, il freddo delle mattine presto quando esci di casa e nel cielo blu si stagliano le vette innevate. L’Inverno alle porte, insomma…

Poi nelle persone.

Tutto l’anno nelle micro comunità c’è una cordialità diversa rispetto ai grandi raggruppamenti urbani. Ci si conosce tutti per nome, ci si saluta sempre, si chiacchiera (molte volte alle spalle).
A natale, però, lo scambio di auguri e il maggior calore si ammanta di un sapore di vecchie tradizioni.

Anche grazie alle piccole iniziative: tutti i bambini e gli anziani del paese ricevono un regalo dalla comunità.
Per i bambini si fa una festa in cui si trovano tutti assieme e aspettano il babbo natale della proloco.
Gli anziani, invece, ricevono a casa loro la visita di un volonteroso che, con l’occasione di portare il regalo, scambia due chiacchiere e beve un bicchiere di vino.

Non ci sono vetrine.
Non ci sono luminarie.
Non c’è musica nell’aria.
Non ci sono file nei negozi (non ci sono proprio i negozi).

Eppure è lo stesso natale.

Eppure, è natale lo stesso.

Cose che capitano

Capita che un giovedì qualsiasi devi andare dal gommista per fare il cambio gomme estate/inverno. Hai preso appuntamento al mattino presto per poter andare in ufficio subito dopo.
La ragazza, efficentissima stile Milano, ha preso in carico la macchina e ti ha offerto un caffè.

Adesso sei comodamente seduto in sala d’attesa, con un canale che passa musica soul nell’impianto stereo, stai leggendo l’ultimo di Carofiglio (qui la recensione) nel tiepido abbraccio di una poltroncina, quando si spalanca la porta e un individuo (razza umana, massiccio, vestiti dimessi, trentenne che però ne dimostra 10 di più) fa la sua comparsa.

Si siede alla scrivania dell’accoglienza proprio davanti alla ragazza (dalla conversazione si capisce che è un cliente abituale) ed inizia a chiacchierare del più e del meno mentre attende la sua vettura.

sala d'attesa

Non appena la ragazza si alza per andare a recupera le chiavi dell’auto, quello si guarda intorno e mi chiede cosa sto leggendo.
Rispondo a mezzavoce, tanto per non far continuare la conversazione, ma – evidentemente – non gli interessava la mia risposta ma solo dare spazio alla sua voce.

Così, mentre io alzo gli occhi al cielo e abbasso il libro sulle ginocchia, inizia a raccontarmi della sua vita.
Che sta per chiudere la ditta; che si occupano di fornire manodopera non qualificata; che sta per andare a Cuneo per portare dei soldi alla squadra altrimenti non riescono a pranzare; che lavorano in una cartiera dove dividono carta e plastica; che le cartiere devono stare vicino al fiume; che a Cuneo troverà la neve; che lo ha mollato la compagna; che si sposta di camera in camera, di alloggio in alloggio; che in valigia ha solo un libro che, non avendo la televisione, continua a leggere; che lui non ha mai comprato libri ma che questo l’aveva scritto il cognato di suo suocero (ex suocero); che questo cognato era un personaggio famoso, tale Silvio Da Rù, attore e regista, oltre che scrittore…

Finalmente è tornata la ragazza e mi ha liberato dell’ingombrante presenza di questo signore (“adesso vado che devo arrivare presto; io pensavo di chiudere la ditta questa settimana, ma già la prossima tiro giù la clerc; ma non ti preoccupare per i soldi, adesso ti do un anticipo di 100 euro ma salda il capo domani o dopo…”)

Io ho googolato il nome del cognato e ho scoperto che aveva scritto anche una graphic novel sulla storia di Milano.
L’ho ordinata… mi arriva a giorni… poi vi faccio sapere!

Il riciclo è un’arte

Il martedì mattina, intorno alla Montagnetta di San Siro, è giorno di raccolta immondizia.
Sovente, correndoci, incrocio una coppia di zingari che frugano nei sacchi dell’indifferenziata a caccia di qualcosa di utile.

A volte è lei ad esaminare soddisfatta un vecchio maglione o un paio di jeans.
A volte è lui a sollevare una coppia di diffusori da pc o un elettrodomestico da cucina.
Ed ogni volta mi colpisce con forza l’evidenza che ciò che noi chiamiamo spazzatura per altri possa celare doni inaspettati.

Quel particolare martedì (parlo di cinque anni fa ormai) correvo con Matteo, un ragazzo cieco che accompagnavo durante i suoi allenamenti lenti.
E’ appassionato di storie e gli raccontavo di un altro zingaro, Django Reinhardt, che suonava così bene il banjo da essere ingaggiato a soli 15 anni, da una popolare orchestra jazz.

Django Reinhardt

Ma la felicità del ragazzo era stata di breve durata.
Il carrozzone dove viveva era andato a fuoco e lui aveva subito delle lesioni gravissime alla gamba destra e al braccio sinistro, tanto che non poteva più muovere il mignolo e l’anulare, in pratica la fine della sua carriera di musicista.
Invece il giovane Django, nell’anno di ospedale che c’era voluto per rimetterlo in piedi, si era esercitato con la chitarra che suonava con maestria totale e, ovviamente, uno stile “a due dita” del tutto personale.

Django Reinhardt oggi è considerato una leggenda del jazz e un esempio per i chitarristi.

E Matteo aveva commentato: “Che storia! Che personaggio! E’ riuscito a riciclarsi”

Allora i due pezzi si sono incastrati, la coppia di zingari che riciclavano i nostri rifiuti e il vecchio Django che era riuscito a riciclare se stesso e la sua vita, mi sono apparsi collegati in un’altra prospettiva.

Lo strumento che c’è alla base della filosofia del riciclo sono gli occhi con cui guardi le cose.
Che si tratti di un vecchio oggetto o di quello che vedi nello specchio al mattino, l’importante è cambiare l’atteggiamento, puntare a quello che si può ancora ottenere da noi stessi e non a quello che non possiamo più fare.
Una forma di ottimismo delle azioni.

E che ad insegnarmelo siano stati degli zingari… beh, quello aggiunge fascino alla storia…

Dietro un filtro Instagram

Durante il lungo fine settimana di Ognissanti, le nuvole hanno preso d’assedio il mio paese. Mi svegliavo avvolto da una coltre lattiginosa e la sera faceva buio prima di aver visto il cielo.

“Sembra di essere a Milano” mi sono detto.
Ma quando sono sceso a valle a fare la spesa, ho scoperto che si trattava proprio di nuvole, non di nebbia.

La controprova l’ho avuta sabato mattina quando sono uscito a correre.

Mi era sembrato che il cielo si aprisse (traduzione: ero riuscito a scorgere le altre case del paese) così, senza esitare, ho indossato le scarpette e sono partito.

Nei primi chilometri, invece, era proprio come correre nella nebbia.
Fiato corto, come se respirassi acqua, visibilità scarsa (tanto che ad un certo punto del mio solito giro ero incerto su dove fossi arrivato).

Correvo lungo una poderale, con prati alla mia destra e alla mia sinistra, avevo sentito il muggito di una mucca e qualche campanaccio poco prima, ma era l’unica traccia di vita animata attorno a me.

Decido di allungare un po’ e continuo fino a raggiungere la croce al colle, ma anche lì, nonostante si passi un tratto d’asfaltata, nessun segno di presenze umane.

Sconcertato piego a sinistra e decido di ritornare per il bosco.

E lì si compie la magia.

La bambagia bianca attraverso la quale correvo, non riesce a penetrare del tutto i fusti degli alberi, così le nuvole devono manifestarsi per quello che sono e si sfrangiano e si sfilacciano avvolgendo solo in parte le chiome degli alberi.

Se alzo gli occhi continuo a vedere in lontananza il muro bianco, ma è come se la foresta fungesse da scudo.

Foliage autunnale

La luce penetra e crea un effetto strano, quasi come un filtro di instagram. Tutti i colori, forse per il contrasto con il biancore esterno, appaiono più vividi: le foglie dei faggi sono d’oro, quelle dei castagni sono bronzee, e se abbasso lo sguardo verso il sentiero scopro di calpestare una tavolozza che va dal marrone scuro al giallo, passando per tutte le possibili sfumature.

Rincuorato da questa sinfonia di colori accelero il passo per arrivare al più presto sulla piana da dove solitamente scorgo il Monte Bianco, il Monte Zerbion, il Mont Avic e tutte le belle cime a cui ho imparato a dare del tu…

Ma grande è la mia delusione quando, sul limitar del bosco, scopro che ad attendermi c’è di nuovo il velo bianco che tutto copre.

Per ripicca ho allungato ancora, sono arrivato al paese sopra al mio e sono sceso lungo la strada asfaltata, tenendo un ritmo d’altri tempi (in discesa siamo buoni tutti!).

Ma anche qui non c’era traccia d’anima viva (e non scelgo le parole a caso, visto che sono passato proprio accanto al camposanto).

Arrivato a casa, prima di infilarmi sotto la doccia, ho acceso la televisione, tanto per essere sicuro che il mondo non fosse finito…